Politica dei Servizi Sociali di Paolo Ferrario – Appunti e Idee, Fonti raccolte da Gabriele De Ritis

Politica dei Servizi Sociali di Paolo Ferrario

Le Aule virtuali: cosa sono e dove sono

1. Le politiche sociali e le professioni di servizio - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

2. Schemi di analisi delle politiche sociali: il modello stato e mercato - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

3. Schemi di analisi delle politiche sociali: cultura-individuo-società - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

4. Schemi di analisi delle politiche sociali: il punto di vista delle istituzioni - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

5. La mappa/rete dei servizi alla persona e alla comunità - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

6. La Costituzione della Repubblica e le politiche sociali - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

7. Le politiche migratorie in Italia, 1999-2009

8. Analisi delle riforme: metodi e tecniche - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

9. Le politiche dei servizi sanitari in Italia dal 1978 ad oggi - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

10. Le politiche dei servizi sociali e socioeducativi alla luce della legge 328/2000 - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

11. I Comuni e le forme di gestione singola o associata dei servizi sociali e socioeducativi - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

12. Le forme di gestione dei servizi sociali e socioeducativi: appalti e accreditamenti

13. Le “Carte dei servizi sociali” come strumenti di comunicazione e di gestione dei servizi alla persona — Carte dei servizi, una tutela in più per il benessere individuale

14. I soggetti di “terzo settore”: differenze istituzionali — Lo spirito del dono, dal Natale al volontariato

15. Lo schema bisogni/domanda/offerta per l’analisi delle aree problematiche dei servizi alla persona

16. I PIANI DI ZONA NELLA LEGGE 328, in riferimento allo schema BDO

17, IL CONCETTO DI AGENDA POLITICA per il monitoraggio e l’analisi delle politiche sociali

18, LE BIOPOLITICHE, con particolare attenzione al TESTAMENTO BIOLOGICO

19, Le POLITICHE PER LE FAMIGLIE E I MINORI (includendo anche l’analisi delle BIOPOLITICHE DI INIZIO VITA: consultori, aborto) - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3)

20, LE POLITICHE PSICHIATRICHE - Audiolezione della Dispensa (in formato mp3) — C’era una volta la città dei matti, di Marco Turco, Film Rai Tv sulla vita professionale di Franco Basaglia

IL SISTEMA DI OFFERTA DELLA REGIONE LOMBARDIA, con particolare riferimento alle POLITICHE DEI SERVIZI per la POPOLAZIONE ANZIANA

Paolo Ferrario, Politica dei servizi sociali. Strutture, trasformazioni, legislazione, Carocci Editore, Roma, 2001, p. 493 (6° ristampa nel 2009) - Aggiornamenti in tempo reale ai temi del libro

da: Documentazione scientifica per la formazione degli Educatori dei Centri d’ascolto, a cura di Gabriele De Ritis


Paolo Ferrario, Metodi e tecniche di analisi delle regole normative in materia di politica dei servizi alla persona e alla comunità, Audiolezioni

la Dispensa didattica cui si fa riferimento  è qui:

Vai agli audio in formato .mp3:

1. Metodi e tecniche, pagine 1-10

2. Metodi e tecniche, pagine 11-20


SERVIZI DI SALUTE MENTALE. Le politiche legislative statali e della Regione Lombardia, a cura di Paolo Ferrario, 25 Novembre 2011, Università di Milano – Bicocca Laurea in Servizio Sociale Politiche legislative e servizi sociali

SERVIZI DI SALUTE MENTALE. Le politiche legislative statali e della Regione Lombardia, a cura di Paolo Ferrario, 25 Novembre 2011
 Mappa cognitiva: i fattori della domanda psichiatrica
 due schemi utili ad esaminare gli sviluppi delle politiche psichiatriche
 il ruolo determinante dello psichiatra Franco Basaglia. Le biografie e le politiche
 periodizzazione delle politiche legislative statali per la salute mentale
 Erving Goffman, il concetto di “istituzione totale”
 

 le leggi del primo novecento: consolidamento delle istituzioni manicomiali attraverso i ricoveri coatti la legislazione della fine anni sessanta: ospedali psichiatrici specializzati e servizi territoriali

 la legge simbolo “180/1978”: le procedure per i trattamenti sanitari obbligatori. Matrice delle regole e diagramma di procedura

 le politiche psichiatriche della Regione Lombardia: periodizzazione

  Mappa delle unità di OFFERTA: Area rialilitativa, area assistenziale, area sociale

 Dati sul sistema regionale dei servizi psichiatrici
 i successivi PIANI SOCIOSANITARI
 la situazione istituzionale degli OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI

da: Università di Milano – Bicocca Laurea in Servizio Sociale Politiche legislative e servizi sociali.


Paolo Ferrario, “Istituzioni di servizio e malattie terminali”, relazione al convegno “OSPEDALE E TERRITORIO VERSO LA CONTINUITA’ TERAPEUTICA ED ASSISTENZIALE: tra Governance e fiducia”, 11 novembre, dalle ore 9 alle 13,30 presso la Sala Conferenze della Facoltà di Scienze della Formazione in Piazzale S. Agostino 2 a Bergamo | POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI

Paolo Ferrario, “Istituzioni di servizio e malattie terminali”

relazione al


Audio lezione, Paolo Ferrario, Dispensa didattica n. 1: PROGRAMMA, METODO LAVORO E PRIMO TEMA: LE POLITICHE SOCIALI E LE PROFESSIONI DI SERVIZIO


ONLUS, scheda didattica


II dlgs 460/97 disciplina dal punto di vista fiscale gli enti non commerciali e introduce una nuova figura fi­scale, quella delle Organizzazioni non lucrative di uti­lità sociale (onlus).

Possono essere considerate onlus «le associazioni, i comitati, le fondazioni, le società coo­perative e gli altri enti di carattere privato, con o senza personalità giuridica, i cui statuti o atti costitutivi, redat­ti nella forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata» (cfr. dlgs 460/97 art. 10, comma 1).

Sono in ogni caso considerate onlus le organizzazioni di volontariato iscritte nei registri regionali (legge 266/91), le cooperative sociali (legge 381/91) e le orga­nizzazioni non governative (legge 49/87). Altri soggetti ammessi ad essere onlus sono: associa­zioni riconosciute e non riconosciute, società cooperati­ve, comitati, fondazioni ed altri enti, purché rispondano ai seguenti criteri:

Le onlus non devono avere fini di lucro e non possono distribuire eventuali utili neppure indirettamen­te.

• Attività. La loro attività principale deve essere di uti­lità sociale

• Bilancio. Le onlus devono redigere il bilancio o ren­diconto annuale. Le cooperative sociali restano assog­gettate alla normativa specifica.

• Ordinamento democratico. Le onlus devono posse­dere un ordinamento interno democratico, che preveda, cioè, norme omogenee ed effettive che regolano l’am­missione, l’espulsione ed i diritti dei soci. Lo statuto de­ve prevedere, per gli associati maggiori di età, il diritto di voto per l’approvazione e le modificazioni dello sta­tuto e dei regolamenti e per la nomina degli organi diret­tivi dell’associazione.

• Utilizzo della locuzione «onlus». Le onlus devono utilizzare la locuzione «organizzazione non lucrativa di utilità sociale», nella denominazione e in qualsiasi co­municazione rivolta al pubblico (come ad esempio le di­citure spa o srl dopo il nome delle società). Questa pre­scrizione può sembrare irrilevante ed invece risulta mol­to importante: numerosi riconoscimenti sono stati nega­ti per averla omessa.

I consorzi di cooperative, gli enti pubblici, le società commerciali, partiti e movimenti politici, sindacati, as­sociazioni di datori di lavoro, associazioni di categoria non possono assumere la qualifica di onlus.

Attività istituzionali e attività connesse

Le onlus devono svolgere la propria attività principale (istituzionale) in uno o più settori tra questi:

assistenza sociale e socio-sanitaria; beneficenza; tute­la e valorizzazione delle cose d’interesse artistico e sto­rico; tutela e valorizzazione dell’ambiente; ricerca scien­tifica di particolare interesse sociale.

• assistenza sanitaria; istruzione; formazione; sport dilet­tantistico; promozione della cultura e dell’arte; tutela dei diritti civili, solo se tali attività vengono rivolte a sogget­ti svantaggiati (intendendo come soggetti svantaggiati, non solo quelli previsti nel decreto relativo alle coopera­tive sociali di tipo B, ma anche altre categorie a rischio di esclusione: ad esempio profughi o minori a rischio). L’art. 10 vieta di svolgere attività diverse da quelle isti­tuzionali, ad eccezione di quelle definite come diretta­mente connesse.

Si considerano attività connesse:

•  quelle di assistenza sanitaria, istruzione, formazione, sport dilettantistico, promozione della cultura e dell’ar­te, tutela dei diritti civili, quando non dirette ai soggetti svantaggiati;

•  quelle «accessorie per natura a quelle istituzionali, purché integrative». Ad esempio, se un’associazione am­bientalista vende magliette per finanziare la propria campagna contro la deforestazione, l’attività istituziona­le è «la campagna di tutela della natura» e quella acces­soria è la vendita di magliette.

Le attività connesse sono soggette a due limiti:

1.  Qualitativo. Non devono essere prevalenti rispetto a quelle istituzionali, in termini di investimenti, ed impie­go delle risorse materiali ed umane.

2.  Quantitativo. I proventi delle attività connesse non devono superare il 66% delle spese complessive dell’or­ganizzazione.


Il cosiddetto SETTORE “NON PROFIT”


Il settore del “non profit” (chiamato anche del terzo settore) ormai da alcuni anni rappresenta una realtà importante nel tessuto sociale del nostro Paese.

Attraverso interventi privati soddisfa esigenze di rilevanza pubblica e contribuisce ad aumentare l’occupazione. Questi Enti, senza alcun fine di lucro, sono:

le cooperative sociali,

le organizzazioni di volontariato,

le associazioni sportive dilettanti,

organizzazioni di utilità sociali non lucrative (dette “ONLUS“)

le “pro loco” dei paesi.

Esiste un modo scientifico e riconosciuto a livello internazionale, per classificare il “non profit” (espressione che significa: “assenza di lucro” – che non deve, quindi esistere come primo ed esclusivo fine). Per essere riconosciuto come organismo “non profit“, un ente deve avere le seguenti cinque caratteristiche:

l’ente deve avere un atto costitutivo ed uno statuto (ricordiamoci che l’atto costitutivo è l’atto di fondazione, mentre lo statuto è il regolamento interno),

deve trattarsi di un ente privato,

l’ente non può distribuire profitti ai soci ( e, nel caso ne avesse, li deve reinvestire nelle sue attività),

deve essere autonomo (per meglio fare gli interessi della collettività),

deve servirsi dell’opera di volontari.

Disciplina fiscale

dal primo gennaio 1998 è entrata in vigore la nuova disciplina fiscale per gli enti non commerciali e le organizzazioni non lucrative di utilità sociale, prevista nel decreto legislativo del 4/12/1997 n. 460 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero uno del 2 gennaio 1998.

Prima non c’erano incentivi particolari per chi faceva una donazione ad un ente di beneficenza e non erano previsti sconti di rilievo sulle tariffe telefoniche, postali e sull’IVA. Anche se tale provvedimento non rappresenta la soluzione a tutti i problemi, è stato comunque accolto con favore dagli organismi di questo tipo, per gli sconti fiscali, che vanno dall’esenzione sostanziale delle imposte sui redditi, alle agevolazioni sull’IVA. In pratica, quindi, con tale legge sono stati introdotti sconti fiscali a queste categorie “non profit“:

gli enti non commerciali,

le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS)

La legge si compone di 30 articoli, suddivisi in due sezioni. La prima sezione (articoli da 1 a 9) introduce modifiche alla normativa tributaria degli enti non commerciali (imposte sul reddito ed imposte sul valore aggiunto).

La seconda sezione (articoli da 10 a 29) introduce le disposizioni riguardanti le organizzazioni non lucrative di utilità sociali (ONLUS). A favore di tale organismo, il legislatore ha previsto agevolazioni ai fini delle imposte dirette ed indirette, ma nello stesso tempo ha imposto vincoli e precisi obblighi contabili dell’organizzazione. L’articolo 10 della citata legge stabilisce i presupposti per ottenere la qualifica di ONLUS, che sono i seguenti:

presupposti soggettivi

dice testualmente l’articolo 10 della citata legge: “…sono organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS) le associazioni, i comitati, le fondazioni, le società cooperative e gli altri enti di carattere privato, con o senza personalità giuridica, i cui statuti o atti costitutivi, redatti nella forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata o registrata, prevedono espressamente lo svolgimento di attività in uno o più dei seguenti settori: assistenza sociale e socio sanitaria – assistenza sanitaria – beneficenza –istruzione – formazione – sport dilettantistico – tutela, promozione e valorizzazione delle cose d’interesse artistico e storico… – tutela e valorizzazione della natura e dell’ambiente… – promozione della cultura e dell’arte – tutela dei diritti civili – ricerca scientifica di particolare interesse sociale… – l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale…”

presupposti oggettivi

nell’atto costitutivo (che è una specie di atto di nascita dell’ente) e nello statuto (che è il regolamento dell’ente) deve essere scritto:

che l’ente deve svolgere solo attività di solidarietà sociale e nient’altro. E si intendono svolti i fini di solidarietà sociale, quando questi sono diretti a portare benefici alle persone svantaggiate (per condizioni fisiche, psichiche, economiche, familiari). Chiaramente questi fini di solidarietà sociale possono essere svolti nei settori dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, della formazione, dello sport dilettantistico, della cultura, dell’arte, ecc;

il divieto di distribuire utili, di qualsiasi tipo, durante l’esistenza e l’operatività dell’organizzazione (salvo, ovviamente, che la stessa legge preveda il contrario in certi casi). Tali utili, quando esistono, devono essere usati per le attività dell’ente;

l’obbligo, in caso di scioglimento, di dare l’intero patrimonio ad altre organizzazioni di utilità sociale (che non siano lucrative) o a fini che siano, comunque, di pubblica utilità;

è, poi, assolutamente obbligatorio redigere (cioè scrivere) il bilancio, alla fine di ogni anno (si dice anche: alla fine di ogni esercizio).

Ed ancora, l’articolo 8 della legge citata afferma che “sono in ogni caso considerate Onlus, nel rispetto della loro struttura e della loro finalità, gli organismi di volontariato di cui alla legge 11 agosto 1991 n. 266 (che riportiamo nelle sue parti più significative), iscritti nei registri istituiti dalle regioni e dalle province autonome di Trento e di Bolzano….”

Ribadisce, poi, la legge in esame, all’articolo 10, che “non si considerano in ogni caso Onlus gli enti pubblici, le società commerciali diverse da quelle cooperative,…..i partiti ed i movimenti politici, le organizzazioni sindacali, le associazioni di datori di lavoro e le associazioni di categoria”.

Ricordiamo, infine, che il successivo articolo 11 prevede la istituzione, presso il Ministero delle Finanze, dell’anagrafe unica delle Onlus.


FONDAZIONI, scheda didattica


La fondazione è regolata dagli articoli che vanno dal 12 al 35 del Codice civile. A differenza dell’associazione -che ha carattere personalistico – l’elemento base della fondazione è il patrimonio.

La fondazione di solito è costituita con un atto unilatera­le (un testamento o una donazione) attraverso il quale un patrimonio è devoluto al raggiungimento di un determi­nato scopo (di solito di pubblica utilità).

La fondazione gode sempre di personalità giuridica. Il riconoscimento avviene con decreto del presidente della Repubblica o del presidente della Regione (se l’ambito d’azione è quel­lo regionale). La fondazione non è una struttura demo­cratica e gli organi (gli amministratori e il collegio dei revisori) sono deputati solo all’amministrazione del pa­trimonio. Per la rilevanza dell’elemento patrimoniale, i controlli dell’autorità pubblica sono molto stringenti.

Le fondazioni pos­sono svolgere direttamente attività volte a perseguire i fini statutari, oppure possono occuparsi esclusivamente della gestione del patrimonio, finanziando altri soggetti che svolgono attività ritenute meritevoli dagli ammini­stratori.

Merita un approfondimento una diversa fattispecie di fondazione, regolata con il decreto legislativo n. 153 del 1998, la fondazione bancaria.

La legge Amato del 1993 prevede che le fondazioni ban­carie non abbiano più partecipazioni di maggioranza nelle casse di risparmio, per evitare che la maggior par­te del patrimonio risulti ad esse vincolato e per far sì che la loro attenzione si fecalizzi sul raggiungimento di sco­pi di utilità sociale.

Con una recente modifica del loro statuto, in base al dlgs 153/98, le fondazioni bancarie devono per legge devol­vere una percentuale dei proventi del loro patrimonio in attività o progetti di rilevanza sociale. Il decreto indivi­dua sei settori rilevanti, nei quali la fondazione può sce­gliere di impiegare il proprio patrimonio: assistenza e sanità; ricerca scientifica; attività culturali; arte; am­biente; istruzione. Essa può decidere di erogare denaro ad organizzazioni non profit che operano nei sei settori individuati, oppure può decidere di svolgere direttamen­te attività d’impresa nei suddetti settori, un’attività stru­mentale al raggiungimento dello scopo di utilità sociale.


ASSOCIAZIONI, Scheda didattica a cura di Paolo Ferrario

Le associazioni

La libertà di associazione è riconosciuta dall’ari. 18 del­la Costituzione. Nonostante l’importanza dell’associa­zione, poche sono le norme che la riguardano. La forma dell’associazione è regolata dall’articolo 12 e dagli arti­coli che vanno dal 14 al 24 del Codice civile.

Le associazioni si dividono in associazioni riconosciute (in minoranza) e non riconosciute (la maggior parte).

Le associazioni riconosciute hanno autonomia patri­moniale, che implica la responsabilità limitata dei soci. Questo significa che per le obbligazioni assunte in no­me e per conto dell’associazione, risponde l’associazio­ne stessa. Proprio in virtù dell’autonomia patrimoniale, la legge detta norme sulla forma e sul contenuto dell’at­to costitutivo o dello statuto, in materia di assemblea (convocazione e maggioranze), di esclusione dei soci. La richiesta di riconoscimento deve essere effettuata presso la prefettura o presso la Regione di appartenen­za. La legge prevede un controllo sullo status patrimo­niale in riferimento allo scopo da perseguire. La regi­strazione presso il Tribunale deve avvenire entro 15 giorni dal riconoscimento. Sono sottoposti all’obbligo di registrazione i seguenti atti: modifiche dell’atto co­stitutivo e dello statuto (modifiche che vanno approvate dall’autorità governativa); trasferimenti di sede; sosti­tuzione degli amministratori; deliberazioni di sciogli­mento.

Le associazioni non riconosciute non godono di auto­nomia patrimoniale e responsabilità limitata, per cui la responsabilità patrimoniale è di coloro che hanno agito in nome e per conto dell’associazione. Ad esempio, chi firma un assegno per conto di un’associazione non rico­nosciuta, risponde con il suo patrimonio personale. Gran parte delle associazioni presenti in Italia non fanno ri­chiesta per il riconoscimento.

Per costituire un’associazione sono necessarie almeno tre persone. Per prassi si redigono l’atto costitutivo (atto che sancisce la costituzione dell’associazione) e lo sta­tuto (atto che regola il funzionamento dell’associazione), che sono necessari se si vogliono richiedere fondi pubblici ed agevolazioni, ma non sono obbligatoli. Gli atti possono essere registrati presso un notaio (via più semplice ma più costosa)  oppure presso l’ufficio del registro comunale presente in ogni città.

Lo statuto in genere contiene: la denominazione; lo sco­po; la sede; regole sull’ordinamento interno e l’ammini­strazione; il patrimonio (obbligatorio per le associazioni riconosciute); i diritti e gli obblighi degli associati e le condizioni delle loro ammissione.

I soci possono essere sia persone fisiche che giuridiche. Gli organi di un’associazione di norma sono:

l’assemblea (che si riunisce almeno una volta l’anno per l’approvazione del bilancio, la nomina degli altri or­gani, la determinazione dell’indirizzo dell’associazione, le modificazioni dello statuto);

• il presidente (a cui in genere spetta la rappresentanza dell’associazione);

• il comitato esecutivo, o direttivo (un organo che rego­la la vita interna dell’organizzazione);

• il tesoriere (che si occupa delle questioni amministrative);

• se i soci fondatori lo ritengono opportuno possono es­sere inserite altre figure di rappresentanza (come il vice­presidente), o di controllo (i revisori dei conti o i probi­viri, il comitato dei garanti).

La legge 383/2000 disciplina il riconoscimento e la co­stituzione delle associazioni di promozione sociale: il testo approvato detta le regole fondamentali e le norme per la valorizzazione dell’associazionismo di promozio­ne sociale. Sono considerate associazioni di promozione sociale sia le associazioni riconosciute che quelle non ri­conosciute, costituite con l’intento di svolgere attività di utilità sociale a favore degli associati e di soggetti terzi.

II testo di legge esclude che i partiti politici, i sindacati, le associazioni di categoria e tutte quelle associazioni che hanno come finalità la tutela degli interessi econo­mici degli associati possano considerarsi associazioni di promozione sociale.

Nello statuto devono essere espressamente previste, tra l’altro, norme sull’ordinamento interno ispirate ai prin­cipi di democrazia e di uguaglianza tra gli associati e l’obbligo di reinvestire l’eventuale avanzo di gestione nelle attività istituzionali. In caso di scioglimento del­l’associazione, il patrimonio residuo dev’essere devolu­to a fini di utilità sociale (così come è espressamente previsto dal decreto sulle onlus). La legge ha previsto l’iscrizione presso registri nazionali (per le associazioni di rilevanza nazionale), registri regio­nali e provinciali. In tali registri devono risultare l’atto co­stitutivo, lo statuto, la sede e l’ambito territoriale di attività.


Karl Polany, economista e sociologo, Scheda sull’opera

Karl Polany (1886-1964) è un classico studioso delle scienze sociali contemporanee che ha offerto contributi di  rilievo

allo studio dei rapporti tra economia e società,

alla critica del paradigma dominante in economia,

alla analisi delle istituzioni economiche

e alla interpretazione dei meccanismi istituzionali e delle contraddizioni della società industriale.

Polany è un autore dell’approccio istituzionalista. Per lui l’economia è inserita o incorporata nella società, e i processi economici

del produrre,

del distribuire

e dell’allocare risorse

sono attività essenziali di ogni società che, tuttavia si svolgono entro quadri istituzionali diversi, ovvero con motivazioni, significati, leggi e ordinamenti differenti.

Il rapporto tra economia e società si configura per Polany in modo diverso nelle diverse epoche storiche. Egli afferma infatti che di regola, l’economia dell’uomo è immersa nei suoi rapporti sociali e che “l’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel possesso di beni materiali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione sociale, le sue pretese sociali, i suoi vantaggi sociali

L’eccezionalità del capitalismo moderno consiste nel fatto che in esso “non è più l’economia ad essere inserita nei rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali ad essere inseriti nel sistema economico” fino al punto di una “conduzione accessoria ” della società rispetto al mercato regolato da prezzi.
Per Polany l’economia si sottrae al controllo della società e subordina alle proprie esigenze gli altri aspetti della vita sociale.
Il nucleo centrale della critica di Polanyi è costituito da tre grandi centri di attenzione strettamente collegati:
1) L’economia di mercato e le sue contraddizioni;
Una economia di mercato è un sistema economico controllato, regolato e diretto soltanto dai mercati; l’ordine nella produzione e distribuzione delle merci è affidato a questo meccanismo autoregolantesi. Una economia di questo tipo deriva dalla aspettativa che gli esseri umani si comportino in modo tale da raggiungere un massimo di guadagno monetario.
2) Il mercato autoregolato che rappresenta l’istituzione fondamentale del capitalismo liberale;
Un mercato autoregolato richiede:
- la separazione istituzionale della società in una sfera economica ed una politica;
- l’esistenza di istituzioni economiche separate;
- una economia di mercato deve comprendere tutti gli elementi dell’industria compreso il lavoro, la terra e la moneta (concetto di merce);
3) la pretesa della teoria economica classica e neo classica di attribuire validità universale al paradigma economico mezzi – fini.

Polany contesta la validità universale delle leggi dell’economia classica e neo-classica, che viene relativizzata come efficace modello interpretativo della sola economia di mercato. La pretesa universalistica di tale disciplina nasce, secondo Polanyi, dalla “fallacia economicistica “, ovvero dall’errore logico di confondere due significati distinti del concetto di economia, quello “sostanziale ” che definisce il rapporto istituzionalizzato tra gli uomini e il loro ambiente naturale e sociale, diretto al soddisfacimento dei bisogni, e quello “formale ” che deriva dal rapporto logico tra mezzi e fini e implica la scarsità dei mezzi e la scelta tra alternative.
Ora mentre l’aspetto fisico dei bisogni dell’uomo fa parte della condizione umana e, quindi, nessuna società, può esistere senza possedere un qualche tipo di economia sostanziale, il meccanismo offerta-domanda-prezzo è, invece, un istituzione relativamente moderna, avente una struttura specifica che non è facile costituire né fare funzionare.
La fallacia economicistica è a sua volta imputabile allo sviluppo, negli ultimi due secoli di storia dell’Europa occidentale e dell’America, di un’organizzazione delle condizioni della sopravvivenza umana, costituito da un sistema di mercati regolatori dei prezzi, in cui gli atti di scambio effettuati in tale sistema comportano scelte tra mezzi scarsi, e “il significato formale e quello sostanziale di economia vengono in pratica a coincidere ” alimentando la convinzione che vi sia un unico modo di istituzionalizzazione delle attività economiche nei vari tipi di società.
Già nella Grande Trasformazione vi è una critica del postulato dell’homo oeconomicus. Scrive Polany che i “suggerimenti di A. Smith sulla psicologia economica dell’uomo primitivo erano tanto falsi quanto la psicologia politica del selvaggio di Rousseau. La divisione del lavoro, un fenomeno antico quanto la società, nasce da differenze inerenti al sesso, alla geografia e alle doti individuali e la presunta disposizione dell’uomo al baratto, al commercio e allo scambio è del tutto apocrifa “.
La critica dell’economia diventa più aspra con riferimento ai successori di A. Smith. Mentre Smith e Marx sono, infatti, in parte “risparmiati” per la loro capacità di concepire l’attività economica entro un preciso contesto sociale, Ricardo, Malthus e Townsend sono violentemente criticati per il loro naturalismo, cioè per la loro pretesa di considerare le leggi contingenti del modello di mercato come leggi di natura e universalmente valide. “Mentre gradualmente si apprendevano le leggi che governano un’economia di mercato, queste leggi venivano poste sotto l’autorità della natura stessa. La legge dei rendimenti decrescenti era una legge della fisiologia delle piante, la legge malthusiana della popolazione rifletteva il rapporto tra la fecondità dell’uomo e quella del suolo” e la disponibilità di cibo costituiva il limite naturale oltre il quale gli esseri umani non potevano moltiplicarsi, cosicché la fame diventa l’unico criterio regolatore di una società di “liberi “individui nella parabola delle capre e dei cani, ricordata da Townsend.
Secondo Polany il paradigma economico dominante concepisce la società economica come sottoposta a leggi che non sono leggi umane. Per trovare approcci alternativi capaci di reintegrare la società nel mondo umano bisogna superare decisamente i confini del pensiero economico. Marx si muove nella direzione giusta, ma a causa della sua troppo stretta aderenza a Ricardo e alle tradizioni dell’economia liberale resta nel paradigma economicstico.
Particolarmente severo è il giudizio sugli economisti neo- classici come Von Mises (nel 1920 aveva proclamato un vero e proprio manifesto liberale – Solo il libero mercato consente di misurare attraverso la formazione dei prezzi, la scarsità relativa delle risorse e quindi evidenzia la irrazionalità della pianificazione), Hayek e Robbins.
Polany non critica tanto le categorie dell’analisi economica quanto il suo quadro ideologico generale, l’utilitarismo, l’individualismo, il formalismo razionale, il naturalismo a-storico. Razionalismo, individualismo e spirito acquisitivo, costituiscono per Weber e Sombart i valori fondamentali della cultura borghese che tanta parte ha svolto nell’affermazione del capitalismo di mercato, mentre il naturalismo nasce dal tentativo consapevole di Smith di fondare l’autonomia della scienza economica mutuando il metodo delle scienze della natura. Anche Polanyi attribuisce grande importanza a questi orientamenti culturali, ma mette in luce soprattutto l’influenza negativa da essi esercitata nel favorire un’istituzione come il mercato autoregolato che ha subordinato la società all’economia.
Lo sforzo di Polanyi è rivolto a mostrare come esistano forme di istituzionalizzazione delle attività economiche diverse dallo schema mezzi – fini.
Più specificatamente, Polanyi si sforza di dimostrare che il complesso concorrenziale mercato-moneta-prezzo, che opera nel contesto giuridico della proprietà privata e del libero contratto e nel contesto culturale dell’economizzare, “è stato assente e ha svolto un ruolo subordinato durante la maggior parte della storia umana“. Ciò appare chiaro se si ritorna alla nozione di economia e si esaminano i diversi contesti istituzionali in cui tale sfera opera.
L’analisi dell’economia come processo istituzionale è necessaria non solo per comprendere realtà diverse dal capitalismo liberale, ma anche per comprendere i problemi specifici della società contemporanea emersa dalla crisi del mercato autoregolato, correggendo la distorsione prodotta dalla fallacia economicistica e contribuire, quindi, alla loro soluzione.
Sostenendo che il significato sostanziale di economia è quello universale e il significato formale quello storicamente contingente, il lavoro di Polany è teso a dimostrare che i principi dell’economizzare non sono universalmente presenti. Le analisi del commercio, della moneta, dei mercati, che costituiscono l’oggetto privilegiato della sua indagine perché sono più facilmente oggetto di fraintendimenti dovuti all’impiego delle categorie dell’economia formale, mostrano che “i rapporti interpersonali basati sul dare e ricevere sono tipicamente incorporati in una vasta rete di impegni sociali e politici che non consentono agli individui di massimizzare i vantaggi economici ottenuti in queste relazioni” e aprono la strada alla elaborazione di una teoria “dei movimenti appropriativi” dei fattori della produzione.

La tesi della eccezionalità del capitalismo liberale e la critica della teoria economica formale diedero vita a un ampio e composito progetto di studi e ricerche interdisciplinari, ispirate da Polany, sulle società primitive e le società antiche, che si proponevano di dimostrare l’esistenza di meccanismi istituzionali di integrazione sociale dell’economia diversi dal mercato autoregolato e di sostenere l’esigenza di categorie di analisi diverse dallo schema domanda offerta prezzo.
Il risultato teorico più interessante scaturito dai risultati di queste ricerche è la concezione dell’economia come processo istituzionalizzato e la connessa tipologia delle forme di integrazione, transazione o appropriazione.
Dunque Polany concepisce l’economia, nel suo significato sostanziale, come un processo istituzionalizzato di interazione tra l’uomo e il suo ambiente, che da vita a un continuo flusso di mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni. Uomini, mezzi materiali, capitali, conoscenze tecniche, tutto ciò che contribuisce alla produzione deve spostarsi da una parte all’altra della società e i prodotti di questa attività devono essere ridistribuiti tra i membri della società. Accanto ai movimenti fisici acquistano fondamentale importanza i movimenti appropriativi, derivanti sia da transazioni che da disposizioni.
L’organizzazione sociale del potere appropriativo costituisce quindi, la matrice istituzionale che ordina i rapporti economici tra gli uomini e definisce il posto dell’economia nella società, nel senso che individua le condizioni sociali da cui scaturiscono le motivazioni individuali e l’insieme dei diritti e dei doveri che sanciscono i movimenti con cui i beni e le persone partecipano al processo economico.
Lo studio del modo in cui i sistemi economici concreti sono istituzionalizzati, cioè acquistano stabilità e unità viene effettuato mediante una tipologia che identifica tre schemi di integrazione o modi di transazione fondamentali:

  • la reciprocità,
  • la ridistribuzione
  • e lo scambio

Reciprocità e ridistribuzione svolgeranno un ruolo centrale nel pensiero di Polany.
Nel linguaggio corrente, tali concetti sono spesso impiegati per indicare rapporti tra persone. Ma nell’accezione di Polany non si tratta di semplici aggregati di comportamenti individuali, ma di strutture che identificano i tipi di provvedimenti istituzionali che regolano i rapporti tra i partecipanti al processo economico.
Queste strutture comportano diverse modalità di distribuzione nello spazio:”La reciprocità sta ad indicare movimenti tra punti correlati di gruppi simmetrici (principio di simmetria); la ridistribuzione indica movimenti appropriativi in direzione di un centro e successivamente provenienti da esso (principio di centricità); lo scambio si riferisce a movimenti bilaterali che si svolgono tra due “mani” in un sistema di mercato“.
I comportamenti di reciprocità tra le persone integrano l’economia solo se esistono strutture organizzate simmetricamente come il sistema parentale, gli atti di ridistribuzione presuppongono l’esistenza di un centro politico che raccoglie e alloca risorse e gli atti di scambio tra individui producono prezzi solo quando hanno luogo i mercati regolatori dei prezzi.
Ciascuna delle tre forme identifica i principi di organizzazione sociale e moventi di azione che si possono applicare ad aree ampie ed eterogenee di attività sociale: “la tacita mutualità tipica della sfera sociale dei rapporti affettivi diretti (nella famiglia, nel gruppo amicale, nella comunità, ecc.) il controllo razionale, rivolto a fini collettivi, delle regole formali e dell’autorità centrale e l’interesse personale economicamente razionale dei rapporti di scambio“. Così intese, queste forme potrebbero essere denominate i principi sociale, politico ed economico dell’ordinamento della società.
Nella tipologia delle forme di integrazione di Polany vi sono due questioni aperte che è opportuno esaminare per valutarne il grado di compiutezza teorica, e cioè il problema della dominanza delle diverse forme di integrazione nelle diverse situazioni storiche e delle loro sequenze temporali e il problema dei meccanismi di transizione da una forma all’altra.
Polany dice chiaramente che le “forme di integrazione non rappresentano <stadi> dello sviluppo e non implicano alcuna sequenza temporale, e che, a fianco della forma dominante possono esisterne diverse altre, secondarie, e la stessa forma dominante può ricomparire dopo un periodo di eclisse temporanea“.
Polany, ostile ad una economia dominata unicamente dal mercato (ma lo è anche nei confronti di una economia rigidamente pianificata) non considera il capitalismo di mercato come il risultato di un processo storico di accumulazione del capitale e di liberazione della forza lavoro, di razionalizzazione degli orientamenti culturali e delle istituzioni, o di esplicazione delle energie dell’innovazione imprenditoriale, ma come la situazione storica in cui la forma di mercato autoregolato è dominante.
La sua ferma negazione della possibilità di configurare una sequenza di stadi nasce dal timore di presentare il capitalismo liberale come fase superiore dello sviluppo della società umana.

Polany va apprezzato in particolare per la sua critica della pretesa di universalità della teoria economica classica e neo classica, e per il suo apporto alla costruzione di un modello esplicativo del posto dell’economia nella società che si fonda sulla tipologia degli schemi di integrazione. L’ individuazione di una contraddizione del mercato autoregolato che è costretto ad asservire alla sua logica, la società, ed è nel contempo vittima della sua reazione, conserva una notevole forza interpretativa. E la critica dei modelli evoluzionistici e monocausali, che vedono nell’economia di mercato l’approdo naturale della storia umana e nello scambio utilitaristico la logica di forma regolativa per eccellenza dei rapporti sociali è molto attuale.
Basti pensare all’attuale dibattito sulla crisi e la riforma del welfare state, che Polany considerava come un movimento tendente a reincorporare l’economia nella società, e agli studi recenti intesi a porre in luce la crescente importanza di forme di economia informale e diffusa in tutti i paesi tardo – industriali, che offrono testimonianze diverse circa l’attualità delle tesi polanyane, come verifica della tesi della coesistenza di diversi schemi di integrazione dell’economia in una società storicamente data e della riemergenza di forme ritenute scomparse.
Dalla sua opera si possono trarre indicazioni assai stimolanti per affrontare alcune questioni fondamentali della ricerca storico/economica e socio/antropologica, e, in particolare: la questione del rapporto tra i tre schemi di integrazione e del passaggio dall’uno all’altro nelle varie situazioni storiche; il problema della perdurante importanza della reciprocità e della ridistribuzione in una società i cui valori egemoni sono l’individualismo e il razionalismo utilitaristico; la questione delle tensioni tra reciprocità e scambio, ovvero tra solidarietà ed efficienza e tra ridistribuzione e scambio, ovvero tra stato e mercato; la questione normativa, infine, della combinazione delle tre forme più adeguata a gestire i complessi problemi della società tardo industriali contemporanee.
Contribuendo ad analizzare le contraddizioni del complesso rapporto economia società e stimolando la ricerca intorno a questioni centrali nel dibattito intellettuale contemporaneo, Polanyi può costituire un efficace antidoto sia contro i difensori del mercato e del neo utilitarismo, sia contro i loro avversari sostenitori dell’economia pianificata.

“La grande trasformazione” è l’opera fondamentale di Polany; un opera al confine tra diverse discipline: Economia, sociologia, Storia, Antropologia. Scopo dell’opera è analizzare le origini politiche ed economiche e le cause del crollo di quella che Polany definisce ” la civiltà del diciannovesimo secolo “, ovvero del capitalismo industriale moderno, e in particolare la crisi della sua istituzione fondamentale, il mercato autoregolato, “fonte e matrice ” del sistema e innovazione fondamentale che ne spiega il carattere storicamente specifico e l’entità della grande trasformazione che esso ha comportato.
La tesi centrale è che il mercato autoregolato implicava una grande utopia, poiché esso non poteva esistere a lungo “senza annullare la sostanza umana e naturale della società“, cioè distruggendo l’uomo fisicamente e trasformando il suo ambiente in un deserto. Era quindi inevitabile che “la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso, essa ostacolava l’autoregolazione del mercato, disorganizzava la vita industriale e metteva così in pericolo la società in un altro modo”. Fu questo dilemma a spingere lo sviluppo del sistema di mercato in un solco preciso ed infine a far crollare l’organizzazione sociale che si basava su di esso.
La semplicità e unilateralità della sua tesi, Polany la giustifica in base alla straordinaria importanza del meccanismo istituzionale costituito dal mercato autoregolato per la nascita, lo sviluppo e la sopravvivenza di quel particolare stadio della storia della civiltà industriale, che è il capitalismo del XIX secolo.
Polany condivide con Marx la convinzione di una ineliminabile contraddizione nell’operare della società capitalistica. A differenza di Marx tuttavia egli identifica nel mercato e non nei rapporti sociali di produzione, il nucleo centrale del sistema e non considera questa società come il punto più alto dello sviluppo finora raggiunto dalla società umana, sia pure ancora appartenente alla “preistoria ” del genere umano, ma quasi, un caso patologico che non può che chiudersi tra i contorcimenti di una crisi violenta, perché ha violato alcuni principi fondamentali dell’integrazione sociale. Vi è, quindi un rovesciamento ancora più radicale che in Marx delle analisi e degli assunti dell’economia politica classica e del pensiero liberale. Non sono tanto le categorie di analisi della teoria economica che vengono criticate, ma i postulati utilitaristici e individualistici e l’abbandono da parte del pensiero economico liberale di una concezione che sappia inquadrare le attività economiche nei rapporti sociali.
Nel capitalismo liberale Polany individua una contraddizione di fondo, un conflitto insanabile tra mercato e società. L’economia, strutturandosi sulla base del mercato autoregolato, si è infatti separata radicalmente dalle altre istituzioni sociali e ha costretto il resto della società a funzionare secondo le leggi della sua propria organizzazione, trasformando in merci il lavoro e la terra e minacciando così di distruggere la natura e l’uomo. Di fronte a questo pericolo la società ha sviluppato processi di difesa che, a loro volta, hanno ostacolato il meccanismo fondamentale dello sviluppo capitalistico.
Buona parte della “La grande trasformazione” è dedicata all’analisi del “doppio movimento” originato dal tentativo di controllare questa contraddizione di fondo, cercando di far coesistere il meccanismo istituzionale del mercato libero e autoregolato con una serie di controlli sulle transazioni di forza lavoro, capitali e risorse naturali che rispondono a esigenze di integrazione e stabilità sociale. Questa situazione conduce ad uno scontro tra:
- liberalismo economico e protezione sociale, che hanno portato ad una forte tensione istituzionale;
- conflitto fra le classi che interagendo col primo punto ha portato alla catastrofe fascista:
Dopo l’enunciazione della tesi centrale del libro, Polany delinea nei primi due capitoli un affresco del capitalismo liberale del XIX secolo, ponendo l’accento sulle istituzioni e gli attori sociali fondamentali che hanno garantito una pace secolare dal 1815 al 1914. L’equilibrio di potere tra le grandi potenze del concerto europeo, ha avuto nell’agire dell’alta finanza internazionale il suo garante principale, e nella base aurea (moneta come mezzo di scambio legato all’oro; conseguenze: da un lato stabilità dei cambi che favorisce il commercio internazionale, dall’altra la crescita di importazione provoca un deflusso dell’oro ed una riduzione della quantità di moneta circolante e disponibile per pagamenti interni con la conseguenza di un calo delle vendite che colpisce le attività produttive e genera disoccupazione) e nel governo democratico costituzionale , i due requisiti istituzionali essenziali.
Ma l’istituzione fondamentale di tale assetto è stato il mercato autoregolato, e’ infatti l’emergere non più controllato delle sue contraddizioni latenti che determina la crisi delle altre istituzioni, dalla base aurea alla democrazia parlamentare , all’equilibrio pacifico tra le potenze, sconvolgendo la civiltà del XIX secolo.
Per comprendere i conflitti contemporanei è dunque necessario, secondo Polany, risalire alle origini del capitalismo liberale e analizzare le cause e le conseguenze di “quel rivolgimento sociale e tecnologico dal quale era sorta nell’Europa occidentale l’idea di un mercato autoregolato“. E dalla ricostruzione della crisi contemporanea si passa alla individuazione della specificità di un sistema economico di mercati autoregolati.
La ricostruzione delle origini del capitalismo industriale pone l’accento soprattutto sugli effetti dirompenti della introduzione della macchina e sui deliberati interventi del potere statale per liberalizzare i mercati del lavoro e della terra.
A Polany interessa l’identificazione di un meccanismo istituzionale di regolazione dell’economia, del tutto nuovo rispetto al passato e le contraddizioni che esso suscita, espresse nel doppio movimento del mercato auto regolato e della autodifesa della società. L’opera è costruita attorno a questo contrappunto che è espresso nei titoli delle due sezioni della parte seconda del libro: “I macchinari satanici ” e “L’autodifesa della società”
Polany afferma in polemica con gli economisti classici che il mercato autoregolato è solo uno dei meccanismi istituzionali di integrazione dell’economia, la cui assoluta novità rispetto agli altri tipi di attività commerciale che sono sempre esistiti, consiste nella subordinazione ad esso dell’intera organizzazione sociale. Questa subordinazione, a sua volta comporta la trasformazione in “merci fittizie ” del lavoro, della terra e del denaro, tre fattori che non sono prodotti per la vendita.
La finzione della merce, fornisce un principio di organizzazione vitale per un tipo di economia in cui nessun ostacolo deve essere posto al mercato autoregolato, al meccanismo dei prezzi e al libero gioco della domanda e dell’offerta.
E tuttavia, sostiene Polany, permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale, e sia pure anche solo, della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto, porterebbe alla demolizione della società. “La presunta merce forza lavoro non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego, senza influire sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati;. . . . e infine, gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e le siccità per le società primitive“.
Questa tensione fondamentale tra espansione del mercato e autodifesa della società spiega perché man mano che si sviluppava la produzione industriale, e cresceva l’importanza del mercato autoregolato (il quale doveva garantire la libera fornitura all’industria stessa del lavoro, della terra e della moneta trasformate in merci) si sviluppassero anche varie istituzioni protettive di tali elementi. Polany analizza in modo approfondito il conflitto tra le due esigenze contrastanti della libera circolazione delle merci fittizie nel mercato autoregolato e dei meccanismi di autodifesa della società (leggi sui poveri e pauperismo), al rapporto tra mercato e natura e alle tensioni distruttive che pongono in crisi l’ultima a cadere delle istituzioni liberali vale a dire il sistema monetario internazionale a base aurea. Parallelamente esamina sia il funzionamento delle istituzioni e il comportamento degli attori sociali e politici, sia il credo liberale e la teoria economica che legittimavano il nuovo ordine economico, anticipando i punti fondamentali della critica dell’Economia politica che svilupperà nelle opere successive.
A titolo di esemplificazione dell’argomentazione di Polany, ricordiamo l’analisi della Speenhamland Law del 1795. Com’è noto, si trattava di una legge che decideva la quota di sussidio spettante a tutti i disoccupati e a tutti coloro che non erano in grado di percepire un salario pari al reddito familiare a loro assegnato, collegandola al prezzo del pane. Questa sorta di salario minimo garantito, indicizzato, impedì fino all’anno della sua abrogazione, nel 1834, la creazione di un mercato del lavoro libero perché scioglieva il legame tra entità della prestazione (tempo di lavoro) e salario per la maggioranza dei lavoratori inglesi dell’epoca, rimuovendo la principale motivazione al lavoro, che consisteva nel bisogno, e determinando una assuefazione all’assistenza.
Il conflitto tra il meccanismo liberistico e il principio utilitaristico che lo sorregge, da un lato, e le esigenze di solidarietà e di coesione sociale, dall’altro, sono analizzate con grande acutezza in questo come negli altri casi esaminati ricostruendo un processo continuo di interventi, che tuttavia non riuscirono a evitare il pieno dispiegarsi delle tensioni distruttive, che portarono al crollo della civiltà del XIX secolo.
Il conflitto tra liberismo economico e protezionismo sociale è non solo il tema centrale della Grande trasformazione , ma anche quello più squisitamente sociologico, in quanto affronta con originalità la questione sociologica classica dei fondamenti della solidarietà in una società individualistica e utilitaristica. La tradizione sociologica aveva già ampiamente sviluppato tale tema, e l’espansione dell’intervento statale in economia a seguito della grande depressione degli anni ’30 aveva riproposto con forza il problema. Polany tratta questa questione chiave della riflessione sociologica in modo originale , incentrandola sul rapporto economia – società e interpretando in questa chiave non solo la crisi del capitalismo liberale ma anche le reazioni politico – sociali del periodo tra le due guerre mondiali, dal New Deal americano alla pianificazione sovietica, ai tentativi di regolazione economica dei regimi autoritari di connotazione fascista.
Si tratta di una questione assolutamente centrale che si ripropone oggi nella forma della crisi del Welfare state e dei tentativi di ridefinire il ruolo, al fine di realizzare un compromesso soddisfacente tra efficienza economica fondata sulla competitività e equità sociale garantita da istituzioni di protezione sociale.


Paolo Ferrario, METODI E TECNICHE DI ANALISI PROFESSIONALE DELLE REGOLE NORMATIVE IN MATERIA DI POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI, dispensa didattica per i corsi del 2011

Paolo Ferrario, METODI E TECNICHE DI ANALISI PROFESSIONALE DELLE REGOLE NORMATIVE  IN MATERIA DI POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI, dispensa didattica per i corsi del 2011

vai a: MET-TEC ANALISI PROF-LEGGI-Dispensa


Paolo Ferrario, Le grandi riforme: la riforma costituzionale del 2001 e i suoi effetti sui servizi socioeducativi e sui servizi sanitari e sociosanitari, Audio lezioni per i corsi di Politica sociale alla Università di Milano Bicocca

Paolo Ferrario, Le grandi riforme: la riforma costituzionale del 2001 e i suoi effetti sui servizi socioeducativi e sui servizi sanitari e sociosanitari, Audio lezioni per i corsi di Politica sociale alla Università di Milano Bicocca


Paolo Ferrario, Il concetto di AGENDA POLITICA e suoi significati per le professioni – Dispensa e Audio per: Università di Milano Bicocca, Corso di Politiche  sociali II alla Laurea magistrale in Scienze pedagogiche

Il concetto di AGENDA POLITICA e Analisi di alcune politiche sociali. 4° Lezione

DISPENSA DIDATTICA: Paolo Ferrario, Il concetto di “agenda politica”: metodi di analisi e casi concreti (carte dei servizi, politiche psichiatriche, controllo delle nascite, aborto, procreazione medicalmente assistita, cure palliative, testamento biologico, Unioni di fatto)

AUDIO: Paolo Ferrario, Il concetto di “agenda politica” e suoi significati per le professioni

vai all’Audio: AgendeConcetto-lezmarmag10

da: Università di Milano – Bicocca corso di Politiche  sociali II al corso di laurea in Scienze pedagogiche 2009/2010.


Paolo Ferrario, Scaletta per l’intervento al Convegno: Continuità e discontinuità nel welfare lombardo La l.r. 3/2008 e le ricadute sul Servizio sociale Venerdì 21 gennaio 2011, ore 9 – 13 Auditorium – U 12, via Vizzola 5, Milano, FACOLTÀ DI SOCIOLOGIA Corso di laurea in Servizio sociale

Scaletta per l’intervento

P. Ferrario, Integrazione o separazione delle reti?

  • coincidenza temporale di tre libri in tema di “modello lombardo”: Il modello lombardo di welfare, a cura di Giuliana Carabelli e Carla Facchini, Franco Angeli 2010, p. 254; Come cambia il welfare lombardo: valutazione delle politiche regionali, a cura di Cristiano Gori, Maggioli editore, p. 472; Esperienze di welfare locale: le aziende speciali e la gestione dei servizi sociali nei comuni lombardi, Maggioli editore, 2010 p.195


  • “continuità” nelle politiche nazionali riforme: la genesi della struttura del sistema italiano; sanità, servizi sociali, la distribuzione delle sfere di competenza fra stato, regioni, enti locali


  • “discontinuità” nelle politiche sociali della regione Lombardia: le macro Asl del 1997; il modello di politica amministrativa; la conferma nel 2008
  • “perchè” le “tre reti”
  • “come” le tre reti
  • conseguenze per l’attività formativa e il lavoro professionale

Convegno in occasione della pubblicazione del volume: Il modello lombardo di welfare. Continuità, riassestamenti e prospettive, a cura di Giuliana Carabelli e Carla Facchini, Milano, FrancoAngeli, 2011

vai alla scheda analitica del libro: http://polser.wordpress.com/2010/12/02/12575/

UNIVERSITA’ DI MILANO BICOCCA, Facoltà di sociologia, corso di SERVIZIO SOCIALE

Continuità e discontinuità nel welfare lombardo: la l.r. 3/2008 e le ricadute sul Servizio sociale

Venerdì 21 gennaio 2011, ore 9 – 13

Auditorium – U 12, via Vizzola 5, Milano

PROGRAMMA

Ore 9 Apertura dei lavori

Saluti del Preside Antonio de Lillo

Introduce Carla Facchini

Ore 9.20 Presiede Alberto Giasanti

L. Bifulco, Il modello di welfare lombardo

P. Ferrario, Integrazione o separazione delle reti?

R. Mozzanica, Profili innovativi e linee di continuità nella l.r. 3/2008

P. Bonetti, L’accesso ai diritti sociali nella legge regionale

Ore 10.40 – 11.10 pausa caffè

G. Carabelli, L’accreditamento dei servizi sociali

C. Previdi, Il segretariato sociale

M. Tognetti, La dirigenza: prospettive alla luce della legge regionale

A. Campanini, Politiche neoliberistiche e servizio sociale

Ore 12.20 Dibattito

Conclude Carla Facchini

Ore 13 Chiusura dei lavori


Paolo Ferrario, Lo schema interpretativo BDO bisogni/domanda/offerta, risposta audio a una studentessa del corso di SCIENZE PEDAGOGICHE

Risposta in forma audio ad una studentessa della facoltà di SCIENZE PEDAGOGICHE, in tema di:
lo schema BDO bisogni/domanda/offerta
trattato sia nel libro Politica dei servizi sociali, Carocci Faber editore, pagg. 37-40,
sia in forma più approfondita durante il corso del 2010 e successive dispense ed audio
(cliccando sul blu si può scaricare il file informato mp3 leggibile in qualsiasi supporto audio)
colgo l’occasione per fare i  miei migliori auguri per la transizione al nuovo anno
grazie per l’attenzione e cordiali saluti
Paolo Ferarrio

Paolo Ferrario, Uso dei Blog “Aulevirt” e “Polser” per lo studio e il lavoro professionale, dispensa didattica, 2010



Paolo Ferrario, Politiche sociali e sanitarie, materiali didattici, in Servizi sociali Online

Politiche sociali e sanitarie

Sezione curata dal Prof. Paolo Ferrario

In questo spazio il Prof. Paolo Ferrario pubblicherà le sue dispense didattico-accademiche che saranno a disposizione dei nostri visitatori per essere consultate e scaricate, gratuitamente.

Dispense didattico universitarie Anno 2010-2011

Laboratorio politiche legislative e servizi sociali: Metodi di analisi e casi pratici

Corso di Laurea in Servizio Sociale – Università degli Studi di Milano – Bicocca

Dispense didattico universitarie Anno 2009-2010

Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di Laurea in Scienze Pedagogiche – Università degli Studi di Milano – Bicocca

Docenti: Prof. Paolo Ferrario e Prof.ssa Maria Teresa Manfrè

Dispensa didattica “Il concetto di Agenda politica: metodi di analisi e casi concreti“, a cura del Prof. Paolo Ferrario – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “Il Sistema delle prestazioni sociali“, a cura della Prof.ssa Maria Teresa Manfrè – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “Rete dei Servizi e prestazioni“, a cura della Prof.ssa Maria Teresa Manfrè – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica La programmazione sociale e i piani di zona“, a cura della Prof.ssa Maria Teresa Manfrè – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “La Politica dei Servizi nella Regione Lombardia e il governo delle reti sanitarie, socio sanitarie e sociali(con particolare riferimento alla Legge Regionale 3/2008 e alla Legge Regionale 33/2009, a cura del Prof. Paolo Ferrario – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “I Comuni e la gestione dei Servizi Sociali“, a cura del Prof. Paolo Ferrario – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispense didattiche – Seminario di aggiornamento sulle Politiche legislative – Università degli Studi di Milano – Bicocca / Provincia di Milano/ Affari sociali: servizi sociali, a cura del Prof. Paolo Ferrario marzo – aprile 2010

Dispensa didattica “Politiche per la famiglia e politiche per l’infanzia“, a cura della Prof.ssa Maria Teresa Manfrè – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “Politiche sociali per la disabilità“, a cura della Prof.ssa Maria Teresa Manfrè – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “Le grandi riforme: la riforma costituzionale del 2001 e i suoi effetti sui servizi socioeducativi e sui servizi sanitari e socio sanitari“, a cura del Prof. Paolo Ferrario – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “Politiche per la povertà“, a cura della Prof.ssa Maria Teresa Manfrè – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “La dimensione conoscitiva della progettazione in campo sociale“, a cura della Prof.ssa Maria Teresa Manfrè – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “I flussi finanziari“, a cura della Prof.ssa Maria Teresa Manfrè – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “Le aree problematiche dei servizi alla persona: lo schema BDO Bisogni/Domanda/Offerta”, a cura del Prof. Paolo Ferrario – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “La riforma sanitaria e la riforma sociale negli anni ’90“, a cura del Prof. Paolo Ferrario – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “Le Politiche nell’area della Istruzione e Formazione Professionale“, a cura della Prof.ssa Maria Teresa Manfrè – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “La rete istituzionale dei servizi alla persona e le regole di funzionamento delle politiche sociali“, 9 marzo 2010, a cura del Prof. Paolo Ferrario – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “Definizioni e schemi di analisi delle politiche sociali, 3 marzo 2010, a cura del Prof. Paolo Ferrario – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

Dispensa didattica “Presentazione del Corso: criteri di elaborazione, bibliografia, dispense, sito web“, a cura della Prof.ssa Maria Teresa Manfrè – Modulo di Politiche Sociali II – Facoltà di Scienze della Formazione – Corso di laurea in Scienze pedagogiche – anno accademico 2009-2010

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Un blog “provvisorio” come strumento di comunicazione interna in un gruppo di lavoro

da: Servizi sociali online politiche sociali e sanitarie.


Paolo Ferrario, La politica dei servizi nella Regione Lombardia e il governo delle reti sanitarie, socio-sanitarie e sociali (con particolare riferimento alla LR n. 3/2008 e LR n. 33/2009)


DISPENSA DIDATTICA: Paolo Ferrario, La politica dei servizi nella Regione Lombardia e il governo delle reti sanitarie, socio-sanitarie e sociali (con particolare riferimento alla LR n. 3/2008 e LR n. 33/2009)

Ho diviso il commento audio di questa dispensa in tre parti

AUDIO 1:  Paolo Ferrario, Il modello lombardo delle politiche sociali

AUDIO 2: Paolo Ferrario, Il cosiddetto “principio di sussidiarietà”

AUDIO 3:  Paolo Ferrario, Regolazione delle due reti: sociale e socio sanitaria (LR 3/2008)

AUDIO 3:  Paolo Ferrario, Appalti ed Accreditamenti come forme amministrative di governo dei servizi


Paolo Ferrario, Le politiche psichiatriche (Audio Lezione), Università di Milano – Bicocca corso di Politiche  sociali II al corso di laurea in Scienze pedagogiche 2009/2010

Il concetto di “agenda politica” e Analisi di alcune politiche sociali. 4° Lezione

DISPENSA DIDATTICA: Paolo Ferrario, Il concetto di “agenda politica”: metodi di analisi e casi concreti (carte dei servizi, politiche psichiatriche, controllo delle nascite, aborto, procreazione medicalmente assistita, cure palliative, testamento biologico, Unioni di fatto)

AUDIO 2: Paolo Ferrario, Le politiche psichiatriche:

PolPsich-lezmarmag10

da  Università di Milano – Bicocca corso di Politiche  sociali II al corso di laurea in Scienze pedagogiche 2009/2010.


Paolo Ferrario, Dispense ed audio sul sistema dei servizi nella Regione Lombardia, 2010

21 aprile 2010

10,30-12,30

Paolo Ferrario

  • La politica dei servizi nella Regione Lombardia e il governo delle reti sanitarie, socio-sanitarie e sociali (con particolare riferimento alla LR n. 3/2008 e LR n. 33/2009)


Ho diviso il commento audio di questa dispensa in quattro parti

  • AUDIO 1:


  • AUDIO 2:



da: Università di Milano – Bicocca corso di Politiche  sociali II al corso di laurea in Scienze pedagogiche 2009/2010.


La qualita’ e l’organizzazione dei servizi: Servizi sociali: aggiornamento sulle politiche legislative a cura di Paolo Ferrario, alla Facoltà di sociologia della Università di Milano Bicocca, Marzo- Aprile 2010

LA QUALITÀ E L’ORGANIZZAZIONE DEI SERVIZI

Servizi sociali: aggiornamento sulle politiche legislative 

 

Questo percorso nasce da una partnership con l’Università degli Studi di Milano Bicocca-Facoltà di Sociologia che riconosce i Crediti Formativi Universitari.

 

Il progetto formativo intende creare un’occasione di approfondimento e aggiornamento sui momenti di trasformazione delle politiche dei servizi socio-sanitari, con particolare riferimento alla legislazione statale, regionale e a quella della Regione Lombardia.

 

I partecipanti saranno coinvolti nel concordare gli ambiti di approfondimento in base ai loro interessi e alle situazioni lavorative e nel mettere a disposizione materiali di documentazione da analizzare.

 

In particolare il corso intende:

-          elaborare un metodo di analisi professionale delle normative che interessano il settore dei servizi alla persona e alla comunità

-          produrre conoscenze sistematiche attorno alle trasformazioni legislative e istituzionali, con particolare riferimento alla situazione della Regione Lombardia

-          elaborare materiali scritti a supporto delle lezioni e discussioni in aul

 

Il corso è strutturato in:

-           lezioni che propongono piste di riflessioni ed elaborazione sugli argomenti trattati

-           analisi di gruppo di documentazione legislativa o amministrativa proposta dai partecipanti

 

 

ECM

Non è previsto l’accreditamento

 

Attestato di frequenza

L’attestato verrà rilasciato a chi ha raggiunto i ¾ del monte ore previsto.

 

 

 

Docenti

 

Paolo Ferrario, formatore, docente di “Politiche sociali” presso il Corso di Laurea in Scienze pedagogiche dell’Università degli Studi di Milano – Bicocca, autore del manuale “Politica dei servizi sociali: strutture, trasformazioni, legislazione”, Carocci Faber, 2001, p. 492 e del Blog di ricerca Polser.wordpress.com.

Sede e costi

Università degli Studi Milano Bicocca – Facoltà di Sociologia – Edificio U 7 – Via Bicocca degli Arcimboldi,  8 – 20126 – Milano.

La partecipazione è gratuita.

 

 

Destinatari

Responsabili di servizi, assistenti sociali, sociologi, operatori e laureati la cui area d’interesse si riferisce alle politiche sociali e socio-sanitarie del territorio provinciale di Milano.

Numero massimo di partecipanti: 20

 

 

Periodo di realizzazione e orario

 

Le date sono le seguenti:

Data

Orario

19 marzo 2010

9.30-13.00  14.30 -16.30 Aula Pagani – Edificio U7 – 3° piano

2 aprile 2010

9.30-13.00  14.30 -16.30 Aula Pagani – Edificio U7 – 3° piano

9 aprile 2010

9.30-13.00  14.30 -16.30 Aula Pagani – Edificio U7 – 3° piano

16 aprile 2010

9.30-13.00  14.30 -16.30 Aula Pagani – Edificio U7 – 3° piano

da La qualita’ e l’organizzazione dei servizi.


DISPENSA DIDATTICA: Paolo Ferrario, Definizioni e schemi di analisi delle politiche sociali, 3 marzo 2010

3 Marzo 2010

10,30-12,30

Ferrario


DEFINIZIONI E SCHEMI DI ANALISI DELLE POLITICHE SOCIALI: dispensa didattica by PAOLO FERRARIO, Lulu EBook, 2010

Indice:

  • Cosa è una “politica pubblica” e quali ne sono le componenti?
  • Cosa si intende per “Politiche sociali”?
  • Perché è importante avere una punto di vista storico sulle politiche sociali?
  • Quali modelli interpretativi sono utili per coloro che svolgono ruoli professionali?
  • Perché abbiamo bisogno di “schemi” o di “modelli” per analizzare ed interpretare  le politiche sociali?
  • Come funziona e cosa ci suggerisce sotto il profilo conoscitivo lo schema del mercato?
  • Cosa si intende per “modernizzazione”? e in che rapporto sta con le politiche sociali?
  • Quale funzione svolge la tassazione nello sviluppo delle politiche sociali
  • Come funziona e cosa ci suggerisce sotto il profilo conoscitivo lo schema socioculturale?
  • Cosa vuol dire che i servizi alla persona sono il “capitale culturale” di una comunità?
  • Come funziona e cosa ci suggerisce sotto il profilo conoscitivo lo schema istituzionale?
  • Cosa sono le istituzioni?
  • Quali sono le domande fondamentali per comprendere le politiche sociali?

Paolo Ferrario, Un Blog “provvisorio” come strumento di un gruppo di lavoro, testo word, www.segnalo.it, 2009

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Pensioni e generazioni

Le istituzioni contribuiscono in modo irreversibile al funzionamento della nostra vita quotidiana.

La famiglia garantisce solo, quando va bene, gli affetti  e l’assolvimento del codice genetico procreativo, quando è scelto dalla coppia. Ma quest’ultimo non è assolutamente necessario. Basta il “profumo” di quel codice genetico, ossia l’espressione della sessualità.

Invece, oggi, senza servizi (salute, assistenza, comunicazione, trasporti …) non potremmo neppure esistere.

Fra gli storici programmi dello stato sociale, quello delle pensioni è di gran lunga il più importante: è il più capillare, il più costoso ed è quello che più dà valore agli obiettivi del ciclo di vita.

Questo programma, iniziato in Germania alla fine dell’800 e diffuso in tutto il ’900, vacilla per i successi dello stato sociale. Sembra un paradosso, eppure è proprio il miglioramento delle condizioni di salute dovuto alla medicina di base, all’accesso alle diagnosi e cure specialistiche, ai progressi delle tecnologie farmaceutiche a determinare il poderoso allungamento delle vita che tende a prosciugare i risparmi pensionistici.

PerlaSmarrita, proprio oggi,  ha elaborato una serie di grafici su queste tendenze. [riportato qui sotto]

La pensione è un “salario differito” si diceva, accennando a Marx, nella seconda metà del’900.Tuttavia se questo risparmio sul salario non è più usato per capitalizzare nella vita attiva il “salvadanaio” della vecchiaia, ma per pagare le rendite degli attuali pensionati è del tutto evidente che l’attuale generazione dei sessantenni, settantenni, ottantenni (classi di età in cui sono prevalenti i politici ed i sindacalisti) sta rubando il futuro degli attuali ventenni e trentenni.

L’irresponsabilità etica dei fondamentali attori pubblici della attuale situazione (sindacati e governi, con la punta più alta negli anni ’70) sta preparando quello che in futuro potrebbe diventare un conflitto generazionale.

In questi giorni si può misurare con estrema precisione che la sinistra “congelatrice” e conservatrice (e che ci si ostina a chiamare assurdamente “radicale”) ha una visione che punta al passato.

Mentre è la visione della sinistra “riformista” quella che tenta di gettare lo sguardo al futuro.

Diceva Walter Veltroni nella parte nuovo patto fra le generazioni della sua relazione al Lingotto di Torino:

“Per fortuna – o meglio, per merito di quello stato sociale che i nostri padri hanno costruito per far fronte al rischio della malattia e della vecchiaia – l’età media si allunga. Nella sua recente Relazione il governatore Mario Draghi lo ha sottolineato con estrema chiarezza: nel 2005 vi erano 42 ultrasessantenni per ogni 100 cittadini. Ve ne saranno 53 nel 2020 e ben 83 nel 2040.

È una buona notizia. Non è una disgrazia che ci cade tra capo e collo. Una disgrazia la può diventare solo se noi saremo conservatori, pretendendo di fare fronte alle nuove insicurezze e ai nuovi problemi – almeno in parte connessi ai nostri stessi successi – con le vecchie ricette.

Pensate alla portata straordinaria dell’innovazione introdotta più di trent’anni fa nella previdenza pubblica dall’adozione del sistema cosiddetto a ripartizione, che sostituiva quello a capitalizzazione, nel quale ognuno versava i contributi “per sé”: io lavoratore in attività pago oggi i miei contributi, che vengono usati per pagare le pensioni ai pensionati di oggi, in nome del patto, garantito dallo Stato, che prevede che i lavoratori attivi di domani pagheranno a loro volta la mia pensione… e così via, in un sempre rinnovato rapporto di solidarietà tra le generazioni.

È solo un esempio di metodo, che faccio per dimostrare come il dinamismo economico e sociale – ed un più elevato grado di giustizia sociale – possa essere sorretto da un patto tra generazioni che sappia ispirarsi ai valori eterni di solidarietà ed eguaglianza, ma anche modificare profondamente gli strumenti e le politiche per attuarli.

È su quest’ultimo terreno che abbiamo accumulato un ritardo. Perché non siamo stati sempre fedeli interpreti di quel principio di distinzione tra destra e sinistra che enunciò tanti anni fa il più giovane vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, quando rispose: destra e sinistra? La prima, è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi. La seconda, è figlia legittima degli interessi di quelli che non sono ancora nati.”

E, ancora, dice oggi Giuliano Amato, in occasione della presentazione di Il gioco delle pensioni: rien ne va plus?, Il Mulino 2007

 

 

L’Italia, oramai è cosa risaputa,  ha il tasso di invecchiamento più alto del mondo.  Non sono un’esperta, ma ho provato a ragionare su questo, su quel che significa per la società italiana  e, in particolare sull’argomento che sta tenendo banco: la riforma delle pensioni. Ed ho provato a ragionare raggruppando i dati  disponibili sulla popolazione italiana  e costruendo, con l’ausilio delle tecniche di proiezione demografica,  un grafico (che nel linguaggio tecnico è chiamato istogramma)  che fa capire benissimo che nel giro di pochi anni la situazione diverrà catastrofica.

Questo blog non è una rivista specializzata,  non è destinato ai puristi  e/o agli studiosi della materia, quindi nessuno si scandalizzerà se il grafico presenta qualche imperfezione e qualche sbavatura. Quindi di seguito vedrete quella che è la rappresentazione grafica della distribuzione della popolazione in Italia   e come è cambiata nell’arco di tempo di un secolo.

Nel grafico N°1 vediamo che la distribuzione ha la forma di una piramide dove alla base ci sono i nuovi nati con stratificazioni successive sempre più ristrette fino ad arrivare al vertice. Questo vuol dire che i nati nel 1930 sono tantissimi rispetto a ogni barretta rappresentante le classi d’età successive.

Nel grafico N° 2, la situazione  anno 2000, va diversamente. La base si è ristretta notevolmente a causa del crollo delle nascite, mentre va aumentando, creando una sorta di rombo, l’ampiezza di ogni classe d’età sopra i 45/50 anni, rispetto al grafico numero uno; questo è possibile perché la vita media si è allungata  toccando record nella fascia d’età tra i 65 e i 75 anni, sempre rispetto al primo grafico.

Il grafico N°3 non fotografa più una situazione reale ma proietta il dato per il 2030 in base alle previsioni che si possono trarre dal trend  di crescita e distribuzione. Come si può notare è un grafico a fungo,  praticamente ribaltato rispetto al primo, con crollo delle nascite e aumento della popolazione anziana.

Legenda:

ü        La popolazione indicata non tiene conto delle nascite e dei residenti immigrati

ü        istogramma orizzontale dove a destra sono collocate le femmine e a sinistra i maschi

ü        ogni barretta rappresenta una classe di età.

Partendo dal presupposto che sono gli adulti che lavorano che garantiscono,  con i loro versamenti, la pensione degli anziani, è facile intuire che già oggi, ma sarà ancor più vero tra qualche anno, che non ci saranno più lavoratori sufficienti a rimpinguare le casse dell’INPS per il pagamento delle pensioni.  Durante gli anni, parlando solo delle riforme recenti (per eventuali  approfondimenti vi rimando ai post di AMALTEO  sull’argomento),  si hanno le riforme:

Amato – 1992

Dini – 1995

Maroni – 2004

Si  eleva da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini, introducendo alcune gradualità per il periodo 1994-1999 e con esclusione di alcune categorie che conservano i vecchi limiti Contribuzione minima per la pensione di vecchiaia: elevata gradualmente da 15 a 20 anni di contributi Il lavoratore può decidere liberamente l’età di pensionamento tra i 57 e i 65 anni, purchè abbia almeno cinque anni di contribuzione effettiva. Dal sistema retributivo (imperniato sulla media delle retribuzioni degli ultimi dieci anni lavorativi) si passa, dopo un periodo transitorio di coesistenza, ad un sistema contributivo (basato sull’ammontare dei contributi versati) annualmente indicizzato Dal 2008, il pensionamento di vecchiaia all’età di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, oppure con 40 anni di contributi a prescindere dall’età.

pensione di anzia­nità con 35 anni di contributi e 60 anni di età (61 anni per i lavoratori autonomi) senza penalizzazioni, e con 61 dal 2010 (62 per gli autonomi). 2014 l’età anagrafica salirà a 62 anni (63 per gli autonomi)

 

Vediamo due questioni spinose sul tappeto, che stanno mettendo a rischio il governo Prodi:

  • ·       L’Italia è tra le nazioni che ha la soglia d’età  per andare in pensione più bassa d’Europa, ed un giorno si e l’altro pure dalla UE arrivano raccomandazioni per mettere mano alla riforma delle pensioni.
  • ·         La promessa in campagna elettorale, da parte di Prodi & company, di abolire il cosiddetto scalone previsto dalla   riforma Maroni. Ed è  sulla base di questo patto che l’estrema sinistra si batte molto per l’abolizione dello scalone, perché  (secondo loro) lo scalone colpisce   fondamentalmente gli operai, visto che quelli che hanno fatto  l’Università, si sono specializzati e hanno iniziato a lavorare tra  24 e i 30 anni, non sono colpiti dallo scalone. Sono colpiti i  ragazzi che a 20 anni erano già in fabbrica.  Quindi, se si deve  innalzare l’età della pensione lo si faccia – per esempio – per i  giornalisti e per i notai, ma non per gli operai che hanno passato  35 anni in produzione.

 

Ma chi parla di chi un lavoro non ce l’ha ancora? Di chi, soprattutto nel meridione d’Italia – non è più giovanissimo, ma neppure in età pensionabile-  vive di lavoro precario (come la sottoscritta) con contratti precari e discontinui che non prevedono, o prevedono solo per alcuni periodi, la copertura dei contributi? A giugno è scaduto il termine per la destinazione del TFR. A me è venuto da ridere perché dopo 18 anni di lavoro io non avevo un TFR da destinare. E come me, tantissimi. Io vedo nero, molto nero, il mio futuro, stando così le cose.

 Mi piacerebbe molto conoscere la vostra opinione sull’argomento.



Le riforme delle pensioni nel periodo 1992-2004. Scheda di Paolo Ferrario

Faticosa trattativa per le pensioni e ulteriore “rottura” nella notte della negoziazione.

L’ala massimalista della sinistra centro, per rincorrere le ali estreme delal Cgil, minaccia l’uscita dal governo Prodi. Ai tempi della Terza Internazionale la chiamavamo :  “i partiti cinghia di trasmissione dei sindacati”. Costoro vivono sul riflesso  del passato.

Osservo in questi giorni la difficoltà di fare riforme in un paese attraversato da un reticolo impressionante di gruppi di interesse e di pressione.
Ciascuno  con obiettivi radicalmente contraddittori  ed opposti all’altro e ciascuno in grado di influire  su qualche partito di riferimento. Meglio se piccolo e molto condizionante sulla propria coalizione debole. E questo vale sia per la destra centro che per la  sinistra centro .
Oggi è in agenda la quarta riforma delle pensioni dopo quelle di Amato (1992) , Dini  (1985) e Berlusconi Maroni (2004).
I sindacati italiani (tutti, indipendentemente dalle culture di riferimento) sono stati i killer dei sistemi pensionistici. Il loro killeraggio è avvenuto attraverso 3 tappe:

- accettazione e sostegno per 50 anni delle pensioni di anzianità. Con la creazione di un vasto gruppo di pensionati baby (in pensione dopo 15 anni o dopo 19 anni di lavoro retribuito). Gli stessi che chiedono oggi l’adeguamento delle pensioni minime. In una piccola via del mio buen ritiro ne conosco almeno 3. Ed è una piccolissima via di 12 famiglie residenti. Allegri pensionati baby che bivaccano nei bar.

- introduzione negli anni ’60 e ’70 un meccanismo di rivalutazione delle pensioni dei lavoratori dipendenti sulla base della dinamica salariale del settore industriale (non al costo della vita, che era già allora il vero profilo riformistico) e calcolo della pensione non sui contributi versati durante la vita lavorativa, ma sulla base della retribuzione dell’ultimo triennio. Leggi 3.6.1975 n.160 e   18.3.1978 n. 238. Queste irresponsabilissime scelte hanno letteralmente divorato il risparmio previdenziale, non lasciando alcun margine di accumulo per le giovani generazioni

- sottovalutazione ad ogni politica di efficace ricongiunzione delle diverse posizioni contributive. E questo in una situazione di mercato del lavoro frammentato in cui sempre più lavoratori passano anche molto velocemente da un lavoro all’altro. Questa sottovalutazione la dice molto sulla loro capacità di intercettare i bisogni e invece su quella di tutelare, per ragioni di tesseramento, solo i lavoratori attuali e il gruppo dei cinquantenni e  sessantenni.

Ebbene oggi sulla trattativa delle pensioni sono ancora questi sindacati, i killer responsabili della crisi del sistema pensionistico italiano, a puntare i piedi, a ricattare, a minacciare la mobilitazione dei loro soli iscritti, ossia per l’appunto i pensionati attuali o quelli che vorrebbero salire sulla chiatta del sistema precedente.

C’è una frase rivelatrice della loro cultura. Quando Epifani, segretario della Cgil, ha sprezzantemente apostrofato il ministro della economia Padoa-Schioppa così:

“non si possono fare le riforme delle pensioni con la calcolatrice in mano”.

Mi chiedo come divida costui le spesse di famiglia: vitto, casa, servizi …

Occorre un ripasso sul tema?

Ecco qui:


Riforme delle pensioni

L’invecchiamento della popolazione e il conseguente finanziamento dei bisogni dell’età anziana da parte della generazione attualmente occupata tende a diventare sempre meno sostenibile, nel senso che ai bisogni dei padri non possono più provvedere solo i sempre meno numerosi figli. Per questi motivi la riforma del sistema pensionistico propone il problema di un sotterraneo conflitto intergenerazionale che appare insolubile. Questa regolazione legislativa è particolarmente difficile, ma è stato anche osservato che

 

vi sono ragioni per vederla invece come un’occasione per accrescere il volume delle risorse disponibili e per rendere efficiente l’offerta delle prestazioni pensionistiche per le generazioni future senza che ciò avvenga esclusivamente a scapito delle generazioni precedenti [1]

 

2.1. Tensioni strutturali nel sistema della previdenza

 

Sotto il profilo istituzionale, il sistema previdenziale italiano è stato ed è ancora caratterizzato da questi problemi:

-          forte squilibrio finanziario fra la contribuzione dai redditi di lavoro ed entità della spesa pensionistica

-          iniquità di trattamento, causati dalle differenti normative dei vari regimi pensionistici

-          elevata propensione all’utilizzo delle pensioni di anzianità.

Per farvi fronte dal 1992 il sistema previdenziale italiano è stato attraversato da numerosi interventi correttivi. L’obiettivo di tali azioni è stato quello di riequilibrare, nel lungo periodo, l’evoluzione della spesa pensionistica rispetto al prodotto interno lordo, tentando di bilanciare gli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione, della diminuzione dell’occupazione e del rallentamento della crescita economica. Accanto a queste finalità di ordine economico era presente anche la necessità di uniformare le normative pensionistiche del settore pubblico, del settore privato e dei regimi professionali speciali in base a criteri di equità fra le generazioni e all’interno delle generazioni.

Per l’intreccio dei fattori sopra accennati la “questione pensioni” è stata al centro dell’agenda politica italiana. Con riferimento alla storia recente è opportuno ricordare e leggi di riforma del 1968-1975, che hanno realizzato un “patto previdenziale” tra le forze politiche e sindacali e la successiva incessante attività legislativa, tesa a modificare continuamente gli istituti previdenziali esistenti.

Una caratteristica storica del sistema pensionistico italiano è stata il suo finanziamento basato sul modello della “ripartizione”: i contributi versati dai lavoratori non erano accantonati (o “capitalizzati”), ma versati immediatamente ai pensionati. Un simile meccanismo finanziario restava in equilibrio solo fino a quando il gettito dei contributi copriva le somme necessarie al pagamento delle pensioni. Così nel corso del tempo si è aggravata la forbice fra le entrate e le uscite, determinando un ampio consenso sulla gravità degli squilibri creatisi [2] e sollecitando l’individuazione di azioni legislative correttive.

Uno fra gli aspetti di più evidente iniquità del sistema era costituito dalle pensioni di anzianità (in particolare le “baby pensioni”, ossia ottenute dopo un breve periodo di contribuzione). Tale tipologia pensionistica fu introdotta nel 1965, come “misura temporanea” per favorire i processi di ristrutturazione industriale in un periodo di recessione, ma divenne subito strutturale influenzando fortemente le casse previdenziali. La pensione di anzianità consente ad un lavoratore di godere di una rendita dopo un certo periodo di versamenti contributivi, indipendentemente dall’età anagrafica. La conseguenza è che, a parità di contributi versati, i pensionati di anzianità godono di un “rendimento implicito” del proprio risparmio previdenziale nettamente superiore a quello ottenuto dai pensionati di vecchiaia.

 

 

2.2  La riforma Amato

 

Negli anni Novanta il primo tentativo di riforma del sistema previdenziale è stato intrapreso in un periodo di eccezionale emergenza finanziaria. Durante l’undicesima legislatura (1992-1994) il governo Amato ha promosso un primo riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici con gli obiettivi di: stabilizzare il rapporto tra spesa previdenziale e prodotto interno lordo; garantire trattamenti pensionistici omogenei; favorire la costituzione su base volontaria, collettiva o individuale di forme di previdenza per l’erogazione di trattamenti pensionistici complementari [3].

I punti cardine della riforma Amato sono sintetizzati nel Quadro n. 2

 

Quadro n. 2

La “riforma Amato”, 1992

-          età pensionabile: elevata da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini, introducendo alcune gradualità per il periodo 1994-1999 e con esclusione di alcune categorie che conservano i vecchi limiti

 

-          contribuzione minima per la pensione di vecchiaia: elevata gradualmente da 15 a 20 anni di contributi

 

-          integrazione al trattamento minimo: si tiene conto anche del reddito del coniuge che fino ad allora non era preso in considerazione

 

-          indicizzazione: la nuova scala mobile ha una cadenza annuale anziché semestrale ed è agganciata all’indice ISTAT dei prezzi al consumo (cioè all’inflazione) e non più alla dinamica salariale

 

-          cumulo tra pensione e reddito da lavoro: il divieto parziale di cumulo, prima in vigore solo per i redditi da lavoro dipendente, è esteso anche al lavoro autonomo

 

-          introduzione nel sistema previdenziale del modello dei tre pilastri: 1° – obbligatorio e garantito dallo Stato; 2° – collettivo e volontario, con l’istituzione di Fondi pensione garantiti dalla contrattazione; 3° – individuale e collegato alle possibilità di risparmio previdenziale dei singoli

 

 

Questa riforma è stata sicuramente importante, ma insufficiente a risanare il sistema pensionistico italiano. Nel corso della dodicesima legislatura (1994-1995)  il governo Berlusconi presenta una proposta non negoziata con i sindacati articolata nel modo seguente: l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne viene anticipata al 2000; il coefficiente di ricalcalo viene abbassato all’1,75% a partire dal 1996, con possibili ulteriori abbassamenti; possibilità di andare in pensione dopo 35 anni di contributi, ma con una penalizzazione del 3% dell’importo pensionistico per ogni anno che manca al compimento dell’età; annullamento della scala mobile per le pensioni del 1995 e, dal 1996, agganciamento all’inflazione programmata. Questo progetto, per il modo in cui viene proposto e per i suoi contenuti, provoca uno scontro sociale durissimo e non arriva alla approvazione a causa della successiva caduta di questo governo.

 

2.3 La riforma Dini

 

Nella stessa legislatura, la riforma delle pensioni viene ripresa dal governo Dini. Questa volta la negoziazione avviene anche con riferimento alle proposte dei sindacati [4], centrate sulla separazione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale, sulla flessibilità dell’età pensionabile e su un calcolo della pensione legato all’intera vita lavorativa. Il compromesso finale tiene conto di queste indicazioni e introduce innovazioni di sostanza nel metodo di calcolo delle rendite pensionistiche con il passaggio da un sistema retributivo ad un sistema contributivo.

I principali orientamenti di questa riforma delle pensioni [5] sono indicati nel Quadro n. 3

 

Quadro n. 3

La “riforma Dini”, 1995

-          calcolo delle pensioni: dal sistema retributivo (imperniato sulla media delle retribuzioni degli ultimi dieci anni lavorativi) si passa, dopo un periodo transitorio di coesistenza, ad un sistema contributivo (basato sull’ammontare dei contributi versati) annualmente indicizzato

 

-          età pensionabile: il requisito diventa flessibile, poiché il lavoratore può decidere liberamente l’età di pensionamento tra i 57 e i 65 anni, purchè abbia almeno cinque anni di contribuzione effettiva

 

-          pensioni di anzianità: attuazione di un regime transitorio orientato, tuttavia, alla loro scomparsa con effetto dal 2009

 

-          previdenza complementare: previsione dell’avvio dei fondi pensione

 

-          previsione di un riordino del settore invalidità e inabilità [6]: requisiti medico-sanitari con riferimento alla definizione di “persona handicappata” [7]; revisione della disciplina delle incompatibilità e cumulabilità delle diverse prestazioni assistenziali e previdenziali; potenziamento dell’azione di verifica e di controllo

 

 

 

Nel 1997 la riforma viene completata estendendo le regole delle pensioni di anzianità anche ai lavoratori del pubblico impiego [8].

 

 

2.4. La riforma Maroni-Berlusconi

 

Le innovazioni introdotte negli anni ’90 hanno modificato in maniera sostanziale il sistema previdenziale italiano. Tuttavia, a parere del Governo Berlusconi, esso mantiene ancora alcuni limiti di equità intergenerazionale, nel senso che:

 

i lavoratori oggi meno anziani dovranno fronteggiare con oneri crescenti il picco della spesa pensionistica a favore delle generazioni già uscite o prossime all’uscita dal mercato del lavoro [9]

 

Così nel 2004 si è arrivati alla approvazione di una ulteriore riforma che dispiegherà i principali suoi effetti a partire dal 2008 [10]. I contenuti essenziali sono ripresi nel Quadro n. 4.

 

Quadro n. 4

La riforma Maroni – Berlusconi, 2004

-          Incentivi al rinvio dell’età pensionabile: chi decide di restare al lavoro potrà, su base volontaria, rinviare il pensionamento per almeno 2 anni, ottenendo in cambio un incremento della retribuzione, non gravato da tasse, pari all’am­montare dei contributi pensionistici pagati dal datore di lavoro e dal lavoratore (32,7%).  Di conseguenza, la permanenza al lavoro comporta che la pensione che si avrà al momento della cessazione del rapporto di lavoro sarà quella maturata nel momento in cui si è compiuta la scelta;

 

-          fino alla fine del 2007 sarà possibile andare in pensione con le regole attuali. Dal 2008 le nuove regole sono:

 

o        pensionamento di vecchiaia all’età di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, oppure con 40 anni di contributi a prescindere dall’età

 

o        pensione di anzia­nità con 35 anni di contributi e 60 anni di età (61 anni per i lavoratori autonomi) senza penalizzazioni, e con 61 dal 2010 (62 per gli autonomi). 2014 l’età anagrafica salirà a 62 anni (63 per gli autonomi)

 

o        le donne potranno continuare ad andare in pensione di anzianità anche dopo il 2008 a 57 anni con 35 anni di anzianità contributiva ma con una penalizzazione: il cal­colo della pensione sarà fatto interamente con il sistema contributivo

 

-          abolizione del pensionamento fles­sibile a 57-65 anni di età previsto dalla riforma del 1995

 

-          estensone del regime contributivo al pensionamento di vecchiaia a 65 anni gli uomini, a 60 anni le donne

 

-          introduzione del “silenzio assenso” per il conferimento del TFR - Trattamento di fine rapporto alle forme di previdenza complementare ed equiparazione tra le varie forme (Fondi pensione negoziali, fondi aperti, forme di previdenza)

 

-          previsione di  regimi speciali a favore dei lavoratori addetti a mansioni usuranti, e regimi agevolativi per le lavoratri­ci madri

 

 

 

Le principali critiche a quest’ultima riforma si sono concentrate sul fatto che gli effetti sono rimandati al 2008, che introduce una rigidità nei requisiti di uscita dal lavoro (abolizione del pensionamento flessibile tra i 57 e 65 anni)  e che non affronta la questione cruciale delle pensioni delle nuove generazioni. Oggi per moltissimi giovani il lavoro è costituito da una somma di lavori discontinui ed occorre adeguare le tutele previdenziali tenendo conto di questo mercato del lavoro fortemente caratterizzato dalla precarietà.

Resta il fatto che nel futuro tende a diventare sempre più strategico il problema di realizzare un nuovo “risparmio previdenziale” da distribuire lungo tutto il corso della vita e sviluppando vari strumenti economico-finanziari di previdenza complementare: Fondi negoziali, Fondi pensione aperti, Piani individuali pensionistici e forme individuali previdenziali.


[1]  In: Amato Giuliano, Maré Mauro, 2001

[2] Si veda in proposito: Rampini Federico, 1994; Beltrametti Luca, 1996; Baldissera Alberto,“La rivolta dei cappelli grigi: Il caso italiano e francese”, in: Il paese dei paradossi, a cura di Negri Nicola e Sciolla Loredana, Carocci Editore, Roma, 1996, pp. 53-116

[3] Legge n. 421/1992 e D. Lgs. n. 503/1992

[4] Accordo siglato l’8.5.1995

[5] Legge n. 335/1995

[6] Legge n. 335/1995, art. 3, c. 3

[7] Legge n. 104/1992

[8] Cosiddetta riforma Prodi: Legge n. 449/1997

[9] Dal Rapporto sulle strategie nazionali per i futuri sistemi pensionistrici, predisposto dal Governo Berlusconi ed inviato alla Unione Europea, 2002

[10] Legge n. 243/2004