L’auto mutuo aiuto rivolto a caregivers di anziani non autosufficienti, il 24 Ottobre e il 7 Novembre p.v. a Torre Pellice, a cura della Associazione di Promozione Sociale “La Bottega del Possibile” Viale Trento 9 – 10066 Torre Pellice (TO)


Cari amici, amiche, soci e istituzioni varie

 

Vi scriviamo ancora una volta in questo nostro autunno “di Bottega”, molto denso di iniziative nostre e di altri.

I momenti di confronto e scambio di esperienze, nel nostro laboratorio di ricerca culturale per reperire nuovi percorsi di sostegno alla domiciliarità delle persone che lo richiedono, sono certamente impegnativi sul piano organizzativo ma molto arricchenti e stimolanti sul piano culturale, anche perché sollecitano a non “abbandonare il campo”, ad elevare e consolidare le motivazioni al fare per cercare e ricercare a servizio delle persone più fragili e sole.

 

Alla luce di quanto sopra vi “lanciamo” un caldo invito a partecipare al seminario

 

“L’auto mutuo aiuto rivolto a caregivers di anziani non autosufficienti”

 

del quale alleghiamo il programma, che si svolgerà in due giornate:

 

il 24 Ottobre e il 7 Novembre p.v. a Torre Pellice presso la nostra sede.

 

Patrizia Taccani e la sua equipe, professionisti di alta qualità, ci coinvolgeranno sul tema dell’auto mutuo aiuto con la qualità che li caratterizza.

Il tema trattato è oggi, in un momento di grave crisi sociale, politica ed economica, sempre più strumento per realizzare prossimità, aiutare ed aiutarsi tra persone, famiglie in difficoltà e operatori, travolti dalla fatica della cura, dalla perdita della speranza, dal futuro “amputato”.

Venite, dunque, numerosi con noi per dialogare e approfondire una modalità di sostegno di cui in molti abbiamo sempre più bisogno anche nel quadro di una fratellanza laica.

Allora, a presto! Un saluto di vicinanza a tutti.

 

Mariena Scassellati Sforzolini

Presidente

 

_________________________________________________

Associazione di Promozione Sociale “La Bottega del Possibile”

Viale Trento 9 – 10066 Torre Pellice (TO)

Tel. e fax  0121 953377 – 332996

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Centro Donatori del Tempo, Luciana Quaia, INTIME ERRANZE – Il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica, Nodolibri, Como, 2012 pp. 212, 12 immagini a colori, Euro 20


Centro Donatori del Tempo

Luciana Quaia

INTIME ERRANZE

Il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica

Nodolibri, Como 2012

pp. 212, 12 immagini a colori

Euro 20

 

Resiliente è la persona che anche di fronte a una grave avversità sa andare avanti senza arrendersi, resistere allo stress e imparare a ricavare un insegnamento che la renda meno vulnerabile in circostanze analoghe.

Nell’affrontare una malattia destabilizzante come la demenza, è possibile che il familiare curante diventi capace di dare un senso alla sofferenza, si senta in grado di potercela fare e acquisisca una maggior forza psico-emotiva?

A questa domanda il volume di Luciana Quaia tenta di rispondere attraverso una suggestiva mappa che, elaborata dall’analisi mitologica del viaggio dell’eroe di Joseph Campbell, si sofferma sulle diverse tappe percorse dalla famiglia dal momento della comunicazione della diagnosi lungo tutto il periodo dell’accudimento e ne mette in evidenza i processi di cambiamento e trasformazione.

I passaggi considerati per costruire un percorso di resilienza si focalizzano sulla presenza di diversi attori e strumenti:

- il tutore di resilienza, in questo caso rappresentato dall’associazione di volontariato Centro Donatori del Tempo, che, come le molteplici associazioni Alzheimer nazionali, riveste il ruolo di saliente punto di riferimento della comunità locale nell’accogliere le famiglie interessate dal problema e nel fornire un reale aiuto alle loro esigenze;

- il gruppo di reciproco aiuto, spazio capace di far credere e sperare in una prospettiva di crescita e di consapevolezza;

- la scrittura autobiografica, mezzo privilegiato di cambiamento di sguardo sulla realtà e se stessi.

Nell’originale struttura del testo che attribuisce ad ogni capitolo lo specifico nome della tappa dell’immaginario viaggio, particolare approfondimento viene dedicato alla metodologia applicata all’interno del laboratorio di scrittura autobiografica. Nelle cinque giornate di lavoro i familiari partecipanti, con il supporto di personaggi mitologici, poesie, brani di letteratura, oggetti, fotografie ed esercizi mirati, narrano le memorie di ricordi e di sfide, scoprendo le proprie forze interiori e la capacità di dare maggiore fiducia a se stessi.

Un capitolo totalmente dedicato alla potenza resiliente del cinema analizza in modo dettagliato e circoscritto tre film sul tema dell’Alzheimer, mettendo in luce un ulteriore strumento utile al sostegno psicologico del familiare attraverso il confronto  con una  realtà che riesce a generare importanti  modelli di identificazione e apprendimento.

Il libro, di agevole lettura, ricco di citazioni letterarie e di alcune pagine fotografiche, è consigliato sia ad organizzazioni di servizio che cercano nuove sperimentazioni di un “welfare sostenibile”, sia alle famiglie o persone che si trovino nella necessità di resistere al disagio che la malattia demenza impone.

Per l’ampia descrizione metodologica e l’accurata ricerca bibliografica e filmografica, inoltre, riveste particolare interesse per tutte le figure professionali che svolgono un lavoro centrato sulla relazione di aiuto.

Per acquisti e prenotazioni rivolgersi a:

NodoLibri

Nodo s.n.c., via Volta 38, 22100 Como

tel. 031 243113 fax 031 273163

e-mail nodo.segreteria@libero.it

http://www.nodolibri.it

Sono previsti sconti per acquisti superiori alle 2 copie

Per la scheda editoriale e l’acquisto via internet vai a: http://www.nodolibri.it/libro.php?lid=232

Per l’acquisto mediante uffici postali vai alla cedola cartacea: http://polser.files.wordpress.com/2012/07/cedola-02.pdf

LUCIANA QUAIA, INTIME ERRANZE, il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica, in corso di pubblicazione dall’editore NODO LIBRI per il CENTRO DONATORI DEL TEMPO, Como, 2012


LUCIANA QUAIA, INTIME ERRANZE, il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica,

in corso di pubblicazione dall’editore NODO LIBRI per il CENTRO DONATORI DEL TEMPO,

Como, 2012

Per la scheda editoriale e l’acquisto via internet vai a: http://www.nodolibri.it/libro.php?lid=232

Per l’acquisto mediante uffici postali vai alla cedola cartacea: http://polser.files.wordpress.com/2012/07/cedola-02.pdf

I GRUPPI DI MUTUO AIUTO IN LOMBARDIA: MAPPATURA E BUONE PRASSI, 17 aprile 2012, Palazzo Lombardia, Sala dei cinquecento


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per iscrizione e informazioni

info@amalo.it

potenziare la capacità di facilitare un gruppo di auto aiuto a supporto delle persone in lutto, Suzzara (MN), 10 e 11 marzo 2012, a cura di www.mariabianchi.it


Per potenziare la capacità di facilitare un gruppo di auto aiuto a supporto delle persone in lutto, è organizzato il percorso formativo di secondo livello che si terrà a Suzzara (MN) presso la nostra sede nei giorni  Sabato 10 e Domenica 11 Marzo 2012.

 

o nel sito 

 

Il percorso, riservato a facilitatori già attivi o a chi ha vissuto precedenti esperienze formative sul tema, prevede la possibilità di implementare le competenze del facilitatore secondo il nostro approccio della ‘narrazione guidata’.

I GRUPPI DI MUTUO AIUTO Dare risorse al cittadino, ai servizi, alla comunità” – Fondazione Cecchini e Provincia di Milano


per il 2011 abbiamo organizzato con la collaborazione della Provincia di Milano il corso:

“I GRUPPI DI MUTUO AIUTO Dare risorse al cittadino, ai servizi, alla comunità”
che fornirà ai partecipanti le conoscenze teoriche, gli strumenti di lavoro e le indicazioni per promuovere, facilitare  e gestire i gruppi di mutuo-aiuto. La metodologia è interattiva e prevede esercitazioni e simulazioni a partire dalle situazioni di difficile risoluzione.

Il corso è di 9 giornate e inizierà giovedì 21 aprile.

Sono aperte le iscrizioni : saranno ammessi max.25 partecipanti, che risiedono od operano a Milano o nel territorio della provincia di Milano.

Dato i tempi sono brevissimi,  preghiamo chi volesse iscriversi di inviare la scheda debitamente compilata al più presto a: fondazione@fondazionececchinipace.it e provvedere, solo successivamente all’ammissione, al versamento di € 30,00= alla Provincia di Milano.

Vi chiediamo inoltre, di aiutarci a diffondere questa iniziativa e con essa la cultura del self-help.

Grazie e cordiali saluti,

Pinuccia Galli

per info: 02.58310299

___________________________

Prof. Rosalba Terranova-Cecchini
Libero Docente in Clinica delle Malattie Nervose e Mentali

Presidente della Fondazione Cecchini Pace

Direttore del Corso di Specializzazione in Psicoterapia transculturale

via Molino delle Armi 19 – 20123 Milano

Sostenere la cura familiare. L’auto mutuo aiuto, uno strumento, seminario a cura di Patrizia Taccani


Seminario “Sostenere la cura familiare. L’auto  mutuo aiuto, uno strumento”

Mercoledì 13 Aprile 2011

ore  8,30 – 17

«Il progresso di una società si giudica dal modo in cui essa

si prende cura dei più deboli»

presso la sede de

«La Bottega del Possibile» in Viale Trento, 9  Torre Pellice

PRESENTAZIONE

Sostenere a casa “la cura di chi cura” il proprio caro in difficoltà di salute o di autonomia è indispensabile perché “assistere è faticoso” sul piano materiale e affettivo.

I caregivers hanno bisogno di essere sollevati nella loro fatica, anche con i gruppi di auto mutuo aiuto, strumento che appare sempre più efficace per confrontarsi, per condividere, per ricercare nuove modalità di rapporto e di equilibrio anche nella gestione delle emozioni.

Spesso la donne, moglie o figlia, è sola perché è cambiata la struttura della famiglia con molte ricadute sulla presenza di familiari per assistere, per accompagnare.

Lo Stato anziché essere vicino con la sua azione pubblica è sempre più assente sia sul piano economico che nella erogazione dei servizi domiciliari.

Come fare? Parliamone insieme.

PROGRAMMA

Ore 8,30               Accoglienza e registrazione dei partecipanti

Ore 9                     PERCHÉ QUESTO SEMINARIO

Mariena Scassellati Galetti, Presidente de “La Bottega del Possibile”

SOSTENERE LA FAMIGLIA, ROMPERE L’ISOLAMENTO attraverso LE CURE  DOMICILIari

Paola Sderci, assistente sociale, referente cure domiciliari ASL TO3 Collegno-Pinerolo,

Associazione Auto Mutuo Aiuto, Pinerolo (TO)

Lo sguardo di UN’INFERMIERA

Elisabetta Lambert (*), infermiera coordinatrice cure domiciliari, ASL TO3 Distretto di Susa (TO)

Ore 11                  Intervallo

Ore 11,15             L’AUTO MUTUO AIUTO NEL SISTEMA DI RETE

Silvio Venuti (*), Direttore Struttura Complessa Servizio Territoriale                di Continuità delle Cure,

ASL TO3 Collegno-Pinerolo

Il punto di vista della FAMIGLIA

1 testimone diretto Associazione Auto Mutuo Aiuto  Pinerolo

Ore 13                   Pausa per pranzo

Ore 14                   Ripresa dei lavori

I gruppi di automutuo aiuto con caregiver. Quali positività e quali criticità?

Ÿ Maria Giorgetti, assistente sociale specialista, Associazione Gng, Magenta (MI)

Ÿ Patrizia Taccani (*)

Sono entrambe autrici e curatrici del  libro: “Lavoro di cura e automutuo aiuto. Gruppi per caregiver di anziani non auto-sufficienti”, FrancoAngeli, Milano, 2010

Ore 15                  QUANDO LA FREQUENZA AI GRUPPI DI AUTO MUTUO AIUTO FA BENE

Ÿ Marco Giraudo (*), medico di famiglia ASL CN,1 Cervasca (CN)

Ÿ Pierangelo Pieroni, medico responsabile UVG, ASL CN1, Cuneo

Ore 15,30             LA RICHIESTA DELLA FAMIGLIA: L’ATTENZIONE ALLA RELAZIONE E AL LINGUAGGIO

I testimoni diretti

Associazione Auto Mutuo Aiuto Alba,  Chieri, Pinerolo

Questionario di valutazione

Conclusioni del coordinatore

Ore 17                  Termine del seminario

Coordina:            Patrizia Taccani (*), psicologa, formatrice,consulente AIMA Milano onlus

(*) socio de “La Bottega del Possibile”

per programma e scheda di iscrizione:


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con la crisi economica le italiane tornano a voler fare i lavori tipici dei migranti. Dalla complementarietà si passa alla competizione: sulle basse qualifiche si combatterà la sfida futura tra migranti e italiani


Si dice: “I migranti fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”. Ma qui siamo in controtendenza. Secondo la Fillea-Cgil, nei corsi per muratori, organizzati da privati e sindacati di settore, dopo tanti anni sono tornati a vedersi gli italiani. Anche nel fortino del lavoro domestico, il monopolio delle lavoratrici immigrate è sotto assedio.

Certo, la badante-tipo parla ancora straniero. Stando al Censis, infatti, la maggior parte è immigrata (71,6%) e proviene dall’Europa dell’Est: Romania (19,4%), Ucraina (10,4%), Polonia (7,7%) e Moldavia (6,2%). Numerose anche le filippine: il 9% del totale. Colf e badanti sono per l’82,6% donne, il 51,4% ha meno di 40 anni. Quante sono? 1 milione 538mila e lavorano in 2 milioni 412mila famiglie italiane: per il Censis, una famiglia su dieci è badante-dipendente. Senza il loro lavoro, il bilancio dello Stato italiano sarebbe gravato da un onere ulteriore di circa un miliardo di euro l’anno (studio della rivista americana “Christian Science Monitor”). Quanto guadagnano? La maggioranza meno di mille euro netti al mese: il 22,9% meno di 600 euro, il 20,2% da 600 a 800, il 24,5% tra 800 e 1.000. Ma una fetta consistente (il 32,4%) riesce a portarsi a casa oltre mille euro (il 14,6% guadagna più di 1.200 euro). E ancora: il 62% lavora in nero o con un’evasione contributiva parziale.

Questo l’identikit della lavoratrice domestica. La crisi però è pronta a rimescolare le carte. “Oggi si assiste alla carica delle italiane – spiega Raffaella Maioni, responsabile nazionale delle Acli Colf – negli ultimi due anni tra le iscritte ai nostri corsi di formazione, infatti, le italiane sono più che raddoppiate”. Una tendenza diffusa su tutto il territorio nazionale (le Acli organizzano ogni anno oltre 40 corsi per assistenti familiari), che registra casi limite, come “a Cisterna di Latina dove alla fine del 2010 il 100% delle diplomate era italiana”.

Non mancano ulteriori conferme: “Sempre più spesso le savonesi – fa sapere Giorgio Gandolfo, operatore della fondazione Migrantes di Savona – si rivolgono ai nostri sportelli in cerca di un lavoro come badante. Ecco perché nel registro (www. assistentifamiliarisv7. com), dove ci si può iscrivere per cercare e anche per offrire lavoro, affianco ai nomi di Jose, Lian, Magaly, ci sono ora quelli di Barbara, Pina, Elisabetta, Cira e Luciana: ad oggi su 350 badanti 45 sono italiane e il numero continua ad aumentare. Il loro profilo – continua Gandolfo – non corrisponde a quello delle straniere, si tratta di donne tra i 50 e 60 anni, spesso casalinghe, a qualcuna è deceduto il marito e si è vista costretta a lavorare per continuare a pagare il mutuo; altre sono disoccupate, che con la recessione provano a fare le badanti, in attesa di meglio”.

Stesso profilo è quello tracciato da Raffaella Maioni: “Le badanti italiane sono generalmente di mezz’età, più anziane delle loro colleghe straniere”. Cosa facevano prima? “Tre le tipologie: casalinghe, che si ritrovano in casa un marito disoccupato o in cassa integrazione e hanno bisogno di una nuova entrata per mandare avanti la famiglia; pensionate con pensione minima; disoccupate, che non trovano altro impiego”.

Tra le file delle casalinghe è stata a lungo Carolina: 56enne, romana, dal 2010 impiegata come badante. “Con i figli ormai grandi e un marito disoccupato da due anni, mi sono rivolta alla parrocchia alla ricerca di un lavoretto – racconta – so cucire, cucinare, fare le iniezioni. Da giovane avevo lavorato in un bar e non mi sarebbe dispiaciuto tornare dietro un bancone”. Trovare un lavoro però non si rivela impresa semplice. “Alla fine – ricorda Carolina – il parroco mi ha indicato il nominativo di una famiglia del quartiere. Avevano bisogno di un aiuto per il nonno, quasi novantenne. Ho accettato”. Carolina non nasconde “una certa vergogna” per dover fare un lavoro “considerato umile, soprattutto alla mia età”.

Ed è proprio il sentimento di vergogna ad accomunare le donne che si rivolgono da qualche mese agli sportelli della fondazione Migrantes di Torino. “Lo ritengono un’umiliazione, un fallimento, ma sono disperate – racconta don Fredo Olivero, responsabile Migrantes del Piemonte – e si rivolgono a noi, come ultima sponda”. E così si assiste al paradosso di una fondazione nata per assistere i migranti, che in tempi di crisi si trova a cercar lavoro alle italiane. “Dall’inizio del 2010 – conferma Olivero – sono cominciate ad arrivare le prime italiane disposte a lavorare come badanti e il loro numero è via via cresciuto. Hanno più di 50 anni, per lo più disoccupate, sono uscite dal mercato del lavoro e non riescono più a rientrarci. Purtroppo, contestualmente al loro arrivo – aggiunge Olivero – è diminuita anche l’offerta lavorativa da parte delle famiglie e così un numero crescente di badanti deve spartirsi un numero sempre più ristretto di posti di lavoro”.

Non è tutto. Oltre all’età media, a distinguere le italiane dalle straniere è anche il livello d’istruzione. Quello delle badanti d’origine immigrata è infatti più alto delle loro colleghe italiane: il 37,6% possiede un diploma di scuola superiore e il 6,8% una laurea, contro rispettivamente il 23,2% e il 2,5% delle assistenti familiari italiane. “L’aumento dei corsi di formazione e della presenza delle italiane – sostiene la Maioni – va letto anche nel senso di un’accresciuta professionalizzazione di questo importante mestiere, che supplisce alle carenze del welfare italiano. Purtroppo le italiane sono vittime di uno strano pregiudizio”. Accade, infatti, che mentre nell’immaginario collettivo, “le colf sono tipicamente filippine o italiane, le assistenti familiari sono solo le donne dell’Est Europa. L’offerta di manodopera a basso costo ha permesso a molte famiglie italiane di trasformarsi in datori di lavoro, avvalendosi di un aiuto, che prima non avrebbero mai immaginato di potersi permettere. Le collaboratrici straniere guadagnano, infatti, in media il 20% in meno delle colleghe italiane. Ora l’arrivo sul mercato delle assistenti familiari italiane spiazza le famiglie, abituate da anni a rivolgersi solo alle straniere”.

Insomma, con la crisi economica le italiane tornano a voler fare i lavori tipici dei migranti. Dalla complementarietà si passa alla competizione: sulle basse qualifiche si combatterà la sfida futura tra migranti e italiani. Con due ostacoli: primo, la crisi ha ridotto il numero delle famiglie che si possono permettere un aiuto stabile; secondo, sul mercato delle badanti, a farla da padrone sono ancora le donne dell’Est.

da: Se anche le italiane diventano badanti sotto assedio il fortino delle immigrate – Repubblica.it.

Incontri per i familiari di malati di Alzheimer | a cura dei Donatori del tempo, Como


I Donatori del Tempo:

incontri collettivi 2011

Sono aperte le iscrizioni per il ciclo di incontri collettivi 2011, di sostegno e di auto-mutuo-aiuto che anche quest’anno i Donatori del Tempo  organizzano  per i familiari di malati di Alzheimer, a partire da Mercoledi  9 Febbraio, per dieci Mercoledi consecutivi dalle ore 18.00 alle 19.30 circa , presso il Centro Diurno Comunale  a Como, in Via Volta, 83 (sede Universita’ Popolare ).

Obiettivo dell’iniziativa è quello di trasmettere informazioni e competenze alle famiglie che si trovano a dover fronteggiare il complesso problema della demenza, con interventi condotti da un gruppo multidisciplinare di professionisti.

Responsabile del Ciclo è la psicologa Dott.ssa Luciana Quaia.

Interverranno inoltre: il neurologo Dott. Leonardo Sacco, responsabile U.V.A., Unita’ Valutativa Alzheimer dell’Ospedale S.Anna, l’arteterapeuta Chiara Salza, responsabile dei Laboratori di Arteterapia dei Donatori del Tempo, lo psicologo Dott. Marco Orsenigo, responsabile del Servizio Anziani della A.S.L. di Como, l’avvocato Anna Cardinali e la dietista Lilia Farias della A.S.L. di Como.

Il ciclo 2011 e’ riservato a nuovi partecipanti. E’ indispensabile fare pervenire l’iscrizione  entro il 25 Gennaio 2011, alla sede del Centro, in Piazza Mazzini,9  Como, aperta al Martedi e Giovedi dalle 16.30 alle 18.30  tel. e fax 031/270231  e-mail : donatorideltempocomo@virgilio.it

Incontri per i familiari di malati di Alzheimer, a cura dei Donatori del tempo di Como


Incontri per i familiari di malati di Alzheimer

Ciclo di incontri collettivi 2011 di sostegno e di auto-mutuo-aiuto che anche quest’anno i Donatori del Tempo organizzano per i familiari di malati di Alzheimer, a partire da mercoledì 9 febbraio, per dieci mercoledì consecutivi dalle ore 18.00 alle 19.30 circa, al Centro Diurno Comunale  a Como, in Via Volta, 83 (sede Università Popolare ).

Obiettivo dell’iniziativa è quello di trasmettere informazioni e competenze alle famiglie che si trovano a dover fronteggiare il complesso problema della demenza, con interventi condotti da un gruppo multidisciplinare di professionisti.


ELENCO DATE INCONTRI COLLETTIVI 2011

 

 

LUOGO = COMO ,VIA VOLTA, 83 – C. DIURNO COMUNALE ( sede Universita’ Popolare )

 

ORARIO = MERCOLEDI , DALLE ORE 18.00 ALLE 19.30 ca.

 

DATE RELATORI

 

09.02 Dottoressa Luciana Quaia , psicologa (consulente C.D.T.)

16.02 Dott.Leonardo Sacco, neurologo ( resp. U.V.A. Osp.S.Anna )

23.02 Dottoressa Luciana Quaia

02.03 Chiara Salza , arteterapeuta ( resp. Laboratori di arteterapia del C.D.T.)

09.03 Dottoressa Luciana Quaia

16.03 Dott.Orsenigo , psicologo ( resp. Servizio Anziani – A.S.L. di Como )

23.03 Dottoressa Luciana Quaia

30.03 Dottoressa Luciana Quaia

06.04 Proiezione Video Film sull’Alzheimer , con discussione (*)

13.04 Dottoressa Luciana Quaia

***

Durante o alla fine del ciclo verra’ organizzato un pomeriggio per incontri individuali su appuntamento con la Dottoressa Anna Cardinali – Avvocato, e con la Dottoressa Lilia Farias – dietologa.

***

(*) Nota : Per poter avere il tempo minimo necessario per la discussione con la Dottoressa Quaia dopo la visione del film, raccomandiamo ai partecipanti al ciclo, di anticipare il loro arrivo in Via Volta,83 eccezionalmente alle ore 17.45.

Incontri per i familiari di malati di Alzheimer


Incontri per i familiari di malati di Alzheimer

Sono aperte le iscrizioni per il ciclo di incontri collettivi 2011 di sostegno e di auto-mutuo-aiuto che anche quest’anno i Donatori del Tempo organizzano per i familiari di malati di Alzheimer, a partire da mercoledì 9 febbraio, per dieci mercoledì consecutivi dalle ore 18.00 alle 19.30 circa, al Centro Diurno Comunale  a Como, in Via Volta, 83 (sede Università Popolare ).
Obiettivo dell’iniziativa è quello di trasmettere informazioni e competenze alle famiglie che si trovano a dover fronteggiare il complesso problema della demenza, con interventi condotti da un gruppo multidisciplinare di professionisti.
Responsabile del Ciclo è la psicologa Dott.ssa Luciana Quaia. Interverranno inoltre il neurologo Dott. Leonardo Sacco, responsabile dell’ U.V.A., Unita’ Valutativa Alzheimer dell’Ospedale S. Anna, l’arteterapeuta Chiara Salza, responsabile dei Laboratori di Arteterapia dei Donatori del Tempo, lo psicologo Dott. Marco Orsenigo, responsabile del Servizio Anziani della A.S.L. di Como, l’avvocato Anna Cardinali e la dietista Lilia Farias della A.S.L. di Como.
Il ciclo 2011 è riservato a nuovi partecipanti.
E’ indispensabile fare pervenire l’iscrizione  entro il 25 gennaio 2011, alla sede del Centro, in Piazza Mazzini, 9  a Como, aperta al martedì e giovedì dalle 16.30 alle 18.30  tel./fax 031.270231 -  e-mail: donatorideltempocomo@virgilio.it

da: CSV Como – Incontri per i familiari di malati di Alzheimer.

Open days 2010 del Centro dei Donatori del Tempo nei pomeriggi di sabato 27 e domenica 28 novembre, dalle ore 15.00 alle 19.00 , da CSV Como


Open days 2010 del Centro dei Donatori del Tempo nei pomeriggi di sabato 27 e domenica 28 novembre, dalle ore 15.00 alle 19.00 a Como in Via Volta 83 al Centro Diurno Comunale, sede dei corsi dell’Università Popolare.
In questa occasione si possono ricevere tutte le informazioni sulle attività che da anni sono organizzate per i malati di Alzheimer nei due pomeriggi settimanali di animazione a Como, ossia il “Caffè del Lunedì” nella sede dello Yacht Club e il “Venerdi-insieme” al C.D. Comunale, in Via Volta 83, Como.
Sarà illustrato anche il ciclo di dieci incontri collettivi di formazione e di auto-mutuo-aiuto per i familiari condotto dalla psicologa Dottoressa Luciana Quaia, che avrà inizio mercoledì 9 febbraio 2011, alle ore 18.00 sempre in Via Volta 83, Como. Verrà anche proposto il corso di arteterapia per i malati di Alzheimer condotto dall’arteterapeuta Chiara Salza, aprendo le pre-iscrizioni al laboratorio che inizierà giovedì 24 marzo 2011 alle ore 15.00.
Infine si avvicina il Natale… e, come ormai è tradizione, le volontarie e amici del C.D.T. hanno donato il loro tempo per preparare la “Mostra – Mercatino di Natale 2010 “: qualche idea originale per dei regalini, per gli auguri di Natale, per ornare la tavola di Natale, a sostegno delle attività del Centro.

Paolo Ferrario, LE POLITICHE DELL’ASSISTENZA, in Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 37-53


Parte prima:

Origini e sviluppo storico dei sistemi di Welfare

Capitolo 1

Le politiche dell’assistenza

1.1 Introduzione alle politiche di Welfare state

L’espressione “Welfare state” in senso letterale significa “Stato del benessere” e viene utilizzata per indicare i processi decisionali, le azioni ed i contesti istituzionali, variamente organizzati, attraverso cui si sviluppano politiche sociali orientate a creare situazioni di sicurezza per i cittadini e a ridurre le disuguaglianze sociali nell’accesso alle risorse. Il Webster Dictionary ne fornisce la seguente definizione:

Sistema sociale basato sull’assunzione da parte di uno stato politico di responsabilità primarie per il benessere sociale e individuale di ogni cittadino attraverso la legislazione, l’attivazione di specifiche politiche pubbliche e la loro attuazione tramite uffici e agenzie governative [1]

Nelle società delle nostre aree geografiche e nella nostra storia queste strutture svolgono importanti funzioni nell’organizzazione della vita quotidiana degli individui e dei gruppi. Fanno parte dei nostri sistemi socio-culturali e ci accorgiamo della loro importanza quando riducono la loro efficacia, il loro funzionamento entra in crisi e non rispondono più ai bisogni per i quali sono nati. Si tratta di organizzazioni che sono sorte e si sono sviluppate negli ultimi tre secoli, in connessione alle trasformazioni degli stati moderni.

Quindi le politiche di Welfare state vanno messe in relazione ai processi di modernizzazione, ossia:

un mutamento sociale su larga scala, coinvolgente le principali strutture economiche, amministrative, familiari, religiose di una società, che mostra di procedere in direzione di un progressivo avvicinamento ad un modello di società moderna fondato in complesso dalle società occidentali dopo la Rivoluzione industriale (circa 1780– 1830) e la Rivoluzione francese [2]

Nella modernizzazione convergono ed interagiscono più fattori [3]:

-      il formarsi di articolate comunità urbane

-      lo sviluppo industriale

-      il miglioramento della qualità della vita quotidiana

-      la strutturazione di sistemi politici ed amministrativi che regolano alcuni aspetti del rapporto fra società ed economia

Per avviare la successiva ricostruzione storica si può partire proprio dall’ultimo punto. Le teorie della finanza pubblica individuano tre funzioni essenziali di governo:

-         allocativa, cioè orientata alla distribuzione delle risorse scarse

-         redistributiva del reddito, per accrescere il benessere collettivo

-         di stabilizzazione, per correggere le inadeguatezze del mercato [4]

I moderni sistemi di welfare, attraverso le politiche sociali, hanno svolto un ruolo centrale per ciascuna di tali funzioni. I confini delle politiche sociali sono piuttosto variabili: possono andare dalla garanzia per il reddito minimo della popolazione povera fino a comprendere un più ampio insieme delle attività di governo[5] . Una semplice definizione di politica sociale è la seguente:

Insieme di azioni pubbliche (o connesse al sistema pubblico) orientate ad intervenire sulle situazioni problematiche che si manifestano con lo sviluppo socio-economico.

La figura 1 ne fornisce una rappresentazione visiva.

vai a: Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 37-53


Il sistema dei servizi può essere considerato come un sotto-sistema delle politiche sociali, costituito da un insieme di offerte che rispondono a domande sociali[6]. La figura ha l’obiettivo di mettere in evidenza anche a livello grafico i seguenti aspetti:

-         l’estrema variabilità dei bisogni, che dipendono da fattori economici, culturali, sociali, economici e individuali

-         l’estensione e la diversificazione della domanda sociale che sollecita le strutture dei servizi

-         la progressiva differenziazione dell’offerta dei servizi.

Con questa figura si vuole anche mettere in evidenza che “bisogno” e “domanda” sono concetti utili per comprendere il funzionamento dei servizi, purché si usi la cautela di tenerli su piani distinti e vederne le differenze.

Il bisogno potrebbe essere definito come:

la tensione di un individuo o di un gruppo sociale orientata ad individuare una concreta soluzione (oggetti, modelli culturali, comunicazione, aiuti, diagnosi…) che ricostituisca un equilibrio compromesso da una carenza [7]

La percezione del bisogno differisce fra i gruppi di popolazione ed anche fra i gruppi professionali. La domanda è quella parte di bisogno che si traduce in richiesta. Se poi introduciamo anche la variabile dell’offerta diventa possibile creare una matrice delle possibilità[8] (Tabella 1)

vai a: Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 37-53


I servizi sociosanitari si collocano nell’intreccio di queste variabili sociali, culturali, legislative, professionali e organizzative.

In Italia una specifica politica dei servizi sociosanitari si è definita in modo più preciso dall’inizio degli anni ’70, e dunque nell’ultimo trentennio. Questo processo si è innestato sui tre sistemi che avevano già radici nel passato storico delle società europee: l’assistenza; la previdenza; la sanità. Per capire ed interpretare le caratteristiche generali e specifiche di questo complesso insieme di strutture e di apparati è utile introdurci ai problemi con un’analisi di tipo storico-sociale.

In particolare si prenderà in considerazione lo sviluppo storico delle :

-         politiche assistenziali

-         politiche previdenziali

-         politiche sanitari

Nelle pagine successive verranno enucleati i momenti chiave che meglio descrivono i processi di cambiamento, anche per ricercare le matrici socio-culturali di modelli organizzativi che ancora oggi presiedono al funzionamento dei servizi. L’uso frequente di citazioni ricavate da libri che hanno analizzato ancora più diffusamente questo tema è finalizzato sia a supportare l’analisi, sia a stimolare una lettura diretta di queste fonti, che spesso forniscono uno scenario sui tempi lunghi tale da illuminare anche il tempo presente. Si precisa che i vari riferimenti storici non hanno un valore sistematico, ma esclusivamente un significato funzionale al tipo di esplorazione che si intende condurre: non si vuole elaborare una storia dell’assistenza[9], della previdenza [10] e della sanità[11], bensì scegliere alcuni dati occorrenti per interpretarne alcune funzioni.

L’assistenza, che si andrà definendo come funzione pubblica tra il XIX e il XX secolo, nasce nel contesto dell’aumento e della concentrazione della popolazione nelle aree urbane ed in connessione allo sviluppo degli stati moderni. L’assistenza mira a prevenire o ad eliminare situazioni di bisogno connesse all’età, a stati di svantaggio fisico e psichico, a condizioni problematiche (come la povertà, gli aiuti in caso di calamità ambientali, le urgenze assistenziali) che non trovano protezione nei normali ambiti di vita.

I contenuti ed i significati del termine “assistenza” si sono evoluti storicamente con molta lentezza. Termini più antichi sono: carità, elemosina, beneficenza, opere di misericordia. In epoca più recente emergono altre denominazioni: opera pia, pia casa, ospizio, confraternita, congregazione di carità. E’ del secolo scorso il concetto di filantropia: lo statista piemontese Cavour definiva l’intervento pubblico come “carità legale”. All’inizio del XX secolo si parla di mutuo soccorso e di previdenza sociale. Il termine “assistenza” entra nel linguaggio legislativo italiano con la trasformazione delle Congregazioni di carità in Enti Comunali di Assistenza (ECA) e solo nel dopoguerra si fa strada quello di “assistenza sociale” ed ancora successivamente quello di “servizi sociali”. A monte di queste trasformazioni terminologiche stanno evidentemente realtà diverse, legate alle società in rapido cambiamento.

Nelle società precapitalistiche (o nelle unioni a basso livello tecnologico che tuttora persistono) non esiste una sfera autonoma che può specificamente essere definita “assistenza” o “beneficenza”: la cura di bambini ed anziani non è un compito autonomo di qualcuno, ma è un aspetto normale del vivere quotidiano di tutti che si compenetra con le altre attività. E’ il gruppo sociale di appartenenza a svolgere, in modi culturalmente determinati, le funzioni educative e quelle di aiuto interpersonale: i rapporti di ricerca degli antropologi culturali sono a questo proposito ricchi di informazioni.

In queste società fortemente integrate la sicurezza della sopravvivenza non é garantita da istituzioni specifiche, ma è ottenuta nel contesto della vita quotidiana del gruppo, attraverso una gestione diretta dei compiti connessi a questa funzione. Bambini e vecchi partecipano al ciclo produttivo e collaborano in base ad assunzioni ed aspettative di ruolo stabilite dall’età e dal sesso, in una forma elementare di divisione del lavoro.

Una chiave esplicativa piuttosto utile per analizzare la storicità delle funzioni assistenziali è quella di ricercare le basi materiali (sociali ed economiche) delle varie trasformazioni che si sono succedute nel corso del tempo.

1.2. Le istituzioni del medioevo

Con riferimento alle società europee, é nel basso Medioevo che si osservano i primi processi di differenziazione delle attività assistenziali. Tale periodo storico appare connotato dalle opere delle Chiese locali e dall’ospitalità data dai monasteri ai pellegrini, ai poveri, ai malati: i grandi sommovimenti sociali, le invasioni ed i cambiamenti dei rapporti produttivi creavano masse bisognose che trovavano nel sistema degli ordini religiosi forme di assistenza organizzata. Con il secolo X, dopo la disgregazione dell’impero carolingio, il feudalesimo ed il sistema signorile modellarono gran parte dell’Europa occidentale:

Il feudalesimo si può in certo modo definire come un assetto sociale basato su un contratto esplicito o implicito. La condizione del singolo dipendeva rigorosamente dalla sua posizione rispetto alla terra, e, reciprocamente il rapporto con la terra determinava i diritti e doveri politici del singolo [12]

L’aumento degli scambi commerciali ed il passaggio dall’autoconsumo ad una maggiore specializzazione produttiva, oltre ad essere alla base del moltiplicarsi delle città, intaccarono l’efficienza dei precedenti rapporti feudali e signorili. In una prima fase le nuove condizioni economiche accrebbero il “potere contrattuale” del signore nella stipulazione di nuovi patti con il servo: tutte le terre migliori erano state occupate ed i nuovi insediamenti dovevano rivolgersi a terre più povere, o sottoporre a sfruttamento più intensivo quelle già coltivate. L’aumento relativo della quantità di lavoro provocò il deterioramento del tenore di vita del lavoratore: il pane divenne più caro ed i salari reali caddero. Il secolo XIII vide contemporaneamente l’inesorabile deterioramento del livello di vita nelle campagne ed una fase di grande espansione del commercio e degli scambi. Ma, essendo l’incremento demografico superiore all’aumento della produttività, si verificò una grande carestia (1315-1317), accompagnata da una serie di epidemie di peste bubbonica e polmonare, a causa delle quali si ebbe una forte contrazione della popolazione:

Il risultato fu che il valore relativo dei prodotti e dei fattori si capovolse. La terra era diventata di nuovo relativamente abbondante e il lavoro più scarso e più caro [...]. La caduta della rendita colpì i signori nel momento stesso in cui la scarsità della manodopera rafforzava il potere contrattuale dei lavoratori. Sotto questa spinta il rapporto servo-signore, che era uno degli elementi costitutivi del sistema signorile, venne gradualmente travolto. La durata dei contratti crebbe e il servo cominciò ad acquisire diritti esclusivi sulla propria terra[13]

Dunque, l’uso della terra passò a vasti gruppi di contadini e questo influenzò direttamente ed indirettamente anche le forme assistenziali dell’epoca:

La chiesa si adoperò per rendere sempre più largo e continuativo il movimento di affrancazione dei servi. Proclamò che la libertà civile del cristiano era sacra ed inalienabile quanto la sua vita stessa e che dovevasi abolire il commercio dei servi come contrario alla dignità ed ai naturali diritti dell’uomo.[...] Non bisogna credere, però, che tale atto di liberalità fosse sempre espressione di uno spirito religioso o umanitario. [...] Anzitutto mediante l’affrancazione i signori erano esonerati dalle cure e dai fastidi della diretta amministrazione dei loro fondi e dal mantenimento da una più o meno numerosa popolazione servile. In secondo luogo, trasformando la maggior parte dei servi in coloni o mezzaiuoli, essi ritraevano dai loro poderi un reddito più sicuro e spesso anche più elevato[14]

Questi mutamenti economici provocarono la nascita di problemi sociali che ebbero ripercussioni sulle forme assistenziali dell’epoca: infatti tutti coloro che non avevano terra quale mezzo di produzione con cui vivere, formarono una vasta popolazione povera e fluttuante (vagabondi, mendicanti, ecc.) che si accalcava alle porte dei conventi e delle chiese:

Il fenomeno del vagabondaggio rispecchiava del resto l’estrema mobilità di una parte della società medievale, la ‘population flottante’: mercanti, sensali, venditori ambulanti e girovaghi (colporteurs),monaci questuanti, o vaganti in fuga dal convento, frati perdonatori e venditori di reliquie, chierici senza patria, poeti cortigiani e cantastorie, studenti itineranti chiedenti la carità muniti della lettera col sigillo universitario, corrieri e cursori, indovini e chiromanti, negromanti ed eretici, settari e predicatori d’ogni ordine e disordine, medicastri e guaritori [...] poi veniva la grande caterva dei pellegrini autentici e no, dei visionari, degli ‘uomini di Dio’, dei giudei erranti e maledetti (e naturalmente dei loro falsificatori) dei mendicanti veri e dei mendicanti falsi (la gueuserie), delle congregazioni di ciechi, degli storpi, degli attratti, dei lebbrosi, dei mercenari[15]

In molti paesi le prime misure contro la povertà furono assunte intorno al 1350:

Ma questa legislazione, che d’altronde rimane spesso inapplicata, non cancella affatto le antiche idee sui diritti sacri del povero quale rappresentante del Cristo sulla terra. Comincia semplicemente a delinearsi una distinzione che avrà molta fortuna nei secoli seguenti, tra poveri ‘buoni ‘ e poveri ‘cattivi’; e i poteri pubblici, almeno, ritengono di usare la massima severità con i secondi. Ma si esita, si va a tentoni. Evidentemente, alla fine del Medioevo non si è ancora deciso quale dei due opposti atteggiamenti adottare[16]

Attraverso questa succinta ricognizione è possibile concludere che la funzione svolta dall’assistenza in epoca medievale è quella di rispondere ai bisogni di coloro che, per motivi diversi, non hanno terra da cui ricavare mezzi di sostentamento:

Privo di terra, il povero non godeva più della protezione della comunità di villaggio, che fino a quel momento anche quando lo disprezzava non l’aveva mai abbandonato. Nella città il povero proveniente dalla campagna era solo un forestiero anonimo, che come mendicante vagabondo poteva diffondere malattie e, ancor peggio, come povero disoccupato poteva causare guai. Di conseguenza, molte città istituirono centri di accoglienza in cui i malati, gli invalidi, i poveri ed i viandanti di passaggio ricevevano assistenza materiale e morale[17]

Fu questa la base materiale per la costruzione di una rete di istituzioni, inizialmente di matrice ecclesiastica,    ma successivamente anche laica:

La carità divenne più marcatamente urbana e attraverso l’iniziativa ecclesiastica o con l’appoggio dei vescovi e dei re, portò ad un inizio di riorganizzazione in nuovi, più grandi ospedali, della rete medievale di piccoli ospizi, le cui rendite erano spesso state distolte dalla loro destinazione originaria. Non sorprende che le città italiane del Centro-nord, dato il loro precoce sviluppo e la loro prosperità, abbiano realizzato le più sofisticate infrastrutture di supporto sia pubbliche che private: i primi monti di pietà d’Europa, ospizi per trovatelli, confraternite specializzate nell’assistenza di gruppi particolari, come i poveri vergognosi, o nell’intervento in momenti speciali del ciclo di vita (doti nuziali, funerali) [18]

Ma ritorneremo ancora su questo tema nel capitolo sugli ospedali.

Con le prime fasi di sviluppo delle moderne società industriali si entra in una nuova fase:

Fu nella prima metà del sedicesimo secolo che i poveri apparvero per la prima volta in Inghilterra: essi si misero in evidenza come individui staccati dal feudo ‘o da qualunque superiore feudale’ e la loro graduale trasformazione in una classe di liberi lavoratori fu il risultato combinato della feroce persecuzione contro il vagabondaggio e della promozione dell’industria domestica che fu sostenuta da una continua espansione del commercio estero. [...] Inoltre mentre i poveri alla metà del sedicesimo secolo rappresentavano un pericolo per la società sulla quale calavano come eserciti ostili, alla fine del diciassettesimo secolo i poveri rappresentavano semplicemente un aggravio fiscale [19]

L’affermarsi del modo di produzione capitalistico e l’interconnessa rivoluzione industriale sono gli eventi che spiegano   l’origine dei fenomeni sociali, politici, e culturali della nostra epoca: anche le odierne istituzioni assistenziali e previdenziali dunque si inquadrano nel contesto di quei profondi mutamenti strutturali.

In termini descrittivi il capitalismo è un sistema economico-sociale fondato sui seguenti fattori: a) è una economia di scambio, nella quale le transazioni non avvengono in natura, ma attraverso la mediazione del denaro; b) sul mercato si scambiano sia le merci, sia le prestazioni lavorative fra una classe di proprietari che hanno bisogno di lavoro per far funzionare le loro imprese e una classe di lavoratori che hanno da vendere solo la loro forza lavoro; c) accumulazione e reinvestimento di capitale nell’ambito dell’impresa; separazione tra lavoro e proprietà privata dei mezzi di produzione e di quelli di distribuzione dei beni e servizi; d) profondo processo di separazione delle attività di scambio dal resto delle attività sociali[20]. Questi caratteri della nuova formazione economico-sociale hanno prodotto cambiamenti a tutti i livelli (agricoltura, artigianato, imprenditoria) ed in particolare sullo stato moderno e nelle politiche sociali.

Il punto chiave agli effetti di questa sintetica rappresentazione del primo enuclearsi delle funzioni assistenziali è il processo di separazione dei produttori (artigiani e servi della gleba) dai loro mezzi di produzione (terra e strumenti di lavoro). Questo fenomeno avvenne nel modo più tipico in Inghilterra, in seguito a radicali mutamenti dell’organizzazione agricola prodotti dal movimento delle enclosures, ossia delle “recinzioni su vasta scala di campi ed altre aree di proprietà demaniale, attuate di solito da ricchi fittavoli o proprietari senza il consenso degli abitanti meno abbienti, che spesso avevano come conseguenza lo spopolamento della contrada” [21]. In tal modo molti piccoli agricoltori vennero trasformati di fatto in mendicanti, che andavano a costituire i primi gruppi di forza lavoro del nascente capitalismo:

Questa massa di proletari vedeva due grandi rischi sulle proprie possibilità di esistenza: il rischio di non trovare compratori cui vendere la propria forza- lavoro, e il rischio di restare, per malattia o vecchiaia o invalidità, priva di forza-lavoro da vendere [22]

Questo tipo di sviluppo socio-economico andò di pari passo con le disuguaglianze sociali. In tale contesto l’emigrazione era un fatto assolutamente normale: sia i poveri delle città che quelli delle campagne lasciavano i propri luoghi d’origine, sperando di trovare altrove un lavoro o qualche forma di assistenza. Le città dell’Europa occidentale dovettero fare i conti con il diffondersi della povertà e si ridussero sempre più a luoghi di sosta provvisori nell’ambito dei vari spostamenti alla ricerca incerta dei mezzi più elementari di sussistenza. Questa moltitudine sempre più numerosa di poveri vaganti (simile al pauperismo medievale e soggetto anch’esso ad una certa mobilità) provocava nei contemporanei orrore e paura. Tali trasformazioni strutturali ebbero anche delle conseguenze sui modelli ideologici e valutativi dei problemi sociali. Il povero nel XVI secolo non venne più visto come il rappresentante di Cristo, ma piuttosto come un pericolo sociale, una fonte di contagio delle malattie ed un fautore di disordini popolari.

E’ da qui che nasce l’interconnessione fra il controllo della povertà e l’organizzazione amministrativa dell’assistenza. La nuova politica assistenziale, comune sia ai paesi protestanti che a quelli cattolici, trova una completa teorizzazione in un libro (uscito a Bruges nel 1526) del gesuita J.-L. Vivès : De Subventione pauperum. Nel libro si attaccano violentemente i ricchi (che preferiscono farsi costruire tombe troppo sontuose anziché fare l’elemosina) ed i poveri (che mendicano simulando le malattie, disturbano le funzioni nelle chiese, si perdono nei vizi). Nell’interesse di entrambi si impone una riforma:

Due assessori municipali con un segretario dovranno visitare tutti i poveri, sia nell’ospizio che a domicilio. Dovranno annotare i loro modi di vivere, i loro bisogni, il numero dei loro figli, i modi di vivere prima di cadere nella miseria, e le circostanze che li hanno condotto alla povertà. I mendicanti dovranno spiegare quali ragioni li portarono ad elemosinare. L’interrogatorio degli ammalati sarà fatto da un medico.

Quando sarà completata l’anagrafe dei poveri, gli assessori comunali incaricati dell’assistenza prenderanno ciascuno una decisione, presa a ragion veduta, senza tener conto di alcuna raccomandazione. I mendicanti sani riceveranno una specie di foglio di via con i mezzi per recarsi ai loro paesi di origine. Gli altri poveri dovranno lavorare o in laboratori o presso privati o al proprio domicilio o mettersi al servizio della città o degli ospedali. Se non conoscono nessun mestiere, dopo un esame attitudinale, se ne insegnerà loro uno.

Per quelli sprovvisti di intelligenza, si troverà un lavoro non qualificato. Quando il bisogno del povero supera il guadagno ottenuto attraverso il lavoro, il di più sarà devoluto all’assistenza.

Né i ciechi, né i vecchi devono rimanere oziosi. I mentecatti dovranno essere trattati con dolcezza e i contagiosi dovranno essere isolati. Bisognerà avere un capitale per pagare i debiti dei prigionieri. Ci sarà un’assistenza per le donne decadute. Ci saranno piani di soccorso per le vittime degli incendi, delle inondazioni, dei naufragi. In tutti i casi l’assistenza deve essere sufficiente e deve sempre condurre al lavoro. ” [23]

Il libro di Vivès espone quello che oggi chiameremmo un programma di politica sociale: centralizzazione dei fondi per l’assistenza, riforma morale, necessità del lavoro (anche coatto), proibizione dell’accattonaggio, ecc.

Queste idee, unite al manifestarsi di carestie ed epidemie rovinose, diedero vita, dal decennio 1520-1530 in poi, ad ordinanze delle autorità centrali con svariate norme che configuravano radicali riforme della politica sociale. In quasi tutte le città predominava il principio della rigida proibizione dell’accattonaggio, per scoraggiare le migrazioni dei poveri ed obbligare quelli in buona salute (indipendentemente dall’età e dal sesso) ad accettare lavori sottopagati. I fondi esistenti vennero centralizzati in vari tipi di casse: common box, gemene beurs, Aumone générale, gemeinen Kasten, ecc. In Francia vennero introdotte delle tasse obbligatorie per i poveri, che inizialmente incontrarono resistenze, ma che poi vennero accettate:

La prima riforma importante del sistema di assistenza nei decenni dal 1520 al 1550 fu caratterizzata da una natura fortemente comunale e da una notevole identità di fini e di metodi. Le autorità civiche subentrarono alla Chiesa nella responsabilità dell’assistenza e tentarono di centralizzare e razionalizzare le risorse dirigendole verso gruppi specifici (specie i minori), ordinando nel contempo l’espulsione dei forestieri, la proibizione dell’accattonaggio, la restrizione della tradizionale accoglienza ai pellegrini e la segregazione in case di correzione degli individui validi [24]

1.3. Il caso storico dell’Inghilterra: la “Poor Law”

E’ in Inghilterra che si trovano riunite tutte le condizioni che favorirono una completa riorganizzazione dell’assistenza: aumento della popolazione e dei prezzi, sviluppo del movimento delle recinzioni, espansione di un’industria tessile rurale che aumentava il numero dei poveri, ecc. Da un importante dibattito parlamentare (1597-98) emerse uno statuto che costituì la sintesi di tutte le precedenti disposizioni in materia di assistenza: questo testo, leggermente modificato nel 1601, e meglio conosciuto come la Poor Law (Legge dei Poveri elisabettiana), divenne permanente nel 1640 e rimase in vigore fino al 1834:

Il sistema, applicabile all’Inghilterra e al Galles, si basava sulla figura degli Overseers of the Poor, controllati a loro volta dai giudici di pace. Una tassa settimanale obbligatoria viene imposta in ogni parrocchia, o, se questa è troppo povera, nel quadro del distretto. Il rifiuto di pagare la tassa comporta il pignoramento e la vendita dei beni, e perfino l’imprigionamento dei recalcitranti. E’ proibito qualsiasi genere di mendicità. La tassa deve servire a tre scopi. I poveri invalidi e i vecchi vengono soccorsi. I bambini poveri vengono inviati ad apprendere un mestiere, fino all’età di 24 anni per i maschi, sino a 21 per le femmine. I poveri validi vengono mandati a lavorare e, a questo scopo, uno dei compiti degli Overseers of the Poor è quello di costituire stocks di materie prime: canapa, lana, filo, ferro [...]. Organizzazione amministrativa della carità, assistenza per mezzo del lavoro, due concetti guida del XVI° secolo, culminano così nella Legge dei Poveri di Elisabetta che poneva in essere un sistema destinato a diventare famoso [25]

Questi tipi di legislazione si inscrivono nella dottrina filosofico-giuridica del giusnaturalismo, che sostiene l’esistenza di norme di diritto naturali, e quindi razionali, che sostituiscono quelle “divine”: inizia l’idea di laicizzazione dello Stato, si dà fondamento umano al potere di chi governa, l’attività del legislatore è vincolata ad alcuni principi universali al di fuori dei quali non esiste legge, ma solo l’arbitrio. E’ bene chiarire che questo iniziale intervento dello Stato “non corrisponde a criteri filantropici e tanto meno sociali, bensì a ragioni di prestigio e di polizia”[26]: esso è funzionale alla necessità di difendere l’ordine pubblico e di garantire la sicurezza delle classi sociali emergenti dal pericolo rappresentato dal pauperismo ed in particolare da quello urbano.

Nell’analisi fin qui condotta, si è cercato di far emergere le strette relazioni fra sviluppo economico, mercato del lavoro ed assistenza:

La formazione del proletariato precedeva la formazione di quel capitale che avrebbe potuto impiegare la forza-lavoro resa disponibile. Ma gli uomini, che di quelle cose erano protagonisti e promotori, erano totalmente incapaci di comprendere quel che avevano scatenato. Reagirono perciò le classi dirigenti, con provvedimenti che da un lato tendevano a reprimere le conseguenze dei fenomeni economici (comminando pene severissime per il ‘reato’ di povertà) e dall’altro lato tendevano ad utilizzare le forze rese disponibili [27]

Questa funzione di controllo sociale, che originariamente assume l’assistenza, è stata oggetto di vari studi storici e sociologici molto unilaterali e riduttivi[28] che hanno amplificato fortemente tale dimensione, talvolta con il risultato di perdere di vista l’articolazione complessiva dell’insieme dei fattori in gioco (economici, giuridico-istituzionali, culturali, ideologici, ecc.).

La legge sui poveri si presta a mostrare come il rapporto fra la dimensione economica e quella istituzionale va sempre visto nella sua globalità. E’ infatti stato osservato che la Poor Law nel corso del tempo risponde ad interessi diversi[29]. Agli inizi serve i proprietari fondiari, poiché ha il significato di tenere in vita la forza-lavoro, trasferendo sulle tasse dei poveri il relativo costo di mantenimento. In seguito, con l’accentuarsi della polarizzazione proletariato-capitale e la formazione di una economia mista di tipo agricolo-manifatturiero,    la stessa legge è funzionale agli interessi della classe lavoratrice, poiché ne aumenta la forza contrattuale sul piano economico, in quanto i suoi mezzi di sussistenza non dipendono solo dalla vendita della forza-lavoro, ma da altre fonti di reddito (il lavoro agricolo, i sussidi, ecc.). In queste condizioni   non sono sufficienti i mezzi economici per trasformare totalmente la forza-lavoro in una merce e a comprimerne il prezzo di mercato, ma occorre ricorrere ad altri mezzi, come il prolungamento per legge della giornata lavorativa:

L’assenza di una legislazione protettiva del lavoro (mancanza di tutela del lavoro infantile, mancanza di limiti massimi fissati alla giornata lavorativa) e la presenza, al contrario di una legislazione oppressiva sul lavoro (legge sul massimo salariale e sulla durata minima della giornata lavorativa) cioè nel complesso la mancata tutela dell’esistenza fisica della classe lavoratrice, è, entro certi limiti, espressione del permanere di vasti strati artigianali, e quindi di una larga zona di classe lavoratrice indipendente; cioè l’intensità della pressione politica, legislativa, amministrativa, nei confronti della classe lavoratrice è in un certo senso la misura dell’incapacità, da parte del capitale ad esercitare una sufficiente pressione economica [30]

1.4. Riorganizzazioni amministrative dell’assistenza

Negli anni successivi al 1790, a causa di una serie di cattivi raccolti e del rialzo dei prezzi connesso alla guerra contro la Francia, si manifestò una crisi economica ed il precedente sistema di distribuzione dei sussidi, destinati ad integrare i salari insufficienti, si rivelò inefficace, in rapporto al suo localismo, ed inadeguato. Ecco allora la legislazione assistenziale ritornare a vantaggio dei padroni, attraverso la Speenhamland Law:

I magistrati del Berkshire riuniti al Pelikan Inn a Speenhamland presso Newbury, il 6 maggio 1795, in un periodo di grave difficoltà, decisero che i sussidi da aggiungere ai salari, avrebbero dovuto essere attribuiti secondo una scala dipendente dal prezzo del pane, in modo da assicurare un reddito minimo ai poveri indipendente dai loro guadagni. [...] Con la legge elisabettiana i poveri erano costretti a lavorare per qualunque salario essi potessero ottenere e soltanto coloro che non potevano ottenere lavoro avevano diritto al sussidio; un sussidio comeintegrazione del salario non fu né pensato né dato. Con la Speenhamland law un individuo veniva aiutato anche se aveva un lavoro fintanto che il suo salario ammontava a meno del reddito familiare che gli era assegnato dalla scala. [...] Nel giro di pochi anni la produttività del lavoro cominciò a sprofondare al livello del lavoro per gli indigenti fornendo ai datori di lavoro un’altra ragione per non aumentare i salari al di sopra della scala [31]

In questo modo la legislazione assistenziale va a vantaggio dei proprietari dei mezzi di produzione, i quali possono pagare salari inferiori al minimo necessario per mantenere in vita i lavoratori, in quanto una parte del salario viene integrata con i sussidi, che sono a carico delle tasse sui poveri:

Ecco come lo stesso strumento, quella forma embrionale di vera e propria “assistenza sociale”, ha servito successivamente tre classi diverse: in primo luogo la classe dei proprietari fondiari, poi la classe lavoratrice, in ultimo la classe capitalista. L”assistenza sociale’ non serve sempre la medesima classe: e non sempre nella medesima misura: serve alla classe che sa usarla, o meglio, aumenta la forza della classe che ha la forza di usarla [32]

In questo quadro storico-sociale, resta ora da conoscere ed interpretare il ruolo giocato dalle cosiddette Workhouses (case di lavoro), di cui si parlerà ancora quando verrà trattato il tema delle origini degli ospedali. La politica assistenziale del XVII secolo é stata vista anche nei termini di un “grande internamento” [33], poiché strutture che svolgevano questa funzione sorsero in tutta Europa con denominazioni diverse: tuchthuizen (in Olanda), hopitaux généraux (in Francia), zuchthausern (in Germania):

Queste istituzioni, in gran parte case di correzione, in parte sedi di attività artigiane centralizzate, erano sorte con lo scopo di isolare tutti  quei gruppi sociali che si supponeva fossero più inclini all’ozio ed al disordine, e specialmente accattoni e vagabondi, per disciplinarli per mezzo di un severo regime a base di lavoro ed istruzione morale, in modo da trasformarli in manodopera disciplinata ed utile. Certo non tutti i disoccupati potevano essere messi al sicuro in queste istituzioni. Come ‘case del terrore’, comunque, esse offrivano la possibilità di un risparmio indiretto nell’assistenza e nuovi stimoli al mercato del lavoro [34]

L’internamento non é in linea di principio, obbligatorio.”Ma il povero che rifiuta di entrare in una workhouse viene privato dei soccorsi parrocchiali distribuiti dagli Overseers of the Poor; e la mendicità è, naturalmente, proibita!” [35]

Da quanto detto, appare abbastanza chiaro che nel passato la legislazione assistenziale si è trovata al centro di interessi contrastanti. Da una parte doveva contribuire a mantenere in vita, a spese di tutte le classi da cui venivano prelevate le tasse, la forza-lavoro che si rendeva necessaria per l’industria in formazione. D’altra parte il livello minimo vitale concesso nelle workhouses non doveva essere più allettante di un basso salario unito ad una lunga giornata lavorativa: i poveri dovevano essere così atterriti dalla prospettiva di finire in questi luoghi, da accettare di essere avviati al lavoro con un salario più basso possibile. Va ricordato che queste politiche sociali incontrarono opposizioni fra i contemporanei. Dal punto di vista degli interessi dei proprietari fondiari e del movimento religioso puritano   si può ricordare lo scrittore inglese Daniel Defoe, che riteneva le workhouses dannose per l’occupazione:

Supponiamo ora che una workhouse per l’impiego dei bambini poveri li metta a filare lana pettinata. Per ogni matassa di lana che questi poveri bambini filano, ci dovrà essere necessariamente una matassa di lana in meno filata da qualche altra parte e cioè da qualche povera famiglia o persona che la filava prima [36]

Le sue critiche non ebbero alcun effetto pratico, in quanto il doppio sistema dei sussidi e delle workhouses era ancora funzionale alla formazione del mercato del lavoro. Quando la sola concorrenza tra i venditori della forza-lavoro fu sufficiente a garantirne un progressivo abbassamento del prezzo la legislazione assistenziale, che aveva retto sino ad allora, divenne un ostacolo ed infatti negli anni 1832-1834 venne riformata:

Sotto Speenhamland la società si trovava nel contrasto di due opposte tendenze, l’una che emanava dal paternalismo e proteggeva il lavoro dai pericoli del sistema di mercato, l’altra che organizzava gli elementi della produzione, inclusa la terra, in un sistema di mercato, privando la gente comune del suo status precedente e obbligandola a guadagnarsi la vita offrendo in vendita il proprio lavoro, privando nello stesso tempo quest’ultimo del suo valore di mercato.Si andava creando una nuova classe di datori di lavoro, ma non poteva formarsi una nuova classe di lavoratori. [...] Con il 1834 si formò la convinzione generale, e tra molte persone ragionevoli, una convinzione appassionatamente sostenuta, che tutto era preferibile alla continuazione dei metodi di Speenhamland. O si sarebbero dovute demolire le macchine come avevano tentato di fare i luddisti, o si doveva creare un regolare mercato del lavoro [37]

In conclusione, la politica assistenziale si è intrecciata continuamente al problema del mercato del lavoro: inizialmente per crearlo, successivamente per agire sull’andamento dei salari.

Nel momento storico in cui la sola azione del mercato è sufficiente a stabilire le relazioni fra le classi, ed in particolare quella fra i proprietari dei mezzi di produzione e il proletariato, si entra in una nuova fase dell’evoluzione dei sistemi di sicurezza sociale, consistente nella creazione della “previdenza sociale”, che si affianca alla “assistenza”.

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WOOLF S.J. (1988), Porca miseria poveri e assistenza nell’età moderna, Laterza, Bari


[1] Webster’s Third New International Dictionary(1993), Konemann, Cologne

[2] Cfr,. GALLINO L. (1978),  Dizionario di sociologia, Utet, Torino, p. 438

[3] Cfr. HILL M. (1999), Le politiche sociali: un’analisi comparata, Il Mulino, Bologna, p. 38

[4] Cfr. Buti ., Franco ., Pench L.R. (1999), p. 80

[5] Wilensky H.L., Luebbert G.M., Reed Hahn S., Jamieson A. M. (1989). Per una rassegna delle definizioni di Politica sociale si vedano i seguenti testi: Donati P.P (1993), Girotti F. (1998), Tognetti Bordogna (1998)

[6] Si veda anche MOZZANICA C.M. (1998),

[7] La sintetica definizione fa riferimento alla scuola di sociologia urbana francese ed in particolare a Paul Henry Chombart De Lauwe. Una trattazione  è contenuta in GASPARINI A., La casa ideale, Marsilio, Padova 1975 p. 31-52

[8] Elaborato sulla base di: HOLLAND W. W., GILDERDALE S. (1973), New concepts of management in the NHS 1973

[9] In proposito si veda: Ritter (1996);  Mollat M. (1983); Cherubini A. (1958);

[10] Cherubini A., Storia della previdenza sociale (1977)

[11] Cfr Cap. 3

[12] In North D.C. e Thomas R.P. (1976), p.15.

[13] Cfr. Ivi, p.20.

[14] In Lo Monaco – Aprile A.,  La solidarieta’ umana nella sua evoluzione storica, a cura dell’Associazione Nazionale Enti di Assistenza, Edizione “Il Supplemento di Solidarietà Umana”, Milano 1950, pagg. 69 – 70

[15] L’articolata e colorita descrizione di queste figure sociali (ma l’elenco citato é solo una parte): é in : Camporesi P. (a cura di.) (1973), pp.  XXII-XXVII.

[16] Cfr. Gutton J.P.(1977) p.78-79.

[17] Cfr. S.J. Woolf (1988), p. 23

[18] Cfr. S.J. Woolf (1988), p, 23

[19] Cfr. K. Polanyi (1974), pp. 132-3

[20] Per una analisi approfondita si veda: Bagnasco A., Barbagli M., Cavalli A. (1997), pp. 43-72

[21] Cfr. Lis, Soly, op.cit, p. 91. Per altre informazioni sul tema: : Gutton, op. cit., pp. 31 e 91.

[22] Cfr. L. Conti (1958), p. 6

[23] Cfr G. Cattaui De Menasce (1963), p. 82-3

[24] Cfr. Woolf, op. cit., p. 26

[25] Cfr. Gutton. op. cit., p. 93

[26] Cfr. A. Cherubini, op. cit., p. 63

[27] Cfr. L. Conti, op. cit. p.7

[28] Un saggio che radicalizza in modo estremistico questo punto di vista   é: F.F. Piven, R.A. Cloward , Assistenza e ordine sociale, in M. Ciacci, V. Gualandi (a cura di ) (1977),  in La costruzione sociale della devianza,,  Il Mulino, Bologna 1977, p.308-330

[29] Cfr. L. Conti, op. cit., p. 7

[30] Cfr. L. Conti, op.cit., p. 13

[31] Cfr. K. Polanyi (1974), pp. 100-2

[32] Cfr. L. Conti, op. cit., p. 14

[33] Sul tema un  fondamentale libro di riferimento è: M. Foucault (1976), Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano

[34] Cfr. Lis, Soly, op.cit, p. 163

[35] In J. P.Gutton, op.cit., p.103. Si veda anche: CHERUBINI A.,op.cit.,p.14 e Cattaui De Menasce, La solidarieta’ umana, op.cit., p.93

[36] Cfr. D. De Foe (1982) , Fare l’elemosina non è carità, dare lavoro ai poveri è un danno alla nazione, Feltrinelli,  Milano, p, 77

[37] Cfr. K. Polanyi, op.cit. pp. 103-4

Ugo Albano, IL SALTO NEL VUOTO Ovvero: dal gioco d’azzardo al gioco con se stessi


Non più l’eroina, né la cocaina, c’è un’altra sostanza che, secondo alcuni studi, si starebbe affermando nel nostro Paese e nel mondo intero: il gioco d’azzardo. E’ una dipendenza più subdola della classica “roba”, proprio perché pensata in una pratica popolare, quale è il gioco. E’ d’altra parte una dipendenza in cui è facile cadere, in quanto la “sostanza” in questione non è né vietata, né farmacologicamente rilevante. E’ una “dipendenza senza sostanza”, eppur capace di stravolgere la vita di chi ne è interessato. Tale dipendenza inizia ora ad afferire anche ai servizi specialistici,.

Sul piano specifico della dipendenza patologica alcuni ser.t. si stanno attrezzando, esistono già in giro per l’Italia diverse realtà di auto mutuo aiuto, stanno già nascendo“comunità terapeutiche” per questo tipo di popolazione. Ecco che allora la natura di questi servizi cambia: il loro oggetto di lavoro non è più la tossicodipendenza (vale a dire la dipendenza da sostanze tossiche), ma la dipendenza in sé (in quanto comportamento). Si passa cioè dalla sostanza (spesso vietata) all’uso-comportamento (permesso, anzi di regola incoraggiato e pure pubblicizzato dallo Stato)

segue qui:

Qualificare Newsletter N. 26 – Ottobre 2010


Newsletter Qualificare N. 26 – Ottobre 2010 - www.qualificare.info
Se ha problemi a visualizzare il messaggio, può accedere alla versione online.

INTERVENTI

Il tutoring domiciliare cresce
di Giselda Rusmini, Istituto per la Ricerca Sociale, Milano

Tutoring 1: work in progress nella provincia di Bologna
di Alice Ghibellini e Beatrice Credi, Progetto Assistenti Familiari IAL Emilia-Romagna

Tutoring 2: l’esperienza del Comune di Modena
di Egide Bollani, Ufficio progetti per la domiciliarità
Susanna Beltrami e Silvia Bellettini, tutor progetto Serdom

Buoni servizio e lavoro somministrato a Torino
A colloquio con Marina Merana, Comune di Torino

Lavoro di cura e automutuo aiuto
di Sergio Pasquinelli, Istituto per la Ricerca Sociale, Milano

Qualificare.info sarà al Forum sulla non autosufficienza

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Medicina, sanità
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PRIMA DEI 18 ANNI
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Politiche e servizi sociali, FrancoAngeli – Informatemi 6/10 –


Politiche e servizi sociali
In particolare evidenza
William Beveridge
ALLE ORIGINI DEL WELFARE STATE
Il Rapporto su Assicurazioni sociali e servizi assistenziali
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Censis
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Risultati di un’inchiesta e testimonianze
pp. 160, Euro 19,00; E-book Euro 15,00, Cod. 140.96, Collana: Censis – Centro Studi Investimenti Sociali – Materiali di ricerca
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Un’esperienza locale: l’Agenzia per l’integrazione
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IL VALORE DELLA QUALITÀ NEI SERVIZI PER GLI ANZIANI
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Rupert Brown, Dora Capozza, Orazio Licciardello (a cura di) IMMIGRAZIONE, ACCULTURAZIONE, MODALITÀ DI CONTATTO
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Laura Villa IL LAVORO PEDAGOGICO NEI SERVIZI EDUCATIVI Tra promozione, controllo e protezione

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Luciana Quaia, Giornata dell’Alzheimer, mano tesa a chi aiuta, da Blog di Stannah | Muoversi Insieme


Nei momenti più difficili non si dovrebbe restare da soli. Purtroppo, però, ai familiari degli anziani colpiti da Alzheimer o da altre forme di demenza senile capita non di rado di sperimentare la solitudine. Per questo motivo, la XVII Giornata mondiale dell’Alzheimer che torna come ogni anno il 21 settembre, domani per voi che leggete, è stata dedicata proprio ai bisogni di chi cura. Del delicato tema parla Luciana Quaia, nell’articolo che pubblichiamo oggi nell’area Magazine, settore Psicologia. La nostra esperta si sofferma suigruppi di auto-mutuo aiuto, giudicandoli come il principale sostegno alle famiglie alle prese con la difficile riorganizzazione della vita quotidiana imposta dalle nuove esigenze del malato.
Prendere coscienza di aver bisogno di una mano non è sempre così scontato: ce l’aveva detto anche Luigi Bergamaschini, il geriatra milanese che si occupa dei familiari degli anziani con diagnosi di decadimento cognitivo. I gruppi di auto-mutuo aiuto possono essere un valido supporto perché al loro interno le relazioni tra i membri sono alla pari. In Italia c’è voluto più tempo che in altri Paesi per la loro affermazione, ma adesso gli esempi positivi sono numerosi.
Voi che cosa ne pensate? Vi piacerebbe raccontare le vostre esperienze ad altre persone che vivono situazioni simili o vi sentite a disagio nei gruppi? Leggete l’articolo e diteci la vostra: magari potreste sperimentare innanzitutto qui la vostra capacità dimettervi in dialogo con gli altri. Vi aspettiamo.

Malattia di Alzheimer, dare aiuto a chi aiuta – Blog di Stannah | Muoversi Insieme.

Alzheimer: dall’ospedale agli altri servizi sociali e sociosanitari


Esimio Dott.Paolo Ferrario

Sono (…), e le scrivo da (..) , purtroppo ad oggi ho un problema con la mamma di 77 anni, e mi permetto disturbarla per il fatto che ad oggi la via crucis dei famigliari non sanno più a quali Santi rivolgersi, i meandri della burocrazia sono mostruosi, e le informazioni avute si scoprono non veritiere, passandosi la palla delle responsabilità.

In breve: da Giugno di quest’anno dopo ricovero Ospedaliero al (…). ove per altro la Mamma risiede, viene dimessa dal Rep.Medicina, con incontro del Primario della medesima, dicendo che la Persona (Madre) è un soggetto a cui necessita la vigilanza 24ore gg, indicandoci di seguire le indicazioni dell’uff.Assistenza Sociale dell’ (…), e qui comincia tutto iter, ma ritengo siano cose che Lei già conosce, tutto deve essere sempre sulle spalle dei Famigliari, come è successo per mio Padre , che si ammalò a 50 anni e proseguì per 18 con l’Altzahimer, e,tutto sulle nostre spalle. Non mi dilungo , ora alla nostra Madre necessita una Visita Geriatrica per UVA da inoltrare per la richiesta di Invalidità, nella speranza di un aiuto, quale non so? abbiamo preso l’appuntamento per la Visita, sempre all’ (…)  e dopo informazioni di rimpallo, ci è stato dato per l’Aprile del 2011, comè possibile?

Dimenticavo, dal 28 Giugno c.a. la congiunta frequenta un Diurno alla (…). con un pagamento di €. 1150,00 circa, tutto a nostro carico, la mamma percepisce una pensione di €. 670,00 circa, compresa la reversibilità.

Lei che ben conosce la materia, quali indicazioni può darci, per non venir sempre massacrati e rimpallati da un ufficio ad un altro?

Distintamente

RISPONDO

gentile (..)

mi scuso per il grande ritardo con cui le rispondo.

magari essere un docente di politica sociale aiutasse a cavarsela con il mondo dei servizi alla persona!

quando un bisogno ci assale paolo ferrario e luciana quaia sono come tutti gli altri

posso solo suggerirle di:

- prendere contatto con le associazioni alzheimer dei milano

- vedere se in qualche quartiere vicino esiste un gruppo di mutuo aiuto

- cercare una assistente familiare (le chiamano badanti, ma il termine giusto è l’altro) che dovrà pagare privatamemente fino a quando la visita di invalidità dia esito ad un assegno economico con cui potrete almeno un po’ ammortizzare il costo

purtroppo le risorse sono queste

oggi il sistema ospedaliero tende a scaricare altrove la parte assistenziale.

è uno dei risultati del tanto decantato “modello lombardo” che suddivide le competenze in un modo così raffinato che le famiglie devono arrabbattarsi a cercare in totale isolamento le risorse

ho molta fiducia nella professionalità dei servizi sociali. ma anche queste strutture fanno quello che possono

è un  problema di risorse e loro organizzazione

ma è anche un problema di cittadinanza

come lei sa oggi la politica fa competizione facendo a gara su chi abbasserà di più le tasse

ma i servizi alla persona, per esser diritti, devono essere pagati fiscalmente

e così, quando i cittadini e le famiglie si trovano in casa il problema hanno servizi di bassa quantità e qualità

così è del tutto evidente che la riduzione delle tasse si riverserà in un fortissimo ed ulteriore decadimento dei servizi

mi rendo conto che le mie informazioni sono ben misere di fronte ai vostri carichi assistenziali

ma è la sola informazione che , oggettivamente, posso elaborare

saluti cordiali e solidali

paolo ferrario

LAVORO DI CURA E AUTOMUTUO AIUTO. Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti, a cura di Patrizia Taccani e Maria Giorgetti, saggi di Fernanda Landini, Ilaria Maccalli, Daniela Rocchetti, Gianmario Rozzi, FrancoAngeli, 2010, p. 212. Recensione Audiovideo di Paolo Ferrario


Audiovideo di Paolo Ferrario

Presentazione del libro:

LAVORO DI CURA E AUTOMUTUO AIUTO. Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti, a cura di Patrizia Taccani e Maria Giorgetti, saggi di Fernanda Landini, Ilaria Maccalli, Daniela Rocchetti, Gianmario Rozzi, FrancoAngeli, 2010, p. 212

L’incontro di cui si parla è avvenuto presso la sede della Caritas Ambrosiana di Milano il 20 aprile 2010

L’automutuo aiuto attraverso il gruppo è una pratica del lavoro sociale che ha trovato ampio sviluppo prima nel Nord America, successivamente in Europa e più recentemente nel nostro paese. Rivolto a persone che si trovano ad affrontare problemi di ordine molto diverso, solo negli ultimi anni ha raggiunto i familiari che svolgono lavoro di cura nei confronti di un membro anziano non autosufficiente.
Obiettivi di questo libro sono da un lato porre in luce la complessità del lavoro di cura rivolto ai propri anziani collegandolo ai nodi problematici che i caregiver devono affrontare, dall’altro evidenziare la tipicità del sostegno che questi familiari trovano nel gruppo di automutuo aiuto.
Il testo, avvalendosi di testimonianze fedelmente trascritte, si caratterizza per l’integrazione tra gli aspetti teorici e quelli esperienziali legati all’operatività degli autori.
Rivolto principalmente agli operatori psico-sociali, sanitari, educativi che a vario titolo si occupano degli anziani e delle loro famiglie e ai responsabili dei servizi, questo libro è utile anche alle associazioni di familiari che intendono attivare la risorsa dei gruppi di automutuo aiuto, al volontariato quotidianamente a contatto con le problematiche delle famiglie curanti, all’arcipelago del self help come stimolo alla diffusione di tale approccio nell’ambito del caregiving.
I contenuti del testo, inoltre, possono essere utilmente fruiti da docenti e studenti all’interno dei percorsi formativi di base e di aggiornamento delle professioni che, in vari ambiti, sviluppano relazioni di aiuto.

Indice del volume:

Presentazione
Parte I.
Anziani non autosufficienti e cure familiari

  • Patrizia Taccani, Scenari e attori
  • Ilaria MaccalliSe una malattia ruba la mente: L’impatto familiare della malattia di Azheimer
  • Daniela Rocchetti, La famiglia e il lutto

Gruppo, gruppi

  • Fernanda Landini, Gianmario RozziIl gruppo
  • Maria GiorgettiI gruppi di automutuo aiuto

 

Parte II.
Il gruppo di automutuo aiuto e i caregiver: riflessioni dell’esperienza

Alcuni nodi nel percorso dei gruppi: specificità e intrecci

  • Maria Giorgetti, Fernanda Landini, Narrare la cura
  • Ilaria Maccalli, Ruoli familiari allo specchio
  • Patrizia Taccani, Quotidianità dei valori
  • Ilaria Maccalli, Patrizia TaccaniAutomutuo aiuto in AIMA: uno sguardo dall’interno
  • Maria Giorgetti, Fernanda Landini, Gianmario RozziI gruppi di autoaiuto di Magenta e dintorni: lavorare sul territorio
  • Maria Giorgetti, Fernanda Landini, Ilaria Maccalli, Gianmario Rozzi, Patrizia TaccaniI segnali del processo di automutuo aiuto

Conclusione

Glossario

Riferimenti bibliografici

Testi letterari

Siti web visitati.

Gli autori:

Patrizia Taccani, psicologa e formatrice. È stata docente presso la Scuola regionale per Operatori Sociali del Comune di Milano. Svolge attività di formazione e consulenza per enti pubblici e privati. Ricopre il ruolo di facilitatore in gruppi di automutuo aiuto rivolti a caregiver di anziani non auto-sufficienti e a persone implicate nei vari passaggi della cosiddetta “terza età”. È autrice di numerosi testi e saggi sul tema dell’invecchiamento e del­la cura.

Gianmario Rozzi, psicologo, specializzazione in Consulenza e Terapia ad orientamento sistemico-relazionale conseguita presso il Centro Milanese di Terapia della Famiglia. Vive a Milano, lavora presso un Consultorio fami­liare dell’ASL, Provincia di Milano 1 dove, per diversi anni, oltre a svolge­re attività clinica con famiglie caregiver di anziani non autosufficienti, è stato facilitatore di gruppi di automutuo aiuto.

Daniela Rocchetti, psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico. Si occupa di formazione e supervisione di educatori e insegnanti su tematiche attinen­ti la relazione interpersonale, l’integrazione di persone con handicap, la mediazione transculturale. Nel campo sociosanitario conduce gruppi di formazione su tematiche attinenti l’assistenza domiciliare, è inserita nell’equipe dell’assistenza domiciliare ospedaliera dell’ A.O. San Carlo e A.O. San Paolo di Milano. Ha condotto gruppi di automutuo auto per pa­renti di anziani non autosufficienti. Docente ai corsi di formazione della Lega Tumori, consulente della Fondazione Floriani di Milano.

Ilaria Maccalli, psicologa e psicoterapeuta a indirizzo analitico transazio­nale. Ha collaborato con l’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer (A.I.M.A.) Sede Nazionale come responsabile della “Linea Verde Alzhei­mer”. Oggi è responsabile del servizio di psicologia di A.I.M.A. Milano Onlus, dove svolge attività di formazione, counseling psicologico, condu­zione di gruppi di automutuoaiuto e attua progettazione di servizi per il sostegno del malato e del caregiver (ad es. “Alzheimer Cafè”). E’ formatore di e supervisore di équipes multiprofessionali presso servizi domiciliari e resi­denziali per anziani fragili.

Fernanda Landini, psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanaliti­co. Ha sempre lavorato in servizi pubblici sia per bambini che adulti. Ha acquisito una vasta esperienza nella conduzione di gruppi terapeutici, di di­scussione e di formazione. Attualmente lavora presso un Consultorio fami­liare dell’ASL, Provincia di Milano 1. E consulente per l’associazione GnG.

Maria Giorgetti, assistente sociale specialista. Ha lavorato in ambito mino­rile, psichiatrico e formativo; è stata responsabile di un’unità organizzativa anziani della ASL, provincia di Milano 1. Socia fondatrice dell’associazione GnG che svolge attività di promozione della cultura del mutuo aiuto, da dieci anni attiva gruppi AMA per caregiver nei quali ricopre il ruolo di facilitatore.

Anziani, un aiuto a chi aiuta. Come sostenere i caregiver Martedì 20 aprile 2010 ore 17.30 – 19.30, presentazione del libro Lavoro di cura e automutuo aiuto. Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti, FrancoAngeli editore , 2010 a cura di Patrizia Taccani , Maria Giorgetti, Caritas Ambrosiana – Aiutare chi aiuta: caregiver


Anziani, un aiuto a chi aiuta.
Come sostenere i caregiver

Martedì 20 aprile 2010
ore 17.30 – 19.30

I gruppi di automutuo aiuto: una risorsa della comunità
Luciano Gualzetti

“L’acqua è insegnata dalla sete”: l’automutuo aiuto a sostegno del lavoro di cura
Maria Giorgetti

Uno sguardo su noi facilitatori: congedo, domande, impegni
Patrizia Taccani

Servizi alla persona tra reti formali e reti informali
Paolo Ferrario

Dibattito

L’incontro si terrà presso la sede di Caritas Ambrosiana in via San Bernardino, 4 a Milano

Info:
Segreteria Anziani
tel. 02/76037.258/338
anziani.ambrosiana@caritas.it

Lavoro di cura e automutuo aiuto. Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti, FrancoAngeli editore , 2010
Autori e curatori: Patrizia Taccani Maria Giorgetti
Contributi: Fernanda Landini, Ilaria Maccalli, Daniela Rocchetti, Gianmario Rozzi
Collana: Politiche e servizi sociali – Professioni sociali
Argomenti: Testi per medici, infermieri, operatori sanitariPolitiche e servizi sociali
Livello: Testi per insegnanti, operatori sociali e sanitari
Dati: pp. 224,     1a edizione  2010  (Cod.1130.1.7)

Caritas Ambrosiana – Aiutare chi aiuta: caregiver

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Anziani, un aiuto a chi aiuta. Come sostenere i caregiver Martedì 20 aprile 2010 ore 17.30 – 19.30 via San Bernardino, 4 a Milano, Caritas Ambrosiana – Aiutare chi aiuta: caregiver


Anziani, un aiuto a chi aiuta.
Come sostenere i caregiver

Martedì 20 aprile 2010
ore 17.30 – 19.30

I gruppi di automutuo aiuto: una risorsa della comunità
Luciano Gualzetti

“L’acqua è insegnata dalla sete”: l’automutuo aiuto a sostegno del lavoro di cura
Maria Giorgetti

Uno sguardo su noi facilitatori: congedo, domande, impegni
Patrizia Taccani

Servizi alla persona tra reti formali e reti informali
Paolo Ferrario

Dibattito

L’incontro si terrà presso la sede di Caritas Ambrosiana in via San Bernardino, 4 a Milano

Info:
Segreteria Anziani
tel. 02/76037.258/338
anziani.ambrosiana@caritas.it

Al termine dell’incontro sarà messo a disposizione il volume “Lavoro di cura e automutuo aiuto – Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti” edito da FrancoAngeli

VAI a: Caritas Ambrosiana – Aiutare chi aiuta: caregiver

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Patrizia Taccani , Maria Giorgetti , (cur.) Lavoro di cura e automutuo aiuto. Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti, FrancoAngeli 2010


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Lavoro di cura e automutuo aiuto. Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti
Autori e curatori: Patrizia Taccani , Maria Giorgetti
Contributi: Fernanda Landini, Ilaria Maccalli, Daniela Rocchetti, Gianmario Rozzi
Collana: Politiche e servizi sociali – Professioni sociali
Argomenti: Testi per medici, infermieri, operatori sanitariPolitiche e servizi sociali
Livello: Testi per insegnanti, operatori sociali e sanitari
Dati: pp. 224,     1a edizione  2010  (Cod.1130.1.7)
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Lavoro di cura e automutuo aiuto. Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti

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Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 26,00
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856817218
Tipologia: E-book
Prezzo: € 21,00
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Codice ISBN 13: 9788856821857
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In breve Un manuale sia per operatori psico-sociali, sanitari, educativi (che a vario titolo si occupano degli anziani e delle loro famiglie) sia per le associazioni di familiari e di volontariato quotidianamente a contatto con le problematiche delle famiglie curanti. Obiettivo del testo è di porre in luce la complessità del lavoro di cura rivolto ai propri anziani, collegandolo ai nodi problematici che i caregiver devono affrontare, ed evidenziare la tipicità del sostegno che i familiari trovano nel gruppo di automutuo aiuto.
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Presentazione
del volume:
L’automutuo aiuto attraverso il gruppo è una pratica del lavoro sociale che ha trovato ampio sviluppo prima nel Nord America, successivamente in Europa e più recentemente nel nostro paese. Rivolto a persone che si trovano ad affrontare problemi di ordine molto diverso, solo negli ultimi anni ha raggiunto i familiari che svolgono lavoro di cura nei confronti di un membro anziano non autosufficiente.
Obiettivi di questo libro sono da un lato porre in luce la complessità del lavoro di cura rivolto ai propri anziani collegandolo ai nodi problematici che i caregiver devono affrontare, dall’altro evidenziare la tipicità del sostegno che questi familiari trovano nel gruppo di automutuo aiuto.
Il testo, avvalendosi di testimonianze fedelmente trascritte, si caratterizza per l’integrazione tra gli aspetti teorici e quelli esperienziali legati all’operatività degli autori.
Rivolto principalmente agli operatori psico-sociali, sanitari, educativi che a vario titolo si occupano degli anziani e delle loro famiglie e ai responsabili dei servizi, questo libro è utile anche alle associazioni di familiari che intendono attivare la risorsa dei gruppi di automutuo aiuto, al volontariato quotidianamente a contatto con le problematiche delle famiglie curanti, all’arcipelago del self help come stimolo alla diffusione di tale approccio nell’ambito del caregiving.
I contenuti del testo, inoltre, possono essere utilmente fruiti da docenti e studenti all’interno dei percorsi formativi di base e di aggiornamento delle professioni che, in vari ambiti, sviluppano relazioni di aiuto.

Patrizia Taccani, psicologa e formatrice. È stata docente presso la Scuola regionale per operatori sociali del Comune di Milano. Svolge attività di formazione e consulenza per enti pubblici e privati. Ricopre il ruolo di facilitatore in gruppi di automutuo aiuto rivolti a caregiver di anziani non autosufficienti e a persone implicate nei vari passaggi della cosiddetta “terza età”. È autrice di numerosi testi e saggi sul tema dell’invecchiamento e della cura.
Maria Giorgetti, assistente sociale specialista. Ha lavorato in ambito minorile, psichiatrico e formativo; è stata responsabile di un’unità organizzativa anziani della ASL, Provincia di Milano 1. Socia fondatrice dell’associazione GnG che svolge attività di promozione della cultura del mutuo aiuto, da dieci anni attiva gruppi AMA per caregiver nei quali ricopre il ruolo di facilitatore.

Indice: Presentazione
Parte I.
Anziani non autosufficienti e cure familiari
(Patrizia Taccani,Scenari e attori; Ilaria Maccalli, Se una malattia ruba la mente: L’impatto familiare della malattia di Azheimer; Daniela Rocchetti, La famiglia e il lutto)
Gruppo, gruppi
(Fernanda Landini, Gianmario Rozzi, Il gruppo; Maria Giorgetti, I gruppi di automutuo aiuto)
Parte II.
Il gruppo di automutuo aiuto e i caregiver: riflessioni dell’esperienza
(Alcuni nodi nel percorso dei gruppi: specificità e intrecci; Ilaria Maccalli, Patrizia Taccani, Automutuo aiuto in AIMA: uno sguardo dall’interno; Maria Giorgetti, Fernanda Landini, Gianmario Rozzi, I gruppi di autoaiuto di Magenta e dintorni: lavorare sul territorio)
Maria Giorgetti, Fernanda Landini, Ilaria Maccalli, Gianmario Rozzi, Patrizia Taccani, I segnali del processo di automutuo aiuto
(Valutare: richiami teorici; Dall’esperienza: fasi del processo in gruppi di caregiver)
Conclusione
Glossario
Riferimenti bibliografici
Testi letterari
Siti web visitati.

Lavoro di cura e automutuo aiuto. Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti

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Legge 8 marzo 2000, n. 53 “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”


Legge 8 marzo 2000, n. 53

“Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 60 del 13 marzo 2000

Capo I
PRINCIPI GENERALI

Art. 1.
(Finalità).

1. La presente legge promuove un equilibrio tra tempi di lavoro, di cura, di formazione e di relazione, mediante:
a) l’istituzione dei congedi dei genitori e l’estensione del sostegno ai genitori di soggetti portatori di handicap;
b) l’istituzione del congedo per la formazione continua e l’estensione dei congedi per la formazione;
c) il coordinamento dei tempi di funzionamento delle città e la promozione dell’uso del tempo per fini di solidarietà sociale.

Art. 2.
(Campagne informative).

1. Al fine di diffondere la conoscenza delle disposizioni della presente legge, il Ministro per la solidarietà sociale è autorizzato a predisporre, di concerto con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, apposite campagne informative, nei limiti degli ordinari stanziamenti di bilancio destinati allo scopo.

Capo II
CONGEDI PARENTALI, FAMILIARI E FORMATIVI

Art. 3.
(Congedi dei genitori).

1. All’articolo 1 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, dopo il terzo comma è inserito il seguente:
“Il diritto di astenersi dal lavoro di cui all’articolo 7, ed il relativo trattamento economico, sono riconosciuti anche se l’altro genitore non ne ha diritto. Le disposizioni di cui al comma 1 dell’articolo 7 e al comma 2 dell’articolo 15 sono estese alle lavoratrici di cui alla legge 29 dicembre 1987, n. 546, madri di bambini nati a decorrere dal 1° gennaio 2000. Alle predette lavoratrici i diritti previsti dal comma 1 dell’articolo 7 e dal comma 2 dell’articolo 15 spettano limitatamente ad un periodo di tre mesi, entro il primo anno di vita del bambino”.

2. L’articolo 7 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, è sostituito dal seguente:
Art. 7. - 1. Nei primi otto anni di vita del bambino ciascun genitore ha diritto di astenersi dal lavoro secondo le modalità stabilite dal presente articolo. Le astensioni dal lavoro dei genitori non possono complessivamente eccedere il limite di dieci mesi, fatto salvo il disposto del comma 2 del presente articolo. Nell’ambito del predetto limite, il diritto di astenersi dal lavoro compete:
a) alla madre lavoratrice, trascorso il periodo di astensione obbligatoria di cui all’articolo 4, primo comma, lettera c), della presente legge, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi;
b) al padre lavoratore, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi;
c) qualora vi sia un solo genitore, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a dieci mesi.
2. Qualora il padre lavoratore eserciti il diritto di astenersi dal lavoro per un periodo non inferiore a tre mesi, il limite di cui alla lettera b) del comma 1 è elevato a sette mesi e il limite complessivo delle astensioni dal lavoro dei genitori di cui al medesimo comma è conseguentemente elevato a undici mesi.
3. Ai fini dell’esercizio del diritto di cui al comma 1, il genitore è tenuto, salvo casi di oggettiva impossibilità, a preavvisare il datore di lavoro secondo le modalità e i criteri definiti dai contratti collettivi, e comunque con un periodo di preavviso non inferiore a quindici giorni.
4. Entrambi i genitori, alternativamente, hanno diritto, altresí, di astenersi dal lavoro durante le malattie del bambino di età inferiore a otto anni ovvero di età compresa fra tre e otto anni, in quest’ultimo caso nel limite di cinque giorni lavorativi all’anno per ciascun genitore, dietro presentazione di certificato rilasciato da un medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato. La malattia del bambino che dia luogo a ricovero ospedaliero interrompe il decorso del periodo di ferie in godimento da parte del genitore.
5. I periodi di astensione dal lavoro di cui ai commi 1 e 4 sono computati nell’anzianità di servizio, esclusi gli effetti relativi alle ferie e alla tredicesima mensilità o alla gratifica natalizia. Ai fini della fruizione del congedo di cui al comma 4, la lavoratrice ed il lavoratore sono tenuti a presentare una dichiarazione rilasciata ai sensi dell’articolo 4 della legge 4 gennaio 1968, n. 15, attestante che l’altro genitore non sia in astensione dal lavoro negli stessi giorni per il medesimo motivo”.

3. All’articolo 10 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
“Ai periodi di riposo di cui al presente articolo si applicano le disposizioni in materia di contribuzione figurativa, nonché di riscatto ovvero di versamento dei relativi contributi previsti dal comma 2, lettera b), dell’articolo 15.
In caso di parto plurimo, i periodi di riposo sono raddoppiati e le ore aggiuntive rispetto a quelle previste dal primo comma del presente articolo possono essere utilizzate anche dal padre”.

4. L’articolo 15 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, è sostituito dal seguente:
“Art. 15. - 1. Le lavoratrici hanno diritto ad un’indennità giornaliera pari all’80 per cento della retribuzione per tutto il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro stabilita dagli articoli 4 e 5 della presente legge. Tale indennità è comprensiva di ogni altra indennità spettante per malattia.
2. Per i periodi di astensione facoltativa di cui all’articolo 7, comma 1, ai lavoratori e alle lavoratrici è dovuta:
a) fino al terzo anno di vita del bambino, un’indennità pari al 30 per cento della retribuzione, per un periodo massimo complessivo tra i genitori di sei mesi; il relativo periodo, entro il limite predetto, è coperto da contribuzione figurativa;
b) fuori dei casi di cui alla lettera a), fino al compimento dell’ottavo anno di vita del bambino, e comunque per il restante periodo di astensione facoltativa, un’indennità pari al 30 per cento della retribuzione, nell’ipotesi in cui il reddito individuale dell’interessato sia inferiore a 2,5 volte l’importo del trattamento minimo di pensione a carico dell’assicurazione generale obbligatoria; il periodo medesimo è coperto da contribuzione figurativa, attribuendo come valore retributivo per tale periodo il 200 per cento del valore massimo dell’assegno sociale, proporzionato ai periodi di riferimento, salva la facoltà di integrazione da parte dell’interessato, con riscatto ai sensi dell’articolo 13 della legge 12 agosto 1962, n. 1338, ovvero con versamento dei relativi contributi secondo i criteri e le modalità della prosecuzione volontaria.
3. Per i periodi di astensione per malattia del bambino di cui all’articolo 7, comma 4, è dovuta:
a) fino al compimento del terzo anno di vita del bambino, la contribuzione figurativa;
b) successivamente al terzo anno di vita del bambino e fino al compimento dell’ottavo anno, la copertura contributiva calcolata con le modalità previste dal comma 2, lettera b).
4.
Il reddito individuale di cui al comma 2, lettera b), è determinato secondo i criteri previsti in materia di limiti reddituali per l’integrazione al minimo.
5. Le indennità di cui al presente articolo sono corrisposte con gli stessi criteri previsti per l’erogazione delle prestazioni dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie dall’ente assicuratore della malattia presso il quale la lavoratrice o il lavoratore è assicurato e non sono subordinate a particolari requisiti contributivi o di anzianità assicurativa”.

5. Le disposizioni del presente articolo trovano applicazione anche nei confronti dei genitori adottivi o affidatari. Qualora, all’atto dell’adozione o dell’affidamento, il minore abbia un’età compresa fra sei e dodici anni, il diritto di astenersi dal lavoro, ai sensi dei commi 1 e 2 del presente articolo, può essere esercitato nei primi tre anni dall’ingresso del minore nel nucleo familiare. Nei confronti delle lavoratrici a domicilio e delle addette ai servizi domestici e familiari, le disposizioni dell’articolo 15 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, come sostituito dal comma 4 del presente articolo, si applicano limitatamente al comma 1.

Art. 4.
(Congedi per eventi e cause particolari).

1. La lavoratrice e il lavoratore hanno diritto ad un permesso retribuito di tre giorni lavorativi all’anno in caso di decesso o di documentata grave infermità del coniuge o di un parente entro il secondo grado o del convivente, purché la stabile convivenza con il lavoratore o la lavoratrice risulti da certificazione anagrafica. In alternativa, nei casi di documentata grave infermità, il lavoratore e la lavoratrice possono concordare con il datore di lavoro diverse modalità di espletamento dell’attività lavorativa.

2. I dipendenti di datori di lavoro pubblici o privati possono richiedere, per gravi e documentati motivi familiari, fra i quali le patologie individuate ai sensi del comma 4, un periodo di congedo, continuativo o frazionato, non superiore a due anni. Durante tale periodo il dipendente conserva il posto di lavoro, non ha diritto alla retribuzione e non può svolgere alcun tipo di attività lavorativa. Il congedo non è computato nell’anzianità di servizio né ai fini previdenziali; il lavoratore può procedere al riscatto, ovvero al versamento dei relativi contributi, calcolati secondo i criteri della prosecuzione volontaria.

3. I contratti collettivi disciplinano le modalità di partecipazione agli eventuali corsi di formazione del personale che riprende l’attività lavorativa dopo la sospensione di cui al comma 2.

4. Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro per la solidarietà sociale, con proprio decreto, di concerto con i Ministri della sanità, del lavoro e della previdenza sociale e per le pari opportunità, provvede alla definizione dei criteri per la fruizione dei congedi di cui al presente articolo, all’individuazione delle patologie specifiche ai sensi del comma 2, nonché alla individuazione dei criteri per la verifica periodica relativa alla sussistenza delle condizioni di grave infermità dei soggetti di cui al comma 1.

Art. 5.
(Congedi per la formazione).

1. Ferme restando le vigenti disposizioni relative al diritto allo studio di cui all’articolo 10 della legge 20 maggio 1970, n. 300, i dipendenti di datori di lavoro pubblici o privati, che abbiano almeno cinque anni di anzianità di servizio presso la stessa azienda o amministrazione, possono richiedere una sospensione del rapporto di lavoro per congedi per la formazione per un periodo non superiore ad undici mesi, continuativo o frazionato, nell’arco dell’intera vita lavorativa.

2. Per “congedo per la formazione” si intende quello finalizzato al completamento della scuola dell’obbligo, al conseguimento del titolo di studio di secondo grado, del diploma universitario o di laurea, alla partecipazione ad attività formative diverse da quelle poste in essere o finanziate dal datore di lavoro.

3. Durante il periodo di congedo per la formazione il dipendente conserva il posto di lavoro e non ha diritto alla retribuzione. Tale periodo non è computabile nell’anzianità di servizio e non è cumulabile con le ferie, con la malattia e con altri congedi. Una grave e documentata infermità, individuata sulla base dei criteri stabiliti dal medesimo decreto di cui all’articolo 4, comma 4, intervenuta durante il periodo di congedo, di cui sia data comunicazione scritta al datore di lavoro, dà luogo ad interruzione del congedo medesimo.

4. Il datore di lavoro può non accogliere la richiesta di congedo per la formazione ovvero può differirne l’accoglimento nel caso di comprovate esigenze organizzative. I contratti collettivi prevedono le modalità di fruizione del congedo stesso, individuano le percentuali massime dei lavoratori che possono avvalersene, disciplinano le ipotesi di differimento o di diniego all’esercizio di tale facoltà e fissano i termini del preavviso, che comunque non può essere inferiore a trenta giorni.

5. Il lavoratore può procedere al riscatto del periodo di cui al presente articolo, ovvero al versamento dei relativi contributi, calcolati secondo i criteri della prosecuzione volontaria.

Art. 6.
(Congedi per la formazione continua).

1. I lavoratori, occupati e non occupati, hanno diritto di proseguire i percorsi di formazione per tutto l’arco della vita, per accrescere conoscenze e competenze professionali. Lo Stato, le regioni e gli enti locali assicurano un’offerta formativa articolata sul territorio e, ove necessario, integrata, accreditata secondo le disposizioni dell’articolo 17 della legge 24 giugno 1997, n. 196, e successive modificazioni, e del relativo regolamento di attuazione. L’offerta formativa deve consentire percorsi personalizzati, certificati e riconosciuti come crediti formativi in ambito nazionale ed europeo. La formazione può corrispondere ad autonoma scelta del lavoratore ovvero essere predisposta dall’azienda, attraverso i piani formativi aziendali o territoriali concordati tra le parti sociali in coerenza con quanto previsto dal citato articolo 17 della legge n. 196 del 1997, e successive modificazioni.

2. La contrattazione collettiva di categoria, nazionale e decentrata, definisce il monte ore da destinare ai congedi di cui al presente articolo, i criteri per l’individuazione dei lavoratori e le modalità di orario e retribuzione connesse alla partecipazione ai percorsi di formazione.

3. Gli interventi formativi che rientrano nei piani aziendali o territoriali di cui al comma 1 possono essere finanziati attraverso il fondo interprofessionale per la formazione continua, di cui al regolamento di attuazione del citato articolo 17 della legge n. 196 del 1997.

4. Le regioni possono finanziare progetti di formazione dei lavoratori che, sulla base di accordi contrattuali, prevedano quote di riduzione dell’orario di lavoro, nonché progetti di formazione presentati direttamente dai lavoratori. Per le finalità del presente comma è riservata una quota, pari a lire 30 miliardi annue, del Fondo per l’occupazione di cui all’articolo 1, comma 7, del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236. Il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, provvede annualmente, con proprio decreto, a ripartire fra le regioni la predetta quota, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.

Art. 7.
(Anticipazione del trattamento di fine rapporto).

1. Oltre che nelle ipotesi di cui all’articolo 2120, ottavo comma, del codice civile, il trattamento di fine rapporto può essere anticipato ai fini delle spese da sostenere durante i periodi di fruizione dei congedi di cui all’articolo 7, comma 1, della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, come sostituito dall’articolo 3, comma 2, della presente legge, e di cui agli articoli 5 e 6 della presente legge. L’anticipazione è corrisposta unitamente alla retribuzione relativa al mese che precede la data di inizio del congedo. Le medesime disposizioni si applicano anche alle domande di anticipazioni per indennità equipollenti al trattamento di fine rapporto, comunque denominate, spettanti a lavoratori dipendenti di datori di lavoro pubblici e privati.

2. Gli statuti delle forme pensionistiche complementari di cui al decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, e successive modificazioni, possono prevedere la possibilità di conseguire, ai sensi dell’articolo 7, comma 4, del citato decreto legislativo n. 124 del 1993, un’anticipazione delle prestazioni per le spese da sostenere durante i periodi di fruizione dei congedi di cui agli articoli 5 e 6 della presente legge.

3. Con decreto del Ministro per la funzione pubblica, di concerto con i Ministri del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, del lavoro e della previdenza sociale e per la solidarietà sociale, sono definite le modalità applicative delle disposizioni del comma 1 in riferimento ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

Art. 8.
(Prolungamento dell’età pensionabile).

1. I soggetti che usufruiscono dei congedi previsti dall’articolo 5, comma 1, possono, a richiesta, prolungare il rapporto di lavoro di un periodo corrispondente, anche in deroga alle disposizioni concernenti l’età di pensionamento obbligatoria. La richiesta deve essere comunicata al datore di lavoro con un preavviso non inferiore a sei mesi rispetto alla data prevista per il pensionamento.

Capo III
FLESSIBILITÀ DI ORARIO

Art. 9.
(Misure a sostegno della flessibilità di orario).

1. Al fine di promuovere e incentivare forme di articolazione della prestazione lavorativa volte a conciliare tempo di vita e di lavoro, nell’ambito del Fondo per l’occupazione di cui all’articolo 1, comma 7, del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236, è destinata una quota fino a lire 40 miliardi annue a decorrere dall’anno 2000, al fine di erogare contributi, di cui almeno il 50 per cento destinato ad imprese fino a cinquanta dipendenti, in favore di aziende che applichino accordi contrattuali che prevedono azioni positive per la flessibilità, ed in particolare:
a) progetti articolati per consentire alla lavoratrice madre o al lavoratore padre, anche quando uno dei due sia lavoratore autonomo, ovvero quando abbiano in affidamento o in adozione un minore, di usufruire di particolari forme di flessibilità degli orari e dell’organizzazione del lavoro, tra cui part time reversibile, telelavoro e lavoro a domicilio, orario flessibile in entrata o in uscita, banca delle ore, flessibilità sui turni, orario concentrato, con priorità per i genitori che abbiano bambini fino ad otto anni di età o fino a dodici anni, in caso di affidamento o di adozione;
b) programmi di formazione per il reinserimento dei lavoratori dopo il periodo di congedo;
c) progetti che consentano la sostituzione del titolare di impresa o del lavoratore autonomo, che benefici del periodo di astensione obbligatoria o dei congedi parentali, con altro imprenditore o lavoratore autonomo.

2. Con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con i Ministri per la solidarietà sociale e per le pari opportunità, sono definiti i criteri e le modalità per la concessione dei contributi di cui al comma 1.

Capo IV
ULTERIORI DISPOSIZIONI A SOSTEGNO DELLA MATERNITÀ E DELLA PATERNITÀ

Art. 10.
(Sostituzione di lavoratori in astensione).

1. L’assunzione di lavoratori a tempo determinato in sostituzione di lavoratori in astensione obbligatoria o facoltativa dal lavoro ai sensi della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, come modificata dalla presente legge, può avvenire anche con anticipo fino ad un mese rispetto al periodo di inizio dell’astensione, salvo periodi superiori previsti dalla contrattazione collettiva.

2. Nelle aziende con meno di venti dipendenti, per i contributi a carico del datore di lavoro che assume lavoratori con contratto a tempo determinato in sostituzione di lavoratori in astensione ai sensi degli articoli 4, 5 e 7 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, come modificati dalla presente legge, è concesso uno sgravio contributivo del 50 per cento. Le disposizioni del presente comma trovano applicazione fino al compimento di un anno di età del figlio della lavoratrice o del lavoratore in astensione e per un anno dall’accoglienza del minore adottato o in affidamento.

3. Nelle aziende in cui operano lavoratrici autonome di cui alla legge 29 dicembre 1987, n. 546, è possibile procedere, in caso di maternità delle suddette lavoratrici, e comunque entro il primo anno di età del bambino o nel primo anno di accoglienza del minore adottato o in affidamento, all’assunzione di un lavoratore a tempo determinato, per un periodo massimo di dodici mesi, con le medesime agevolazioni di cui al comma 2.

Art. 11.
(Parti prematuri).

1. All’articolo 4 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
“Qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta, i giorni non goduti di astensione obbligatoria prima del parto vengono aggiunti al periodo di astensione obbligatoria dopo il parto.
La lavoratrice è tenuta a presentare, entro trenta giorni, il certificato attestante la data del parto”.

Art. 12.
(Flessibilità dell’astensione obbligatoria).

1. Dopo l’articolo 4 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, è inserito il seguente:
“Art. 4-bis. – 1. Ferma restando la durata complessiva dell’astensione dal lavoro, le lavoratrici hanno la facoltà di astenersi dal lavoro a partire dal mese precedente la data presunta del parto e nei quattro mesi successivi al parto, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro”.

2. Il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con i Ministri della sanità e per la solidarietà sociale, sentite le parti sociali, definisce, con proprio decreto da emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, l’elenco dei lavori ai quali non si applicano le disposizioni dell’articolo 4-bis della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, introdotto dal comma 1 del presente articolo.

3. Il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con i Ministri della sanità e per la solidarietà sociale, provvede, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, ad aggiornare l’elenco dei lavori pericolosi, faticosi ed insalubri di cui all’articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 25 novembre 1976, n. 1026.

Art. 13.
(Astensione dal lavoro del padre lavoratore).

1. Dopo l’articolo 6 della legge 9 dicembre 1977, n. 903, sono inseriti i seguenti:
“Art. 6-bis. – 1. Il padre lavoratore ha diritto di astenersi dal lavoro nei primi tre mesi dalla nascita del figlio, in caso di morte o di grave infermità della madre ovvero di abbandono, nonché in caso di affidamento esclusivo del bambino al padre.
2. Il padre lavoratore che intenda avvalersi del diritto di cui al comma 1 presenta al datore di lavoro la certificazione relativa alle condizioni ivi previste. In caso di abbandono, il padre lavoratore ne rende dichiarazione ai sensi dell’articolo 4 della legge 4 gennaio 1968, n. 15.
3. Si applicano al padre lavoratore le disposizioni di cui agli articoli 6 e 15, commi 1 e 5, della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, e successive modificazioni.
4. Al padre lavoratore si applicano altresí le disposizioni di cui all’articolo 2 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, e successive modificazioni, per il periodo di astensione dal lavoro di cui al comma 1 del presente articolo e fino al compimento di un anno di età del bambino.

Art. 6-ter. – 1. I periodi di riposo di cui all’articolo 10 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, e successive modificazioni, e i relativi trattamenti economici sono riconosciuti al padre lavoratore:
a) nel caso in cui i figli siano affidati al solo padre;
b) in alternativa alla madre lavoratrice dipendente che non se ne avvalga;
c) nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente”.

Art. 14.
(Estensione di norme a specifiche categorie di lavoratrici madri).

1. I benefici previsti dal primo periodo del comma 1 dell’articolo 13 della legge 7 agosto 1990, n. 232, sono estesi, dalla data di entrata in vigore della presente legge, anche alle lavoratrici madri appartenenti ai corpi di polizia municipale.

Art. 15.
(Testo unico).

1. Al fine di conferire organicità e sistematicità alle norme in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Governo è delegato ad emanare un decreto legislativo recante il testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia, nel rispetto dei seguenti princípi e criteri direttivi:
a) puntuale individuazione del testo vigente delle norme;
b) esplicita indicazione delle norme abrogate, anche implicitamente, da successive disposizioni;
c) coordinamento formale del testo delle disposizioni vigenti, apportando, nei limiti di detto coordinamento, le modifiche necessarie per garantire la coerenza logica e sistematica della normativa, anche al fine di adeguare e semplificare il linguaggio normativo;
d) esplicita indicazione delle disposizioni, non inserite nel testo unico, che restano comunque in vigore;
e) esplicita abrogazione di tutte le rimanenti disposizioni, non richiamate, con espressa indicazione delle stesse in apposito allegato al testo unico;
f) esplicita abrogazione delle norme secondarie incompatibili con le disposizioni legislative raccolte nel testo unico.

2. Lo schema del decreto legislativo di cui al comma 1 è deliberato dal Consiglio dei ministri ed è trasmesso, con apposita relazione cui è allegato il parere del Consiglio di Stato, alle competenti Commissioni parlamentari permanenti, che esprimono il parere entro quarantacinque giorni dall’assegnazione.

3. Entro un anno dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo di cui al comma 1 possono essere emanate, nel rispetto dei princípi e criteri direttivi di cui al medesimo comma 1 e con le modalità di cui al comma 2, disposizioni correttive del testo unico.

Art. 16.
(Statistiche ufficiali sui tempi di vita).

1. L’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) assicura un flusso informativo quinquennale sull’organizzazione dei tempi di vita della popolazione attraverso la rilevazione sull’uso del tempo, disaggregando le informazioni per sesso e per età.

Art. 17.
(Disposizioni diverse).

1. Nei casi di astensione dal lavoro disciplinati dalla presente legge, la lavoratrice e il lavoratore hanno diritto alla conservazione del posto di lavoro e, salvo che espressamente vi rinuncino, al rientro nella stessa unità produttiva ove erano occupati al momento della richiesta di astensione o di congedo o in altra ubicata nel medesimo comune; hanno altresí diritto di essere adibiti alle mansioni da ultimo svolte o a mansioni equivalenti.

2. All’articolo 2 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, è aggiunto, in fine, il seguente comma:
“Al termine del periodo di interdizione dal lavoro previsto dall’articolo 4 della presente legge le lavoratrici hanno diritto, salvo che espressamente vi rinuncino, di rientrare nella stessa unità produttiva ove erano occupate all’inizio del periodo di gestazione o in altra ubicata nel medesimo comune, e di permanervi fino al compimento di un anno di età del bambino; hanno altresí diritto di essere adibite alle mansioni da ultimo svolte o a mansioni equivalenti”.

3. I contratti collettivi di lavoro possono prevedere condizioni di maggior favore rispetto a quelle previste dalla presente legge.

4. Sono abrogate le disposizioni legislative incompatibili con la presente legge ed in particolare l’articolo 7 della legge 9 dicembre 1977, n. 903.

Art. 18.
(Disposizioni in materia di recesso).

1. Il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo di cui agli articoli 3, 4, 5, 6 e 13 della presente legge è nullo.

2. La richiesta di dimissioni presentata dalla lavoratrice o dal lavoratore durante il primo anno di vita del bambino o nel primo anno di accoglienza del minore adottato o in affidamento deve essere convalidata dal Servizio ispezione della direzione provinciale del lavoro.

Capo V
MODIFICHE ALLA LEGGE 5 FEBBRAIO 1992, N. 104

Art. 19.
(Permessi per l’assistenza a portatori di handicap).

1. All’articolo 33 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 3, dopo le parole: “permesso mensile” sono inserite le seguenti: “coperti da contribuzione figurativa”;
b) al comma 5, le parole: “, con lui convivente,” sono soppresse;
c) al comma 6, dopo le parole: “può usufruire” è inserita la seguente: “alternativamente”.

Art. 20.
(Estensione delle agevolazioni per l’assistenza a portatori di handicap).

1. Le disposizioni dell’articolo 33 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, come modificato dall’articolo 19 della presente legge, si applicano anche qualora l’altro genitore non ne abbia diritto nonché ai genitori ed ai familiari lavoratori, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assistono con continuità e in via esclusiva un parente o un affine entro il terzo grado portatore di handicap, ancorché non convivente.

Capo VI
NORME FINANZIARIE

Art. 21.
(Copertura finanziaria).

1. All’onere derivante dall’attuazione delle disposizioni degli articoli da 3 a 20, esclusi gli articoli 6 e 9, della presente legge, valutato in lire 298 miliardi annue a decorrere dall’anno 2000, si provvede, quanto a lire 273 miliardi annue a decorrere dall’anno 2000, mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 3 del decreto-legge 20 gennaio 1998, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 marzo 1998, n. 52, concernente il Fondo per l’occupazione; quanto a lire 25 miliardi annue a decorrere dall’anno 2000, mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1 della legge 28 agosto 1997, n. 285.

2. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

Capo VII
TEMPI DELLE CITTÀ

Art. 22.
(Compiti delle regioni).

1. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge le regioni definiscono, con proprie leggi, ai sensi dell’articolo 36, comma 3, della legge 8 giugno 1990, n. 142, e successive modificazioni, qualora non vi abbiano già provveduto, norme per il coordinamento da parte dei comuni degli orari degli esercizi commerciali, dei servizi pubblici e degli uffici periferici delle amministrazioni pubbliche, nonché per la promozione dell’uso del tempo per fini di solidarietà sociale, secondo i principi del presente capo.

2. Le regioni prevedono incentivi finanziari per i comuni, anche attraverso l’utilizzo delle risorse del Fondo di cui all’articolo 28, ai fini della predisposizione e dell’attuazione dei piani territoriali degli orari di cui all’articolo 24 e della costituzione delle banche dei tempi di cui all’articolo 27.

3. Le regioni possono istituire comitati tecnici, composti da esperti in materia di progettazione urbana, di analisi sociale, di comunicazione sociale e di gestione organizzativa, con compiti consultivi in ordine al coordinamento degli orari delle città e per la valutazione degli effetti sulle comunità locali dei piani territoriali degli orari.

4. Nell’ambito delle proprie competenze in materia di formazione professionale, le regioni promuovono corsi di qualificazione e riqualificazione del personale impiegato nella progettazione dei piani territoriali degli orari e nei progetti di riorganizzazione dei servizi.

5. Le leggi regionali di cui al comma 1 indicano:
a) criteri generali di amministrazione e coordinamento degli orari di apertura al pubblico dei servizi pubblici e privati, degli uffici della pubblica amministrazione, dei pubblici esercizi commerciali e turistici, delle attività culturali e dello spettacolo, dei trasporti;
b) i criteri per l’adozione dei piani territoriali degli orari;
c) criteri e modalità per la concessione ai comuni di finanziamenti per l’adozione dei piani territoriali degli orari e per la costituzione di banche dei tempi, con priorità per le iniziative congiunte dei comuni con popolazione non superiore a 30.000 abitanti.

6. Le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e di Bolzano provvedono secondo le rispettive competenze.

Art. 23.
(Compiti dei comuni).

1. I comuni con popolazione superiore a 30.000 abitanti attuano, singolarmente o in forma associata, le disposizioni dell’articolo 36, comma 3, della legge 8 giugno 1990, n. 142, e successive modificazioni, secondo le modalità stabilite dal presente capo, nei tempi indicati dalle leggi regionali di cui all’articolo 22, comma 1, e comunque non oltre un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge.

2. In caso di inadempimento dell’obbligo di cui al comma 1, il presidente della giunta regionale nomina un commissario ad acta.

3. I comuni con popolazione non superiore a 30.000 abitanti possono attuare le disposizioni del presente capo in forma associata.

Art. 24.
(Piano territoriale degli orari).

1. Il piano territoriale degli orari, di seguito denominato “piano”, realizza le finalità di cui all’articolo 1, comma 1, lettera c), ed è strumento unitario per finalità ed indirizzi, articolato in progetti, anche sperimentali, relativi al funzionamento dei diversi sistemi orari dei servizi urbani e alla loro graduale armonizzazione e coordinamento.

2. I comuni con popolazione superiore a 30.000 abitanti sono tenuti ad individuare un responsabile cui è assegnata la competenza in materia di tempi ed orari e che partecipa alla conferenza dei dirigenti, ai sensi della legge 8 giugno 1990, n. 142, e successive modificazioni.

3. I comuni con popolazione non superiore a 30.000 abitanti possono istituire l’ufficio di cui al comma 2 in forma associata.

4. Il sindaco elabora le linee guida del piano. A tale fine attua forme di consultazione con le amministrazioni pubbliche, le parti sociali, nonché le associazioni previste dall’articolo 6 della legge 8 giugno 1990, n. 142, e successive modificazioni, e le associazioni delle famiglie.

5. Nell’elaborazione del piano si tiene conto degli effetti sul traffico, sull’inquinamento e sulla qualità della vita cittadina degli orari di lavoro pubblici e privati, degli orari di apertura al pubblico dei servizi pubblici e privati, degli uffici periferici delle amministrazioni pubbliche, delle attività commerciali, ferme restando le disposizioni degli articoli da 11 a 13 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, nonché delle istituzioni formative, culturali e del tempo libero.

6. Il piano è approvato dal consiglio comunale su proposta del sindaco ed è vincolante per l’amministrazione comunale, che deve adeguare l’azione dei singoli assessorati alle scelte in esso contenute. Il piano è attuato con ordinanze del sindaco.

Art. 25.
(Tavolo di concertazione).

1. Per l’attuazione e la verifica dei progetti contenuti nel piano di cui all’articolo 24, il sindaco istituisce un tavolo di concertazione, cui partecipano:
a) il sindaco stesso o, per suo incarico, il responsabile di cui all’articolo 24, comma 2;
b) il prefetto o un suo rappresentante;
c) il presidente della provincia o un suo rappresentante;
d) i presidenti delle comunità montane o loro rappresentanti;
e) un dirigente per ciascuna delle pubbliche amministrazioni non statali coinvolte nel piano;
f) rappresentanti sindacali degli imprenditori della grande, media e piccola impresa, del commercio, dei servizi, dell’artigianato e dell’agricoltura;
g) rappresentanti sindacali dei lavoratori;
h) il provveditore agli studi ed i rappresentanti delle università presenti nel territorio;
i) i presidenti delle aziende dei trasporti urbani ed extraurbani, nonché i rappresentanti delle aziende ferroviarie.

2. Per l’attuazione del piano di cui all’articolo 24, il sindaco promuove accordi con i soggetti pubblici e privati di cui al comma 1.

3. In caso di emergenze o di straordinarie necessità dell’utenza o di gravi problemi connessi al traffico e all’inquinamento, il sindaco può emettere ordinanze che prevedano modificazioni degli orari.

4. Le amministrazioni pubbliche, anche territoriali, sono tenute ad adeguare gli orari di funzionamento degli uffici alle ordinanze di cui al comma 3.

5. I comuni capoluogo di provincia sono tenuti a concertare con i comuni limitrofi, attraverso la conferenza dei sindaci, la riorganizzazione territoriale degli orari. Alla conferenza partecipa un rappresentante del presidente della provincia.

Art. 26.
(Orari della pubblica amministrazione).

1. Le articolazioni e le scansioni degli orari di apertura al pubblico dei servizi della pubblica amministrazione devono tenere conto delle esigenze dei cittadini che risiedono, lavorano ed utilizzano il territorio di riferimento.

2. Il piano di cui all’articolo 24, ai sensi del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni, può prevedere modalità ed articolazioni differenziate degli orari di apertura al pubblico dei servizi della pubblica amministrazione.

3. Le pubbliche amministrazioni, attraverso l’informatizzazione dei relativi servizi, possono garantire prestazioni di informazione anche durante gli orari di chiusura dei servizi medesimi e, attraverso la semplificazione delle procedure, possono consentire agli utenti tempi di attesa più brevi e percorsi più semplici per l’accesso ai servizi.

Art. 27.
(Banche dei tempi).

1. Per favorire lo scambio di servizi di vicinato, per facilitare l’utilizzo dei servizi della città e il rapporto con le pubbliche amministrazioni, per favorire l’estensione della solidarietà nelle comunità locali e per incentivare le iniziative di singoli e gruppi di cittadini, associazioni, organizzazioni ed enti che intendano scambiare parte del proprio tempo per impieghi di reciproca solidarietà e interesse, gli enti locali possono sostenere e promuovere la costituzione di associazioni denominate “banche dei tempi”.

2. Gli enti locali, per favorire e sostenere le banche dei tempi, possono disporre a loro favore l’utilizzo di locali e di servizi e organizzare attività di promozione, formazione e informazione. Possono altresí aderire alle banche dei tempi e stipulare con esse accordi che prevedano scambi di tempo da destinare a prestazioni di mutuo aiuto a favore di singoli cittadini o della comunità locale. Tali prestazioni devono essere compatibili con gli scopi statutari delle banche dei tempi e non devono costituire modalità di esercizio delle attività istituzionali degli enti locali.

Art. 28.
(Fondo per l’armonizzazione dei tempi delle città).

1. Nell’elaborare le linee guida del piano di cui all’articolo 24, il sindaco prevede misure per l’armonizzazione degli orari che contribuiscano, in linea con le politiche e le misure nazionali, alla riduzione delle emissioni di gas inquinanti nel settore dei trasporti. Dopo l’approvazione da parte del consiglio comunale, i piani sono comunicati alle regioni, che li trasmettono al Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) indicandone, ai soli fini del presente articolo, l’ordine di priorità.

2. Per le finalità del presente articolo è istituito un Fondo per l’armonizzazione dei tempi delle città, nel limite massimo di lire 15 miliardi annue a decorrere dall’anno 2001. Alla ripartizione delle predette risorse provvede il CIPE, sentita la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281.

3. Le regioni iscrivono le somme loro attribuite in un apposito capitolo di bilancio, nel quale confluiscono altresí eventuali risorse proprie, da utilizzare per spese destinate ad agevolare l’attuazione dei progetti inclusi nel piano di cui all’articolo 24 e degli interventi di cui all’articolo 27.

4. I contributi di cui al comma 3 sono concessi prioritariamente per:
a) associazioni di comuni;
b) progetti presentati da comuni che abbiano attivato forme di coordinamento e cooperazione con altri enti locali per l’attuazione di specifici piani di armonizzazione degli orari dei servizi con vasti bacini di utenza;
c) interventi attuativi degli accordi di cui all’articolo 25, comma 2.

5. La Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, è convocata ogni anno, entro il mese di febbraio, per l’esame dei risultati conseguiti attraverso l’impiego delle risorse del Fondo di cui al comma 2 e per la definizione delle linee di intervento futuro. Alle relative riunioni sono invitati i Ministri del lavoro e della previdenza sociale, per la solidarietà sociale, per la funzione pubblica, dei trasporti e della navigazione e dell’ambiente, il presidente della società Ferrovie dello Stato spa, nonché i rappresentanti delle associazioni ambientaliste e del volontariato, delle organizzazioni sindacali e di categoria.

6. Il Governo, entro il mese di luglio di ogni anno e sulla base dei lavori della Conferenza di cui al comma 5, presenta al Parlamento una relazione sui progetti di riorganizzazione dei tempi e degli orari delle città.

7. All’onere derivante dall’istituzione del Fondo di cui al comma 2 si provvede mediante utilizzazione delle risorse di cui all’articolo 8, comma 10, lettera f), della legge 23 dicembre 1998, n. 448.

L 53/00.

Taccani Patrizia, Giorgetti Maria, LAVORO DI CURA E AUTOMUTUO AIUTO Gruppi per caregiver di anziani non autosufficienti, FrancoAngeli, 2010


L’automutuo aiuto attraverso il gruppo è una pratica del lavoro sociale che ha trovato ampio sviluppo prima nel Nord America, successivamente in Europa e più recentemente nel nostro paese. Rivolto a persone che si trovano ad affrontare problemi di ordine molto diverso, solo negli ultimi anni ha raggiunto i familiari che svolgono lavoro di cura nei confronti di un  membro anziano non autosufficiente.
Obiettivi di questo libro sono da un lato porre in luce la complessità del lavoro di cura rivolto ai propri anziani collegandolo ai nodi problematici che i caregiver devono affrontare, dall’altro evidenziare la tipicità del sostegno che questi familiari trovano nel gruppo di automutuo aiuto.
Il testo, avvalendosi di testimonianze fedelmente trascritte, si caratterizza
per l’integrazione tra gli aspetti teorici e quelli esperienziali legati  all’operatività degli autori.
Rivolto principalmente agli operatori psico-sociali, sanitari, educativi che a
vario titolo si occupano degli anziani e delle loro famiglie e ai responsabili
dei servizi, questo libro è utile anche alle associazioni di familiari che intendono attivare la risorsa dei gruppi di automutuo aiuto, al volontariato quotidianamente a contatto con le problematiche delle famiglie curanti, all’arcipelago del self help come stimolo alla diffusione di tale approccio nell’ambito del caregiving. I contenuti del testo, inoltre, possono essere utilmente fruiti da docenti e studenti all’interno dei percorsi formativi di base e di aggiornamento delle professioni che, in vari ambiti, sviluppano relazioni di aiuto.

Patrizia Taccani, psicologa e formatrice. È stata docente presso la Scuola
regionale per operatori sociali del Comune di Milano. Svolge attività di formazione e consulenza per enti pubblici e privati. Ricopre il ruolo di facilitatore in gruppi di automutuo aiuto rivolti a caregiver di anziani non autosufficienti e a persone implicate nei vari passaggi della cosiddetta “terza età”. È autrice di numerosi testi e saggi sul tema dell’invecchiamento e della cura.
Maria Giorgetti, assistente sociale specialista. Ha lavorato in ambito minorile, psichiatrico e formativo; è stata responsabile di un’unità organizzativa anziani della ASL, Provincia di Milano 1. Socia fondatrice dell’associazione GnG che svolge attività di promozione della cultura del mutuo aiuto, da dieci anni attiva gruppi AMA per caregiver nei quali ricopre il ruolo di facilitatore.

Presentazione
Parte Prima
Anziani non autosufficienti e cure familiari
Scenari e attori, di Patrizia Taccani; Uno sguardo al fenomeno demografico-
sociale; Proteggere e curare la domiciliarità dei propri familiari anziani;
Legami di cura in famiglia; Anziani soli: solitudini-non solitudini; Invecchiare
in coppia: “nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia; I nostri genitori
invecchiano;
Se una malattia ruba la mente: l’impatto familiare della malattia
di Alzheimer, di Ilaria Maccalli; La malattia di Alzheimer; Dopo la diagnosi
e oltre: nuovi scenari familiari;
La famiglia e il lutto, di Daniela Rocchetti;
L’ultimo tratto della vita; Quali attenzioni al morente; Accompagnamento
della famiglia e automutuo aiuto)
Gruppo, gruppi
Il gruppo, di Fernanda Landini e Gianmario Rozzi; L’importanza del gruppo
nell’esperienza umana; Storia e definizioni; Come evolvono i gruppi; Obiettivi
e strutturazioni differenti;
I gruppi di automutuo aiuto, di Maria Giorgetti; Da
dove vengono questi gruppi?; Le parole per definire e classificare; La conduzione:
un dibattito aperto)

Parte Seconda
Il gruppo di automutuo aiuto e i caregiver: riflessioni dall’esperienza
(Alcuni nodi nel percorso dei gruppi: specificità e intrecci;
Narrare la cura, di Maria Giorgetti e Fernanda Landini;
Ruoli familiari allo specchio, di Ilaria Maccalli;
Aver cura di sé e autotutela, di Gianmario Rozzi;
Quotidianità dei valori, di Patrizia Taccani;
Automutuo aiuto in AIMA: uno sguardo dall’interno,
di Ilaria Maccalli e Patrizia Taccani; Come si forma il gruppo; La cornice:
regole del gruppo, ruolo dei facilitatori, tempo e spazio; Le piccole regole;
Chi accompagna: i facilitatori; Tempo e tempi del gruppo; Il gruppo: dove?;
Il viaggio e l’attrezzatura;
I gruppi di automutuo aiuto di Magenta e
dintorni: lavorare sul territorio, di M. Giorgetti, F. Landini,
G. Rozzi; Un assegno di cura per riconoscere il lavoro e i bisogni della famiglia caregiver;
Dentro le logiche dell’organizzazione; Le difficoltà dell’istituzione: proposte
simili, risposte diverse; Tra visibilità e invisibilità: la fatica degli operatori e del gruppo; L’interesse di un comune del distretto; Si prosegue da soli)
I segnali del processo di automutuo aiuto, di Maria Giorgetti, Fernanda Landini, Ilaria Maccalli, Gianmario Rozzi, Patrizia Taccani
(Valutare: richiami teorici; Dall’esperienza: fasi del processo in gruppi di caregiver;
Nascita e avvio; Riconoscimento e rispetto del gruppo; Clima affettivo;
Verso l’autonomia; Oltre il gruppo)

Conclusione

Glossario, Riferimenti bibliografici, Testi letterari, Siti web visitati, Allegati:  AIMA Milano Onlus,  Associazione GnG/Il Faro

Centro Donatori del Tempo di Como: un ciclo di incontri per chi assiste un malato di Alzheimer


Centro Donatori del Tempo: un ciclo di incontri per chi assiste un malato di Alzheimer

Anche quest’anno il Centro Donatori del Tempo organizza un ciclo di incontri collettivi di formazione , di sostegno e di  auto-mutuo -aiuto per i familiari dei malati di Alzheimer.

Il ciclo di 10 incontri inizierà mercoledì 24 febbraio alle 18.00 con cadenza settimanale, presso il c.d. comunale di via Volta, 83 a Como (sede dei corsi dell’Università popolare dell’Auser).
I temi trattati riguarderanno gli aspetti comunicativi e relazionali da adottare con il malato e si avvarranno oltre che della psicologa, del neurologo, della dietista e dell’avvocato.

La partecipazione al ciclo è gratuita, iscrizione obbligatoria.

Per informazioni e iscrizioni: tel. e fax 031.270231, email: donatorideltempocomo@virgilio.it