Alessandra Cicalini, Pietro Scarnera e l’addio al padre… a fumetti – Blog di Stannah | Muoversi Insieme


Quando si perde qualcuno per sempre, il tempo del lutto può durare più o meno a lungo. Di sicuro, cambiano i modi per rielaborare la perdita, ma se per caso siamo capaci di esprimerci in modo creativo, utilizzare il talento personale per raccontare il nostro doloroso vissuto potrebbe essere utile anche agli altri. È probabile che abbia provato una sensazione similePietro Scarnera, disegnatore di origine torinese nato nel 1979, nell’ascoltare le reazioni dei lettori al suoDiario di un addio, incentrato sugli ultimi cinque anni di vita del padre

l’intero articolo qui:

Pietro Scarnera e l’addio al padre… a fumetti – Blog di Stannah | Muoversi Insieme.

Michele Serra su: Altan terapia, Salani editore


Il suo segreto? Cogliere in un disegno e uno slogan le complicazioni di un’epoca. Con le sue delusioni e i suoi mali. In un libro-antologia, il meglio delle sue vignette

Su Altan è stato scritto molto, anzi moltissimo, da giornalisti, critici, intellettuali, prefatori, nel tentativo di spiegare la sua quasi inspiegabile arte, che con una pratica semplice – la vignetta, rappresentazione di un istante – riesce a evocare le complicazioni di un’epoca intera, con tutta la profondità dei suoi mali, dei suoi inganni e soprattutto delle sue delusioni.

Nessun autore satirico contemporaneo ha riscosso altrettanta (meritata) ammirazione, nessuno è così difficile da collocare, da analizzare, da interpretare. Mettiamola così: Altan affascina anche perché non si capisce bene “da dove viene”. Quasi tutti i satirici hanno una matrice riconoscibile, una scuola di provenienza. Ci sono i politici-politici, cronisti implacabili del potere e del sottopotere. Ci sono i surrealisti-divaganti, quelli per i quali la cronaca è appena un pretesto. Ci sono i polemisti iperfaziosi, formidabili per l’accanimento, e i fine-dicitori, che preferiscono lo humour ai toni alti. Altan sfugge a ogni definizione, ha qualcosa di estraneo e quasi di alieno al panorama giornalistico e satirico, le sue vignette paiono concepite in un luogo eccentrico dal quale le cose italiane appaiono, al tempo stesso, molto più ridicole e molto più raccapriccianti di come le avevamo capite fin qui.

Ogni sua vignetta, anche la meno memorabile, colpisce e affascina perché “non ci avevamo pensato”, o comunque non ci avevamo pensato con la stessa radicale precisione. Come se noi lettori fossimo troppo immersi nella materia trattata (merda, direbbe Altan) per poterla inquadrare con la stessa freddezza, la stessa spregiudicatezza e – in fin dei conti – anche la stessa serenità.

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segue http://espresso.repubblica.it/dettaglio/litalia-di-altan/2133331//0

Autore: Altan
Pagg. 160
€ 11.00
Varia
In libreria dal: 02/09/2010
Libro  disponibile

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IL LIBRO

Se c’è un personaggio che può costituire una Terapia per gli altri, questo è Altan. Frutto di intuizioni fulminanti e di sintesi straordinaria, le sue immagini fotografano la realtà che ci circonda e ce la restituiscono non senza qualche ‘taumaturgico’ effetto. Altan sa cogliere il quotidiano, rappresentare i tipi della nostra specie, dalla malinconia dell’operaio alla sensualità languida di certe figure femminili, dall’innocenza del ‘ranocchio’ al ghigno vile del potere. L’Altanterapia, articolata per ‘mali’,'rimedi’ e ‘consigli per la crescita’, raccoglie un distillato di tutta la produzione creativa dell’artista, alla ricerca di un Altan metafisico, che dura nel tempo, che raggiunge delle vette di semplicità quasi zen. Leggere e guardare queste immagini, che rendono chiara la realtà, sdrammatizzano, spostano la prospettiva, illuminano, confortano, può dare sollievo ai mali e alle frustrazioni del nostro tempo.


I GIUDIZI

“Altan non si ispira, Altan ispira. Che Manitù, Trino e Presbiterio, protettori dei disegnatori e dei poeti, ci conservino Altan.”
Stefano Benni

“Per me Altan è un genio… arriva al lettore attraverso intuizioni poetiche, umoristiche, sempre fulminanti e fuori dalla logica comune.”
Giorgio Bocca

“Le vignette di Altan sembrano quasi tutte ‘senza tempo’… qualcosa di nuovo e di profondo riescono sempre a farti nascere dentro. Come l’Arte, no?”
Sergio Staino

“Per i seguaci della disciplina satirica Altan non è un medico, è Esculapio. Un dio dei messaggi talvolta oscuri, che pretende sacrifici. Quanti autori hanno infatti sacrificato una battuta pensando “… mmm, no! Sembra un Altan.” Spesso il dio Altan opera il miracolo del ‘plagio retroattivo’. Se lui scrive una battuta già fatta da altri il giudizio è unanime: hanno copiato gli altri.”
Max Greggio


L’AUTORE

Francesco Tullio Altan è nato a Treviso nel 1942. Ha studiato architettura a Venezia e poi si è trasferito in Brasile, dove ha cominciato a disegnare fumetti per bambini. Tornato in Italia ha iniziato a collaborare conLinus e per il Corriere dei Piccoli ha creato la Pimpa. Autore di fumetti, disegnatore e sceneggiatore di successo, Altan collabora con L’espressola Repubblica, per i quali realizza le sue straordinarie illustrazioni di satira politica.

da: http://www.salani.it/sal-scheda.asp?idlibro=3342&titolo=ALTANTERAPIA

Malati terminali e Dylan Dog. Mater morbi (testi di Roberto Recchioni, disegni di Carnevale), n. 280 Gennaio 2010, www.sergiobonellieditore.it | dal Blog di Tartarugosa


TartaRugosa ha letto e scritto di:

Dylan Dog, Mater morbi, n. 280 Gennaio 2010,  www.sergiobonellieditore.it

Nel mese in cui si ricorda la morte di Eluana Englaro, molte sarebbero le letture consigliabili che affrontano il tema della rivoluzione tecnologica in ambito di salute e malattia e del diritto umano all’autodeterminazione.

A me piace scegliere un testo diverso, originale e inatteso per il genere e la forma cui appartiene: il fumetto. Una storia narrata al confine tra reale e irreale, considerato che Roberto Recchioni, sceneggiatore dell’avventura, è una persona che sta vivendo sulla propria pelle una condizione di malattia irreversibile.

Questa volta Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo, vive direttamente una realtà da incubo, misurandosi con le sue ancestrali paure dell’ignoto e dell’insondabile. I tratti delineati per descrivere un vissuto di condannato sono così netti e precisi da incidere un solco nel lettore che segue la vicenda.

Una vita può essere sospesa e ugualmente rivestire un rinnovato significato rispetto al senso dell’esistere; una vita può essere invece trattata come pezzo da officina, scorporata dall’anima e considerata mero involucro da riparare.

Dylan Dog attraversa il suo incubo individuale dando voce materiale agli interrogativi più inquietanti che già scuotono le coscienze di chi cura.

Di goffmaniana memoria l’incontro con la spoliazione, la coatta costrizione alla rinuncia della tua identità, numero fra altri numeri, arto, organo, elemento piuttosto che uomo, sradicato dalla possibilità di esprimere il tuo passato, le tue conoscenze, le tue testimonianze su ciò che senti e ciò cui sei stato sottoposto:


L’ingresso nel giardino dove Mater Morbi porta a giocare le sue vittime non è un buon indizio e segna quel confine tra naturalità e intervento tecnologico che permette all’insaziabile signora di mantenere il paziente designato sufficientemente attaccato a un filo per potersi trastullare con lui



Poco importa ciò che il malato pensa, desidera, esige .. qualcun altro decide per lui

Risponderà il Dottor Vonnegut: al Dottor Harker che osa proporre di non andare oltre con le cure: “La legge ci obbliga a fare tutto quello che ci è possibile per tenere in vita i nostri pazienti. … La morte non è cosa di cui possano decidere i dottori o i pazienti” “E chi allora?” “Un’autorità ben al di sopra di noi”

A chi si riferisce il Dottor Vonnegut? Mater Morbi pare non avere idee confuse in proposito




E mentre le macchine allungano l’agonia di Dylan, nel suo giardino Mater Morbi esercita le sue sadiche seduzioni per favorire il cedimento del suo nuovo giocattolo

Mater Morbi è un’amante esigente, ma Dylan le rinfaccia il suo male intrinseco: quella solitudine di cui non potrà mai sbarazzarsi perché tutti cercano di sfuggirla. “Ci sono persone disposte a uccidersi pur di non incontrarti mai” svela Dylan a Mater Morbi in un drammatico colloquio “Nessuno ti ama e per questo sei costretta a tenerti strette le persone riducendole in catene”

Mater Morbi è smascherata. Nel momento in cui Dylan accetta di provare ad amarla si ritrova guarito.

La televisione trasmette l’intervista del Dottor Harker, cacciato da Vonnegut per la sua troppa sensibilità, dove si parla di accanimento terapeutico, testamento biologico e suicidio assistito.

Scrive allora Dylan Dog:

“Personalmente sono convinto che chiunque sia in possesso delle sue facoltà mentali debba anche essere padrone del proprio destino .. specie se quel destino è fatto di atroci sofferenze. D’altra parte nel caso in cui io non fossi in grado di esprimere la mia opinione o non avessi lasciato alcuna disposizione, non vorrei mai che qualcuno decidesse della mia vita al posto mio.

In fondo .. chi sono io per mettere in dubbio i miracoli?”

lasciando scoperta quella terra di frontiera dove la medicina che rifiuta la morte non è ancora specularmente riuscita a riportare sempre alla vita e dove l’essere umano è tuttora dilaniato dalla contrapposizione tra laico e religioso, tra una morte come evento naturale e una morte che può essere sempre più controllata e manipolata.

Una cosa è certa: dove le maglie si fanno strette, dove si arriva al bilico della massima incertezza, dove esiste una possibilità di scelta per orientare il proprio ineluttabile destino – e ognuno di noi sta sempre più acquisendo conoscenza di questa possibilità – c’è un fragoroso, urgente, tasssativo bisogno di etica.

Dylan Dog, Mater morbi, n. 280 Gennaio 2010, www.sergiobonellieditore.it | Tartarugosa

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