La leggerezza delle pensioni – I VOSTRI SOLDI INGESTIONE PROMOTORI FINANZIARI – Milano Finanza Interactive Edition

La leggerezza delle pensioni
Situazione insostenibile visto che si dovrà vivere con almeno il 30% di reddito in meno. Allora perché aspettare ancora a scegliere una forma di previdenza integrativa? Una partenza in ritardo su questo fronte potrà avere gravi conseguenze. Come spiega Alberto Brambilla, di Itinerari Previdenziali 

di Stefania Ballauco

A differenza del libro di Milan Kundera, nel quale tra le righe si diceva che le scelte che ognuno di noi compie nella sua breve o lunga vita appaiono irrilevanti davanti allo scorrere inevitabile delle nostre vite e in ciò risiede la loro leggerezza, in futuro a essere evanescente [...] 

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LE NUOVE PENSIONI, Il Sole 24 Ore

Tutte le novità della nuova riforma e le risposte degli esperti
per capire il nuovo sistema previdenziale.

I nuovi requisiti per la pensione di vecchiaia e le novità sulla pensione anticipata, il sistema di calcolo contributivo e l’equiparazione dell’età di uscita dal lavoro per le donne del settore privato, l’aumento delle aliquote per i lavoratori autonomi e lo stop alle anzianità. Il Sole 24 Ore presenta “Le nuove pensioni”: uno strumento chiaro ed indispensabile per comprendere cosa succederà dal 2012, un vademecum completo ed utile per tutti i lavoratori dipendenti, privati e pubblici.
Nella versione digitale video, fotogallery e programmi di ricerca per orientarsi nei Pensionometri. E una selezione extra di domande e risposte.

 

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da Normativa fiscale e tributi: leggi, norme, tasse e imposta sul reddito – Il Sole 24 Ore.


L’Inps e l’Istat diffondono le tavole di dati sui trattamenti pensionistici rilevati in Italia al 31 dicembre 2009

L’Inps e l’Istat diffondono le tavole di dati sui trattamenti pensionistici rilevati in Italia al 31 dicembre 2009.

Le informazioni statistiche sono state prodotte dall’archivio statistico sui trattamenti pensionistici, gestito dall’Inps, la ricchezza ed il dettaglio analitico del quale consentono di analizzare i trattamenti pensionistici con una doppia classificazione, per tipologia e per funzione economica, quest’ultima in accordo ai criteri stabiliti in ambito europeo (Esspros, Regolamento comunitario 458/2007).

Ciò rende possibile la comparazione in ambito comunitario, e al contempo, garantisce la possibilità di effettuare le tradizionali analisi del sistema pensionistico italiano, fondate sulla classificazione tipologica.

L’importo annuo di ciascuna pensione è fornito dal prodotto tra l’importo mensile della pensione pagata al 31 dicembre dell’anno ed il numero di mensilità per cui è previsto il pagamento. La variabile spesa è dunque definita come spesa tendenziale (calcolata da un dato di stock) e può non coincidere con la corrispondente voce di bilancio (dato economico di bilancio).


Per informazioni

Statistiche sulla previdenza e assistenza – Istat
Corrado Peperoni
Tel. 06 4673.6452
peperoni@istat.it

Coordinamento generale statistica attuariale – Inps
Natalia Orrù
Tel. 06 59054685

Periodo dei dati:
Anno 2009
Data di pubblicazione:
venerdì 23 dicembre 2011
Allegati
Indice delle tavole
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Tavole
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Glossario
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Nota informativa
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da Istat.it – I trattamenti pensionistici.


Paolo Baroni, recensione di SENZA PENSIONI di Walter Passerini LASTAMPA.it

Il futuro che ci aspetta:
mini assegni per tutti

La copertina del libro di Walter Passerini e Ignazio Marino

La copertina del libro di Walter Passerini e Ignazio Marino

Gli autori: “Presto esploderà la bomba della previdenza. Nessuno fa niente”

PAOLO BARONI

Il nostro futuro sarà «Senza pensioni»? Probabile, molto probabile: basta pensare ai giovani di oggi ed ai loro lavori precari e malpagati, oppure – per tutti gli altri – basta scorrere le tabelle, suddivise categoria per categoria, relativi a mestieri e professioni, impieghi pubblici e contratti privati. Molti, anche quelli che si sono più tutelati, una volta arrivati al dunque, ovvero al momento della quiescenza, non avranno di che vivere: appena il 17-19% dell’ultimo stipendio un consulente del lavoro che oggi ha 50 anni e lavora da venti, 20-25% un ragioniere, 13% un biologo, l’11% il farmacista e l’infermiere, il 30-33% il medico. Se la cavano meglio il giornalista (80%) e l’avvocato (64%). Idem dipendenti statali e privati, più o meno allo stesso livello. A brindare davvero sono solamente i notai che spuntano il 110-130% del loro ultimo reddito professionale.

Sono calcoli brutali, per certi versi, quelli contenuti nel saggio di Walter Passerini e Ignazio Marino. Il primo giornalista specializzato in economia, ideatore del primo «Corriere lavoro» ed oggi curatore dell’inserto «Tuttolavoro» de «la Stampa». Il secondo giornalista di «Italia Oggi» ed esperto di previdenza. «Senza Pensione», ovvero «tutto quello che dovete sapere sul vostro futuro e che nessuno osa raccontarvi» (Chiarelettere, 171 pagine, 13,90 euro), è un vero e proprio cazzotto in faccia a giovani e meno giovani. E anche, o forse è meglio dire soprattutto, alla classe politica (e sindacale) che in tutti questi anni non ha voluto o saputo affrontare il nodo-pensioni. «Siamo giunti al capolinea di una situazione che è il prodotto dell’incoscienza e dell’irresponsabilità. Siamo alla vigilia dello scoppio della bomba previdenziale e nessuno fa niente», scrivono gli autori. Ed il problema, come segnala Tito Boeri nell’introduzione, non sta tanto nelle differenze tra generazioni diverse ma nelle iniquità presenti nei trattamenti riservati ai lavoratori della stessa classe d’età. «Un sistema squilibrato in partenza» annota Boeri, su cui si deve intervenire «di cesello, non certo con l’accetta».

Indignarsi, di fronte a questa situazione, sostengono Passerini e Marino, «non basta». Di qui l’idea di ragionare, di documentare, la situazione della nostra previdenza, «per cambiare lo stato delle cose». Nessun intento scandalistico, nessuna demagogia. «La questione è più complessa». Il volume diventa così una bussola per orientarsi, utilissime le 50 pagine di appendice finale con le tabelle curate da Giuseppe Cirioli, che mettono ognuno di noi di fronte al proprio futuro. In molti casi di miseria. La stessa miseria, allo stato, a cui sono predestinati oggi tanti giovani. Le nuove generazioni – non è una novità ma è bene ribadirlo per predisporre per tempo le contromisure – sono «naturalmente» i più penalizzati. Bene che vada chi è nato nel 1980 andrà infatti in pensione con il 50% dell’ultimo salario. Si tratta di «una generazione di esclusi e sprecati che si vede offrire solo lavori temporanei e sottopagati con la prospettiva certa di una pensione minima».

Non tacere, intervenire dunque. Come? «Prima che scoppi uno scontro generazionale e sociale – scrivono Passerini e Marino – bisogna investire sui giovani facendoli entrare molto prima nel mercato del lavoro e occorre eliminare le iniquità tra lavoratori dipendenti e le molte categorie di autonomi». Ma bisogna fare in fretta, perché il conto alla rovescia è già iniziato e la bomba sta per esplodere.

Autore:  Walter Passerini
Titolo: Senza pensioni, Ignazio Marino
Edizioni: Chiarelettere
Pagine: 171

Prezzo: 13,90 euro

da Il futuro che ci aspetta: mini assegni per tutti- LASTAMPA.it.


Fornero: «Il punto è: il lavoro è ciò che ti dà la pensione» – Corriere della Sera

questa è una riforma strutturale. Per funzionare ha bisogno di un sistema in crescita. Non ci possiamo permettere la stagnazione e tantomeno la recessione. Il punto è: il lavoro è ciò che ti dà la pensione. Un buon lavoro ti dà una buona pensione. Il messaggio è: non vi stiamo tagliando la pensione – al netto del blocco della perequazione dovuto all’impegno al pareggio di bilancio nel 2013 – ma vi stiamo chiedendo di lavorare di più, perché questo vi premia».

Lei crede che le imprese terranno le persone fino a 70 anni? 

«Qui tocchiamo una anomalia del nostro sistema. La previdenza è stata troppo spesso un ammortizzatore sociale, per cui tutte le riorganizzazioni d’impresa sfociano in prepensionamenti. Accade perché se guardiamo alla curva delle retribuzioni, lo stipendio sale con l’anzianità mentre in altri Paesi cresce con la produttività e quindi fino all’età della maturità professionale ma poi scende nella fase finale, perché il lavoratore anziano è di regola meno produttivo. Da noi non è così e questo fa sì che le aziende risolvano il problema mandando i dipendenti più anziani e costosi in prepensionamento. Anche i lavoratori hanno la loro convenienza con la pensione anticipata. E lo Stato copre questo patto implicito tra aziende e lavoratori anziani a scapito dei giovani. Se vogliamo fare la riforma del ciclo di vita, è proprio per rompere questo patto: non ce lo possiamo più permettere». 

da: Fornero: «Sull’articolo 18 non ci sono totem E dico sì al contratto unico» – Corriere della Sera.


il sistema delle PENSIONI, da Rai Uno

PENSIONI: non è lotta di classe, ma matematica


come funziona il sistema delle PENSIONI, a cura del CerP, da Superquark, 2011

PENSIONI: non è lotta di classe, ma matematica


A CHI HA MENO DI 65 ANNI DOBBIAMO OFFRIRE UN “CONTRATTO DI RICOLLOCAZIONE” E NON UNA PENSIONE, Pietro Ichino

ho proposto al ministro del Lavoro di estendere a tutti i sessantenni senza lavoro un trattamento analogo a quello di mobilità (80 per cento dell’ultima retribuzione) e un servizio di outplacement, condizionato alla stipulazione di un “contratto di ricollocazione”  che vincoli il lavoratore a cooperare per il reperimento di una occupazione nel periodo che precede il pensionamento.

     Resta il fatto, tuttavia, che: a) non possiamo chiedere ai tedeschi di farsi carico del nostro debito, se manteniamo i parametri del nostro  welfare fortemente disallineati rispetto ai loro; b) non possiamo tornare a crescere se continuiamo a pagare le persone perché escano dal mercato del lavoro anche quando sono ancora pienamente in grado di lavorare: su questo punto dobbiamo urgentemente correggere un aspetto gravemente sbagliato della nostra cultura industriale e del lavoro; c) ai nostri figli e nipoti stiamo consegnando un sistema di welfaremolto, ma molto, più arcigno di quello di cui questo messaggio denuncia un marginale – anche se, certo, molto rilevante per la singola persona colpita – eccesso di rigore.

….

da Pietro Ichino |  A CHI HA MENO DI 65 ANNI DOBBIAMO OFFRIRE UN “CONTRATTO DI RICOLLOCAZIONE” E NON UNA PENSIONE.


PERCHÉ E COME LA MANOVRA SULLE PENSIONI VA APPOGGIATA, Pietro Ichino

Ci sono due motivi per cui un aumento brusco dell’età media di pensionamento degli italiani – per quanto socialmente costoso ‑ è oggi indispensabile. E nessuno dei due motivi attiene a un’esigenza di “fare cassa”, cioè di alleggerire il nostro deficit di bilancio pubblico a breve termine.

            Uno degli ostacoli alla crescita economica dell’Italia sta nel fatto che per mezzo secolo abbiamo continuato a pagare i cinquantenni, con le pensioni di anzianità e i prepensionamenti, affinché uscissero dal tessuto produttivo, cioè smettessero di lavorare.

 …

segue qui: Pietro Ichino |  PERCHÉ E COME LA MANOVRA SULLE PENSIONI VA APPOGGIATA.


PENSIONI: bibliografia in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

DE CESARI MARIA CARLA, LO CONTE MARCO, MICARDI FEDERICA (cur.)

TUTTO PENSIONI. Il manuale pratico delle novità sulla previdenza

IL SOLE 24 ORE,  2011,  p. 94

RICCIARDI L., CONCLAVE M., CORRENTE E., LAI M.

GUIDA ALLA TUTELA DEL LAVORATORE

EDIZIONI LAVORO,  2009,  p. 326

Pietro ichino (cur.)

CODICE DEL LAVORO Costituzione Codice civile Statuto dei lavoratori Lefggi Speciali e Regolamenti

Italia Oggi Novecento Media Cassazione.net,  2009,  p. 840

JESSOULA Matteo

LA  POLITICA PENSIONISTICA

IL MULINO,  2009,  p. 351

Marco Carcano

Il  «Protocollo welfare» – Come cambiano pensioni e lavoro

Aggiornamenti sociali,  2008,  p. 344-355

NATALI DAVID

VINCITORI E PERDENTI. Come cambiano le pensioni in Italia e in Europa

IL MULINO,  2007,  p. 226

AMATO GIULIANO

IL  GIOCO DELLE PENSIONI: RIEN NE VA PLUS

IL MULINO,  2007,  p. 115

DEL GIUDICE F., MARIANI F., SOLOMBRINO M.

LEGISLAZIONE E PREVIDENZA SOCIALE. MANUALE TEORICO PRATICO. XXI edizione

EDIZIONI GIURIDICHE SIMONE,  2006,  p. 576

COMEGNA DOMENICO, BAGNOLI ROBERTO, a cura di Massimo Fracaro

LE  NUOVE PENSIONI.

ETAS,  2004,  p. 222

DAMIANO CESARE, TURCO LIVIA, POLLASTRINI GIOVANNI, WITTEMBERG RAUL

PENSIONI E CONTRORIFORMA

L’UNITA’,  2004,  p. 190

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

ANDRUCCIOLI PAOLO

LA  TRAPPOLA DEI FONDI PENSIONE

FELTRINELLI,  2004,  p. 162

MEGALE GAETANO, MIGLIOLI FLAVIO, SORGI SERGIO

COME PIANIFICARE LA PROPRIA PENSIONE. GUIDA PRATICA ALLE SCELTE DI PREVIDENZA

IL SOLE 24 ORE,  2004,  p. 252

CIOCIA ANTONELLA

L’  INFINITA RIFORMA DELLA PREVIDENZA IN ITALIA, in STATO SOCIALE IN ITALIA. RAPPORTO

ANNUALE IRPPS – CNR 2002  a cura di CALZA BINI PAOLO, PUGLIESE ENRICO

DONZELLI,  2003,  p. 183-210

MAZZETTI GIOVANNI

IL  PENSIONATO FURIOSO

BOLLATI BORINGHIERI,  2003,  p. 108

MARANO ANGELO

AVREMO MAI LA PENSIONE?

FELTRINELLI,  2002,  p. 142

BOERI TITO, PEROTTI ROBERTO

MENO PENSIONI PIU’ WELFARE

IL MULINO,  2002,  p. 244

AMATO GIULIANO, MARE’ MARIO

LE  PENSIONI. IL PILASTRO MANCANTE

IL MULINO,  2001,  p. 256

SOLOW ROBERT M.

LAVORO E WELFARE

EDIZIONI DI COMUNITA’,  2001,  p. 108

FORNERO E., CASTELLINO O. (cur.)

LA  RIFORMA DEL SISTEMA PREVIDENZIALE ITALIANO. OPZIONI E PROPOSTE

IL MULINO,  2001,  p. 192

FACCHINI CARLA (cur.)

ANZIANI, PLURALITA’ E MUTAMENTI. Condizioni sociali e demografiche, pensioni, salute e servizi in

FRANCO ANGELI,  2001,  p. 285

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

MIRABILE M.L., PENNACCHI L. (cur.)

IL  PILASTRO DEBOLE. I sistemi previdenziali misti

EDIESSE,  2001,  p. 240

FERRARIO PAOLO

LE  POLITICHE DELLA PREVIDENZA, in  POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI

CAROCCI EDITORE,  2001,  p. 55-70

DURRENMATT FRIEDRICH

IL  PENSIONATO frammento di un romanzo poliziesco

EDIZIONI CASAGRANDE, BELLINZONA,  2000,  p.

COLOMBO MARIO

IL  PROBLEMA DELLE PENSIONI – ANALISI E PROPOSTE

AGGIORNAMENTI SOCIALI,  2000,  p. 114-122

CESARI VITTORIO

I  FONDI PENSIONE

IL MULINO,  2000,  p. 126

CESARI RICCARDO

I  FONDI PENSIONE

IL MULINO,  2000,  p. 127

PENNACCHI LAURA

LO  STATO SOCIALE DEL FUTURO   Pensioni, equità, cittadinanza

DONZELLI,  1997,  p. 181

ISTAT

I  TRATTAMENTI PENSIONISTICI   anno 1997

ISTAT,  1997,  p. 130

BONATI G.,  FABRIZIO DE RITIS D., GREMIGNI P., MONTEMARANO A., RIZZARDI R.

LA  RIFORMA DELLE PENSIONI guida pratica all’applicazione della legge 335 dell’8 agosto 1995

PIROLA,  1996,  p. 334

BELTRAMETTI  LUCA

IL  DEBITO PENSIONISTICO ITALIANO

IL MULINO,  1996,  p. 184

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

CARINCI F., DE LUCA TAMAJO R., TOSI P., TREU T. (cur.)

LE  NORME ESSENZIALI DEL DIRITTO DEL LAVORO

UTET,  1995,  p. 526

ABALDO GIANCARLO

GUIDA PRATICA ALLE NUOVE PENSIONI

GIUFFRE’,  1995,  p. 220

BARTOLINI FRANCESCO (cur.)

IL  CODICE DEL LAVORO, DEGLI INFORTUNI, DELLA PREVIDENZA E DELL’ASSISTENZA SOCIALE E

SANITARIA

CASA EDITRICE LA TRIBUNA,  1995,  p. 2142

RUSCIANO M., ZAPPOLI L. (cur.)

L’  IMPIEGO PUBBLICO NEL DIRITTO DEL LAVORO

GIAPPICHELLI,  1994,  p. 374

DE CECCO M., PIZZUTI F. R.

LA  POLITICA PREVIDENZIALE IN EUROPA

IL MULINO,  1994,  p. 384

CNEL

POLITICHE DEL LAVORO

CNEL,  1994,  p. 260

LEGISLAZIONE

FINANZIARIA 1994: SANITA’ E PREVIDENZA NEL DISEGNO DI LEGGE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1993,  p. 1-5

MIOZZA R.

INPDAP – LE PRESTAZIONI DELLA CASSA PENSIONI DIPENDENTI ENTI LOCALI

CEL,  1993,  p. 421

BUZZOLA PAOLA

RIFORMA DELLE PENSIONI: QUALCHE COMMENTO IN RELAZIONE AI SERVIZI SOCIALI

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1993,  p. 19

ARGENTINO GIUSEPPE

RIFORMA DEL SISTEMA PENSIONISTICO

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1993,  p. 11-15

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

ARGENTINO GIUSEPPE

GLI  INDEBITI PENSIONISTICI DOPO LA SENTENZA 39/93 DELLA CORTE COSTITUZIONALE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1993,  p. 13-16

PESSI R.  (cur.)

IL  SISTEMA PREVIDENZIALE EUROPEO

CEDAM,  1993,  p. 240

ESPOSTI GIANCARLO

L’  ANNOSA QUESTIONE EGLI INDEBITI PENSIONISTICI

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1992,  p. 16-18

VARESI P.A., LAI M., LEBRA A.

GUIDA PRATICA DEL LAVORATORE 1992

EDIZIONI LAVORO,  1992,  p. 302

DOCUMENTI

TAGLI A PENSIONI E SANITA’: TESTO DI LEGGE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1992,  p. 2-4

DOCUMENTI

DISEGNO DI LEGGE: DELEGA AL GOVERNO PER LA RAZIONALIZZAZIONE E LA REVISIONE DELLE

DISCIPLINE IN MATERIA DI SANITA’, PUBBLICO IMPIEGO, PREVIDENZA, FINANZA TERRITORIALE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1992,  p. 6-8

GLASSIER VITTORIO

LE  MALATTIE ALLERGICHE: UNA DIFFICILE TUTELA PREVIDENZIALE

PROSPETTIVE SOCIALI E SANITARIE,  1990,  p. 17-19

FARGION V.

STATO E PREVIDENZA IN ITALIA in SCIENZA DELL’AMMINISTRAZIONE E POLITICHE PUBBLICHE a cura

LA NUOVA ITALIA SCIENTIFICA,  1989,  p. 209-243

GALOPPINI A.M. BERGONZI A.

LINEAMENTI DI DIRITTO PRIVATO

LA NUOVA ITALIA SCIENTIFICA,  1989,  p. 224

GIUGNI G.

LAVORO LEGGE CONTRATTI

IL MULINO,  1989,  p. 365

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

VITALETTI G.

PENSIONI DEGLI ITALIANI

MARSILIO,  1988,  p. 240

ISTAT

STATISTICHE DELLA PREVIDENZA  DELLA SANITA’ E DELL’ASSISTENZA SOCIALE

ISTAT,  1988,  p. 206

MAESTRI E.y

LA POLITICA DELLE PENSIONI IN ITALIA TRA CICLO ELETTORALE  E COMPETIZIONE INTERPARTITICA

QUADERNI DI SOCIOLOGIA,  1987,  p. 47-73

FNP, CISL LOMBARDIA

PENSIONAMENTO. RITIRARSI DAL LAVORO NON DALLA VITA. ASPETTI MEDICI E PSICOLOGICI

,  1987,  p. 130

RODA’ G.

PENSIONI

IL SOLE 24 ORE,  1986,  p. 290

TRIMARCHI P.

ISTITUZIONI DI DIRITTO PRIVATO

GIUFFRE’,  1986,  p. 966

RODA’ G.

PENSIONI

IL SOLE 24 ORE,  1986,  p.

CESARINI F.,CONTE F.P.,VALIANI R.

IL FUTURO DELLE PENSIONI

EDIZIONI LAVORO,  1984,  p. 130

CONTI LAURA

PREVIDENZA NON SOCIALE E SICUREZZA SOCIALE

PROBLEMI DEL SOCIALISMO,  1962,  p.

CONTI LAURA

POSSIBILITA’ DEMOCRATICHE NEL SISTEMA ASSISTENZIALE-PREVIDENZIALE ITALIANO

PROBLEMI DEL SOCIALISMO,  1958,  p.

 

PENSIONI: bibliografia  in ordine cronologico decrescente, a cura di Paolo Ferrario, 6 dicembre 2011

CONTI LAURA

L’  ASSISTENZA E LA PREVIDENZA SOCIALE  STORIA E PROBLEMI

FELTRINELLI,  1958,  p.

MANSFIELD KATHERINE

UNA  PENSIONE TEDESCA

RIZZOLI,  ,  p.


MISURE SULLA PREVIDENZA, a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali


Riforma delle pensioni, da Corriere della sera 5 dicembre 2011

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Pietro Ichino |  SULLA QUESTIONE DELLE PENSIONI DI ANZIANITÀ, intervista alla Repubblica, 1 dicembre 2011

L’AUMENTO DEL REQUISITO CONTRIBUTIVO PER CHI INTENDE RITIRARSI SENZA REQUISITO DI ETÀ SI GIUSTIFICA SIA SUL PIANO DELL’EQUITÀ TRA GENERAZIONI, SIA IN FUNZIONE DELL’ALLINEAMENTO DEL NOSTRO SISTEMA A QUELLO DEI NOSTRI PARTNER EUROPEI, SIA IN FUNZIONE DELL’AUMENTO DEL TASSO DI OCCUPAZIONE TRA I 55 E I 65 ANNI

Intervista a cura di Annalisa Cuzzocrea, pubblicata su la Repubblica del 1° dicembre 2011

Pietro Ichino non pensa affatto che 40 sia un numero magico, come ha detto il segretario della Cgil Susanna Camusso. Non crede che il diritto ad andare in pensione di chi ha maturato 40 anni di contributi sia intangibile. Anzi, il giuslavorista e senatore pd pensa che il problema da guardare in faccia sia quello dell’equità fra generazioni, e che per farlo il nostro Paese debba adeguarsi al sistema di welfare del nord Europa.

Professor Ichino, il nodo più controverso degli interventi sulle pensioni di cui si parla in queste ore riguarda la possibilità di ritirarsi dopo quarant’anni di lavoro, al di là dell’età. Cosa ne pensa?
«La questione dei 40 anni riguarda persone che hanno incominciato a lavorare all’età di 16 o 18, e che quindi aspirano a ritirarsi a 56 o 58 anni. Qui i problemi sono due: il primo è di equità fra generazioni: stiamo lasciando ai nostri figli un sistema che consentirà loro di andare in pensione, se andrà bene, a 67 o 68 anni, con assegni nettamente inferiori rispetto ai nostri. Davvero vogliamo – oltre a questo – gravarli di un maggior debito pubblico per consentire ad alcuni di noi di ritirarsi prima dei 60 anni? Poi c’è l’Europa».

In che senso?
«In Germania e negli altri maggiori paesi europei la possibilità di pensionamento senza requisiti di età anagrafica non è data a nessuno, eccetto lavori pesanti o usuranti. Non possiamo chiedere ai tedeschi di farsi carico della garanzia per il nostro debito pubblico finché non abbiamo allineato i criteri del nostro welfare al loro. Infine c’è un problema che attiene al mercato del lavoro: se vogliamo tornare a crescere non possiamo continuare a pagare, con denaro pubblico, i cinquantenni perché smettano definitivamente di lavorare».

Ci sono però anche i casi dei lavoratori in mobilità a pochi anni dal vecchio requisito per la pensione.

«Abbiamo sempre detto, e sono certo che il ministro del welfare ha ben presente questa necessità, che la modifica dei requisiti per il pensionamento non deve riguardare i lavoratori in mobilità, o quelli che abbiano effettuato un riscatto contributivo contando sulla vecchia disciplina. Deve essere dettata una disciplina speciale anche per chi ha svolto prevalentemente un lavoro usurante, o chi oggi svolge lavoro manuale».

da Pietro Ichino |  LA REPUBBLICA: SULLA QUESTIONE DELLE PENSIONI DI ANZIANITÀ.


Pensioni di vecchiaia: grafico sugli “scalini” da Il Sole 24 ore del 24 novembre 2011


PENSIONI/ La scheda, il sistema contributivo pro rata: cos’è e come funziona la riforma di Elsa Fornero

PENSIONI/ La scheda, il sistema contributivo pro rata: cos’è e come funziona la riforma di Elsa Fornero

Il sistema contributivo pro rata promette di essere il fulcro della riforma delle pensioni del nuovo Governo di Mario Monti. Una scheda per capire cos’è e come funziona

(Pubblicato il Fri, 18 Nov 2011 15:51:00 GMT)


Spesa per le pensioni e la sanità (2000-2060)


COSA FARE DELLE PENSIONI DI ANZIANITÀ di Sandro Gronchi, vai alla Voce.it

COSA FARE DELLE PENSIONI DI ANZIANITÀ

PDF dell'articolo
di Sandro Gronchi
argomento Pensioni
Come abbiamo messo in evidenza nella proposta di riforma pubblicata su questo sito , le pensioni di anzianità restano il grande nemico del sistema pensionistico. La riforma Dini ammetteva il pensionamento flessibile, ma assumeva il principio di corrispettività tra pensione e contributi versati. Gli interventi successivi hanno soffocato quella flessibilità, che invece va restituita al sistema. Si possono anticipare alla fase transitoria le regole previste a regime per il contributivo. Le pensioni di anzianità dovrebbero essere sottoposte a una correzione attuariale che dia conto della loro maggior durata rispetto alla pensione di vecchiaia

Pensioni: Concentrandoci su questo tema che assorbe oltre un terzo della spesa totale dello Stato, penso possa essere utile analizzare qualche dato, di Alberto Brambilla Presidente Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale Ministero del Lavoro

Caro direttore, 
nella difficilissima situazione del Paese, politici, sindacati dei lavoratori e dei datori e media discutono con grande verve e a volte troppa sicurezza dei temi economici tra i quali quello previdenziale assume un ruolo centrale. Concentrandoci su questo tema che assorbe oltre un terzo della spesa totale dello Stato, penso possa essere utile analizzare qualche dato.


A) Sotto il profilo del bilancio previdenziale (rapporto tra contributi effettivamente incassati e prestazioni erogate) si evidenzia un crescente deficit che deve essere coperto dalla fiscalità generale; nel 2009 il sistema pensionistico pubblico, nonostante i numerosi interventi correttivi, ha presentato un deficit di circa 8,9 miliardi. La spesa complessiva è stata pari a 192,176 miliardi, con un aumento rispetto all’ anno precedente del 3,7% (+4,2% nel 2008) mentre le entrate contributive sono ammontate a 183,276 miliardi. 


B) Al deficit annuo si devono sommare: 1) i trasferimenti all’ Inps a carico dello Stato, tramite la «Gestione per gli Interventi Assistenziali» (Gias), per un ammontare complessivo di 33,48 miliardi, che vanno a favore delle gestioni previdenziali per compensare la quota parte dipensioni integrate dallo stato, quelle correlate al reddito (maggiorazioni sociali) e le contribuzioni figurative relative ai periodi di disoccupazione e Cig. 2) le contribuzioni aggiuntive (oltre 9,5 miliardi) alla gestione dei dipendenti pubblici a carico dello Stato e gli oneri per le pensioni sociali, invalidità e accompagnamento e le pensioni di guerra (ancora oggi oltre 340 mila). In totale la quota da finanziare con la fiscalità generale raggiunge i 75 miliardi di euro (circa 5 punti di Pil). 


C) Le aliquote di equilibrio teoriche al lordo dell’ intervento della Gias, cioè quanto dovremmo prelevare dai redditi dei lavoratori per pagare le prestazioni, rivelano andamenti preoccupanti rispetto alle aliquote di versamento effettive: tra datore di lavoro e lavoratore, i dipendenti privati e pubblici versano il 33% della loro retribuzione annua lorda mentre per finanziare le prestazioni occorrerebbe prelevare il 46,6% e il 45,1% rispettivamente per i lavoratori dipendenti privati e pubblici. Per artigiani e commercianti l’ aliquota per finanziare le prestazioni è pari rispettivamente al 30% e 20,2%, contro il 20% di aliquota di contribuzione. 


D) Sotto il profilo della sostenibilità finanziaria il rapporto «spesa pensionistica su Pil» è destinato, come abbiamo visto, ad un’ ulteriore crescita e raggiungerà il 15,4% intorno al 2040 per poi ridursi ad un livello più che accettabile (13,5%) solo verso il 2060. 


E) Su un totale di oltre 23,4 milioni di prestazioni previdenziali (una ogni 2,5 abitanti e anche questo è un record), oltre 9 milioni (quasi il 40%!) sono correlate al reddito, cioè usufruiscono di maggiorazioni a carico dello Stato perché i beneficiari non sono riusciti in 65 anni di vita a mettere insieme un numero sufficiente di contributi per raggiungere almeno la pensione minima. Questo problema è sempre stato sottovalutato e anzi, nel tempo e ad ogni governo di centrosinistra o destra, sono sempre state aumentate tanto che oggi non v’ è quasi differenza tra pensioni pagate con contributi e quelle finanziate dallo Stato; pensate voi che voglia dovrebbe avere un italiano di pagare i contributi. 
Nel 2001 abbiamo elaborato, estraendo centinaia di migliaia di posizioni vere presenti nell’ anagrafe degli enti, una tabella per verificare quanti anni di pensione sono coperti da effettivi contributi; in sintesi abbiamo preso i contributi effettivamente versati, li abbiamo capitalizzati al tasso di interesse dei titoli di Stato (un tasso generoso) e calcolato il montante (cioè la somma dei contributi versati rivalutati); a questo punto abbiamo diviso il montante per l’ importo annuo della pensione vigente alle date in tabella. I dati si commentano da soli; un autonomo che ha iniziato a lavorare nel 1970 ed è andato in pensione nel 2005, in media, si è pagato 5 anni e mezzo di pensione su almeno 19 di fruizione della pensione. Ma è cambiata la situazione? Abbiamo ancora un 40% di soggetti che nel difficile futuro dovremmo (non so se le condizioni economiche lo consentiranno) assistere finanziariamente? Purtroppo sì. 
Dalle dichiarazioni dei redditi del 2009 si ricava che su oltre 41 milioni di contribuenti 14,5 non dichiarano nulla al fisco; sarebbe interessante capire da quanti anni non dichiarano e capire come vivono. Di questi, 6,5 milioni sono pensionati che su tali pensioni non pagano tasse. Altri 13 milioni di contribuenti dichiarano redditi tra i 10 e i 20 mila euro, per cui su una media di 15.000 euro annui pagano una media di poco meno di 4.000 euro di contributi; togliendo dai 13 milioni i 5 milioni di pensionati risulta che in questi due primi scaglioni di reddito abbiamo 16 milioni di soggetti ai quali dovremo in qualche modo dare o integrare una pensione.
È così difficile dire queste verità agli italiani, che sono certamente più ragionevoli e comprenderebbero meglio i motivi dei sacrifici richiesti? Evidentemente sì; nessuno vuole tagliare i costi nel proprio «orto» e tutti hanno un pensionato o un cittadino da difendere dai «tagli» di un’ odiosa manovra che invece dovrebbe toccare i ricchi: quelli (lo 0,9% del totale) che hanno un reddito sopra i 100 mila euro (meno di 51 mila netti quindi pagano spesso più tasse loro in un anno che i primi 27 milioni di contribuenti in 15 anni); oppure quelli che hanno risparmiato o messo su una fabbrichetta dando lavoro ai quali una «giusta» patrimoniale sarebbe quasi cristiana. Credo che a furia di massacrare il risparmio e condannare la «ricchezza» proseguiremo il percorso verso il declino. 

Che fare, dunque, per raggiungere l’ obiettivo di riduzione di questo pesante debito imputabile per il 70% all’ espandersi della spesa sociale? L’ Europa ci chiede l’ obbligo del pareggio di bilancio e, a partire dai prossimi anni, la riduzione dello stock di debito fino a giungere al 60% previsto originariamente dal trattato di Maastricht. Sarà difficile non intervenire sulla spesa per la macchina pubblica (Comuni, Province, Regioni e Stato centrale), come sarà impossibile non intervenire sulle pensioni: l’ innalzamento delle età pensionabili di uomini e donne, l’ applicazione di un contributo di solidarietà a tutte le prestazioni in pagamento soprattutto a quelle non supportate da contributi, le baby pensioni ecc.; la riduzione delle contribuzioni figurative, la rimodulazione dei benefici sulle pensioni di reversibilità e su quelle di invalidità, comprese le indennità di accompagnamento. 
A completamento dell’ analisi è utile segnalare che il totale delle prestazioni per la protezione sociale (inclusa la sanità) erogate in Italia incide per il 26,5% sul Pil ed è in continua crescita, mentre alcuni Paesi caratterizzati da un welfare molto esteso stanno progressivamente riducendo tale incidenza. La media europea considerando i 25 Paesi membri è pari al 25,5%, mentre quella storica a 15 Paesi è al 26%. In pochi anni l’ Italia è passata da circa 1,5 punti percentuali sotto la media a 0,5 punti sopra la media; il tutto a debito visto che il rapporto debito pubblico/Pil è ritornato a quota 120%. E quota 26,5% è stimata per difetto, basti pensare ai sussidi per la casa che l’ Istat considera zero mentre per la funzione «esclusione sociale» stima costi pari allo 0,1% del Pil; in realtà superano abbondantemente il punto percentuale di Pil. Credo che in una situazione così difficile sia utile a tutti, politici ed elettori, conoscere la vera dimensione della spesa che, è doveroso precisare, si è tradotta in più tasse e meno competitività.
Alberto Brambilla
Presidente Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale
Ministero del Lavoro


Età di pensionamento: tabella comparativa, l’Espresso 2011


Pensioni: non è lotta di classe, ma matematica. I dati di Alberto Brambilla

Pensioni: non è lotta di classe, ma matematica:

Alberto Brambilla su Corriere della sera del 7 settembre 2011

penso possa essere utile analizzare qualche dato.

A) Sotto il profilo del bilancio previdenziale (rapporto tra contributi effettivamente incassati e prestazioni erogate) si evidenzia un crescente deficit che deve essere coperto dalla fiscalità generale; nel 2009 il sistema pensionistico pubblico, nonostante i numerosi interventi correttivi, ha presentato un deficit di circa 8,9 miliardi. La spesa complessiva è stata pari a 192,176 miliardi, con un aumento rispetto all’ anno precedente del 3,7% (+4,2% nel 2008) mentre le entrate contributive sono ammontate a 183,276 miliardi.

B) Al deficit annuo si devono sommare:

1) i trasferimenti all’ Inps a carico dello Stato, tramite la «Gestione per gli Interventi Assistenziali» (Gias), per un ammontare complessivo di 33,48 miliardi, che vanno a favore delle gestioni previdenziali per compensare la quota parte di pensioni integrate dallo stato, quelle correlate al reddito (maggiorazioni sociali) e le contribuzioni figurative relative ai periodi di disoccupazione e Cig.

2) le contribuzioni aggiuntive (oltre 9,5 miliardi) alla gestione dei dipendenti pubblici a carico dello Stato e gli oneri per le pensioni sociali, invalidità e accompagnamento e le pensioni di guerra (ancora oggi oltre 340 mila). In totale la quota da finanziare con la fiscalità generale raggiunge i 75 miliardi di euro (circa 5 punti di Pil).

C) Le aliquote di equilibrio teoriche al lordo dell’ intervento della Gias, cioè quanto dovremmo prelevare dai redditi dei lavoratori per pagare le prestazioni, rivelano andamenti preoccupanti rispetto alle aliquote di versamento effettive: atra datore di lavoro e lavoratore, i dipendenti privati e pubblici versano il 33% della loro retribuzione annua lorda mentre per finanziare le prestazioni occorrerebbe prelevare il 46,6% e il 45,1% rispettivamente per i lavoratori dipendenti privati e pubblici. Per artigiani e commercianti l’ aliquota per finanziare le prestazioni è pari rispettivamente al 30% e 20,2%, contro il 20% di aliquota di contribuzione.

D) Sotto il profilo della sostenibilità finanziaria il rapporto «spesa pensionistica su Pil» è destinato, come abbiamo visto, ad un’ ulteriore crescita e raggiungerà il 15,4% intorno al 2040 per poi ridursi ad un livello più che accettabile (13,5%) solo verso il 2060.

E) Su un totale di oltre 23,4 milioni di prestazioni previdenziali (una ogni 2,5 abitanti e anche questo è un record), oltre 9 milioni (quasi il 40%!) sono correlate al reddito, cioè usufruiscono di maggiorazioni a carico dello Stato perché i beneficiari non sono riusciti in 65 anni di vita a mettere insieme un numero sufficiente di contributi per raggiungere almeno la pensione minima. Questo problema è sempre stato sottovalutato e anzi, nel tempo e ad ogni governo di centrosinistra o destra, sono sempre state aumentate tanto che oggi non v’ è quasi differenza tra pensioni pagate con contributi e quelle finanziate dallo Stato; pensate voi che voglia dovrebbe avere un italiano di pagare i contributi. Nel 2001 abbiamo elaborato, estraendo centinaia di migliaia di posizioni vere presenti nell’ anagrafe degli enti, una tabella per verificare quanti anni di pensione sono coperti da effettivi contributi; in sintesi abbiamo preso i contributi effettivamente versati, li abbiamo capitalizzati al tasso di interesse dei titoli di Stato (un tasso generoso) e calcolato il montante (cioè la somma dei contributi versati rivalutati); a questo punto abbiamo diviso il montante per l’ importo annuo della pensione vigente alle date in tabella. I dati si commentano da soli; un autonomo che ha iniziato a lavorare nel 1970 ed è andato in pensione nel 2005, in media, si è pagato 5 anni e mezzo di pensione su almeno 19 di fruizione della pensione. Ma è cambiata la situazione? Abbiamo ancora un 40% di soggetti che nel difficile futuro dovremmo (non so se le condizioni economiche lo consentiranno) assistere finanziariamente? Purtroppo sì. Dalle dichiarazioni dei redditi del 2009 si ricava che su oltre 41 milioni di contribuenti 14,5 non dichiarano nulla al fisco; sarebbe interessante capire da quanti anni non dichiarano e capire come vivono. Di questi, 6,5 milioni sono pensionati che su tali pensioni non pagano tasse. Altri 13 milioni di contribuenti dichiarano redditi tra i 10 e i 20 mila euro, per cui su una media di 15.000 euro annui pagano una media di poco meno di 4.000 euro di contributi; togliendo dai 13 milioni i 5 milioni di pensionati risulta che in questi due primi scaglioni di reddito abbiamo 16 milioni di soggetti ai quali dovremo in qualche modo dare o integrare una pensione. È così difficile dire queste verità agli italiani, che sono certamente più ragionevoli e comprenderebbero meglio i motivi dei sacrifici richiesti? Evidentemente sì; nessuno vuole tagliare i costi nel proprio «orto» e tutti hanno un pensionato o un cittadino da difendere dai «tagli» di un’ odiosa manovra che invece dovrebbe toccare i ricchi: quelli (lo 0,9% del totale) che hanno un reddito sopra i 100 mila euro (meno di 51 mila netti quindi pagano spesso più tasse loro in un anno che i primi 27 milioni di contribuenti in 15 anni); oppure quelli che hanno risparmiato o messo su una fabbrichetta dando lavoro ai quali una «giusta» patrimoniale sarebbe quasi cristiana. Credo che a furia di massacrare il risparmio e condannare la «ricchezza» proseguiremo il percorso verso il declino. Che fare, dunque, per raggiungere l’ obiettivo di riduzione di questo pesante debito imputabile per il 70% all’ espandersi della spesa sociale? L’ Europa ci chiede l’ obbligo del pareggio di bilancio e, a partire dai prossimi anni, la riduzione dello stock di debito fino a giungere al 60% previsto originariamente dal trattato di Maastricht. Sarà difficile non intervenire sulla spesa per la macchina pubblica (Comuni, Province, Regioni e Stato centrale), come sarà impossibile non intervenire sulle pensioni: l’ innalzamento delle età pensionabili di uomini e donne, l’ applicazione di un contributo di solidarietà a tutte le prestazioni in pagamento soprattutto a quelle non supportate da contributi, le baby pensioni ecc.; la riduzione delle contribuzioni figurative, la rimodulazione dei benefici sulle pensioni di reversibilità e su quelle di invalidità, comprese le indennità di accompagnamento. A completamento dell’ analisi è utile segnalare che il totale delle prestazioni per la protezione sociale (inclusa la sanità) erogate in Italia incide per il 26,5% sul Pil ed è in continua crescita, mentre alcuni Paesi caratterizzati da un welfare molto esteso stanno progressivamente riducendo tale incidenza. La media europea considerando i 25 Paesi membri è pari al 25,5%, mentre quella storica a 15 Paesi è al 26%. In pochi anni l’ Italia è passata da circa 1,5 punti percentuali sotto la media a 0,5 punti sopra la media; il tutto a debito visto che il rapporto debito pubblico/Pil è ritornato a quota 120%. E quota 26,5% è stimata per difetto, basti pensare ai sussidi per la casa che l’ Istat considera zero mentre per la funzione «esclusione sociale» stima costi pari allo 0,1% del Pil; in realtà superano abbondantemente il punto percentuale di Pil. Credo che in una situazione così difficile sia utile a tutti, politici ed elettori, conoscere la vera dimensione della spesa che, è doveroso precisare, si è tradotta in più tasse e meno competitività.

Alberto Brambilla Presidente Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale Ministero del Lavoro


Itinerari Previdenziali – segnalazione di sito


Il Pirellone spende 6 milioni l’anno per ex consiglieri e pensioni d’oro – Milano – Repubblica.it


Sono attualmente 204 gli ex consiglieri regionali o loro coniugi superstiti che percepiscono il vitalizio. Ogni anno costano alle casse del consiglio regionale oltre sei milioni di euro. Nel solo mese di agosto sono stati erogati 581.475,98 euro a favore degli ex consiglieri regionali. Il meccanismo è semplice. Ed è previsto dagli articoli 2 e 3 della legge regionale 12 del 20 marzo 1995. Una spesa di sei milioni di euro all’anno per i vitalizi di 204 ex consiglieri regionali.

Ma come si arriva al paradosso delle pensioni d’oro del Pirellone? Per percepire la pensione anche solo dopo cinque anni di lavoro (la durata di un’intera legislatura), un consigliere regionale versa ogni mese il 25 per cento della sua indennità di funzione. Al compimento del sessantesimo anno di età riceve un assegno vitalizio mensile pari al venti per cento dell’indennità mensile lorda, se ha completato almeno una legislatura. L’assegno sale al 35 per cento dell’indennità con due legislature alle spalle, e al 50 per cento dopo tre legislature  …..

da Il Pirellone spende 6 milioni l’anno per ex consiglieri e pensioni d’oro – Milano – Repubblica.it.


riforma delle pensioni – Corriere della Sera

Per aggiustare i conti pubblici è stato dunque necessario metter mano ancora una volta alle pensioni. C’è n’è per tutti nelle due manovre correttive che hanno avvelenato l’estate degli italiani. Si va dall’innalzamento dell’età di vecchiaia delle donne, all’anticipo dell’adeguamento automatico dei requisiti anagrafici alle speranze di vita che doveva invece scattare nel 2015, ed al congelamento della perequazione automatica delle pensioni più elevate

(vedi tabella).

segue

Sale l’età del ritiro per le donne La strada della riforma (continua) – Corriere della Sera.


La Demografia cambia la Soglia della Pensione | Assinews – il portale del sapere assicurativo

Gli inglesi andranno in pensione a 67 anni già nel prossimo decennio, invece che a partire dal 2030: lo ha detto ieri il ministro britannico della previdenza Iain Duncan Smith. A Berlino, dove già l’età pensionabile sta gradualmente salendo da 65 a 67 anni, sul tavolo c’è l’ipotesi — secondo il settimanale «Focus» — di alzare ancora l’asticella a 69 anni. Parigi alla fine dell’anno scorso ha deciso di passare da 60 a 62 anni, e da 65 a 67 per l’età pensionabile «a tasso pieno». Nella stessa direzione anche l’Italia, dove salirà a 65 anni anche l’età di pensionamento per le donne, e per tutti e due i sessi si allungano comunque i tempi. E, soprattutto, continueranno ad allungarsi. Perché — al di là delle «finestre» che arrivano dopo un anno/un anno e mezzo e delle «quote» che salgono — ogni tre anni la giustamente agognata età pensionabile sarà adeguata alla speranza di vita.

….. secondo le statistiche dell’Ocse — l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che raccoglie i principali Paesi dell’Occidente — gli italiani sono quelli che hanno la «vita pensionistica» più lunga: 27,3 anni per le donne (imbattute) e 22,7 anni per gli uomini (superati solo dalla non invidiabile Grecia). In termini di calendario «puro» si tratta di 27 anni e quattro mesi per le donne e di 22 anni, 8 mesi e 12 giorni per gli uomini. Il confronto è con i 26 anni e mezzo delle francesi e i 21,8 anni dei loro concittadini, per restare ai vertici della classifica. O, per scendere verso il fondo della lista, con i 20,7 anni delle tedesche e i 17 anni dei loro mariti, fratelli o compagni.

….
Stime e medie a parte, è chiaro che agli «eccessi» di ieri corrisponderanno dei «sacrifici» domani. Pensioni più lontane e più sottili. Non come quelle fortunate impiegate pubbliche con figli che, tra il 1973 e il 1992, sono andate in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi (mentre era già possibile per gli statali lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e per i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni). Allora le pensioni si davano anche ai trentenni, con assegni quasi pari alla retribuzione. Oggi, invece, non sono pochi quelli che a 30-35 anni non hanno ancora trovato un lavoro stabile.

 

Giovanni Stringada La Demografia cambia la Soglia della Pensione | Assinews – il portale del sapere assicurativo.


In Europa vanno tutti in pensione più tardi di noi | Linkiesta.it

Sembra che ci sia poco da fare: per risanare i conti pubblici, intervenire sulle pensioni sarà una scelta obbligata. L’Italia, unica tra in Europa, rischia, nel giro di nove anni, di avere la più alta incidenza di spesa per le pensioni. Senza l’introduzione di adeguati correttivi, le finanze pubbliche italiane saranno travolte

leggi tutto qui: In Europa vanno tutti in pensione più tardi di noi | Linkiesta.it.


Quei 500 mila baby pensionati – Corriere della Sera

….

ci trasciniamo ancora più di mezzo milione di pensioni baby, liquidate a lavoratori con meno di 50 anni d’età: 535.752 per la precisione, che costano allo Stato circa 9,5 miliardi di euro l’anno. Ancora oggi l’Inpdap, l’ente di previdenza del pubblico impiego, paga 428.802 pensioni concesse sotto i 50 anni: di queste più di 239 mila vanno a donne e quasi 185 mila a uomini, per una spesa nel 2010 di 7,4 miliardi. A queste pensioni si sommano 106.905 pensioni liquidate a persone con meno di 50 anni nel sistema Inps (regimi speciali e prepensionamenti) per un costo di altri 2 miliardi.

Sempre secondo i dati del Casellario centrale, l’età media di questo mezzo milione di pensionati baby sta tra 63,2 anni (per chi ha lasciato il lavoro nella fascia d’età 35-39 anni) e 67 (per chi ha lasciato a 45-49 anni). Questo significa che stanno prendendo l’assegno come minimo da 18-24 anni e che, considerando la speranza di vita, continueranno a prenderlo per un’altra quindicina d’anni.

I baby pensionati ricevono in media una pensione lorda di circa 1.500 euro al mese. Importi generosi considerando che mediamente vengono pagati per più di 30 anni e che hanno alle spalle pochi contributi. Tanto che di solito un pensionato baby incassa minimo tre volte quanto ha versato. Se anche si volesse limitare il contributo a coloro che sono andati in pensione prima dei 45 anni, la platea sarebbe ampia: 240.063 assegni per un costo di 3,8 miliardi l’anno.

Le pensioni concesse sotto i 50 anni sono concentrate al Nord (il 65% circa). Al primo posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi. Seguono: Veneto, Emilia Romagna e Piemonte.

Quei 500 mila baby pensionati – Corriere della Sera.


La Guardia di Finanza solo nel 2011 ha individuato 270 casi di pensioni sociali devolute a stranieri per sopravvivere in Italia, stranieri che appena ottenuta la pensione tornano nel paese d’origine. Il danno alle casse statali di 6,2 milioni di euro | Blitz quotidiano

Anche gli stranieri mungono l’Inps e qualche simpatico vecchietto può accedere alla estesa categoria di pensionato sociale. La Guardia di Finanza solo nel 2011 ha individuato 270 casi di pensioni sociali devolute a stranieri per sopravvivere in Italia, stranieri che appena ottenuta la pensione tornano nel paese d’origine. Il danno alle casse statali di 6,2 milioni di euro ed il meccanismo per assicurarsi la pensione sociale è semplice, mentre difficile è individuare la truffa in atto.

Accade ad esempio che la badante ucraina in Italia da tempo, in possesso di regolare contratto di lavoro e regolare permesso di soggiorno, possa richiedere la ricongiunzione familiare con i suoi genitori. Così un ipotetico nonno Ivan e consorte possono ricongiungersi all’amata figlia, ma giunti in Italia non hanno modo di mantenersi: è loro diritto allora richiedere una pensione sociale all’Inps.

La situazione appena descritta non presenta irregolarità, ma costituisce un diritto al sussidio per l’anziana coppia che ha abbandonato la terra natia, come spiega Vittorio Palmese, tenente colonnello della Finanza: “A termini di legge è sufficiente che il soggetto abbia compiuto 65 anni, risieda sul suolo italiano e non abbia un reddito sufficiente per vivere, pari a 6 mila euro l’anno”.

La truffa nasce quando l’anziana coppia di genitori fa ritorno in patria senza dichiararlo all’Inps, continuando così a ricevere la pensione sociale richiesta non appena messo piede sul suolo italiano. La guardia di Finanza spiega che smascherare la truffa non è semplice: “Bisogna fare controlli approfonditi verificando se una residenza non sia fittizia, controllando i vari visti sui passaporti, verificando le utenze e incrociando i dai, con poteri di polizia che magari altri enti dello Stato non hanno”.

I pensionati sociali stranieri sono solo una delle categorie che “regolarmente” truffano l’Inps, con milioni di euro ogni anno rubati alle casse dello Stato, come i falsi ciechi che guidano l’auto e i finti poveri che possiedono decine di immobili che la Guadia di Finanza ha individuato dal’inizio del 2011

Gli stranieri che mungono l’Inps: a nonno Ivan la pensione sociale | Blitz quotidiano.


Le pensioni mensili d’oro degli ex deputati: Pecoraro Scanio (49 anni, 5.802 euro); Diliberto (55 anni, 5.305 euro); Folena (51 anni, 5.525 euro) | Blitz quotidiano

Le pensioni d’oro degli ex parlamentari non si toccano, anzi non sono mai state modificate: mentre a partire dal 1992 i comuni cittadini italiani hanno cominciato a subire gli effetti delle riforme pensionistiche, in un’inchiesta su L’Espresso spunta la lista dei parlamentari che percepisce regolare vitalizio. Accade così che anche per brevi periodi in alla Camera o al Senato, che non siano inferiori ai 5 anni, un deputato percepisce laute pensioni, come l’ex leader dei Verdi ed ex ministro dell’Agricoltura e dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che riceve un vitalizio di 5.802 euro a soli 49 anni, per l’attività politica svolta tra il 1992 e i 2008.

Altro nome illustre è quello di Oliviero Diliberto, che a 55 anni e 4 legislature percepisce una pensione di 5.305 euro, quasi quanto Pietro Folena dell’ex Pci-Pda, che a 51 anni e 5 legislature riscuote 5.527 euro netti mensili. I vitalizi pagati in Italia ai parlamentari sono 3.356, di cui 2.308 pensioni dirette e le restanti di reversibilità, che ogni anno costano allo stato ben 200 milioni di euro. L’Espresso nell’inchiesta non fa sconti nessuno: anche il suo opinionista Eugenio Scalfari compare nella lista, con i suoi 2384 euro di vitalizio per i 5 anni di mandato, e il capitano d’industria Luciano Benetton.

Così Giulio Tremonti e colleghi sono stati ben attenti a non ridimensionare le proprie pensioni, tanto che il contributo di solidarietà del 5 per cento per le pensioni tra i 90 e i 150 mila euro sarà richiesto solo a coloro che vantano almeno 15 anni di mandato. Non finiscono certo qui le misure per tutelare le pensioni d’oro della casta: una nuova legge prevede per i parlamentari eletti dopo il 2008 il pensionamento a 65 anni dopo 5 anni di mandato, come per gli altri cittadini, per poi precisare che l’età pensionabile scala proporzionalmente agli anni di mandato, dunque un deputato con 15 anni di mandato potrà andare in pensione a 50 anni e godere dell’intero vitalizio. Anche i sentori sono ben tutelati, con un regolamento del 1997 che prevede il tetto dei 65 anni di età e 5 anni di mandato per i senatori in carica dal 2001, età pensionabile che scende a 50 anni se si hanno alle spalle 3 o più legislature e si è stati eletti prima del 2001, insomma buona parte dei senatori attualmente in carica.

Le pensioni d’oro degli ex deputati: da Diliberto a Scalfari | Blitz quotidiano.


Istat,Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31 dicembre 2009

Nel 2009 l’importo complessivo annuo delle prestazioni pensionistiche previdenziali e assistenziali erogate in Italia è stato pari a 253.480 milioni di euro, un valore corrispondente al 16,68% del prodotto interno lordo (Pil). La spesa complessiva è aumentata del 5,1% rispetto al 2008, mentre la quota sul Pil è cresciuta di 1,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

È quanto emerge dalle rilevazioni annuali sui trattamenti pensionistici e sui loro beneficiari condotte dall’Istituto nazionale di statistica e dall’Istituto nazionale della previdenza sociale, a partire dai dati dell’archivio amministrativo – Casellario centrale dei pensionati – nel quale sono raccolte le informazioni sulle prestazioni pensionistiche erogate da tutti gli enti previdenziali italiani, pubblici e privati.

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da Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31 dicembre 2009.


Istat, I beneficiari delle prestazioni pensionistiche

L’Istat diffonde le tavole di dati sui beneficiari dei trattamenti pensionistici rilevati in Italia al 31 dicembre 2008.

Le informazioni statistiche sono state prodotte utilizzando l’archivio amministrativo Casellario centrale dei pensionati (gestito dall’Inps), la ricchezza ed il dettaglio analitico del quale hanno consentito di applicare alle statistiche sui beneficiari dei trattamenti pensionistici una doppia classificazione, per tipologia (quella utilizzata nelle tavole qui presentate) e per funzione economica, predisposta in accordo ai criteri stabiliti in ambito europeo (Sespros, Regolamento comunitario 458/2007) ed utilizzata per l’invio annuale ad Eurostat dei dati sui beneficiari di prestazioni pensionistiche.

Ciò rende possibile la comparazione in ambito comunitario, e al contempo garantisce la possibilità di effettuare le tradizionali analisi del sistema pensionistico italiano, fondate sulla classificazione tipologica.

Il numero dei beneficiari non coincide con quello delle pensioni, in quanto ogni pensionato può percepire più trattamenti pensionistici. Ad esempio, il titolare di una pensione di vecchiaia può avere diritto anche ad almeno una parte della pensione di vecchiaia del coniuge deceduto.

Ogni soggetto, inoltre, può essere titolare di più pensioni appartenenti a diverse tipologie, come nel caso in cui si cumula una prestazione di tipo Ivs con una rendita indennitaria o una prestazione assistenziale.

L’importo annuo di ciascuna pensione è fornito dal prodotto tra l’importo mensile della pensione pagata al 31 dicembre dell’anno e il numero di mensilità per cui è previsto il pagamento. La variabile spesa è dunque definita come spesa tendenziale (calcolata da un dato di stock) e può non coincidere con la corrispondente voce di bilancio (dato economico di bilancio).

Le tavole sono accompagnate da una sintetica nota informativa e da un indice.

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frecciaNota informativa
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da I beneficiari delle prestazioni pensionistiche.


ISTAT Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31 dicembre 2009 I beneficiari delle prestazioni pensionistiche

ISTAT, Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31 dicembre 2009
I beneficiari delle prestazioni pensionistiche



Nel 2009 la spesa complessiva per le pensioni in Italia è aumentata del 5,1% rispetto al 2008. L’ammontare complessivo delle prestazioni è stato pari a 253,5 miliardi di euro che corrisponde al 16,68% del Pil | Istat

Nel 2009 la spesa complessiva per le pensioni in Italia è aumentata del 5,1% rispetto al 2008. L’ammontare complessivo delle prestazioni è stato pari a 253,5 miliardi di euro che corrisponde al 16,68% del Pil; nel 2009 l’incidenza deitrattamenti pensionistici sul Pil è aumentata di 1,3 punti percentuali e tale effetto è dovuto sia alla crescita dell’ammontare delle prestazioni che allacontrazione del Pil nell’anno della crisi. L’ISTAT fa presente che tra le prestazioni pensionistiche quelle previdenziali incidono per il 14,7% del Pil mentre quelle assistenziali incidono per quasi il 2%.

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CRESCE LA SPESA PER PENSIONI | Centro Studi Sintesi.


Istat, aumento della spesa previdenziale nel 2009

L’Istat evidenzia un aumento della spesa previdenziale nel 2009.
Nel 2009 l’importo complessivo annuo delle prestazioni pensionistiche previdenziali e assistenziali erogate in Italia e’ stato di 253.480 milioni, in aumento del 5,1% rispetto al 2008.
Lo rileva l’Istat nell’indagine sui trattamenti pensionistici e beneficiari pubblicata oggi. La spesa per il 2009 corrisponde al 16,68% del prodotto interno lordo (Pil). La quota sul Pil e’ cresciuta di 1,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Quasi la metà dei pensionati (46,5%) italiani ha un reddito da pensione inferiore ai 1.000 euro.

Pensioni: la “gamba” dei fondi integrativi

Fino a prima degli anni Novanta un sessantenne che andava in pensione con 40 anni di contributi da lavoro dipendente poteva contare su un assegno mensile pari al 77% dell’ultimo stipendio. Per un suo omologo del 2035 sarà invece del 58%, una quota che scenderebbe al 42% nel caso limite in cui fosse rimasto sempre precario. La “conversione” media (cioè il valore della pensione rispetto all’ultimo stipendio) dovrebbe comunque stabilizzarsi a qualcosa di più del 50% (dati calcolati dall’economista Felice Roberto Pizzuti nel Rapporto sullo Stato sociale 2011).

vai a: VoceArancio » Blog Archive » Pensione, chi gioca d’anticipo vince.


pensione ai giovani: trasformare il pilastro delle pensioni integrative, che è un pilastro “privato” per definizione, in “previdenza integrativa pubblica”, di Massimo Mucchetti

 

Massimo Mucchetti (Corriere di martedì 7 giugno: come si incoraggiano i giovani alla previdenza integrativa), avrebbe questa soluzione unica. Una soluzione, cioè, capace di realizzare entrambi i mezzi miracoli di arrotondare le pensioni, magre per tutti e magrissime per tanti giovani, e al tempo stesso di ridurre un po’ il deficit pubblico. La soluzione, ben argomentata, ruota attorno alla previdenza integrativa: i fondi pensione, tanto per capirci, ai quali oggi aderisce solo il 27% dei lavoratori dipendenti. A dirla in breve, la soluzione sarebbe questa: trasformare il pilastro delle pensioni integrative, che è un pilastro “privato” per definizione, in “previdenza integrativa pubblica”. Ossia, facendo destinare all’Inps i contributi (Tfr incluso) oggi versati ai fondi pensione, che sono imprese a tutti gli effetti che operano per il tramite di banche e gestori specializzati sui mercati finanziari.

E’ possibile dare una pensione ai giovani senza metterci le mani in tasca? | l’Occidentale.


Welfare degli anziani in Cina – Radio Cina Internazionale

Welfare degli anziani in Cina – Radio Cina Internazionale.


Alessandra Cicalini, Le pensioni e i pensionati del futuro, secondo l’Ocse | Muoversi Insieme

Quasi dappertutto nel mondo si sta innalzando l’età della pensione per donne e uomini, ma nonostante si preveda per il 2050 di avere una quota maggiore di persone in servizio ben dopo i sessanta, gli anni da trascorrere a riposo saranno ancora molti. Come mai? La risposta è contenuta nel IV Rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (in sigla, Ocsesulle Pensionirelativo a 43 diversi Paesi, presentato lo scorso 17 marzo.
Nella maggior parte degli Stati analizzati – sostiene l’importante documento – la speranza di vita al momento dell’uscita dalla vita attiva è destinata ad aumentare ben oltre l’innalzamento dei limiti previsti dai singoli Stati sull’età massima pensionabile. Di per sé, non ci sarebbe nulla di male ad avere più anni per godersi il meritato riposo. Il problema nasce dal fatto che, sull’altro fronte, non sarebbe previsto un analogo aumento dei nuovi nati, almeno non tanto quanto quello riguardante gli anziani. Chi pagherà le pensioni dei secondi, quindi? E chi occuperà i posti di lavoro rimasti vacanti?

l’intero articolo qui: Le pensioni e i pensionati del futuro, secondo l’Ocse | Muoversi Insieme

Leggi anche: http://www.muoversinsieme.it/archive/2011/04/01/se-la-fabbrica-si-adatta-all-operaio-anziano.html


I pensionati: note sul loro peso sociale ed economico, Fondazione Nord Est

I pensionati: note sul loro peso sociale ed economico

Il quadro nordestino di base: il rapporto tra pensionati e popolazione è superiore a quello italiano. Ma è più favorevole (o meno sfavorevole) il rapporto tra pensionati e occupati e tra spesa pensionistica e pil.

da: Fondazione Nord Est – A10. I pensionati: note sul loro peso sociale ed economico.


Cicalini Alessandra, Le pensioni del futuro, dall’Italia alla Bolivia | Muoversi Insieme

Accantonato il primo decennio del secolo ventunesimo, per i molti italiani alla svolta dei sessant’anni si porrà durante quello appena cominciato il problema di quando andare in pensione. Soprattutto, con quale assegno, viste le previsioni presentate giusto un mesetto fa dall’Inps, di cui in parte abbiamo già parlato. Paradossalmente, l’unica categoria di lavoratori che potrebbe sperare di avere una cassa con i conti in attivo è proprio quella dei lavoratori parasubordinati, che versano volontariamente i loro contributi. Tutt’altra storia è però quanto di quei denari finirà nell’indennità versata a ciascuno di loro, come ammesso dal presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, costretto, dopo le polemiche suscitate proprio dalle sue parole, a fare chiarezza sul futuro dell’istituto previdenziale e delle pensioni di ciascuna categoria di lavoratori.

I calcoli – purtroppo non ottimistici – erano comparsi in una serie di rapporti che l’ente voleva tenere riservati: ecco come li ha rielaborati il Corriere della Sera in un articolo dello scorso 13 dicembre firmato da Enrico Marro.

segue qui: Le pensioni del futuro, dall’Italia alla Bolivia | Muoversi Insieme.


Istat, Annuario statistico italiano 2010

Annuario statistico italiano 2010

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da: Contenuti.


RIFORME IN PROGRESS PER LE PENSIONI DEL REGNO UNITO di Rowena Crawford e Carl Emmerson, in LAVOCE.INFO

RIFORME IN PROGRESS PER LE PENSIONI DEL REGNO UNITO

PDF dell'articolo
di Rowena Crawford Carl Emmerson
argomento Pensioni Internazionali
Il sistema pensionistico nel Regno Unito è complesso e dal 1998 ha subito varie riforme. Da una parte, si è ampliata la platea dei beneficiari della pensione pubblica, le cui indennità forfetarie sono diventate più generose. Dall’altra, si è alzata l’età di pensionamento, incoraggiato i piani aziendali e ridotto le pensioni indicizzate al salario. L’obiettivo è fare in modo che il reddito da pensione sia adeguato. Diminuirà così il numero di pensionati che necessitano dei sussidi condizionati alla prova dei mezzi. Ma nuovi interventi sono dietro l’angolo.


la situazione pensionistica dei lavoratori autonomi e il film Mammuth di Benoit

è in effetti vero che la situazione pensionistica dei lavoratori autonomi o sotto contratto di collaborazione o altre forme atipiche è più difficile da ricostruire. Al cammino a ritroso attraverso anni di lavoro non proprio stabili è stato persino dedicato un film francese, da poco nelle sale italiane. Si tratta di “Mammuth” (nella foto a sinistra, la locandina), di Benoît Delépine e Gustav Kervern, interpretato da Gérard DepardieuIl titolo è volutamente evocativo: elefantiaca è la stazza del protagonista e da animale in estinzione sono i suoi sentimenti nei confronti della società contemporanea, rifiutata simbolicamente anche dall’automobile – una non casuale “Munch Mammuth” – degli anni Settanta che si ostina a guidare.
Il film indaga con grande passione sociale nei dilemmi personali e universali di un quasi anziano alle prese con la fine della vita attiva (bella la recensione di Paola Casella su Europa).

da: La pensione “precaria” dei lavoratori autonomi – Blog di Stannah | Muoversi Insieme.


Paolo Ferrario, LE POLITICHE DELLA PREVIDENZA, in Politica dei servizi sociali, Carocci Faber, 2001, p. 55-70

Capitolo 2

Le politiche della previdenza

2.1. Le funzioni della previdenza

Mentre il caso storico dell’Inghilterra è particolarmente illuminante per mettere in evidenza le variabili che condizionano lo sviluppo dell’assistenza, il caso della Germania lo è per chiarire il sistema della previdenza.

La previdenza svolge la funzione di sostituire o di integrare i redditi dei lavoratori al verificarsi di determinati eventi. Essa nasce come forma di assicurazione sociale per i lavoratori dipendenti, attraverso il versamento obbligatorio di contributi a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro. I principali programmi previdenziali sono i seguenti:

-         sostituzione del reddito: pensioni; indennità per infortunio lavorativo; indennità economiche per malattia; indennità economiche per maternità

-         integrazione del reddito: assegni familiari

-         garanzia temporanea del reddito: indennità di disoccupazione; integrazioni del salario

Un criterio piuttosto chiarificatore per distinguere i diversi tipi di sistemi di welfare è quello di classificarli secondo il grado di copertura dei rischi. Una definizione di Welfare State che ha il vantaggio di essere descrittiva è la seguente:

insieme di interventi pubblici connessi al processo di modernizzazione, i quali forniscono protezone sociale sotto forma di assistenza, assicurazione, e sicurezza sociale, introducendo fra l’altro specifici diritti sociali nel caso di eventi prestabiliti nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria [1]

Tali interventi si differenziano per quanto riguarda la copertura, che può essere solo per particolari categorie di bisognosi, oppure di intere categorie di lavoratori, o ancora universale, cioè riguardante tutti i cittadini di uno stato.  Le prestazioni possono essere differenziate in rapporto ai contributi versati dalle varie categorie, oppure possono essere standardizzate ed omogenee, essendo alimentate dal sistema fiscale dello stato. Secondo questa prospettiva diventa possibile classificare due principali varianti di copertura:

-          universalistica, che assume quali soggetti di diritto tutti i cittadini

-          occupazionale, che offre prestazioni alle varie categorie definite in base al settore occupazionale di appartenenza

In realtà i sistemi di welfare nazionali combinano diversamente i due schemi creando delle forme miste.

La matrice del modello universalistico è storicamente rintracciabile nel Piano del deputato inglese William Beveridge  (1942). In questo documento furono espressi i grandi principi costitutivi dei sistemi che si definiscono di “sicurezza sociale” [2]:

-         sistema generalizzato che copre l’intera popolazione indipendentemente dalla occupazione e dal reddito

-         unificazione del sistema di finanziamento e di erogazione

-         uniformità delle prestazioni

-         centralizzazione: riforma amministrativa che crea un servizio pubblico unico

2.2.  Il sistema delle assicurazioni sociali

Viceversa, la matrice del modello occupazionale è rintracciabile nel caso nazionale della Germania. E’ in questo stato che si aprì la prima fase di costruzione  della moderna previdenza sociale (1883-1913). Le forze in gioco in questo paese erano: un intenso processo di industrializzazione; una rapida formazione del proletariato; l’organizzazione del Partito socialdemocratico; la politica del primo ministro Otto von Bismarck, che oscillava fra la repressione degli oppositori e la ricerca di consenso sociale. Così scriveva nelle sue Memorie:

I signori democratici tenteranno invano d’incantare il popolo quando questo si accorgerà che i governanti si occupano del suo benessere [3]

Agivano, paradossalmente, due interessi contrastanti, ma contemporaneamente  convergenti nei risultati: dal punto di vista dei datori di lavoro quello di comprimere i consumi della classe operaia , al fine di ridurre i salari e, dal punto di vista della classe operaia quello di ottenere forme di mutualità che, estromettendo dal mercato le fasce deboli (vecchi, malati, invalidi), diminuissero la concorrenza. Fu un compromesso di classe per  reciproci vantaggi che portò alla differenziazione della struttura previdenziale da quella assistenziale:

Con abilità ed intelligenza, Bismarck inaugurò una politica paternalistica di tipo nuovo, moderno, che avrebbe certamente diminuito il potenziale di lotta della classe operaia germanica. La coincidenza cronologica é significativa: nel 1883 accadono ,sulla scena tedesca, tre fatti di grande importanza. Sul piano economico, viene fondata la più grande impresa elettrica d’Europa, la Allgemeine Elektrische Gesellshaft; sul piano parlamentare si costituisce il “gruppo coloniale” del Reichstag; sul piano sociale ,viene dato inizio al primo istituto di Assicurazioni sociali, l’assicurazione obbligatoria contro i rischi di malattia e di maternità per gli operai tedeschi [4]

I concetti fondamentali che guidavano queste riforme  delle assicurazioni sociali tedesche furono i seguenti [5]: principio assicurativo, invece di quello assistenziale; natura obbligatoria delle assicurazioni; sistema di gestione basato sulla costituzione di appositi enti amministrativi; partecipazione degli assicurati alla costituzione dei fondi.

Furono creati tre sistemi previdenziali [6]:

-         assicurazione contro le malattie (1883): raggruppamento di diverse organizzazioni volontarie; l’assicurato pagava due terzi dei contributi e l’impresa il restante terzo

-         assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (1884): l’impresa era ritenuta responsabile di tutti gli incidenti che si verificavano nei suoi locali e finanziava interamente il fondo assicurativo

-         assicurazione sull’ ’invalidità e vecchiaia (1889): questo fondo era sovvenzionato anche da fondi pubblici che si aggiungevano ai contributi di uguale ammontare versati dall’assicurato e dall’impresa

Lo schema previdenziale si fonda su un compromesso fra lavoratori ed imprese attraverso la mediazione dello stato. Questo modello è dunque leggibile nelle relazioni che intercorrono fra il mercato e lo stato  (Figura 2).

<FIGURA 2

Lo schema della previdenza>

Ma perché alla fine dell’ottocento il movimento operaio era oggettivamente interessato ad un sistema previdenziale? Fondamentalmente perché queste prestazioni ( pensioni di vecchiaia, indennità economiche per malattia , assicurazione per infortuni lavorativi, ecc.)  costituivano  uno  strumento  di difesa delle condizioni di vendita della forza-lavoro. Infatti la presenza sul mercato del lavoro di venditori malati,  deboli,  vecchi avrebbe determinato il ribasso dei  salari  e la riduzione del   potere  contrattuale dei sani e dei giovani. Quindi offrire pensioni e indennizzi a questi lavoratori al fine di provocarne l’uscita dal mercato  del lavoro  era , per  la classe operaia,  una  necessità  strategica molto  più  importante  del vantaggio  immediato di  un aumento del monte salari. L’obiettivo principale di tale rivendicazione, in realtà,  era quello di aumentare la forza contrattuale:

L’ammontare di lavoro che può essere estratto dall’operaio in  proporzione a quanto egli riceve, può essere largamente influenzato da un fattore quale la forza contrattuale; ed anche se un aumento della forza contrattuale degli operai non può essere in grado di aumentare i guadagni globali degli operai, esiste un margine entro il quale essi possono modificare sensibilmente  a proprio vantaggio i termini dello scambio fra il proprio sforzo ed il guadagno.[...] Il basso livello di vita può essere allora la ragione principale per cui le condizioni di offerta del lavoro sono tali da mantenere basso il livello dei salari: “la miseria genera miseria” secondo il detto popolare [7]

Con il 1883 si aprì in tutta l’Europa occidentale un trentennio caratterizzato dalla nascita delle assicurazioni sociali , articolate, fondamentalmente,  in quattro settori fondamentali:

-         malattia e maternità

-         contro gli infortuni sul lavoro

-         di invalidità e vecchiaia

-         di disoccupazione

La tab 2  fornisce un quadro delle date di introduzione delle leggi previdenziali nei principali paesi [8]

<TABELLA 2

Introduzione delle assicurazioni sociali

La previdenza sociale costituisce una evoluzione in senso statalista del mutualismo operaio ed in termini economici si  configura come una  forma  di risparmio sul salario,  al  fine  di  conseguire  prestazioni certe (in genere economiche,  ma,  successivamente,  anche    servizi  diretti) in occasione del verificarsi degli eventi assicurati.

Occorre chiarire il significato delle due fasi. In quella del mutualismo si tratta di quote salariali che vengono accantonate per reintegrare la forza-lavoro menomata dal processo produttivo (infortuni, malattie professionali, ecc.), per conservare  e recuperare le potenzialità lavorative (malattie) e per compensare gli associati per la forza-lavoro già erogata (invalidi, vecchi). Qui la tutela previdenziale è contemporaneamente conseguenza e presupposto della erogazione della forza-lavoro, poiché assicura le condizioni per conservare e riprodurre la forza-lavoro e mantiene in vita coloro che sono usciti dal mercato . Nella fase delle assicurazioni obbligatorie mutano le forme di prelievo ed interviene direttamente lo Stato a legittimare questi diritti: ma il significato economico e sociale  non muta, poiché si tratta sempre di attività che mirano ad intervenire sul valore della forza-lavoro.

E’ comunque possibile rilevare i dati caratteristici del nuovo sistema:

Rispetto ai loro precedenti storici, é possibile distinguere i sistemi moderni di assicurazione sociale secondo i seguenti criteri:

-         si tratta di sistemi regolati da ordinamenti nazionali;

-         le prestazioni che essi erogano a garanzia del reddito coprono rischi standard quali infortuni sul lavoro, malattie, invalidità, vecchiaia, morte o disoccupazione dell’assicurato;

-         il loro campo di applicazione non é limitato a singole categorie professionali, ma dipende da criteri più generali di reddito o status occupazionale che consentono di norma la copertura di più vaste fasce di persone;

-         la loro natura é obbligatoria, ciò che implica l’imposizione dell’assicurazione a determinati gruppi, oppure l’obbligo dei pubblici poteri di finanziare programmi volontari;

-         al loro finanziamento vengono chiamati, oltre agli assicurati, lo Stato e/o i datori di lavoro;

-         essi riconoscono un diritto soggettivo individuale alle prestazioni, e la fruizione di queste non comporta alcuna discriminazione politica [9]

Prima di passare all’analisi più ravvicinata della situazione italiana, é opportuno concludere con una breve rassegna dei diversi concetti che si sono consolidati nel corso delle varie fasi storiche appena descritte (Tabella3).

<TABELLA 3

evoluzione dei concetti>

2.3.   Amministrazioni sociali nell’Italia post-unitaria

L’Italia ha vissuto con ritardo i mutamenti sociali derivanti dalla rivoluzione industriale. Di conseguenza anche gli assetti istituzionali dell’assistenza, della previdenza e più in generale dei servizi pubblici,  hanno una loro peculiarità. Questo dipende dalla storia, dalle culture politiche e dai “valori identitari” [10] del popolo italiano. Ecco alcuni tratti caratteristici del nostro paese che contribuiscono a spiegare il funzionamento delle  istituzioni:

-         sviluppo socio-economico relativamente recente, soprattutto se confrontato a quello di altri paesi [11]

-         il ritardo del processo di unificazione politica in uno Stato nazionale [12]

-         la debolezza delle classi dirigenti nel procedere a profonde riforme strutturali

-         la forte presenza della Chiesa, che ha condotto per suo conto una specifica unificazione culturale del paese e che ha una sua rilevante presenza strutturale in alcuni di questi settori.

Al sorgere dello Stato italiano le classi dirigenti  si trovarono di fronte a quell’insieme molto eterogeneo di istituzioni di beneficenza, opere pie, ricoveri,  orfanotrofi che aveva costituito  la base strutturale del cemento ideologico della Chiesa, ma non elaborarono mai un disegno di riorganizzazione complessiva. Questo spiega l’esistenza, ancora oggi, di quel panorama complicatissimo di strutture assistenziali, di tipo privato o semipubblico, che convivono l’una accanto all’altra , spesso accavallandosi e sovrapponendosi.

Una prima fase dello sviluppo delle amministrazioni sociali italiane va dal 1859 al 1919[13]. Negli anni successivi all’unificazione si affermò l’ideologia dell’”assistenza legale”, che avrebbe dovuto competere contro la prevalenza ecclesiastica. Ma tutta la politica della borghesia italiana contrastava di fatto con questa aspirazione, fino a creare le condizioni adatte allo sviluppo delle organizzazione cattoliche:

In complesso, e in linea assoluta, la prevalenza ecclesiastica non subì sensibili diminuzioni […]. Del resto non si poteva pensare di sconfiggere la prevalenza ecclesiastica finchè ci si batteva sul suo stesso terreno: e il concetto di assistenza rimase difatti per molti decenni eguale a quello di  ‘beneficenza’ salvo l’asserzione tutta formale che l’assistenza, diversamente dalla beneficenza è un diritto. […] Sin qui dunque vastissime zone di cosiddetta ‘assistenza’ non si sono distaccate, in linea di     fatto, dall’antico concetto di ‘beneficenza’. Infatti la beneficenza è ispirata al principio ‘cristiano’ quod superest date pauperibus, e non fornisce alcun criterio di misura alle prestazioni, e può ridurle a un simbolico soldino [14]

Con il 1877 salì al potere Francesco Crispi. Nel paese era molto cresciuto il movimento operaio ed era nato il movimento contadino; inoltre era mutata la composizione delle classi dominanti (rafforzamento della piccola e media borghesia, aumento dei gruppi industriali). E questi gruppi aspiravano ad un governo forte , capace di svolgere una politica dinamica sia all’interno che e all’estero:

Ma la richiesta di un governo forte per vasti settori della borghesia si identificava anche con quella di un governo efficiente, che garantisse, insieme alla conservazione dell’ordine, una legislazione più giusta e più moderna e un’amministrazione più svelta e più onesta [15]

Nei suoi primi due ministeri vennero attuate varie riforme legislative ed amministrative:

-          riordinamento dell’amministrazione centrale (1888)

-          riforma delle legge comunale e provinciale (1888)

-          istituzione della giustizia amministrativa (1890)

-          riforma del codice penale e legge di pubblica sicurezza      (1890)

-          legge sulla sanità pubblica (1888)

Inoltre, con la Legge [16] sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza fece la sua prima comparsa istituzionale l’”assistenza pubblica”. Questa legge, che in alcune sue parti é operativa ancora oggi [17], prevedeva quanto segue:

Sono istituzioni di beneficenza [...] le opere pie ed ogni altro ente morale che abbia in tutto o in parte per fine:

a) di prestare assistenza ai poveri, tanto in istato di sanità quanto di malattia;

b) di procurarne l’educazione, l’istruzione, l’avviamento a qualunque professione, arte o mestiere, od in qualsiasi altro modo il miglioramento morale ed economico (art. 1)

Altri contenuti normativi erano: la parziale laicizzazione delle opere di beneficenza ( nomina pubblica dei consigli di amministrazione, riconoscimento statale degli enti); l’istituzione in ogni Comune di un ente detto Congregazione di Carità (trasformato poi nel 1937 in Ente Comunale di Assistenza); l’introduzione di controlli statali dei bilanci preventivi e consuntivi; obbligo di investire i patrimoni in titoli di stato o in immobili. In sintesi si perveniva, alla distanza di quasi due secoli, ad un modello simile alla riorganizzazione amministrativa del ’600.  La “legge Crispi” colpì una parte degli interessi privati che sfruttavano ai propri fini l’amministrazione dei patrimoni, talvolta molto ingenti, delle opere pie locali, ma sollevò anche molte discussioni e critiche, sia da parte dei gruppi di tendenza liberale, sia da parte della Chiesa che non accettò questo intervento statale in un settore  che controllava da secoli. Le due critiche fondamentali di quest’ultima consistevano nel giudizio che si trattava di una espropriazione di beni senza corrispettivo economico  e che lo Stato aveva mutato il fine originario delle opere pie.

Sotto il profilo ideologico-culturale in questa legislazione si sentono gli echi dei pensieri e dei concetti già elaborati nel passato, come si può capire da queste parole di Crispi:                                                                                                                     sentono gli echi dei pensieri e dei concetti già elaborati nel passato, come si può capire da queste parole di Crispi:

Io non riconosco la teoria del diritto al lavoro, causa di molti errori e di molte perturbazioni morali nell’Europa attuale. Io non riconosco che il dovere al lavoro [...] La questione sociale batte alle porte del mondo nuovo; bisogna scioglierla con opere di previdenza, col rendere appunto facile il lavoro (…) Ciò investe questioni complesse, dalla cui soluzione dipenderà la fine del socialismo. La legge che discutiamo é anch’essa una di quelle che appunto ci avvieranno alla soluzione del problema sociale [18]

Per quanto riguarda la previdenza ed in generale la legislazione sociale e del lavoro, alla fine del ’900 la situazione dell’Italia era  molto arretrata . Le leggi emanate trattavano le seguenti materie[19]: impiego dei fanciulli nelle professioni ambulanti (1873) ; Cassa nazionale assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (1883);lavoro dei fanciulli nelle fabbriche (1886) ; istituzione dei   probiviri nell’industria (1893); legge sull’obbligo di risarcimento in caso di infortuni lavorativi (1898). In  confonto agli altri Stati , la situazione era questa:

Nessuna disposizione in Italia proibiva, (…) il lavoro festivo; l’età minima per l’ammissione dei fanciulli nelle fabbriche era  di nove anni, mentre per le altre nazioni andava dai 1O anni della Spagna e dell’Inghilterra ai 14 della Svizzera e della Germania; in Italia nessuna disposizione regolava e proteggeva il lavoro delle donne; il lavoro notturno era da noi proibito ai fanciulli dai 9 ai 12 anni mentre nelle altre nazioni lo era dai 1O anni in su fino ai 13-16 della Francia; nessuna disposizione poi proibiva o regolava il lavoro notturno dei fanciulli al di sopra dei 12 anni, delle donne e dei maschi adulti; il lavoro nelle industrie nocive era proibito solo per i fanciulli fino al 15° anno di età ma non per giovani, donne e uomini adulti [20]

Il blocco agrario-industriale che fu alla base dei governi giolittiani , permise una certa mobilitazione della classe operaia industriale, soprattutto nel “triangolo” Milano-Torino-Genova, cui conseguirono politiche riformiste di alti salari (ovviamente relativi alle condizioni del tempo) e uno sviluppo della legislazione sociale. Sempre nell’ambito di questo processo di modernizzazione del paese va collocata la legge sui manicomi del 1904 [21].  E’ del 1917 una nuova legge sugli infortuni lavorativi che allargò il campo della tutela  al settore agricolo (mezzadri, coloni, proprietari). Le prestazioni  economiche erano minori rispetto all’industria, ma di maggior rilievo erano i principi giuridici contenuti: automaticità dell’assicurazione (prima, se il datore di lavoro ometteva la denuncia, il lavoratore non era tutelato); commisurazione dei contributi alla produttività della terra (cioè il sistema di finanziamento si avvicina a quello fiscale, pur continuando ad essere contributivo).

La legislazione sociale prima dell’inizio del ventennio fascista, si sviluppò sulle  seguenti direttive:

-           aumento progressivo dei rischi protetti (da quello per l’infortunio sul lavoro ad altri rischi atti a provocare mancanza di lavoro o di guadagno o aggravio della condizione economica)

-           estensione dell’assicurazione ad un numero sempre maggiore di categorie di lavoratori subordinati (specialmente operai, ma si può notare una graduale tendenza ad assicurare anche talune categorie di impiegati e di lavoratori autonomi);

-           evoluzione dei principi che si pongono a fondamento delle assicurazioni sociali ( si passa dalla responsabilità per colpa al rischio professionale);

-           una certa estensione e un discreto adeguamento delle organizzazioni e delle prestazioni, sanitarie ed economiche, alle finalità previdenziali. A ciò si aggiunga l’inevitabile trapasso dalla mutualità privata all’assicurazione obbligatoria[22]

La seconda fase dello sviluppo delle amministrazioni sociali inizia nel 1919 (anno dell’introduzione delle assicurazioni obbligatorie di vecchiaia e disoccupazione) e si protrarrà fino ai primi anni Settanta. Durante questa fase si registra una progressiva creazione di enti amministrativi della sicurezza sociale italiana.

L’esperienza della Prima guerra mondiale aveva portato ad una mobilitazione politica delle masse che erano rimaste escluse dal processo di modernizzazione dell’età giolittiana. Il fascismo fu una riposta politica a questo nuovo problema: si trattava di attuare un grande processo di controllo sociale attraverso meccanismi ideologici (corporativismo e nazionalismo) e repressivi delle classi subordinate. Fondamentale divenne l’uso dell’”esercito industriale di riserva” e la divisione sociale tra classe operaia e classe contadina. In un contesto socio-economico di crescita della disoccupazione e di diminuzione dei salari il regime fascista impostò una politica sociale caratterizzata dall’accentramento e potenziamento delle forme previdenziali, entro una logica corporativa, e dallo sviluppo della settorializzazione dell’assistenza.

Le principali realizzazioni furono:

-         assicurazione contro la tubercolosi (1927)

-         aggiunta delle malattie professionali agli infortuni sul lavoro, quali rischi lavorativi (1927)

-         Patti Lateranensi (11 febbraio 1929), costituiti da un Trattato fra i due Stati, una Convenzione finanziaria, e un Concordato , contenente anche norme in materia di assistenza : riconoscimento della personalità giuridica ad associazioni ed enti cattolici; controllo dello Stato sugli istituti ecclesiastici con funzioni educative ; esenzione da certi tipi di tassazione

-         creazione dell’Istituto Nazionale Fascista Assicurazione Infortuni sul Lavoro (1933), che fu all’origine dell’attuale INAIL

-         istituzione dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia(1925-1934)

-         istituzione degli assegni familiari (1934), che si configurano come una prestazione in parte assistenziale (poiché é commisurata ad uno stato di bisogno legato ai carichi di famiglia) ed in parte previdenziale (poiché é corrisposta solo agli occupati)

-         estensione ai lavoratori agricoli dell’assicurazione contro l’invalidità, vecchiaia e morte (1935); tale provvedimento ,però, si accompagna alla loro esclusione dall’assicurazione contro la disoccupazione: é un esempio della politica di differenziazione fra classe operaia e contadina in funzione di reciproco isolamento degli interessi

-         riordino della legislazione infortunistica (1935)

-         creazione dell’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (1935),che é il precursore dell’attuale INPS

-         soppressione delle Congregazioni di carità, sostituite con gli Enti Comunali di Assistenza (1937)

-         istituzione dell’Ente per la Mutualità Fascista (1943), che è all’origine dell’INAM.

Un ultimo elemento che inquadra le funzioni della politica sociale fascista é l’uso strumentale che il regime fece delle risorse finanziarie rastrellate con la previdenza:

L’organizzazione dei grandi Istituti Previdenziali parastatali forniva allo Stato fascista la possibilità di disporre, ai propri fini politici, di grandi capitali. Gli istituti erano fondati su bilanci a capitalizzazione, e quindi immobilizzavano grandi risorse economiche, controllate e dirette dallo Stato.(Solo il 10% poteva venire investito in beni immobiliari.) A mo’ di esempio ricorderemo soltanto che l’Inail dovette partecipare al finanziamento della guerra d’Etiopia e l’INPS alla valorizzazione agraria della Tripolitania [23]

Dunque lo Stato si avvaleva delle riserve previdenziali per il proprio disavanzo di bilancio e per finanziare le imprese coloniali.

In conclusione, i tratti caratteristici delle politiche del regime fascista furono : uso distorto del risparmio previdenziale per finanziare le guerre d’Africa; estensione delle prestazioni come strumento di ricerca del consenso sociale; politica di assistenza alla famiglia direttamente collegata al piano di incremento demografico della nazione; accentramento degli enti e formazione di grandi apparati burocratici.

Questa era la struttura del sistema di sicurezza sociale che l’Italia repubblicana del secondo dopoguerra ereditava.

2.4. Previdenza e assistenza nell’ordinamento italiano

Le attività pubbliche di assistenza e quelle di previdenza sono da tenere   concettualmente distinte fra loro, in quanto designano due diversi sistemi di solidarietà sociale previsti nel nostro ordinamento. Infatti, all’articolo 38 della Costituzione   si legge che

-          “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale

-          ” i lavoratori hanno diritto che siano provveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

E’ tuttavia in atto una profonda revisione critica di tale bipartizione, in quanto nei moderni sistemi di welfare è sempre più accentuata la tendenza a riportare sia l’assistenza sia la previdenza nell’ambito del più ampio concetto di sicurezza sociale riferito ad ogni cittadino in quanto tale. Si definisce “sicurezza sociale” il complesso delle prestazioni previdenziali ed assistenziali offerte dallo stato al fine di accrescere il benessere della collettività. I sistemi di sicurezza sociale sono nati per superare le insufficienze dei programmi di assistenza su base volontaria. Dopo la seconda guerra mondiale, in relazione all’adozione del piano Beveridge in Gran Bretagna (1942), si è diffusa l’esigenza di garantire una protezione sociale egualitaria non solo agli assicurati, ma a tutti i cittadini (principio dell’universalismo delle prestazioni).

Una classica tipologia di Richard M. Titmuss distingue tre modelli di welfare state[24]:

-          residuale. : ossia una politica che interviene solo quando i canali tradizionali di soddisfacimento dei bisogni (famiglia, parentela, gruppi primari, mercato) non sono in grado di aiutare. Questo modello è caratterizzato da politiche sociali selettive, cioè indirizzate verso specifici gruppi sociali

-          meritocratico-personalistico: la politica sociale è un importante correttivo del mercato e i bisogni devono essere soddisfatti sulla base del merito, del lavoro svolto e della capacità produttiva

-          istituzionale-redistributivo: in cui è lo Stato a fornire servizi sulla base dei bisogni e al di fuori da logiche di mercato. Il sistema di welfare funziona come un importante strumento d’integrazione sociale

In Italia la riforma sanitaria del 1978, con la generalizzazione del diritto alla salute ed alle cure, ha spostato dal sistema assicurativo previdenziale allo Stato e alle Regioni tutto questo settore. Sotto il profilo giuridico, gli schemi istituzionali che corrispondono ai termini “previdenza” e “assistenza” hanno canali di finanziamento differenziati e corrispondono a realtà operative ed organizzative diverse:

Previdenziale è la prestazione commisurata a determinati requisiti, come ad esempio il rapporto di dipendenza del lavoro, l’entità dei contributi versati, e così via; assistenziale è la prestazione commisurata al bisogno. Il settore previdenziale comprende quindi gli operai e gli impiegati; il settore assistenziale copre invece tutta la cittadinanza, anche coloro che non hanno mai lavorato (bambini per esempio, o invalidi dalla nascita, o coloro che, come accade in zone arretrate o in economie agricole, non hanno mai prestato un lavoro dipendente) [25]

La tabella 4 inquadra la suddetta distinzione, sulla base di alcuni fattori significativi.

<TABELLA 4

I concetti di previdenza e assistenza

Gli enti di previdenza, dunque, hanno il compito di erogare prestazioni sostitutive del salario in presenza di certi eventi e sulla base di precisi requisiti stabiliti per legge. Essi sono soggetti alla supervisione del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale.

Il più importante tra gli enti previdenziali è l’Istituto nazionale della previdenza sociale, di cui già sono state trattate le origini storiche.

Un’altra importante forma di tutela assicurativa è quella contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, che fanno capo all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL).

Dopo la caduta del fascismo, il settore della previdenza non è mutato nelle sue caratteristiche essenziali. In un contesto economico-sociale contraddistinto dall’incremento del lavoro dipendente salariato e dalla pressione delle masse contadine e dei ceti medi per ottenere trattamenti previdenziali, tale settore si è progressivamente esteso sotto le spinte dei vari gruppi o categorie, ma sempre in modo frammentario, come mostra la Tab. 5, che riporta le date di introduzione di alcune assicurazioni sociali pubbliche, che si affiancavano a quelle già esistenti e che generavano nuovi enti amministrativi.

<TABELLA 5

Estensione degli enti di previdenza

Questo tipo di espansione va inquadrato nella linea di condotta delle maggioranze politiche di governo tendente alla difesa dei ceti medi tradizionali (artigiani, piccoli commercianti) e alla cooptazione di gran parte dei ceti impiegatizi pubblici (reinsediamento nella burocrazia statale e locale del personale dell’apparato dello stato fascista) e di quelli privati:

Si può dire che le strategie di acquisizione del consenso si muovono fra due possibili scelte polari. Da una parte sta quello che potremmo chiamare il consenso basato sull’attrazione individualistica, dall’altra il consenso attraverso l’istituzionalizzazione delle rivendicazioni collettive. Il primo si manifesta in una strategia che utilizza le stesse disuguaglianze che dovrebbero dare origine al dissenso e al rifiuto del sistema e le fa servire invece proprio come incentivo alla partecipazione ai benefici che il sistema può distribuire. Il secondo, in una strategia che implica la capacità di intere categorie di interessi di presentare regolarmente le loro rivendicazioni collettive, mediate però da strutture di rappresentanza che conservano, al di là di una certa soglia conflittuale, una fondamentale solidarietà le une con le altre in nome della preservazione del sistema [26]

In conclusione il settore previdenziale espande la sua azione in modo rilevante, poiché gran parte della popolazione ottiene una copertura assicurativa, ma questo sviluppo assume caratteri contraddittori e problematici così sintetizzabili[27]: dispersione dei mezzi; prestazioni inadeguate per quantità e qualità; alti costi di gestione, talvolta non proporzionali alle prestazioni; frammentarietà delle istituzioni; eccessiva divisione dei poteri fra i diversi ministeri e difformità costante nell’esercizio di questi poteri; difficoltà ad orientarsi per la complessità e variabilità delle norme.

Bibliografia

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TULLIO – ALTAN C. (1999), Gli italiani in Europa,  Feltrinelli, Milano


[1]Cfr. FERRERA M. (1993), p. 49

[2] ROSANVALLON P. (1981), p.129

[3] Cit. in ROSANVALLON, op.cit. p. 131

[4] Cfr. L. CONTI, op. cit., p. 36

[5] MATHIAS P., POLLARD S. (cur.) (1992) p. 212-220

[6] Per una descrizione analitica: BARBIERI E ALTRI (1995), p.37-41; GIROTTI F.  (1998) op.cit., pp. 161-165

[7] M. DOBB (1965), I salari, Einaudi, Torino, p. 132

[8] La Tab 2 è stata ricostruita sulla base della seguente ricerca giuridica. CASTALDI E. (1953), La previdenza sociale nelle legislazioni straniere, Giuffrè, Milano, p. 236.

[9] In ALBER J. (1987), p.21

[10] TULLIO – ALTAN C. (1999),  p. 12

[11] Cfr. FERRAROTTI F. (1990), p.14

[12] Cfr. CERRONI U. (1996), p. 19

[13] Cfr SEPE S. (1999), p. 9-14

[14] Cfr. Conti L., op cit , p. 153

[15] Cfr. CANDELORO G. (1971), p. 344

[16] Legge 17 luglio 1890 n. 6972

[17] Importanti furono le modifiche apportate con il Regio Decreto 30 dicembre 1923 n. 2481 ( a sua volta parzialmente modificato con la Legge 17 giugno 1926 n. 1187), che sostituì alla espressione “istituzioni pubbliche di beneficenza” quella di “istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza”. Solo nel  1977 il D.P.R. 616 tenterà , in modo incompleto e con un parziale insuccesso, di ridefinire la materia.

[18] Stralci da relazioni di Crispi riportate in: Cattaui De Menasce G. (1963), op. cit. p.90.

[19] Informazioni ricavate da: MERLI S. (1976), Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, La Nuova Italia, Firenze, p.335-356.

[20] Cfr. MERLI, op. cit., p. 350

[21] V. cap. 9

[22] Tratto da: HERNANDEZ S. (1965), Profili storici, in Comitato di studio per la sicurezza sociale, Per un sistema di sicurezza sociale in Italia , Il Mulino, Bologna, p.55.

[23] Cfr. Conti L., op.cit, p. 87

[24] Classificazione ricostruita in MARTINOTTI G. (1992), Informazione e potere, Anabasi, Milano

[25] L. CONTI (1958) p. 114

[26] Cfr. A. PIZZORNO (1980), pp. 75-76

[27] Cfr. A. CHERUBINI (1977), pp. 412-7


Alessandra Cicalini, Le finestre mobili della pensione italiana | Muoversi Insieme

i lavoratori dipendenti dovranno aspettare fino a nove mesi in più rispetto al sistema stabilito nel 2008, mentre gli autonomi potrebbero attendere fino a un anno in più.
In concreto, che cosa succederà dal prossimo anno? Vediamolo nel dettaglio, partendo da quello che non cambierà.
Le vecchie finestre per la pensione restano infatti immutate nei seguenti casi: per chi maturerà i requisiti per la vecchiaia o l’anzianità entro il 31/12/2010; per il personale della scuola; “per i lavoratori dipendenti con periodo di preavviso in corso al 30 giugno 2010 con raggiungimento dei requisiti entro la data di cessazione del rapporto di lavoro”, come riportalo speciale del Sole 24 Ore che illustra anche gli altri casi non toccati dalle finestre mobili soffermandosi poi su una serie di quesiti posti da lavoratori pubblici, privati, dipendenti e autonomi che matureranno i requisiti il prossimo anno. Prima di sintetizzarne qualcuno, ricordiamo quali sono, allo stato attuale, i requisiti per accedere alla pensione di vecchiaia o di anzianità.
Per la vecchiaia bisogna avere almeno 65 anni per gli uomini e 60 per le donne (61 per le dipendenti pubbliche); poi si deve aver maturato almeno 20 anni di contributi in Italia o all’estero nel caso del lavoro dipendente. Per l’accesso all’anzianità, invece, dal 2011 la “quota” da considerare (ossia la somma tra il requisito dell’età e l’anzianità contributiva di cui avevamo parlato nel già citato articolo) aumenterà di un anno.
Dunque, i lavoratori dipendenti potranno andare in pensione di anzianità con almeno 60 anni d’età (quota 96), e gli autonomi ad almeno 61 (quota 97). Il requisito anagrafico si annulla per tutti i lavoratori che abbiano almeno 40 anni di contributi.
Tuttavia, anche in questo caso si subiranno gli effetti dello scorrimento delle finestre. Lo si deduce leggendo la risposta che gli esperti del Sole 24 Ore hanno dato a un lettore che toccherà i 40 anni di servizio nel dicembre 2011: se deciderà di attendere fino a quella data, sostengono sul quotidiano economico, “la sua finestra di uscita sarebbe prefissata per il gennaio 2013”.

da: Le finestre mobili della pensione italiana | Muoversi Insieme.


Istat, I trattamenti pensionistici (dati 2008)

I trattamenti pensionistici


Periodo di riferimento: Anno 2008
Diffuso il: 29 ottobre 2010


L’Istat diffonde le tavole di dati sui trattamenti pensionistici rilevati in Italia al 31 dicembre 2008.
Le informazioni statistiche sono state prodotte utilizzando l’archivio amministrativo Casellario centrale dei pensionati (gestito dall’Inps), la ricchezza ed il dettaglio analitico del quale hanno consentito di applicare alle statistiche sui trattamenti pensionistici una doppia classificazione, per tipologia e per funzione economica, quest’ultima predisposta dall’Istat in accordo ai criteri stabiliti in ambito europeo (Sespros, Regolamento comunitario 458/2007).

Ciò rende possibile la comparazione in ambito comunitario, ed al contempo garantisce la possibilità di effettuare le tradizionali analisi del sistema pensionistico italiano, fondate sulla classificazione tipologica.

L’importo annuo di ciascuna pensione è fornito dal prodotto tra l’importo mensile della pensione pagata al 31 dicembre dell’anno ed il numero di mensilità per cui è previsto il pagamento. La variabile spesa è dunque definita come spesa tendenziale (dato di stock) e può non coincidere con la corrispondente voce di bilancio (dato di flusso).

Le tavole sono accompagnate da una sintetica nota informativa e da una guida in formato Excel che agevola la consultazione delle tavole regionali.


da: I trattamenti pensionistici.


Inps, novità introdotte dalla manovra finanziaria in materia di decorrenza della pensione di vecchiaia, di ricongiunzione della contribuzione e trasferimento della posizione assicurativa, di trattamenti di invalidità civile

L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale ha emanato, il 24 settembre, la Circolare n. 126, avente per oggetto la legge 30 luglio 2010 n.122 di conversione, con modificazioni, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 recante “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica”. Con tale circolare l’INPS illustra le novità introdotte dalla manovra finanziaria in materia di decorrenza della pensione di vecchiaia, di ricongiunzione della contribuzione e trasferimento della posizione assicurativa, di trattamenti di invalidità civile. In particolare, il decreto prevede nuove disposizioni in materia previdenziale, tra cui: la decorrenza della pensione di vecchiaia e dei trattamenti di anzianità; le modifiche di cui all’articolo 1, comma 1, legge 7 febbraio 1979, n. 29; i Fondi speciali di previdenza; le nuove disposizioni in materia di verifica dei dati reddituali per i titolari di prestazioni collegate al reddito; la facoltà per i pensionati a basso reddito di dilazionare determinati versamenti; Le nuove disposizioni in materia di invalidità civile. Restano comunque immutati i requisiti di accesso ai predetti trattamenti pensionistici.


Filippo Taddei, Generazione senza pensione, L’Espresso 2 settembre 2010

02.10.2010 L’Espresso “Generazione senza pensione” di Filippo Taddei.


in una stagione di sacrifici per l’intero mondo del pubblico impiego, in cui di botto si cancella il diritto agli aumenti salariali dei contratti, si rinvia l’età di pensione, si cancellano gli scatti di anzianità, si liquidano i lavoratori che hanno contratti di lavoro precari, la lista fa un po’ impressione. La lista è un elenco costruito dal sindacato di base USB-RdB curiosando (loro se ne assumono la piena paternità e ne assicurano la veridicità) nella banca dati delle pensioni in pagamento dell’Inpdap, l’ente previdenziale che eroga le indennità a favore di statali, ministeriali, e tutti gli altri dipendenti pubblici

ROBERTO GIOVANNINI PER LA STAMPA –

Intendiamoci: il diritto alla pensione vale davvero per tutti, ricchi e poveri. Certo è che in una stagione di sacrifici per l’intero mondo del pubblico impiego, in cui di botto si cancella il diritto agli aumenti salariali dei contratti, si rinvia l’età di pensione, si cancellano gli scatti di anzianità, si liquidano i lavoratori che hanno contratti di lavoro precari, la lista fa un po’ impressione. La lista è un elenco costruito dal sindacato di base USB-RdB curiosando (loro se ne assumono la piena paternità e ne assicurano la veridicità) nella banca dati delle pensioni in pagamento dell’Inpdap, l’ente previdenziale che eroga le indennità a favore di statali, ministeriali, e tutti gli altri dipendenti pubblici. Compresi una ventina di «eccellenti» pensionati pubblici d’oro, personalità famose che spesso e volentieri predicano la necessità di fare sacrifici. Loro però grandi sacrifici non ne fanno, a quanto pare. E riescono a portarsi a casa – oltre alle indennità e agli emolumenti che loro spettano in qualità di parlamentari o ministri o grands commis – pensioni Inpdap di tutto rispetto per la loro attività lavorativa precedente. Pensioni sicuramente maturate con tutti i crismi della legalità, ci mancherebbe altro. Ma altrettanto sicuramente maturate sfruttando le regole previdenziali troppo generose contro cui spesso hanno tuonato invocando il rigore.

I nomi scovati dai militanti dell’USB-RdB (scelti ovviamente non a caso, e pubblicati da «Il Fatto») sono tanti. C’è il governatore di Bankitalia Mario Draghi, 63 anni, che come ex dirigente della pubblica amministrazione dall’aprile del 2005 aggiunge al suo emolumento un assegno mensile di 8.614,68 euro netti. C’è Giuliano Amato, 72 anni, che come professore universitario in pensione dal novembre del 1998 prende la bellezza di 12.518 euro netti. C’è il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, solo 60 anni, che oltre all’indennità come ministro percepisce dal gennaio di quest’anno una pensione da professore universitario di circa 3.000 euro netti mensili. C’è l’ex ministro di Forza Italia Antonio Martino, 68 anni, anche lui ex-professore, che riceve un lordo di 5.788,33 euro. C’è l’ex ministro dello Sviluppo Economico e parlamentare Claudio Scajola, 62 anni, che nonostante sia in politica dal 1975 ha diritto a una pensione come ex-dipendente Inpdap di 2.625 euro netti. C’è l’ex ministro della Sanità Girolamo Sirchia, 77 anni, in pensione come ex medico dall’ottobre 2001 con un lordo mensile di 10.290 euro (circa 7.000 netti). C’è l’ex sindaco di Bologna Giorgio Guazzaloca, 66 anni, che ha una pensione di 16.518 euro lordi al mese dal settembre del 2009. C’è Mario Baldassarri, 64 anni, parlamentare Pdl, che come pensionato ex docente di Economia riceve dall’agosto del 2008 un assegno lordo di 5.714,42 euro. C’è Rocco Buttiglione, 62 anni, in pensione dal novembre del 2007 come ex professore universitario prende 3.258 euro netti. C’è Giuliano Cazzola, 69 anni, già sindacalista Cgil e dirigente pubblico, che dall’aprile 2007 prende un netto di 6.385 euro.

E non mancano per la verità nemmeno esponenti dell’opposizione. Scopriamo così che Antonio Di Pietro, 60 anni, in pensione dal gennaio del 1996, riceve un assegno netto di 1.956 euro al mese. Che il piddino Beppe Fioroni, che ha solo 52 anni, percepisce una pensione (quasi ragionevole) di 1.218 euro mensili dal gennaio del 2008. Che Sergio D’Antoni, ex leader Cisl e parlamentare Pd, 64 anni, è in pensione dall’aprile del 2001 come docente universitario e riceve 8.595,74 euro lordi. Va da sé che tutti questi uomini politici – come i loro colleghi del centrodestra – tranquillamente incassano anche le indennità loro dovute come parlamentari della Repubblica.
Sì, perché dopo la prima manovra varata nell’estate del 2008 da Giulio Tremonti non esiste in pratica più il cosiddetto divieto di cumulo tra redditi da lavoro e redditi da pensione. Prima, se uno lavorava, la pensione veniva ridotta, a volte azzerata. Adesso non più. Bello, no? Peccato che invece il divieto di cumulo valga ancora per i lavoratori con un contratto part time. Per loro la pensione – da poche centinaia di euro al mese – viene ancora dimezzata.
ALTRI MONDI

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Dossier “Donne pubblico impiego: equiparazione età pensionabile”

A seguito della sentenza della Corte europea che condanna l’Italia per discriminazione tra uomo donna in materia di età pensionabile, il Consiglio dei Ministri del 10 giugno scorso ha approvato una norma che innalza l’età pensionabile delle donne del pubblico impiego a 65 anni a partire dal 1° gennaio 2012.
La norma prende la forma di un emendamento da presentare in sede di conversione del decreto- legge sulla manovra finanziaria anti-crisi attualmente all’esame del Senato. Il sacrificio che l’Europa chiede alle dipendenti statali italiane sarà compensato da un investimento nei servizi alla famiglia, nelle strutture per l’infanzia e nella non-autosufficienza. Ho chiesto e ottenuto – ha dichiarato il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, nel corso della conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri – che i risparmi liberati dall’innalzamento dell’età pensionabile siano destinati a interventi reali che permettano alle lavoratrici di conciliare con meno difficoltà la vita professionale con quella familiare. L’equiparazione – ha tenuto a precisare il ministro del Lavoro e delle politiche sociali Maurizio Sacconi – riguarda unicamente le dipendenti del settore pubblico. Da qui al 2019 saranno, secondo i calcoli del Ministro del Lavoro, circa 25 mila le donne interessate.

Dossier “Donne pubblico impiego: equiparazione età pensionabile”

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I beneficiari delle prestazioni pensionistiche al 2007

I dati, di fonte amministrativa, provengono dal Casellario centrale dei pensionati costituito dall’Inps e riguardano i titolari dei trattamenti pensionistici nel nostro Paese al 31 dicembre 2007.In particolare, le informazioni statistiche si riferiscono al numero e all’importo delle prestazioni erogate alle diverse categorie di beneficiari, con analisi per genere, età, regione e provincia di residenza del titolare.

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