Gli strumenti della formazione
di Barbara Di Tommaso e Valter Tarchini![]()
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…LAVORO CHE C’È, LAVORO CHE NON C’È…
Per ricercare strade percorribili e sostenibili per le organizzazioni e per i singoli
Giornata di Studio
Venerdì 23 novembre 2012
Milano, C.so Buenos Aires n. 33, Elfo Puccini teatro d’arte contemporanea, Sala Shakespeare
La Giornata di Studio 2012, come anticipato nella nostra comunicazione dello scorso luglio, affronta un problema oggi molto toccante, coinvolgente, complesso.
Pensiamo che per trattare questa questione – la crisi generale e il lavoro – occorra mettere in campo orientamenti, riflessioni, posizioni e competenze provenienti da contesti e collocazioni varie.
Per questo verranno presentate, a partire da diversi sguardi e prospettive di analisi, differenti ipotesi interpretative dei fenomeni connessi alla crisi e al lavoro.
Ci auguriamo che da questa giornata sia possibile per tutti noi costruire delle comprensioni più articolate e consistenti, che ci permettano di continuare a ricercare e ad intraprendere nei contesti lavorativi con cui ci troviamo ad interagire.
In allegato le inviamo una presentazione del senso dell’iniziativa, il programma dettagliato e la scheda di iscrizione.
Speriamo che la proposta le interessi e che le sia possibile partecipare.
In ogni caso le saremo grati se vorrà far conoscere l’iniziativa ad altre persone o gruppi.
Contiamo di poterla incontrare e siamo a sua disposizione per eventuali informazioni e chiarimenti.
Molti cordiali saluti
per lo Studio APS
Francesco d’Angella e Claudia Marabini
Giornata di Studio 2012_Programma
Giornata di Studio 2012_Presentazione
Giornata di Studio 2012_Scheda d’iscrizione
————————————–
Studio APS Srl
Via San Vittore, 38/A
20123 MILANO
Tel. 02-4694610 – Fax 02-4694593
www.studioaps.it e-mail: studioaps@studioaps.it
…LAVORO CHE C’È, LAVORO CHE NON C’È…
Per ricercare strade percorribili e sostenibili per le organizzazioni e per i singoli
Giornata di Studio
Venerdì 23 novembre 2012
Milano, C.so Buenos Aires n. 33, Elfo Puccini teatro d’arte contemporanea, Sala Shakespeare
La Giornata di Studio 2012, come anticipato nella nostra comunicazione dello scorso luglio, affronta un problema oggi molto toccante, coinvolgente, complesso.
Pensiamo che per trattare questa questione – la crisi generale e il lavoro – occorra mettere in campo orientamenti, riflessioni, posizioni e competenze provenienti da contesti e collocazioni varie.
Per questo verranno presentate, a partire da diversi sguardi e prospettive di analisi, differenti ipotesi interpretative dei fenomeni connessi alla crisi e al lavoro.
Ci auguriamo che da questa giornata sia possibile per tutti noi costruire delle comprensioni più articolate e consistenti, che ci permettano di continuare a ricercare e ad intraprendere nei contesti lavorativi con cui ci troviamo ad interagire.
In allegato le inviamo una presentazione del senso dell’iniziativa, il programma dettagliato e la scheda di iscrizione.
Speriamo che la proposta le interessi e che le sia possibile partecipare.
In ogni caso le saremo grati se vorrà far conoscere l’iniziativa ad altre persone o gruppi.
Contiamo di poterla incontrare e siamo a sua disposizione per eventuali informazioni e chiarimenti.
Molti cordiali saluti
per lo Studio APS
Francesco d’Angella e Claudia Marabini
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…LAVORO CHE C’È, LAVORO CHE NON C’È…
Per ricercare strade percorribili e sostenibili per le organizzazioni e per i singoli
Giornata di Studio, venerdì 23 novembre 2012, Milano, C.so Buenos Aires n. 33, Elfo Puccini teatro d’arte contemporanea, Sala Shakespeare (visualizza la mappa)
Con la Giornata di Studio 2012 intendiamo trattare alcune questioni che ci sembrano sfidanti e centrali per affrontare la situazione di crisi generalizzata, di incertezza di prospettive e al tempo stesso di affanno e preoccupazione da parte di tante persone impegnate all’interno e all’esterno delle organizzazioni.
Vi proponiamo in allegato una prima presentazione di contenuti.
Entro la fine di settembre vi invieremo il programma dettagliato e la scheda d’iscrizione alla Giornata di Studio.
Ci auguriamo che la proposta possa riscuotere il vostro interesse e siamo a vostra disposizione per informazioni, chiarimenti e suggerimenti.
Buona estate e a presto
per lo Studio APS
Francesco d’Angella e Claudia Marabini
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Studio APS Srl
Via San Vittore, 38/A
20123 MILANO
Tel. 02-4694610 – Fax 02-4694593
www.studioaps.it e-mail: studioaps@studioaps.it
La mia storia lavorativa è costruita entro due orientamenti, due propensioni che tuttora mi animano: da un lato affezione per i problemi più che per i metodi, ovvero attrazione per questioni sfidanti e complesse che richiedono trasgressioni delle tradizionali partizioni scientifiche e professionali; d’altro lato impegno per lo sviluppo di capacità di capire le difficoltà di azione e interazione a partire dal quotidiano, ovvero investimento nel collegare teoria e pratica, non tanto per mettere in pratica la teoria ma per cercare di concettualizzare la pratica.
vai a tutto il profilo biografico:, Franca Olivetti Manoukian – Studio APS Analisi PsicoSociologica.
Nell’orizzonte complesso e incerto in cui ci troviamo a vivere e a lavorare, in cui pare sempre più necessaria la capacità di collegare l’attenzione alle fatiche e alle difficoltà con la costruzione di nuove prospettive, lo Studio interpreta una posizione attiva e insieme riflessiva anche proponendosi attraverso un nuovo sito.
Rinnoviamo la rappresentazione delle nostre iniziative, delle attività che realizziamo e delle ipotesi di comprensione che formuliamo da rielaborazioni delle esperienze: una rappresentazione più aperta, con immagini suggestive, più diffusa, per esporre la varietà delle realizzazioni e delle proposte, più sintetica, per facilitare letture rapide, e più analitica, per consentire comprensioni e connessioni con contenuti e scelte che qualificano le consulenze organizzative e formative offerte ad organizzazioni pubbliche e private per affrontare cambiamenti e transizioni difficili.
Il nuovo sito ha una configurazione dinamica, per poter costituire uno strumento di comunicazione vivo e vitale che sia il più possibile vicino e attento all’attualità incalzante attraverso segnalazioni e indicazioni che possono arrivare da varie fonti.
Vuole avere un’impostazione dialogica, per facilitare scambi attorno a vicende lavorative in diversi contesti, suscettibili di apprendimenti e confronti e, soprattutto, per poter mantenere nel tempo, con diversi interlocutori, delle co-costruzioni di discorsi, attraverso pensieri e commenti, domande e risposte, parziali e leggere, che ci accompagnano nelle quotidianità lavorative.
Il nuovo sito è, per lo Studio, l’avvio di una nuova esperienza di comunicazione con un contesto più ampio e, speriamo, più variegato.
È un’esperienza da sviluppare e realizzare con tanti interlocutori, che interroga sulla possibilità di dare maggiore visibilità e consistenza alle ipotesi e alle elaborazioni che stiamo cercando di costruire e affinare per far fronte alla crisi e per rendere più positivo il nostro lavoro.
Siamo grati a tutti coloro che vorranno visitare il nuovo sito e che ci daranno dei riscontri per migliorarlo e arricchirlo.
I nostri migliori saluti
Studio APS
Nella Giornata di Studio tenuta a Milano lo scorso novembre era stato proposto di avviare un “Osservatorio/Laboratorio sul malessere lavorativo”.
A seguito della segnalazione da parte di varie persone di un interesse positivo per una iniziativa di questo genere è stata messa a punto una proposta che viene illustrata in allegato.
Ne diamo comunicazione perché ci sembra una iniziativa particolarmente collegata alle vicende più generali che oggi attraversano le condizioni lavorative e perché costituisce una sperimentazione di co-costruzione conoscitiva piuttosto originale.
Chi fosse interessato a prendere parte al lavoro che viene prospettato è pregato di segnalarlo alla segreteria dello Studio.
Con i migliori saluti,
Franca Olivetti Manoukian e Achille Orsenigo
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Azioni per costruire condizioni più sostenibili nelle organizzazioni lavorative
Giornata di Studio
Venerdì 18 novembre 2011
Elfo Puccini teatro d’arte contemporanea – Sala Shakespeare
Corso Buenos Aires n. 33, Milano (MM1 – fermata LIMA)
La ricerca e la costruzione di piste di lavoro alternative
In questa giornata intendiamo proporre piste di lavoro per gestire in modo più efficace stress, fatiche e sofferenze, elementi che attraversano la vita delle organizzazioni e dei soggetti che ne sono parte o con loro interagiscono. Ciò a partire da riflessioni e orientamenti che aiutino a riconoscere le diverse modalità con cui organizzazioni e individui cercano di affrontarle.
Sono pensieri e spunti maturati dalla nostra esperienza, da quelle di alcuni studiosi particolarmente significativi e, più in specifico, dal lavoro di ricerca che lo Studio APS ha realizzato nei mesi che ci separano dalla Giornata di Studio realizzata nel 2010. Quella era stata un’occasione per presentare e analizzare situazioni lavorative differenti in cui, per varie ragioni, gli individui si ritrovavano demotivati, frustrati, affaticati e a volte sofferenti. In quell’occasione s’era cercato di comprendere meglio quali fossero alcune delle origini di quei malesseri, quali rapporti esistessero tra fatiche, desideri di benessere e illusioni di soluzioni esaustive.
Questa nuova giornata è stata pensata per dibattere, mettere in discussione, confrontare e arricchire riflessioni e ipotesi di comprensione e di azione. È stata preparata attraverso varie iniziative che hanno coinvolto accanto a soci e collaboratori dello Studio diversi interlocutori, alcuni con cui abbiamo da tempo contiguità di lavoro e altri contattati per la prima volta: abbiamo realizzato un seminario di due giornate in marzo e aprile, una serie di focus group con partecipanti appartenenti a diversi contesti lavorativi, dalle aziende private, agli ospedali, ai servizi territoriali nella prima metà di settembre e alcune interviste a testimoni privilegiati. A tutti coloro che abbiamo coinvolto va un sincero e vivo ringraziamento. Gli incontri hanno portato sguardi compositi e differenziati ed elaborazioni suggestive che ci proponiamo di riportare e sviluppare nella sede più ampia costituita appunto dalla Giornata di Studio prevista per il 18 novembre Soprattutto ci auguriamo che possa essere un incontro dedicato a quanti si misurano con le altrui e proprie paure, fatiche e sofferenze nelle situazioni di lavoro e che non credono in panacee, tecniche risolutive, ma ipotizzano che trattare queste dimensioni faccia parte di ogni impegno lavorativo e richieda un importante investimento in termini di pensiero.
Fatiche e sofferenze
Il lavoro è ricercato perché fonte di reddito, ma anche perché nella nostra società è una delle principali fonti di riconoscimento. Noi tutti abbiamo bisogno di rispecchiarci negli altri, nelle relazioni e nei prodotti. Il lavoro è dunque fonte di gratificazioni, può essere occasione di soddisfazioni fondamentali, ma è anche una scommessa, una sfida: ce la farò, ce la faremo?
Negli anni pare accresciuta la sua valenza simbolica. Così, mentre le fatiche e le sofferenze fisiche sono diminuite, paiono aumentate quelle emotive, psichiche ed è accresciuta la sensibilità in questa direzione.
Differenti e complesse sono parse le origini di fatiche e sofferenze. Da un lato la società, il mercato possono generare queste condizioni e riversarle nell’organizzazione e nelle persone che le compongono. Dall’altro si hanno richieste di cambiamenti, ritmi più stringenti, riduzioni di risorse, e soprattutto i modi con cui sono proposti/imposti questi mutamenti possono far soffrire persone e gruppi di lavoro. Anche i singoli soggetti importano, a volte, nelle organizzazioni tensioni, stress e dolori dalla loro vita privata, ansie collegate a conflitti interiori, delusioni e amarezze connesse a vicende familiari e sentimentali. Pensiamo che sia opportuno e interessante distinguere a che cosa siano riconducibili le diverse sofferenze per poter mettere a punto interventi mirati in grado di tutelare l’efficacia delle organizzazioni e la salute degli individui.
La nostra ipotesi è che fatiche e sofferenze siano, in una certa quota, intrinsecamente, parte del lavoro, che sia quindi illusorio pensare alle organizzazioni come a luoghi di benessere, depurati da queste condizioni. È possibile tuttavia investire per cercare di migliorare le condizioni di lavoro, per verificare se si tratti di fatiche sensate, se siano tutte effettivamente inevitabili. Per far ciò è fondamentale distinguere stress e fatiche. Possiamo in tal senso considerare la fatica come uno degli esiti dell’impiego di energie, del lavoro volto a modificare la realtà, trasformare oggetti e problemi, comprendere persone, analizzare questioni. Mentre possiamo rappresentarci le sofferenze come fatiche sproporzionate alle risorse disponibili o, più specificatamente, frustrazioni e lacerazioni dell’immagine di sé collegate a imposizioni di cui s’è perso il senso o di cui non si condivide per nulla la finalità.
I mondi in cui e con cui organizzazioni e singoli si trovano ad operare
Una delle fonti di stress e sofferenze sono quindi i contesti. Le nostre organizzazioni (servizi pubblici e privati, scuole, ospedali e aziende) operano in ambienti caratterizzati da crescenti incertezze. I mercati, ma più ampiamente i contesti socio-economici evidenziano diffuse situazioni di crisi. Crisi che spesso non sembrano la premessa alla realizzazione di cambiamenti desiderati. Gli scenari appaiono dinamici o turbolenti, ma anche nebbiosi: è assai difficile vedere che cosa ci attende nel futuro, a quali scenari stiamo andando incontro o stiamo/stanno costruendo. È difficile individuare modelli di società, modelli economici, soluzioni ai problemi macroeconomici e di governo credibili, capaci d’attrarre, appassionare, convincere.
Ciò significa che, se guardiamo fuori dalle organizzazioni in cui e con cui lavoriamo, lo scenario è spesso ansiogeno; spesso non troviamo consolazione per le fatiche che il lavoro comporta. In questa fase esso prevalentemente induce paure, fatiche e sofferenze. A queste le organizzazioni debbono far fronte cercando di non sfaldarsi, di non perdere l’orientamento, costruendo condizioni per continuare ad esistere e svilupparsi.
Molti in questi ultimi anni si confrontano poi con la paura che il proprio servizio, la propria azienda non ce la faccia, con l’ansia di perdere il posto di lavoro o di non poterlo conservare per i propri collaboratori, con le gravi difficoltà di molti giovani a entrare nel mondo del lavoro.
A volte si ha l’impressione di un impazzimento di cui non si comprende il senso. Il mondo, in questi ultimi anni, pare essere più minaccioso che rassicurante.
Gli individui: i clienti, i colleghi, i capi
Una quota importante di fatiche e di sofferenze è anche generata dai clienti: più o meno legittimamente riversano richieste, bisogni, fantasie sulle organizzazioni con cui interagiscono; spesso presi da esigenze e malesseri, richiedono attenzione, cura, aiuto. Questo accade non solo nei confronti delle organizzazioni specificatamente deputate a questa funzione – si pensi a ospedali, servizi sociali e sanitari, scuole – ma anche aziende istituzionalmente orientate a produrre beni e servizi d’altra natura si misurano con i problemi che clienti o fornitori riversano su di loro. Gestire le relazioni con i clienti è d’importanza cruciale, è una parte nodale del lavoro. Anch’essa genera soddisfazioni, ma anche fatiche e, a volte sofferenze.
A volte sono i colleghi stessi che riportano nell’organizzazione bisogni soggettivi e tensioni competitive che appesantiscono il clima. Circolano richieste di riconoscimento, di rassicurazione, di benessere che non possono trovare risposte. Delusioni e risentimenti aggravano le fatiche e le sofferenze di tutti.
A volte coloro che esercitano ruoli direttivi, risucchiati da attese di autoaffermazione e da spinte di acquisizione di maggior potere/consenso, finiscono per fare richieste esorbitanti ai collaboratori o a evitare di rispondere a richieste di relazioni ravvicinate vissute come pericolose.
Come vengono trattate fatiche e sofferenze nelle organizzazioni lavorative
Le organizzazioni lavorative sono sistemi complessi solo in parte riconoscibili nei disegni formali dei processi e degli organigrammi. Dirigenti, manager, gruppi, singole persone collegate tra di loro da relazioni formali, processi di lavoro e reti relazionali più ampie, cercano di erogare servizi, produrre beni e nel contempo di far fronte a situazioni relazionali difficili. Vengono date direttive, introdotti, imposti, proposti cambiamenti: nuove procedure, spostamenti, riduzioni del personale, … Tutto ciò espone le diverse componenti a incertezze, stress, speranze, paure. A generare fatica, piuttosto che sofferenza, in base alla nostra esperienza è risultato essere come non solo e non tanto il cosa si muta per attrezzarsi al futuro nelle organizzazioni, ma il come lo si fa. Ciò che genera sofferenza sembra essere soprattutto il non avere informazioni credibili, il non comprendere il senso di ciò che viene richiesto o imposto. Presi dall’ansia dell’introdurre e realizzare nuovi prodotti o servizi, nuovi processi, stressati da urgenze di efficienza ed efficacia, sembra non si riservi un adeguato spazio per condividere prospettive, ipotesi, fatiche e così si generano, spesso inconsapevolmente, sofferenze. Sofferenze che riducono paradossalmente e generalmente efficacia ed efficienza dell’organizzazione. Ciò, mentre abbiamo osservato come persone coinvolte, responsabilizzate, circa gli scenari, le necessità, le paure, gli stress, le fatiche richieste e necessarie, siano orientate ad investire consistentemente sulla loro organizzazione.
Possiamo osservare come queste dimensioni siano trattate in maniera assai diversa. In alcuni e diffusi casi esse sono semplicemente negate: non sono viste e sentite. Questa è una modalità che preclude la possibilità di valorizzare i segnali di stress, le fatiche e ipotizzare quindi interventi per farne qualcosa. È una modalità che espone a forti rischi di deterioramento non solo le persone, ma l’organizzazione stessa. Si possono osservare casi in cui le persone stesse sembra non siano viste.
Altre volte le si affronta illudendosi ed illudendo, con ciò si cerca di dipingere o rappresentarsi la situazione in un modo meno minaccioso. Ci si può illudere che la situazione non sia così difficile o che la soluzione sia a portata di mano: il capo, il consulente, la nuova tecnologia, …
Altre volte ancora si rileva come sia negata o minimizzata la dimensione emotiva, la profondità delle sofferenze anche a livello affettivo. Persone e team sembrano trasformarsi in oggetti, cose. La sofferenza negata peraltro riemerge in varie forme distruttive: somatizzazioni, malattie, conflitti distruttivi tra persone e parti dell’organizzazione, demotivazioni. La sofferenza non pensata, non accolta si sposta generando nuovi malesseri.
Ancora si osserva come un importante malessere sia ridotto, a volte, a fenomeno, patologia, difficoltà individuale. La sofferenza è vista semplicemente come una debolezza, una fragilità individuale. Allora si fa ricorso al farmaco, al medico, al counselor. Supporti pur utili, ma assai riduttivi, se solo individuali, se non sono indagate le connessioni organizzative.
Va pure sottolineato che in diverse organizzazioni alcuni tra coloro che occupano ruoli di direzione e di coordinamento, che hanno responsabilità gestionali o che sono negli staff delle risorse umane cercano di affrontare sofferenze di colleghi e soprattutto di collaboratori supportando e sollecitando comprensioni più attente e articolate per permettere ai singoli e all’organizzazione nel suo complesso di far decantare reazioni emotive e di vedere le situazioni in modo più articolato e lucido, considerando vincoli e perdite, ma anche opportunità e potenzialità. Essi testimoniano la possibilità di coniugare la consapevolezza delle difficoltà con la speranza di contribuire al progresso di individui e organizzazioni.
Orientamenti e ipotesi per costruire condizioni di lavoro più vivibili
Dalla nostra esperienza di lavoro e di ricerca ci pare di poter individuare alcune ipotesi interessanti e degli orientamenti da assumere per affrontare nelle organizzazioni fatiche e sofferenze. Linee d’intervento che vorremmo esplorare nella Giornata di Studio.
Per prima cosa è necessario prendere atto di queste dimensioni della vita lavorativa, avvicinarle per comprenderle, sviluppare, anche attraverso la decostruzione, ipotesi sulla loro origine. Si tratta di cercare, da un lato, d’evitare che le fatiche e lo stress si trasformino in sofferenze, quindi in fatiche rappresentate come insensate, fuori luogo e misura, e dall’altro lato costruire condizioni per ricondurre la sofferenza ad uno stato di fatica, di lavoro sostenibile e coniugato col piacere di costruire qualcosa in cui riconoscersi, qualcosa di utile. Come cercheremo di mettere a fuoco nella Giornata di Studio, ciò significa lavorare sul senso di ciò che accade e vogliamo realizzare, sulla fiducia, sull’equilibrio tra risorse (fisiche, professionali, mentali, emotive) e obiettivi. Significa riflettere e riconoscere i limiti e valorizzare le possibilità. La costruzione di condizioni di lavoro sostenibili passa attraverso la consapevolezza del limitato potere e delle responsabilità proprie e altrui.
da: http://www.studioaps.it/servizi_studio/pressostudio_giornate.html
PAURE, FATICHE, SOFFERENZE E ILLUSIONI:
IPOTESI D’INTERVENTO NELLE SITUAZIONI DI LAVORO
Azioni per costruire condizioni più sostenibili nelle organizzazioni lavorative
Giornata di Studio, venerdì 18 novembre 2011, Milano, C.so Buenos Aires 33, Teatro Elfo Puccini
Nella Giornata di Studio del 18 novembre 2011, di cui trovate in allegato una presentazione articolata, ci proponiamo di continuare la riflessione avviata lo scorso anno.
L’idea guida è quella di mettere a fuoco e approfondire delle ipotesi di intervento e delle strategie di azione che consentano di affrontare fatiche e sofferenze in modo più soddisfacente per i singoli e per le organizzazioni.
Ci auguriamo che la proposta possa riscuotere il vostro interesse e vi saremo grati se vorrete presentarla ad altri.
Vi segnaliamo che quest’anno ci incontreremo in un’altra sede che pensiamo più funzionale (visualizza la mappa).
Siamo a vostra disposizione per informazioni, chiarimenti e suggerimenti.
In attesa di incontrarvi, molti cordiali saluti
per lo Studio APS
Achille Orsenigo
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Studio APS Srl
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Ai clienti, ai colleghi, agli amici dello Studio APS,
un vivo e caloroso ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato alla giornata del 29 ottobre scorso.
Il tema che ci siamo proposti di affrontare era molto interessante – e l’elevato numero di iscritti ce l’ha confermato – e al tempo stesso molto difficile da trattare. Ci sembra di aver avviato delle riflessioni, forse un po’ frammentate e forse un po’ troppo aperte rispetto alle aspettative di molti, orientate a raggiungere anche chiarificazioni traducibili in strategie organizzative e in azioni individuali. Per questo, ri-pensando a quanto è emerso e a quanto è suggerito da confronti, connessioni e distinzioni, organizzeremo ai primi di marzo e ai primi di aprile due seminari di una giornata ciascuno, rivolti ad un numero limitato di partecipanti, finalizzati alla presentazione e discussione di alcuni percorsi di intervento rispetto ai malesseri lavorativi.
Da qui potremo anche identificare più chiaramente delle questioni su cui ritornare nella giornata di Studio del 2011.
Con questa modalità tentiamo di continuare a dare maggiore spazio e importanza all’ascolto dei nostri clienti, di coloro che sono interessati ad interagire con noi per co-costruire e de-costruire intorno a dei problemi che riteniamo vadano posti in primo piano, per rendere più efficace il funzionamento delle organizzazioni lavorative e più soddisfacente il lavoro dei singoli.
In questa direzione intende specificamente qualificarsi tutta l’offerta di attività che lo Studio si propone ed è in grado di realizzare. Vorremmo cioè essere sempre più vicini alle difficoltà e a come sono vissute, per riuscire a identificare insieme con i protagonisti ciò che realisticamente consente di gestirle e di contenerne i condizionamenti. Daremo più spazio all’organizzazione di consulenze mirate, anche rivolte a singoli o a piccoli gruppi, e alla predisposizione di seminari, corsi e riunioni progettati ad hoc per Servizi, Enti, Aziende sanitarie, Aziende industriali e di servizi, Cooperative.
Le attività formative programmate presso la nostra sede (come potrete vedere nel calendario che vi sarà inviato prossimamente) saranno soltanto quelli che riteniamo possano facilitare l’acquisizione di alcune strumentazioni basilari per chi è chiamato a esercitare ruoli direttivi e gestionali, ruoli di coordinamento e professioni come quelle del formatore o del consulente di organizzazione. Per le iniziative a cui finora abbiamo dato il nome di “Cicli” stiamo ipotizzando delle evoluzioni per impostarle in modo sempre più pertinente e congruente con le nuove esigenze che le grandi trasformazioni generali inducono all’interno delle organizzazioni di lavoro.
La rivista SPUNTI sarà resa disponibile on-line gratuitamente, ma per chi lo volesse continuerà ad essere possibile acquistare il volumetto stampato.
A fronte delle difficoltà di varia natura che si stanno incontrando, il gruppo di soci e collaboratori dello Studio si propone di lavorare e far lavorare meglio, in un contesto sociale in cui il buon lavoro va continuamente scoperto e costruito. In tempi abbastanza brevi sul nostro sito saranno specificate le differenti novità. Ci auguriamo che sia facile accedervi anche per rendere possibili più ampi e frequenti dialoghi.
Un caro saluto
a nome dello Studio APS,
Franca Olivetti Manoukian
Giornata di Studio
29 ottobre 2010
Palazzo delle Stelline, Corso Magenta n. 61, Milano
Le condizioni di vita nelle organizzazioni lavorative
I luoghi di lavoro, il lavorare sono sempre stati attraversati dal dolore, da forme diverse di patimento. Sofferenza fisica per ritmi, carichi, fatiche, pesi materiali, rumori, climi, ma anche sofferenza legata ai mancati riconoscimenti, ai conflitti, ai maltrattamenti, ai tradimenti, alle delusioni, alle incertezze e insicurezze. Mentre osserviamo che le sofferenze fisiche sono diminuite, parrebbero aumentate quelle emotive, psichiche, che rileviamo tra le persone al lavoro e nelle organizzazioni. Esse paiono connesse frequentemente ad un senso di smarrimento, d’impotenza, a condizioni che paiono fuori controllo, in cui le persone si sentono confuse, con la percezione di qualcosa in cui forse si è fallito o che è fallito e che
non lascia vie d’uscita. Sembra che non sia sensato fare alcunché se non badare a se stessi per cercare di non soccombere.
Forse i problemi, gli smarrimenti, le sensazioni che incontriamo e proviamo relativamente alla sofferenza, non riguardano il dolore o la sofferenza in sé, ma il senso che questi hanno per i soggetti. Soffrire con uno scopo è cosa molto diversa dalla fatica insensata, o apparentemente tale, o autodistruttiva.
La sofferenza come ogni fenomeno non ha un senso in sé: cosa le può restituire senso?
La possibilità di tradurre e sopportare la sofferenza, il sacrificio, la fatica sembra essere connessa a quanto i soggetti si sentono artefici dei cambiamenti.
La sofferenza non è necessariamente patologica. Possiamo considerarla comeparte integrante della vita. In tal senso non è mortifera, non è una minaccia, è parte della vita stessa. La morte, la crisi, il fallimento, l’incertezza, sono parte della vita di ogni organizzazione lavorativa, come lo sono la fondazione, la crescita, il successo, la realizzazione dei progetti.
Sofferenza e piacere, vita e morte possono esser visti non come antitetici oggetti scissi, ma elementi di un unico processo, intrecciati, distinti, eppure confusi.
Il pensare è parte fondamentale della vita, della gioia umana, ma è anch’esso indissolubilmente sofferenza: per ciò che si vede, per il tipo di lavoro che il pensare richiede. Per poter pensare bisogna esser capaci di soffrire. Allo stesso modo il desiderare, il progettare espongono alla sofferenza.
E’ possibile trattare la sofferenza come elemento costitutivo della nostra vita più che come un disturbo, un’interferenza se non addirittura una sconfitta o una malattia?
La maggiore percezione di sofferenza non sembra legata dunque esclusivamente ad un aumento “quantitativo”: sembra essere cambiata o diminuita la capacità di comprenderla/gestirla, dare spazio, riconoscerla, accoglierla e renderla utile, sensata, ricollocarla in un movimento collettivo in grado di attribuirle un senso (che non sia necessariamente collegato ad elaborazioni proposte dalla religione e dalla Chiesa).
Come vengono trattate le sofferenze
A volte si cura la sofferenza per eliminarla: la si fugge non volendola incontrare negli altri e in sé, si “guarisce” dalla sofferenza. In questa direzione, nelle organizzazioni, si muovono gran parte degli investimenti in programmi per il benessere. Appare in un certo senso paradossale che si lamenti un’accresciuta sofferenza mentre più elevata è la produzione di leggi (italiane ed europee) e l’avvio di progetti sulla sicurezza e il benessere, sullo stress “lavoro-correlato”.
Anche progetti ed azioni formative paiono, in questi casi, orientati a preservare dalla fatica e dalla sofferenza del pensare. Sono connotate in misura consistente come svago, oppure come luoghi che preservano dal pensare facendo leva sul trasmettere tecniche, prescrizioni, ricette, soluzioni che, appunto, ti dicono cosa e come fare.
Gli interventi formativi proposti e promossi sembrano così, spesso, diversivi per distogliere, attenuare dimensioni dolorose.
In momenti che richiedono transizioni difficili non è forse più utile interrogarsi per capire come cambiare sguardi e comportamenti che riscontriamo non più adatti?
Si può, però, curare la sofferenza per renderla sopportabile, consapevoli che non la possiamo eliminare. Possiamo prenderci cura delle parti che soffrono (sociali, organizzative, individuali) per comprendere e distinguere: quindi per decostruirne le rappresentazioni “scontate”, “naturali”. Per scegliere in che misura siano il segnale di problemi a cui metter mano e in che quota siano parte ineliminabile della vita lavorativa nello specifico contesto.
L’annichilimento dei desideri, delle passioni, l’assenza di progettualità e speranze non sono forse il sintomo di una sofferenza che inconsapevolmente non si riesce a reggere?
Le capacità di reggere, trattare le sofferenze è ineguale. Ineguale è spesso il carico di sofferenze. Ciò ci porterebbe a ipotizzare che la sofferenza non è tale in sé, ma si qualifica in un sistema di relazioni interne ed esterne. L’essere assieme, in gruppo,
la rende più sopportabile o aiuta a trovarle una collocazione. La sofferenza da sola, senza collegamenti che le diano senso forse può essere solo anestetizzata, allontanata da sé.
Lo psicoanalista Christophe Dejours, in un articolo comparso sul quotidiano Le Monde, a proposito dei suicidi Télécom in Francia, afferma: “Il loro gesto disperato non può essere imputato a vulnerabilità psicologiche individuali. E’ l’organizzazione del lavoro che deve essere messa sotto accusa. …I lavoratori non hanno bisogno
di una buona gestione dello stress o di cure psicologiche, hanno bisogno di un’organizzazione del lavoro che poggi sul mestiere e che rilanci la cooperazione solidale.” (14 agosto 2009)
In che misura le sofferenze individuali derivano da condizioni organizzative? Quanto l’origine è esterna, sociale, importata da più ampie condizioni ambientali culturali ed economiche? Quanto le sofferenze sono inscritte nello specifico lavoro che si fa, nei problemi che si trattano, nei clienti con cui si è in relazione? Quanto hanno origini intrapsichiche o comunque soggettive?
La funzione dell’organizzazione come contenitore rispetto all’ansia dei singoli (Jaques) o come luogo di de-compressione di conflittualità, di mediazione dei conflitti sociali viene fortemente interrogata e messa alla prova.
Nate per governare e gestire le incertezze, le organizzazioni lavorative sono oggi attraversate da incertezze e cambiamenti spesso poco governati sia nelle relazioni che nelle strategie. Anche i vari ruoli organizzativi sembrano in difficoltà nel mediare tra esigenze produttive e attese soggettive. Sono spesso scarsamente riconosciuti, delegittimati, invisi. Chi ricopre ruoli di autorità è sempre più accusato di essere generatore di sofferenza, poiché sembra scegliere di non praticare un ruolo sufficientemente protettivo e salvifico rispetto a scelte che generano sofferenza.
Da qui sofferenze connesse al sentirsi chiamati a presidiare, al vedersi responsabili in proprio del processo/obiettivo/decisione. In assenza di un contenitore organizzativo adeguato, il senso di responsabilità può raggiungere livelli individualmente non più sostenibili.
In un clima di sfiducia crescente sembrano peraltro aumentare richieste di dipendenza. Vi è una richiesta all’autorità di essere sollevati dall’esposizione alla partecipazione, all’investimento. In termini di immaginario oggi presente sembra prevalere la necessità di trovare qualcuno di “buono”, “forte” (forse “onnipotente”), un “semidio” da cui poter dipendere.
Le organizzazioni non solo proteggono meno le persone ma generano livelli di sofferenza più elevati? Sono luoghi che generano illusioni? In che modo la formazione è impiegata come leva per far fronte alla sofferenza?
A cosa servono le illusioni?
Sembra che abbiamo bisogno di illusioni per poter vivere e forse le organizzazioni hanno bisogno d’illusioni per tenere assieme le persone che le compongono, farle lavorare nonostante le sofferenze che caratterizzano quei sistemi. Le illusioni possono svolgere una funzione protettiva.
Illusioni, miti, idealizzazioni, fascinazioni, ideologie, sogni, religioni hanno una funzione chiave nella costruzione delle nostre rappresentazione della realtà, ci guidano nel leggere e interpretare ciò che ci accade, nel dare un senso all’esistenza.
Le illusioni sono diverse dalle speranze, ma le illusioni possono dare speranza.
Sono comunque una distorsione della realtà. La modificano in alcuni suoi elementi, aggiungendo parti, collegamenti che non esistono, ma anche eliminandone altri. Appaiono come fenomeni con un doppio volto o funzione.
Da un lato le illusioni nelle loro diverse forme hanno l’importante funzione di dare
un ordine alla caoticità del mondo, delle realtà sociali e intrapsichiche ma possono anche essere fonte di sofferenza. Esse possono illudere i soggetti, disegnando, rappresentando una, o la, possibilità di salvarci dal malessere. Svolgono così una certa qual funzione adattativa, ma possono esporci a dolori ancora maggiori oppure a mettere a rischio la sopravvivenza delle organizzazioni, della società e nostre personali (droghe, mito delle risorse illimitate, visioni scisse della realtà,…).
Sono rilevabili dimensioni maniacali nelle organizzazioni lavorative, come sistemi
per generare un’illusoria felicità o benessere? E’ rintracciabile l’esistenza di riti che occultano, allontanano, isolano la sofferenza? In che misura e in che senso la formazione può alimentare illusioni?
I processi di cambiamento possibili: decostruire e ricostruire tra blocchi
e speranze
Ci pare sia interessante mettere a fuoco i possibili cambiamenti che le organizzazioni e gli individui possono intraprendere e le piste per realizzarle.
Parrebbe che una quota di sofferenza significativa abbia a che fare con l’impossibilità di cambiare, influenzare le organizzazioni in cui si lavora. Al contrario in altre situazioni la sofferenza deriverebbe dalla fine dell’illusione di poter cambiare, illusione sostenuta da ideologie più o meno rivoluzionarie, idee di un futuro migliore, fantasie di risoluzione delle incertezze e dei problemi attraverso lo sviluppo della tecnica.
Quale strada per intraprendere il cambiamento in situazioni che appaiono bloccate?
Proponiamo l’ipotesi che per poter ricostruire qualche diverso punto di riferimento sia necessario decostruire l’esistente.
Decostruire (cfr. Derrida) non significa smontare quello che ci è stato consegnato dalla tradizione, quanto mostrare cosa c’è dietro a certi comportamenti, pensieri, gerarchie che stanno all’interno del nostro mondo (uomo/donna; europeo/non europeo;…). Ciò che sembra antitetico è complementare. Ciò che viene rimosso, tralasciato, messo in secondo piano è in realtà una condizione di possibilità. La decostruzione è il riuscire a mantenere la compresenza di due livelli: personale e filosofico, antico e moderno.
Decostruire significa creare spazi per poter pensare, spazi sociali, organizzativi, mentali che sono sempre più ridotti, compressi, saturi, occupati da rappresentazioni della realtà che non vengono in alcun modo rimesse al vaglio, interrogate, discusse.
In tal senso decostruire riattiva inevitabilmente dimensioni conflittuali con gli altri
e in noi. Si tratta di decostruire pensieri prepensati, stereotipi, visioni formattate, modelli organizzativi che hanno alimentato e sostenuto illusioni, rappresentazioni magiche della realtà e dei cambiamenti. Decostruire significa riconoscere i miti che
ci guidano e uscire dalla rete protettiva di queste idee che riducono la viability, prendere distanza da pensieri preformati e dominanti, ritrovare libertà di movimento.
Dobbiamo tenere presente però che molta sofferenza deriva dalla percezione, che non è sempre consapevolezza, che gli spazi sono per altri versi molto ampi,
che i gradi di libertà si sono molto innalzati. Che i vincoli sono molti, complessi, confusi, ma anche deboli.
Siamo apparentemente più liberi da imposizioni ma all’interno di un orizzonte bloccato che impedisce di uscire da pensieri già pensati. E così la sofferenza deriva forse dal sentirsi incapaci di fare alcunché e per questo inadeguati e in colpa. La decostruzione, quindi il conflitto, in questo senso generano sofferenza ma possono aprire possibilità.
La decostruzione ha a che fare con il minacciare le difese individuali, organizzative
e sociali, quindi con una ripresa di contatto con ansie/angosce, ma anche con possibilità che le difese occultano. A livello di singoli parrebbe tanto più praticabile quanto più si abbia di sé una rappresentazione sufficientemente solida. A livello di organizzazione sembrerebbe percorribile quanto più si attivino processi di accompagnamento (con iniziative di formazione e di consulenza mirate) rivolti a
ri-conoscere e a ri-vedere.
Decostruire è possibile in tutte le organizzazioni e da parte di tutti gli individui?
A quali condizioni? Può rappresentare una minaccia all’identità del soggetto?
Come ricostruire un immaginario sociale possibile?
Come aiutare le persone e le organizzazioni a percorrere questi transiti?
Le riflessioni e le domande scaturite dagli approfondimenti realizzati in questo percorso preparatorio di ricerca sono alla base della Giornata di Studio dedicata alle “Sofferenze e illusioni nelle organizzazioni: decostruire per ricostruire” che si realizzerà a Milano, il 29 ottobre 2010, presso il Palazzo delle Stelline.
Nel mese di settembre verrà proposto il programma dettagliato dell’iniziativa. Esso prevede lo scambio e il confronto di diversi punti di vista teorici ed esperienziali su questi nodi cruciali per la nostra vita oggi e domani.
Spunti 12/2009
Senso e valore politico dell’agire nelle organizzazioni
Ottobre 2009 – anno X n. 12
In questo numero:
Spunti
di Francesco d’Angella
scarica l’articolo 198 KBLa valenza politica dell’agire nelle organizzazioni lavorative
di Achille Orsenigo
Se tutto litigherà con tutto…
Conversazione con Sergio Manghia cura di Barbara Di Tommaso
Gestire le organizzazioni: dal malessere organizzativo alla costruzione di senso
di Cinzia D’Agostino e Franca Olivetti Manoukian
Complessità organizzativa: quali strategie di azione
di Marco Brunod
Il valore politico dell’agire in una impresa familiare
di Michele Alessi
Le avventure di un grande contenitore nei mari della storia, delle culture, della tecnologia e della politica
di Alberto Musso e Cinzia D’Agostino
L’impegno in magistratura, considerazioni a margine
di Rita Sanlorenzo
Senso e valore politico dell’agire nelle organizzazioni cooperative
di Valter Tarchini
Quando la gerarchia è scossa, di chi è il problema?
di Giovanna Ferretti
SPILLI
Forum
Note di viaggio dal Forum APS
di Rossella Elisio
Libri
A proposito del senso dell’agire politico
di Franca Olivetti Manoukian
Analisi e proposte per un’altra politica
di Barbara Di Tommaso
StudioAPS AnalisiPsicoSociologica
Elenco Giornate di Studio
- 2008 – Senso e valore politico dell’agire nelle organizzazioni
- 2007 – Incomprensibilità, irrazionalità e perversioni
- 2006 – Immaginare un futuro per le nostre organizzazioni: desideri, riconoscimenti, riappropriazioni
- 2005 – Intervenire nelle organizzazioni lavorative: l’approccio psicosociologico nella consulenza e nella gestione organizzativa
- 2004 – Costruire organizzazioni sostenibili in contesti turbolenti
- 2003 – La formazione nella società del lavoro flessibile
- 2002 – Flessibilità lavorative: opportunità e rischi nella ricerca d’identità (proseguimento dall’edizione 2001)
- 2001 – Flessibilità lavorative: opportunità e rischi nella ricerca d’identità
- 2000 – Affetti e tecnologie nel futuro delle organizzazioni
- 1999 – Produzione di valore nei servizi: la considerazione delle variabili economiche nei processi di riorganizzazione
- 1998 – Enti pubblici e privato sociale: collaborazioni, competizioni ed esternalizzazioni
- 1997 – Responsabilità gestionale e assunzione di un potere costruttivo
- 1992 – Intervento e cambiamento nelle organizzazioni
- 1991 – Governo e conoscenza: il management delle organizzazioni tra casualità, comprensione e manipolazione
- 1990 – Ideologie e miti nelle organizzazioni aziendali
Testi e documenti significativi sulla ricerca-azione
a cura di Francesco d’Angella![]()
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In questo numero:
di Franca Olivetti Manoukian
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di Eugène Enriquez
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Gruppo APS sulla valutazione
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Gruppo APS sulla valutazione
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Gruppo APS sulla valutazione
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di Giuseppe Della Rocca
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