Volunia, il nuovo motore di ricerca ideato da MASSIMO MARCHIORI
Pubblicato: 12 febbraio 2012 Filed under: Tecnologie internettiane, WEB 2.0 1 Commento »
Pdf SB è un utile motore di ricerca di documenti in formato PDFil.com – Gmail
Pubblicato: 29 novembre 2011 Filed under: DOCUMENTAZIONE E RICERCA, WEB 2.0 Lascia un commento »
Pdf SB è un utile motore di ricerca di documenti in formato PDF. Pdf SB indicizza al momento di questa recensione, oltre 7 milioni e 400 mila files, destinati a salire, disponibili in molte lingue tra cui l’italiano (è presente per la ricerca il filtro linguistico). E’ sufficiente inserire la query di ricerca nela campo preposto, selezionare la lingua e cliccare: i risultati verranno indicizzati con titolo, breve descrizione, immagine in anteprima del file e link al download da pagina esterna.
Scheda del sito:
http://www.freeonline.org/sitogratis/pdfsb.html
La storiografia digitale, a cura di Dario Ragazzini, UTET, Stefano Vitali, Passato digitale, Bruno Mondadori, dal blog babilonia61
Pubblicato: 29 novembre 2011 Filed under: BIBLIOGRAFIE, WEB 2.0 Lascia un commento »la scheda sui dui libri è qui: Due libri sulla storiografia digitale « babilonia61.
Paolo Mieli, Ferruccio De Bortoli e le tecnologie internettiane
Pubblicato: 24 novembre 2011 Filed under: De Bortoli Ferruccio, Mieli Paolo, WEB 2.0 Lascia un commento »… Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, ha fatto il suo debutto su Twitter. Qual è il suo rapporto con i social network?
Riconosco la forza di questi strumenti. Preferisco, però, non utilizzarli perché mi farei coinvolgere troppo.
A fine Ottocento, grazie all’abolizione della censura preventiva, i giornali, per la prima volta, diventarono strumento di informazione, come – oggi – potrebbero essere i social network. Ma è veramente così?
La Rete permette la circolazione delle informazioni e della conoscenza. È l’informazione veloce che genera cambiamento. Gli Usa hanno concentrato l’attenzione delle sedi diplomatiche sui percorsi del Web. In Italia, la politica sottovaluta il fenomeno, non lo comprende. ….
da: Paolo Mieli Punto a capo | Data Manager Online.
Ferri Paolo, Professore Associato docente di Tecnologie didattiche e Teoria e tecnica dei nuovi media presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Milano Bicocca
Pubblicato: 24 novembre 2011 Filed under: WEB 2.0 Lascia un commento »Novità in Libreria
Paolo Ferri, Stefano Mizzella, Francesca Scenini, I nuovi media e il Web 2.0. Comunicazione, formazione ed economia nella societa’ digitale, Guerini Scientifica, Milano, 2009
Recenti monografie
P. Ferri, S. Mantovani (a cura di) Bambini e computer. alla scoperta delle nuove tecnologie a scuola e in famiglia , Etas, Milano, 2006
P. Ferri, E-learning. Formazione, comunicazione e tecnologie digitali, Le Monnier, Firenze, 2005
da Ferri Paolo Ferri Home page.
Il 67,8% degli italiani conosce almeno un social network, quota che sale al 91,8% tra i giovani (14-29 anni), ma si attesta comunque al 31,8% tra gli over 65 anni. Si tratta complessivamente di 33,5 milioni di persone, in crescita rispetto ai 32,9 milioni del 2009
Pubblicato: 22 novembre 2011 Filed under: WEB 2.0 Lascia un commento »Roma, 13 luglio 2011 – Social network: una popolarità inarrestabile. Il 67,8% degli italiani conosce almeno un social network, quota che sale al 91,8% tra i giovani (14-29 anni), ma si attesta comunque al 31,8% tra gli over 65 anni. Si tratta complessivamente di 33,5 milioni di persone, in crescita rispetto ai 32,9 milioni del 2009. Il più popolare è Facebook (noto al 65,3% della popolazione) insieme a YouTube (53%), seguono Messenger (41%), Skype (37,4%) e Twitter (21,3%). Ed è esploso il dato che riguarda i veri e propri utenti: i social network più utilizzati sono YouTube (dal 54,5% degli italiani che accedono a Internet, l’86,5% dei giovani) e Facebook (dal 49%, l’88,1% dei giovani).
Quotidianamente immersi nel web. La funzione di Internet maggiormente utilizzata nella vita quotidiana, direttamente o per interposta persona, è quella che permette di trovare strade e località: il 37,9% lo ha fatto almeno una volta nell’ultimo mese, grazie anche a smartphone e tablet, specie nelle grandi città (il dato sale al 60,5% nei centri con più di 500mila abitanti). Al secondo posto, ascoltare musica (26,5%). Anche l’home banking ha preso piede nel nostro Paese: lo svolgimento di operazioni bancarie tramite il web viene al terzo posto tra le attività maggiormente svolte (22,5%). Fare acquisti (19,3%), prenotare un viaggio (18%), comprare un libro o un dvd (6,2%) sono attività che non coinvolgono ancora quote massicce di utenti di Internet. Sbrigare pratiche con uffici amministrativi (9,7%) o prenotare una visita medica (3,9%) sono modalità ancora poco praticate dagli internauti. Se poi la ricerca di un lavoro attraverso la rete non interessa gli anziani (1,1%) per ovvie ragioni, il dato rilevato a livello nazionale è pari al 12,3%, che sale al 41% tra i disoccupati. Infine, effettua telefonate attraverso Internet (tramite Skype o altri servizi voip) il 10,1% degli italiani che si connettono, soprattutto i giovani (14,8%) e le persone più istruite (14,5%).
Vizi e virtù della rete secondo gli italiani. L’83,8% riconosce a Internet il merito di permettere a chiunque di esprimersi liberamente (il dato sale al 94,1% tra i giovani). Ma l’83,3% lamenta il fatto che nel web circola troppa «spazzatura», riferendosi a blog e video fatti in casa. La rete è comunque un potente mezzo al servizio della democrazia (secondo il 76,9%, e il dato sale all’82,9% tra i giovani e all’81,2% tra i soggetti più istruiti). Ma non mancano i giudizi negativi. Internet genera una cultura troppo superficiale per il 50,9% e appiattisce la creatività delle persone per il 47,8%, che sottolinea il potere di omologazione e conformismo della rete.
Chi deve pagare per garantire l’indipendenza e la qualità dell’informazione sul web?L’accesso a tutti i contenuti su Internet deve essere gratuito secondo il 78,8% del campione (tra i giovani si arriva all’87,2%). Il 25,2% invece ritiene giusto pagare per i contenuti di qualità. Ma allora chi paga per garantire l’indipendenza e la qualità dell’informazione sul web? Per il 39,1% la forza della rete è la piena libertà dell’utente, quindi tutto deve restare gratis, anche l’informazione. Per il 35,8% gli editori possono già contare sugli introiti pubblicitari. Al contrario, il 15,4% trova giusto pagare per i contenuti d’informazione di qualità disponibili nel web per non sottrarre risorse alla professionalità. Il 9,6% lo ritiene giusto nella consapevolezza che la libertà di espressione dipende anche dai bilanci sani degli editori.
Questi sono alcuni dei principali risultati del 9° Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione, promosso da 3 Italia, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecom Italia, presentato oggi a Roma presso la Sala Capitolare del Senato da Giuseppe De Rita e Giuseppe Roma, Presidente e Direttore Generale del Censis, e discusso da Andrea Melodia, Presidente dell’Ucsi, Cesare San Mauro, Presidente dell’Advisory Committee di 3 Italia, Maurizio Costa, Amministratore Delegato di Mondadori, e Paolo Garimberti, Presidente della Rai.Comunicati stampa.
Ermeneia, (a cura di) Nadio Delai INTERNET OVER 60 Le tecnologie digitali per la generazione matura
Pubblicato: 10 novembre 2011 Filed under: Anziani, FrancoAngeli, LIBRI NEWS, Tecnologie internettiane, WEB 2.0 Lascia un commento »| Ermeneia, (a cura di) Nadio Delai INTERNET OVER 60 Le tecnologie digitali per la generazione matura pp. 336, Euro 36,00; E-book Euro 29,00, Cod. 2000.1318, Collana: Varie |
Alfio Lucchini, Paola Emilia Cicerone OLTRE L’ECCESSO Quando internet, shopping, sesso, sport, lavoro, gioco diventano dipendenza
Pubblicato: 9 novembre 2011 Filed under: FrancoAngeli, LIBRI NEWS, Tecnologie internettiane, WEB 2.0 Lascia un commento »| Alfio Lucchini, Paola Emilia Cicerone OLTRE L’ECCESSO Quando internet, shopping, sesso, sport, lavoro, gioco diventano dipendenza pp. 144, Euro 18,00; E-book Euro 14,00, Cod. 1411.67, Collana: Self-help |
Beppe Severgnini, Addio Steve, ingegnere dei nostri sogni, Il Corriere della Sera 7 ottobre 2011
Pubblicato: 7 ottobre 2011 Filed under: WEB 2.0 Lascia un commento »Arrivederci Steve Jobs, ingegnere dei sogni, genio di senso pratico, uomo non facile specializzato in cose facilissime da usare. Non ti hanno assegnato il premio Nobel: troppo difficile collocarti in una categoria. Qualcuno ha scritto che non ci hai lasciato, ti sei soltanto trasferito sulle nuvole «a settare il nuovo iCloud». Sono le consolazioni poetiche del lutto, il modo in cui chi resta s’inventa fili con chi va. Come se certi morti fossero aquiloni, cui non vogliamo assolutamente rinunciare. Steve Jobs è nostro: proprietà collettiva. Appartiene a chi ha scelto da molti anni i suoi prodotti, intuendone la genialità; a chi s’è innamorato di un iPhone o di un iPad solo recentemente, riconoscendo le icone del nuovo secolo; a chi ha lavorato con lui o per lui o contro di lui; a chi scrive questo saluto nella sera lattiginosa di Sa Pa, Vietnam settentrionale, la Cina oltre un fiume, wi-fi che funziona, MacBook Air sulle ginocchia. Tredici etti di metallo e intelligenza che mi tengono compagnia nel mondo. Il primo portatile l’ho acquistato vent’anni fa in California: Powerbook 140, il mio veicolo grigio verso un’Internet ancora in bianco e nero. Il primo computer è stato un Macintosh SE (1987), solido e cubico: ci ho scritto il primo libro. Gli amici chiedevano «Ma è compatibile?», e io rispondevo: con me di sicuro, con Microsoft non m’importa. Ricordi personali, certo. Ma il saluto del mondo, oggi, è la somma di un miliardo di ricordi, tanti sussurri che diventano un tuono riconoscente. Servizi e strumenti non alla portata di tutti? Certo. Ma alla portata di tanta gente, sempre di più. Prodotti costosi? Forse. Ma prodotti unici. Egoismo, piattaforme chiuse? Però con iTunes la musica è rinata, e App Store è il mercato dei sogni a 0,79 €.
Steve Jobs, puoi andartene orgoglioso. Hai cambiato il mondo che hai trovato, e questa è una buona maniera di vivere, per tutti. Hai dimostrato come le industrie possano migliorare la vita della gente; ed è giusto che vengano premiate dai fatturati, quando ci riescono. In trent’anni di mestiere non ti ho mai incontrato di persona, a differenza di altri americani celebri. Non ho mai partecipato ai riti di Cupertino, non ho mai assistito dal vivo alle tue splendide presentazioni egocentriche. Non ho mai acquistato un’azione Apple, anche se sono sempre stato convinto – fin da subito – del prodotto e del progetto. In fondo, non mi dispiace. Steve Jobs e Apple non saranno per me un modo per far soldi ma un modo per spenderne: bene così. Resteranno un’idea un po’ fiabesca. La mela morsicata, come sai, è un classico delle favole. Stay hungry, stay foolish, hai lasciato detto ai ragazzi americani, quando già sapevi della malattia. Restate affamati, restate folli. In tanti – non solo ragazzi, non solo in America – oggi vorrebbero dirti semplicemente: stay, Steve. Resta.
Stay,
Just a little bit longer
We want to play
Just a little bit longer
Ma ormai è tardi, neppure Jackson Browne riuscirebbe a trattenerti. Sei partito per un posto che nessuno conosce. Se riesci a tirarci fuori un’app, mandacela giù: sarà celestiale.
dal Corriere della Sera del 07/10/2011
Steve Jobs (1955-2001), Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi
Pubblicato: 6 ottobre 2011 Filed under: Vita/Morte, WEB 2.0 2 Commenti »I am honored to be with you today at your commencement from one of the finest universities in the world. I never graduated from college. Truth be told, this is the closest I’ve ever gotten to a college graduation. Today I want to tell you three stories from my life. That’s it. No big deal. Just three stories.
The first story is about connecting the dots.
I dropped out ofReedCollegeafter the first 6 months, but then stayed around as a drop-in for another 18 months or so before I really quit. So why did I drop out?
It started before I was born. My biological mother was a young, unwed college graduate student, and she decided to put me up for adoption. She felt very strongly that I should be adopted by college graduates, so everything was all set for me to be adopted at birth by a lawyer and his wife. Except that when I popped out they decided at the last minute that they really wanted a girl. So my parents, who were on a waiting list, got a call in the middle of the night asking: “We have an unexpected baby boy; do you want him?” They said: “Of course.” My biological mother later found out that my mother had never graduated from college and that my father had never graduated from high school. She refused to sign the final adoption papers. She only relented a few months later when my parents promised that I would someday go to college.
And 17 years later I did go to college. But I naively chose a college that was almost as expensive as Stanford, and all of my working-class parents’ savings were being spent on my college tuition. After six months, I couldn’t see the value in it. I had no idea what I wanted to do with my life and no idea how college was going to help me figure it out. And here I was spending all of the money my parents had saved their entire life. So I decided to drop out and trust that it would all work out OK. It was pretty scary at the time, but looking back it was one of the best decisions I ever made. The minute I dropped out I could stop taking the required classes that didn’t interest me, and begin dropping in on the ones that looked interesting.
It wasn’t all romantic. I didn’t have a dorm room, so I slept on the floor in friends’ rooms, I returned coke bottles for the 5¢ deposits to buy food with, and I would walk the7 milesacross town every Sunday night to get one good meal a week at the Hare Krishna temple. I loved it. And much of what I stumbled into by following my curiosity and intuition turned out to be priceless later on. Let me give you one example:
ReedCollegeat that time offered perhaps the best calligraphy instruction in the country. Throughout the campus every poster, every label on every drawer, was beautifully hand calligraphed. Because I had dropped out and didn’t have to take the normal classes, I decided to take a calligraphy class to learn how to do this. I learned about serif and san serif typefaces, about varying the amount of space between different letter combinations, about what makes great typography great. It was beautiful, historical, artistically subtle in a way that science can’t capture, and I found it fascinating.
None of this had even a hope of any practical application in my life. But ten years later, when we were designing the first Macintosh computer, it all came back to me. And we designed it all into the Mac. It was the first computer with beautiful typography. If I had never dropped in on that single course in college, the Mac would have never had multiple typefaces or proportionally spaced fonts. And since Windows just copied the Mac, it’s likely that no personal computer would have them. If I had never dropped out, I would have never dropped in on this calligraphy class, and personal computers might not have the wonderful typography that they do. Of course it was impossible to connect the dots looking forward when I was in college. But it was very, very clear looking backwards ten years later.
Again, you can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards. So you have to trust that the dots will somehow connect in your future. You have to trust in something — your gut, destiny, life, karma, whatever. This approach has never let me down, and it has made all the difference in my life.
My second story is about love and loss.
I was lucky — I found what I loved to do early in life. Woz and I started Apple in my parents garage when I was 20. We worked hard, and in 10 years Apple had grown from just the two of us in a garage into a $2 billion company with over 4000 employees. We had just released our finest creation — the Macintosh — a year earlier, and I had just turned 30. And then I got fired. How can you get fired from a company you started? Well, as Apple grew we hired someone who I thought was very talented to run the company with me, and for the first year or so things went well. But then our visions of the future began to diverge and eventually we had a falling out. When we did, our Board of Directors sided with him. So at 30 I was out. And very publicly out. What had been the focus of my entire adult life was gone, and it was devastating.
I really didn’t know what to do for a few months. I felt that I had let the previous generation of entrepreneurs down – that I had dropped the baton as it was being passed to me. I met with David Packard and Bob Noyce and tried to apologize for screwing up so badly. I was a very public failure, and I even thought about running away from the valley. But something slowly began to dawn on me — I still loved what I did. The turn of events at Apple had not changed that one bit. I had been rejected, but I was still in love. And so I decided to start over.
I didn’t see it then, but it turned out that getting fired from Apple was the best thing that could have ever happened to me. The heaviness of being successful was replaced by the lightness of being a beginner again, less sure about everything. It freed me to enter one of the most creative periods of my life.
During the next five years, I started a company named NeXT, another company named Pixar, and fell in love with an amazing woman who would become my wife. Pixar went on to create the worlds first computer animated feature film, Toy Story, and is now the most successful animation studio in the world. In a remarkable turn of events, Apple bought NeXT, I returned to Apple, and the technology we developed at NeXT is at the heart of Apple’s current renaissance. And Laurene and I have a wonderful family together.
I’m pretty sure none of this would have happened if I hadn’t been fired from Apple. It was awful tasting medicine, but I guess the patient needed it. Sometimes life hits you in the head with a brick. Don’t lose faith. I’m convinced that the only thing that kept me going was that I loved what I did. You’ve got to find what you love. And that is as true for your work as it is for your lovers. Your work is going to fill a large part of your life, and the only way to be truly satisfied is to do what you believe is great work. And the only way to do great work is to love what you do. If you haven’t found it yet, keep looking. Don’t settle. As with all matters of the heart, you’ll know when you find it. And, like any great relationship, it just gets better and better as the years roll on. So keep looking until you find it. Don’t settle.
My third story is about death.
When I was 17, I read a quote that went something like: “If you live each day as if it was your last, someday you’ll most certainly be right.” It made an impression on me, and since then, for the past 33 years, I have looked in the mirror every morning and asked myself: “If today were the last day of my life, would I want to do what I am about to do today?” And whenever the answer has been “No” for too many days in a row, I know I need to change something.
Remembering that I’ll be dead soon is the most important tool I’ve ever encountered to help me make the big choices in life. Because almost everything — all external expectations, all pride, all fear of embarrassment or failure – these things just fall away in the face of death, leaving only what is truly important. Remembering that you are going to die is the best way I know to avoid the trap of thinking you have something to lose. You are already naked. There is no reason not to follow your heart.
About a year ago I was diagnosed with cancer. I had a scan at 7:30 in the morning, and it clearly showed a tumor on my pancreas. I didn’t even know what a pancreas was. The doctors told me this was almost certainly a type of cancer that is incurable, and that I should expect to live no longer than three to six months. My doctor advised me to go home and get my affairs in order, which is doctor’s code for prepare to die. It means to try to tell your kids everything you thought you’d have the next 10 years to tell them in just a few months. It means to make sure everything is buttoned up so that it will be as easy as possible for your family. It means to say your goodbyes.
I lived with that diagnosis all day. Later that evening I had a biopsy, where they stuck an endoscope down my throat, through my stomach and into my intestines, put a needle into my pancreas and got a few cells from the tumor. I was sedated, but my wife, who was there, told me that when they viewed the cells under a microscope the doctors started crying because it turned out to be a very rare form of pancreatic cancer that is curable with surgery. I had the surgery and I’m fine now.
This was the closest I’ve been to facing death, and I hope it’s the closest I get for a few more decades. Having lived through it, I can now say this to you with a bit more certainty than when death was a useful but purely intellectual concept:
No one wants to die. Even people who want to go to heaven don’t want to die to get there. And yet death is the destination we all share. No one has ever escaped it. And that is as it should be, because Death is very likely the single best invention of Life. It is Life’s change agent. It clears out the old to make way for the new. Right now the new is you, but someday not too long from now, you will gradually become the old and be cleared away. Sorry to be so dramatic, but it is quite true.
Your time is limited, so don’t waste it living someone else’s life. Don’t be trapped by dogma — which is living with the results of other people’s thinking. Don’t let the noise of others’ opinions drown out your own inner voice. And most important, have the courage to follow your heart and intuition. They somehow already know what you truly want to become. Everything else is secondary.
When I was young, there was an amazing publication called The Whole Earth Catalog, which was one of the bibles of my generation. It was created by a fellow named Stewart Brand not far from here inMenlo Park, and he brought it to life with his poetic touch. This was in the late 1960′s, before personal computers and desktop publishing, so it was all made with typewriters, scissors, and polaroid cameras. It was sort of like Google in paperback form, 35 years before Google came along: it was idealistic, and overflowing with neat tools and great notions.
Stewart and his team put out several issues of The Whole Earth Catalog, and then when it had run its course, they put out a final issue. It was the mid-1970s, and I was your age. On the back cover of their final issue was a photograph of an early morning country road, the kind you might find yourself hitchhiking on if you were so adventurous. Beneath it were the words: “Stay Hungry. Stay Foolish.” It was their farewell message as they signed off. Stay Hungry. Stay Foolish. And I have always wished that for myself. And now, as you graduate to begin anew, I wish that for you.
Stay Hungry. Stay Foolish.
Thank you all very much.
Wikipedia: i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni, Comunicato 4 ottobre 2011
Pubblicato: 6 ottobre 2011 Filed under: AGENDA della Politica italiana, Diritto Penale, WEB 2.0 Lascia un commento »Cara lettrice, caro lettore,
in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c’è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.
Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue e gratuita.
Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.
Il Disegno di legge – Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., così modificato (vedi p. 24), alla lettera a) del comma 29 recita:
«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»
Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l’obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.
Purtroppo, la valutazione della “lesività” di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato.
Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto —indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l’introduzione di una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.
In questi anni, gli utenti di Wikipedia (ricordiamo ancora una volta che Wikipedia non ha una redazione) sono sempre stati disponibili a discutere e nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia; tutto ciò senza che venissero mai meno le prerogative di neutralità e indipendenza del Progetto. Nei rarissimi casi in cui non è stato possibile trovare una soluzione, l’intera pagina è stata rimossa.
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
Articolo 27
«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»
L’obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell’Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l’abbiamo conosciuta fino a oggi.
Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell’onore e dell’immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall’articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.
Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all’arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per “non avere problemi”.
Vogliamo poter continuare a mantenere un’enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?
Gli utenti di Wikipedia
da Wikipedia:Comunicato 4 ottobre 2011 – Wikipedia.
Internet e diritto d’autore, la delibera di AGCOM
Pubblicato: 13 luglio 2011 Filed under: diritti d'autore, WEB 2.0 Lascia un commento »- Schema di regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica
La spinta dei social network per il voto «Se c’è la soglia è merito di Facebook» – Corriere della Sera
Pubblicato: 15 giugno 2011 Filed under: AGENDA della Politica italiana, Elezioni, WEB 2.0 Lascia un commento »Nelle ultime settimane centinaia di migliaia di persone hanno usato la Rete per creare una «massa critica». Democrazia 2.0 è una forma di partecipazione diretta del cittadino alla politica. Si realizza grazie a Internet 2.0, piattaforme create per condividere rendendo il navigatore-elettore un protagonista. Sì, dite bene: come con Obama. «Da noi è un trend cominciato con le scorse elezioni amministrative»
Motori di ricerca e religioni monoteiste
Pubblicato: 8 giugno 2011 Filed under: Culture, religioni, WEB 2.0 Lascia un commento »Come in tutti gli ambiti dove esiste concorrenza un prodotto funziona se offre qualcosa di diversoo prestazioni migliori degli altri. Dato che le prestazioni di Google sono probabilmente le migliori in quanto a completezza, occorre fornire qualcosa di diverso. È sicuramente quello che fanno i motori di ricerca “religiosi”. Jewogle è specializzato in servizi per ebrei. La grafica è una parodia di Google, una sorta di via di mezzo tra un motore di ricerca e una wikipedia ebraica. Si trovano informazioni sull’ebraismo e sugli ebrei nel mondo, oltre a un indice di ristoranti kosher. Ha anche una sezione news, che a differenza di Google News (dove si inserisce una parola e si cercano risultati recenti legati a quella parola), funziona come una sorta di sito di informazioni su tematiche ebraiche.
Servizio simile è Imhalal.com, per i musulmani, che esclude tutto ciò che è contrario alla Sharia,mentre Seekfind è quello dei Cristiano-evangelici. Il nome viene da un versetto del Vangelo di Matteo (il 7,7):Ask and it will be given to you; seek and you will find (chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete). Nonostante le diversità nelle tre religioni monoteiste, i tre siti hanno in comune l’esclusione di risultati moralmente inaccettabili.
da: VoceArancio » Blog Archive » Google, e non solo.
Google, Facebook e Social Network. La Privacy nelle tecnologie del Web.2, da Report 10 aprile 2011
Pubblicato: 15 aprile 2011 Filed under: WEB 2.0 Lascia un commento »GUARDA LA PUNTATA INTEGRALE SU:http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ff4d4e6e-4cd7-4d1c-9f6… –
10/04/2011 Report – Milioni di Gigabytes delle nostre informazioni personali scalpitano per uscire dai corral delle fattorie di server californiane. I nostri nomi e cognomi, indirizzi, numero di cellulare, gusti, preferenze sessuali e d’acquisto, vogliono correre liberi nelle praterie della Rete dove i pubblicitari non vedono l’ora di prenderle al lazo e Facebook ha il compito di trattenerli. Ma ci riesce sempre? E Google, cosa sa di noi e cosa se ne fa delle informazioni che raccoglie?
Claudio Risè, Liberare l’amico di Facebook
Pubblicato: 5 aprile 2011 Filed under: Famiglie, Risè Claudio, WEB 2.0 Lascia un commento »Facebook è il diavolo? Ai sospetti presenti fra genitori già iperpreoccupati s’è aggiunto adesso il parere dell’importante filosofo inglese Roger Scruton. In un saggio pubblicato sul bimestrale culturale cattolico Vita e Pensiero, infatti, il filosofo accusa il network più amato dagli adolescenti (ed anche dai grandi), di “demolizione radicale della relazione personale”.
La questione è veramente così grave? È arrivato il momento di allontanare i ragazzini anche da Facebook?
L’argomento principale di Scruton è che “gli amici” di Facebook non sono veramente tali. Spesso, infatti, non si conoscono neppure personalmente, a volte è il titolare della pagina che ha richiesto l’amicizia, a volte è l’”amico” che chiede di essere accettato come tale. Tutta questa “facilità” nel diventare amici su Facebook toglierebbe però consistenza alla relazione virtuale, ben diversa dalla “vera” amicizia.
Tutto ciò, naturalmente, è verissimo. Ma non è esclusiva “colpa” di Facebook, e neppure del “mondo virtuale” e della rete Internet. Infatti ogni amicizia, maturata in una qualsiasi comunità, la scuola, il lavoro, un determinato gruppo sociale, dovrà fare le sue prove prima di rivelarsi veramente tale.
da: Diario di bordo :: Liberare l’amico di Facebook :: April :: 2011.
Luigi Proserpio, Chi e’ giovane e chi e’ vecchio ai tempi di Internet? – Libri
Pubblicato: 30 marzo 2011 Filed under: LIBRI NEWS, WEB 2.0 Lascia un commento »
da: Chi e’ giovane e chi e’ vecchio ai tempi di Internet? – Libri.
Oreste Pollicino, La tua identita’ vale. Percio’ cercano di rubartela
Pubblicato: 22 marzo 2011 Filed under: WEB 2.0 Lascia un commento »
La tua identita’ vale. Percio’ cercano di rubartela
Si stima che un utente della rete su tre si esponga alle frodi. Sensibilizziamo gli operatori con l’astinenza
L’identità personale è quel complesso d’idee, convinzioni, attitudini relazionali che caratterizzano la proiezione del sé nel sociale. È un nostro diritto costituzionale pretendere che tale proiezione sia fedele a quanto ci caratterizza e che non sia artificialmente distorta. Ma se nel mondo materiale il rischio è quello della distorsione, nel mondo digitale il rischio è più grosso: l’appropriazione indebita di alcuni segmenti della nostra identità elettronica.
da: La tua identita’ vale. Percio’ cercano di rubartela – Opinioni.
I mass media che hanno fatto l’Italia, da Voce Arancio
Pubblicato: 16 marzo 2011 Filed under: Radio, Televisione, WEB 2.0 Lascia un commento »
La radio, il telefono, la tv e da qualche anno anche internet: i mezzi di comunicazione ci hanno aiutato a diventare un popolo unito. E la qualità della nostra vita ringrazia
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NOVITA’ Domenica 3 gennaio 1954. Sono le 11 e nelle case degli italiani c’è una novità. Fulvia Colombo da Milano e Nicoletta Orsomando da Roma annunciano contemporaneamente l’avvio ufficiale delle trasmissioni televisive Rai. In tutto il Paese ci sono 15mila apparecchi, in pochi credono nella potenza del mezzo. Cinque anni dopo le tv sono un milione, gli spettatori venti milioni e quella scatola di metallo ha già iniziato a trasformare la vita degli italiani. Il telegiornale mostra loro che cosa accade in giro per la penisola, il maestro Alberto Manzi con il suo Non è mai troppo tardi aiuta gli analfabeti a recuperare, Mike Bongiorno con Lascia o raddoppia allieta le serate.
GLOBALI Nella seconda metà nelle case degli italiani, un po’ più tardi rispetto al resto del mondo, c’è un’altra novità, più potente della precedente. È la rete, è internet, che permette di superare ogni confine e ci trasforma sempre più in cittadini del mondo. E così, grazie alla posta elettronica, contattiamo in tempo reale chi si trova dall’altra parte del mondo, con Skype parliamo al telefono dallo schermo del pc con chi è lontano, con un click compriamo quello che ci piace in negozi reali o virtuali distanti migliaia di chilometri. Le opportunità che la rete ci ha messo a disposizione sono infinite e riguardano ogni aspetto della nostra vita, i risultati si muovono comunque tutti nella stessa direzione: se radio e tv ci hanno aiutati a diventare un popolo unito, internet ci sta trasformando in un popolo globalizzato.
MORALIZZAZIONE «Abbiamo a disposizione il mezzo più potente di cultura, di moralizzazione, di diletto che esista; mancheremmo in pieno alla nostra missione se non usassimo tutti i nostri sforzi per utilizzarlo nel modo migliore e più vasto» (Raoul Chiodelli, direttore dell’Eiar fino alla caduta del Fascismo parlando della radio).
RADIO La radio nel nostro Paese nasce nel 1910, con la legge 395 che riservava al governo lo stabilimento e l’esercizio degli impianti radiofonici. Nel 1924 vengono unificate le diverse compagnie radiofoniche e vi è la concessione in esclusiva all’Unione radiofonica italiana, che nel 1927 passa poi per 25 anni all’Eiar (Ente italiano per le audizioni radiofoniche, antesignano della Rai). Nel 1929, con il primo giornale radio, nasce la radio come la conosciamo.
DISTANZE Ma come la radio ha davvero cambiato la vita degli italiani e come è stata utile? La radio è stata il primo strumento che ha permesso ai cittadini della penisola di ascoltare le stesse cose, anche a centinaia di chilometri di distanza, e che ha raggiunto anche paesini e centri prima isolati. Ecco cosa si trovava scritto sul Giornale d’Italia nel dicembre del 1926: «Si pensi al valore che potrebbero avere la radio specie per gli abitanti dei piccoli villaggi che non possono usufruire neanche di un cinema. [...] Tutto questo significa una cosa sola: il sistema radiofonico deve venire esteso rapidamente, infatti esso contribuirà sensibilmente all’estendersi della cultura generale del popolo».
BROADCASTING L’Araldo telefonico, il primo esempio di broadcasting italiano: si avvaleva di un apparecchio telefonico e di una cuffia, un segnale acustico segnalava ai suoi abbonati l’ora esatta e indicava l’inizio del
radiogiornale, oltre a un palinsesto giornaliero di notizie e spettacoli. Del resto, inizialmente il telefono era al servizio degli italiani anche come fonte di svago: «Più che uno strumento di comunicazione interpersonale era un giocattolo musicale e d’intrattenimento, che permetteva a un pubblico riunito in una stanza di ascoltare la performance di un cantante che si trovava in un altro luogo» (Gabriele Balbi in La radio prima della radio, Bulzoni).
INVENZIONI Alcune celebri invenzioni tricolori nel campo delle comunicazioni e tecnologie che hanno cambiato la vita degli italiani (o almeno ci hanno provato): il telefono, inventato da Antonio Meucci nel 1871; il pantelegrafo, un antenato del fax, realizzato da Giovanni Caselli nel 1861; radio e telefonia senza fili, frutto dell’ingegno di Guglielmo Marconi nel 1895; nello stesso anno il kinetografo (macchina per la proiezione di immagini in movimento) di Filoteo Albertini; Programma 101 o Perottina, una sorta di personal computer alla portata di tutti di Pier Giorgio Perotto nel 1962; l’algoritmo di Google di Massimo Marchiori nel 1997 ecc.
INDENTITA’ Ci sono due cose che hanno contribuito, probabilmente più di altre, a creare e cementare un’identità italiana, soprattutto sotto il profilo linguistico: la leva obbligatoria, specie con le due guerre mondiali, e la televisione. Quando vengono trasmesse le prime trasmissioni televisive, nel 1954, solo un italiano su cinque parla correntemente italiano, il 12,9% è analfabeta. Quella della televisione è stata una crescita esponenziale: nel 1956 gli abbonati sono già 366.000, nel 1958 2,8 milioni, nel 1964 cinque milioni. Il secondo canale nasce nel 1961. Alla fine degli anni Ottanta il 96% delle famiglie italiane possiede un televisore. Il linguista Gian Luigi Beccaria sulla Stampa ha definito la televisione come «una delle scuole serali d’Italia».
CAROSELLO Nel 1957 arriva Carosello. Prima c’è la tv dei ragazzi, poi inizia la programmazione più specificatamente dedicata agli adulti. Riti e costumi di un’Italia davvero unita, tanto che l’espressione “a letto dopo Carosello” è rimasta nell’immaginario di molti. In più, una delle prime trasmissioni televisive è un programma di divulgazione letteraria: Il commesso di libreria presentata da Franco Antonicelli.
TV PRIVATE Un capitolo a parte meritano le televisioni private, che inizialmente non entrano in competizione con la tv pubblica, ma occupavano nicchie di mercato lasciate libere. Poi, dagli anni Settanta iniziano a trasmettere dall’estero sul territorio italiano emittenti locali come Firenze libera, Telemontecarlo, Tv Svizzera italiana, Tele Capodistria ecc. Nel 1975 esistevano già 68 emittenti locali, 244 nel 1977, 434 nel 1978, 600 nel 1981. Stava per nascere Mediaset, che ha cambiato gli italiani radicalmente, facendo diventare i bambini un po’ giapponesi attraverso i cartoni animati e i ragazzi più americani con le serie tv (Dallas, Happy Days, Hazar, e successivamente Baywatch e via dicendo).
DIGITALE Un’offerta televisiva che si è moltiplicata tantissimo in pochi anni, e che continua a farlo con le reti digitali e satellitari (come abbiamo raccontato in un precedente articolo). Un’abbondanza tale da creare dipendenza: «Per trattare di una società televisivo-dipendente il caso italiano si presta a meraviglia. […] Un’offerta così ricca ha creato nella gran parte degli italiani una dipendenza che nasceva dal poter trovare, ogni sera, almeno un programma capace di attrarre l’interesse di un vasto pubblico» (Marino Livolsi in La realtà televisiva, Laterza).
CELLULARI Nel 1990 i possessori di cellulari in Italia erano 200mila. Il servizio voce, l’unico attivo, costava 1.950 lire al minuto. Oggi siamo a quota cinquanta milioni di utenti.
TELEFONO I mezzi di comunicazione cambiano, si evolvono, vengono rimpiazzati da altri. Il telefono, per esempio, è sempre meno usato dagli italiani: nel 2005 passavamo quasi sette minuti al giorno sulla linea fissa di casa, adesso siamo scesi a quattro minuti e 41 secondi. E le conversazioni al cellulare non aumentano più in maniera esponenziale: nel 2009 cinque minuti e nove secondi al giorno, solo il 4,7% in più rispetto del 2008. Mentre, secondo i dati Nielsen, nel 2010 c’è stato un taglio del 10% a quota 29 euro al mese la spesa media per i cellulari – bisogna considerare anche che l’anno scorso è stato probabilmente quello del vero boom di Facebook, Skype e affini. Il trend è comune ad altri paesi: in dieci dei maggiori mercati di telefonia mondiali, dice la Ofcom, le telefonate sul cellulare sono in calo. Piena salute invece per gli sms: nel 2011 secondo Abi research dovrebbero arrivare a quota 7mila miliardi (l’800% in più del 2008) in tutto il mondo. Nel 2010 oltre 54 miliardi di minuti di chiamate internazionali (il 13% del totale) sono stati effettuati grazie a Skype.
SOCIAL NETWORK Sono soprattutto i più giovani i protagonisti di questa migrazione dal cellulare verso internet. Filippo Renga, direttore dell’osservatorio mobile alla School of management del Politecnico di Milano: «In molti l’hanno sostituito come mezzo di comunicazione con i social network». Il cellulare si usa meno per chiamare, ma ha nuovi usi. Ombretta Capodaglio di Nielsen Online: «La vecchia chiamata non è più il suo core business. Undici milioni di italiani lo usano per viaggiare in internet, il 31% in più del 2009, tre milioni entrano nei social network via telefonino». Gli smartphone, insomma, sono sempre più al servizio degli italiani, e stanno cambiando le abitudini e i modi di vivere.
PC E quindi per cosa usiamo il cellulare oggi in Italia? Per molte cose diverse. Il numero di dati scaricati dai cellulari in Italia è salito dai 7,5 milioni del primo trimestre 2009 agli 11 del terzo trimestre 2010. Ci ascoltiamo la radio, consultiamo mappe, scarichiamo videogiochi (+28% rispetto al 2010). Ancora Renga: «E siamo solo all’inizio. Il fenomeno è destinato a moltiplicarsi nei prossimi anni. Il meteo, per dire, si consulta oggi più via telefonino che dal pc». E poi c’è il rilevatore di frequenza cardiaca e di consumo calorico in palestra, lo si usa come GPS e molto altro.
WIRELESS FREE Internet, l’ultimo arrivato, ha accorciato le distanze e rese possibili le comunicazioni a basso costo tra gli italiani – oltre che con gli altri cittadini del mondo. Eppure la rete in Italia incontra ancora alcune difficoltà. La banda larga è relativamente poco diffusa: le persone che usano internet in Italia sono tra 20 e 23 milioni, meno della metà dell’intera popolazione. Mentre soltanto dal primo gennaio di quest’anno il wireless free è diventato una realtà: non è infatti più necessaria l’identificazione dell’utente per accedere ad un wireless in uno spazio pubblico.
INFORMAZIONE Oltre alla comunicazione, internet ha facilitato anche il moltiplicarsi delle informazioni online. Sia quelle che arrivano dal basso, attraverso blog (in Italia sono moltissimi, come vi abbiamo raccontato in questo articolo), social network, sia le notizie che si possono leggere sui quotidiani online, appendice di quelli cartacei ma anche creati specificatamente per la rete: nell’ultimo anno ne sono nati ben tre, Il Post, Lettera43 e l’ultimo arrivato Linkiesta. Anche in Italia l’informazione grazie a internet è sempre più orizzontale, le notizie viaggiano in modo nuovo e arrivano ai cittadini anche senza mediazioni: il modo di informarsi degli italiani sta cambiando e gli sviluppi sono imprevedibili.
da: VoceArancio » Blog Archive » I mass media che hanno fatto l’Italia.
Tecnologie internettiane: intercreatività
Pubblicato: 8 marzo 2011 Filed under: Tecnologie internettiane, WEB 2.0 2 Commenti »|
INTERCREATIVITA’ Lei sostiene di essere stato spinto a inventare il web per risolvere alcuni problemi sociali di comunicazione tra le persone. Ora dice che il prossimo passo sarà costruire delle “macchine sociali”. Di che cosa si tratta?
“L’Internet viene usato soprattutto per passare da un documento a un altro usando i link. La cosa importante dovrebbe essere invece collegare le energie creative delle persone, consentendo loro di lavorare insieme, di discutere collettivamente. In realtà si tratta di un obiettivo molto più difficile del previsto Intervista a Tim Berners-Lee (inventore dei software che hanno portato alla nascita del Web) in L’Espresso 1 gennaio 2003, p. 47 |
C’è un genio nel Web
La Rete è una macchina immensa ma un po’ stupida. Presto però, spiega Berners-Lee, diventerà intelligente. Capace di capire subito che cosa vogliamo da lei
colloquio con Tim Berners-Lee di Enrico Pedemonte”
Il web ha compiuto undici anni. Lo inventò, nel 1991, Tim Berners-Lee, un ricercatore britannico che allora lavorava al Cern (Centro europeo per la ricerca nucleare) di Ginevra. Da allora il web è diventato più veloce e più professionale, è cresciuto enormemente ed è diventato sempre più multimediale. Soprattutto, è diventato più commerciale. Ma da un punto di vista tecnologico è rimasto sostanzialmente lo stesso. Ora Tim Berners-Lee lavora al Mit di Boston, dove dirige il W3C, il World Wide Web Consortium, che si occupa di “promuovere l’evoluzione del web”. In pratica di progettare il web del futuro. Abbiamo chiesto a Berners-Lee di spiegarci cosa bolle in pentola.
Il web del futuro, nei vostri progetti, ha un nome complesso: “web semantico” Può spiegare che cosa significa?
“Il problema sul tappeto è creare un’infrastruttura che ci aiuti a risolvere i problemi più in fretta: il web è pieno di informazioni che spesso non possono essere utilizzate in modo efficiente. Le faccio un esempio. Supponiamo che ci sia una conferenza che le interessa. Oggi deve andare sul sito giusto per leggere dove si svolge e a che ora, e poi magari trascrivere questi dati su un pezzo di carta, e infine ricopiarli sull’agenda elettronica. Questo accade perché oggi non c’è modo di spiegare al suo computer che lei vuole andare a quel meeting, e il PC non capisce l’importanza dei dati trovati sul web. Domani basterà che lei segnali a che tipo di eventi vuole partecipare e la sua agenda elettronica sarà informata di tutti i dettagli e il suo ricevitore Gps riceverà i messaggi giusti da parte degli organizzatori. E questo capiterà a tutti quelli che vogliono partecipare al convegno”.
In un articolo pubblicato nel 2001 su “Scientific American” lei fa un esempio concreto: quello di una ragazza che va dal dentista che le ordina una sessione di cure. La ragazza telefona a casa e dice al suo computer di organizzarle la vita nei giorni successivi, spostando gli appuntamenti già presi con altre persone. E’ un mondo dove tutto è interconnesso da una rete intelligente. E’ un’utopia o un obiettivo realistico?
“E’ in corso un cambiamento radicale nel modo in cui noi organizziamo la nostra vita. Per esempio il sistema logistico delle aziende sta per cambiare in modo drastico. I dati saranno organizzati in un modo assai diverso rispetto a oggi: ci sarà un’interazione continua con le informazioni raccolte su Internet. Non sto parlando di macchine che capiscono il significato delle cose nel senso tradizionale in cui noi intendiamo l’intelligenza. Sto parlando di un sistema che collega le informazioni tra di loro in modo strutturato mettendo in comunicazione dati a cui noi attribuiamo un significato”.
Tra quanti anni si realizzerà questo sogno: tra due anni o tra venti?
“Non penso che ci saranno molti prodotti sul mercato per almeno due o tre anni. Ma credo che tra dieci anni sistemi di questo tipo saranno utilizzati su larga scala”.
Come cambieranno i motori di ricerca come Google?
“Per una parte del web, soprattutto quello dei documenti da leggere, i motori di ricerca come Google continueranno a essere molto utili. Ma ci saranno presto nuovi servizi che si affiancheranno ai motori di ricerca. Per esempio, oggi per trasformare i gradi centigradi in gradi Farenheit bisogna trovare un sito che sia in grado di farci fare la conversione. Domani ci sarà un servizio che troverà la regola di conversione e farà questa operazione automaticamente. Oppure, supponiamo che dobbiate compitare il modulo delle tasse. Ci sarà un servizio in grado di mettere in relazione le semplici informazioni da voi fornite con le regole del sistema fiscale. In pratica si tratta di fare comunicare due linguaggi diversi: quello semplice della nostra vita e quello degli specialisti. E questo avverrà in un numero sempre maggiore di settori”.
Lei sostiene di essere stato spinto a inventare il web per risolvere alcuni problemi sociali di comunicazione tra le persone. Ora dice che il prossimo passo sarà costruire delle “macchine sociali”. Di che cosa si tratta?
“Le macchine sociali sono quelle che consentono alle persone di interagire. Per esempio, quando le persone si connettono, comprano una merce, danno il proprio parere sul servizio ricevuto e consentono ad altri di informarsi. Il web dovrebbe sempre di più servire a creare collegamenti tra le persone”.
Per questo usa il termine “intercreatività”, che lei contrappone a quello di interattività?
“L’Internet viene usato soprattutto per passare da un documento a un altro usando i link. La cosa importante dovrebbe essere invece collegare le energie creative delle persone, consentendo loro di lavorare insieme, di discutere collettivamente. In realtà si tratta di un obiettivo molto più difficile del previsto”.
Per questo lei dice che il web dovrebbe imitare il mondo?
“Il web è come un foglio di carta che deve essere scritto. E’ la società a plasmarlo”.
Il suo web del futuro è popolato da “agenti intelligenti”, piccoli software che circolano sul web, ciascuno con il suo compito specifico. Questi agenti sono in grado di comunicare con gli uomini e con altri agenti come loro. Può spiegare come funzionano?
“Gli agenti sono programmi in grado di muoversi nel web per svolgere un lavoro nel tuo interesse. Devono avere due caratteristiche. Primo: capire i dati incontrati sul web e saperli gestire per te. Secondo: essere affidabili. Per esempio devono essere in grado di interpretare i messaggi della banca e capire quando pagare una bolletta. Oppure saper colloquiare con l’agente di un altro utente con cui hai bisogno di organizzare un appuntamento”
Nel suo progetto tutti gli oggetti elettronici che usiamo nella nostra vita (la tv, il frigorifero, l’auto…) saranno connessi alla rete. Ognuno di loro avrà un suo indirizzo web?
“In linea di massima direi di sì. E direi che questo processo avverrà molto rapidamente. La tv e lo stereo, il telefono e la stampante: saranno tutti in rete e comunicheranno tra loro”.
Lei spesso dice di essere interessato a fare in modo che nella società “si sviluppi una struttura meno gerarchica”. Lei crede che il web sia destinato a cambiare la nostra struttura sociale?
“Il web è uno specchio che si limita a riflettere la struttura che noi diamo alla società. In realtà induce anche dei cambiamenti perché elimina alcune limitazioni, facilita la nostra vita, consente nuove relazioni sociali”.
La Rand Corporation parla del “lato oscuro di Internet”: i terroristi, i crackers, i ladri… Pensa che si debba creare un controllo più stretto sul web?
“Molte cose possono essere fatte senza nuove leggi: per esempio proteggere la rete da chi vuole danneggiarla e le singole persone da alcuni rischi privati. Ma ci sono molte preoccupazioni su quello che sono in grado fare i gruppi fuori legge dopo l’11 settembre. La discussione è molto aspra e la soluzione non è semplice da trovare. Ma credo che dobbiamo essere molto attenti nel porre limitazioni alle libertà individuali”.
da: tecnologie internettiane: intercreatività.
Claudio Risè, Il potere nella rete
Pubblicato: 1 marzo 2011 Filed under: Geopolitica e Politica internazionale, islamismo, WEB 2.0 Lascia un commento »Sarà Internet a ridare la libertà al Nord Africa, rovesciandone i regimi autoritari e i loro capi?
….
È così, ma non è tutto.
Internet è certo usato dai ribelli, ma non è di sicuro sconosciuto ai gruppi integralisti del fondamentalismo islamico, come risulta dalla storia del terrorismo dal 2000 in poi. I capi terroristi hanno per solito una formazione scolastica e culturale perfettamente aggiornata, spesso compiuta in Occidente. Dopo un’iniziale perplessità, hanno rapidamente colto l’enorme aiuto che Internet può dare agli atti di ribellione (infatti l’hanno usato nell’organizzare sia i gruppi che gli attentati), ma, ancor di più, alla loro repressione.
La rete, infatti, è uno straordinario strumento di contatto, informazione, e collegamento, capace di scavalcare come mai era stato possibile distanze enormi e barriere geografiche e politiche.
Internet arriva ben oltre la voce dei muezzin, e il suo ruolo nel cercare di costituire, forse per la prima volta, una sia pur variegata unità nel mondo islamico, collegando comunità sparse in ogni continente, è stato enorme.
Tuttavia la rete non è più, ormai, solo uno strumento di contatto, e di diffusione delle proprie idee. Il web è infatti diventato, nel corso del tempo, anche una sorta di gigantesco database universale, che vede e ricorda in tempo reale l’identità e le attività di masse sempre più estese di persone, la cui vita, i cui movimenti e attività, ed anche le cui idee si possono ricostruire con pochi click.
…
Google conserva nelle sue memorie ogni richiesta di ricerca che gli viene fatta (e ne riceve un miliardo al giorno). “Negli Usa agenzie commerciali offrono dossier su milioni di persone, con più di mille dati per ognuno”. Lo stesso capo di Google, Eric Schmidt, in un’intervista a Friedman, giornalista del New York Times, ha notato che in tempo di Internet le persone devono diventare “molto più attente a come parlano, come interagiscono, e a cosa offrono di sé” agli altri.
In un Paese democratico, come gli Stati Uniti, i rischi (come dimostra il caso dello psicoterapeuta, e gli altri citati nel libro), sono più limitati, anche se non irrilevanti. Ma una dittatura può fare molto di più, sia nello schedare i sudditi che nel dissuaderli a interferire con un potere che sa tutto di loro.
Chissà se Internet aiuterà a rovesciare gli attuali dittatori. Di sicuro potrebbe aiutare i loro successori a schiacciare ogni opposizione.
da Diario di bordo :: Il potere nella rete :: February :: 2011.
Lidia Goldoni, Presentazione del Sito/Blog Per Lunga Vita – idee, azioni e servizi per meglio vivere vecchiaia, disabilità e cronicità
Pubblicato: 22 febbraio 2011 Filed under: Anziani, Blog, Disabilità e Handicap, WEB 2.0 Lascia un commento »| Benvenuti sul sito “Per Lunga Vita”. Per Lunga Vita è un augurio, un luogo per continuare il nostro dialogo, per parlare di anziani, disabili, malati cronici, con serenità e senza allarmismi, per offrire un servizio. Vorremmo dialogare con loro e non solo su di loro, con i loro familiari e i volontari, per dare suggerimenti e informazioni sulla salute, per capire ciò che può servire, per aiutare a scegliere i servizi. |
Una vita lunga, nonostante disabilità, limitate funzionalità e cronicità è una conquista del progresso.
Agli operatori del lavoro di cura, vorremmo trasmettere conoscenze e formazione perchè il loro lavoro tenda sempre alla qualità, agli amministratori e ai politici un aggiornamento sul rapporto tra servizi e bisogni del paese.
Parleremo della vita quotidiana, ma anche di salute, di assistenza domiciliare, di servizi residenziali e sanitari, di organizzazione e di rete, sempre di qualità dell’assistenza.
Non si è voluto affrontare per tempo- come per l’inquinamento, il dissesto idrogeologico, la salvaguardia dei monumenti- il tema della longevità e delle sue ricadute sul piano sociale e assistenziale.
Non si programma a lungo termine, non si parla, anche per la tarda età, di promozione della salute, di prevenzione, di riabilitazione.
I nostri obiettivi: dare strumenti di conoscenza ai cittadini per scegliere servizi di qualità, ai professionisti per migliorare la loro capacità operativa e ai decisori delle politiche sociali suggerimenti e idee per innovare il nostro sistema sociale.
Vogliamo contrastare l’idea di anziani, disabili e cronici quali responsabili di una futura catastrofe economica del paese.
Se queste persone si sentono apprezzate, diciamo ai più cinici, è condizione perché si ammalino di meno, ritardando la non autosufficienza.
Per noi, che cinici non ci riteniamo, lo consideriamo un valore e un impegno etico, a cui vi chiediamo di contribuire.
La Direttrice di Per Lunga Vita: Lidia Goldoni
Nel mondo ci sono 250 exabyte di dati
Pubblicato: 16 febbraio 2011 Filed under: WEB 2.0 Lascia un commento »
Nel mondo ci sono 250 exabyte di dati
La capacità di archiviazione mondiale è in continua crescita, e c’è chi l’ha misurata.
[ZEUS News - www.zeusnews.com - 15-02-2011]
Al giorno d’oggi, avere un hard disk da un terabyte non è più un risultato straordinario: l’aumentare dei dati – in particolare quelli multimediali – porta al bisogno di sempre maggiore spazio?
Ci si potrebbe a questo punto chiedere: a quale ordine di grandezza si arriverebbe se si sommassero le capacità di tutti i dispositivi presenti al mondo (dai dischi ai CD, dalle videocassette ai libri fino ai chip)?
I ricercatori dell’Università della California del Sud Martin Hilbert e Priscilla Lopez hanno tentato una stima, tenendo conto dei dati archiviati dal 1986 al 2007 e arrivando alla conclusione che la capacità di archiviazione totale dell’umanità è di circa 295 exabyte, di cui 250 occupati.
Se già l’ordine dei terabyte sembra grande, per farsi un’idea basta pensare che 1.000 terabyte fanno un petabyte, e 1.000 petabyte fanno un exabyte.
Naturalmente si tratta di una cifra che cresce costantemente: i ricercatori spiegano che i dispositivi comuni di archiviazione aumentano la propria capacità di circa il 58% ogni anno.
Esiste tuttavia una quantità di dati ancora maggiore rispetto a quella che si può salvare su tutti i dispositivi del mondo, ed è quella trasmessa dalle TV e dai GPS: nel 2007 equivaleva a 1,9 zettabyte (e uno zettabyte equivale a 1.000 exabyte).
Nel corso degli anni le modalità di archiviazione sono cambiate; la rivoluzione s’è consumata nel 2002, quando la capacità dei sistemi di memorizzazione digitale ha superato per la prima volta quella dei sistemi analogici.
La ricerca di Hilbert e Lopez ha preso in considerazione l’intero mondo nel suo complesso, eppure le differenze esistono: per esempio nel 2002 gli abitanti dei Paesi sviluppati si trasmettevano otto volte più informazioni rispetto a quelli dei Paesi in via di sviluppo. Cinque anni dopo, nel 2007, la distanza era aumentata sin quasi a raddoppiare.
da: Zeus News – Nel mondo ci sono 250 exabyte di dati.
L’umanità archivia un diluvio di informazioni senza argini: la radiografia in una ricerca su Science. Con l’era digitale ha aumentato di 60 volte la mole di dati e informazioni
Pubblicato: 15 febbraio 2011 Filed under: WEB 2.0 Lascia un commento »
(da repubblica.it)
Radio e televisioni diffondono ogni anno 1,9 zettabyte di informazioni. Cosa vuol dire questa cifra? Che ogni essere umano, neonati inclusi, ha a disposizione un numero di parole equivalente a 174 quotidiani al giorno. Tutti insieme i computer del mondo eseguono 6,4 esabyte di calcoli ogni secondo. Un essere umano da solo impiegherebbe quasi 30mila miliardi di anni: 2.200 volte il tempo trascorso dal Big Bang a oggi.
La memoria complessiva dell’umanità, sia essa conservata in libri o computer, cassette o dvd, dischi di vinile o cd e quant’altro possa immagazzinare dati, raggiunge i 295 esabyte: 2,95 seguito da 20 zeri, secondo un calcolo che prende in prestito il bit, l’unità di misura dell’informazione usata dai computer. Se un immaginario bibliotecario dell’era digitale salvasse questi dati su compact disc (1,2 millimetri di spessore) e li impilasse tutti e 404 miliardi, si ritroverebbe a 500mila chilometri d’altezza, ben al di sopra della Luna che dista da noi 384 mila chilometri.
Ciò che l’umanità conosce, comunica, memorizza è un ormai diluvio senza argini. Farne la radiografia è stata l’impresa di due ricercatori dell’università della California del sud, Martin Hilbert e Priscilla Lopez, che con la pazienza di Giobbe hanno passato in rassegna tutte le sorgenti da cui le informazioni sgorgano e si propagano, siano essi libri, computer, telegiornali, chiacchiere telefoniche, film, foto o videogiochi. Il loro sforzo (che a sua volta ha generato un profluvio di parole e tabelle di oltre 200 pagine) ha meritato copertina e una sezione speciale su Science di oggi, intitolati “Dati”.
La nostra capacità di generare dati ha subito una svolta con l’inizio dell’”era digitale”. Il sorpasso è avvenuto nel 2002: l’anno in cui le fonti di informazione digitali (computer di casa o server collegati a distanza, telefonini, dvd, compact disc, lettori audio e video portatili, videogiochi, chip delle carte di credito, schede di memoria varie) hanno superato quelle analogiche (libri, giornali, audiocassette, dischi di vinile, foto stampate o su negativo, videocassette).
Nel 1986 l’umanità disponeva di un totale di 2,6 esabyte di informazioni (2,6 seguito da 18 zeri), nel 1993 eravamo a 15,8, nel 2000 a 54,5 e nel 2007 a 295.
Saperi, immagini, suoni e parole del mondo nel 1986 potevano essere compressi in meno di un cd per individuo, nel 1993 in quasi 4 cd, nel 2000 in 12 cd e nel 2007 in 61 cd.
Una mole di dati in crescita così esponenziale preoccupa soprattutto la scienza, sempre più concentrata su esperimenti di grandi dimensioni, cui collaborano decine di paesi e che richiedono potenze di calcolo immense. Nell’impilare cd pieni di dati, per esempio, l’acceleratore di particelle Lhc del Cern contribuisce con una torre di 20 chilometri ogni anno. E se 22 anni fa al Centro di ricerche di fisica nucleare di Ginevra nacque il linguaggio del web, oggi gli scienziati scommettono che il futuro stia nella “Grid”, una rete di 140 centri di calcolo uniti da una fibra ottica in 33 paesi (in Italia il cuore della Grid è a Bologna, nel centro gestito dall’Istituto nazionale di fisica nucleare) la cui unione crea la forza di 100mila computer.
La nostra capacità di accumulare dati può disorientarci. Ma la memoria dell’umanità è poca cosa di fronte a quella della natura. I 295 esabyte di informazioni con cui potremmo riempire la nostra biblioteca universale rappresentano appena l’1% delle informazioni contenute nel Dna delle cellule di un uomo. E di fronte alla notizia che per eseguire 6,4 esabyte di calcoli al secondo servono tutti i computer del mondo, il nostro cervello reagirebbe scuotendo le spalle: la cifra corrisponde agli stimoli nervosi che in un secondo si propagano nella testa di un singolo uomo.
Disabili e web 2.0Relazioni sociali e servizi, informarsi e informare,accessibilità a cura di Nicola Rabbi
Pubblicato: 11 febbraio 2011 Filed under: Disabilità e Handicap, WEB 2.0 Lascia un commento »Disabili e web 2.0Relazioni sociali e servizi, informarsi e informare,accessibilità
a cura di Nicola Rabbi
(Monografia pubblicata sul numero n. 1/2010 della rivista Accaparlante)
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I siti web delle pubbliche amministrazioni: le nuove regole tecnico-legali per comunicare on line – pamalteo@gmail.com – Gmail
Pubblicato: 4 febbraio 2011 Filed under: LIBRI NEWS, Maggioli editore, Pubblica Amministrazione, WEB 2.0 Lascia un commento »|
Norme tecniche
e giuridiche dopo le Linee Guida Brunetta |
Prefazione di A. Cianci,Consigliere del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione |
| I SITI WEB DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI |
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Questo nuovo Manuale fornisce il quadro sistematico e aggiornato di tutti gli aspetti di cui occorre tenere conto per migliorare la qualità dei siti web della P.A. e per conseguire benefici in termini di efficienza e trasparenza, senza incorrere nella violazione di obblighi normativi con conseguenti responsabilità e sanzioni. Razionalizzare i contenuti on line, eliminare i siti obsoleti ed elevare gli standard qualitativi con cui vengono realizzati i siti Internet della PA: attività da svolgere con cognizione di causa, seguendo i criteri tecnico-legali indicati nel volume, indispensabile per definire i livelli di qualità necessari a realizzare un “buon” sito Internet per gli Enti pubblici.Il volume parte dall’analisi delle “Linee Guida sui siti Web delle P.A.” per illustrare le disposizioni normative vigenti e fornire gli schemi operativi utili a pianificare operazioni di adeguamento dei contenuti e dei servizi offerti via Internet:
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Don Tapscott, Net Generation. Come la generazione digitale sta cambiando il mondo, FrancoAngeli editore
Pubblicato: 1 febbraio 2011 Filed under: LIBRI NEWS, Tecnologie internettiane, WEB 2.0 1 Commento »| Net Generation. Come la generazione digitale sta cambiando il mondo | |||||||||
| Autori e curatori: | Don Tapscott | ||||||||
| Contributi: | Mario Gerosa | ||||||||
| Collana: | La società – Saggi | ||||||||
| Argomenti: | Web e new media - Information Technology: gli scenari - Scenari, strategie aziendali - New marketing, web marketing - Organizzazione e risorse umane - Scenari, terzo millennio, futuribili, problemi generali - Sociologia dei processi culturali | ||||||||
| Livello: | Saggi, scenari, interventi | ||||||||
| Dati: | pp. 320, 1a edizione 2011 (Cod.1420.1.120) | ||||||||
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| In breve | Dall’autore di bestseller internazionali, come Wikinomics, una serie di suggerimenti e risposte ad alcuni degli interrogativi che più allarmano: come educare i propri figli nell’era digitale? come attirare e coinvolgere i giovani talenti nel mondo del lavoro? come i giovani e Internet stanno trasformando il concetto di democrazia? Attraverso l’intervista di oltre 11.000 mila giovani, il testo offre un quadro articolato e complesso della cosiddetta “Net Generation”. | ||||||||
| Presentazione del volume: |
Probabilmente conoscerete una persona tra gli 11 e i 30 anni. Magari l’avete vista occuparsi di cinque cose contemporaneamente: inviare un SMS agli amici, scaricare brani musicali, postare un video, guardare un film su uno schermo a due pollici e fare chissà cosa su Facebook o MySpace. Questa persona fa parte della cosiddetta Net Generation, la prima generazione ad aver raggiunto la maturità nell’era digitale, dando vita a un fenomeno culturale globale, destinato a durare nel tempo. Per la prima volta nella storia, i giovani sono diventati delle vere e proprie autorità e stanno modificando ogni ambito della società, dal luogo di lavoro agli spazi privati, dalla vita scolastica a quella famigliare, dal mondo economico a quello politico. Nel corso di questo suo straordinario viaggio di esplorazione del presente e del futuro prossimo, Don Tapscott ha raccolto più di 11.000 interviste, che restituiscono un quadro articolato e complesso di una comunità di menti brillanti, in grado di sviluppare modi innovativi di pensare, interagire, lavorare e socializzare, grazie a tecnologie che permettono un’attiva partecipazione alla distribuzione dell’intrattenimento e delle informazioni. Nel libro, oltre a confrontare i dati acquisiti attraverso questa epocale ricerca con le analisi di influenti studiosi che si sono dedicati all’analisi del fenomeno da diverse prospettive (psicologi, pedagogisti, economisti, sociologi e politologi), Tapscott invita a immaginare quale straordinario impatto avrà sulla società questo rivoluzionario modo di pensare, sfatando alcuni luoghi comuni e fornendo alcuni suggerimenti utili in ambito aziendale, sociale e famigliare: - come attrarre i giovani talenti in azienda; - come educare i propri figli nell’era digitale; - come avvicinare i giovani alla politica; - come coinvolgerli in progetti di sviluppo e in campagne umanitarie. La morale è questa: se capirete le regole della Net Generation, avrete la chiave per comprendere il futuro. Don Tapscott è presidente di nGenera Innovation Network e professore associato di Management presso la Joseph L. Rotman School of Management dell’Università di Toronto. È autore o coautore di undici libri, tutti bestseller internazionali, tra i quali Wikinomics, Paradigm Shift e The Digital Economy. |
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| Indice: | Mario Gerosa, Presentazione dell’edizione italiana Metodi di ricerca, gruppi di lavoro e ringraziamenti Parte I. Ecco a voi la Net Generation Introduzione Una generazione cresciuta nei bit Caratteristiche di una generazione. Le otto norme della Net Generation Parte II. Trasformare le istituzioni Ridefinire talento e management. La Net Generation e il mondo del lavoro Le reti di Net-fluenza e la rivoluzione dei prosumer. La Net Generation e il mondo del consumo Casa, dolce casa. La Net Generation e la famiglia Parte III. Trasformare la società Obama, i social network e il coinvolgimento dei cittadini. La Net Generation e la democrazia Costruire un mondo migliore, partendo dalla base In difesa del futuro. |
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da: Net Generation. Come la generazione digitale sta cambiando il mondo.
Quando le rivoluzioni ci colgono di sorpresa, February 1, 2011, FRANCESCA PACI PER LA STAMPA
Pubblicato: 1 febbraio 2011 Filed under: Geopolitica e Politica internazionale, islamismo, WEB 2.0 Lascia un commento »Imparare dalla storia
«Gli ingredienti erano tutti lì, la disoccupazione, l’ineguaglianza, la repressione: tra colleghi non facciamo che chiederci perché non abbiamo previsto l’Egitto» ammette Tim Stevens, esperto dell’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence del King’s College di Londra. Il nodo, sostiene, è la variabile imprevedibile della Storia: «Ancora discutiamo di quando non capimmo la fine del comunismo: non si può prevedere il futuro». Se fosse possibile, osserva il politologo della Carnegie Moises Naim, qualcuno sarebbe miliardario: «Pensate all’interesse delle intelligence, c’è un’industria che lavora a capire come andrà il mondo, un vero business. Ma come nei pronostici finanziari, quando c’è un sentore non c’è comunque tempistica certa: posso dire che nel 2011 ci sarà un disastro naturale da migliaia di morti, non quando. E poi c’è la Tunisia, un Paese con una crescita del 3,5% da 15 anni, estraneo all’estremismo islamista, moderno. Chi avrebbe scommesso sul crollo?». Le rivoluzioni sparigliano perché spezzano i trend, insiste l’analista del German Marshall Fund Ian Lesser: «E’ vero che non impariamo mai, ma la velocità impressa alla Storia dai nuovi media rende tutto più difficile. Un’idea potrebbe essere sbirciare più spesso i blog e Facebook».
I nuovi media
Internet, certo. Secondo il direttore del Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv Rabi Uzi è la benzina della rivolta che sta contagiando la regione: «Il Medio Oriente ha avuto uno sviluppo incredibile in questi dieci anni, e siamo solo all’inizio. In Egitto c’è una cyberivoluzione in corso che vent’anni fa sarebbe stata impensabile. Oggi invece la gente va in piazza, filma e in tempo reale mostra al mondo cosa sta accadendo». I politologi insomma devono aggiornarsi, concorda Tim Stevens: «Non sarebbe successo nulla senza i media: una piccola protesta subito repressa, come al solito. Ma ora tutto accade rapidamente: la Tunisia ha acceso i riflettori e gli altri popoli della regione hanno compreso che era arrivato il loro momento battendo sul filo di lana politologi e politici». E adesso? Ian Lesser accetta la provocazione: «Direi che la prossima settimana Mubarak non sarà più al potere…».
Francesca Saccà, La dipendenza da Internet: Intervista radiofonica di Ecoradio
Pubblicato: 25 gennaio 2011 Filed under: dipendenze, WEB 2.0 Lascia un commento »….
Volendo fare un esempio di quelle che sono le Nuove Dipendenze possiamo citare il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo, la dipendenza affettiva, la dipendenza da lavoro e la dipendenza da Internet.
In particolare sono in aumento le problematiche di dipendenza da Internet.
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segue qui:
I testi digitali cambiano il nostro modo di leggere dicono i neuroscienziati
Pubblicato: 18 dicembre 2010 Filed under: SCRITTURA, Tecnologie internettiane, WEB 2.0 Lascia un commento »
I testi digitali cambiano il nostro modo di leggere dicono i neuroscienziati: la lettura selettiva volta alla ricerca di informazioni sostituisce il “Deep Reading”. Una comprensione profonda che passa attraverso una riflessione personale oppure una sperimentazione successiva non trova posto nella lettura selettiva. Ma è il mezzo digitale la causa oppure ciò che noi facciamo dei testi?
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Il web viene letto al 90 percento sulle schermate di un pc, in tutto il mondo. Le scritte pertanto sono più grandi che in un libro. Le conquiste tipografiche dei secoli passati come le rilegature purtroppo non vanno, e non vanno più nemmeno le spaziature e le suddivisioni ((la sottolineatura per avere informazioni pratiche su questi concetti, quando ci passate sopra con il mouse). La larghezza ottimale di una riga appartenente a secoli di esperienza di lettura andava benissimo, ma purtroppo abbiamo dovuto ridurre tale larghezza perché abbiamo bisogno di più spazio per altre cose.
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Le frasi su internet sono brevi. Anche i pensieri complessi vengono espressi in 140 caratteri. Quello che non si riesce ad abbreviare in questo modo deve rimanere inespresso (temo che Rilke, agenzia di oggi, arriverebbe direttamente attraverso Ticker).
Scriviamo per il Web, ottimizzando le parole per il motore di ricerca, per farci trovare. Conoscete già la Keyword Density. (Un peccato per il modo di tenere alta la tensione soprattutto negli editoriali, ma Google purtroppo non lo percepisce, e si preferisce mettere la parola magica come titolo del paragrafo. Come l’assassino in un programma televisivo, dovremmo provare una volta, un’idea super!) E un Cross-link agli altri nostri siti aumenta il Pagerank – scusate per questo, ma altrimenti i nostri siti non si trovano in prima pagina su Google. I nostri testi sono circondati al 30% da contenuti navigabili, purtroppo devono esserci; non è molto diverso per i libri se si guarda ai lati. E sei banner pubblicitari per lato, che non hanno altro scopo che
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Comunque forse siete arrivati qui solo perché la nostra parola di ricerca su Google conduce qui in qualche modo, e nessuno sa perché? Sarebbe un peccato sprecare il vostro tempo e il nostro denaro per le parole di ricerca. A destra ci sono sempre altri articoli, oppure vi comprate ugualmente il bel libro qui.
E sopra, una banda da 100 Pixel che ci serve per il brand management, che deve essere in ogni pagina (sui libri mal si adatta su ogni pagina). Il nostro brand rappresenta il contenuto, ma purtroppo, , form follows function. E di gratuita c’è solo la morte (bel film, tra l’altro qui) Ah sapete, il link lo trovate anche da soli.
E’ nato www.siamotuttigiornalisti.org: il “wikipedia” dell’informazione!
Pubblicato: 30 novembre 2010 Filed under: editoria multimediale, WEB 2.0 1 Commento »E’ nato il primo polo editoriale italiano che adotta il modello di wikipedia: ognuno può contribuire a migliorare la qualità dell’informazione in piena libertà.
www.siamotuttigiornalisti.org offre a chiunque la possibilità:
- di poter disporre di una panoramica di tutti i principali mezzi di informazione italiani e stranieri
- di poter accedere a tutti i contenuti del sito per poter usufruire di un’informazione il più possibile libera da condizionamenti politici o da interessi economico-finanziari
- di pubblicare liberamente contenuti (notizie, opinioni, articoli, studi, interviste, testimonianze, casi emblematici) e di commentarli, contenuti che possono consistere in contributi di servizio, di denuncia, di conoscenza, di stimolo alla crescita del paese, etc. Contenuti mai banali che tendono ad illuminare gli avvenimenti
- di evidenziare, qualora occorra, le manipolazioni a cui spesso le notizie vengono sottoposte
- inoltre di organizzare eventi, lanciare campagne di opinione, aprire dibattiti, lanciare sondaggi, porre domande ai politici, allegare documenti, segnalare altri siti o indicare riferimenti bibliografici, suggerire nuovi contenuti, proporre miglioramenti.
I principi ispiratori che sono alla base dell’iniziativa sono sostanzialmente due:
- La “notizia” é patrimonio di tutti e quindi tutti sono chiamati a contribuire alla sua formazione e al suo controllo. Da qui il titolo “SiamoTuttiGiornalisti”
- Il sito appartiene a chiunque contribuisca ad arricchirlo di contenuti e/o a sostenerlo sia economicamente che con il proprio lavoro. Ognuno godrà di una “compartecipazione” la cui quota sarà misurata sulla base del proprio coinvolgimento
In questo modo chiunque potrà agire al contempo da “Lettore”, “Giornalista” ed “Editore” (vedere la voce “Chi siamo” sulla home page del sito).
Il team di SiamoTuttiGiornalisti
Se anche tu sei venuto a conoscenza, tramite altri mezzi di comunicazione o in modo autonomo, di notizie interessanti da condividere pubblicale sul sito! Soprattutto se si tratta di notizie importanti, ma trascurate dai media che contano, perché troppo interessati ai discorsi dei politici!
Per pubblicare occorre registrarsi!
… e non dimenticarti di diffondere la notizia tra gli amici e i conoscenti !
Buona notizia a tutti con www.siamotuttigiornalisti.org !
I SITI WEB DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI DOPO LE “LINEE GUIDA BRUNETTA” Norme, obblighi e sanzioni, tecnologie e modelli organizzativi Bologna, martedì 14 dicembre 2010 » Hotel Europa
Pubblicato: 15 novembre 2010 Filed under: Pubblica Amministrazione, WEB 2.0 Lascia un commento »I SITI WEB DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI
DOPO LE “LINEE GUIDA BRUNETTA”
Norme, obblighi e sanzioni, tecnologie
e modelli organizzativi
Bologna, martedì 14 dicembre 2010 » Hotel Europa
Ai partecipanti sarà consegnata una copia del volume
“I SITI WEB DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI”
Guida alle norme tecniche e giuridiche alla luce delle Linee Guida Brunetta.
di ERNESTO BELISARIO – GIANLUIGI COGO – ROBERTO SCANO.
Il convegno offre ai partecipanti degli schemi operativi per pianificare una operazione di adeguamento e razionalizzazione dei contenuti on line a partire dalle indicazioni contenute nelle Linee Guida. L’obiettivo è di fornire gli elementi indispensabili per migliorare la qualità dei siti Web della PA sia sotto il profilo dei contenuti offerti che rispetto alla prospettive dell’integrazione di strumentazione web 2.0, di servizi di e-government e di sistemi di knowledge management.
Prendendo come spunto le “Linee Guida Brunetta” pubblicate il 26 luglio 2010, questo convegno si propone di illustrare la normativa rilevante in materia di siti Web pubblici e di offrire gli schemi operativi per pianificare una operazione di adeguamento e razionalizzazione dei contenuti e dei servizi offerti sul Web da parte delle Amministrazioni Pubbliche.
Alla luce dei recenti interventi legislativi, gli Enti hanno infatti bisogno di un quadro sistematico ed aggiornato degli aspetti di cui tenere conto in tutte le attività collegate ai Website pubblici; una loro mancata valutazione – oltre ad impedire all’Amministrazione di conseguire gli attesi benefici in termini di efficienza e trasparenza – rappresenta una violazione degli obblighi normativi ed espone la PA e gli agenti pubblici a sanzioni e responsabilità.
Relatori:
Claudio Forghieri, Direttore Scientifico E-GOV
Ernesto Belisario, Avvocato Studio Legale Belisario, Università della Basilicata
Gianluigi Cogo, Rete InnovatoriPA
Roberto Scano, Iwa Italy
E-learning e web 2.0: una dimensione sociale dell’apprendimento virtuale, Isfol
Pubblicato: 7 novembre 2010 Filed under: Formazione Permanente, WEB 2.0 2 Commenti »
E-learning e web 2.0: una dimensione sociale dell’apprendimento virtuale
Indice
- Introduzione
- La società europea della conoscenza
- Apprendere al tempo del web 2.0
- Il rischio del digital divide
- I numeri dell’e-learning in Italia
- Evoluzione della spesa di e-learning in Italia
- Il caso: Spf on line
- Altri esempi
- Conclusioni
- Agenda
- Per saperne di più
Scarica il testo integrale (formato .pdf, 224 kb)
L’era della formazione a distanza (Fad), individuale, svolta in un ambiente chiuso, dai contenuti fortemente strutturati e rigidi è definitivamente tramontata. La diffusione del web 2.0, l’uso di webcam, wiki, blog, software multimediali e tecnologie partecipative ha permesso un salto di qualità nei programmi di formazione a distanza.
L’e-learning è oggi un ambiente di apprendimento aperto, flessibile e informale che viaggia in rete, abbatte le frontiere di spazio e tempo e contribuisce alla diffusione delle conoscenze e delle competenze.
Le metodologie e gli strumenti dell’e-learning di ultima generazione puntano infatti sempre più a forme diapprendimento collaborativo, le quali pongono il fruitore al centro di una molteplicità di relazioni e lo rendono partecipante attivo, nonché costruttore di conoscenza. Il singolo diventa il centro della rete, contribuisce alla creazione dei contenuti e li condivide in modo interattivo con gli altri. Apprendimento formale, non formale e informale si intrecciano, generando una fluidificazione dei saperi. Grazie alla rete si apprende informalmente, quasi per caso, e l’esperienza quotidiana diventa complementare a quella istituzionale. Siamo all’interno di quello che viene definito, a livello europeo, il processo di apprendimento lungo tutto l’arco della vita (lifelong learning).
L’Italia (ancora) in attesa della rivoluzione wi-fi
Pubblicato: 27 ottobre 2010 Filed under: Tecnologie internettiane, WEB 2.0 Lascia un commento »….
L’Italia è un caso a parte. Il cosiddetto decreto Pisanu, varato nel luglio 2005 su iniziativa dell’allora ministro dell’Interno, in seguito agli attentati terroristici di Madrid e Londra, prevede che chiunque voglia offrire connessioni internet pubbliche debba richiedere una licenza al questore e, soprattutto, identificare tutti gli utenti. Il cliente, in pratica, deve dare la sua carta di identità al gestore, che la fotocopia e tiene un registro. Solo allora si può navigare.
Il risultato di questo meccanismo piuttosto complicato era prevedibile.Gestori di locali pubblici, direttori di musei e centri culturali, le stesse amministrazioni comunali, devono sobbarcarsi un grosso lavoro burocratico se vogliono offrire unhotspot. E gli utenti non gradiscono il fastidio di dover dare la propria carta di identità, aspettare la registrazione, ricevere un codice e finalmente poter aprire il portatile. Così in Italia esistono appena poco più di quattromila punti di accesso pubblici, mentre la Francia ne ha oltre 30mila, la Gran Bretagna circa 28 mila, la Svezia 7.700 nonostante una popolazione molto inferiore. Nel nostro Paese l’uso del wi-fi è praticamente sconosciuto, e tutti corrono dietro alle chiavette Umts rischiando di intasare la rete cellulare.
«È il più classico dei problemi di Bauman: più sicurezza o più libertà?
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da: VoceArancio » Blog Archive » L’Italia (ancora) in attesa della rivoluzione wi-fi.
I difetti di Facebook » Sergio Maistrello
Pubblicato: 24 ottobre 2010 Filed under: WEB 2.0 1 Commento »…
- Facebook non ha memoria. Non ha il valore della memoria, l’interesse di conservarla e valorizzarla. Puoi scorrere e scorrere e scorrere i contenuti di una bacheca, ma il contenitore è fatto sostanzialmente per il qui e ora. Premia e valorizza in modo eccellente la socialità d’istinto, scoraggia la conoscenza profonda. …
- Facebook regge a fatica la scalabilità dei gruppi sociali. Benché faccia notizia soprattutto per gli alti numeri di aderenti a cause comuni di ogni genere, più il numero di partecipanti a un gruppo, a una pagina o a un profilo personale diventa elevato, più facile è perdere il filo (anche in virtù di quanto detto a proposito sulla memoria). Maggiore è la partecipazione, più difficile è che ci sia un reale confronto e una possibilità di sintesi. …..
- Facebook costringe chi lo usa ad adeguarsi alla sua logica. Vale per tutti i social software, ma nel caso di Facebook si tratta di una logica particolarmente rigida e macchinosa. Quasi nulla si può trasformare: puoi creare oppurecancellare, non riusare, trasferire, evolvere.
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- Facebook si spiega male. Le poche impostazioni che un iscritto può adeguare ai propri desideri (i famigerati controlli sulla visibilità dei contenuti e sulla privacy delle informazioni condivise, per esempio) sono quanto di più macchinoso, non univoco e inusabile si sia visto sul pianeta social networking, nonostante ci abbiano rimesso le mani più volte.
l’intero articolo qui: I difetti di Facebook » Sergio Maistrello.
RIVA G., I social network
Pubblicato: 23 ottobre 2010 Filed under: LIBRI NEWS, WEB 2.0 3 Commenti »|
RIVA G. I social network Collana “Universale Paperbacks il Mulino”
pp. 196, € 13,00 in libreria dal 14/10/2010 |
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Facebook, MySpace, Twitter, LinkedIn sono ormai termini entrati nel lessico quotidiano e sempre più spesso capita di sentire persone che ci chiedono se abbiamo una pagina su Facebook o se siamo iscritti a questo o quel gruppo. I social network sono dunque una moda o qualcosa di duraturo? Se non sono una moda, che effetti hanno sui nostri comportamenti relazionali? Sono utili o costituiscono in definitiva una perdita di tempo? Questo volume affronta il complesso mondo dei social network, illustrandone le caratteristiche: come sono nati e come si sono evoluti, quali effetti hanno prodotto sulle relazioni e sull’identità delle persone. Un’opera accessibile e informata per comprendere a fondo un fenomeno ormai così diffuso da non poter essere ignorato. Giuseppe Riva insegna Psicologia della comunicazione e Psicologia e nuove tecnologie della comunicazione nell’Università Cattolica di Milano. E’ presidente dell’Associazione Internazionale di CiberPsicologia (i-ACToR). Per il Mulino ha pubblicato “Psicologia dei nuovi media” (II ed. 2008). |
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Gordon Bell: l’uomo che ricorda troppo, da Diritto 2.0 – Il blog di Ernesto Belisario
Pubblicato: 4 ottobre 2010 Filed under: biografie, Blog, WEB 2.0 Lascia un commento »
Gordon Bell non ha bisogno di ricordare, ma non ha possibilità di dimenticare. Gordon Bell non è il personaggio di un romanzo o di un film di fantascienza né un novello “Pico della Mirandola”. Mr. Bell ha 75 anni e, come tutti noi, dimentica accidentalmente le cose. Diversamente da noi, però, è un ricercatore della Microsoft’s Bay Area Research Centre di San Francisco e da quasi dieci anni fa la cavia ad un suo progetto di ricerca dal nome indicativo: MyLifeBits. Dal 2001 Gordon, grazie alle nuove tecnologie informatiche, registra tutta la sua vita in un enorme database (archivio), realizzandone una vera e propria “copia” digitale. Porta sempre con sé una minuscola macchina fotografica che scatta una foto ogni minuto e indossa alcuni sensori in grado di notare e memorizzare i cambiamenti della luce (ad es. se entra in un caffè) o della temperatura.
(Gordon Bell in una foto di Aquillo)
Ma non è tutto: le conversazioni e le telefonate di Gordon vengono registrate e tutti i suoi spostamenti sono tracciati grazie ad un dispositivo GPS. Dopo quasi dieci anni di progetto, la memoria digitale di Mr. Bell è costituita da migliaia di video, file audio, foto digitali, e-mail e pagine Web; tutto quello che Gordon ha fatto, visto o letto è stato trasformato in bit ed è finito in un gigantesco archivio digitale la cui consultazione consente di ricostruire in pochi secondi e con precisione assoluta ogni minimo particolare.
Da poco tempo Mr. Bell raccoglie e immagazzina anche i dati relativi alla sua salute, ai battiti del cuore e alle calorie; questo fa si che Gordon, a differenza di molti suoi coetanei, non debba preoccuparsi della perdita della memoria che reca con sé la vecchiaia.
I risultati di questo progetto sono talmente apprezzabili che sono già iniziate le applicazioni terapeutiche e le stesse tecnologie vengono attualmente utilizzate su un ristretto numero di persone che soffrono di malattie neuro-degenerative. In questi casi i benefici sono innegabili e si aiutano i pazienti a vivere con meno ansia la propria vita nella malattia.
Dal punto di vista tecnico il problema principale appare solo uno: quanto spazio è necessario per memorizzare digitalmente una vita intera? Per fortuna, si tratta di uno spazio ancora troppo grande per ipotizzare l’immediata diffusione di questa “archiviazione digitale” delle nostre vite. Ma tra pochi anni la tecnologia ovvierà a questo ostacolo e sarebbe quindi auspicabile riflettere fin d’ora sui rischi di un uso generalizzato di queste applicazioni: se le valenze terapeutiche sono indubbie, i risvolti di una diffusione generalizzata sono quantomeno inquietanti.
Innanzitutto il rischio più grave è quello che questa tecnologia potrebbe indurre gli individui a comportarsi diversamente; a prescindere dalle problematiche di privacy (di cui lo stesso Bell appare consapevole) e di proprietà della memoria digitale (cosa succede al momento della morte con tutte le informazioni memorizzate?), se tutto è registrato e può essere accuratamente esaminato probabilmente le persone si comporteranno diversamente ed avremo un mondo di conformisti.
E poi, è opinione generale che molte cose sia preferibile dimenticarle: come diceva Khalil Gibran, anche “l’oblio è una forma di libertà”.
tratto da: Gordon Bell: l’uomo che ricorda troppo | Diritto 2.0 – Il blog di Ernesto Belisario.
JUAN CARLOS DE MARTIN sulla legge che zittirà i Blogger
Pubblicato: 29 luglio 2010 Filed under: editoria multimediale, SCRITTURA, WEB 2.0 2 Commenti »Splendido, veramente splendido e chiarificante articolo che spiega uno dei valori importanti delle tecnologie internettiane: la libertà di parola in uno spazio pubblico
Libertà che il cosiddetto “partito delle libertà” (delle LORO libertà) intende comprimere
Paolo Ferrario
| pubblicato sulla Stampa del 28 luglio 2010:
E’davvero singolare. Da circa 15 anni viviamo, grazie alla tecnologia, in un mondo che permette di realizzare – quasi perfettamente e con relativamente poco costo e fatica – un’aspirazione antica almeno quanto la Grecia classica. Un’aspirazione che con l’Illuminismo diventa diritto, diritto che, incastonato nelle costituzioni moderne, diventa quindi un pilastro delle nostre democrazie. Parlo della libertà di parola (e del suo diritto gemello, la libertà di informazione). E’con la nascita del web, infatti, che diventa relativamente facile ed economico fare qualcosa che fino a quel momento aveva richiesto o grandi capitali o la possibilità – ardua – di trovare spazio nei mass media, cioè, far arrivare il proprio messaggio, qualunque esso sia, potenzialmente a chiunque. Il web, infatti, fin dalla nascita, a inizio anni 90, si presenta come un medium «leggi-scrivi», ovvero, bi-direzionale, che rende facile non solo consumare contenuti, ma anche produrne e condividerli potenzialmente con chiunque abbia accesso a Internet (1.8 miliardi di persone secondo le statistiche più recenti). Condivisione che con gli anni è diventata sempre più facile e intuitiva, grazie a innovazioni come i blog (commentari con gli interventi presentati in ordine cronologico inverso, ovvero i più recenti in cima – 130 milioni secondo i dati più recenti), i wiki (pagine web facilmente modificabili da chi le legge, come quelle dell’enciclopedia online Wikipedia) e le grandi piattaforme di aggregazione come YouTube o Vimeo per i video, Flickr per le fotografie e le reti sociali, che pubblicano ogni mese (anche se in genere a un pubblico ristretto ai loro utenti), miliardi di testi, foto e video. Gli utenti della Rete hanno accolto entusiasticamente questa opportunità di esprimersi. A seconda, infatti, dei sondaggi (per esempio, quelli di Pew Research), dal 40 al 60% degli internauti pubblica contenuti di varia natura. Contenuti ovviamente molto eterogenei tra loro, ma ciascuno realizzazione tangibile di quell’antica aspirazione, ovvero, permettere a ciascun individuo di presentare il proprio punto di vista. Punto di vista che non raramente contribuisce al pubblico dibattito in vista di una deliberazione, realizzando quella che i greci chiamavano isegoria – il diritto di prendere la parola su questioni di interesse generale. Dire, quindi, che Internet rappresenta il più straordinario e ampio spazio pubblico della storia è semplicemente ricordare un dato di fatto. Tra l’altro uno spazio pubblico molto discreto, che non invade le case o le strade, che non ci assorda le orecchie e non ci occupa la visuale, se non quando noi, liberamente, scegliamo di consultarlo online. Eppure, singolarmente, diversi politici italiani, anziché concentrare le loro energie su come estendere l’esercizio di questa libertà a tutti i cittadini (il «digital divide» italiano, infatti, riguarda ancora oltre metà della popolazione), o su come più efficacemente educare la popolazione ad un uso maturo e consapevole della Rete (non si impara, infatti, in un giorno a guidare una Ferrari se si è sempre solo andati in bicicletta), da circa due anni sembrano cercare il modo di rendere l’espressione del proprio pensiero online più difficile e gravosa. Dopo diversi tentativi, forse ci stanno finalmente per riuscire. Il comma 29 dell’articolo 1 del decreto sulle intercettazioni in discussione in questi giorni alla Camera, infatti, estende – nella sua forma attuale – a tutti i gestori di siti informatici l’obbligo di rettifica previsto dalla legge sulla stampa: qualora non si dia seguito entro 48 ore ad una richiesta di rettifica, si è soggetti a una sanzione fino a 12 mila e 500 euro. Indipendentemente dal fatto che dietro al sito ci sia una struttura professionale o un semplice individuo, ovvero, che si tratti del sito, per esempio, de «La Stampa» o del blog della signora Maria Rossi, del sito di una grande azienda o di quello di una scuola elementare. La proposta è infondata nelle motivazioni e potenzialmente molto nociva negli effetti. La motivazione è che Internet non deve essere, secondo i proponenti, un territorio senza legge dove ognuno dice quello che vuole. Tuttavia, dire quello che si vuole è un diritto costituzionalmente garantito, anche se, come è ovvio, nei limiti previsti dalla legge (diffamazione, calunnia, eccetera). E la legge vale online esattamente come altrove – da sempre. In merito agli effetti, l’eventuale approvazione di questa norma avrebbe un grave effetto sulla libertà di espressione e di informazione, dal momento che scoraggerebbe moltissime persone, aziende e istituzioni dall’esprimersi online. Quante persone, infatti – o anche piccole aziende, associazioni, scuole, università, eccetera – se la sentirebbero di correre il rischio di pubblicare qualcosa non potendo garantire, 356 giorni all’anno, di riuscire a intervenire tempestivamente in caso di richiesta di rettifica? E anche quei rari individui che se la sentissero di garantire una così assidua presenza alla tastiera, come potrebbero discriminare con efficacia tra le richieste di rettifica fondate e quelle infondate, se non addirittura apertamente censorie? I giornali hanno uffici legali abituati a vagliare questo tipo di richieste; un generico blogger certamente no. Non è, quindi, difficile ipotizzare che, nel dubbio, le richieste di rettifica verrebbero sempre accolte – con un grave impoverimento della libertà di parola e di informazione online del nostro Paese. È, quindi, davvero singolare quanto sta accadendo in Parlamento. Oppure no, non lo è affatto. Il web ha, infatti, radicalmente decentralizzato la produzione di messaggi, col risultato che il controllo sulle informazioni che giungono ai cittadini si sta indebolendo ogni giorno di più. Ciò per alcuni è evidentemente un problema. Per tutti gli altri, però, è una conquista da migliorare ed estendere. *docente del Politecnico di Torino |
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Self-Tracking: La Vita in un Bit, in L?Espresso 15 luglio 2010
Pubblicato: 15 luglio 2010 Filed under: biografie, WEB 2.0, ZZZ-attesa categoria Lascia un commento »Fino a che punto conosci te stesso e sai quello che fai ogni giorno?
Se la tua reazione immediata è pensare che si tratta di una domanda banale, forse vale la pena di riflettere un attimo.
Dopo tutto, la nostra memoria è labile e la nostra capacità di autoosservazione è tutt’altro che perfetta.
Certo, si può compilare un diario, praticare una qualche forma di meditazione introspettiva, andare una volta alla settimana da uno psicanalista.
Ma se prendiamo a paragone quello che succede nelle nostre vite professionali è subito chiaro che questi sono strumenti grezzi e primitivi. Quale manager aziendale si sognerebbe mai di operare oggi nel suo lavoro senza misurare digitalmente i fenomeni, raccogliere i dati in un pc e analizzarli in modo oggettivo?
Appunto. E allora perché non dovremmo applicare una metodologia simile anche alle nostre vite private?
Dopo tutto l’esistenza è una serie infinita di comportamenti e di scelte.
Ognuna di tali scelte genera delle conseguenze. E perché dovremmo rassegnarci a navigarla alla cieca, senza archiviare informaticamente tutto proprio come facciamo per la nostra azienda?
Un’idea del genere può suonare bizzarra, forse addirittura inquietante, eppure è il postulato che accomuna un’eclettica tribù di novelli pionieri, i cosidetti “self-tracker”.
Una nuova generazione di microsensori e gadget digitali permette infatti di registrare, con facilità estrema e in modo continuativo, ogni sorta di informazioni numeriche. Sono ormai anni che chi pratica sport, anche a livello amatoriale, ha scoperto l’incredibile potenza dei microchip – inseriti ad esempio nelle scarpe da jogging o in apparecchietti da attaccare alla bicicletta – per misurare le proprie performance e analizzare i progressi. Ecco: i self-tracker vogliono allargare questa “automisurazione” a ogni comportamento quotidiano.
Il fenomeno che nasce nella Silicon Valley della California, anche se ormai sta dilagando un po’ in tutta l’America, è fatto di gente che non si accontenta di sapere la potenza e la cadenza della loro falcata. Sono convinti che valga la pena di misurare molto altro.
Le funzioni fisiologiche, naturalmente (metabolismo, pressione, ritmi del sonno), ma anche eventi non meramente fisici: il proprio livello di concentrazione e di umore, il piacere sessuale, la noia, la fatica, le risate, le interazioni sociali (chi incontrano, di che cosa parlano) e così via.
Con l’intento di correlare tutti questi dati, scambiandoseli e confrontandoli a vicenda, in una sorta di mega esperimento senza fine, di cui sono le cavie volontarie. Lo scorrere del tempo, ad esempio, è qualcosa che la nostra mente percepisce in modo incredibilmente elastico. Nella sala di attesa di un dottore i minuti non passano mai.
Ma volano velocissimi quando leggiamo un buon thriller o giochiamo a un videogame e ci accorgiamo con stupore che abbiamo fatto le tre di notte. E perché non provare allora a quantificare con precisione come lo usiamo?
Qualsiasi manuale di management aziendale ci ripete che il tempo è denaro, l’unità di misura cruciale per migliorare l’efficienza produttiva.
Ma quando Ben Lipkowitz, un programmatore californiano, ha iniziato a misurare la sua vita minuto per minuto, con un’agendina digitale giapponese, il suo obiettivo non era professionale: voleva solo dimostrare a un coinquilino un po’ pigro quanto tempo perdeva a lavare i piatti sporchi che quello lasciava nel lavello (risposta: 20 minuti al giorno).
Eppure anche partendo da finalità apparentemente banali, una volta raccolta una vasta quantità di dati, che possono essere scaricati sul computa; per poi essere visualizzati e comparati con strumenti grafici, i self-trac-ker finiscono quasi inevitabilmente per scoprire aspetti di se stessi sorprendenti e inaspettati.
Todd Becker scienziato presso una società di biotecnologie, grazie all’uso di un misuratore di glucosio per diabetici (con cui a condotto test su se stesso con identificato tante piccole modifiche nei suoi ritmi di alimentazione che gli hanno permesso di ridurre e controllare con successo il suo peso.
Sophie Barber, un’insegnante di Palo Alto, dopo aver registrato con pignoleria l’impatto di un particolare supplemento dietetico (un amminoacido) nel risolvere un problema di insonnia, si è accorta che aveva un effetto molto positivo anche sulla sua capacità di concentrazione.
E Seth Roberts, un professore di Berkeley, grazie a una serie di piccoli test matematici di sua invenzione, uniti a una meticolosa documentazione della sua dieta, ha scoperto una correlazione diretta fra il consumo di una certa quantità di olio di semi di lino e un significativo miglioramento nella sua performance cognitiva.
È importante notare che i self-tracker non hanno nessuna pretesa di insegnarci come dovremmo vivere.
Sono anzi i primi a riconoscere che i risultati dei loro esperimenti non sono generalizzabili.
Ma proprio perché operano su un livello completamente diverso di quello di uno studio clinico, o di una ricerca sociologica, cercando di quantificare abitudini e fenomeni individuali invece di produrre medie statistiche da vasti campioni, sono visti da molti ricercatori e accademici come l’anteprima di un’era di terapie più personalizzate.
Nei casi più estremi, documentati sul blogQuantified-Self.com di Kevin Kelly e Gary Wolf (rispettivamente fondatore e giornalista di “Wired”), i self-tracker possono apparire come narcisisti ossessivi, gente che arriva a registrare dozzine e dozzine di flussi di dati.
Mark Carranza, un ricercatore informatico americano, ha accumulato per più di 15 anni, in un programma Dos, tutte le idee che gli sono passate per la testa, per un totale di oltre un milione di note, con sette milioni di collegamenti incrociati.
Eppure il desiderio di ricordare meglio, di comprendere cosa condiziona i nostri pensieri, il nostro umore o la nostra salute, sembra intrigare un po’ tutti.
Heather Rivers, una designer di Chicago, ha creato Monthly.info, un sito che permette di documentare il proprio ritmo mestruale, perché pensava che molte donne avrebbero trovato utile ricevere automaticamente una mail che gli ricordava quando era il caso di infilare un assorbente in borsetta.
Invece si è trovata subito subissata di richieste da parte di utenti che desideravano poter correlare il loro ciclo con altri dati (peso, umore, temperatura, appetito), magari perché desideravano un bambino, evitare una gravidanza, o anche evitare un litigio dovuto a uno sbalzo d’umore.
Qualche anno fa l’idea di una scarpa fornita di microchip suonava come una trovata da fantascienza.
Oggi la linea di sneaker Nike+, che trasmettono dati ai pc da analizzare on line e condividere con un’immensa comunità di appassionati, è utilizzata da più di due milioni e mezzo di consumatori.
Non è il caso quindi di bollare i self-tracker come dei pazzi.
Colossi tipo Nintendo, Garmin, Philips, oltre a dozzine di start-up, stanno investendo su una marea di nuovi microsensori per uso personale. Forse, i bizzarri esperimenti degli odierni self-tracker sono solo un’anteprima del nostro futuro di umani bionici.
Articolo Originale
di Luca Neri
Modificato da filokalos – 1/9/2010, 15:47
Self-Tracking: La Vita in un Bit – Tecnologia – τεκνολογοσ.
A scuola nel Cyberspazio di Bruno Ventavoli: Come si può insegnare ai “nativi digitali” ossia ai ragazzi cresciuti all’ombra delle nuove tecnologie? Prova a rispondere un convegno a Torino
Pubblicato: 29 giugno 2010 Filed under: Formazione Permanente, WEB 2.0 Lascia un commento »Studiano la poesia di Petrarca, intanto chattano, ascoltano un file musicale, rispondono al messaggino, guardano il filmato strano su Youtube. Leonardo da Vinci è passato alla storia per riuscire a fare un paio di cose contemporaneamente nell’era in cui c’era solo calamaio e pergamena, i nostri figli, con le nuove tecnologie ne fanno tre, cinque, dieci alla volta, con la stessa naturalezza con cui una volta noi piccoli calciavamo la palla. Sono la generazione dei «nativi digitali», croce e delizia del genitore che s’arrabatta come può nella limitazione del computer, perché non trova appigli nemmeno nell’indulgente Montessori. Ma il problema non è semplice questione di pedagogia domestica. Riguarda il futuro del mondo, dei comportamenti sociali, dei sistemi economici. I «nativi digitali» sono 2 miliardi – la data simbolica spartiacque è per quelli partoriti dopo il 1980 -, crescono, occupano ruoli importanti nella società, considerano gli strumenti della tecnologia come appendici del corpo e del pensiero, e cambiano il pianeta con i loro sogni e bisogni. Ma che rapporto c’è tra l’infinita potenzialità dell’Internet gratuito e l’insegnamento del sapere?
segue qui:
da La Stampa 29 giugno 2010
Internet non dimentica, in VoceArancio » Blog Archive »
Pubblicato: 15 giugno 2010 Filed under: Memoria storica, Tecnologie internettiane, WEB 2.0 Lascia un commento »….
La quantità di dati presente su internet è ormai incalcolabile. E internet non è più solo un network per ricevere informazioni, ma anche per produrle e condividerle. Con i social network e i blog si moltiplicano i dati personali (commenti, preferenze foto, amicizie) inseriti da ognuno di noi. Nel web quasi tutto rimane. Anche ciò che viene apparentemente cancellato si conserva, restando talora accessibile solo a esperti informatici. Questa tracce, sedimentate su internet, formano la nostra identità digitale.
…
l’intero aricolo qui:
VoceArancio » Blog Archive » Internet non dimentica
Intellipen, la penna intelligente che ti permette di convertire le tue note scritte a mano in documenti elettronici o di testo
Pubblicato: 7 giugno 2010 Filed under: WEB 2.0 Lascia un commento »Intellipen, la penna intelligente che ti permette di convertire le tue note scritte a mano in documenti elettronici o di testo!
Proprio così, Intellipen è la penna del futuro, valida alleata per studenti, giornalisti, manager, e per tutti coloro che si trovano nella situazione di prendere degli appunti: Intellipen cattura in digitale appunti e disegni così come vengono scritti, su qualsiasi tipo di carta e con qualsiasi calligrafia!E’ capace di memorizzare più di 1000 pagine: basta attaccare il trasmettitore/chiave USB (incluso) al foglio (la chiave ha una clip, il che facilita l’operazione), e cominciare a scrivere utilizzando questa speciale penna! Al Pc dovrai solo collegare la chiave USB al cavetto (incluso nella confezione), per scaricare così le tue preziose note! Potrai modificare e condividere i tuoi appunti e disegni con e-mail o sul web! Carica informazioni sulla chiave USB, per avere con te appunti ed immagini così da potervi accedere ovunque!






















