ALBERTO MELUCCI un sociologo di frontiera, presentazione del libro SOCIOLOGIA DI CONFINE, saggi intorno all’opera di Alberto Melucci, a cura di Giuliana Chiaretti e Maurizio Ghisleni, Mimesis editore 2011, alla Casa della cultura di Milano, giovedì 1 dicembre 2011, ore 21


Erving Goffman, Libri pubblicati in Italia


GOFFMAN ERVING, introduzione di Franco e Franca Basaglia

ASYLUMS. La condizione sociale dei malati di mente e di altri internati (1961)

EINAUDI, 1968, p. 400

GOFFMAN ERVING

LA VITA QUOTIDIANA COME RAPPRESENTAZAZIONE (1959)

IL MULINO, 1969, p. 292

GOFFMAN ERVING, a cura  di Pier Paolo Giglioli

L’ INTERAZIONE STRATEGICA , in MODELLI DI INTERAZIONE (1967)

IL MULINO, 1969, p. 311-480

GOFFMAN ERVING

STIGMA. L’IDENTITA NEGATA (1963)

LATERZA, 1970, p. 230

GOFFMAN ERVING

I RITUALI DELL’INTERAZIONE, in MODELLI DI INTERAZIONE (1967)

IL MULINO, 1971, p. 3-310

GOFFMAN ERVING

IL MODELLI DI INTERAZIONE (1967)

IL MULINO, 1971, p. 484

GOFFMAN ERVING, prefazione di Franco e Franca Basaglia

IL COMPORTAMENTO IN PUBBLICO. L’interazione sociale nei luoghi di

riunione (1963)

EINAUDI, 1971, p. 248

GOFFMAN ERVING, a cura di Paolo Maranini

ESPRESSIONE E IDENTITA’ (1961)

MONDADORI, 1979, p. 154

GOFFMAN ERVING

RELAZIONI IN PUBBLICO. Microstudi sull’ordine pubblico (1971)

BOMPIANI, 1981, p. 322


GOFFMAN ERVING

FORME DEL PARLARE (1981)

IL MULINO, 1987, p. 260

GOFFMAN ERVING, prefazione di Alessandro Dal Lago, postfazione di Franco

e Franca Basaglia

ASYLUMS. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza

(1959)

EDIZIONI DI COMUNITA’, 2001, p. 415

GOFFMAN ERVING, prefazione di Bennett M. Berger, a cura di Ivana Matteucci,

presentazione di Laura Bovone

FRAME ANALYSIS. L’organizzazione dell’esperienza (1974)

ARMANDO EDITORE, 2006, p. 590

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Claudio Risè, Zygmunt Bauman: l’individuo tra comunità e solitudine


[..] La rappresentazione della realtà globale proposta da Bauman contiene anche confusioni, e a volte semibanalità. Ben diversa, sugli stessi temi, la precisione di Serge Latouche (di cui Arianna pubblica ora: L’invenzione dell’economia, con postfazione di Pietro Montanari), cui manca, però, il sostegno del network editoriale e universitario anglosassone, di cui dispone Bauman. Ciò non toglie, come ha osservato lo junghiano Etienne Perrot su Etudes, che “La tesi fondamentale di Bauman, vale a dire la mondializzazione vista come sovversione dei territori per opera dello spazio mercantile, rimane solida”, anche se non l’ha scoperta lui. Bauman l’ha illustrata, tra l’altro, anche in Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza.Questa “sovversione dei territori”, non solo e non tanto fisici, quanto psicologici, e culturali, e i rischi da essa prodotti sull’individuo (un tema già impostato, con minor drammaticità, nei lavori di Anthony Giddens), porta Bauman ad affrontare la questione cui sono dedicati in buona parte i suoi ultimi lavori.Come quella Voglia di comunità (Missing Community, nel testo inglese), pubblicato ora da Laterza. In esso Bauman, fedele alla vocazione utilitaristica della sua riflessione, propone un ritorno, dall’ anarchia postmoderna, ad “una comunità intessuta di comune e reciproco interesse”. Gli interessi però, come sapeva bene non solo Ferdinand Tönnies, ma anche Max Weber, non bastano a convincere gli individui ai sacrifici necessari alla comunità. Quest’opus assai più impegnativo richiede la condivisione di un sistema simbolico. Una questione che Bauman non può affrontare davvero,

l’intero articolo qui: Diario di bordo :: Zygmunt Bauman: l’individuo tra comunità e solitudine :: April :: 2010

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AI MARGINI DELLO SVILUPPO URBANO. UNO STUDIO SU QUARTO OGGIARO a cura di Rossana Torri e Tommaso Vitale Bruno Mondadori 2009 pp. 192 ISBN 978-88-615-9397-8


AI MARGINI DELLO SVILUPPO URBANO.
UNO STUDIO SU QUARTO OGGIARO
a cura di    Rossana Torri e Tommaso Vitale
Bruno Mondadori 2009 pp. 192 ISBN 978-88-615-9397-8
Quarto Oggiaro, Milano. Pochi quartieri delle città del Nord Italia sono considerati così emblematici per il cumulo di
problemi e di svantaggi sociali. Poche periferie sono state così stigmatizzate e discusse attraverso i mass media. Eppure
Quarto Oggiaro non è solo questo. Nato per accogliere l’immigrazione del boom economico, il quartiere è oggi
attraversato da profondi cambiamenti ed è al centro di ben più ampie trasformazioni urbane.
Quali sono i nessi empirici tra fattori sociali e fattori economici nello sviluppo di questo luogo? I meccanismi che ne
hanno prodotto la marginalità sono gli stessi che l’hanno mantenuta nel tempo? I principali mutamenti urbani vengono
subiti dagli abitanti del quartiere o sono letti come opportunità? Le scuole presenti nel territorio riducono o amplificano le
disuguaglianze sociali? Il basso valore degli immobili si configura ancora come meccanismo di segregazione o costituisce
un elemento capace di attrarre nuove popolazioni produttive? Sono queste alcune delle domande a cui il libro prova a
rispondere, attraverso i risultati di uno studio effettuato con molteplici tecniche di indagine, in un dialogo continuo e
riflessivo con i protagonisti del quartiere.
Prefazione
di Giambattista Armelloni (Presidente delle Acli della Lombardia)
Introduzione
Quartieri fragili: costruzioni politiche e dilemmi della ricerca
di Rossana Torri
1. Il ciclo di vita di Quarto Oggiaro di Daniele Pennati
2. Intrappolamenti di Giulia Cordella
3. Economie emergenti ai margini di Milano di Daniele Pennati e Samantha Belotti
4. Quarto Oggiaro e lo sviluppo esogeno di Daniele Pennati e Samantha Belotti
5. Processi di marginalizzazione e meccanismi attivi di cambiamento di Tommaso Vitale
6. Indicatori per l’analisi delle ripartizioni di quartiere di Tommaso Vitale, Renato Carletti ed Enrico Claps
Ringraziamenti
Bibliografia

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BERGER P.L., LUCKMANN T., Lo smarrimento dell’uomo moderno, Il Mulino


BERGER P.L., LUCKMANN T.

Lo smarrimento dell’uomo moderno

Collana “Voci”

pp. 136, € 10,00
978-88-15-13409-7
anno di pubblicazione 2010

in libreria dal 25/02/2010

Copertina 13409

Le società moderne sembrano contrassegnate dall’incapacità di elaborare significati condivisi, e perciò di assicurare coesione. Le istituzioni che in passato se ne facevano carico – famiglia, scuola, chiesa, stato – appaiono ormai inadeguate ad assolvere queste funzioni, condannando l’individuo a un angoscioso isolamento e sconcerto. Ma è una diagnosi fondata, oppure una mera riformulazione dell’”eterno lamento” per un mondo paventato come vacillante solo perché le nostre opere sono caduche e la nostra esistenza irrevocabilmente segnata dalla finitezza? Ne ragionano, in modo lucido e pacato, Berger e Luckmann, due grandi veterani della riflessione sull’uomo e sulla società.

Peter L. BergerThomas Luckmann sono tra i maggiori scienziati sociali contemporanei. Il Mulino ha pubblicato la loro opera più importante, “La realtà come costruzione sociale” (1969).

Volumi – BERGER P.L., LUCKMANN T., Lo smarrimento dell’uomo moderno.

Massimo Ilardi e la città visibile , Radio 3 – Fahrenheit


Massimo Ilardi e la città visibile

 

immagine evento

Due concetti, quello dei non luoghi e quello calviniano delle città invisibili, hanno dominato la sociologia urbana degli ultimi vent’anni. Secondo Massimo Ilardi, uno dei più attenti osservatori dei fenomeni metropolitani, le categorie inventate da Augée e dall’autore della trilogia degli antenati, non bastano più a interpretare il cambiamento della nostra città. Nel suo pensiero, metropoli vuol dire soprattutto occupazione, appropriazione, consumi spesso periferici e illegali del territorio che hanno la capacità di autolegittimarsi nel tempo e nello spazio. Nascono da queste basi opere come In nome delle strade e Il tramonto dei non luoghi, di cui Massimo Ilardi spiega, per gli ascoltatori di Fahrenheit, le idee centrali.

In nome della strada

Il tramonto dei non luoghi

Il potere delle minoranze

Radio 3 – Fahrenheit

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Mappa delle diseguaglianze d’Italia. A Le Storie – Diario Italiano, Corrado Augias incontra la sociologa Chiara Saraceno


Mappa delle diseguaglianze d’Italia. A Le Storie – Diario Italiano, Corrado Augias incontra la sociologa Chiara Saraceno

vai qui:

Video Rai.TV – Le storie – Chiara Saraceno

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Siss-Società italiana di sociologia della salute, Essere e Fare il sociologo in sanità, FrancoAngeli, 2009


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Essere e Fare il sociologo in sanità  
Autori e curatori: Siss-Società italiana di sociologia della salute
Contributi: Giuseppe Acocella, Vittorio Ancarani, Giuseppina Cersosimo, Costantino Cipolla, Maurizio Esposito, Giorgio Gosetti, Paolo P. Guzzo, Ilaria Iseppato, Emiliana Mangone, Giuseppe Masullo, Antonio Maturo, Everardo Minardi, Giovanna Natalucci, Walther Orsi, Annamaria Perino, Tullia Saccheri, Ivan Sainsaulieu, Alessio Saponaro, Stefano Scarcella Prandstraller, Cristina Sorio, Aldo Trotta, Paolo Ugolini
Collana: Salute e Società
Argomenti: Sociologia della salute
Livello: Studi, ricerche
Dati: pp. 208,     1a edizione  2009  (Cod.1341.32)
 
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Essere e Fare il sociologo in sanità
Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 21,50
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856814545
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In breve “Essere e Fare” per il sociologo sono le direttrici lungo le quali si è mossa la Società Italiana di Sociologia della Salute, al fine di riaggregare le diverse anime dei sociologi che lavorano nella Sanità, per sviluppare una strategia operativa capace di rafforzare consapevolezze, estendere conoscenze, costruire strumenti di integrazione…
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Presentazione
del volume:
“Essere e Fare” il sociologo sono le direttrici lungo le quali si è mossa la Società Italiana di Sociologia della Salute, al fine di riaggregare le diverse anime dei sociologi che lavorano nella Sanità, per sviluppare una strategia operativa capace di rafforzare consapevolezze, estendere conoscenze, costruire strumenti di integrazione.
Il sapere sociologico comprende un cospicuo patrimonio culturale e scientifico, costruito da chi ha lavorato in sinergia con le proposte provenienti dai territori, ma anche dal contributo empirico dei sociologi professionali che hanno prodotto lavori scientifici di spessore: un sapere che non ha nulla da invidiare alle più blasonate discipline scientifiche e che è capace di esprimere tutta la sua forza di trasformazione e miglioramento nelle diverse aree della realtà sociale.
Ormai, la funzione del sociologo professionale ha assunto una valenza strategica, attraverso conoscenze, competenze, strumenti operativi che hanno consentito l’attivazione di nuovi servizi, la realizzazione di progetti sperimentali, la gestione dei processi di trasformazione dei sistemi organizzativi.

La Società Italiana di Sociologia della Salute (SISS) si è costituita nel 2002. Da allora ha lavorato in una prospettiva d’integrazione tra saperi accademici e saperi professionali. Nel corso dell’ultimo triennio ha promosso la costituzione di un Coordinamento tra le Associazioni dei sociologi italiani. Presidente SISS è Tullia Saccheri, docente di Sociologia della Salute presso l’Università di Salerno e membro della rete internazionale ENTI-European Network on Territorial Intelligence.

Indice:
Giuseppe Acocella, Editoriale
Tullia Saccheri, Introduzione
Saggi
Maurizio Esposito, Le nuove frontiere della Sociologia della salute
Alessio Saponaro, Paolo Ugolini, Osservatorio dipendenze: sistema informativo, valutazione, ricerca, qualità
Stefano Scarcella Prandstraller, Le sociologie invisibili
Confronti
Everardo Minardi, Essere e Fare il sociologo della salute oggi
Esperienze
Giuseppina Cersosimo, Innovazione ed efficacia: il coinvolgimento del sociologo in una Divisione di Medicina Interna
Giovanna Natalucci, Le relazioni con il pubblico nelle Aziende Ospedaliere: un’area di intervento precipua per il sociologo. Obiettivi e metodi
Annamaria Perino, La pianificazione socio-sanitaria: ruolo e funzioni del sociologo della salute
Prospettive internazionali
Ivan Sainsaulieu, Il coinvolgimento del sociologo nel suo oggetto: il caso del lavoro sociale, sanitario e di cura
Commenti
Giuseppe Fasullo, Il coinvolgimento per l’oggetto: la cornice di senso della sociologia della salute italiana e francese
Emiliana Mangone, Il “lavoro sociale” del sociologo tra dimensione oggettiva e dimensione soggettiva
P. Paolo Guzzo, Il sociologo territoriale nella prospettiva di Sainsaulieu: interprofessionalità e reti sanitarie aggrovigliate
Note
Ilaria Iseppato, Recenti sviluppi nello studio delle disuguaglianze di salute
Vittorio Ancarani, La rivalutazione biotech. Un mito?
Cristina Sorio, Droghe nella notte
Costantino Cipolla, Una replica a Cristina Sorio
Emiliana Mangone, La formazione sociologica come strategia per l’empowerment dei professionisti della sanità
Aldo Trotta, Prima che sia troppo… Mobbing. Dall’analisi sociologica al metodo di indagine
Walther Orsi, Giorgio Godetti, Ambiti di sviluppo del mercato del lavoro dei sociologi a cui fare riferimento per investire in termini di specializzazione/formazione
Antonio Maturo, Fenomenologia del convegno dell’American Sociological Association.

Essere e Fare il sociologo in sanità

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Censis, Oltre l’adattamento. Un mese di sociale 2009, FrancoAngeli, 2009


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Oltre l’adattamento. Un mese di sociale 2009  
Autori e curatori: Censis
Contributi: Giuseppe De Rita, Giuseppe Roma
Collana: Censis
Argomenti: Economia del lavoroSociologia economica, del lavoro e delle organizzazioni
Livello: Studi, ricerche
Dati: pp. 128,     1a edizione  2009  (Cod.139.25)
 
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Oltre l'adattamento. Un mese di sociale 2009

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Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 11,00
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856812749
 
Tipologia: E-book
Prezzo: € 9,00
Possibilità di stampa:  No
Possibilità di copia:  No
Codice ISBN 13: 9788856820188
Formato: Adobe Acrobat
Dimensione: 1083 KB
Informazioni sugli e-book
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Non ancora disponibile
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In breve Il volume approfondisce quattro aspetti emergenti della società italiana: la deregulation dei comportamenti individuali e collettivi, sulla scia di una malintesa retorica della libertà di essere se stessi; la realtà degli “invisibili”, e la voglia del mondo del lavoro autonomo e della piccola imprenditorialità di sviluppare una rinnovata rappresentanza dei propri interessi; l’operare del federalismo, attraverso la responsabilizzazione dei poteri amministrativi locali; il superamento di una società puramente adattiva, facendo il punto sulle potenzialità dei meccanismi di exaptation.
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Presentazione
del volume:
Oltre l’adattamento è il titolo dell’appuntamento di riflessione del Censis “Un mese di sociale/2009″, nel corso del quale sono stati approfonditi quattro aspetti emergenti della società italiana.
Il primo riguarda la deregulation dei comportamenti individuali e collettivi, sulla scia di una malintesa retorica della libertà di essere se stessi.
Il secondo esamina la realtà degli “invisibili” – un mosaico spesso ignorato dalle statistiche ufficiali – e la voglia del mondo del lavoro autonomo e della piccola imprenditorialità di sviluppare una rinnovata rappresentanza dei propri interessi.
Il terzo si concentra sul concreto operare del federalismo, al di là di astratti disegni di riforma istituzionale, attraverso la responsabilizzazione dei poteri amministrativi locali, come hanno dimostrato le reazioni locali alla crisi globale da parte degli enti territoriali.
Il quarto affronta il tema del superamento di una società puramente adattiva, facendo il punto sul significato e sulle potenzialità dei meccanismi di exaptation (riadattamento innovativo), un concetto preso a prestito dalla biologia evoluzionista per spiegare l’attuale fase di transizione sociale.

Indice: Giuseppe Roma, Introduzione
La deregulation dei comportamenti
(Verso una doppia morale; La trasgressione non scandalizza più; L’aggressione nei confronti dell’altro visto come minaccia; Il gioco virtuale dell’affermazione di sé; Il rispecchiamento dei potenti: il privato è privato; Dalla deregulation ai legami fragili)
La società solida degli “invisibili”
(La società solida degli “invisibili!; La resistenza forza dei piccoli produttori; L’inossidabile popolo dei sommersi; L’invisibile moltitudine del “paralavoro”; La lenta emersione della rete del microwelfare; L’apparente solidità del terziario “qualcosista”)
La sfida del federalismo
(Le stagioni “bruciate” del protagonismo degli enti territoriali; I differenziali territoriali che contano; Il “sindaco di territorio” all’indomani del voto; Il contrasto alla crisi come test di responsabilità per gli enti locali; Risposte locali per una crisi globale: il ruolo dei Comuni; Il “giusto confine” delle azioni di contrasto; Pietro Vignali, Alessandro Mazzoli, Piero Marrazzo, Le testimonianze dei soggetti del territorio)
Dall’adattamento all’exaptation
(Esplorando un concetto difficile: l’exaptation; Percorsi ai confini del sistema; Una considerazione conclusiva; Materiali di lavoro: spigolando nella crisi attuale)
Giuseppe De Rita, Conclusioni.

Oltre l’adattamento. Un mese di sociale 2009

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Patrizia Taccani, Essere nonni: non chiamiamolo mestiere, in Prospettive sociali e sanitarie n. 12 2009, p. 1-4


Taccani Patrizia
Essere nonni: non chiamiamolo mestiere
Prospettive sociali e sanitarie, Vol. 39, n. 12, 2009, pag. 1-4

Quotidiani e riviste utilizzano spesso il termine “nonni” per denominare anziani e vecchi. L’articolo descrive invece i nonni come gruppo di persone p…(login alla Fondazione Maderna per leggere)

Festival della Mente 2009: disponibili gli interventi in podcast e in video « Repertorio di risorse web a cura della Biblioteca di Filosofia e storia dell’Università di Pisa


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Stefania Leone, Erving Goffman: formazione e percorsi di ricerca


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Erving Goffman: formazione e percorsi di ricerca  
Autori e curatori: Stefania Leone
Collana: Sociologia
Argomenti: Teoria sociologica e storia del pensiero sociologico
Livello: Studi, ricerche
Dati: pp. 192,     1a edizione  2009  (Cod.1520.377)
 
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Erving Goffman: formazione e percorsi di ricerca

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Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 19,00
Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856811360
 
Tipologia: E-book
Prezzo: € 15,00
Possibilità di stampa:  No
Possibilità di copia:  No
Codice ISBN 13: 9788856818130
Formato: Adobe Acrobat
Dimensione: 1970 KB
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In breve Un viaggio lungo gli interessanti sviluppi del pensiero e all’interno dell’approccio di ricerca di Erving Goffman, un classico del pensiero sociologico. Attraverso questo percorso si rintracciano le molteplici influenze teoriche che hanno contribuito alla costruzione della prospettiva goffmaniana: dalle origini all’interno della Scuola di Chicago, fino ai sentieri attraversati, nella sua piena maturità, in campo linguistico…
 
Presentazione
del volume:
Gli studi sull’interazione trovano in Goffman un interprete di grande e acuta sensibilità sociologica, affascinante e illuminante quando osserva le scene più ordinarie della quotidianità e il complesso incastro di cornici e livelli nell’esperienza umana.
Il volume si presenta come un viaggio lungo gli interessanti sviluppi del pensiero e all’interno dell’approccio di ricerca dello studioso, ormai annoverato tra i classici del pensiero sociologico. Attraverso questo percorso si rintracciano le molteplici influenze teoriche che hanno contribuito alla costruzione della prospettiva goffmaniana: dalle origini all’interno della Scuola di Chicago, fino ai sentieri attraversati, nella sua piena maturità, in campo linguistico. La ricognizione segue i passi compiuti dall’autore nella ricerca sul campo, ne esamina l’originale approccio empirico – etnografico “naturalista” e situazionale – e le varie tecniche di osservazione, cui Goffman unisce le proprie spiccate doti analitiche e descrittive di ricercatore e di narratore.
All’esplorazione dell’apparato concettuale e metodologico di Goffman si accompagnano, infine, due esperienze di ricerca. Esse riguardano l’analisi dell’interazione applicata a fenomeni comunicativi di interesse pubblico: un’intervista televisiva (il “caso Travaglio”, che ha avuto anche un’eco mediatica di un certo rilievo) e una situazione di interazione in un Ufficio per le Relazioni con il Pubblico.

Stefania Leone è ricercatrice in Sociologia generale presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione di Salerno e insegna Teoria e tecniche di analisi delle istituzioni sociali e Teoria e tecniche della comunicazione pubblica. Gli interessi di studio e i precedenti lavori pubblicati riguardano il campo delle relazioni e della comunicazione tra attori sociali pubblici e privati, in prospettiva macro e micro sociologica. Ha scritto articoli e contributi in opere collettanee ed è autrice delle monografie Nuove prospettive del sistema universitario pubblico. Modelli, soggetti e relazioni (2005) e Stili di vita. Un approccio multidimensionale (2005). Di recente ha pubblicato il saggio Il desiderio dell’attore tra interpretazione e messa in scena della realtà. La prospettiva di Goffman sui complessi quadri dell’esperienza (2008).

Indice:
Introduzione
Parte I.
Goffman: gli apporti alla formazione
(La formazione di Goffman attraverso la biografia; La cornice della Scuola di Chicago: l’impronta dall’antropologia sociale britannica, le radici nella sociologia urbana e nell’approccio etnografico di Hughes; Il richiamo a Mead e i rapporti con l’interazionismo simbolico; L’influenza di James: l’empirismo radicale e la concezione del sé; L’impronta durkheimiana: l’ordine sociale normativo e cognitivo; il rituale dell’interazione; I richiami alla fenomenologia: da Schütz alla ricerca etnometodologica; La sfera linguistica nello studio dell’interazione sociale: strutturalismo, sociolinguistica, etnografia del linguaggio e analisi della conversazione; Influenze e relazioni con altri studiosi)
Tecniche di osservazione di Goffman
(Basi metodologiche del suo approccio; I diversi impieghi dell’osservazione in Goffman; Approccio etnografico “naturalista” e situazionale; Personalità e stile. Critiche alla sua opera)
Parte II.
Sulle orme di Goffman
(Laboratorio sull’analisi dell’interazione nell’ambito di un evento mediatico: il “caso Travaglio”; Osservazione dell’interazione in un Ufficio per le Relazioni con il Pubblico)
Riferimenti bibliografici.

Erving Goffman: formazione e percorsi di ricerca

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Festival della Mente di sarzana, 6° edizione, 2009


Edizione 2009

Il programma della sesta edizione del Festival della Mente, diretto da Giulia Cogoli, prevede oltre 60 appuntamenti tra conferenze, spettacoli, incontri,e anche laboratori per bambini e ragazzi con scrittori, linguisti, artisti, musicisti, architetti, designer, psicologi e psicanalisti, matematici, storici, oltre a scienziati, filosofi e pensatori italiani e stranieri.

Ritorna, a grande richiesta, la sezione approfonditaMente, una serie di lezioni-laboratorio a numero chiuso della durata di due ore e mezzo, quest’anno le tematiche affrontate sono: etnopsichiatria, etica ed estetica della città, etologia botanica, funzioni e non del design, il potere della musica, l’enigma dell’ispirazione, mente e cammino.

Scarica il programma completo in pdf

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Scuola di Dottorato in Sociologia e Ricerca Sociale, Bando per il CONCORSO DI AMMISSIONE per il 25° ciclo – anno accademico 2009/10


Scuola di Dottorato in Sociologia e Ricerca Sociale

E’ stato pubblicato il bando per il CONCORSO DI AMMISSIONE per il 25° ciclo – anno accademico 2009/10

Numero posti: 12
Numero borse: 6

Bando di selezione: pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 37 del 15/05/2009 (IV serie speciale – concorsi)

Scadenza domanda di partecipazione: 29 giugno 2009

Vai all’application online

Il bando e le informazioni relative al concorso sono state pubblicate nella sezione offerta formativa del portale dell’ateneo di Trento.

Vi saremo grati per ogni ulteriore diffusione di questo avviso.

Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale

Via Verdi 26, 38122 Trento – Italia

Tel. 0461 881322, Fax 0461 881348

e-mail: segreteria.dsrs@soc.unitn.it website: www.soc.unitn.it/dsrs

Corchia Luca, La teoria della socializzazione di Jürgen Habermas. Un’applicazione ontogenica delle scienze ricostruttive ETS – Libro


La teoria della socializzazione di Jürgen Habermas. Un’applicazione ontogenica delle scienze ricostruttive di Corchia Luca

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Carlo Tullio – Altan, Modelli concettuali antropologici per un discorso interdisciplinare tra psichiatria e scienze sociali, in Psicoterapia e scienze umane n. 1 1967 e n. 1 1975


Questo saggio del 1967  (avevo 19 anni!) è seminale. E’ un paradigma concettuale sempre capace di affrontare con efficacia l’analisi dei problemi e le loro soluzioni. Fra cui anche le politiche sociali.

Paolo Ferrario

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Il problema di una possibile collaborazione fra psichiatri e studiosi di scienze umane richiede innanzi tutto, per essere risolto, la messa a pun­to di un linguaggio comune, per cogliere certi aspetti della realtà umana che rientrano nella sfera di interesse degli uni e degli altri. Il fat­to che questo linguaggio non esista ancora, non è casuale. E’ la posizione assai diversa che i due gruppi di studiosi assumono di fronte al feno­meno della malattia mentale che ne è la causa.

Gli studiosi di scienze umane, se si esclude una certa parte degli psicologi, non guardano al singolo malato, ma al fenomeno malattia nella sua dimensione sociale e cioè statistica. Ma vi è di più, bisogna ammettere che numerosi stu­diosi di problemi sociali, subiscono, senza avvedersene, un processo di identificazione con il sistema in cui vivono e che studiano, che viene accettato da essi come paradigma, come norma cui assegnano inconsapevolmente un significato assoluto. Una volta assunta questa prospettiva, essi mostrano una sorta di « disattenzione seletti­va » per tutti quei fenomeni di disfunzione del sistema sociale in cui vivono, che in certa mi­sura contraddicono all’ipostasi inconscia che ne hanno fatta. Quando si parla di « società ma­lata », essi obbiettano che non vi è una misura scientifica per definire una distinzione univer­salmente accettabile fra una società sana e una malata. Questo è certamente vero, se questa mi­sura viene ricercata nella forma di una norma costante, di una struttura esemplare, ma allora anche lo psichiatra potrebbe rispondere allo stesso modo, e negare resistenza della malattia. E qualcuno di essi lo fa. Se si fa notare che il fenomeno delle malattie mentali ha assunto di­mensioni sociali e che l’influenza di certe varia­bili di classe, di cultura, di genere di vita è sta­tisticamente dimostrabile, in tal caso è il valore dell’analisi statistica ad essere revocato in dub­bio e con argomenti molto convincenti: la dif­formità delle diagnosi, la difficoltà della rac­colta dei dati, le differenze di trattamento dei casi, molti dei quali vengono così a sfuggire al controllo statistico, e via dicendo.Tutto questo, se non altro, dimostra una certa misura di disin­teresse per il fenomeno fastidioso della malattia mentale.

Gli psichiatri si trovano di fronte allo stesso fenomeno in una prospettiva radicalmente di­versa: si trovano di fronte a casi singoli, a individui malati con i quali entrano in un rap­porto diretto, più o meno autentico, in relazio­ne alla loro struttura concettuale, ma comunque sempre individuale, personale, privato. Essi so­no assorbiti dal compito di curare quel certo malato, e tendono in genere a mettere in pa­rentesi la dimensione sociale del caso partico­lare che hanno di fronte, soprattutto quando appartengono ad una rigida scuola organicistica.

Fra gruppi di studiosi così diversamente orien­tati è chiaro che un discorso interdisciplinare si instaura con molta difficoltà, per la mancanza di un comune terreno d’incontro fra la prospet­tiva collettiva scelta dai primi e la prospettiva individuale scelta dai secondi. Il formarsi e dis­solversi di gruppi di studio costituiti su queste basi o meglio su questa carenza di basi comu­ni, è perfettamente spiegabile: in quei gruppi non ci può essere processo di comunicazione, i codici sono troppo diversi. Molti psicoterapeuti tuttavia, trattando, soprat­tutto con il metodo analitico, il caso particolare, si rendono conto che i problemi del malato, quei problemi che, irresoluti, sono spesso la fon­te della malattia, si costituiscono in un contesto sociale e non solo privato, sia esso quello della famiglia, del lavoro o altro. Essi ottengono, at­traverso il discorso del malato, una rappresen­tazione della società ben diversa da quella irenica e paradigmatica che molti sociologi ci of­frono. Certo, l’immagine ottenuta attraverso il discorso del malato è viziata dalla sua stessa malattia, è deformata e non accettabile senza ampie riserve. Nonostante questo il terapeuta si chiede se non vi sia un germe di verità in questo quadro negativo, e per avere maggiori informazioni si rivolge ai suoi colleghi studiosi di scienze sociali. Ma il discorso con quest’ulti­mi è assai difficile, per i motivi che si sono detti: manca ancora una base concettuale adatta alla convergenza delle due tipiche prospettive sotto le quali il fenomeno della malattia viene guar­dato.

« Ciò che è necessario, per costituire lo schema adatto alla collaborazione interdisciplinare, sono due cose che sono estranee alle consuetudini dell’antropologia e della psichiatria… Una è la necessità per lo psichiatra di raccogliere siste­maticamente dati sull’ambiente sociale e cultu­rale e sui sistemi di motivazioni che si disegna­no sempre sullo sfondo dei casi reali. La se­conda è la necessità per l’antropologia di sen­sibilizzarsi non solamente in relazione allo sfon­do culturale dal quale i singoli casi emergono, ma anche alle tipiche modalità del funziona­mento mentale negli esseri umani. Il terreno comune, che possiamo semplicemente chiamare psicodinamica, richiede un’adeguata analisi me­dico-psichiatrica di persone concrete e di casi concreti, stagliati sullo sfondo di una prospet­tiva di comprensione di ordine culturale ».

Per realizzare questo proposito, così bene enun­ciato da Opler, l’antropologia offre un modello, o meglio una serie coordinata di modelli con­cettuali operativi.

Il primo di questi modelli è quello ricordato dallo stesso Opler: la cultu­ra. A questo proposito è subito necessario pre­cisare il senso tecnico in cui questo termine vie­ne usato in antropologia, per sgomberare a prio­ri il terreno dalle possibili confusioni. In senso antropologico cultura non significa l’« esser col­to », o quel gruppo di persone che formano l’intellighentzia di un certo paese, i circoli che as­sumono la « cultura » come loro specializzazione professionale, le élites colte di una certa società. Col termine di cultura si intende qualcosa di as­sai più generale. « Mentre il modo di vivere di un popolo può raggiungere una sua coerenza interna e sviluppare in se stesso inconsci ca­noni di scelta, la cultura è sempre uno strumen­to per adattare l’uomo alla natura che gli da modo di metterla sotto controllo, risolvere i pro­blemi dell’attività sociale, dell’economia, della politica, della religione e della filosofia, e di re-golare il comportamento » (Opler). In sostanza la cultura è, in senso antropologico, quel com­plesso di nozioni codificate in forma collettiva e sociale che permettono ad un certo gruppo umano di affrontare e risolvere quei problemi di vita che la società stessa, con questi modelli di comportamento ha previsto. Essa quindi com­prende nozioni tecniche elementari, modalità di istituire rapporti interpersonali di ogni ge­nere, oltre al complesso di conoscenze scientifi­che e al patrimonio artistico, filosofia) e reli­gioso, cui si riserva in genere la definizione di cultura in senso stretto. Una volta che si assegni alla cultura questa spe­cifica funzione strumentale, che consiste nell’aiutare l’uomo a vivere da uomo, è chiaro che l’interpretazione freudiana ne è una deformazione. La cultura non è fonte di frustrazione, o non dovrebbe esserlo, ma è un sistema per evitare la frustrazione. Se non assolve al suo scopo, in tal caso è necessario ricercarne le cause concrete.

Il secondo modello offerto dall’antropologia cul­turale al discorso interdisciplinare è legato al primo. Esso è il sistema di personalità (o per­sonalità di base, come spesso viene chiamato). Questo si forma nell’uomo attraverso il proces­so dell’inculturazione e cioè dell’acquisizione da parte del singolo di quella porzione della cultu­ra che gli sarà necessaria per affrontare quel ge­nere di vita, che l’appartenenza ad un certo gruppo umano gli offre. Il risultato è quell’ap­parato che la tradizione ha variamente chiama­to coi termini di anima, mente, intelletto, ra­gione o cervello. Esso si costituisce partendo da una base ben istintuale ereditaria assai ridotta e si plasma in relazione alle esperienze gradatamente realizzate dal fanciullo nei rapporti con la madre, con la famiglia, con la scuola e poi, per l’uomo maturo, con la società. Attraverso que­sto processo, le informazioni necessarie alla vita del singolo vengono recepite e registrate in un complesso sistema di cellule che forma il tessu­to corticale del cervello, che è l’organo biolo­gico cui spetta la specifica funzione della me­morizzazione delle informazioni e dell’esecuzio­ne di quelle operazioni interpretative che la situazione di vita del singolo rende via via ne­cessarie. Quest’apparato, se funzionale, riesce a mettere in sintonia il singolo con la sua situa­zione di vita. Esso ha quindi una chiara natu­ra bio-psichica, e cioè una dimensione organica e una socio-culturale.

Per intendere bene il modo in cui funziona il sistema di personalità così concepito, è neces­sario tenere sempre presente, come quadro di riferimento, la situazione in cui opera, intesa come un « campo » (Lewin) nel quale molteplici forze interagenti di ordine psichico, sociale, cul­turale e naturale sono anch’esse operanti. Il si­stema di personalità funzionale realizza l’omeostasi psicologica. « Le teorie dell’omeostasi e del­lo squilibrio possono valere pienamente solo se ci si rende conto che l’unico tipo di omeostasi, o della mancanza di essa, che può esistere, è in­cluso nell’ambito dell’intera struttura della per­sonalità, che viene costituita in base a certi con­testi esistenziali ed opera in essi » (Opler).

A questo punto l’antropologia culturale può offrire il suo terzo modello concettuale interdi­sciplinare. Il sistema della società. La cultura, come codice comune ai membri di un gruppo, rende possibile fra di loro la comunicazione, non solo, ma offre loro una comune prospettiva attraverso la quale guardare ai concreti proble­mi di vita, che si fanno così problemi comuni, da risolvere in comune, con comportamenti ade­guati e di conseguenza istituzionalizzati e codi­ficati a questo fine, per economia di sforzi ed efficienza di strutture. Il complesso tessuto socia­le si costituisce su questi presupposti funzionali e forma uno schema nel quale gli individui as­sumono una posizione specifica (uno status) in relazione al compito che essi vi assolvono (il ruolo). Questo tessuto si articola anche in strut­ture particolari, destinate alla formazione dei nuovi modelli culturali e alla loro trasmissione ai singoli. Essa è la matrice del sistema di cultu­ra e di quello di personalità.

Noi disponiamo quindi ora di tre modelli, il primo dei quali, la cultura, ha una dimensione collettiva e sociale, come patrimonio del sape­re di un certo gruppo, e una dimensione psi­cologica e individuale, in quanto si interioriz­za a formare il sistema di personalità di ogni singolo componente di un certo gruppo sociale. Noi abbiamo così modo di far convergere, gra­zie a questo modello concettuale, la prospettiva sociale del sociologo con quella individuale dello psicologo e dello psichiatra.

A questo punto però il discorso non è finito. Infatti tutti e tre questi modelli, fra di loro coordinati, sono anche essi da situare in un «campo», onde verificarne la funzionalità, e cioè la rispondenza alle esigenze che essi debbono soddisfare. Questo campo, come quello cui si è accennato a proposito del sistema di persona­lità, è un campo dinamico di forze, o meglio una situazione in cui insorgono problemi, che il sistema di cultura deve prevedere, orientan­do il comportamento dei singoli in modo effi­cace, così da realizzare l’omeostasi degli indivi­dui, e l’armonia sociale che si manifesta nella collaborazione fattiva. Questo accade però solo se la cultura dispone di modelli adatti ad orien­tare il comportamento dei singoli in modo ef­ficace, con le conseguenze che si sono dette. In caso contrario le azioni, guidate da modelli ana­cronistici di comportamento, falliscono, l’equili­brio dei singoli, frustrati dalle esperienze di scacco, è compromesso e la collaborazione so­ciale è sostituita dal marasma e dal caos. In questo caso noi diciamo che il complesso arti­colato dei tre sistemi è disfunzionale in rela­zione alla situazione in cui opera. Vi sono infatti due ordini di problemi, che ri­guardano i tre sistemi ricordati, quello della loro coerenza interna e quello della loro rispon­denza ai problemi di situazione. I due gruppi di problemi non coincidono in tutto e per tut­to. Se è vero che ogni sistema funzionale dev’es­sere in se stesso coerente così da poter funzio­nare, non ogni sistema in se stesso coerente e quindi funzionale è per ciò stesso funzionale, cioè rispondente alle esigenze del campo situa­zionale.

Un esempio chiarissimo è offerto dal sistema di personalità malata,cheassumela struttura difensiva del delirio sistematizzato: il sistema di personalità è in tal caso coerentissi­mo in se stesso, ma per nulla rispondente alle esigenze concrete della situazione di vita del malato; le sue operazioni mentali sono compiu­te nel rispetto di una logica ferrea, ma che nul­la ha a che fare con la concretezza dei proble­mi che tale logica dovrebbe affrontare. Gli esem­pi si possono moltiplicare a volontà in ogni campo della vita associata e a tutti i livelli.

Questo conferma la necessità di ben distinguere i due gruppi di problemi ricordati, come pro­blemi di funzionamento dei sistemi e come pro­blemi di funzionalità degli stessi, interrelati, ma distinti. La perdita di funzionalità dei sistemi dipende da due fattori, anche quando il funzionamento degli stessi è intatto. Il primo fattore è dato dalla dinamica del campo situazionale, nel qua­le operano le forze che si sono dette e in base alle quali insorgono sempre nuovi problemi non previsti dalla cultura codificata e tradizionale. Il secondo fattore è dato dalla rigidità dei si­stemi e cioè dalla loro scarsa plasticità, o inef­ficienza in essi delle strutture di autotrasfor­mazione, che ogni sistema deve avere per non perdere contatto con la concretezza della situa­zione in movimento costante.

Mettiamo ora a fuoco il sistema di personalità che c’interessa per il nostro discorso interdisciplinare. Ne abbiamo descritto la funzione e il funzionamento. Quando si verifica in esso la condizione di perdita di funzionalità? Questa può andare perduta in relazione ai due gruppi di problemi, di funzionalità e di funzionamen­to, prima distinti.

Esaminiamo il primo aspet­to della questione, e cioè il caso in cui la cultu­ra non offra modelli adatti alla situazione mu­tata. In tal caso l’uomo reagisce in due modi opposti: inventa modelli nuovi, in base ai qua­li i nuovi problemi sono individuati e avviati alla soluzione, si decondiziona dai modelli ana­cronistici e si ricondiziona con modelli adegua­ti, oppure rinuncia o si mostra incapace a far­lo. Nel primo caso egli realizza una forma di adattamento attivo, che trasforma lui stesso, la cultura, la società e l’intera situazione in cui vi­ve, nella quale la sua azione innovatrice agisce come potente elemento dinamico. Nel secondo caso egli subisce l’azione frustrante della realtà e si difende sul piano inconscio con la nevrosi. Nel primo caso la funzionalità del sistema di personalità viene costantemente restaurata, nel secondo viene perduta. Ma la perdita di funzionalità del sistema di personalità può avere origini diverse, e dipen­dere cioè da problemi più ristretti di funziona­mento del sistema stesso di personalità. Questo sistema infatti è una « costruzione » che com­prende una fase di montaggio e necessita di materiale organico da organizzare in un certo modo.

La fase di montaggio è realizzata nel de­licatissimo periodo dell’infanzia, e successivo, e può essere caratterizzata da eventi che compro­mettono la formazione del sistema di persona­lità, indipendentemente dal fatto che la cultu­ra disponga o meno di modelli collettivi di comportamento adatti alla situazione sociale. Il risultato, come tutti gli analisti sanno, è un sistema di personalità che funziona male, per­ché i modelli interiorizzati sono stati deformati nella fase di montaggio, e che va risistemato con adatte terapie. Ma il difetto può dipendere anche dal materiale biologico che deve formare la base portante organica del sistema bio-psi­chico della personalità. Questo materiale può recare in sé tare genetiche o venire, in conse­guenza di traumi fisici, processi di intossica­zione o altro, leso in modo irreversibile. Nella tendenza all’autoconservazione, che caratterizza ogni sistema sia esso organico o bio-psichico, o sociale ed economico, il sistema di personalità in crisi per questi motivi si difende con pro­cessi tipici, che sono appunto l’oggetto specifi­co di studio della psichiatria. Sono i sintomi delle diverse forme morbose. Come si vede gli squilibri dovuti al primo grup­po di problemi, quelli che nascono dalla man­canza di modelli sociali di comportamento ade­guato, sono difficilmente curabili dallo psichia­tra. In tali circostanze, quando egli si trova di fronte a fenomeni di vasta disfunzione psichi­ca dovuta a motivi di fondo, socio-culturali, egli deve necessariamente ridursi a fare quello che fa un medico militare, quando accoglie i feriti che gli vengono spediti dalle trincee, e li rimet­te in sesto alla meglio per rimandarli a farsi ac­coppare. E’ triste questo fatto, ma è un fatto. Se vuole intervenire attivamente, infatti, lo psi­chiatra non può più limitarsi a fare lo psichia­tra, ma denunciando la situazione a chiare let­tere, assume la veste del cittadino responsabile, del riformatore sociale e del politico. In questa veste egli può essere un preziosissimo collabora­tore di coloro a cui, nel tessuto sociale, spetta il ruolo specifico di realizzare quei riadattamen­ti culturali e sociali che la situazione dinamica comporta: gli studiosi di scienze umane, per la parte della ricerca, e i politici, per la realizza­zione pratica dei risultati della ricerca stessa. Per quanto riguarda gli squilibri dovuti al se­condo gruppo di problemi, squilibri nel proces­so di inculturazione e di origine organica, ben­ché mai si debba ignorare che si verificano in uomini che hanno necessariamente una dimen­sione socio-culturale, essi sono tuttavia l’ogget­to specifico delle cure psichiatriche in senso stretto. E se si tiene conto del fatto della na­tura bio-psichica del sistema di personalità, è possibile trovare anche un punto d’incontro fra il discorso degli analisti e degli psichiatri di origine organicistica che in realtà non si esclu­dono affatto fra di loro.

Per riassumere questi concetti, che si propon­gono di offrire modelli concettuali per un di­scorso interdisciplinare, mi sia permesso fare ricorso ad uno schema grafico che, con tutte le ovvie limitazioni di questi schemi, può es­sere un utile strumento per visualizzare e me­morizzare il discorso che si è fatto. (Vedi sche­ma 1).


In questo schema è rappresentato l’insieme dei tre sistemi della cultura, personalità e società, innestati nel terreno bio-fisico che ne è la base portante.

Il sistema di personalità incorpora una certa porzione di sapere collettivo (cultura) che lo fornisce dei modelli operativi adatti ad inserirsi positivamente nella vita sociale. In condizione di omeostasi, quando i tre sistemi sono coordinati, integrati e funzionali, l’azione in cui si manifesta il comportamento dell’indivi­duo può essere rappresentata dal vettore A + : azione compiuta con successo e attraverso la quale l’individuo assolve al suo ruolo sociale. In questo secondo schema rappresentiamo invece la condizione dei sistemi in contrasto con la situazione dinamica, e cioè integrati, coordinati, ma non funzionali. (Vedi schema 2).


In questo caso l’azione dell’individuo, guidata da modelli anacronistici, va incontro alla con­dizione di scacco X e si riflette negativamente sul sistema di personalità con il vettore A - . A questo punto la reazione dell’individuo può as­sumere una caratteristica opposta. L’individuo può reagire creando un nuovo modello, proces­so raffigurato dal vettore che muove da 0, si volge verso l’alto e ritorna nella sfera della cul­tura. Questo nuovo modello è in condizione di orientare un nuovo tipo d’azione, guidata da un nuovo tipo di esperienza, che non solo s’in­serisce nel contesto sociale, ma lo trasforma, por­tando più innanzi i confini del sistema (vettore A +). L’altro genere di reazione, caratterizzata dal rifiuto della sfida posta dalla situazione, si manifesta in un comportamento regredito, di­fensivo a livello inconscio (vettore B). E’ la rea­zione nevrotica, in conseguenza di fattori socio­culturali e di situazione.

Lo stesso schema può essere usato per la rappresentazione grafica dei fenomeni di disfunzione del sistema di personalità non dovuti a cause socio-culturali e collet­tive, e cioè alla carenza di modelli adatti alla vita in trasformazione, ma a un difetto di fun­zionamento del sistema di personalità dovuto al processo educativo, o a lesioni o insufficienze organiche. In tal caso non si può avere il vet­tore ascendente da O, che indica l’operazione di invenzione di nuovi modelli, ma solo il vet­tore discendente B, che consegue alla serie di frustrazioni rappresentate dal vettore A -, e che si manifesta nella fenomenologia morbosa. Que­sta fenomenologia ha la stessa apparenza di quella derivante da origini socio-culturali col­lettive. Ed infatti essa è una manifestazione di difesa contro un’unica condizione, che è quella dell’ansietà, che si crea sia in un caso come nel­l’altro. Ma mentre le prime forme non possono trovare soluzione se non attraverso operazioni di rinnovamento culturale (vettore A +ascen­dente), le seconde possono essere curate indivi­dualmente con diverse possibilità di successo. A questo proposito, sia detto per inciso, l’antropologia culturale può fornire talune conoscen­ze circa la funzione di pratiche e rituali propri di gruppi arcaici, che non sono senza valore nell’interpretare certi comportamenti tipici dei ma­lati.

concetti espressi in forma assai sintetica e sche­matica nelle pagine che precedono ci permet­tono di impostare un discorso più concreto sulla distinzione fra individuo normale e ammalato di mente. L’uomo « sano » di mente è colui il quale si mo­stra capace di adattamento attivo alla situazio­ne in cui vive. Egli è cioè dotato di modelli ade­guati ai suoi problemi, attraverso i quali li rico­nosce, o è in grado di reagire attivamente di fronte all’ignoto creandone di nuovi attraverso i quali dargli un nome, e lo viene così a co­noscere. La sola frustrazione di cui soffre è quel­la normale a tutti, che deriva da due necessarie condizioni della vita umana: la prima è data dal carattere generale e medio dei modelli cul­turali, che non si adattano mai del tutto, come un vestito su misura, a chi li adotta, perché co­stui ha una sua base genetica e una sua storia particolare che lo fa essere un unicum, e l’al­tra è data dalla dinamica della situazione, che crea le sfasature di cui si è detto, fra modelli e problemi, frustrazione questa dalla quale ha vi­ta il pensiero nuovo. Se questa dose normale di frustrazione è una malattia, ebbene allora essa è una malattia veramente connessa con l’esser uomo. Ma è una malattia di cui si guarisce ad ogni istante. E il risultato di questa guarigione è ciò che chiamiamo l’« io », se consideriamo che esso non in altro consiste se non nel felice ri­sultato di un’operazione attraverso la quale con l’ausilio dei modelli cognitivi e operativi di cui è costituito, l’uomo pone sotto controllo la situazione in cui vive, se ne costituisce sog­getto, e ne fa l’oggetto della sua conoscenza e della sua azione efficace. Un sistema di perso­nalità di questo tipo apporta caratteristiche fe­lici all’uomo che ne è il portatore: questi ap­pare sereno, fiducioso, dotato di senso critico in modo costruttivo e di gusto per la vita, è di­sponibile, aperto e facile nello stabilire rappor­ti interpersonali fecondi, accessibile alla critica altrui, dotato di un profondo senso di solida­rietà umana. IIsistema di personalità che rende un uomo incapace di adattamento attivo è ciò che finisce col fare di quell’uomo un malato. In tal caso, e per i più diversi motivi, il sistema si mostra disfunzionale, e finisce, per autodifendersi, col farsi fine a se stesso ed ergersi come uno scher­mo contro la realtà, vietando all’io di manife­starsi nel modo che si è detto sopra. Invece dilegarel’uomoalmondo,loisola, usando tutte le possibili tecniche che sono i sintomi dellamalattia.L’uomo,anchequandonon giunge al vero e proprio stadio morboso, si mo­strainsicuro,indisponibile,egocentrico,auto­ritario, intollerante e incapace di stabilire rap­porti umani fecondi. La vera e propria malat­tia appare con il manifestarsi aperto e chiaro dei sintomi dati dalle difese inconsce. Si può fare lo stesso discorso per la società? Io non lo ritengo impossibile, ma inutile, perché sarebbe un discorso troppo generale e vago. Si può parlare di società « facili » o « difficili » o « dure » come dicono gli Arsenian in un loro la­voro, società che offrono all’uomo condizioni più o meno favorevoli per un adattamento attivo. Un’analisi dei motivi di queste diverse condi­zioni è certamente utilissima, purché sia fatta su basi empiriche e su dati concreti, che riveli­no i motivi patogenici che esse contengono. Questo è proprio il compito che spetta agli stu­diosi di scienze sociali e agli antropologi culturali in particolare. Le conclusioni delle loro ricerche potranno anche venire sintetizzate sot­to generiche definizioni come quelle ricordate, ma ciò non porta avanti la ricerca. In genere le società che producono un maggior numero di disadattati sono quelle ad elevato ritmo di tra­sformazione, e ciò accade per lo sforzo* che esse impongono ai singoli per realizzare un adatta­mento attivo alla situazione dinamica. Ma non per questo tali società sono da dire malate, ben­sì rischiose, impegnative, o « dure », per ricor­dare il termine cui si è accennato, ma nelle qua­li vale tuttavia la pena di vivere.  Ha invece più senso forse l’uso del termine di società « malata » per indicare alcune società ri­gide, nelle quali i canali di autotrasformazione si sono bloccati, per la resistenza del sistema ai mutamenti imposti dalla situazione, che si pon­gono come fini a se stesse e sviluppano sul piano collettivo singolari forme di comportamento re­gredito, che riprendono temi propri di società molto arcaiche. I rituali nazisti, ad esempio, e il connesso culto del sangue tedesco, le opera­zioni di aggressività distruttiva proiettata su de­terminati gruppi etnici, sono fenomeni che danno da pensare e sembrano quasi giustificare l’uso del termine malattia. Per quanto riguarda il Terzo Reich, si è trattato di una forma di to­tale disfunzionalità (incoerenza con la situa­zione storica) di un intero sistema socio-cultu­rale, che non per questo ha cessato di essere funzionante, ma lo era in base ad una logica di tipo delirante collettivamente accettata come valida. Questi casi meriterebbero una maggiore attenzione da un punto di vista della ricerca di psicopatologia sociale. Queste note hanno un taglio particolare, e met­tono in parentesi una gran quantità di elementi di specifico interesse psicologico e psichiatrico. Il quadro delineato del sistema di personalità non accenna ai fattori dell’istinto, tempera­mento, affettività e via dicendo, né alla dina­mica interna di questi elementi. Ma ciò è stato fatto di proposito per offrire ai colleghi stu­diosi uno schema di discussione estremamente semplificato, onde servire come base per possi­bili convergenze, dalle quali il quadro dei pro­blemi possa risultare più chiaro e completo at­traverso un organico lavoro di gruppo. Si è voluto cioè proporre solo un minimo denomi­natore comune concettuale per un discorso interdisciplinare ancora tutto da fare.