i metodi stalinisti della deturpazione morale da parte del Pd e la risposta di Giulia Ichino


Uno dei metodi dello stalinismo storico era la deturpazione morale.
Bisognava distruggere l’immagine del “nemico”, prima ancora che le sue ragioni e motivazioni
Il vizio stalinista è molto radicato nella cultura di sinistra.
Pietro Ichino è abbandonato il Pd. E allora occorre distruggerlo anche attraverso sua figlia. Tipico anche dei loro nipotini delle brigate rosse. Gli stessi che vogliono fare la pelle a Pietro Ichino, dopo Enzo Biagi e Massimo D?Antona
Paolo Ferrario
Dal Blog di Pietro Ichino:
La notizia dell’Agenzia Adnkronos e il post di mia figlia Giulia su Facebook, 7 febbraio 2013, dopo la sconcertante accusa mossale da Chiara Di Domenico durante un incontro pubblico promosso a Roma dal Pd - Per parte mia posso solo aggiungere che non ho maispeso una sola parola per favorire in alcun modo l’assunzione di una persona da parte di un’impresa o di un ente pubblico; men che meno lo avrei fatto per mia figlia o per qualsiasi altro mio parente, per quanto stretto
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Giulia Ichino è in pratica costretta a racconatre come e effettivamente andata la sua vicenda lavorativa
Mia breve storia lavorativa, non perché pensi che possa appassionare qualcuno ma giusto per fare chiarezza.
Sono nata nell’aprile del 1978, quindi di anni oggi ne ho quasi 35.
Quando ne avevo 21, all’inizio del 2000, ho inviato il mio curriculum in Mondadori, mi hanno fatto fare una prova di correzione di bozze da casa. Ho lavorato come esterna, in ritenuta d’acconto, per un anno e nel 2001 mi è stato proposto di fare la sostituzione di una redattrice nel periodo del suo congedo di maternità: è stato allora che ho iniziato ad andare quotidianamente a Segrate, ed è stato un anno di lavoro con un contratto da co.co.co..
Al termine di quell’anno, anche a seguito del pensionamento di una collega che aveva improvvisamente lasciato scoperto un posto, mi è stata proposta l’assunzione: era il 2002 e mi è sembrata una proposta da accettare al volo. Avevo un inquadramento da impiegata, ho fatto la redattrice a lungo, poi sono diventata capo redattore di una collana e solo dopo qualche anno mi hanno proposto di fare la “junior editor” di Antonio Franchini. Dall’ottobre 2010 sono editor senior della narrativa italiana.
Sono fiera di aver fatto tutta la “gavetta” redazionale perché l’importanza della cura del testo, anche nei suoi aspetti più minuti, è uno dei cardini dell’editoria di qualità. Sotto la guida di Renata Colorni, Elisabetta Risari e Antonio Franchini, oltre che di tanti altri colleghi, ho imparato moltissimo prima di poter muovere, in anni più recenti, i primi passi autonomi nel lavoro di scelta e di publishing dei libri.
Ho lavorato al fianco di decine di scrittori, da Giuseppe Pontiggia e Carlo Fruttero a Margaret Mazzantini, Andrea Camilleri, Roberto Saviano, Francesco Guccini, Niccolò Ammaniti, Alessandro Piperno, Carmine Abate, Mauro Corona, Antonio Pennacchi, Chiara Gamberale, Daria Bignardi, Valerio Massimo Manfredi, Mario Desiati, Pietrangelo Buttafuoco, Paola Calvetti, Giuseppina Torregrossa, Fabio Genovesi e tanti tanti altri.
So bene di essere molto fortunata, e che la mia è una storia eccezionalmente felice per la generazione a cui appartengo. Ma se avessi voluto avere un percorso professionale agevolato da mio padre avrei studiato legge, e invece ho scelto un settore completamente diverso da quello in cui lui opera da sempre.
La mia è una storia positiva, che testimonia che qualche volta accade perfino nel nostro Paese che il merito e i giovani vengano valorizzati.
Spero che tutti noi italiani abbiamo l’intelligenza, il coraggio e lo slancio necessari a cambiare nel profondo il nostro mercato del lavoro, per redistribuire tra tutti i diritti e le tutele e porre fine al gravissimo, intollerabile apartheid che priva ogni giorno di dignità tanti lavoratori e famiglie. (g.i.)
IL COMMENTO DI PIETRO CITATI (Corriere della Sera del 9 febbraio 2013):
PORTARE UN COGNOME IMPORTANTE NON SIGNIFICA ESSERE RACCOMANDATI
Detesto il sistema di raccomandazioni che, dall’industria privata ai ministeri alla televisione alle banche ai giornali, ha riempito l’Italia di mediocrissimi funzionari, che hanno come solo merito quello di essere figli o nipoti o cugini o cognati di personaggi illustri. Ma forse i giornalisti dovrebbero stare attenti. Non è possibile confondere una redattrice editoriale straordinaria come Giulia Ichino con una raccomandata, solo perché è figlia di Pietro Ichino. Il Corriere della Sera (pagina 9) e la Repubblica (pagina 12) di ieri 8 febbraio 2013 informano che nei giorni scorsi c’è stata, a Roma, l’assemblea del Partito democratico. Durante l’assemblea Chiara Di Domenico, precaria di 36 anni, collaboratrice di diverse case editrici, ha detto: «Sono stanca di vedere assunti i figli di o le mogli di. Faccio i nomi: Giulia Ichino, assunta a 24 anni alla Mondadori». Riferimento che non può passare inosservato – scrive Alessandro Trocino sul Corriere – «perché il padre Pietro Ichino è un notissimo giuslavorista e perché ha da poco lasciato il Partito democratico per candidarsi con Monti». Il discorso ha entusiasmato la platea che ha applaudito freneticamente la Di Domenico, per otto minuti, e commosso Pier Luigi Bersani, che ha lasciato il suo posto per andare a abbracciarla.
Non so nulla di Chiara Di Domenico, ma credo che Bersani dovrebbe essere meglio informato prima di abbracciare i delegati del suo partito. Ho scritto una ventina di libri ho conosciuto alcuni redattori di case editrici che si sono occupati di questi libri. Due fra di essi sono stati curati, alla Mondadori, da Giulia Ichino, che era allora molto giovane. Non ho mai conosciuto un redattore più intelligente, sottile, colto, preparato, che possedesse così bene la lingua italiana e quelle straniere. Per me, è stata una fortuna lavorare con lei. Poi Giulia Ichino è diventata editrice e ha curato (consigliando, correggendo, riscrivendo) libri che hanno venduto milioni di copie. Mi pare giustissimo che oggi abbia un posto di rilievo alla Mondadori: lo avrebbe in qualsiasi casa editrice, qualsiasi posto occupasse.

Comunicazione tramite Deturpazione morale

Ribloggato da Segni di Paolo del 1948:

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C'è un metodo inaugurato prima da Lenin per sconfiggere con la politica i suoi avversari, poi da Stalin per eliminare prima politicamente e poi concretamente i suoi avversari e poi ancora da Togliatti per ritornare ad eliminare politicamente i suoi avversari.
Si fa così. Prima si dipinge in modo negativo il proprio avversario (l'argomento principe era quello di dire che era un  "traditore")  poi, una volta ottenuto il risultato di far apparire un certo "volto" di questa persona, si passa a demolire le sue opinioni opportunamente selezionate per far apparire quel volto in precedenza dipinto, infine si fa una proposta e si incita ad una azione (sberleffo, insulto, espulsione o, in extremis, eliminazione fisica)

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C’è un metodo inaugurato prima da Lenin per sconfiggere con la politica i suoi avversari, poi da Stalin per eliminare prima politicamente e poi concretamente i suoi avversari e poi ancora da Togliatti per ritornare ad eliminare politicamente i suoi avversari. Si fa così. Prima si dipinge in modo negativo il proprio avversario (l’argomento principe era quello di dire che era un “traditore”) poi, una volta ottenuto il risultato di far apparire un certo “volto” di questa persona, si passa a demolire le sue opinioni opportunamente selezionate per far apparire quel volto in precedenza dipinto, infine si fa una proposta e si incita ad una azione (sberleffo, insulto, espulsione o, in extremis, eliminazione fisica) In tal modo la strada è spianata e l’argomentazione può anche fare a meno di mettere in campo TUTTE le strategie argomentative che, tenendo conto della solida e duratura scaletta della retorica classica, dovrebbero essere : INVENTIO: inventario di tutte le questioni che sono in campo DISPOSITIO: loro disposizione in un discorso coerente ACTIO: dire le parole, formularle in espressione orale o scritta ELOCUTIO: usare tutta la propria arte oratoria (fra cui anche l’invettiva, che è la via semplice quando non si hanno argomenti plausibili) In teoria della comunicazione questo metodo si chiama: Comunicazione tramite Deturpazione morale. Si offre una immagine di comodo dell’interlocutore, si evita di entrare nel merito delle sue informazioni e dei suoi argomenti, si cerca una alleanza collusiva con il resto dell’uditorio (gruppo o lettori che siano), si conclude con una critica demolitoria.

Catone, … Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa …


“Si vitam inspicias hominum, si denique mores, cum culpam alios, nemo sine crimine vivit”:

Guardali, gli uomini, come vivono, mentre biasimano gli altri: nessuno è senza colpa.

Catone, Distici

nella traduzione di Giancarlo Pontiggia

Comunicazione tramite Deturpazione morale (“Character Assassination” per gli americani), scheda di Paolo Ferrario


C’è un metodo inaugurato prima da Lenin per sconfiggere con la politica i suoi avversari, poi da Stalin per eliminare prima politicamente e poi concretamente i suoi avversari e poi ancora da Togliatti per ritornare ad eliminare politicamente i suoi avversari.
Si fa così.

Prima si dipinge in modo negativo il proprio avversario (l’argomento principe era quello di dire che era un  “traditore”).

Poi, una volta ottenuto il risultato di far apparire un certo “volto” di questa persona, si passa a demolire le sue opinioni opportunamente selezionate per far apparire quel volto in precedenza dipinto, infine si fa una proposta e si incita ad una azione (sberleffo, insulto, espulsione o, in extremis, eliminazione fisica)

In tal modo la strada è spianata e l’argomentazione può anche fare a meno di mettere in campo TUTTE le strategie argomentative che, tenendo conto della solida e duratura scaletta della retorica classica, dovrebbero essere :

INVENTIO: inventario di tutte le questioni che sono in campo
DISPOSITIO: loro disposizione in un discorso coerente
ACTIO: dire le parole, formularle in espressione orale o scritta
ELOCUTIO: usare tutta la propria arte oratoria (fra cui anche l’invettiva, che è la via semplice quando non si hanno argomenti plausibili)

In teoria della comunicazione questo metodo si chiama: Comunicazione tramite Deturpazione morale. Gli americani usano una locuzione estremamente efficace per questo stile interpersonale: Character Assassination.

Si offre una immagine di comodo dell’interlocutore, si evita di entrare nel merito delle sue informazioni e dei suoi argomenti, si cerca una alleanza collusiva con il resto dell’uditorio (gruppo o lettori che siano), si conclude con una critica demolitoria.

Nella politica italiana gli specialisti di questa modalità comunicativa sono gli esponenti della Lega Nord, che hanno imparato da Berlusconi (Qui una mia ricostruzione storica della degradazione linguistica promossa da quest’ultimo)

Paolo Ferrario

Francis Bacon: Diffama sempre il tuo nemico. Vedrai che qualcosa resta nella memoria della gente.


Diffama sempre il tuo nemico. Vedrai che qualcosa resta nella memoria della gente.
Francis Bacon
(riportata in quanto connessa alla comunicazione tramite deturpazione morale)

Comunicazione tramite deturpazione morale


C’è un metodo inaugurato prima da Lenin per sconfiggere con la politica i suoi avversari, poi da Stalin per eliminare prima politicamente e poi concretamente i suoi avversari e poi ancora da Togliatti per ritornare ad eliminare politicamente i suoi avversari.
Si fa così. Prima si dipinge in modo negativo il proprio avversario (l’argomento principe era quello di dire che era un  “traditore”)  poi, una volta ottenuto il risultato di far apparire un certo “volto” di questa persona, si passa a demolire le sue opinioni opportunamente selezionate per far apparire quel volto in precedenza dipinto, infine si fa una proposta e si incita ad una azione (sberleffo, insulto, espulsione o, in extremis, eliminazione fisica)

In tal modo la strada è spianata e l’argomentazione può anche fare a meno di mettere in campo TUTTE le strategie argomentative che, tenendo conto della solida e duratura scaletta della retorica classica, dovrebbero essere :

INVENTIO: inventario di tutte le questioni che sono in campo
DISPOSITIO: loro disposizione in un discorso coerente
ACTIO: dire le parole, formularle in espressione orale o scritta
ELOCUTIO: usare tutta la propria arte oratoria (fra cui anche l’invettiva, che è la via semplice quando non si hanno argomenti plausibili)

In teoria della comunicazione questo metodo si chiama: Comunicazione tramite Deturpazione morale.

Si offre una immagine di comodo dell’interlocutore, si evita di entrare nel merito delle sue informazioni e dei suoi argomenti, si cerca una alleanza collusiva con il resto dell’uditorio (gruppo o lettori che siano), si conclude con una critica demolitoria.

Oggi il liberale Eugenio Scalfari ha usato il metodo comunista della deturpazione morale.

Lo ha fatto sapientemente, con il suo linguaggio levigato e – apparentemente – logico.

“Paola Binetti è senatrice cattolica. Ultracattolica. Di tanto in tanto porta il cilicio (l’ha detto lei) per mortificare il corpo e offrire a Gesù il suo sacrificio”

Inseguendo i più sanguigni detrattori ha di nuovo usato l’argomento del cilicio (essendo troppo intelligente e ultra-convinto della propria intelligenza ha con perfidia aggiunto che “l’ha detto lei” … già: chi avrebbe potuto altrimenti dirlo?) per denigrare moralmente l’avversaria di turno.

In tal modo ha potuto infischiarsene degli argomenti sostenuti dalla suddetta senatrice Binetti per la sua scelta di voto sul decreto “Espulsioni e Diritto di opinione”.

Gli era sufficiente lo schizzetto di fango.

Ecco il metodo staliniano della deturpazione morale usato da un liberale: parole sul filo del fioretto linguistico invece di celle e deportazioni. Sì , certo: meglio oggi che allora.

Non vado oltre. Volevo parlare di metodo, non di contenuti. Sul decreto ho già espresso una mia soggettiva analisi e valutazione.

Le motivazioni al suo voto della senatrice Paola Binetti sono Qui.