Laura Conti, ALLA RADICI DELL’ECOLOGIA: biografia, Presentazione al Piccolo Teatro di Via Rovello, Milano, 28 maggio 2012, ore 18,30

Caro Paolo,
                   il libro di cui ti parlai su Laura Conti finalmente è stato pubblicato ed è già nelle librerie. Con Legambiente stiamo preparando la presentazione. Siamo tutti in fibrillazione perché il Comune ci ha concesso il Piccolo Teatro di via Rovello!!! Il chiostro, come abbiamo chiesto, da poco restaurato, con libreria e caffè letterario. E’ un luogo ricco di storia con un forte valore simbolico: da tetra sede della polizia fascista e nazista  durante la Seconda guerra mondiale, a cuore culturale della città. La presentazione del libro è il pretesto, ma l’incontro è molto di più: tanti amici che si ritrovano per ricordare Laura, per intitolare una via di Milano alla sua cittadina benemerita. Spero tanto tu possa venire. In allegato l’invito.
Un abbraccio,
Loredana 

Gli assiomi della comunicazione secondo Paul Watzlawick

GLI ASSIOMI DELLA COMUNICAZIONE

Gli assiomi della comunicazione furono definiti da Paul Watzlawick e altri studiosi della Scuola di Palo Alto (California),  allo scopo di identificare alcune proprietà della comunicazione,  ed utilizzarle per diagnosticare alcune  patologie. Ne definì cinque: l’impossibilità di non comunicare; i livelli comunicativi di contenuto e relazione; la punteggiatura della sequenza di eventi; la comunicazione numerica e analogica; l’interazione complementare e simmetrica.

Il primo assioma  dice che è impossibile  non comunicare: qualsiasi interazione umana è una forma di comunicazione. Qualunque atteggiamento assunto da un individuo,  diventa immediatamente portatore di significato per gli altri.

Il secondo stabilisce un rapporto tra  il  contenuto e la relazione che c’è fra i comunicanti: secondo gli studiosi di Palo Alto  il contenuto  classifica la relazione. Ogni comunicazione comporta  un aspetto di metacomunicazione che determina la relazione tra i comunicanti. Ad esempio, la mamma che ordina al bambino di andare a fare il bagno esprime, oltre al contenuto (la volontà che il bambino si lavi), anche la relazione che intercorre tra chi comunica e chi è oggetto della comunicazione, nel caso particolare quella di superiore/subordinato.

Il terzo assioma evidenzia la connessione tra la punteggiatura della sequenza di comunicazione e la relazione che intercorre tra i comunicanti: il modo di interpretare la comunicazione è in funzione della relazione tra i comunicanti. Poiché la comunicazione è un continuo alternarsi di flussi comunicativi da una direzione all’altra e le variazioni di direzione del flusso comunicativo sono scandite dalla punteggiatura, il modo di leggerla sarà determinato dal tipo di relazione che lega i comunicanti. Ad esempio, se una scimmietta potesse stabilire la punteggiatura delle comunicazioni,  potrebbe affermare di avere ben addestrato il proprio padrone, in quanto ogni volta che si mette a ballare  questi è subito pronto a  suonare il proprio organetto.

Il quarto assioma attribuisce agli esseri umani la capacità di comunicare sia analogicamente sia digitalmente. Quando gli esseri umani comunicano per immagini, ad esempio disegnando, la comunicazione è analogica. La comunicazione analogica si basa sulla somiglianza tra gli strumenti di supporto e le grandezze rappresentate: mantiene quindi un rapporto di analogia con i fenomeni e gli oggetti che designa e trasmette. Esempi di mezzi di comunicazione analogici sono: il termometro a mercurio,  l’orologio a lancette. Quando si comunica usando le parole, la comunicazione segue il modulo digitale. Questo perché le parole sono segni arbitrari che permettono una manipolazione secondo le regole della sintassi logica che li organizza. La comunicazione digitale si basa sull’uso di segnali discreti per rappresentare in forma numerica i fenomeni e gli oggetti che intende designare. Esempi di mezzi di comunicazione digitali sono: il fax, il compact disc, l’orologio a cristalli liquidi (in cui l’indicazione dell’ora e delle sue frazioni è visualizzata con scatti di cifre).

Infine, per il quinto assioma, tutti gli scambi comunicativi si fondano o sull’uguaglianza o sulla differenza e quindi  possono essere simmetrici o complementari. Si dicono complementari gli scambi comunicativi in cui i comunicanti non sono sullo stesso piano ( mamma/bambino, dipendente/datore di lavoro). Sono simmetrici gli scambi in cui gli interlocutori si considerano sullo stesso piano: è questo il caso di comunicazioni tra pari grado.(marito/moglie, compagni di classe, fratelli, amici)

da Gli assiomi della comunicazione.


Carl Gustav Jung L’individuazione, da L’Io e l’inconscio, Boringhieri 1967, p.87-88

Carl Gustav Jung

L’individuazione


da  L’Io e l’inconscio,  Boringhieri 1967, p.87-88


Scheda su Carlo Tullio Altan, di Paolo Ferrario

Introduzione
Carlo Tullio Altan (1916-2005) è stato uno dei fondatori della antropologia culturale in Italia.
Nella sua biografia intellettuale dice di sé:
Nel ripren­dere in mano i testi che scrissi e pubblicai a partire dal 1943, e nel leggervi le riflessioni che vi erano riportate, tratte an­che da quaderni di appunti andati perduti, constatai un fat­to che mi sorprese alquanto. Si tratta di scritti che da oltre quarant’anni non avevo più ripreso in esame, e di cui avevo quasi del tutto scordato il preciso contenuto. Riletti a tanta distanza di tempo, questi scritti mi rivelarono che molte del­le idee e degli argomenti che mi avrebbero impegnato, con l’apparenza della novità, alcuni decenni dopo, avevano già assunto una prima consapevolezza di se’ in quegli originari e spontanei tentativi di metterli a fuoco. E questo mi ha fat­to tornare alla mente un passo di Ortega y Gasset, che avevo letto allora e che mi era rimasto nella memoria, in cui il filosofo spagnolo sosteneva che le idee prendono possesso di un uomo fra i venticinque e i trentanni, e non lo lasciano più per il resto della sua vita. E penso proprio che, almeno per quanto mi riguarda, questo sia in buona parte accaduto.
In Carlo Tullio – Altan, Un processo di pensiero, Lanfranchi Editore, Milano 1992, p. 15

I suoi studi e riflessioni hanno avuto per oggetto le religioni ed i simboli ( Lo spirito religioso del mondo primitivo, Il Saggiatore, Milano, 1960, Soggetto, simbolo e valore, Feltrinelli, Milano, 1992, Le grandi religioni a confronto, l’età della globalizzazione, Feltrinelli, 2002, Ethnos e Civiltà, Feltrinelli, Milano, 1995), i fondamenti dell’approccio antropologico alla analisi sociale ( Antropologia funzionaleBompiani, Milano, 1968; Manuale di Antropologia Culturale, Bompiani, Milano, 1971; Antropologia, storia e problemi, Feltrinelli, Milano, 1983), Le classi sociali e i valori giovanili (con Alberto Marradi, Valori, classi sociali e scelte politiche, Bompiani, Milano, 1976; con Roberto Cartocci, Modi di produzione e lotta di classe in Italia,Mondadori-Isedi, 1979), la cultura civica degli italiani (La nostra Italia, Feltrinelli, Milano, 1986; Populismo e trasformismo, Feltrinelli, Milano, 1989).
Negli ultimi anni si dedicò all’elaborazione di un idealtipo dell’ethnos, analizzato nelle sue cinque componenti:eposethoslogosgenos topos, allo scopo di trovare una soluzione scientifica sul piano dell’antropologia, al conflitto tra i vari etnocentrismi e l’esigenza di un nuovo ordine internazionale.
Dice di lui Umberto Galimberti: “ La grandezza di Carlo Tullio-Altan non sta tanto nel suo pionierismo, quanto nel fatto che le sue ricerche antropologiche erano guidate da profonde conoscenze filosofiche che facevano riferimento allo strumentalismo deweyano, al materialismo storico, alla fenomenologia, all´esistenzialismo, al neopositivismo, allo strutturalismo, al funzionalismo, perché Tullio-Altan aveva capito che l´uomo è una realtà troppo complessa per essere inquadrata e compresa in una sola idea… Se in occasione della sua morte riprendessimo tra le mani i suoi libri e riflettessimo sulle sue idee, spesso profetiche e anticipatrici, renderemmo a Carlo Tullio-Altan il migliore degli omaggi.”
Nel saggio poco conosciuto, perché diffuso soprattutto fra operatori sociali alla fine degli anni ’60, che presentiamo qui sotto Carlo Tullio – Altan elabora un magistrale modello di analisi dell’ “uomo in situazione” di grande forza analitica, sia per leggere ed interpretare i “segni dei tempi” che attraversiamo, sia per attraversarli come soggetti consapevoli dell’intreccio che contraddistingue la nostra esistenza nel tratto di vita che ci è assegnato.
Paolo Ferrario

Individuazione: processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale

“ L’individuazione è in generale il processo di formazione e di caratterizzazione dei singoli individui, e in particolare lo sviluppo dell’individuo psicologico come essere distinto dalla generalità, dalla psicologia collettiva.
L’individuazione è quindi un processo di differenziazione’ che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale”

CARL GUSTAV JUNG (1875 – 1961), “ Tipi psicologici “ (“Psychologische Typen”, Rascher, Zurich 1921), trad. it. di Cesare Musatti e Luigi Aurigemma, Boringhieri, Torino 1969, pp. 463 – 465

da C. G. Jung. Individuazione, formazione e norma collettiva.


“Chi vive nel “mondo” non può esperire in sé nient’altro che la lotta tra una moltitudine di valori. Egli deve scegliere quale di questi dei vuole o deve servire”, Max Weber

Sostiene Max Weber

Chi vive nel “mondo” non può esperire in sé nient’altro che la lotta tra una moltitudine di valori.
Egli deve scegliere quale di questi dei vuole o deve servire”

Oriana Fallaci: La libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere

La libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere

Oriana Fallaci


Stile Avedis Donabedian (1919-2000)

Il mio modo di operare è quello per cui si dice:

Bene, da una parte c’è questo, dall’altra c’è quest’altro.

Possiamo guardare a tutto questo da qui, o da là”


Catone, … Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa …

“Si vitam inspicias hominum, si denique mores, cum culpam alios, nemo sine crimine vivit”:

Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa.

Catone, Distici

nella traduzione di Giancarlo Pontiggia


Laura Conti, Come nascono i bambini. da Edizioni del Gallo, anni ’70


Franco Basaglia: “organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio”

Fu chiesto a Franco Basaglia:

“Che cosa farebbe
se il black-out capitasse improvvisamente a casa sua?”

Rispose:
“Accetterei il buio
e organizzerei la situazione.
Mi metterei cioè a fare
insieme con altri
un’attività giusta per il buio”

 

Baggio G., Adulti e gioco, in Anziani Oggi n. 2/3 1998, p. 77

comunicazione personale e pubblica: regolette sistemiche per la buona conversazione, scheda di Paolo Ferrario elaborata sulla base dei libri di Paul Watzlawick

alcune regolette (purtroppo  da me non sempre praticate) che ho appreso nei miei studi di Watzalawick (impossibile perfino copiarlo questo nome!) e amici sistemici:
1. mettersi d’accordo sull’oggetto della controversia
2. porre qualche limite all’oggetto della controversia
3. non interrompere colui che sta accusando (entro limiti ragionevoli di tempo direi: se il dilagamento è eccessivo occorre chiudere la falla)
4. evitare massimamente di ritorcere un accusa diversa contro di lui (esempio nella comunicazione coniugale: MG “la devi smettere di far tardi al bar”, MR “e tu la devi smettere di parlare per ore al telefono con le amiche”)
5. concordare luogo e tempo dove la “converszione conflittuale” deve avvenire. Ogni operazione di circoscrivere le zone del conflitto è salvatrice
6. tenere le opportune distanze. Siamo esseri territoriali e l’invadenza dello spazio soggettivo porta a schiaffi, calci, unghiate (reali e virtuali). Io per esempio sono stato brutalizzato su blog altrui: non solo venivo offeso (sono piuttosto permaloso, purtroppo) ma venivo azzannato dai commentatori che a loro volta venivano blanditi in modo collusivo da altri blogger presenti alla discussione. Ho anche notato che sono particolarmente tollerante se vengo “offeso” (rimando a tutta la discussione sulle tipologie dell’offesa) nel mio spazio. mi imbelvisco se vengo “offeso” in campo altrui. dunque se si impara dall’esperienza si può evitare di cadere nelle trappole
7. non superare la soglia della vulnerabilità dell’altro. colpire sul tallone di achille porta alla morte dell’eroe
8. considerare un conflitto come il risultato di comportamenti comunicativi reciproci e non come una esclusiva “colpa” dell’altro

è una lista che forse potrebbe arrivare al magico numero di dieci (anche cambiando l’ordine dei punti e qualche punto stesso)


l’ultima intervista a James Hillman, di Silvia Ronchey: «Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere» , in La Stampa TuttoLibri 29.10.11


«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l’ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un’atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L’unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l’ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all’ultima soglia dell’essere
Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull’essenza ultima.

«Oh, sì. Morire è l’essenza della vita».

Com’è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».

E’ una condizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich, involontario. E’ accidentale».

Comunque non credo non ti sia rimasta nessuna ambizione.«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi finora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida.]

Ti resta quella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.
«E’ vero. E’ molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea, a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».

Perché esisti solo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero»

Non potrebbe essere altrimenti: o non fai il reportage – come la maggior parte di chi si trova nella tua condizione – oppure ciò che riferisci è la verità. E penso che tutti siano affamati di questa verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non l’attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l'atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui e ora».
Capisco
«E’ molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha fatto, l’odore dell’aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».

E il dialogo aiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice. Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».

Come un risucchio che attira.
«Dev’essere così».

O una condizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell’alchimia. Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae.

Ma non parlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio. Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e la dissolutio. Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe. Ora l’intero processo che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo. Ma la coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio. Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio. E la rubefactio, che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».

Da dove viene questa consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».

Ti dici «impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma, come diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «se ci sei tu non c’è la morte, e se c’è la morte non ci sei tu». «Esatto».

Mi sto domandando se allora questo tuo morire non sia un’intensificazione del vivere. «Assolutamente sì, non c’è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina la vita cresce, si esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».

In che senso?«Orgoglio, arroganza, hybris: attenzione a non peccare contro gli dèi. Mai, in nessuna occasione».

Certo, ma non credo che la tua sia hybris. Credo sia puro coraggio affrontare la morte a occhi aperti. E’ raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.«E’ prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzato prima. Ha a che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlare prima, una certa decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è consentito, come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand’è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia – perché la definirei così – non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l’idea è immaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c’è un’altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere. Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate.]

E allora, qual è la decisione migliore? che ne pensi?
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: “C’è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta”. Evidentemente, la tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?»

Forse ti sentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c’è fumo nel tuo cervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai in considerazione il suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? non hai allenato per tutta la vita il tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?
«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».

E’ pagana anche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della natura che hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morire che è anche, o anzi è soprattutto un’arte estrema del vivere.

«Non mi piace definirla un’ars moriendi. E’ piuttosto un’arte dello stare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 29 ottobre)


carteggio per Carlo Tullio Altan

Paolo Ferrario, Italy.
 
Dear Mr Ferrario, 
 
Please forgive me for not writing in Italian, but I am interested in the work of the late Carlo Tullio Altan. I am writing here to you because I am having difficulty finding information regarding his work upon “Ethnos, Ethos, Epos, Logos, Genos, Topos, Oikos” and I have just found your posting on the website “Antologia del tempo che resta”.  
 
A month or more ago, I came across a short text by Carlo Tullio Altan which seemed to be about how Ethnos (as the Greek term for  Nation / State) is divided up by carlo Tullio Altan into the catergories of Ethos, Epos, Logos, Genos and Topos. Therefore, in the interim I would like to have this confirmed by you? and maybe in the future, I will be able to obtain an English language version of his book.
 
Yours sincerely

gentile Frank John Snelling

l’antropologo culturale carlo tullio altan è stato mio docente nei lontani anni ’70
scrivevo in un articolo:
faccio seguito e correggo un link non funzionante:

Mi faccio aiutare da un grande antropologo culturale, Carlo Tullio-Altan, il quale, con rigoroso metodo scientifico, sostiene che gli elementi fondamentali capaci di tenere assieme l’individuo alla sua società sono: a) l’Epos, inteso come la capacità di elaborare la memoria storica e collegarla al passato, al presente e al futuro; b) l’Ethos, ossia lo sviluppo di norme e regole atte a creare socialità tra le persone; c) il Logos, attraverso il quale si realizza la comunicazione sociale; d)il Genos, ovvero la dinamica dei rapporti familiari orientati a trasmettere valori fra le generazioni; e) il Topos, che fa riferimento a un territorio vissuto come valore e come fonte di affetti e di piacere estetico” 

il libro in cui con maggiore ampiezza carlo tullio altan tratta l’argomento è:
carlo tullio-altan, Ethnos e civiltà: identità etniche e valori democratici, feltrinelli editore, 1995

ho raccolto varie tracce su questo eccezionale studioso che passava dalla storia alla sociologia ed alla psicologia:
spero di averla aiutata nelle sue ricerche
cordiali saluti
e buon futuro
paolo ferrario

Sociologia di confine. Saggi intorno all’opera di Alberto Melucci, a cura di Giuliana Chiaretti e Maurizio Ghisleni (Mimesis, 2011), Giovedì 24 novembre, ore 15, presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari Venezia, avrà luogo la presentazione del volume

Giovedì 24 novembre, ore 15, presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari Venezia, avrà luogo la presentazione del volume “Sociologia di confine. Saggi intorno all’opera di Alberto Melucci”, a cura di Giuliana Chiaretti e Maurizio Ghisleni (Mimesis, 2011).Saranno presenti gli autori.
Intervengono:
Vincenzo Pace, Università di Padova: La sociologia non ha bisogno di passaporto. Il contributo di Alberto Melucci.
Italo De Sandre, Università di Padova: La non banalità del quotidiano.
Coordina:
Pietro Basso, Università Ca’ Foscari Venezia.

Regole e finanza nel pensiero di Tommaso Padoa-Schioppa – 11 novembre 2011, ore 18


Franco Basaglia Un laboratorio italiano Federico Leoni Bruno Mondadori – 2011, Psicoanalisi BookShop | Zephyro Edizioni | Libreria di psicoanalisi online

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Non ci sono più … ma li si può ricordare

Non ci sono più

ma li si può ricordare


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PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE, Direzione: Pier Francesco Galli, Marianna Bolko, Paolo Migone (responsabile). Comitato di consulenza:Gaetano Benedetti (Basilea), Morris N. Eagle (Los Angeles), Lawrence Friedman (New York), John E. Gedo (Chicago), Pedro Grosz (Zurigo), Robert R. Holt (New York), Emilio Modena (Zurigo), Tito Perlini (Trieste), Johannes Reichmayr (Vienna), Berthold Rothschild (Zurigo), Thomas von Salis (Zurigo), Tullio Seppilli (Perugia), Howard Shevrin (Ann Arbor), Frank J. Sulloway (Berkeley), Helmuth Thomä (Ulm), Judith Valk (Zurigo), Paul L. Wachtel (New York), Jerome C. Wakefield (New York), Drew Westen (Atlanta), Peter H. Wolff (Boston). Hanno fatto parte del comitato editoriale: Alessandro Ancona (Bologna), Tullio Aymone (Modena), Arno von Blarer (Zurigo), Enzo Codignola (Genova), Johannes Cremerius (Friburgo in Br.), Merton M. Gill (Chicago), Klaus Horn (Francoforte s.M.), Eustachio Loperfido (Bologna), Giambattista Muraro (Milano), Berta Neumann (Milano), Paul Parin (Zurigo), Michele Ranchetti (Firenze), Paul Roazen (Boston), Joseph Weiss (San Francisco). Cura delle rubriche: Tracce : Pier Francesco Galli e Alberto Merini; Casi clinici : Nella Guidi (responsabile), Ruggero Lamantea e Paola Morra; Recensioni : Andrea Castiello d’Antonio, Mauro Fornaro e Antonella Mancini (responsabile); Riviste : Jutta Beltz, Luisella Canepa, Andrea Castiello d’Antonio, Silvano Massa, Paolo Migone, Pietro Pascarelli, Mariangela Pierantozzi e Giancarlo Rigon (responsabile)

PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE
4 fascicoli all’anno, ISSN 0394-2864, ISSNe 1972-5043
Prezzo fascicolo (inclusi arretrati): € 17,50
Canoni 2011
Privati: cartaceo Italia € 61,00; cartaceo Estero € 99,00 
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Peer Reviewed Journal
Direzione: Pier Francesco Galli, Marianna Bolko, Paolo Migone (responsabile). Comitato di consulenza:Gaetano Benedetti (Basilea), Morris N. Eagle (Los Angeles), Lawrence Friedman (New York), John E. Gedo (Chicago), Pedro Grosz (Zurigo), Robert R. Holt (New York), Emilio Modena (Zurigo), Tito Perlini (Trieste), Johannes Reichmayr (Vienna), Berthold Rothschild (Zurigo), Thomas von Salis (Zurigo), Tullio Seppilli (Perugia), Howard Shevrin (Ann Arbor), Frank J. Sulloway (Berkeley), Helmuth Thomä (Ulm), Judith Valk (Zurigo), Paul L. Wachtel (New York), Jerome C. Wakefield (New York), Drew Westen (Atlanta), Peter H. Wolff (Boston). Hanno fatto parte del comitato editoriale: Alessandro Ancona (Bologna), Tullio Aymone (Modena), Arno von Blarer (Zurigo), Enzo Codignola (Genova), Johannes Cremerius (Friburgo in Br.), Merton M. Gill (Chicago), Klaus Horn (Francoforte s.M.), Eustachio Loperfido (Bologna), Giambattista Muraro (Milano), Berta Neumann (Milano), Paul Parin (Zurigo), Michele Ranchetti (Firenze), Paul Roazen (Boston), Joseph Weiss (San Francisco). Cura delle rubriche: Tracce : Pier Francesco Galli e Alberto Merini; Casi clinici : Nella Guidi (responsabile), Ruggero Lamantea e Paola Morra; Recensioni : Andrea Castiello d’Antonio, Mauro Fornaro e Antonella Mancini (responsabile); Riviste : Jutta Beltz, Luisella Canepa, Andrea Castiello d’Antonio, Silvano Massa, Paolo Migone, Pietro Pascarelli, Mariangela Pierantozzi e Giancarlo Rigon (responsabile).
Coordinatore della redazione (invio materiali per la pubblicazione, corrispondenza con gli autori ecc.):Paolo Migone, Via Palestro, 14 – 43123 – Parma. Telefono e fax 0521.960595; e-mail: migone@unipr.it. Per recensioni, schede, segnalazioni, libri da inviare, vedi pagina webwww.psicoterapiaescienzeumane.it/recensioni.htm; sito web: www.psicoterapiaescienzeumane.it

Psicoterapia e Scienze Umane è selezionata dall’American Psycological Association per il suo PsycINFOJournal Coverage List, il database bibliografico che raccoglie nel settore le più prestigiose riviste e pubblicazioni al mondo al fine di analizzarne gli articoli e le citazioni.
Il progetto di Psicoterapia e Scienze Umane ha origine nelle finalità e nel metodo di lavoro del “Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia”, organizzazione attiva in Italia dal 1960 e che dopo il 1970 proseguirà l’attività con la denominazione della testata della rivista. L’intenzione esplicita, che permane a tutt’oggi, era quella di fornire un servizio ai colleghi del settore specifico e dei possibili ambiti affini, lungo tre direttive fondamentali. Innanzi tutto, collegamento in tempo reale con il dibattito internazionale, per attenuare il ritardo, all’epoca particolarmente evidente, della situazione italiana. L’abitudine alla cultura storico-critica ha fatto da filtro rispetto al rischio di una piatta importazione culturale, e questo è stato e continua e essere un filone culturale specifico. L’attenzione ai processi formativi, nel loro legame concreto tra pratica clinica e costruzione della teoria, è l’ulteriore caratterizzazione delle scelte operate dalla rivista, che si può riassumere nelle parole dell’editoriale del n. 1/1967: «L’insicurezza, ritrovato quotidiano dell’esperienza terapeutica, diventa assunzione responsabile dei poli di conflitto nel campo delle scienze umane, per una chiarezza al di là delle false coscienze empiriche». In questa chiave l’interdisciplinarità reale, non accademica, si configura ancora quale obiettivo di un impegno professionale con forte impatto sociale, in opposizione alla cultura delle tolleranze parallele e degli opportunismi ecumenici. In linea con tali premesse la rivista ospita contributi di matrice psicoanalitica accanto a quelli di rappresentanti di discipline come psicologia, psichiatria, sociologia, antropologia, filosofia, scienze dell’educazione, storia. Alcune di queste componenti sono presenti fin dalla fondazione fra i membri della redazione e del comitato di consulenza. Il carattere di “servizio” si è accentuato dagli anni 1980 con una serie di rubriche fisse come “Classici della ricerca psicoanalitica” (dal 1989 al 1999, con trenta classici pubblicati), “Casi clinici” (dal 1987), “Recensioni” (dal 1984 come rubrica autonoma), “Riviste” (dal 1984, con gli indici e i riassunti di articoli selezionati delle principali riviste internazionali e nazionali del settore, a cui dal 2006 si è aggiunto anche un commento una volta all’anno sulla linea e i contenuti delle rispettive riviste), e “Tracce. Mummia Ridens” (dal 2004, curata da Pier Francesco Galli e Alberto Merini, con «la pubblicazione di materiali, editi o inediti, che tentano di ricostruire una specie di storia della psicologia, della psichiatria e della psicoterapia, a volte con la forza emozionale dell’aneddotica sottratta alle storiografie accademiche»).
Indici di tutte le annate: sito Internet: www.psicoterapiaescienzeumane.it/default.htm#indici
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La rivista è indicizzata su:
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Sommari delle annate 

2011   2010   2009   2008   2007   2006   2005   2004   2003   2002   2001   2000   1999   1998   1997   1996  1995   1994   1993   1992   1991   1990  


Franco Basaglia: “Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio”

Fu chiesto a Franco Basaglia: “Che cosa farebbe se il black-out capitasse improvvisamente a casa sua?”

Rispose: “Accetterei il buio e organizzerei la situazione.

Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio

Contesto della citazione:

UN’ATTIVITÀ GIUSTA PER IL BUIO…

Il caso ci offre a volte esempi inattesi e concreti a convalida delle nostre astrazioni e proprio mentre cercavo il modo di chiarire il mio pensiero fui colpita, parecchi anni fa, dall’affermazione di Franco Basaglia al quale nel corso di un’intervista avevano posto la domanda:

“Che cosa farebbe se il black-out (l’improvviso oscuramento totale che allora colpì New York) capitasse a casa sua?”.

La risposta fu:

“Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio”.

Questo risuona in me come una di quelle espressioni emblematiche capaci di aprire porte ad ogni livello. Una specie di Apriti Sesamo universale. Forse l’intervistato non si è reso conto di aver impartito un insegnamento eccezionalmente concreto e al tempo stesso di una portata che supera immensamente il caso specifico che l’ha provocato.

Accetterei il buio… mi metterei in condizione di fare un’attività giusta per il buio….

Lascio a voi — e a me stessa! — la facoltà di sostituire “il buio” con situazioni ben diverse da quelle create da una semplice interruzione di corrente (infermità? Insuccesso?, Vecchiaia?) e di chiedersi “sarei io capace di assumere, di ricreare?”…. Il che equivale a dire “sono io disposto a vivere oppure a ‘essere vissuto’ ?”

Tratto da: Giovannella  Baggio, Adulti e gioco, Anziani Oggi n.2/3  1998, p. 77

Giovannella Baggio è Geriatra in Sassari


La globalizzazione secondo Stiglitz – di Laura Pennacchi in Filosofia.it

Per quasi trent’anni ha dominato la scena politica mondiale una potente ideologia ultraortodossa che predica un drastico ridimensionamento della presenza pubblica nelle attività economiche e sociali, sostenendo che l’intervento dello Stato è sempre e comunque negativo per il benessere collettivo, che i governi dilapidano risorse e che ogni tentativo di ridistribuire la ricchezza dà vita a forme di perseguimento delle rendite. La predicazione di un ruolo pubblico ristretto e angusto si è basata su una visione altrettanto ristretta e angusta del rapporto tra individuo e collettività, volta a soffocare le istanze solidaristiche: l’individuo è un atomo, non esistono responsabilità collettive perché «non esiste la società», secondo il motto di Margaret Thatcher. Il legame tra ideologia «ultraortodossa» e visione «ultraindividualistica» ha motivato l’ossessiva riproposizione dello slogan della «riduzione delle tasse» – veicolo principe del ridimensionamento della presenza pubblica – e la denigrazione delle funzioni pubblico-statuali che risulta da espressioni come «lo Stato criminogeno» [1]. In effetti, il vero obiettivo delle politiche di tagli fiscali, mantra di tutti gli anni novanta e del primo decennio degli anni duemila, non era rilanciare l’economia ma ridurre il senso di responsabilità collettiva – che si esprime attraverso l’intervento pubblico – acquisendo il favore delle classi medie. Se esse, infatti, pagano molto in imposte e percepiscono molto in servizi non sosterranno una simile politica, ma se usufruiranno di minori servizi (specie in istruzione e in sanità) allora saranno indotte a ritenere che anche un più esiguo livello di tassazione sia ingiusto, trasformandosi così in sostenitrici di ulteriori riduzioni delle tasse [2].

da La globalizzazione secondo Stiglitz – Filosofia.it.


Steve Jobs lascia la guida di Apple | AudioCast.it – Podcast Italiano

Ho sempre detto che se fosse arrivato il giorno in cui non avrei più potuto far fronte ai miei impegni come amministratore delegato di Apple, sarei stato il primo a farvelo sapere. Sfortunatamente quel giorno è arrivato.

Rassegno le mie dimissioni da amministratore delegato di Apple. Vorrei essere, se il consiglio di amministrazione lo ritiene, il presidente del board e un dipendente di Apple.

Raccomando fortemente l’esecuzione del nostro piano di successione e la nomina di Tim Cook come amministratore delegato di Apple.

Ritengo che i giorni più splendidi e più innovativi per Apple siano davanti a noi, voglio contribuire al successo di Apple con un nuovo ruolo.

Nella mia vita in Apple mi sono fatto alcuni dei miei migliori amici e voglio ringraziare tutti per i molti anni in cui ho potuto lavorare con voi.

Steve Jobs lascia la guida di Apple | AudioCast.it – Podcast Italiano


Anna Oliverio Ferraris, Un pensiero in ricordo dell’amico Guido Petter

L’ho visto l’ultima volta il 12 maggio. C’era la riunione del direttivo di Psicologia Contemporanea e lui – che della rivista è stato uno dei fondatori – era come sempre attivo e costruttivo, disponibile e scherzoso. E’ stato quindi un duro colpo apprendere, pochi giorni dopo, che ci aveva lasciati. Tutta la sua vita, la sua attività di insegnante, di scrittore e di studioso, il suo impegno come cittadino, la sua coerenza, il suo coraggio, i suoi modi gentili sono stati un grande esempio. Persone come lui rappresentano l’Italia migliore.  Mi consola che sul prossimo numero di Psicologia Contemporanea, quello di luglio, uscirà un suo bell’articolo sull’educazione alla lettura. Petter continuerà ad essere tra di noi con i suoi libri e suoi insegnamenti.

Anna Oliverio Ferraris

Un pensiero in ricordo dell’amico Guido Petter.


Laura Conti: giovedì 31 marzo 2011 ricorre il novantesimo anniversario della nascita

Giovedì 31 marzo 2011 ricorre il novantesimo anniversario della nascita di Laura Conti. Vi invitiamo a una breve cerimonia commemorativa che si terrà alle ore 17, presso il Cimitero Monumentale di Milano.

La cerimonia si terrà presso il monumento funerario a firma dello scultore Enrico Butti, donato a Italia Nostra con l’impegno di dare sepoltura a donne illustri che si siano distinte in vita per l’impegno in ambito culturale, sociale e ambientale. Qui le spoglie di Laura hanno recentemente trovato dimora definitiva.

Il monumento (reparto 5 edicola 86) è situato all’inizio del viale principale, sulla destra, non lontano dal Famedio dove il nome di Laura è già iscritto tra i cittadini benemeriti di Milano.


Silvia Montefoschi: un ricordo personale lungo il tempo (1977-2011)

Baldo Lami e Silvia Montefoschi (1926-2011) Antologia del Tempo che Resta

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silvia montefoschi ha lasciato il suo corpo stamattina alle 11.45 in piena consapevolezza e gioia lasciando una testimonianza vivente e imperitura

‎”cosa vuole dire che è ciò che è? Vuole dire che ciò che è è l’esserci della presenza al cospetto d’altra presenza qual è infinito della vita” in L’ultimo tratto di percorso del pensiero uno, Zephyro edizioni 2006

da: Baldo Lami e Silvia Montefoschi (1926-2011) | Antologia del Tempo che Resta.

Silvia Montefoschi su Associazione Gea

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http://www.geagea.com/Monografie/Fil-02/Mostra_Fil.htm

Il primo passo del percorso di Silvia Montefoschi

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riportato da:

In Silvia Montefoschi, Bianca Pietrini, Fabrizio Raggi, Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi, Zephyro Edizioni, 2009, p. 17-27



L’intero discorso che il pensiero ha fatto di sé in Silvia Montefoschi narrando la storia della propria evo­luzione che ha dato luogo all’evoluzione dell’universo, ebbe inizio quando Silvia Montefoschi, impegnata già da tempo nella ricerca della verità mediante il metodo psicoanalitico che è appunto quello della perenne rifles­sione del pensiero su se stesso, fu incalzata a ripiegarsi riflessivamente sul suo stesso operato per scoprire alla radice la dinamica che si svolgeva tra l’uno e l’altro del rapporto psicoanalitico. E fu lì che si fecero già eviden­ti i fondamenti della dinamica conoscitiva in cui consi­ste l’esserci di tutto ciò che è:

- la relazione duale all’interno della quale solamente il soggetto sa di sé come tale;

- l’articolarsi di questa relazione nella distinzione tra il soggetto e l’oggetto, tra loro in reciproca dipen­denza;

- la tensione verso il superamento di questa interdi­pendenzanell’intersoggettività, nella quale il sog­getto riconosce se stesso nell’altro soggetto con il quale realizza, consapevolmente, quell’unità duale che si dava sin dall’inizio dei tempi inconsapevole di sé;

- il fulcro della dinamica evolutiva dell’essere: il tabù dell’incesto e la sua infrazione;

- e infine il concetto di soggetto riflessivo, che Silvia Montefoschi introduce per la prima volta nella teo­ria psicoanalitica come altro dal concetto dell’io, e che è l’unica chiave di lettura di tutti i processi psi­chici siano essi sani o patologici; soggetto riflessivo che è la costante presenza del soggetto umano a se stesso e il punto di riferimento di tutti gli eventi del­l’esistenza del soggetto umano stesso grazie al quale quest’ultimo riconosce la propria identità storica. Fondamenti questi che, nel farsi immediatamente evidenti nel dialogo tra l’uno e l’altro del rapporto psi­coanalitico, fanno di quest’ultimo non soltanto l’ambito ma l’essenza stessa della dinamica evolutiva del pensie­ro, che è quella del ripetuto salto evolutivo del pensiero su se stesso; dinamica che si era già fatta consapevole di sé, nel momento in cui il pensiero raggiunse il livello di riflessione del soggetto umano.

[..]

Dalle riflessioni di Silvia Montefoschi emerge allo­ra che l’oggetto sul quale l’analista opera e il parame­tro da lui utilizzato nel rapporto analitico mutano radi­calmente. L’oggetto infatti non è più il relazionarsi del paziente all’analista, bensì il modello di rapporto nel quale entrambi sono calati; il parametro non è più il modo dell’analista di relazionarsi al paziente, bensì un nuovo modello di rapporto che già è presente, come necessità, all’interno della dialettica dello stesso rap­porto analitico.

Il modello di rapporto, nel quale paziente e analista si trovano calati, è quello dell’interdipendenza ove il paziente si fa oggetto conosciuto e l’analista si fa sog­getto conoscente, e il nuovo modello di rapporto, che già è presente come necessità all’interno della stessa relazione analitica, è quellodell’intersoggettività dove paziente ed analista si sperimentano entrambi come soggetti che riflettono insieme sulla dinamica della loro relazione la quale si svela, sempre ad entrambi, come una problematica relazionale universalmente umana al di là delle possibili variazioni che si danno nelle singo­le storie personali. Problematica che è quella della inter­ferenza tra i due modelli di rapporto.

[…]

È a partire da questa visione che Silvia Montefoschi fonda il suo metodo di operare, assumendo l’altro della relazione psicoanalitica soltanto come soggetto che si rapporta a lei come altrettanto soggetto.

E così facendo Silvia Montefoschi introduce, per la prima volta nell’ambito della teoria psicoanalitica, il concetto operativo di soggetto, come altro dall’io, quale punto di vista trascendente l’io.

Punto di vista dal quale poter analizzare i contenu­ti conoscitivi dell’io nei quali il soggetto umano ripone la propria identità restando perciò vincolato a cono­scenze già date e arrestando così il divenire della cono­scenza.



Anno: 2009
Pagine: 478
ISBN: 9788883890505
Prezzo di copertina: € 35,00



Disponibile


E’ possibile ordinare



IL MANIFESTARSI DELL’ESSERE IN SILVIA MONTEFOSCHI



Autore: Silvia Montefoschi

Editore: Zephyro Edizioni

Descrizione:



“In questo libro Bianca Pietrini e Fabrizio Raggi ripercorrono con me il cammino che il pensiero ha fatto, mettendo in luce la consequenzialità dei passaggi logici dall’inizio alla fine dell’opera che ha intenzionato la mia vita. È infatti alla luce del punto di arrivo che si illumina la linearità della strada lungo la quale si è svolto un intero discorso. Questo libro pertanto non è la rilettura di quelli che sono stati scritti attraverso di me, bensì un’opera nuova e unica, quale visione che il pensiero uno stesso ha avuto della sua intera storia.” (Silvia Montefoschi)

INDICE

Prologo

PARTE PRIMA – IL PERCORSO

L’uno e l’altro: interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico

Oltre il confine della persona

Dialettica dell’inconscio

Al di la del tabù dell’incesto

Il sistema uomo catastrofe e rinnovamento

Essere nell’essere

La coscienza dell’uomo e il destino dell’universo

Il principio cosmico o del tabù dell’incesto

PARTE SECONDA – L’ARRIVO

Epilogo

Testimonianza

Bibliografia

 

Pensiero Uno

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Silvia Montefoschi, il pensiero oltre la psicanalisi

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Antologia del tempo che resta: SILVIA MONTEFOSCHI, La rivendicazione dello specifico e l’intersoggettività

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James Hillman nel sito di Silvia Ronchey

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Silvia Ronchey, Incontro con James Hillman

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“In quel giardino io ero nella Psiche, mi accorgevo che tutto era psicologia intorno a me, tutto parlava psicologicamente. Il mondo è come un giardino in quanto si manifesta; è un mondo di cose come alberi, sentieri, ponti; è anche un mondo di intuizioni, di metafore, di insegnamenti – a disposizione di ogni anima che passa – dati con la facilità dei riflessi sul lago: il giardino rende più intellegibile e più bella l’interiorità dell’anima.” 
(James Hillman)

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Cosa hanno da dire all’uomo di oggi i greci? Risponde James Hillman

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Mi chiedevo e chiedevo

Cosa hanno da dire all’uomo di oggi i greci?

Risponde Hillman:

  • La Grecia ci offre una possibilità per correggere le nostre anime e tutelare la nostra sanità mentale
  • Il mondo greco, con la sua lingua ed i suoi racconti, ci aiuta a elaborare una psiche differenziata. La nostra cultura ha bisogno di una psiche differenziata
  • Una delle grandi virtù del pensiero gre­co è la sua attitudine a distinguere le differenze. E una virtù molto importante: non dovremmo perderla. Perché allora co­gliamo l’unicità e singolarità di ciascuna co­sa.Per pensare accuratamente abbiamo bisogno delle distinzioni, e il mo­dello greco del paganesimo è ricco di distin­zioni
  • Il pensiero greco è ‘pagano’ (in latino “rustico”, “contadino”), come lo chia­mavano i cristiani. E’ legato alle pietre e alle rocce e ai campi e alla gente comune. Non è una teologia spirituale. Non è un programma, è una vita, proprio come lo è anche la psicologia e gli dei che vi abitano.

——————————

La Grecia psichica di cui lei parla nel Saggio su Pan, quando scrive: «La Grecia ci offre una possibilità per correggere le nostre anime e c’è una Bibbia nella camera da letto di ogni giovane nomade, dove molto meglio figurerebbe l’Odissea» (Saggio su Pan, pp. 13-15)

Non voglio idealizzare i Greci, tutti sappiamo che non erano gran che corretti con le don­ne, che avevano schiavi, facevano guerre, che i vecchi avevano amanti ragazzini: sappiamo tutto questo. Ma facevano anche qualcos’altro oltre a questo, che era pensare in modo di­verso da come pensiamo noi oggi. E possia­mo tornare a quel modo di pensare tutte le volte che abbandoniamo le nostre recenti idee occidentali, idee folli, che ci fanno di­ventare folli. Come: «Questo è solo il mon­do secolare» e quindi «non ha importanza» e «le vere bellezze sono in un altro Mondo».

Lei essenzialmente chiama folli le idee di trascendenza, come quelle cristiane.

Oppure quelle di Cartesio, quando dice «la materia è inerte, è morta, e c’è un’anima soltanto nell’essere umano, ragione per cui le case, gli alberi, gli animali sono tutti morti». Siamo solo materiale genetico ori­ginato da un’esplosione e diretto verso un buco nero. Ebbene, questa cosmologia è folle, eppure domina il modo di pensare dell’Occidente. Perciò il ritorno alla Gre­cia è solo questione di tornare alla sanità mentale, non è niente di strano.

E il politeismo greco, come lei ha scritto, «è la più riccamente elaborata di tutte le culture». Però non pensa che ciò valga ancora di più per lo scintoismo, una religione che, come ha detto Lévi-Strauss, «non traccia linee di demarcazione tra il vegetale e l’animale, né tra l’uomo e l’animale, e per la quale la forma floreale è forse il limite della perfezione» ?

E un’idea deliziosa, ma io non sono giappo­nese! Devo restare nell’ambito della tradizio­ne che mi è propria, del linguaggio occiden­tale che mi è proprio, all’interno della mia propria cultura occidentale. Il mondo greco, con la sua lingua e le sue narrazioni mitiche, era enormemente differenziato. Non impli­ca la perdita di distinzioni tra uomo e ani­male o tra animale e pietra. Non si tratta di panteismo. E molto distinto, articolato, visi­vamente e linguisticamente dettagliato, il che porta verso una psiche differenziata. I Greci avevano una psiche differenziata ed è di que­sta che abbiamo bisogno nella nostra cultura.

Che cosa s’intende per psiche differenziata, posto che ogni grande sistema occidentale, da Aristotele a Hegel, ha una sua psicologia ?

Che non dobbiamo perdere di vista le di­stinzioni tra uomo e animale, o tra animali e fiori, tra minerali e batteri e così via. Dob­biamo invece individuare chiaramente le di­stinzioni. In altre parole, dobbiamo tra­sporre nel mondo mitologico, ovvero in quello psicologico, la nostra ottica scienti­sta. Una delle grandi virtù del pensiero gre­co, così come del nostro pensiero scientifico occidentale, è la sua attitudine a distinguere le differenze. E una virtù molto importante: non dovremmo perderla. Perché allora co­gliamo l’unicità e singolarità di ciascuna co­sa. Non si tratta di far saltare i confini del­l’io in un’unità mistica e emozionale.

Come invece nelle esperienze dello sciamanesimo tribale, il cui riflesso è comunque arrivato anche ai Greci. Ma lei considera queste esperienze totali proprie solo dell’Oriente asiatico. Il misticismo orientale non la attrae affatto ?

Per me, la cosa più bella dello scintoismo è quel delizioso animismo che dà anima a ogni cosa, è splendido! C’è qualcosa come di infantile in questo, in Giappone, che mi piace molto. Ma per pensare accuratamente abbiamo bisogno delle distinzioni, e il mo­dello greco del paganesimo è ricco di distin­zioni. E come il sapore dell’acqua: diverso in ogni villaggio. E un principio molto im­portante, specialmente nel Mediterraneo. In ciascun villaggio della Spagna il prosciut­to è diverso e si può distinguere il prosciutto di un villaggio da quello di un altro. Lo sa? Il sapore delle olive di un paese della Sicilia è diverso da quello delle olive di qualsiasi al­tro. E questo culto della diversità è parte della nostra eredità occidentale, ed è anche una componente della nostra natura anima­le. Gli animali sanno distinguere una cosa da un’altra e da un’altra ancora: se sono or­si, ad esempio, sanno dove andare a cercare i frutti di bosco più dolci, sanno quali pesci sono migliori di altri. Ora, questa attitudi­ne del singolo si è persa nelle grandi teolo­gie religiose unificate, come il buddismo, il cristianesimo e l’induismo. Gli ‘ismi’ ci fanno perdere le bellezze della particolarità. Dichiarano perfino che le distinzioni sono una trappola mentale, un inganno.

Dunque noi occidentali non possiamo che pensare in termini occidentali. Ma, come dicevamo, quello che stiamo assorben­do e omologando quale pensiero asiatico, per esempio ciò che chiamiamo buddismo, forse non è altro che una rielaborazio­ne più o meno consapevole dell’antico pensiero greco.

Direi proprio di sì. Credo che la difficoltà qui stia nel fatto che in qualità di psicologo ho il compito di divenire consapevole di ciò che noi apportiamo al buddismo (e non di ciò che il buddismo porta a noi), o di ciò che noi apportiamo all’Islam, delle strutture già presenti nella nostra mente. Perciò, quando assumo il buddismo in me, lo sto modificando con il mio inconscio e lo sto usando per il mio inconscio. Un inconscio occidentale si impadronisce del buddismo e lo trasforma in chiave cristiana o ebraica. Non siamo bhutanesi, non siamo tibetani, abbiamo una struttura mentale completa­mente diversa. Qui nella mia psiche c’è Cartesio, e ci sono Platone e san Tommaso — tutti vivi, e tutti stanno collaborando a ciò che avviene. E c’è anche Einstein, qui. Perciò, non posso semplicemente leggere un testo buddista e meditare, starmene se­duto a fare il mio esercizio zen, perché i Padroni della Mente Occidentale vivono in me e stanno facendo un’ininterrotta conver­sazione * E non dimentichiamo sant’Agosti­no o Newton! Non siamo liberi dalle nostre tradizioni.

Insomma le dà fastidio questa moda occidentale sincretistica di un buddismo riveduto e corretto ?

Ribadisco, non è il buddismo che mi fa ar­rabbiare, ma il modo in cui la nostra psiche usa il buddismo, per sfuggire al dovere di apprendere la nostra tradizione e il potere della nostra tradizione, al dovere di rendersi conto che Cartesio è responsabile di buona parte del caos della nostra società occidenta­le, e non solo Cartesio, ma già san Paolo e la filosofia medievale e il cristianesimo, quan­do ha dichiarato «il mondo appartiene a Cesare». Certo che poi abbiamo i disastri ecologici! perché non importa cosa succede in questo mondo! Possiamo avere perdite di petrolio in mare, possiamo bruciare le fore­ste, perché tanto è solo materia. Res extensa. Spazzatura. Pattume.

Un’altra difficoltà nella nostra discussione è data dal fatto che stiamo sovrapponendo spirito e anima, stiamo trascurando la di­stinzione tra anima da un lato e spirito dall’al­tro. II mondo greco era un Mondo del­l’Anima, nel senso che la sua attenzione per l’anima, nel modo che ho io di intenderla, serviva, come abbiamo detto, a fornire una differenziazione di tutte le ricchezze e gli orrori della vita reale — che è, appunto, il fare anima in questo mondo. Lo spirito in­vece, che è ordine, numero, conoscenza, stabilità e logica autodifensiva, parla il lin­guaggio della ‘verità’, della ‘fede’, della ‘legge’ e simili. Quando parliamo del bud­dismo o della cristianità, o del cristianesi­mo (usiamo pure questo -esimo, che corri­sponde agli altri -ismi: cristianesimo come buddismo, ebraismo, scintoismo), stiamo par­lando in termini molto generali dello spi­rito e i concetti sono largamente intercam­biabili — uno spirito o un altro spirito, una religione o un’altra religione — e conti­nuiamo a discutere di religioni. Il pensiero greco è diverso; è ‘pagano’, come lo chia­mavano i cristiani. E’ legato alle pietre e

alle rocce e ai campi e alla gente comune. Non è una teologia spirituale. Non è un programma, è una vita, proprio come lo è anche la psicologia — e gli dèi vi abitano.

In che modo vi abitano, visto che manca, come lei dice, una teologia spirituale ?

Quando il gufo grida, è Atena che parla at­traverso il gufo. E questa sensazione, che ovunque tu sia c’è qualcosa che può parlar­ti, è anche egizia. Alla visione greca sono affini quella egizia e anche quella tribale africana, molto più di quanto possano es­serlo la visione buddista o cristiana. Gli Africani, gli Egizi e i Greci sono affini nel percepire il mondo pratico quotidiano, i frutti e i fiori e le pietre e le rocce e le que­stioni della vita — affini nel fare anima.

In James Hillman, L’anima del mondo, conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, 1999, p. 57-66

Silvia Montefoschi

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Pubblicato con Flock

“ciò che è è l’esserci della presenza al cospetto d’altra presenza quale è infinito della vita”

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da: Silvia Montefoschi, L’ULTIMO TRATTO DI PERCORSO DEL PENSIERO UNO. Escursione nella filosofia del XX secolo, Zephyro editore, Milano

Tappe di avvicinamento alla “teoria del vivente” di Silvia Montefoschi

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Racconto i miei passaggi, a tutt’oggi, dentro la “teoria del vivente” di Silvia Montefoschi.

Primo passaggio è stato l’avere compreso ed introiettato il suo principio di intersoggettività.

La vera operazione di allargamento della sfera della mia coscienza avveniva attraverso l’argomentazione sul “fenomeno intersoggettivo (che lei narrava non in astratto, bensì, facendola emergere dalla sua esperienza di psicoanalista) che ho raccontato in questo audio-video:

http://amalteo.splinder.com/post/18849746/Paolo+Conte+in+Bella+di+giorno

Il secondo passaggio è contenuto nella frase

“Cosa vuole dire che è ciò che è?”



(fra l’altro curiosamente ripetuta in libri di Peter Handke e film di Wim Wenders)



A me arriva da un ricordo/sogno//reverie. neppure io so cosa sia: risale alle origini mia infanzia più lontana. Forse tre anni, dunque 1951.


Sono nella stanza da letto dei miei genitori (era una casa che dava sul lago, per l’esattezza Torno. Oggi faccio vivere la mia psiche lì vicino: tre paesi dopo)

Guardo fuori dalla finestra, vedo un ‘isola (che in realtà non c’è). Su quell’isola c’è Garibaldi (è evidente la fusione di immagini succcessive)

E’ tutto.

Eppure in questa immagine è racchiuso un primo nucleo della mia salvezza intersoggettiva.

Sono certo che , assieme al mio cane pastore tedesco Pantò, mi sono “salvato” dall’abisso mortale perchè in me agiva una forza altra, istintuale e razionale al tempo, che mi poneva alla ricerca di un oggetto comune esterno alla relazione diadica primaria.

Il terzo passaggio è di questi giorni.

B. mi ha risolto una questione che vedevo appena. Ero piuttosto preoccupato dal tono settario dei seguaci di Silvia Montefoschi, che ne hanno fatto una specie di idolatria linguistica e gregaria.

Mi chiedevo: ma come può un pensiero così nitido, così prospettico, così capace di mettere assieme l’Uno, l’Altro e l’Infinito generare dei cloni così imitativi e ripetitivi?

E poi mi chiedevo perchè Silvia è così severa nel suo libro Il Pensiero Uno (eccezionale, una possente camminata nel pensiero del novecento) a mettere la croce NO, come una maestrina da liceo, a pensatori così basici. In questo libro riassume un pensiero e poi dice che NON E’ qualcosa, NON E’ il pensiero Uno.

Come mai sono così attratto da questo testo, pur vedendo un limite valutativo nello stesso fluire maestoso di pensiero di silvia montefoschi?

Tale questione me l’ha chiarita in modo per me soddisfacente B. quando scrive (cito a memoria) che Silvia Montefoschi è diventata pensiero allo stato puro (aggiungerei con le mie parole che è diventata come un diamante) e che i suoi allievi che la inseguono sul SUO terreno, senza collocare la loro personale posizione in nuovi quadri, ne danneggiano la stessa prospettiva. Mentre la questione è METTERE IN CONNESSIONE prospettive differenti, per lui Hillman e Montefoschi, pur nella polarità delle due posizioni.

Fine di questa mie quasi seduta di autoanalisi

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Pensieri associati

Dice G.:

Non so che dire dell’esperienza diretta di chi ha conosciuto Silvia Montefoschi. Dei tanti grandi che pure sono stati nostri Maestri – come piace dire a me – non resta spesso la lezione accademica né conta ogni piega della vita.

Ad esempio, non mi faccio turbare dal fatto che Martin Heidegger aderì al Nazismo. Giudico la sua opera. E non tutta la … Visualizza altrosua opera.

Allo stesso modo, credo che Montefoschi debba essere giudicata per quello che lascia in eredità. Al di là di quanto possa esserci di caduco nella vita e perfino nell’opera.

Non sono credente, eppure leggo il Vangelo. Di tutte le filosofie che ho ‘attraversato’ quello che ho preso per me e che guida la mia vita è spesso solo una parte di esse e sempre non la più importante. Ad esempio, ho proposto di Massimo Cacciari “Filosofia e tragedia” per l’Antologia del tempo che resta, per il fatto che in quella conferenza è condensata tanta parte del mio modo di sentire.


Ho compreso fin qui che c’è in quest’ultima opera un’affinità sotterranea con il mio percorso di vita, per quanto riguarda il ‘superamento’ di ogni dualismo nella vita del pensiero.

Ma per me è solo un inizio. Anche se non è poco. Mi viene in mente l’errore di Cartesio (in Damasio e poi in Galimberti)

dice B.:

menti diverse vibrano all’UNI-SONO… mi piace, un grazie di cuore a g. per questa iniziativa e per la descrizione di una modalità di procedere che sento per certi versi simile a quella mia, a paolo per il fuoco della mente che sento divampare in lui quando parla delle cose in cui crede e che riconosco molto simile a quello di silvia oltre che per le tracce biografiche di cui spesso ci fa dono, a f. che si è subito immesso con grande agilità nel flusso di questo discorso, ecco a lui non consiglierei di partire dagli studi clinici, ma dalla teoria del vivente perchè è qui che la montefoschi è maestra, per cui partire da questo libro che è l’ultimo per me può andar bene, oppure da “sistema uomo” seguito da “essere nell’essere” (che è il percorso che ho fatto io, che vale come quello di paolo, ognuno trovi il suo, io all’intersoggettività ci sono arrivato indirettamente attraverso questi libri).

Riguardo l’imbarazzo o lo scandalo degli ex montefoschiani e del mondo accademico, dico solo che un grande è sempre fuori dagli schemi di pensiero comuni e del tempo storico di appartenenza, altrimenti non sarebbe tale, del resto genio e follia sono strettamente associati, non può esistere un genio “nella norma”, per cui a livello del genio, soprattutto se mistico, non dev’essere considerato patologico se giovanni evangelista è l’amante celeste di silvia . Per loro è una dimensione dell’essere altrettando reale di quella che per noi cade sotto i 5 sensi, è questo lo sfondamento del logos e del soggettività che deve essere operato se vogliamo sentirci nel cuore del vivente, altrimenti ne siamo sempre parti staccate, separate, noi alla deriva, non lei. Che poi, vista da un altro punto, è la radicalità che deriva dall’abbracciare interamente il proprio Daimon… comunque paolo ha perfettamente capito la “problematica” di chi si accosta a un pensiero così vertiginoso, e gliene sono grato, bisogna anche avere un minimo di difesa, ma non troppa!…

Dialoghi con il sogno: una serata con Paolo Cozzaglio, Paola Manzoni, Sergio Bettinelli

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Dio, che pioggia!

Da Como oltrepasso Cantù, passando per vie conosciute. Mi perdo una volta, poi trovo la strada giusta per Mariano Comense

… Dio, che pioggia …

Gli scrosci delle pozzanghere fanno traballare la precaria Hyunday. Sempre qualcuno dietro con le sue luci, sempre qualcuno di fronte con le sue luci. Non sono tranquillo: sono un viaggiatore da treni

Oltrepasso lo svincolo, faccio la discesa, vedo un cartello “Centro”, ma il centro svanisce. Mi sono perso per la seconda volta. Vedo una persona: “si va di là, poi gira a sinistra e torna indietro: il paese è così”.

Mi perdo per la terza volta. Decido di tornare a Como. Ma riprovo: una ragazza sotto la tenda del bar mi dice: lì a destra. Insomma: sono arrivato.



La questione è che occorre re-imparare a raccontare i sogni, come si è già fatto alle origini delle civiltà umane.

Ma prima ancora occorre imparare a riconoscerne il valore.

Dunque: è ancora una volta questione di apprendimento ed intenzione

E’ questo il cuore del libro:

a cura di Paolo Cozzaglio, DIALOGHI CON IL SOGNO: incontri diurni e notturni con l’inconscioZephyro Edizioni, Collana ANIMA & SPIRITO a cura di Baldo Lami

Tre fra gli autori (Cozzaglio stesso, Paola Manzoni e Sergio Bettinelli) argomentano sul tema in un incontro pubblico alla sala civica di Mariano C. , la sera del 2 aprile 2009.

Ben 50 persone in sala, di cui 10 uomini. E’ è sempre così, un po’ per la mortalità più precoce, un po’ perché sono le donne quelle che più tendono alla creatività. Vista la pioggia a dirotto e lo stato della cartellonistica è un successo.

Ma c’è un perché.

Molti dei presenti hanno già fatto un corso sui sogni con il dott Foieni (non so se ho sentito bene il nome) all’interno delle iniziative per la vecchiaia attiva della Unitre – Università della terza età.

Lui è accogliente e bravo. Dice che il corso era centrato sulla storia dei sogni, i loro tipi, e sulla lettura in gruppo. Sembra proprio che gli incontri siano andati bene.



Ecco gli ingredienti alchemici di un incontro serale riuscito: un tema che ci tocca personalmente, un po’ di preparazione personale, un docente che sa fare il suo mestiere, tre esperti senza spocchia professorale.



Ma alle spalle e sotto la superficie c’è ancora qualcosa: un editore di nicchia qualitativa e il fantasma di una vivente.

L’editore Zephyro e l’animatore della collana Baldo Lami, che hanno pubblicato il libro su come apprendere a dialogare con il sogno (grande opera a mio modesto giudizio) e Silvia Montefoschi.

Beh sì: Silvia era lì. In quella sala vedevo concretamente il suo grande progetto filosofico e psicologico: il lavoro sulla propria singola e personalissima psiche è un lavoro sociale. Nella psiche individuale si rispecchia e rifrange la psiche universale. E la psicoanalisi è lo strumento relazionale che rivela questa connessione, perché è:

il culmine del momento conoscitivo umano del reale,

che rivela l’essere così com’è,

nell’atto di interrogarsi su se stesso

citato in Cozzaglio, op.cit. p. 18

Vengo agli appunti della conversazione della sera.

Paolo Cozzaglio, in una sintesi davvero magistrale, sviluppa il suo ragionamento attorno a 5 punti:



  • La modernità ed il positivismo hanno fatto perdere il significato che le persone hanno sempre dato al sogno. Le neuroscienze, tanto in auge oggi, vanno sempre di più in questa direzione. Perdiamo così qualcosa di noi.
  • Freud produce una prima rivoluzione affermando che: i sogni hanno un significato; parlano al singolo sognatore; dicono qualcosa d’altro alla persona, gli suggeriscono altri aspetti di sé. Tuttavia per Freud il sogno è un occultamento, piuttosto che uno svelamento: si presentano camuffati, per evitare i conflitti con le grandi forze che presiedono la psiche umana (eros e thanatos, amore e aggressività, pulsione di vita e pulsione di morte). “per Freud il linguaggio onirico è l’attuazione mascherata di un desiderio proibito” (op. cit. p. 28)

  • Jung va oltre ed imbocca un’altra strada. Il sogno non è solo una espressione della propria psiche individuale. Il sogno, attraverso i simboli, cimette a contatto con il patrimonio di tutti gli esseri umani, così come fa l’arte. Dunque il sogno non occulta, bensì svela: dice cose nuove sull’individuo ma anche sulla umanità tutta

  • Silvia Montefoschi parte da Jung, ma a sua volta va oltre ed imbocca ancora un’altrastrada. Il sogno ha un significato universale, perché i problemi personali rispecchiano la situazione sociale. La singola persona, attraverso il processo che lei chiama “intersoggettività” esprime la condizione umana di fronte alla sua storia. In questa prospettiva Montefoschi definisce il simbolo in due modi “il modo di dire di un indicibile”, e il “modo di dirsi di un indicibile”(op.cit. p. 18). Colloca cioè il lavoro di rapporto con i simboli nel quadro di relazioni intersoggettive significative

  • Isogni non hanno la stessa valenza emotiva. Ed occorre lasciar parlare anche quelli negativi , perché sono interlocutori di noi stessi che danno orizzonti di senso attraverso le immagini



Paola Manzoni ha sviluppato questo ragionamento:

  • Occorre prestare attenzione ad una serie di sogni (perfino quelli di un anno). Attraverso i loro mutamenti noi apprendiamo anche il nostro mutamento. Vedendo come cambiano le nostre immagini interiori prendiamo consapevolezza che noi stessi mutiamo. E questo allarga la superficie della consapevolezza

  • I sogni non aiutano a trovare la felicità, tuttavia aiutano a trovare un senso: il che non è poca cosa

  • Mettiamoci in gioco, come fanno i bambini. Giochiamo con i sogni. Apriamo le orecchie : “ascolta questa voce”

  • Il mondo occidentale tende a separare mente e corpo. Ma noi siamo esseri unitari. Solo partendo dalle nostre ferite (la sofferenza psichica e somatica) possiamo intraprendere le vie della conoscenza

  • In questa chiave anche un incubo ci dice: … ascolta … allarga lo sguardo. Se ci lasciamo andare il sogno diventa un compagno prezioso



Sergio Bettinelli ha sollecitato l’attenzione al tema del transfert. Però lo ha detto con parole semplici ed empatiche:

  • Il sogno è una manifestazione dell’inconscio e quindi aiuta a conoscere i problemi

  • Ma la questione cruciale è : quale è il problema?

  • Quando i due inconsci (quello del paziente e quellodell’analista) cominciano a parlarsi ecco che si istaura una benefica relazione per entrambii soggetti, che si parlano attraverso i sogni. Il sogno, dunque, è l’oggetto comune della relazione intersoggettiva. E’ questa triangolazione a produrre l’energia necessaria a far fronte alle esigenze di trasformazione personale



Le persone del pubblico hanno immediatamente interagito con i relatori, mentre il dott. Foieni era in evidente soddisfazione per il successo formativo del corso e per l’andamento veramente sereno e produttivo della serata.



Riassumo qui ancora qualche punto significativo in termini di apprendimento ed allargamento della coscienza:

  • Meglio scrivere i sogni. Sono materiali preziosi da non perdere. Magari si ricorderà solo qualcosa, ma piano piano si riacquisterà l’abitudine a ricordarli. Si scopriranno cose fantastiche

  • Non esagerare con l’interpretazione. Talvolta l’interpretazione è una gabbia razional razionalistica che ne riduce la forze espressiva.

  • La domanda giusta non è “cosa vuol dire il sogno”? ma “cosa vuoi dire con il sogno”? e questo è possibile farlo solo attraverso rapporti dialogici

  • Il tempo per sè della pre-vecchiaia diventa una opportunità straordinaria per riflettere, per darsi spazio e tempo per fare riemergere queste dimensioni assopite. In proposito mi è venuta una associazione con un altro libro molto arricchente della collana Anima & Spirito: Jane R. Prétat, La terza donna: gli anni d’oro della trasformazione della terza età (Coming to age. The croning Years and Late-Life Transformation, 1994), Zephyro edizioni, 2001. Sostiene questa autrice: “Uno dei cambiamenti più importanti che si verificano nella nostra vita sta cominciando solo da poco a essere oggetto di attenzione. Negli anni compresi fra la mezza età e la vecchiaia, in quel periodo della vita in cui non si è più nel fiore degli anni ma neppure ancora davvero vecchi, la maggior parte di noi subisce un processo di transizione. Corpo ed anima indugiano sulla soglia della vecchiaia. Fra i cinquanta e i settant’anni siamo chiamati ad affrontare una profonda trasformazione. La vita cambia radicalmente e lo stesso succede a noi, al nostro corpo, alla nostra psiche, alla nostra mente e al nostro spirito. Questo, anche se è augurabile, è proprio ciò che ci fa paura” op.cit. p. 13

  • I sogni hanno anche una valenza compensativa: raccontano la parte di te che non volevi riconoscere

  • Cos’è l’inconscio collettivo? Sono le radici salde che vanno oltre noi. Un albero con radici forti regge alle bufere

  • Il Cepei- Centro di psicologia evolutiva intersoggettiva da qualche anno raccoglie in forma anonima i sogni che le persone inviano spontaneamente. Non c’è interpretazione, che richiede un rapporto intersoggettivo. Tuttavia questa raccolta ha già oggi il valore di far intra-vedere quel valore universale dei simboli, di cui parlavano Jung e Montefoschi



Conclusione

In quella sala, in una cittadina della Brianza comasca, dentro una notte buia e piovosa, 50 persone si sono ritrovate, come in un rituale sociale, a recuperare la possibilità di conoscersi meglio (e così di conoscere il mondo esterno).

Lei, Silvia Montefoschi, la pioniera della unità fra persona e società attraverso la mediazione della psiche, era lì a trovare conferma della fecondità della sua teoria del vivente

L’errore di Narciso

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Ci sono tanti modi di raccontare il mito di Narciso e altrettanti di interpretarlo.
Ma ogni volta che leggo queste righe sono ammirato dai diversi piani di comprensione contenuti in queste righe:

L’errore di Narciso, o meglio l’errore di essere in Narciso, sta nel fatto che nel rispecchiarsi, e quindi nel riflettere su di sè. egli coglie la sua immagine entro il limite di un particolare, e crede di cogliere il tutto in quella sua parte

Silvia Montefoschi, in La coscienza dell’uomo e il destino dell’universo, Bertaqni, Verona 1986
che sarà ripubblicato in Silvia Montefoschi, Opere Volume 3, Zephyro edizioni

Silvia Montefoschi: biografia e opere

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Silvia Montefoschi è nata a Roma nel 1926.
Allieva di Ernst Bernhard, è approdata alla psicoanalisi, alla filosofia e poi ancora alla psicoanalisi dopo la laurea in medicina e in biologia.
Tutta la sua Opera Omnia è in via di pubblicazione nelle Zephyro Edizioni di Milano (a cura di Baldo Lami e Maria Luisa Mastrantoni).
Ho schedato così la sua opera:

L’ UNO E L’ALTRO. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico
FELTRINELLI, 1977, p. 368

OLTRE IL CONFINE DELLA PERSONA
FELTRINELLI, 1979, p. 165

DIALETTICA DELL’INCONSCIO
FELTRINELLI, 1980, p. 287

AL DI LA’ DEL TABU’ DELL’INCESTO. Psicoanalisi e conoscenza
FELTRINELLI, 1982, p. 231

PSICOANALISI E DIALETTICA DEL REALE
BERTANI EDITORE, 1984, p. 150

C.G JUNG UN PENSIERO IN DIVENIRE
GARZANTI, 1985, p. 226

IL SISTEMA UOMO. Catastrofe e rinnovamento
RAFFAELLO CORTINA, 1985, p. 234

ESSERE NELL’ESSERE
RAFFAELLO CORTINA, 1986, p. 305

FU UNA PIOGGIA DI STELLE SUL MIO VISO (Napoli 1952)
LABORATORIO RICERCHE EVOLUTIVE di Giampietro Gnesotto editore, 1989, p. 70

LA DIALETTICA DELL’INCONSCIO (1980), in Opere Volume Secondo – Tomo 1
ZEPHYRO EDIZIONI, 2001, p. 209-437

L’ UNO E L’ALTRO: L’INTERDIPENDENZA E L’INTERSOGGETTIVITA’ (1977), in Opere Volume Secondo – Tomo 1, ZEPHYRO EDIZIONI, 2001, p. 57-192

IL FONDAMENTO METODOLOGICO DEL PENSIERO DI JUNG (1985), in Opere Volume Primo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2004, p. 481-566

IL SENSO DELLA PSICANALISI. Da Freud a Jung e oltre (Opere Volume Primo)
ZEPHYRO EDIZIONI, 2004, p. 618

OLTRE I CONFINI DELLA PERSONA (1979), in Opere Volume Primo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2004, p. 295-409

IL DIVENIRE DEL PENSIERO DI JUNG (1985), in Opere Volume Primo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2004, p. 567-608

L’ UNO E L’ALTRO: PROPOSTA PER UNA FENOMENOLOGIA DEL SOGGETTO (1977), in Opere Volume Primo, ZEPHYRO EDIZIONI, 2004, p. 95-264

OLTRE L’OMEGA. Tavole dei modelli raffiguranti il processo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2006, p. 114 + Tavole

L’ EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA. Dal sistema uomo al sistema cosmico (Opere-Volume Secondo – Tomo 2), ZEPHYRO EDIZIONI, 2006, p. 618

L’ EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA. Dal sistema uomo al sistema cosmico (Opere-Volume Secondo – Tomo 1), ZEPHYRO EDIZIONI, 2006, p. 618

L’ ULTIMO TRATTO DI PERCORSO DEL PENSIERO UNO. Escursione nella filosofia del XX secolo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2006, p. 319

SOLIME’ LORENZO, prefazione di Silvia Montefoschi
L’ ECO DELLA VOCE DEL PENSIERO ovvero il dirsi dell’Essere nel dire dell’Uomo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2006, p. 256

LUDWIG WITTGENSTEIN E LA RIVOLUZIONE EPISTEMOLOGICA (1983), in Opere Volume Secondo – Tomo 2, ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 15-28

LUDWIG WITTGENSTEIN: IL LINGUAGGIO COME FONDAMENTO DEL SOCIALE (1983), in Opere Volume Secondo – Tomo 2, ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 29-38

LA VITA E’ CONOSCENZA. FUNZIONE ETICA E STRUTTURANTE DEL CULTURALE NEL PROCESSO
TRASFORMATIVO DELLA PERSONA (1984), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 39-60

IL PRIMO DIRSI DELL’ESSERE NELLA PAROLA. I MITI COSMO-ANTROPOGONICI. LE DIVERSE VISIONI DELLA COSCIENZA ANTINOMICA (1984), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 61-94

LA FELICITA’ COME RAPPORTO CON L’UNIVERSALE (1984), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 95-106

IL SISTEMA UOMO. CATASTROFE E RINNOVAMENTO (1985), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 107-268

L’ ANIMA E OMBRA (1986), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 269-286

ESSERE NELL’ESSERE (1986), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 287-502

—————————————————————————-
Questo Blog contiene una bibliografia aggiornata degli scritti di Sivia Montefoschi e dei saggi a lei dedicati:
http://laboratorioricercheevolutive.wordpress.com/2008/04/26/silvia-montefoschi-documenti-in-rete/

Silvia Montefoschi: biografia e opere

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Silvia Montefoschi (documenti in rete) « Laboratorio Ricerche Evolutive

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Claudio Risè, Servirsi del clima per stare meglio

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Diario di bordo :: Servirsi del clima per stare meglio :: January :: 2009

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AIPA Milano – Origini

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AIPA Milano – Origini

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Il bacio di dio, di Silvia Montefoschi

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Il bacio di Dio

Silvia Montefoschi

In Il bacio di dio, Goldenpress, 2000

Tu e io
Io e tu

Era buio
Un buio nero
ricordi?

Tu e io
io e tu
non sapendo però
nè tu di me
nè io di te
vagavamo
uniche due particelle
in uno spazio infinito
senza alcun punto
di riferimento
che ci desse
un orientamento

Eppure qualcosa
ci sospingeva
in un’unica direzione
Qualcosa che
si dava in noi
come una sensazione
sensazione che
tu e io
io e tu
chiamammo emozione

E lungo quella direzione
noi ci muovevamo
l’un verso l’altro
senza sapere
l’uno dell’altro
guidati soltanto
dalla nostra emozione

Lontano lontano
ciascuno di noi
vide un chiarore
chiarore che
tu e io
io e tu
chiamammo albore
l’albore
della prima aurora

E in quell’albore aurorale
ciascuno di noi vide
sorger dal nulla
un punto di luce
ma di una luce
così bella che
tu e io
io e tu
chiamammo stella

E la stella
veniva incontro
a ciascuno di noi
mentre noi
ci venivamo incontro

Quando fummo
a breve distanza
l’un dall’altro
ci fermammo
reciprocamente abbagliati
dal nostro splendore
splendore in cui
tu sapesti di me
e io seppi di te
e che
tu e io
io e tu
chiamammo amore

E l’amore
che noi stessi eravamo
baciò se stesso
nel nostro baciarci
e nell’istante
in cui ci baciammo
la luce divampò
illuminando lo spazio
lo spazio che
attorno a noi si curvò
formando ciò che
tu e io
io e tu
chiamammo universo
l’universo
al centro del quale
noi ci venimmo a trovare

Poi qualcosa
che noi sentimmo
provenir da noi stessi
ma che a noi si impose
come altro da noi
ci separò

Ci separò
e rimase tra noi
come l’impronta
del nostro bacio
un bacio che
tu e io
io e tu
chiamammo vita

E dalla vita
noi stupiti vedemmo
sgorgare a miriadi
coppie di particelle
che velocemente
andarono a popolare
il vuoto dell’universo
che si riempì
di fulgide stelle

Poi
io da qui
non ricordo più
dimmi
ricordi tu?


io ricordo che
da lì
venni poi a trovarmi
non so come e perchè
ai margini dell’universo

Ero solo solo
anche se
sentivo te in me
e ti vedevo inoltre
al centro
di quello spazio chiuso
che di nuovo
s’era fatto buio

Io ti chiamai
l’anima del mondo
che era poi
l’anima mia
che mi teneva in vita

E’ ciò che io ricordo
e tu
che cosa ricordi tu?

Io ricordo
d’essermi trovata lì
dove tu dici
al centro
di uno spazio nebuloso
come una presenza
che si rivolgeva
ad un’altra presenza
lontana
e vicina a un tempo
e che io
chiamai dio
come colui
dal quale solamente
derivava
il mio sentirmi presente

Se però
la mia presenza
e la tua presenza
avessero una forma
non ricordo più
cosa ricordi tu?

Io ricordo che
ogni volta
che giungeva il momento
di un nostro
nuovo appuntamento
noi ci incontravamo
in una veste
sempre più ricca
sempre più armonica
sempre più bella
e che
dal bacio
che noi ci davamo
nascevano forme
sempre più ricche
sempre più armoniche
sempre più belle
proprio così
come noi eravamo
nel momento
in cu ci baciavamo

Forme alle quali
tu e io
io e tu
davamo
di volta in volta
il nome dei viventi
che
nell’universo
si facevano presenti

Ma il ricordo
che ancora mi tocca
fortemente il cuore
è quello
del grande giorno
in cui
l’universo prese luce
dalla luce
di una stella
che brillava
al centro
dell’universo stesso
dove eri tu
come se proprio tu
avessi ritrovato
il tuo primo splendore
che ora dissolveva
la tenebra che t’avvolgeva

E io compresi allora
che era giunto
il momento in cui
tu e io
io e tu
dovevamo
tornare a congiungerci
ma
con il bacio
della nuova aurora

E
con quel bacio è avvenuto
che il mondo
s’è rovesciato

E io
mi son trovato
al centro dell’universo
insieme a te

E tu
ti sei trovata
alla periferia dell’universo
insieme a me

E questo evento
ha fatto sì
che io
sono diventato un uomo
avente però in sè
l’enormità dell’immenso
che va ben oltre il limite
dell’intero universo
e che tu
sei diventata una donna
che umilmente
custodiva in sè
la luce
di quella prima stella
che
illuminava la mia vita

Cosa ancora ricordi
tu
anima mia?

Io ricordo
dio mio
che
quando noi ci baciammo
nelle vesti imane
il nostro bacio
partorì
una nuova progenie che
tu e io
io e tu
chiamammo divina

Progenie nella quale
l’amore diviene
una sola persona
quando
ognuno dei due amanti
ama se stesso
amando l’altro soltanto

E noi
continuiamo a baciarci
così che
dai nostri baci
nascono ancora
nuove coppie di amanti
che imparano a baciarsi
proprio come
noi ci baciamo
nell’amore immenso
che va oltre i limiti
dell’intero universo
là dove
tu e io
io e tu
finalmente ci siamo
uniti nel bacio
che non finisce mai più

Paolo Conte in Bella di giorno (da Psiche) e l’intersoggettività in Silvia Montefoschi

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1. Il testo letto nel video è questo:



“Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni.

Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l’altro ci sia, in quanto è grazie all’esserci dell’altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa.

In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell’altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell’esistere dell’uomo come soggetto?



Devo procedere nell’analisi di queste caratteristiche: la relazione e la libertà.

Il primo bisogno del soggetto per essere tale è l’esistenza di un altro da sé. Molte sono leforme sotto le quali questo altro si fa presenza agli occhi dell’uomo: può essere, di volta in volta, il mondo esterno, ovvero il mondo delle cose e dei valori sociali, o il mondo interno, ovvero il mondo dei pensieri e degli affetti; può essere il Tu umano, l’altro dell’incontro, o il Tu interiore, l’altro cui l’uomo si riferisce quando è con se stesso; può essere la corporeità dell’uomo o i suoi comporta­menti o i suoi modi di rapportarsi al mondo, nel momento in cui egli se ne distacca per riconoscerli e riferirli a sé; può essere infine l’uomo nella sua globalità, quando l’uomo stesso prende da se medesimo la distanza necessaria per definirsi in una identità.”

in Silvia MontefoschiL’Uno e l’Altro: interdipendenza e intersoggettività, Feltrinelli, 1977, ora in Silvia Montefoschi, L’evoluzione della coscienza, Opere, Volume Secondo – Tomo 1, Zephyro Edizioni, Milano 2008, p. 74-75.



2. Lo scritto del 2004, citato nell’audio-video è qui:

Intervista a Montefoschi sul concetto di “intersoggettività” (2004) di Tullio Tommasi



3. La canzone è :

Paolo Conte, Bella di giorno, in Psiche, 2008



Io so chi tu sei

so neanche chi sei

ma so che tu sei

si so che tu sei tanto amata

amata e desiderata

l’istinto ti sa

trattare ti sa

guidare ti sa

con poche parole precise

poche parole decise

e uno sguardo d’intesa

un’elegantissima scusa

come una bella di giorno

tu sei il mondo che hai intorno

sei bella senza ritegno

nell’acqua fresca di un bagno

io so che tu sei

so neanche chi sei

ma so che tu sei

si so che tu sei tanto amata

amata e desiderata

e sola

<!– –>

Claudio Risè ha appena pubblicato “Il padre: l’assente inaccettabile” Edizioni San PaoloI

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IL PADRE

30 Novembre 2003

I miei studi sullo scrittore americano Robert Bly sono avvenute nell’ambito delle politiche per le famiglie.

E’ lì che si intercetta il tema della riduzione dei ruoli paterni nelle società contemporanee. L’argomento era già stato elaborato dai sociologi della Scuola di Francoforte negli anni ’60 e ’70 (Marcuse, Horkheimer, Adorno) e dallo psicologo sociale Mitscherlich.

Negli ultimi anni emergono altre letture meno unilaterali: Bly, appunto, ma (in Italia) anche gli studi di Claudio Risè. Quest’ultimo ha appena pubblicato “Il padre: l’assente inaccettabile” Edizioni San Paolo.

Risè è un attento psicologo junghiano che rischia di essere unilaterale tanto quanto quei filosofi, però è persona di vaste e colte letture. Ha solo una idea molto molto bizzarra: che Berlusconi incarni la figura maschile della responsabilità. E’ un incredibile lapsus di un bravo psicanalista. Basta non soffermarsi su questi giudizi un po’ servili (tipici della perdita di senso della cultura italiana in questa congiuntura storica) e addentrarsi in altre parti della sua ricerca. Vale la pena di leggerlo.

secondo incontro con Silvia Montefoschi e inizio analisi con Claudio Risè

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secondo incontro con Silvia Montefoschi e inizio analisi con Claudio Risè

Silvia Montefoschi: alle origini del fenomeno intersoggettivo

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“Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni.

Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l’altro ci sia, in quanto è grazie all’esserci dell’altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa.

In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell’altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell’esistere dell’uomo come soggetto?

Devo procedere nell’analisi di queste caratteristiche: la relazione e la libertà.

Il primo bisogno del soggetto per essere tale è l’esistenza di un altro da sé. Molte sono le forme sotto le quali questo altro si fa presenza agli occhi dell’uomo: può essere, di volta in volta, il mondo esterno, ovvero il mondo delle cose e dei valori sociali, o il mondo interno, ovvero il mondo dei pensieri e degli affetti; può essere il Tu umano, l’altro dell’incontro, o il Tu interiore, l’altro cui l’uomo si riferisce quando è con se stesso; può essere la corporeità dell’uomo o i suoi comporta­menti o i suoi modi di rapportarsi al mondo, nel momento in cui egli se ne distacca per riconoscerli e riferirli a sé; può essere infine l’uomo nella sua globalità, quando l’uomo stesso prende da se medesimo la distanza necessaria per definirsi in una identità.”

in Silvia Montefoschi, L’Uno e l’Altro: interdipendenza e intersoggettività, Feltrinelli, 1977, ora in Silvia Montefoschi, L’evoluzione della coscienza, Opere, Volume Secondo – Tomo 1, Zephyro Edizioni, Milano 2008, p. 74-75.

primo incontro con Silvia Montefoschi

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primo incontro con Silvia Montefoschi

da: Montefoschi Silvia « Segni di Paolo del 1948.


È morta Silvia Montefoschi, la psicanalista che, sulle orme di Jung e in una cultura psicologica al maschile, si è distinta come una delle voci più autorevoli, coraggiose e originali nell’elaborazione di modelli teorici, nella pratica terapeutica, nella formazione di professionisti, ricordo di Marco Garzonio, in Il Corriere della Sera

È morta Silvia Montefoschi, la psicanalista che, in una cultura psicologica al maschile, s’ è distinta come una delle voci più autorevoli, coraggiose e originali nell’ elaborazione di modelli teorici, nella pratica terapeutica, nella formazione di professionisti. Era nata a Roma nel 1926 e lì si formò alla scuola di Ernest Bernhard, il medico che introdusse Jung in Italia, ebbe per pazienti Federico Fellini e Natalia Ginzburg e tenne rapporti con Bobi Bazlen, trai fondatori di Adelphi, grazie a cui si diffuse un sapere psicologico attento a miti, irrazionale, sapienza orientale, religiosità e autonomo verso il freudismo allora dominante. Trasferitasi a Milano, la Montefoschi rappresentò un punto di riferimento importante negli anni 70 e 80. I suoi libri, pubblicati da Feltrinelli nell’ autorevole collana di Psichiatria e di psicologia clinica diretta da Gaetano Benedetti e Pier Francesco Galli, divennero un richiamo per una generazione di studiosi e di persone alla ricerca di sé e di un senso da dare alla vita nelle tensioni anche drammatiche d’ un passaggio che fu epocale. Erano gli anni frutto del ‘ 68, del femminismo, dei movimenti di liberazione a livello internazionale, di un marxismo che intercettava ancora le esigenze di cambiamento ma non riusciva a uscire da schematismi ideologici, di un post concilio che accendeva le speranze dei cristiani. Silvia Montefoschi seppe interpretare il momento storico con scelte di vita rigorose. Lasciò il rifugio delle istituzioni analitiche per essere più libera nell’ elaborazione del suo pensiero. Tese gli sforzi a ridare funzione «sociale» alla psicanalisi riportandola al suo compito essenziale: consapevolezza e trasformazione interiore; la convinzione era che solo dai cambiamenti interiori si può immaginare che fiorisca una nuova pratica umanistica e sociale. Meta della Montefoschi fu di operare perché l’ uomo e la donna lavorassero a una continua presa di coscienza della realtà e dei condizionamenti, non solo per risolvere i propri problemi personali, ma per diventare individui responsabili, che, insieme ad altri, pongono mano al cambiamento delle relazioni intersoggettive, del collettivo, delle culture di riferimento. Di lei resta di grande attualità una incondizionata fiducia nella dialettica dei saperi, nel dialogo tra le persone, nella vita interiore arricchita dal lavoro con l’ inconscio e i sogni, nell’ autorealizzazione di se stessi come destino che accomuna uomini, generazioni, epoche.

Silvia Montefoschi, la psicanalista che seguì Fellini e la Ginzburg.


Karl Polany, economista e sociologo, Scheda sull’opera

Karl Polany (1886-1964) è un classico studioso delle scienze sociali contemporanee che ha offerto contributi di  rilievo

allo studio dei rapporti tra economia e società,

alla critica del paradigma dominante in economia,

alla analisi delle istituzioni economiche

e alla interpretazione dei meccanismi istituzionali e delle contraddizioni della società industriale.

Polany è un autore dell’approccio istituzionalista. Per lui l’economia è inserita o incorporata nella società, e i processi economici

del produrre,

del distribuire

e dell’allocare risorse

sono attività essenziali di ogni società che, tuttavia si svolgono entro quadri istituzionali diversi, ovvero con motivazioni, significati, leggi e ordinamenti differenti.

Il rapporto tra economia e società si configura per Polany in modo diverso nelle diverse epoche storiche. Egli afferma infatti che di regola, l’economia dell’uomo è immersa nei suoi rapporti sociali e che “l’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel possesso di beni materiali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione sociale, le sue pretese sociali, i suoi vantaggi sociali

L’eccezionalità del capitalismo moderno consiste nel fatto che in esso “non è più l’economia ad essere inserita nei rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali ad essere inseriti nel sistema economico” fino al punto di una “conduzione accessoria ” della società rispetto al mercato regolato da prezzi.
Per Polany l’economia si sottrae al controllo della società e subordina alle proprie esigenze gli altri aspetti della vita sociale.
Il nucleo centrale della critica di Polanyi è costituito da tre grandi centri di attenzione strettamente collegati:
1) L’economia di mercato e le sue contraddizioni;
Una economia di mercato è un sistema economico controllato, regolato e diretto soltanto dai mercati; l’ordine nella produzione e distribuzione delle merci è affidato a questo meccanismo autoregolantesi. Una economia di questo tipo deriva dalla aspettativa che gli esseri umani si comportino in modo tale da raggiungere un massimo di guadagno monetario.
2) Il mercato autoregolato che rappresenta l’istituzione fondamentale del capitalismo liberale;
Un mercato autoregolato richiede:
- la separazione istituzionale della società in una sfera economica ed una politica;
- l’esistenza di istituzioni economiche separate;
- una economia di mercato deve comprendere tutti gli elementi dell’industria compreso il lavoro, la terra e la moneta (concetto di merce);
3) la pretesa della teoria economica classica e neo classica di attribuire validità universale al paradigma economico mezzi – fini.

Polany contesta la validità universale delle leggi dell’economia classica e neo-classica, che viene relativizzata come efficace modello interpretativo della sola economia di mercato. La pretesa universalistica di tale disciplina nasce, secondo Polanyi, dalla “fallacia economicistica “, ovvero dall’errore logico di confondere due significati distinti del concetto di economia, quello “sostanziale ” che definisce il rapporto istituzionalizzato tra gli uomini e il loro ambiente naturale e sociale, diretto al soddisfacimento dei bisogni, e quello “formale ” che deriva dal rapporto logico tra mezzi e fini e implica la scarsità dei mezzi e la scelta tra alternative.
Ora mentre l’aspetto fisico dei bisogni dell’uomo fa parte della condizione umana e, quindi, nessuna società, può esistere senza possedere un qualche tipo di economia sostanziale, il meccanismo offerta-domanda-prezzo è, invece, un istituzione relativamente moderna, avente una struttura specifica che non è facile costituire né fare funzionare.
La fallacia economicistica è a sua volta imputabile allo sviluppo, negli ultimi due secoli di storia dell’Europa occidentale e dell’America, di un’organizzazione delle condizioni della sopravvivenza umana, costituito da un sistema di mercati regolatori dei prezzi, in cui gli atti di scambio effettuati in tale sistema comportano scelte tra mezzi scarsi, e “il significato formale e quello sostanziale di economia vengono in pratica a coincidere ” alimentando la convinzione che vi sia un unico modo di istituzionalizzazione delle attività economiche nei vari tipi di società.
Già nella Grande Trasformazione vi è una critica del postulato dell’homo oeconomicus. Scrive Polany che i “suggerimenti di A. Smith sulla psicologia economica dell’uomo primitivo erano tanto falsi quanto la psicologia politica del selvaggio di Rousseau. La divisione del lavoro, un fenomeno antico quanto la società, nasce da differenze inerenti al sesso, alla geografia e alle doti individuali e la presunta disposizione dell’uomo al baratto, al commercio e allo scambio è del tutto apocrifa “.
La critica dell’economia diventa più aspra con riferimento ai successori di A. Smith. Mentre Smith e Marx sono, infatti, in parte “risparmiati” per la loro capacità di concepire l’attività economica entro un preciso contesto sociale, Ricardo, Malthus e Townsend sono violentemente criticati per il loro naturalismo, cioè per la loro pretesa di considerare le leggi contingenti del modello di mercato come leggi di natura e universalmente valide. “Mentre gradualmente si apprendevano le leggi che governano un’economia di mercato, queste leggi venivano poste sotto l’autorità della natura stessa. La legge dei rendimenti decrescenti era una legge della fisiologia delle piante, la legge malthusiana della popolazione rifletteva il rapporto tra la fecondità dell’uomo e quella del suolo” e la disponibilità di cibo costituiva il limite naturale oltre il quale gli esseri umani non potevano moltiplicarsi, cosicché la fame diventa l’unico criterio regolatore di una società di “liberi “individui nella parabola delle capre e dei cani, ricordata da Townsend.
Secondo Polany il paradigma economico dominante concepisce la società economica come sottoposta a leggi che non sono leggi umane. Per trovare approcci alternativi capaci di reintegrare la società nel mondo umano bisogna superare decisamente i confini del pensiero economico. Marx si muove nella direzione giusta, ma a causa della sua troppo stretta aderenza a Ricardo e alle tradizioni dell’economia liberale resta nel paradigma economicstico.
Particolarmente severo è il giudizio sugli economisti neo- classici come Von Mises (nel 1920 aveva proclamato un vero e proprio manifesto liberale – Solo il libero mercato consente di misurare attraverso la formazione dei prezzi, la scarsità relativa delle risorse e quindi evidenzia la irrazionalità della pianificazione), Hayek e Robbins.
Polany non critica tanto le categorie dell’analisi economica quanto il suo quadro ideologico generale, l’utilitarismo, l’individualismo, il formalismo razionale, il naturalismo a-storico. Razionalismo, individualismo e spirito acquisitivo, costituiscono per Weber e Sombart i valori fondamentali della cultura borghese che tanta parte ha svolto nell’affermazione del capitalismo di mercato, mentre il naturalismo nasce dal tentativo consapevole di Smith di fondare l’autonomia della scienza economica mutuando il metodo delle scienze della natura. Anche Polanyi attribuisce grande importanza a questi orientamenti culturali, ma mette in luce soprattutto l’influenza negativa da essi esercitata nel favorire un’istituzione come il mercato autoregolato che ha subordinato la società all’economia.
Lo sforzo di Polanyi è rivolto a mostrare come esistano forme di istituzionalizzazione delle attività economiche diverse dallo schema mezzi – fini.
Più specificatamente, Polanyi si sforza di dimostrare che il complesso concorrenziale mercato-moneta-prezzo, che opera nel contesto giuridico della proprietà privata e del libero contratto e nel contesto culturale dell’economizzare, “è stato assente e ha svolto un ruolo subordinato durante la maggior parte della storia umana“. Ciò appare chiaro se si ritorna alla nozione di economia e si esaminano i diversi contesti istituzionali in cui tale sfera opera.
L’analisi dell’economia come processo istituzionale è necessaria non solo per comprendere realtà diverse dal capitalismo liberale, ma anche per comprendere i problemi specifici della società contemporanea emersa dalla crisi del mercato autoregolato, correggendo la distorsione prodotta dalla fallacia economicistica e contribuire, quindi, alla loro soluzione.
Sostenendo che il significato sostanziale di economia è quello universale e il significato formale quello storicamente contingente, il lavoro di Polany è teso a dimostrare che i principi dell’economizzare non sono universalmente presenti. Le analisi del commercio, della moneta, dei mercati, che costituiscono l’oggetto privilegiato della sua indagine perché sono più facilmente oggetto di fraintendimenti dovuti all’impiego delle categorie dell’economia formale, mostrano che “i rapporti interpersonali basati sul dare e ricevere sono tipicamente incorporati in una vasta rete di impegni sociali e politici che non consentono agli individui di massimizzare i vantaggi economici ottenuti in queste relazioni” e aprono la strada alla elaborazione di una teoria “dei movimenti appropriativi” dei fattori della produzione.

La tesi della eccezionalità del capitalismo liberale e la critica della teoria economica formale diedero vita a un ampio e composito progetto di studi e ricerche interdisciplinari, ispirate da Polany, sulle società primitive e le società antiche, che si proponevano di dimostrare l’esistenza di meccanismi istituzionali di integrazione sociale dell’economia diversi dal mercato autoregolato e di sostenere l’esigenza di categorie di analisi diverse dallo schema domanda offerta prezzo.
Il risultato teorico più interessante scaturito dai risultati di queste ricerche è la concezione dell’economia come processo istituzionalizzato e la connessa tipologia delle forme di integrazione, transazione o appropriazione.
Dunque Polany concepisce l’economia, nel suo significato sostanziale, come un processo istituzionalizzato di interazione tra l’uomo e il suo ambiente, che da vita a un continuo flusso di mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni. Uomini, mezzi materiali, capitali, conoscenze tecniche, tutto ciò che contribuisce alla produzione deve spostarsi da una parte all’altra della società e i prodotti di questa attività devono essere ridistribuiti tra i membri della società. Accanto ai movimenti fisici acquistano fondamentale importanza i movimenti appropriativi, derivanti sia da transazioni che da disposizioni.
L’organizzazione sociale del potere appropriativo costituisce quindi, la matrice istituzionale che ordina i rapporti economici tra gli uomini e definisce il posto dell’economia nella società, nel senso che individua le condizioni sociali da cui scaturiscono le motivazioni individuali e l’insieme dei diritti e dei doveri che sanciscono i movimenti con cui i beni e le persone partecipano al processo economico.
Lo studio del modo in cui i sistemi economici concreti sono istituzionalizzati, cioè acquistano stabilità e unità viene effettuato mediante una tipologia che identifica tre schemi di integrazione o modi di transazione fondamentali:

  • la reciprocità,
  • la ridistribuzione
  • e lo scambio

Reciprocità e ridistribuzione svolgeranno un ruolo centrale nel pensiero di Polany.
Nel linguaggio corrente, tali concetti sono spesso impiegati per indicare rapporti tra persone. Ma nell’accezione di Polany non si tratta di semplici aggregati di comportamenti individuali, ma di strutture che identificano i tipi di provvedimenti istituzionali che regolano i rapporti tra i partecipanti al processo economico.
Queste strutture comportano diverse modalità di distribuzione nello spazio:”La reciprocità sta ad indicare movimenti tra punti correlati di gruppi simmetrici (principio di simmetria); la ridistribuzione indica movimenti appropriativi in direzione di un centro e successivamente provenienti da esso (principio di centricità); lo scambio si riferisce a movimenti bilaterali che si svolgono tra due “mani” in un sistema di mercato“.
I comportamenti di reciprocità tra le persone integrano l’economia solo se esistono strutture organizzate simmetricamente come il sistema parentale, gli atti di ridistribuzione presuppongono l’esistenza di un centro politico che raccoglie e alloca risorse e gli atti di scambio tra individui producono prezzi solo quando hanno luogo i mercati regolatori dei prezzi.
Ciascuna delle tre forme identifica i principi di organizzazione sociale e moventi di azione che si possono applicare ad aree ampie ed eterogenee di attività sociale: “la tacita mutualità tipica della sfera sociale dei rapporti affettivi diretti (nella famiglia, nel gruppo amicale, nella comunità, ecc.) il controllo razionale, rivolto a fini collettivi, delle regole formali e dell’autorità centrale e l’interesse personale economicamente razionale dei rapporti di scambio“. Così intese, queste forme potrebbero essere denominate i principi sociale, politico ed economico dell’ordinamento della società.
Nella tipologia delle forme di integrazione di Polany vi sono due questioni aperte che è opportuno esaminare per valutarne il grado di compiutezza teorica, e cioè il problema della dominanza delle diverse forme di integrazione nelle diverse situazioni storiche e delle loro sequenze temporali e il problema dei meccanismi di transizione da una forma all’altra.
Polany dice chiaramente che le “forme di integrazione non rappresentano <stadi> dello sviluppo e non implicano alcuna sequenza temporale, e che, a fianco della forma dominante possono esisterne diverse altre, secondarie, e la stessa forma dominante può ricomparire dopo un periodo di eclisse temporanea“.
Polany, ostile ad una economia dominata unicamente dal mercato (ma lo è anche nei confronti di una economia rigidamente pianificata) non considera il capitalismo di mercato come il risultato di un processo storico di accumulazione del capitale e di liberazione della forza lavoro, di razionalizzazione degli orientamenti culturali e delle istituzioni, o di esplicazione delle energie dell’innovazione imprenditoriale, ma come la situazione storica in cui la forma di mercato autoregolato è dominante.
La sua ferma negazione della possibilità di configurare una sequenza di stadi nasce dal timore di presentare il capitalismo liberale come fase superiore dello sviluppo della società umana.

Polany va apprezzato in particolare per la sua critica della pretesa di universalità della teoria economica classica e neo classica, e per il suo apporto alla costruzione di un modello esplicativo del posto dell’economia nella società che si fonda sulla tipologia degli schemi di integrazione. L’ individuazione di una contraddizione del mercato autoregolato che è costretto ad asservire alla sua logica, la società, ed è nel contempo vittima della sua reazione, conserva una notevole forza interpretativa. E la critica dei modelli evoluzionistici e monocausali, che vedono nell’economia di mercato l’approdo naturale della storia umana e nello scambio utilitaristico la logica di forma regolativa per eccellenza dei rapporti sociali è molto attuale.
Basti pensare all’attuale dibattito sulla crisi e la riforma del welfare state, che Polany considerava come un movimento tendente a reincorporare l’economia nella società, e agli studi recenti intesi a porre in luce la crescente importanza di forme di economia informale e diffusa in tutti i paesi tardo – industriali, che offrono testimonianze diverse circa l’attualità delle tesi polanyane, come verifica della tesi della coesistenza di diversi schemi di integrazione dell’economia in una società storicamente data e della riemergenza di forme ritenute scomparse.
Dalla sua opera si possono trarre indicazioni assai stimolanti per affrontare alcune questioni fondamentali della ricerca storico/economica e socio/antropologica, e, in particolare: la questione del rapporto tra i tre schemi di integrazione e del passaggio dall’uno all’altro nelle varie situazioni storiche; il problema della perdurante importanza della reciprocità e della ridistribuzione in una società i cui valori egemoni sono l’individualismo e il razionalismo utilitaristico; la questione delle tensioni tra reciprocità e scambio, ovvero tra solidarietà ed efficienza e tra ridistribuzione e scambio, ovvero tra stato e mercato; la questione normativa, infine, della combinazione delle tre forme più adeguata a gestire i complessi problemi della società tardo industriali contemporanee.
Contribuendo ad analizzare le contraddizioni del complesso rapporto economia società e stimolando la ricerca intorno a questioni centrali nel dibattito intellettuale contemporaneo, Polanyi può costituire un efficace antidoto sia contro i difensori del mercato e del neo utilitarismo, sia contro i loro avversari sostenitori dell’economia pianificata.

“La grande trasformazione” è l’opera fondamentale di Polany; un opera al confine tra diverse discipline: Economia, sociologia, Storia, Antropologia. Scopo dell’opera è analizzare le origini politiche ed economiche e le cause del crollo di quella che Polany definisce ” la civiltà del diciannovesimo secolo “, ovvero del capitalismo industriale moderno, e in particolare la crisi della sua istituzione fondamentale, il mercato autoregolato, “fonte e matrice ” del sistema e innovazione fondamentale che ne spiega il carattere storicamente specifico e l’entità della grande trasformazione che esso ha comportato.
La tesi centrale è che il mercato autoregolato implicava una grande utopia, poiché esso non poteva esistere a lungo “senza annullare la sostanza umana e naturale della società“, cioè distruggendo l’uomo fisicamente e trasformando il suo ambiente in un deserto. Era quindi inevitabile che “la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso, essa ostacolava l’autoregolazione del mercato, disorganizzava la vita industriale e metteva così in pericolo la società in un altro modo”. Fu questo dilemma a spingere lo sviluppo del sistema di mercato in un solco preciso ed infine a far crollare l’organizzazione sociale che si basava su di esso.
La semplicità e unilateralità della sua tesi, Polany la giustifica in base alla straordinaria importanza del meccanismo istituzionale costituito dal mercato autoregolato per la nascita, lo sviluppo e la sopravvivenza di quel particolare stadio della storia della civiltà industriale, che è il capitalismo del XIX secolo.
Polany condivide con Marx la convinzione di una ineliminabile contraddizione nell’operare della società capitalistica. A differenza di Marx tuttavia egli identifica nel mercato e non nei rapporti sociali di produzione, il nucleo centrale del sistema e non considera questa società come il punto più alto dello sviluppo finora raggiunto dalla società umana, sia pure ancora appartenente alla “preistoria ” del genere umano, ma quasi, un caso patologico che non può che chiudersi tra i contorcimenti di una crisi violenta, perché ha violato alcuni principi fondamentali dell’integrazione sociale. Vi è, quindi un rovesciamento ancora più radicale che in Marx delle analisi e degli assunti dell’economia politica classica e del pensiero liberale. Non sono tanto le categorie di analisi della teoria economica che vengono criticate, ma i postulati utilitaristici e individualistici e l’abbandono da parte del pensiero economico liberale di una concezione che sappia inquadrare le attività economiche nei rapporti sociali.
Nel capitalismo liberale Polany individua una contraddizione di fondo, un conflitto insanabile tra mercato e società. L’economia, strutturandosi sulla base del mercato autoregolato, si è infatti separata radicalmente dalle altre istituzioni sociali e ha costretto il resto della società a funzionare secondo le leggi della sua propria organizzazione, trasformando in merci il lavoro e la terra e minacciando così di distruggere la natura e l’uomo. Di fronte a questo pericolo la società ha sviluppato processi di difesa che, a loro volta, hanno ostacolato il meccanismo fondamentale dello sviluppo capitalistico.
Buona parte della “La grande trasformazione” è dedicata all’analisi del “doppio movimento” originato dal tentativo di controllare questa contraddizione di fondo, cercando di far coesistere il meccanismo istituzionale del mercato libero e autoregolato con una serie di controlli sulle transazioni di forza lavoro, capitali e risorse naturali che rispondono a esigenze di integrazione e stabilità sociale. Questa situazione conduce ad uno scontro tra:
- liberalismo economico e protezione sociale, che hanno portato ad una forte tensione istituzionale;
- conflitto fra le classi che interagendo col primo punto ha portato alla catastrofe fascista:
Dopo l’enunciazione della tesi centrale del libro, Polany delinea nei primi due capitoli un affresco del capitalismo liberale del XIX secolo, ponendo l’accento sulle istituzioni e gli attori sociali fondamentali che hanno garantito una pace secolare dal 1815 al 1914. L’equilibrio di potere tra le grandi potenze del concerto europeo, ha avuto nell’agire dell’alta finanza internazionale il suo garante principale, e nella base aurea (moneta come mezzo di scambio legato all’oro; conseguenze: da un lato stabilità dei cambi che favorisce il commercio internazionale, dall’altra la crescita di importazione provoca un deflusso dell’oro ed una riduzione della quantità di moneta circolante e disponibile per pagamenti interni con la conseguenza di un calo delle vendite che colpisce le attività produttive e genera disoccupazione) e nel governo democratico costituzionale , i due requisiti istituzionali essenziali.
Ma l’istituzione fondamentale di tale assetto è stato il mercato autoregolato, e’ infatti l’emergere non più controllato delle sue contraddizioni latenti che determina la crisi delle altre istituzioni, dalla base aurea alla democrazia parlamentare , all’equilibrio pacifico tra le potenze, sconvolgendo la civiltà del XIX secolo.
Per comprendere i conflitti contemporanei è dunque necessario, secondo Polany, risalire alle origini del capitalismo liberale e analizzare le cause e le conseguenze di “quel rivolgimento sociale e tecnologico dal quale era sorta nell’Europa occidentale l’idea di un mercato autoregolato“. E dalla ricostruzione della crisi contemporanea si passa alla individuazione della specificità di un sistema economico di mercati autoregolati.
La ricostruzione delle origini del capitalismo industriale pone l’accento soprattutto sugli effetti dirompenti della introduzione della macchina e sui deliberati interventi del potere statale per liberalizzare i mercati del lavoro e della terra.
A Polany interessa l’identificazione di un meccanismo istituzionale di regolazione dell’economia, del tutto nuovo rispetto al passato e le contraddizioni che esso suscita, espresse nel doppio movimento del mercato auto regolato e della autodifesa della società. L’opera è costruita attorno a questo contrappunto che è espresso nei titoli delle due sezioni della parte seconda del libro: “I macchinari satanici ” e “L’autodifesa della società”
Polany afferma in polemica con gli economisti classici che il mercato autoregolato è solo uno dei meccanismi istituzionali di integrazione dell’economia, la cui assoluta novità rispetto agli altri tipi di attività commerciale che sono sempre esistiti, consiste nella subordinazione ad esso dell’intera organizzazione sociale. Questa subordinazione, a sua volta comporta la trasformazione in “merci fittizie ” del lavoro, della terra e del denaro, tre fattori che non sono prodotti per la vendita.
La finzione della merce, fornisce un principio di organizzazione vitale per un tipo di economia in cui nessun ostacolo deve essere posto al mercato autoregolato, al meccanismo dei prezzi e al libero gioco della domanda e dell’offerta.
E tuttavia, sostiene Polany, permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale, e sia pure anche solo, della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto, porterebbe alla demolizione della società. “La presunta merce forza lavoro non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego, senza influire sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati;. . . . e infine, gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e le siccità per le società primitive“.
Questa tensione fondamentale tra espansione del mercato e autodifesa della società spiega perché man mano che si sviluppava la produzione industriale, e cresceva l’importanza del mercato autoregolato (il quale doveva garantire la libera fornitura all’industria stessa del lavoro, della terra e della moneta trasformate in merci) si sviluppassero anche varie istituzioni protettive di tali elementi. Polany analizza in modo approfondito il conflitto tra le due esigenze contrastanti della libera circolazione delle merci fittizie nel mercato autoregolato e dei meccanismi di autodifesa della società (leggi sui poveri e pauperismo), al rapporto tra mercato e natura e alle tensioni distruttive che pongono in crisi l’ultima a cadere delle istituzioni liberali vale a dire il sistema monetario internazionale a base aurea. Parallelamente esamina sia il funzionamento delle istituzioni e il comportamento degli attori sociali e politici, sia il credo liberale e la teoria economica che legittimavano il nuovo ordine economico, anticipando i punti fondamentali della critica dell’Economia politica che svilupperà nelle opere successive.
A titolo di esemplificazione dell’argomentazione di Polany, ricordiamo l’analisi della Speenhamland Law del 1795. Com’è noto, si trattava di una legge che decideva la quota di sussidio spettante a tutti i disoccupati e a tutti coloro che non erano in grado di percepire un salario pari al reddito familiare a loro assegnato, collegandola al prezzo del pane. Questa sorta di salario minimo garantito, indicizzato, impedì fino all’anno della sua abrogazione, nel 1834, la creazione di un mercato del lavoro libero perché scioglieva il legame tra entità della prestazione (tempo di lavoro) e salario per la maggioranza dei lavoratori inglesi dell’epoca, rimuovendo la principale motivazione al lavoro, che consisteva nel bisogno, e determinando una assuefazione all’assistenza.
Il conflitto tra il meccanismo liberistico e il principio utilitaristico che lo sorregge, da un lato, e le esigenze di solidarietà e di coesione sociale, dall’altro, sono analizzate con grande acutezza in questo come negli altri casi esaminati ricostruendo un processo continuo di interventi, che tuttavia non riuscirono a evitare il pieno dispiegarsi delle tensioni distruttive, che portarono al crollo della civiltà del XIX secolo.
Il conflitto tra liberismo economico e protezionismo sociale è non solo il tema centrale della Grande trasformazione , ma anche quello più squisitamente sociologico, in quanto affronta con originalità la questione sociologica classica dei fondamenti della solidarietà in una società individualistica e utilitaristica. La tradizione sociologica aveva già ampiamente sviluppato tale tema, e l’espansione dell’intervento statale in economia a seguito della grande depressione degli anni ’30 aveva riproposto con forza il problema. Polany tratta questa questione chiave della riflessione sociologica in modo originale , incentrandola sul rapporto economia – società e interpretando in questa chiave non solo la crisi del capitalismo liberale ma anche le reazioni politico – sociali del periodo tra le due guerre mondiali, dal New Deal americano alla pianificazione sovietica, ai tentativi di regolazione economica dei regimi autoritari di connotazione fascista.
Si tratta di una questione assolutamente centrale che si ripropone oggi nella forma della crisi del Welfare state e dei tentativi di ridefinire il ruolo, al fine di realizzare un compromesso soddisfacente tra efficienza economica fondata sulla competitività e equità sociale garantita da istituzioni di protezione sociale.


È morto Giovanni Bollea, fondatore della moderna neuropsichiatria italiana.

È morto Giovanni Bollea, fondatore della moderna neuropsichiatria italiana. Aveva 98 anni. Era nato infatti a Cigliano Vercellese il 6 dicembre 1913, . La camera ardente sarà allestita in Campidoglio, nella sala della Protomoteca, domattina a partire dalle 10.
Laureatosi in medicina nel 1938, Bollea si era specializzato poi in malattie mentali. Nel dopoguerra, dopo aver frequentato un corso di specializzazione a Losanna, tornò in Italia rivoluzionando la neuropsichiatria infantile italiana e introducendo per la prima volta la psicoanalisi, la psicoterapia di gruppo e il lavoro d’equipe nella storica clinica universitaria di Roma della Sapienza, dove la porta di entrata reca il suo nome, e della quale era professore emerito.
«Oggi si è perso il valore essenziale dell’amore verso gli altri, bisogna tornare a valorizzarlo»: con queste parole e con il rincrescimento, anzi «la colpa, di non aver migliorato il pensiero degli adolescenti», tre anni fa, alla veneranda età di 95 anni, il padre della neuropsichiatria infantile aveva accettato in Campidoglio a Roma uno dei tanti premi della sua prestigiosa carriera cominciata nel 1938. Bollea, oltre ad aver fondato e diretto l’Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli, a Roma, è stato il primo presidente della Società italiana di neuropsichiatria infantile, nonché promotore di innumerevoli iniziative a favore dell’infanzia.
DALLA PARTE DEI BAMBINI. Per i suoi novant’anni, nel 2003 il presidente Carlo Azeglio Ciampi, facendogli gli auguri, gli aveva scritto: «Fondatore della neuropsichiatria infantile italiana, nel suo appassionato lavoro Ella ha valorizzato il ruolo della famiglia e della scuola, “pilastri essenziali e filtri primari” nel percorso di crescita e di formazione dei giovani. Alle giovani generazioni ha dedicato la passione e l’energia del suo prezioso talento, contribuendo in maniera determinante ad aprire nuovi orizzonti e a garantire nuovi traguardi a questa scienza».
Proprio in quell’anno Bollea ha ricevuto anche dall’Unicef il «Premio dalla parte dei bambini» in riconoscimento del «lavoro pionieristico dalla parte dei bambini, che coniugando ricerca e rigore scientifico con straordinaria passione e calore umano ha fatto la differenza per i bambini italiani».
L’anno dopo gli è stato poi conferito il premio alla carriera dal Congresso mondiale di psichiatria e psicologia infantile di Berlino. Oltre al compendio di neuropsichiatria infantile e a più di 250 lavori, ha pubblicato il bestseller «Le madri non sbagliano mai».
L’ATTENZIONE AI PORTATORI DI HANDICAP. L’inserimento nelle scuole dei bambini con handicap è stato uno dei più grandi meriti di Bollea, insieme all’istituzione della scuola di Neuropsichiatria infantile dell’università di Roma La Sapienza. Così la psicologa dell’età evolutiva, Anna Oliverio Ferraris, ha ricordato l’innovatore della neuropsichiatria infantile italiana.


Romano Prodi | L’insegnamento di Tommaso Padoa Schioppa ed il suo richiamo alle necessarie virtù collettive, 1 febbraio 2011

Testimonianza del Presidente Romano Prodi all’Università Bocconi:   “Tommaso Padoa-Schioppa Ricordato nella sua Università

Non riesco a parlare al passato di Tommaso Padoa-Schioppa.

Non mi è possibile farlo per l’affetto e l’amicizia che ci hanno da sempre legati. Non mi è possibile perché l’attualità della sua lezione umana e professionale, lo stile della persona e il suo rigore vanno ben oltre i limiti del tempo.

Più volte ho incrociato nella mia vita la sua metodica precisione che, abbinata alla curiosità che solo una mente aperta può avere, ne ha fatto per me un punto di riferimento. Egli è uno degli europeisti più convinti che abbia conosciuto, uno degli economisti più raffinati, uno degli intellettuali più puri.

In questa breve riflessione sugli anni di Governo di  Tommaso Padoa-Schioppa non mi è nemmeno facile separare il ricordo delle nostre conversazioni libere e aperte (a volte arricchite da una certa comune ingenuità) da quello delle lunghe e faticose riunioni nelle quali si cercava di approfondire gli aspetti tecnici e le conseguenze economiche delle nostre proposte e dei nostri provvedimenti.

D’altra parte è un’esperienza difficilmente ripetibile potere combinare una seria e candida analisi dei problemi con una completa identità di intenti sugli obiettivi fondamentali della comune azione politica.

La decisione di affidare a Tommaso Padoa-Schioppa uno dei più delicati e complessi compiti di Governo non era infatti derivata soltanto da una collaudata fiducia sulle sue doti di intelligenza e sulle sue capacità tecniche, ma anche da una assoluta sicurezza sulla comunanza di valori e di obiettivi.

Partendo da queste premesse è stato possibile affrontare senza tensioni, anche se con la necessaria dialettica, i problemi più difficili, a partire dal ben noto dibattito sulla politica dei due tempi e sul contrasto fra efficienza ed equità.

La crescita infatti è sempre stato il punto di arrivo della politica di Tommaso Padoa-Schioppa, ma il risanamento ne ha costituito il pilastro fondamentale. Questo non significa affatto adottare la politica dei due tempi (prima il risanamento e poi la crescita) ma comporli nel modo compatibile con gli obiettivi e i vincoli dell’Italia. Per questo motivo la strategia finanziaria è stata obbligata (anche per tenere conto dei necessari impegni europei) ad attribuire un maggior peso al risanamento nel primo anno e un maggior accento sulla crescita nell’anno successivo.

Partendo da una analisi realistica in cui si descriveva l’Italia (e sono sue parole) come “un’impresa indebitata e gravemente sottocapitalizzata, con punti di forza in imprese e settori che tuttora eccellono “ma che nel suo complesso perde posizioni nel mondo”. Con grandi potenzialità e ottime possibilità di ritornare a produrre ricchezza ma solo dopo “uno sforzo eccezionale e prolungato”.

Nella nostra complicata coalizione di Governo questa diagnosi aveva costituito l’occasione per riaprire il dibattito sui due tempi e per dare luogo ad interpretazioni per molti punti dissonanti nelle diverse anime della coalizione. Una discussione che non cessò mai di scuotere la vita del Governo anche quando si manifestarono i lati positivi della sua azione in termini di riequilibrio dei principali parametri dell’economia italiana.

Il rigore aveva dato infatti risultati straordinari, con una vigorosa riduzione del deficit, attraverso la quale si passa dal 4,2% del 2005 (soglia che aveva sottoposto l’Italia a procedura di infrazione per “disavanzi eccessivi”) all’1,9% del 2007.

L’avanzo primario che era stato faticosamente ottenuto negli anni che avevano preceduto l’entrata dell’Euro (con un picco al 6,6% del PIL nel 1997) si era infatti pressoché azzerato fino ad arrivare allo 0,3% del PIL alla vigilia del nostro governo.

Tale avanzo è stato riportato al 3,1% facendo pendere la bilancia del debito pubblico verso il sentiero discendente, dal 106,5 nel 2006 al 103,5 nel 2007. Ed è certo preoccupante che tale avanzo primario, anche se con il contributo della crisi economica, si sia oggi di nuovo azzerato.

Una efficace azione permanente di contrasto all’evasione fiscale e l’adeguamento dei coefficienti di liquidazione delle pensioni alle mutate speranze di vita (previsto dalla riforma Dini ma mai messo in atto), ponevano inoltre le premesse per garantire il mantenimento di un percorso virtuoso anche nel lungo periodo.

Una strategia quindi rivolta a raggiungere il pareggio di bilancio e riportare il debito pubblico in linea con i parametri europei in modo da rendere disponibili (come ripetutamente ricordava Padoa-Schioppa ad una audience non sempre disposta ad ascoltarlo) decine di miliardi di Euro all’anno per investimenti nel capitale fisico e umano, per ridurre la pressione fiscale e per sviluppare i programmi sociali ancora carenti.

Una strategia che esigeva profonde riforme nel modo di operare del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Per questo motivo egli volle sull’esempio del tesoro britannico, adottare il sistema della “spending review”, che sarebbe stata messa in atto partendo dalle conclusioni della commissione tecnica per la finanza pubblica costituita sotto la presidenza del Prof. Muraro.

Il passaggio a un bilancio classificato per missioni e programmi pose le premesse per una approfondita discussione politica – prima nel Governo e poi nel Parlamento – degli obiettivi e delle priorità necessarie per realizzare una gestione responsabile delle risorse da parte delle pubbliche amministrazioni.
Ed è attraverso questi strumenti che sono state consegnate al Ministro che è succeduto a Tommaso nel maggio 2008 le basi tecniche e conoscitive per una riqualificazione totale della spesa pubblica.

Come abbiamo in precedenza sottolineato il risanamento non è mai stato separato da una strategia di sviluppo economico e sociale, perseguito per mezzo di sgravi fiscali a favore delle imprese e dei cittadini (abbattimento dell’IRAP e IRES e dei contribuenti minimi), recuperando risorse nell’ordine di 40 miliardi per spese per infrastrutture e ponendo le basi per riforme settoriali tra le quali mi limito a segnalare il patto per le Università, mirato a modelli di finanziamento correlati al “merito” e alle capacità gestionali dei diversi atenei.

Non poche sono state le discussioni e non poche sono state le dure controversie su queste decisioni (a proposito delle quali vorrei tuttavia ricordare che il processo di approvazione delle leggi finanziarie, anche se certamente troppo contorto, non era allora un semplice rito). Mi ritorna alla mente in particolare la sofferta decisione sul cosi detto “cuneo fiscale”, ritenuto uno strumento di vitale importanza per fare riprendere competitività alle imprese e per assicurare al Governo una minore ostilità da parte del mondo degli affari.

Il primo di questi obiettivi è stato pienamente raggiunto, essendo state le imprese sollevate di quasi cinque miliardi di contributi fiscali. Non certamente il secondo perché le tensioni con il mondo produttivo si acuirono ulteriormente già all’indomani della decisione.

Risanamento e sviluppo, infine, non potevano essere separati dall’equità. Essa partiva dalla necessità di una azione sistematica e duratura contro l’evasione fiscale e passava attraverso sgravi di imposta e trasferimenti in favore dei meno abbienti. In concreto, come già si è fatto cenno, si è attuata una riduzione dell’ICI selettiva per le prime case, di sgravi IRPEF, di un  bonus ai contribuenti “incapienti” per una cifra superiore ai 5 miliardi all’anno e della firma di un protocollo sul welfare.

Tutto questo, citando le parole di Tommaso, si era ottenuto “nel contesto di una infuocata temperie politico-mediatica, della quale non ricordo l’eguale negli ultimi decenni”.
La tempesta mediatica era stata particolarmente violenta allorché T.P.S. (come noi confidenzialmente lo schiamavamo) aveva, con voluta ingenuità, osato sottolineare la “bellezza del contribuire, ciascuno con le proprie capacità, alle spese necessarie per il bene comune”.

Pochi giorni fa ho rivisto e voluto rivedere sugli schermi televisivi questa sua dichiarazione e mi sono ancora sorpreso che queste parole di altissimo valore civile possano essere state oggetto di ironia e disprezzo.

Debbo purtroppo concludere che questo non può che essere la conseguenza di un degrado del costume etico e democratico della nostra Italia, come era peraltro la sua dominante preoccupazione anche nei lunghi incontri che abbiamo avuto nelle settimane precedenti la sua morte.

L’altra battaglia di contenuto etico che ha voluto combattere durante la sua azione di Ministro dell’Economia e delle Finanze è stata la lotta contro il morbo del breve termine che corrode tutte le democrazie moderne, ma in particolar modo quella italiana.

Una malattia che spinge il decisore politico a pensare solo all’oggi e non al domani, rincorrendo il singolo voto della sempre prossima e imminente elezione politica.

Una malattia che, alla lunga, non può che portare all’indebolimento e poi all’estinzione di qualsiasi organizzazione sociale. E che è in grado di distruggere completamente la fiducia dei cittadini nella nostra democrazia.

La principale virtù che va riconosciuta a Tommaso è proprio quella di avere individuato gli obiettivi da raggiungere nel lungo periodo, averli perseguiti con tenacia e avere preparato gli strumenti, le procedure e i regolamenti necessari ad assicurare la concreta realizzabilità del percorso individuato.

Con lo stesso metodo è stato affrontato il disegno federalista. Non per vincere una gara di demagogia, ma per raggiungere questo obiettivo rispettando i vincoli legati alla partecipazione dell’Italia all’Europa e i principii volti a garantire la perequazione tra i territori. Questi obiettivi (come ripeteva Tommaso) non possono che essere raggiunti attraverso il superamento della spesa storica, attraverso il coordinamento tra i diversi livelli di governo e la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni.

Soprattutto spiegando apertamente che non è possibile pensare ad un federalismo in cui tutti guadagnano percentualmente rispetto al passato e in cui nessuno deve cedere qualcosa.

Non mi nascondo che questo metodo rigoroso di lavoro applicato in tutte le decisioni politiche ha iniettato forti tensioni in non pochi momenti di vita della coalizione di Governo, ma tale metodo è stato tenacemente applicato, nella ferma convinzione che senza questa durezza non si sarebbe mai potuto uscire dalla spirale negativa in cui l’Italia si era avvitata.

Questi concetti sono riassunti nelle parole di Tommaso quando scriveva (Corriere della Sera, 12 novembre 2006) che “fare ordine alla spesa pubblica rinunciando al superfluo è faticoso, per le persone come per le istituzioni; tuttavia questo sforzo può costituire l’occasione, forse irripetibile, per migliorare la qualità dei servizi pubblici e rendere il paese migliore e più competitivo”.

Credo che la crisi economica non abbia reso obsoleti questi obiettivi. Credo invece che li abbia resi più urgenti e necessari. E’ quindi indispensabile cogliere il significato profondo della battaglia combattuta da Tommaso Padoa-Schioppa per indirizzare il bilancio pubblico verso la crescita economica e per ridurre progressivamente nel tempo il carico fiscale sui contribuenti che hanno fatto il loro dovere, con il risultato di alleggerire anno per anno il peso del debito. Una politica difficile, che esige di investire nel lungo periodo, che esige costanza e che richiede di pensare continuamente al futuro e non al presente. Una politica che noi chiamavamo confidenzialmente “la politica delle formiche”.

Mi rendo conto che anno per anno queste formiche debbono trasportare un peso sempre maggiore e che da tempo questo peso ha raggiunto un livello quasi insopportabile.

Bisogna perciò che le tante formiche lavorino insieme, camminino nella stessa direzione e ciascuna di esse porti un peso adeguato alle sue forze.
Questo però non basta.

Bisogna che questo Paese si ponga il comune obiettivo di spendere meglio.

E, come ripeteva Tommaso vi è un ampio spazio per riuscirci. Alcuni risultati possono essere ottenuti con l’eliminazione dello spreco, la correzione di fenomeni di cattivo costume e la riduzione dei costi della politica. Altri, quantitativamente più rilevanti, potranno essere conseguiti solo incidendo sulla organizzazione degli uffici, sulla loro dislocazione territoriale, sulle strutture dell’amministrazione e sulla gestione delle risorse, adeguando le strutture ai nuovi e diversi bisogni, eliminando programmi obsoleti e funzioni anacronistiche. Per fare ciò occorre intervenire sui meccanismi profondi di generazione della spesa, rivedere le priorità in ciascun settore, abbandonare attività ormai superflue, riconsiderare le modalità di definizione dei costi e l’organizzazione della produzione dei servizi, sfruttando sempre le possibilità offerte dalle nuove tecnologie.

Si tratta di un insegnamento molto semplice perché semplice è il richiamo alle necessarie virtù collettive.

Un richiamo che Tommaso Padoa-Schioppa ha costantemente ripetuto con le parole e con l’esempio della sua azione.

Un richiamo che il più delle volte si è perso nei complicati meandri della politica e nelle incomprensioni della società.

Un richiamo che tuttavia noi dobbiamo fare nostro se vogliamo preparare un posto per la nostra Italia in un mondo in cui i cambiamenti procedono con una velocità e un’ampiezza senza precedenti.

Romano Prodi

da: Romano Prodi | L’insegnamento di Tommaso Padoa Schioppa ed il suo richiamo alle necessarie virtù collettive.


Ricordando Tommaso Padoa-Schioppa, di Antonio Padoa-Schioppa, scritto raccolto da Anna Tempia

Antonio Padoa-Schioppa, Milano, Chiesa di San Marco, 20 gennaio 2011

Ricordando Tommaso Padoa-Schioppa

Se Tommaso avesse dovuto programmare l’annuncio della sua morte, credo che gli sarebbe tornata alla mente la procedura immaginata in un breve racconto di Campanile, il suo diletto Campanile tante volte letto e citato agli amici, il racconto intitolato “il povero Piero”. Per non ferire la sensibilità dei parenti, la notizia del decesso dello zio viene data con un telegramma il cui testo, che nella prima versione suonava crudo, fu modificato con successive attenuazioni sulla gravità del male, sino alla redazione finale, nella quale, dopo aver comunicato che “lo zio Piero sta bene”, sempre per non allarmare i parenti, inizialmente convocati, si concludeva con la frase: “restate pure dove siete”.

Noi stasera invece siamo qui: per ricordare, attraverso l’ascolto di una musica sublime che Tommaso molto amava, la sua vita e la sua persona. Una persona che molti dei presenti hanno conosciuto: alcuni di noi per una vita, altri negli anni di studio milanesi ormai lontani, altri solo più tardi, attraverso i suoi articoli, i suoi libri, le sue interviste degli ultimi anni.

Tommaso, lo sappiamo bene, era ormai divenuto un personaggio di spicco non solo nazionale, ma europeo e internazionale. La traccia che egli lascia nella vita pubblica italiana ed europea è profonda. La dimostrazione della necessità della moneta unica, l’euro, al quale egli ha dato un impulso decisivo, ormai riconosciuto. Il rifiuto della politica di breve respiro in favore di un’azione di governo lungimirante, che guardi al futuro e prepari valide condizioni di vita per chi verrà dopo di noi, a cominciare dai giovani di oggi: un obbiettivo da lui tenuto ben fermo con mano sicura nei due anni in cui è stato al governo, pur nel frastuono assordante e desolante di un’Italia politica dalla veduta corta.

L’iniziativa, alla quale ha lavorato sino agli ultimi giorni della sua vita, di una riforma degli standards delle monete a livello planetario, concepita come risposta della politica agli squililbri indotti dalla globalizzazione. Sono, queste, alcune soltanto tra le imprese di rilievo storico alle quali Tommaso ha dato un contributo essenziale di pensiero e di azione.

L’efficacia indiscutile (lo dicono i fatti) del suo operare era legata ad almeno due elementi. Da un lato, ad una capacità eccezionale di analisi e di sintesi concettuale (un autorevole commentatore ha parlato a suo proposito di “cristal clear intellect”), e questo su temi anche tecnicamente complessi: che si trattasse di sistema dei pagamenti o di vigilanza bancaria, di mercati finanziari o di sistemi contabili, di borse o di derivati, Tommaso era in grado di descrivere con un limpido linguaggio comune la realtà dei fatti, i difetti del sistema, i rimedi necessari.

Anche i suoi articoli e i suoi libri sono modelli di chiarezza e di profondità. D’altro lato, Tommaso aveva un autentico dono per il rapporto con chi doveva e poteva decidere, al livello tecnico come al livello politico: che si trattasse di convincere un collegio o invece di colloquiare con un politico, Tommaso sapeva come condurre il discorso, con logica impeccabile, con convinzione, con realismo, con pacatezza, lungo i canali che avrebbero portato al consenso dell’interlocutore. Due doni ben rari a trovarsi in una stessa persona. A ciò si aggiungeva, nei rapporti di lavoro con i tanti collaboratori di ogni grado, un rispetto e un’attenzione per la persona di chi lavorava con lui che suscitava in ciascuno di loro entusiasmo e dedizione commoventi, che duravano poi immutati nel tempo. Sapeva, d’altronde, anche essere severo, caustico, sferzante; ma sempre con i forti, mai con i deboli, mai con chi riteneva in buona fede.

Se ora ci chiediamo se vi sia un filo conduttore, un filo rosso che lega tra loro questi caratteri distintivi della sua opera, la risposta è semplice e complessa ad un tempo. Non di un solo filo si tratta, ma di un intreccio di fili. La convinzione che non gli uomini, ma le istituzioni possano diventare più sagge se si abbia la capacità di adeguarle alla realtà che muta. La fiducia che un’argomentazione razionale, spiegata con chiarezza tale da essere intesa senza bisogno di ricorrere a tecnicismi, sia in grado di convincere un interlocutore capace di ascolto, purchè chi argomenta creda davvero in ciò che dice. La concezione del potere come servizio e del servizio pubblico come altissima funzione civile, a favore del cittadino: un’idea, quest’ultima, alquanto inusuale in Lombardia, che egli maturò giovanissimo ispirandosi ai modelli di altri paesi, in particolare della Francia, conosciuta e amata attraverso amicizie di una vita. La consapevolezza che in un mondo di violenze e di guerre solo il superamento delle sovranità nazionali nella prospettiva del federalismo politico possa preparare un futuro di pace, secondo l’intuizione che fu già di Dante, più tardi del Kant cosmopolitico e dei federalisti americani. E che nel Novecento, dopo la tragedia immane delle due guerre mondiali, nutrì il pensiero e l’azione politica di uomini come Altiero Spinelli e Jean Monnet. E’ l’ideale che ha generato l’Unione europea, dalla Ceca del 1950 sino all’Euro dei nostri giorni: una costruzione grandiosa, anche se tuttora incompiuta, alla quale Tommaso ha dato un luminoso apporto di pensiero e di azione. Credo di non sbagliare se affermo che egli ha esercitato, negli anni dell’euro, un ruolo analogo a quello che Altiero Spinelli, Jean Monnet e Mario Albertini hanno svolto nei decenni della genesi della Comunità europea, dell’istituzione del Parlamento europeo e del Mercato unico.

Perché per lui l’euro costituiva, al fondo, una via maestra, una tappa potenzialmente decisiva per raggiungere l’unificazione politica dell’Europa. Per questo si è battuto con successo per la moneta unica. Tommaso riteneva che la politica, la politica alta, la sola che lo interessasse, non sia l’arte del possibile ma sia invece la capacità di rendere possibile ciò che è giusto e necessario. Alla radice, alla fonte di un’attività senza soste dispiegata da Tommaso nell’arco di quattro decenni, sta una concezione precisa dell’uomo e della vita, che spiega tante cose di lui, della sua carriera, della sua opera. Alla base vi era la convinzione che il fine non giustifica mai i mezzi. E che pertanto non bisogna in nessun caso, per nessuna ragione al mondo, derogare alla correttezza personale e al rigore etico per conseguire posizioni di potere o vantaggi di quasiasi natura. Alla base vi era inoltre in lui la fiducia che la parte sana e morale di un individuo e di un popolo possa prevalere sulle pulsioni distruttive dell’egoismo e dell’interesse, che pure (egli lo sapeva bene) fanno parte della natura umana individuale e collettiva.

Un atteggiamento, questo, che il cittadino comune capiva molto meglio di tanti esponenti dell’élite: quanto spesso, negli ultimi anni – decine di volte, e rammento solo le occasioni in cui eravamo insieme nelle vie di una città itaiiana – ho assistito alla scena di persone che (sorprendendosi che egli andasse a piedi, senza auto e senza scorta) lo fermavano in strada, sempre e soltanto per dirgli semplicemente “grazie”. Questo era per lui, credetemi, più gratificante di ogni elogio pubblico, che peraltro in Italia gli è stato largamente risparmiato, almeno sino a un mese fa.

Mentre dall’estero, i riconoscimenti e i messaggi di questi giorni sono commoventi perché esprimono concordemente il rimpianto per una perdita che molti in Europa (ma anche negli Stati Uniti, in Cina, in Giappone, in Brasile e in altri Paesi) ritengono grave, quando non addirittura irreparabile: in tanti messaggi si legge, in varie lingue, a proposito della sua scomparsa, la parola “tragedia”.

La fonte vera della sua azione scaturiva dunque da un sostrato di valori alti.

Anche il rapporto straordinario con i figli e con il padre, anche il legame profondo con il fratello e con le sorelle, anche il valore dell’amicizia erano per lui aspetti essenziali dell’esistenza. La sua vita, negli ultimi tredici anni Tommaso la ha vissuta in comunione perfetta con la persona incomparabile che è Barbara Spinelli, che stasera saluto qui con commozione. E’ stata, quella di Tommaso, una vita intessuta di vere sofferenze ma anche di vera felicità. Una vita nutrita, pur nel ritmo incalzante del suo lavoro, di ininterrotte riflessioni personali e di quotidiane letture e meditazioni sui grandi del pensiero, della religione e dell’arte.

Tommaso amava la vita. Si rideva spesso, con lui. E certo non solo leggendo Campanile. Anche per questo abbiamo scelto, con Barbara, una fotografia di Tommaso sorridente, accompagnata – nel cartoncino che avete trovato all’ingresso – dalla citazione di tre frasi da lui dettate in ricordo di Paolo Baffi, ma che a me paiono molto appropriate anche per descrivere alcuni aspetti di lui.

La sua vita è stata interrotta. Bruscamente, drammaticamente, quasi con un misterioso simbolismo preordinato dal destino, in una sera in cui avevamo contemplato per sua iniziativa il grandioso Michelangelo della Sistina e mentre egli si accingeva a salutare gli amici. Tommaso non sapeva di dover morire proprio ora.

Era al culmine delle sue capacità intellettive e costruttive. Ma era anche preparato alla morte. Chi lo ha conosciuto bene lo sa. Era cosciente di “aver combattuto la buona battaglia” e di “aver conservato la fede”, come ha scritto San Paolo. Era in pace con se stesso e col mondo.

Ora dobbiamo continuare senza di lui. E non sarà mai più la stessa vita,

almeno per alcuni di noi. Mai più. Ma la sua opera resta. Il suo esempio morale e civile resta. E resterà. La stessa sua fine prematura già comincia a mostrare segni di fecondità: da tante parti, anche inattese, non si vuole che le sue idee periscano con lui.

Stiamo per ascoltare il capolavoro di Mozart. Come sappiamo, è l’ultima

opera della sua vita, chiusa ad appena 35 anni. E le ultime note che egli ha scritto sono le prime note del Lacrymosa del Requiem. Avrei voluto che l’orchestra per un momento si fermasse. Ascoltiamo, pensando che, scritte quelle note, la vita del sommo artista si è spenta. Anche la vita di Tommaso si è spenta alle prime parole di saluto agli amici, quella sera.

Ma la musica del Requiem è stata completata. E l’opera di Tommaso continuerà.

Tommaso, non hai vissuto invano. Non sarai dimenticato.

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Caro Paolo

ecco il testo del ricordo di TPS fatto da suo fratello Antonio. Come vedi é un discorso che mescola vari piani tra il pubblico e il privato, e che io sento si deve portare a conoscenza di chi lo desidera ricevere.

Anna Tempia


Karl Popper e la televisione, Kenley, Inghilterra, 13 aprile 1993, da Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche


Per ricordare e onorare Tommaso Padoa-Schioppa (23 luglio 1940 – 18 dicembre 2010), giovedì 20 gennaio alle ore 21 a Milano nella chiesa di san Marco, piazza san Marco, verrà eseguita la Messa di Requiem in re minore opera K 626 di Wolfgang Amadeus Mozart

Per ricordare e onorare

Tommaso Padoa-Schioppa

(23 luglio 1940 – 18 dicembre 2010)

su iniziativa di un gruppo di amici

giovedì 20 gennaio alle ore 21

a Milano nella chiesa di san Marco, piazza san Marco,

verrà eseguita la

Messa di Requiem in re minore opera K 626

di Wolfgang Amadeus Mozart

Orchestra e coro Silete venti!, direttore Massimo Fiocchi Malaspina

Ingresso libero


È morto Padoa-Schioppa, guardiano dei conti con il vizio Ue. A Roma la camera ardente – Il Sole 24 ORE

l’economista Tommaso Padoa-Schioppa si è spento prima che i medici riuscissero a intervenire, o solo a capire che cosa avesse colpito mortalmente uno degli economisti italiani più stimati e apprezzati nel mondo, ex ministro della repubblica, ex presidente della Consob, Vicedirettore generale della Banca d’Italia e soprattutto padre-fondatore della moneta unica europea, di cui è stato convinto sostenitore nel board della Banca Centrale Europea nei primi anni cruciali della nascita dell’euro.

Per scelta della famiglia la camera ardente verrà allestita a Roma presso lo «Spazio Europa» di via Quattro Novembre, che a Roma riunisce simbolicamente gli uffici italiani del Parlamento Europeo e la rappresentanza in Italia della Commissione Ue. Sarà aperta alle 14 di lunedì 20 dicembre e chiusa alle 10 di martedì. I funerali si terranno martedì mattina, probabilmente alle 11, nella basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma, spesso sede di funerali di Stato.

Il cordoglio delle istituzioni italiane e di quelle europee. Il ricordo di Prodi

La sua morte ha colto tutti di sorpresa: stava bene, tanto che solo pochi giorni fa era a New York con Emma Marcegaglia e Sergio Marchionne, che proprio in segno di stima lo aveva voluto nel board della Fiat Industrials, la nuova holding dei veicoli industriali del gruppo torinese. Del resto, la sua vocazione di civil servant era pienamente compatibile con le qualità di amministratore societario: di recente, aveva accettato l’offerta dei francesi della CNP Assurances SA, di cui era amministratore e presidente dell’Audit Committee.

Nato a Belluno il 23 luglio del 1940, Tommaso Padoa-Schioppa si era laureato nel 1966 all’università Luigi Bocconi di Milano, prendendo poi un master in scienze al Mit, il prestigioso Massachusetts Institute of Technology di Boston. Ma al di là del suo curriculum e dei tanti incarichi nelle più importanti istituzioni italiane, mondiali ed europee, la personalità, il contributo intellettuale e i ruoli istituzionali che compongono il profilo di Tommaso Padoa-Schioppa si delineano con giusta prospettiva soltanto se proiettati su un quadro di riferimento di adeguata ampiezza storica.

VAI ALL’INTERO ARTICOLO QUI:


Donne ambiente da Laura Conti ad oggi, venerdì 5 novembre 2010, via Francesco Sforza 7, Milano, ore 17,30


Trent’anni fa moriva Franco Basaglia, in forumsalutementale.it

Trent’anni fa moriva Franco Basaglia

(foto di Neva Gasparo) 

(foto di Neva Gasparo)

Speciale Basaglia:  Abbiamo a lungo pensato a cosa dire in questa circostanza.

Non è facile mettere insieme passioni e sentimenti, analisi politiche e valutazioni scientifiche quando si parla di Franco Basaglia. E tanto più è difficile in un Paese come il nostro, in un Paese senza memoria, in un Paese che fa ogni cosa per cancellare la memoria nella piattezza dei luoghi comuni, nella riproduzione dei pregiudizi, nella mancanza di una reale possibilità di comunicazione.

Nei servizi di salute mentale, nelle scuole, nelle università il lavoro scientifico di Franco Basaglia è sconosciuto.

Il recente film televisivo ha squarciato un velo di inerzia e di sciatteria. Da allora, un po’ dappertutto, registriamo curiosità, interrogazioni, sorprese.

Pensiamo che, 30 anni dopo, la cosa più importante da fare è produrre conoscenza, narrare, mettere a disposizione testimonianze, documenti, esperienze

Con due interviste trovate negli archivi RAI che pongono, anche con la forza dell’immagine, questioni sulle quali non finiremo mai d’interrogarci, vogliamo aprire uno spazio di testimonianze, di analisi recenti e riproposte, documenti intorno che, a mezzo secolo dalla prima “assemblea goriziana” ancora agitano e sostengono il lavoro intorno alla psichiatria e alla salute mentale.

Speciale Basaglia:

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Max Weber: etica dei principi ed etica della responsabilità – scheda introduttiva di Paolo Ferrario

Max Weber: etica dei principi ed etica della responsabilità – scheda introduttiva di Paolo Ferrario

Nella sua ormai famosissima conferenza sul tema Politica come professione (tenuta a Monaco il 28 gennaio 1919, un anno prima della sua morte), Max Weber trattò in modo disincantato il tema del rapporto fra etica e politica.

La politica è il dominio della forza. Chi ha la «vocazione» per la politica (Beruf in tedesco significa sia professione sia vocazione) sa di dover affrontare aspre lotte. Solo gli uomini astuti e dal carattere forte potranno affrontare le insidie «diaboliche» della politica, il cui terreno proprio è l’uso della forza. E’ per definire questo carattere che Weber introduce la distinzione tra

  • etica della convinzione” — o più precisamente “etica dei princìpi” (Gesinnungsethik)
  • ed “etica della responsabilità” (Verantwortungsethik).

La prima è un’etica assoluta, di chi opera solo seguendo principi ritenuti giusti in sé, indipendentemente dalle loro conseguenze. E’ questa un’etica della testimonianza assolutizzata: “avvenga quel che avverrà, io devo comportarmi così”.

La seconda è l’etica veramente pertinente alla politica. L’etica della responsabilità si riferisce alle presumibili conseguenze delle scelte e dei comportamenti che l’individuo ed il suo gruppo di appartenenza mette in atto.

Il problema, scrive Weber, è che «il raggiungimento di fini buoni è accompagnato il più delle volte dall’uso di mezzi sospetti», e «nessuna etica può determinare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono “giustifica” i mezzi e le altre conseguenze moralmente peri colose». Chi non tiene conto di questo — che dal bene non deriva sempre il bene e dal male non deriva sempre il male — «in politica è un fanciullo». Le due etiche non sono però «antitetiche ma si completano a vicenda, e solo congiunte formano il vero uomo, quel lo che può avere la “vocazione per la politica”», salvo ribadire che tra esse non potrà mai dar si vera conciliazione né armonia a buon mercato.

La lezione di realismo di Weber si spinge così fin dentro le pieghe dell’etica. Egli afferma che solo un atto di reponsabilità può risolvere, nell’azione, i “dilemmi etici” che il politico, e in generale chiunque abbia responsabilità verso il prossimo, si trova inevitabilmente di fronte. I valori sono più d’uno, ognuno ugualmente importante nella propria sfera, e non sempre sono armonizzabili, ma possono scontrarsi ed entrare in conflitto quando è il momento di agire.

Questo è il senso del concetto di “politeismo dei valori”, che metterò in analisi in altra occasione.

Nota

Le conferenze La scienza come professioneLa politica come professione furono pubblicate (con il titolo Il lavoro intellettuale come professione) nei “Saggi” Einaudi, tradotti da Antonio Giolitti e con l’intoduzione di Delio Cantimori.

Nel 2001 sono state ripubblicate dalle edizioni Comunità a cura di Pietro Rossi e Francesco Tuccari.

Il traduttore Wolfgang Schuchter sostituisce la locuzione “etica dei princìpi” a quella di “etica della convinzione” e così ne spiega la motivazione:

La difficoltà più rilevante riguarda la coppia concettua le Gesinnungsethik-Verantwortungsethik, che ha un ruolo centrale in Politik als Beruf. mentre il secondo termine trova una ovvia corrispondenza in «eti ca della responsabilità», la stessa cosa non vale per il primo, data l’assenza in italiano (ma anche nelle altre lingue principali) di un equivalente preciso del tedesco Gesinnung. Esso è stato tradotto da Giolitti con «etica dell’in tenzione», mentre in seguito si è preferito, sulla scorta della versione ingle se e di quella francese, renderlo con «etica della convinzione». L’una e l’al tra soluzione sono però insoddisfacenti, poiché la Gesinnungsethik weberiana non costituisce un’etica della pura intenzione in senso kantiano, né trova la propria base in una semplice «convinzione»: essa riveste per un verso un significato soggettivo, in quanto designa l’incondizionata adesione perso nale a certi principi che devono guidare l’agire dell’individuo, e per l’altro verso un significato oggettivo, in quanto comporta il riferimento a principi assunti come incondizionatamente validi, che l’individuo assume come pro pri scopi indipendentemente dalla considerazione dei mezzi necessari e del le prevedibili conseguenze della loro realizzazione. Si è perciò preferito adot tare qui un’altra versione (ancorché legata, in parte, a una diversa tradizio ne di filosofia morale), rendendo Gesinnungsethik con «etica dei principi».

Nota introduttiva di Paolo Ferrario già pubblicata in:

http://antemp.wordpress.com/2009/10/04/max-weber-etica-dei-principi-ed-etica-della-responsabilita-1919/

Ma leggiamo direttamente il testo:

L’etica può presentarsi in un ruolo assai deleterio da un punto di vista morale. Facciamo alcuni esempi.

Raramente troverete che un uomo, il quale abbia smesso di amare una donna per un’altra, non senta il bisogno di giustificarsi con se stesso dicendo che la prima non era più degna del suo amore, o che lo aveva deluso, o adducendo altre «ragioni» simili. Si tratta di una mancanza di cavalleria che, al semplice dato di fatto che egli non la ama più e che la donna deve portarne le conseguenze, aggiunge ancora una parvenza di legittimità, in forza della quale egli pretende un diritto e cerca di rovesciare sulla donna, oltre all’infelicità, anche un torto. Si comporta esattamente allo stesso modo il concorrente fortunato in amore: il rivale deve valere di meno, altrimenti non sa rebbe stato sconfitto.

Le cose non vanno ovviamente in modo diverso quando, dopo una qualsiasi guerra vittoriosa, il vincitore afferma con una tracotanza priva di dignità: ho vinto per ché avevo ragione. Oppure, quando qualcuno crolla interior mente di fronte agli orrori della guerra e, invece di dire semplicemente che era troppo, sente il bisogno di giustificare di fronte a se stesso la sua stanchezza della guerra con questo sentimento: «Non potevo sopportarlo, perché dovevo combattere per una causa moralmente cattiva». E lo stesso accade per chi è sconfitto in guerra. Dopo una guerra, invece di andare in cerca del «colpevole» con una vecchia mentalità da donnicciole -quando è stata invece la struttura della società a determinare la guerra – chiunque assuma un atteggiamento virile e sobrio dirà al nemico: «Abbiamo perso la guerra, voi l’avete vinta. Questa è ormai cosa fatta: concedeteci ora di discutere su quali conse guenze se ne debbano trarre in relazione agli interessi oggetti vi che erano in gioco e – questa la cosa principale – in rapporto alla responsabilità di fronte al futuro, che grava special mente sul vincitore».

Tutto il resto è privo di dignità e ha gravi conseguenze. Una nazione perdona una ferita dei propri interessi, ma non una ferita del proprio onore, e tanto meno una ferita inflitta con prepotenza farisaica. Ogni nuovo documento che viene alla luce dopo decenni fa sorgere nuovamente grida di sdegno, l’odio e l’ira, mentre la guerra, una volta terminata, dovrebbe essere almeno moralmente sepolta. Questo è possibile soltanto attraverso l’oggettività e la cavalleria, ma soprattutto mediante la dignità. E mai attraverso un’« etica», che in verità significa mancanza di dignità da entrambe le parti. Invece di preoccuparsi di ciò che interessa l’uomo politico – il futuro e la responsabilità di fronte a esso – l’etica si occupa della questione della colpa commessa nel passato, una questione politicamente sterile perché indecidibile. Agire in que­sto modo è una colpa politica, se mai ve n’è una. E inoltre, l’inevitabile travisamento dell’intero problema viene occultato da interessi assai materiali: l’interesse del vincitore al guadagno – morale e materiale – più alto possibile, le speranze dello sconfitto di procurarsi qualche vantaggio attraverso il ri­conoscimento della propria colpa: se vi è mai qualcosa di « v o l g a r e », è proprio questo, ed è la conseguenza di un siffatto modo di utilizzare l’«etica» come pretesto per «mettersi dalla parte della ragione».

Ma qual è dunque il rapporto reale tra etica e politica ? Non hanno niente a che fare l’una con l’altra, come si è talvolta affermato? O è vero, al contrario, che la «stessa» etica vale per l’agire politico come per ogni altro agire?

Si è talvolta pensato che tra queste due affermazioni si ponesse un’alternativa: sarebbe giusta o l’una o l’altra. Ma è dunque vero che imperativi identici dal punto di vista del contenuto potrebbero essere formulati da qualsiasi etica al mondo per rapporti erotici e di affari, familiari e di ufficio, per le relazioni con la moglie, l’erbivendola, il figlio, il concorrente, l’amico, l’imputato? Dovrebbe essere davvero cosi indifferente per le esigenze etiche nei confronti della politica che questa operi con un mezzo cosi specifico come la potenza, dietro cui vi è la violenza ? Non vediamo che gli ideologi bolscevichi e spartachisti, proprio in quanto fanno uso di questo mezzo della politica, giungono esattamente agli stessi risultati di un qualsiasi dittatore militare ? In che cosa, se non nella persona di chi detiene il potere e nel suo dilettantismo, si differenzia il potere dei consigli degli operai e dei soldati da quello di un qualsiasi detentore del po tere del vecchio regime ? E in che cosa, ancora, si distingue la polemica che la maggior parte dei rappresentanti della presunta nuova etica ha scatenato contro i suoi avversari da quella di qualsiasi altro demagogo? Ci si dirà: per la nobile intenzione! Bene. Ma qui è dei mezzi che si sta parlando, e anche gli avversari con cui si combatte pretendono per sé allo stesso identico modo, in piena sincerità da un punto di vista soggettivo, la nobiltà delle proprie intenzioni ultime. «Chi di spada ferisce, di spada perisce», e la lotta è sempre lotta. E dunque, l’etica del sermone della montagna? Con il sermone della montagna – vale a dire con l’etica assoluta del Vangelo – si pone una questione assai più seria di quanto credono coloro che oggi citano volentieri questi precetti. Non va presa alla leggera. Per essa vale ciò che è stato detto della causalità nella scienza: non è una carrozza che si possa far fermare a piacere per salirvi o scenderne. Al contrario: tutto oppure niente, è proprio questo il suo senso, se ne deve derivare qualcosa di diverso dalla banalità. Cosi, per esempio, la parabola del giovane ricco: «Egli se ne andò triste, poiché possedeva molte ricchezze». Il precetto evangelico è incondizionato e univoco: dai via ciò che possiedi, semplicemente tutto. L’uomo politico dirà: una pretesa insensata dal punto di vista sociale, fintantoché non viene realizzata per tutti. E dunque: tassazioni, espropriazioni, confische, in una parola: coercizione e ordine per tutti. Ma il precetto etico non chiede affatto una cosa del genere, ed è questa la sua natura. Oppure: «Porgi l’al tra guancia». Incondizionatamente, senza chiedere come mai spetti all’altro di colpire. Un’etica della mancanza di dignità, eccetto che per un santo. Questo è il punto: si deve essere santi in tutto, quanto meno nella volontà, si deve vivere come Gesù, come gli Apostoli, come San Francesco e i suoi pari, e solamente allora quest’etica è dotata di senso ed è espressione di una dignità. Altrimenti no. Infatti, quando in conseguenza di un’etica acosmica dell’amore si dice: «Non opporti al male con la violenza», per l’uomo politico vale il principio opposto: devi resistere al male con la violenza, altrimenti sarai responsabile della sua affermazione. Chi intenda agire secondo l’etica del Vangelo, si astenga dagli scioperi – poiché essi rappresentano una forma di coercizione – e si iscriva ai sindacati gialli. E soprattutto non parli di «rivoluzione». Infatti quell’etica non intende certo insegnare che proprio la guerra ci vile sia l’unica forma di guerra legittima. Il pacifista che agisca secondo i precetti del Vangelo rifiuterà o getterà via le armi, come veniva raccomandato in Germania, in quanto ciò rappresenta un dovere morale, allo scopo di porre fine alla guerra e dunque a ogni guerra. L’uomo politico dirà: l’unico mezzo sicuro per screditare la guerra per un periodo in qualche modo prevedibile sarebbe stata una pace di status quo. I popoli si sarebbero chiesti allora: a che scopo la guerra? Essa sarebbe stata ridotta ad absurdum, ciò che oggi non è più possibile. Infatti per i vincitori – o quanto meno per una parte di essi – essa è stata politicamente vantaggiosa. E di ciò è responsabile quella condotta che ci ha reso impossibile ogni resistenza. Quando dunque l’epoca della stanchezza sarà trascorsa, non la guerra, ma la pace sarà screditata: una conseguenza dell’etica assoluta.

Infine: il dovere della verità. E un dovere incondizionato per l’etica assoluta. Se ne è dunque dedotta la conseguenza di pubblicare tutti i documenti, soprattutto quelli che accusano il proprio paese, e sul fondamento di questa pubblicazione unilaterale di riconoscere la propria colpa unilateralmente, senza condizioni, senza riguardo alle conseguenze. L’uomo politico troverà che in tal modo non si è promossa la verità, ma la si è sicuramente oscurata attraverso l’abuso e lo scatenamento del le passioni; che soltanto una verifica generale, condotta secondo un piano e attraverso giudici imparziali potrebbe dare buoni frutti, e che ogni altro modo di procedere può avere, per la nazione che cosi agisce, conseguenze che si dovranno ancora ri parare tra decenni. Ma è proprio sulle «conseguenze» che l’etica assoluta non si interroga.

Sta qui il punto decisivo. Dobbiamo renderci chiaramente conto che ogni agire orientato in senso etico può essere ricondotto a due massime fondamentalmente diverse l’una dal l’altra e inconciliabilmente opposte: può cioè orientarsi nel senso di un’«etica dei principi» oppure di un’«etica della responsabilità». Ciò non significa che l’etica dei principi coincida con la mancanza di responsabilità e l’etica della responsabilità con una mancanza di principi. Non si tratta ovviamente di questo.

Vi è altresì un contrasto radicale tra l’agire secondo la massima del l’etica dei principi, la quale, formulata in termini religiosi, recita: «Il cristiano agisce da giusto e rimette l’esito del suo agi re nelle mani di Dio», oppure secondo la massima dell’etica della responsabilità, secondo la quale si deve rispondere delle conseguenze (prevedibili) del proprio agire. A un sindacalista convinto che agisca in base all’etica dei principi voi po trete mostrare in modo assai persuasivo che in conseguenza del suo agire aumenteranno le possibilità della reazione, crescerà l’oppressione della sua classe, verrà rallentata la sua ascesa: ciò non farà su di lui alcuna impressione. Se le conseguenze di un’a­zione derivante da un puro principio sono cattive, a suo giudizio ne è responsabile non colui che agisce, bensì il mondo, la stupidità di altri uomini, o la volontà del dio che li ha creati tali.

Colui che invece agisce secondo l’etica della responsabilità tiene conto, per l’appunto, di quei difetti propri della media degli uomini. Egli non ha infatti alcun diritto – come ha giusta mente detto Fichte” – di dare per scontata la loro bontà e per fezione, non si sente capace di attribuire ad altri le conseguenze del suo proprio agire, per lo meno fin là dove poteva prevederle. Egli dirà: queste conseguenze saranno attribuite al mio operato. Colui che agisce secondo l’etica dei principi si sente «responsabile» soltanto del fatto che la fiamma del puro principio – per esempio la fiamma della protesta conto l’ingiustizia dell’ordinamento sociale – non si spenga. Ravvivarla continua mente è lo scopo delle sue azioni completamente irrazionali dal punto di vista del possibile risultato, le quali possono e devono avere soltanto un valore esemplare.

Ma nemmeno cosi il problema è ancora esaurito. Nessuna etica al mondo prescinde dal fatto che il raggiungimento di fini «buoni» è legato in numerosi casi all’impiego di mezzi eti camente dubbi o quanto meno pericolosi e alla possibilità, o anche alla probabilità, che insorgano altre conseguenze cattive. E nessuna etica al mondo può mostrare quando e in che misura lo scopo eticamente buono «giustifichi» i mezzi eticamente peri colosi e le sue possibili conseguenze collaterali.

Per la politica il mezzo decisivo è la violenza, e quanto sia grande la portata della tensione tra il mezzo e il fine da un punto di vista etico lo potete desumere dal fatto, noto a tutti, che i socialisti rivoluzionari (corrente di Zimmerwald) già durante la guerra professavano un principio che si potrebbe cosi formulare: « Se ci trovassimo a dover scegliere tra un anno di guer ra ancora e poi la rivoluzione, oppure la pace subito ma senza rivoluzione, noi sceglieremmo ancora qualche anno di guerra! » All’ulteriore domanda: «Che cosa può portare questa rivoluzione?», qualsiasi socialista dotato di una qualche preparazio ne scientifica avrebbe risposto che non si poteva parlare di un passaggio a un’economia che si potesse definire socialista nel senso da lui inteso, ma che sarebbe sorta una nuova economia borghese, la quale avrebbe potuto soltanto far piazza pulita degli elementi feudali e dei residui dinastici. Dunque, per questo modesto risultato: «Ancora qualche anno di guerra! » Si potrà certo affermare che in questo caso, anche con una assai salda convinzione socialista, si potrebbe respingere il fine che richiede un tale mezzo. E tuttavia nel bolscevismo e nello spartachismo, e in generale in ogni forma di socialismo rivoluzionario, le cose stanno esattamente allo stesso modo, ed è naturalmente assai ridicolo quando da questa parte vengono moralmente rimproverati i «politici della forza» del vecchio regime a causa dell’impiego dell’identico mezzo, per quanto possa essere del tutto giustificato il rifiuto dei loro fini.

Qui, in relazione a questo problema della giustificazione dei mezzi attraverso il fine, anche l’etica dei principi sembra in generale destinata al fallimento. Essa, infatti, ha logicamente sol tanto la possibilità di respingere ogni agire che faccia uso di mezzi eticamente pericolosi. Logicamente. Nel mondo reale, tuttavia, noi sperimentiamo continuamente che colui il quale agisce in base all’etica dei principi si trasforma improvvisamente nel profeta millenaristico, e che per esempio coloro che hanno appena predicato di opporre «l’amore alla violenza», nell’istante successivo invitano alla violenza – alla violenza ultima , la quale dovrebbe portare all’annientamento di ogni violenza – cosi come i nostri militari dicevano ai soldati a ogni offensiva: questa sarà l’ultima, porterà la vittoria e poi la pace.

Colui che agisce in base all’etica dei principi non tollera l’irrazionalità etica del mondo. Egli è un «razionalista» cosmico-etico. Chi di voi conosce Dostoevskij ricorderà senz’altro l’episodio del Grande Inquisitore, dove il problema è trattato con grande precisione.

Non è possibile mettere d’accordo l’etica dei principi e l’etica della responsabilità oppure decretare eticamente quale fine debba giustificare quel determinato mezzo, quando si sia fatta in generale una qualche concessione a questo principio.

[ …]

Chi vuole fare politica in generale, e soprattutto chi vuole esercitare la politica come professione, deve essere consapevo le di quei paradossi etici e della propria responsabilità per ciò che a lui stesso può accadere sotto la loro pressione. Lo ripeto ancora: egli entra in relazione con le potenze diaboliche che stanno in agguato dietro a ogni violenza. I grandi virtuosi del l’amore acosmico per l’uomo e del bene – provengano essi da Nazareth, da Assisi o dai palazzi reali indiani – non hanno operato con il mezzo politico della violenza, il loro regno «non era di questo mondo», e tuttavia agirono e agiscono in questo mondo, e le figure di Platon Karataev e dei santi dostoevskiani sono pur sempre quelle che si adattano meglio a tali modelli. Chi aspira alla salvezza della propria anima e alla salvezza di al tre anime non le ricerca sul terreno della politica, che si pone un compito del tutto diverso e tale da poter essere risolto soltanto con la violenza. Il genio o il demone della politica e il dio dell’amore, anche il dio cristiano nella sua forma ecclesiastica, vivono in un intimo contrasto, che in ogni momento può tra sformarsi in un conflitto insanabile.

[ …]

In verità: la politica viene fatta con la testa, ma di certo non con la testa soltanto. In ciò coloro che agiscono in base al l’etica dei principi hanno pienamente ragione. Ma se si debba agire in base all’etica dei principi o all’etica della responsabilità, e quando in base all’una o all’altra, nessuno è in grado di prescriverlo. Si può dire soltanto una cosa: se adesso, in questi tempi (come voi pensate) di non «sterile» agitazione – ma l’agitazione non è sempre del tutto genuina passione – se adesso improvvisamente i politici che agiscono in base al l’etica dei principi si presentassero in massa con la parola d’ordine: «Non io, ma il mondo è stupido e mediocre, la responsabilità per le conseguenze non riguarda la mia persona, ma gli altri, al cui servizio io lavoro, e la cui stupidità o volgarità io sradicherò», io dico allora apertamente che in primo luogo vorrei interrogarmi sulla sostanza interiore che sta dietro questa etica dei principi. Ho la sensazione che in nove casi su dieci mi troverei di fronte a degli spacconi che non sentono realmente ciò che assumono su di sé, ma si inebriano di sensa zioni romantiche. Ciò non mi interessa molto dal punto di vi­sta umano e mi lascia del tutto indifferente. Suscita invece un’e norme impressione sentir dire da un uomo maturo – non importa se vecchio o giovane anagraficamente – il quale sente realmente e con tutta la sua anima questa responsabilità per le conseguenze e agisce in base all’etica della responsabilità: «Non posso fare altrimenti, di qui non mi muovo». Questo è un atteggiamento umanamente sincero e che commuove. E infatti una tale situazione deve certamente potersi verificare una volta o l’altra per chiunque di noi non sia privo di una pro pria vita interiore. Pertanto l’etica dei principi e l’etica della responsabilità non costituiscono due poli assolutamente opposti, ma due elementi che si completano a vicenda e che soltanto insieme creano l’uomo autentico, quello che può avere la «vocazione per la politica».

[ …]

La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. E certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile. Ma colui che può farlo deve essere un capo e non solo questo, ma anche – in un senso assai poco enfatico della parola – un eroe. Pure coloro che non sono né l’uno né l’altro devono altresì armarsi di quella fermezza interiore che permette di resistere al naufragio di tutte le speranze, già adesso, altrimenti non saranno in grado di realizzare anche solo ciò che oggi è possibile. Soltanto chi è sicuro di non cedere anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli, soltanto chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto questo: «Non importa, andiamo avanti», soltanto quest’uomo ha la «vocazione» per la politica.

Da: Max Weber, La scienza come professione. La politica come professione, Edizioni di Comunità, 2001, pagg. 97-113


Paolo Ferrario, Cinema e biografie: come funziona una buona storia? | in Muoversi Insieme Stannah

[...]
Viene spontaneo domandarsi: perché così tante persone – giovani, adulti, anziani – sono attratte dall’espressione artistica rappresentata nel film? Credo che una possibile spiegazione sia da cercare nel fatto che, come si diceva in un articolo precedente, ci piace partecipare alle storie, ai racconti di vita. Probabilmente questo avviene perché non ci basta la nostra concreta, unica e personalissima biografia. Abbiamo bisogno, per sentirci parte del mondo, di entrare in contatto con altre vite. Come se queste storie, che appartengono ad altri, in realtà siano anche un po’ la nostra storia.
E’ su questo filo interpretativo che vorrei intrattenere l’attenzione del lettore.
La questione di fondo mi sembra la seguente: attraverso un racconto che si dipana su uno schermo, viene messa in gioco e visualizzata la nostra stessa identità. Mi faccio aiutare da un grande antropologo culturale, Carlo Tullio-Altan, il quale, con rigoroso metodo scientifico, sostiene che gli elementi fondamentali capaci di tenere assieme l’individuo alla sua società sono: a) l’Epos, inteso come la capacità di elaborare la memoria storica e collegarla al passato, al presente e al futuro; b) l’Ethos, ossia lo sviluppo di norme e regole atte a creare socialità tra le persone; c) il Logos, attraverso il quale si realizza la comunicazione sociale; d) il Genos, ovvero la dinamica dei rapporti familiari orientati a trasmettere valori fra le generazioni; e) il Topos, che fa riferimento a un territorio vissuto come valore e come fonte di affetti e di piacere estetico.

[..] segue qui:  Cinema e biografie: come funziona una buona storia? | Muoversi Insieme

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Erving Goffman, Libri pubblicati in Italia

GOFFMAN ERVING, introduzione di Franco e Franca Basaglia

ASYLUMS. La condizione sociale dei malati di mente e di altri internati (1961)

EINAUDI, 1968, p. 400

GOFFMAN ERVING

LA VITA QUOTIDIANA COME RAPPRESENTAZAZIONE (1959)

IL MULINO, 1969, p. 292

GOFFMAN ERVING, a cura  di Pier Paolo Giglioli

L’ INTERAZIONE STRATEGICA , in MODELLI DI INTERAZIONE (1967)

IL MULINO, 1969, p. 311-480

GOFFMAN ERVING

STIGMA. L’IDENTITA NEGATA (1963)

LATERZA, 1970, p. 230

GOFFMAN ERVING

I RITUALI DELL’INTERAZIONE, in MODELLI DI INTERAZIONE (1967)

IL MULINO, 1971, p. 3-310

GOFFMAN ERVING

IL MODELLI DI INTERAZIONE (1967)

IL MULINO, 1971, p. 484

GOFFMAN ERVING, prefazione di Franco e Franca Basaglia

IL COMPORTAMENTO IN PUBBLICO. L’interazione sociale nei luoghi di

riunione (1963)

EINAUDI, 1971, p. 248

GOFFMAN ERVING, a cura di Paolo Maranini

ESPRESSIONE E IDENTITA’ (1961)

MONDADORI, 1979, p. 154

GOFFMAN ERVING

RELAZIONI IN PUBBLICO. Microstudi sull’ordine pubblico (1971)

BOMPIANI, 1981, p. 322


GOFFMAN ERVING

FORME DEL PARLARE (1981)

IL MULINO, 1987, p. 260

GOFFMAN ERVING, prefazione di Alessandro Dal Lago, postfazione di Franco

e Franca Basaglia

ASYLUMS. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza

(1959)

EDIZIONI DI COMUNITA’, 2001, p. 415

GOFFMAN ERVING, prefazione di Bennett M. Berger, a cura di Ivana Matteucci,

presentazione di Laura Bovone

FRAME ANALYSIS. L’organizzazione dell’esperienza (1974)

ARMANDO EDITORE, 2006, p. 590

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BOBBIO NORBERTO, BIBLIOGRAFIA DEGLI SCRITTI

BOBBIO NORBERTO

STATO, GOVERNO, SOCIETA’

EINAUDI,  1985,  p. 166

BOBBIO NORBERTO

PROFILO IDEOLOGICO DEL NOVECENTO ITALIANO

EINAUDI,  1986,  p. 190

BOBBIO NORBERTO

UTOPIA CAPOVOLTA  articoli sulla STAMPA

LA STAMPA,  1990,  p. 160

BOBBIO NORBERTO

SAGGI SU GRAMSCI

FELTRINELLI,  1990,  p. 124

BOBBIO NORBERTO

UNA  GUERRA GIUSTA ?  sul conflitto del golfo

MARSILIO,  1991,  p. 90

BOBBIO NORBERTO

TEORIA GENERALE DEL DIRITTO

GIAPPICHELLI,  1993,  p. 300

BOBBIO NORBERTO

DESTRA E SINISTRA  Ragioni e significati di una distinzione politica

DONZELLI,  1994,  p. 100

BOBBIO NORBERTO

STATO, GOVERNO, SOCIETA’  frammenti di un dizionario politico

EINAUDI,  1995,  p. 164

BOBBIO NORBERTO

DE SENECTUTE e altri scritti autobiografici

EINAUDI,  1996,  p. 200

BOBBIO NORBERTO

VERSO LA SECONDA REPUBBLICA

LA STAMPA,  1997,  p. 202

BOBBIO NORBERTO

AUTOBIOGRAFIA  a cura di Alberto Papuzzi

LATERZA,  1997,  p. 280

BOBBIO NORBERTO

ELOGIO DELLA MITEZZA  e altri scritti morali

PRATICHE EDITRICE,  1998,  p. 211


BOBBIO NORBERTO

LA  MIA ITALIA

PASSIGLI,  2000,  p. 445

BOBBIO NORBERTO, VIROLI MAURIZIO

DIALOGO INTORNO ALLA REPUBBLICA

LATERZA,  2001,  p. 122

BOBBIO NORBERTO

LIBERALISMO E DEMOCRAZIA

SIMONELLI EDITORE,  2006,  p. 160

BOBBIO NORBERTO

CRONOLOGIA,  in NORBERTO BOBBIO ETICA E POLITICA. Scritti di impegno civile, a cura di Marco

MONDADORI,  2009,  p. LXI-CXXXIII

BOBBIO NORBERTO

COMPAGNI E MAESTRI, in NORBERTO BOBBIO, Scritti di impegno civile, a cura di Marco Revelli

MONDADORI,  2009,  p. 3-576

BOBBIO NORBERTO

ETICA E POLITICA, in NORBERTO BOBBIO, Scritti di impegno civile, a cura di Marco Revelli

MONDADORI,  2009,  p. 577-724

BOBBIO NORBERTO

CULTURA E POLITICA, in NORBERTO BOBBIO, Scritti di impegno civile, a cura di Marco Revelli

MONDADORI,  2009,  p. 725-832

BOBBIO NORBERTO

LIBERTA’ E EGUAGLIANZA,  in NORBERTO BOBBIO, Scritti di impegno civile, a cura di Marco Revelli

MONDADORI,  2009,  p. 833-952

BOBBIO NORBERTO

PACE E GUERRA,  in NORBERTO BOBBIO, Scritti di impegno civile, a cura di Marco Revelli

MONDADORI,  2009,  p. 953-1052

BOBBIO NORBERTO

DEMOCRAZIA E DITTATURA,  in NORBERTO BOBBIO, Scritti di impegno civile, a cura di Marco Revelli

MONDADORI,  2009,  p. 1053-1228

BOBBIO NORBERTO

SOCIALISMO E COMUNISMO,  in NORBERTO BOBBIO, Scritti di impegno civile, a cura di Marco Revelli

MONDADORI,  2009,  p. 1229-1380

BOBBIO NORBERTO

DESTRA E SINISTRA,  in NORBERTO BOBBIO, Scritti di impegno civile, a cura di Marco Revelli

MONDADORI,  2009,  p. 1381-1500


BOBBIO NORBERTO

DE SENECTUTE,  in NORBERTO BOBBIO, Scritti di impegno civile, a cura di Marco Revelli

MONDADORI,  2009,  p. 1501-1534

BOBBIO NORBERTO

A ME STESSO,  in NORBERTO BOBBIO ETICA E POLITICA. Scritti di impegno civile, a cura di Marco

MONDADORI,  2009,  p. 1535-1549

BOBBIO NORBERTO, a cura di Marco Revelli

ETICA E POLITICA. Scritti di impegno civile

MONDADORI,  2009,  p. CXXI-1720

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Hans Jonas – Memorie – Il Nuovo Melangolo


Hans Jonas

Memorie

Il Nuovo Melangolo Collana: Lecturae

Pagine 416 – Formato 13×20 – Anno 2008 – ISBN 9788870187090
Argomenti: Biografie – Autobiografie,
Normalmente spedito in 3-5 gg. lavorativi

Prezzo di vendita: € 30.00


Caratteristiche: brossura

Note di Copertina

In questa affascinante autobiografia, frutto di lunghe interviste e conversazioni registrate a Monaco di Baviera nel 1989 e integrate con scritti dell’autore, i grandi eventi storici e politici vissuti da Hans Jonas in prima persona ci vengono restituiti con l’immediatezza e l’autenticità di chi giorno per giorno li trascrive in appunti di diario. Con vivacità e passione Jonas racconta la vita degli ebrei negli anni della Repubblica di Weimar e dell’emigrazione in Palestina, la vita militare in una brigata ebraica dell’esercito britannico, i viaggi attraverso la Germania distrutta e gli anni trascorsi in Canada e negli Stati Uniti.
Leggendo queste pagine è così possibile ricostruire la figura di un filosofo che con la sua riflessione ha posto l’accento sulla responsabilità per la vita, sostenendo con forza che la sopravvivenza dell’uomo sarà sempre più legata alla sua capacità di salvaguardare la natura e il pianeta Terra.

LiberOnWeb – Il Nuovo Melangolo – Hans Jonas – Memorie

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Alan Ebenstein Friedrich von Hayek Una biografia introduzione di Sergio Noto, Rubettino

Alan Ebenstein
Friedrich von Hayek
Una biografia
introduzione di Sergio Noto

Un libro appassionante come un romanzo, nelle tempeste e nelle vicende di quasi un secolo di traversie intellettuali. La fedeltà a un’idea nella solitudine. La fama giovanile, poi il lungo oblio, infine la gloria: questa è la sintetica vicenda di Friedrich August von Hayek (1899-1992) il più grande pensatore liberale del XX secolo, ricostruita con uno stile di immediata comprensione e con abbondanza di documentazione primaria e secondaria da far invidia a qualsiasi testo accademico. Il lavoro di Alan Ebenstein va ben oltre i fatti biografici, entra nel profondo del pensiero di Hayek, nelle sue implicazioni, senza perdere mai il filo della straordinaria unità che l’ha ispirato per quasi cent’anni. Ebenstein per la prima volta dà ad Hayek quello che è di Hayek, con una ricchezza interpretativa che renderà duraturo e pressoché definitivo il presente lavoro.

(2009) pp. 678

ISBN: 978-88-498-2126-0

€. 40,00

SCHEDA LIBRO.


Friedrich von Hayek. Una biografia

Prima i fatti, poi le interpretazioni. Ha ragione Sergio Noto nella sua densa introduzione alla notevole ricostruzione della vicenda hayekiana scritta da Alan Ebenstein (Friedrich von Hayek. Una biografia,Rubbettino 2009, pp. 674, euro 40,00 ). Perché si può essere d’accordo o meno con Hayek, ma non va mai dimenticato che si tratta di uno dei massimi pensatori sociali (e dunque non solo “un economista”) del XX secolo. E che dunque va prima letto e poi eventualmente criticato  SEGUE.


Incontro con Peppe Dell’Acqua. Trent’anni dopo torna la vera storia dei protagonisti del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni. A cura di Eddi Bisulli

Incontro con Peppe Dell’Acqua. Trent’anni dopo torna la vera storia dei protagonisti del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni. A cura di Eddi Bisulli 

in: http://www.youtube.com/watch?v=OJoLFBy4Pfc

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Il grande successo in tv di “C’era una volta la città dei matti”, la fiction sull’opera di riforma di Franco Basaglia, ha portato l’attenzione del grande pubblico sull’”antipsichiatria”. Una bibliografia e interventi di Borgna e Galimberti per saperne di più., in http://www.feltrinellieditore.it/FattiLibriInterna?id_fatto=11192

Basaglia e antipsichiatria: bibliografia e interventi
Il grande successo in tv di “C’era una volta la città dei matti”, la fiction sull’opera di riforma di Franco Basaglia, ha portato l’attenzione del grande pubblico sull’”antipsichiatria”. Una bibliografia e interventi di Borgna e Galimberti per saperne di più.
Bibliografia

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RETE 180….UN PO’ DI STORIA ….

RETE 180….UN PO’ DI STORIA, UN PO’ DI NOI.

Tutto ha inizio durante una trasmissione televisiva, il “Maurizio Costanzo Show” a cui hanno partecipato alcuni ospiti del Centro Psico Sociale. Davanti ad una platea numerosa, uno dei pazienti affetto da delirio di persecuzione riesce a parlare della propria patologia con assoluto distacco, comportandosi con tranquillità ed in modo adeguato. Un episodio che fa riflettere e che fa maturare l’idea di un trattamento sanitario atipico: la radio (“La radio fa bene se la faccio, la tv fa male se la vedo”).

costanzo

Ciò viene rinforzato dalla conoscenza di un’esperienza lontana fisicamente ma vicina idealmente: “La Colifata”. Una radio nata nel 1991 a Buenos Aires all’interno di un Istituto Neuropsichiatrico che è diventata un modello di ispirazione per l’esperienza mantovana portando avanti un discorso in comune: la promozione della SALUTE MENTALE.
La struttura che ha fatto partire il progetto, l’Unità Operativa di Psichiatria dell’Azienda Ospedaliera Carlo Poma di Mantova, ha tutti i requisiti richiesti dalla direttiva, tra cui spiccano i reparti aperti, una rete capillare di ambulatori e la disponibilità a percorsi di inserimento lavorativo e socializzazione.

E’ la prima radio sperimentale nata il 10 ottobre 2003 in occasione della giornata mondiale della salute mentale; prende il nome dalla Legge 180 del 1978, rinominata legge Basaglia, che regola i trattamenti sanitari volontari e obbligatori per la malattia mentale e che “libera” e consente l’espressione di chi era silenziato.
Trasmette su internet 24 ore su 24 al sito www.rete180.it. La redazione suddivisa in: segreteria, parte tecnica e parte redazionale è formata da 12 redattori, due tutor, il Direttore Artistico (Dottore Enrico Baraldi) e l’Editore (Dottor Giovanni Rossi); è partita come progetto stabile e continuativo dal giugno 2006.

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C’era una volta la città dei matti, biografia personale e professionale di Franco Basaglia, regia di Marco Turco, con Fabrizio Gifuni e Vittoria Puccini, Rai Uno 7 e 8 febbraio 2010

La prima parte della miniserie prodotta da Claudia Mori sulla figura di Basaglia, C’era una volta la città dei matti, è stato il programma più visto in valori assoluti: ha registrato il 21,25% di share e 5.442.000 spettatori

http://www.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-5acb81fc-de6b-4ddf-8dde-85f3919fdd54.html


Vladimir Jankélévitch di fronte alla morte, con Enrica Lisciani Petrini, Uomini e profeti, Radio 3

Letture L’unica voltaVladimir Jankélévitch di fronte alla morte con Enrica Lisciani Petrini e Gabriella Caramore.La vita, l’amore e la morte nella visione del filosofo di origine ebriaca Vladimir Jankélévitch, morto a Parigi nel 1985. Guidati dalla studiosa Enrica Lisciani Petrini, approfondiamo in questa puntata la conoscenza del pensiero antidogmantico di Jankelevitch e le sue riflessioni sulla morale e sulla coscienza. Libri: Vladimir Jankélévitch, La morte, a cura di Enri…

[continua]

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Il volo del cuculo: 30 anni di applicazione della legge Basaglia

L’ascesa di Cina e India non è solo economica, ma anche militare e culturale. Non è piu’ scontato che ad esempio film e ricerche scientifiche, europei e americani si impongano in oriente. Si occupa di questi temi Martine Bulard, giornalista del mensile francese “Le Monde diplomatique” nel saggio “Chine – Inde – la course de l’éléphant et du dragon”, appena pubblicato in Francia dall’editore Fayard. Giancarlo Rossi ha intervistato l’autrice. « Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale ([...]); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento”. Queste parole sono di Franco Basaglia, passato alla storia, come colui che ha abolito i manicomi, le prendiamo dal suo libro piu’ famoso, “L’istituzione negata”, uscito nel ‘68 presso Einaudi. Ne parliamo perché ricorre quest’anno il trentesimo anniversario della legge 180, approvata dal parlamento il 13 maggio del ‘78, legge con cui appunto i manicomi dovevano essere chiusi. Un bilancio di questo percorso lo troviamo nel libro, “Il volo del cuculo”, di Luana Devita e Mimosa Martini, edizioni Nutrimenti. si tratta insieme di un saggio e di un racconto, con molte testimonianze di pazienti ed esperti, che possiamo vedere in presa diretta nel dvd allegato. Abbiamo sentito Luana Devita, psicoterapeuta e docente all’niversità La Sapienza di Roma.

MP3 della puntata

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POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI: autori classici

POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI:AUTORI “CLASSICI”

POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI: autori classici

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Ricordo di Giovanni Jervis

Ricordo di Giovanni Jervis

immagine evento

E’ morto a Roma Giovanni Jervis, grande intellettuale del 900 che iniziò la sua carriera con Ernesto De Martino e passò poi a lavorare con Basaglia diventando uno dei padri dell’antipsichiatria. Lo ricordiamo ascoltando alcuni dei suoi ultimi interventi a Fahrenheit scelti dall’archivio. La puntata del 25 agosto 2008, quando presentò il libro Un filo tenace, e quella del 18 aprile 2008, una puntata speciale che mandammo in onda in occasione dei 30 anni dalla Legge Basaglia ( prima parte della puntata sulla 180, seconda parte della puntata sulla 180).

Articolo su La Stampa di Mario Baudino

Radio 3 – Fahrenheit

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