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Romano Prodi | L’insegnamento di Tommaso Padoa Schioppa ed il suo richiamo alle necessarie virtù collettive, 1 febbraio 2011
Testimonianza del Presidente Romano Prodi all’Università Bocconi: “Tommaso Padoa-Schioppa Ricordato nella sua Università”
Non riesco a parlare al passato di Tommaso Padoa-Schioppa.
Non mi è possibile farlo per l’affetto e l’amicizia che ci hanno da sempre legati. Non mi è possibile perché l’attualità della sua lezione umana e professionale, lo stile della persona e il suo rigore vanno ben oltre i limiti del tempo.
Più volte ho incrociato nella mia vita la sua metodica precisione che, abbinata alla curiosità che solo una mente aperta può avere, ne ha fatto per me un punto di riferimento. Egli è uno degli europeisti più convinti che abbia conosciuto, uno degli economisti più raffinati, uno degli intellettuali più puri.
In questa breve riflessione sugli anni di Governo di Tommaso Padoa-Schioppa non mi è nemmeno facile separare il ricordo delle nostre conversazioni libere e aperte (a volte arricchite da una certa comune ingenuità) da quello delle lunghe e faticose riunioni nelle quali si cercava di approfondire gli aspetti tecnici e le conseguenze economiche delle nostre proposte e dei nostri provvedimenti.
D’altra parte è un’esperienza difficilmente ripetibile potere combinare una seria e candida analisi dei problemi con una completa identità di intenti sugli obiettivi fondamentali della comune azione politica.
La decisione di affidare a Tommaso Padoa-Schioppa uno dei più delicati e complessi compiti di Governo non era infatti derivata soltanto da una collaudata fiducia sulle sue doti di intelligenza e sulle sue capacità tecniche, ma anche da una assoluta sicurezza sulla comunanza di valori e di obiettivi.
Partendo da queste premesse è stato possibile affrontare senza tensioni, anche se con la necessaria dialettica, i problemi più difficili, a partire dal ben noto dibattito sulla politica dei due tempi e sul contrasto fra efficienza ed equità.
La crescita infatti è sempre stato il punto di arrivo della politica di Tommaso Padoa-Schioppa, ma il risanamento ne ha costituito il pilastro fondamentale. Questo non significa affatto adottare la politica dei due tempi (prima il risanamento e poi la crescita) ma comporli nel modo compatibile con gli obiettivi e i vincoli dell’Italia. Per questo motivo la strategia finanziaria è stata obbligata (anche per tenere conto dei necessari impegni europei) ad attribuire un maggior peso al risanamento nel primo anno e un maggior accento sulla crescita nell’anno successivo.
Partendo da una analisi realistica in cui si descriveva l’Italia (e sono sue parole) come “un’impresa indebitata e gravemente sottocapitalizzata, con punti di forza in imprese e settori che tuttora eccellono “ma che nel suo complesso perde posizioni nel mondo”. Con grandi potenzialità e ottime possibilità di ritornare a produrre ricchezza ma solo dopo “uno sforzo eccezionale e prolungato”.
Nella nostra complicata coalizione di Governo questa diagnosi aveva costituito l’occasione per riaprire il dibattito sui due tempi e per dare luogo ad interpretazioni per molti punti dissonanti nelle diverse anime della coalizione. Una discussione che non cessò mai di scuotere la vita del Governo anche quando si manifestarono i lati positivi della sua azione in termini di riequilibrio dei principali parametri dell’economia italiana.
Il rigore aveva dato infatti risultati straordinari, con una vigorosa riduzione del deficit, attraverso la quale si passa dal 4,2% del 2005 (soglia che aveva sottoposto l’Italia a procedura di infrazione per “disavanzi eccessivi”) all’1,9% del 2007.
L’avanzo primario che era stato faticosamente ottenuto negli anni che avevano preceduto l’entrata dell’Euro (con un picco al 6,6% del PIL nel 1997) si era infatti pressoché azzerato fino ad arrivare allo 0,3% del PIL alla vigilia del nostro governo.
Tale avanzo è stato riportato al 3,1% facendo pendere la bilancia del debito pubblico verso il sentiero discendente, dal 106,5 nel 2006 al 103,5 nel 2007. Ed è certo preoccupante che tale avanzo primario, anche se con il contributo della crisi economica, si sia oggi di nuovo azzerato.
Una efficace azione permanente di contrasto all’evasione fiscale e l’adeguamento dei coefficienti di liquidazione delle pensioni alle mutate speranze di vita (previsto dalla riforma Dini ma mai messo in atto), ponevano inoltre le premesse per garantire il mantenimento di un percorso virtuoso anche nel lungo periodo.
Una strategia quindi rivolta a raggiungere il pareggio di bilancio e riportare il debito pubblico in linea con i parametri europei in modo da rendere disponibili (come ripetutamente ricordava Padoa-Schioppa ad una audience non sempre disposta ad ascoltarlo) decine di miliardi di Euro all’anno per investimenti nel capitale fisico e umano, per ridurre la pressione fiscale e per sviluppare i programmi sociali ancora carenti.
Una strategia che esigeva profonde riforme nel modo di operare del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Per questo motivo egli volle sull’esempio del tesoro britannico, adottare il sistema della “spending review”, che sarebbe stata messa in atto partendo dalle conclusioni della commissione tecnica per la finanza pubblica costituita sotto la presidenza del Prof. Muraro.
Il passaggio a un bilancio classificato per missioni e programmi pose le premesse per una approfondita discussione politica – prima nel Governo e poi nel Parlamento – degli obiettivi e delle priorità necessarie per realizzare una gestione responsabile delle risorse da parte delle pubbliche amministrazioni.
Ed è attraverso questi strumenti che sono state consegnate al Ministro che è succeduto a Tommaso nel maggio 2008 le basi tecniche e conoscitive per una riqualificazione totale della spesa pubblica.
Come abbiamo in precedenza sottolineato il risanamento non è mai stato separato da una strategia di sviluppo economico e sociale, perseguito per mezzo di sgravi fiscali a favore delle imprese e dei cittadini (abbattimento dell’IRAP e IRES e dei contribuenti minimi), recuperando risorse nell’ordine di 40 miliardi per spese per infrastrutture e ponendo le basi per riforme settoriali tra le quali mi limito a segnalare il patto per le Università, mirato a modelli di finanziamento correlati al “merito” e alle capacità gestionali dei diversi atenei.
Non poche sono state le discussioni e non poche sono state le dure controversie su queste decisioni (a proposito delle quali vorrei tuttavia ricordare che il processo di approvazione delle leggi finanziarie, anche se certamente troppo contorto, non era allora un semplice rito). Mi ritorna alla mente in particolare la sofferta decisione sul cosi detto “cuneo fiscale”, ritenuto uno strumento di vitale importanza per fare riprendere competitività alle imprese e per assicurare al Governo una minore ostilità da parte del mondo degli affari.
Il primo di questi obiettivi è stato pienamente raggiunto, essendo state le imprese sollevate di quasi cinque miliardi di contributi fiscali. Non certamente il secondo perché le tensioni con il mondo produttivo si acuirono ulteriormente già all’indomani della decisione.
Risanamento e sviluppo, infine, non potevano essere separati dall’equità. Essa partiva dalla necessità di una azione sistematica e duratura contro l’evasione fiscale e passava attraverso sgravi di imposta e trasferimenti in favore dei meno abbienti. In concreto, come già si è fatto cenno, si è attuata una riduzione dell’ICI selettiva per le prime case, di sgravi IRPEF, di un bonus ai contribuenti “incapienti” per una cifra superiore ai 5 miliardi all’anno e della firma di un protocollo sul welfare.
Tutto questo, citando le parole di Tommaso, si era ottenuto “nel contesto di una infuocata temperie politico-mediatica, della quale non ricordo l’eguale negli ultimi decenni”.
La tempesta mediatica era stata particolarmente violenta allorché T.P.S. (come noi confidenzialmente lo schiamavamo) aveva, con voluta ingenuità, osato sottolineare la “bellezza del contribuire, ciascuno con le proprie capacità, alle spese necessarie per il bene comune”.
Pochi giorni fa ho rivisto e voluto rivedere sugli schermi televisivi questa sua dichiarazione e mi sono ancora sorpreso che queste parole di altissimo valore civile possano essere state oggetto di ironia e disprezzo.
Debbo purtroppo concludere che questo non può che essere la conseguenza di un degrado del costume etico e democratico della nostra Italia, come era peraltro la sua dominante preoccupazione anche nei lunghi incontri che abbiamo avuto nelle settimane precedenti la sua morte.
L’altra battaglia di contenuto etico che ha voluto combattere durante la sua azione di Ministro dell’Economia e delle Finanze è stata la lotta contro il morbo del breve termine che corrode tutte le democrazie moderne, ma in particolar modo quella italiana.
Una malattia che spinge il decisore politico a pensare solo all’oggi e non al domani, rincorrendo il singolo voto della sempre prossima e imminente elezione politica.
Una malattia che, alla lunga, non può che portare all’indebolimento e poi all’estinzione di qualsiasi organizzazione sociale. E che è in grado di distruggere completamente la fiducia dei cittadini nella nostra democrazia.
La principale virtù che va riconosciuta a Tommaso è proprio quella di avere individuato gli obiettivi da raggiungere nel lungo periodo, averli perseguiti con tenacia e avere preparato gli strumenti, le procedure e i regolamenti necessari ad assicurare la concreta realizzabilità del percorso individuato.
Con lo stesso metodo è stato affrontato il disegno federalista. Non per vincere una gara di demagogia, ma per raggiungere questo obiettivo rispettando i vincoli legati alla partecipazione dell’Italia all’Europa e i principii volti a garantire la perequazione tra i territori. Questi obiettivi (come ripeteva Tommaso) non possono che essere raggiunti attraverso il superamento della spesa storica, attraverso il coordinamento tra i diversi livelli di governo e la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni.
Soprattutto spiegando apertamente che non è possibile pensare ad un federalismo in cui tutti guadagnano percentualmente rispetto al passato e in cui nessuno deve cedere qualcosa.
Non mi nascondo che questo metodo rigoroso di lavoro applicato in tutte le decisioni politiche ha iniettato forti tensioni in non pochi momenti di vita della coalizione di Governo, ma tale metodo è stato tenacemente applicato, nella ferma convinzione che senza questa durezza non si sarebbe mai potuto uscire dalla spirale negativa in cui l’Italia si era avvitata.
Questi concetti sono riassunti nelle parole di Tommaso quando scriveva (Corriere della Sera, 12 novembre 2006) che “fare ordine alla spesa pubblica rinunciando al superfluo è faticoso, per le persone come per le istituzioni; tuttavia questo sforzo può costituire l’occasione, forse irripetibile, per migliorare la qualità dei servizi pubblici e rendere il paese migliore e più competitivo”.
Credo che la crisi economica non abbia reso obsoleti questi obiettivi. Credo invece che li abbia resi più urgenti e necessari. E’ quindi indispensabile cogliere il significato profondo della battaglia combattuta da Tommaso Padoa-Schioppa per indirizzare il bilancio pubblico verso la crescita economica e per ridurre progressivamente nel tempo il carico fiscale sui contribuenti che hanno fatto il loro dovere, con il risultato di alleggerire anno per anno il peso del debito. Una politica difficile, che esige di investire nel lungo periodo, che esige costanza e che richiede di pensare continuamente al futuro e non al presente. Una politica che noi chiamavamo confidenzialmente “la politica delle formiche”.
Mi rendo conto che anno per anno queste formiche debbono trasportare un peso sempre maggiore e che da tempo questo peso ha raggiunto un livello quasi insopportabile.
Bisogna perciò che le tante formiche lavorino insieme, camminino nella stessa direzione e ciascuna di esse porti un peso adeguato alle sue forze.
Questo però non basta.
Bisogna che questo Paese si ponga il comune obiettivo di spendere meglio.
E, come ripeteva Tommaso vi è un ampio spazio per riuscirci. Alcuni risultati possono essere ottenuti con l’eliminazione dello spreco, la correzione di fenomeni di cattivo costume e la riduzione dei costi della politica. Altri, quantitativamente più rilevanti, potranno essere conseguiti solo incidendo sulla organizzazione degli uffici, sulla loro dislocazione territoriale, sulle strutture dell’amministrazione e sulla gestione delle risorse, adeguando le strutture ai nuovi e diversi bisogni, eliminando programmi obsoleti e funzioni anacronistiche. Per fare ciò occorre intervenire sui meccanismi profondi di generazione della spesa, rivedere le priorità in ciascun settore, abbandonare attività ormai superflue, riconsiderare le modalità di definizione dei costi e l’organizzazione della produzione dei servizi, sfruttando sempre le possibilità offerte dalle nuove tecnologie.
Si tratta di un insegnamento molto semplice perché semplice è il richiamo alle necessarie virtù collettive.
Un richiamo che Tommaso Padoa-Schioppa ha costantemente ripetuto con le parole e con l’esempio della sua azione.
Un richiamo che il più delle volte si è perso nei complicati meandri della politica e nelle incomprensioni della società.
Un richiamo che tuttavia noi dobbiamo fare nostro se vogliamo preparare un posto per la nostra Italia in un mondo in cui i cambiamenti procedono con una velocità e un’ampiezza senza precedenti.
Romano Prodi
Ricordando Tommaso Padoa-Schioppa, di Antonio Padoa-Schioppa, scritto raccolto da Anna Tempia
Antonio Padoa-Schioppa, Milano, Chiesa di San Marco, 20 gennaio 2011
Ricordando Tommaso Padoa-Schioppa
Se Tommaso avesse dovuto programmare l’annuncio della sua morte, credo che gli sarebbe tornata alla mente la procedura immaginata in un breve racconto di Campanile, il suo diletto Campanile tante volte letto e citato agli amici, il racconto intitolato “il povero Piero”. Per non ferire la sensibilità dei parenti, la notizia del decesso dello zio viene data con un telegramma il cui testo, che nella prima versione suonava crudo, fu modificato con successive attenuazioni sulla gravità del male, sino alla redazione finale, nella quale, dopo aver comunicato che “lo zio Piero sta bene”, sempre per non allarmare i parenti, inizialmente convocati, si concludeva con la frase: “restate pure dove siete”.
Noi stasera invece siamo qui: per ricordare, attraverso l’ascolto di una musica sublime che Tommaso molto amava, la sua vita e la sua persona. Una persona che molti dei presenti hanno conosciuto: alcuni di noi per una vita, altri negli anni di studio milanesi ormai lontani, altri solo più tardi, attraverso i suoi articoli, i suoi libri, le sue interviste degli ultimi anni.
Tommaso, lo sappiamo bene, era ormai divenuto un personaggio di spicco non solo nazionale, ma europeo e internazionale. La traccia che egli lascia nella vita pubblica italiana ed europea è profonda. La dimostrazione della necessità della moneta unica, l’euro, al quale egli ha dato un impulso decisivo, ormai riconosciuto. Il rifiuto della politica di breve respiro in favore di un’azione di governo lungimirante, che guardi al futuro e prepari valide condizioni di vita per chi verrà dopo di noi, a cominciare dai giovani di oggi: un obbiettivo da lui tenuto ben fermo con mano sicura nei due anni in cui è stato al governo, pur nel frastuono assordante e desolante di un’Italia politica dalla veduta corta.
L’iniziativa, alla quale ha lavorato sino agli ultimi giorni della sua vita, di una riforma degli standards delle monete a livello planetario, concepita come risposta della politica agli squililbri indotti dalla globalizzazione. Sono, queste, alcune soltanto tra le imprese di rilievo storico alle quali Tommaso ha dato un contributo essenziale di pensiero e di azione.
L’efficacia indiscutile (lo dicono i fatti) del suo operare era legata ad almeno due elementi. Da un lato, ad una capacità eccezionale di analisi e di sintesi concettuale (un autorevole commentatore ha parlato a suo proposito di “cristal clear intellect”), e questo su temi anche tecnicamente complessi: che si trattasse di sistema dei pagamenti o di vigilanza bancaria, di mercati finanziari o di sistemi contabili, di borse o di derivati, Tommaso era in grado di descrivere con un limpido linguaggio comune la realtà dei fatti, i difetti del sistema, i rimedi necessari.
Anche i suoi articoli e i suoi libri sono modelli di chiarezza e di profondità. D’altro lato, Tommaso aveva un autentico dono per il rapporto con chi doveva e poteva decidere, al livello tecnico come al livello politico: che si trattasse di convincere un collegio o invece di colloquiare con un politico, Tommaso sapeva come condurre il discorso, con logica impeccabile, con convinzione, con realismo, con pacatezza, lungo i canali che avrebbero portato al consenso dell’interlocutore. Due doni ben rari a trovarsi in una stessa persona. A ciò si aggiungeva, nei rapporti di lavoro con i tanti collaboratori di ogni grado, un rispetto e un’attenzione per la persona di chi lavorava con lui che suscitava in ciascuno di loro entusiasmo e dedizione commoventi, che duravano poi immutati nel tempo. Sapeva, d’altronde, anche essere severo, caustico, sferzante; ma sempre con i forti, mai con i deboli, mai con chi riteneva in buona fede.
Se ora ci chiediamo se vi sia un filo conduttore, un filo rosso che lega tra loro questi caratteri distintivi della sua opera, la risposta è semplice e complessa ad un tempo. Non di un solo filo si tratta, ma di un intreccio di fili. La convinzione che non gli uomini, ma le istituzioni possano diventare più sagge se si abbia la capacità di adeguarle alla realtà che muta. La fiducia che un’argomentazione razionale, spiegata con chiarezza tale da essere intesa senza bisogno di ricorrere a tecnicismi, sia in grado di convincere un interlocutore capace di ascolto, purchè chi argomenta creda davvero in ciò che dice. La concezione del potere come servizio e del servizio pubblico come altissima funzione civile, a favore del cittadino: un’idea, quest’ultima, alquanto inusuale in Lombardia, che egli maturò giovanissimo ispirandosi ai modelli di altri paesi, in particolare della Francia, conosciuta e amata attraverso amicizie di una vita. La consapevolezza che in un mondo di violenze e di guerre solo il superamento delle sovranità nazionali nella prospettiva del federalismo politico possa preparare un futuro di pace, secondo l’intuizione che fu già di Dante, più tardi del Kant cosmopolitico e dei federalisti americani. E che nel Novecento, dopo la tragedia immane delle due guerre mondiali, nutrì il pensiero e l’azione politica di uomini come Altiero Spinelli e Jean Monnet. E’ l’ideale che ha generato l’Unione europea, dalla Ceca del 1950 sino all’Euro dei nostri giorni: una costruzione grandiosa, anche se tuttora incompiuta, alla quale Tommaso ha dato un luminoso apporto di pensiero e di azione. Credo di non sbagliare se affermo che egli ha esercitato, negli anni dell’euro, un ruolo analogo a quello che Altiero Spinelli, Jean Monnet e Mario Albertini hanno svolto nei decenni della genesi della Comunità europea, dell’istituzione del Parlamento europeo e del Mercato unico.
Perché per lui l’euro costituiva, al fondo, una via maestra, una tappa potenzialmente decisiva per raggiungere l’unificazione politica dell’Europa. Per questo si è battuto con successo per la moneta unica. Tommaso riteneva che la politica, la politica alta, la sola che lo interessasse, non sia l’arte del possibile ma sia invece la capacità di rendere possibile ciò che è giusto e necessario. Alla radice, alla fonte di un’attività senza soste dispiegata da Tommaso nell’arco di quattro decenni, sta una concezione precisa dell’uomo e della vita, che spiega tante cose di lui, della sua carriera, della sua opera. Alla base vi era la convinzione che il fine non giustifica mai i mezzi. E che pertanto non bisogna in nessun caso, per nessuna ragione al mondo, derogare alla correttezza personale e al rigore etico per conseguire posizioni di potere o vantaggi di quasiasi natura. Alla base vi era inoltre in lui la fiducia che la parte sana e morale di un individuo e di un popolo possa prevalere sulle pulsioni distruttive dell’egoismo e dell’interesse, che pure (egli lo sapeva bene) fanno parte della natura umana individuale e collettiva.
Un atteggiamento, questo, che il cittadino comune capiva molto meglio di tanti esponenti dell’élite: quanto spesso, negli ultimi anni – decine di volte, e rammento solo le occasioni in cui eravamo insieme nelle vie di una città itaiiana – ho assistito alla scena di persone che (sorprendendosi che egli andasse a piedi, senza auto e senza scorta) lo fermavano in strada, sempre e soltanto per dirgli semplicemente “grazie”. Questo era per lui, credetemi, più gratificante di ogni elogio pubblico, che peraltro in Italia gli è stato largamente risparmiato, almeno sino a un mese fa.
Mentre dall’estero, i riconoscimenti e i messaggi di questi giorni sono commoventi perché esprimono concordemente il rimpianto per una perdita che molti in Europa (ma anche negli Stati Uniti, in Cina, in Giappone, in Brasile e in altri Paesi) ritengono grave, quando non addirittura irreparabile: in tanti messaggi si legge, in varie lingue, a proposito della sua scomparsa, la parola “tragedia”.
La fonte vera della sua azione scaturiva dunque da un sostrato di valori alti.
Anche il rapporto straordinario con i figli e con il padre, anche il legame profondo con il fratello e con le sorelle, anche il valore dell’amicizia erano per lui aspetti essenziali dell’esistenza. La sua vita, negli ultimi tredici anni Tommaso la ha vissuta in comunione perfetta con la persona incomparabile che è Barbara Spinelli, che stasera saluto qui con commozione. E’ stata, quella di Tommaso, una vita intessuta di vere sofferenze ma anche di vera felicità. Una vita nutrita, pur nel ritmo incalzante del suo lavoro, di ininterrotte riflessioni personali e di quotidiane letture e meditazioni sui grandi del pensiero, della religione e dell’arte.
Tommaso amava la vita. Si rideva spesso, con lui. E certo non solo leggendo Campanile. Anche per questo abbiamo scelto, con Barbara, una fotografia di Tommaso sorridente, accompagnata – nel cartoncino che avete trovato all’ingresso – dalla citazione di tre frasi da lui dettate in ricordo di Paolo Baffi, ma che a me paiono molto appropriate anche per descrivere alcuni aspetti di lui.
La sua vita è stata interrotta. Bruscamente, drammaticamente, quasi con un misterioso simbolismo preordinato dal destino, in una sera in cui avevamo contemplato per sua iniziativa il grandioso Michelangelo della Sistina e mentre egli si accingeva a salutare gli amici. Tommaso non sapeva di dover morire proprio ora.
Era al culmine delle sue capacità intellettive e costruttive. Ma era anche preparato alla morte. Chi lo ha conosciuto bene lo sa. Era cosciente di “aver combattuto la buona battaglia” e di “aver conservato la fede”, come ha scritto San Paolo. Era in pace con se stesso e col mondo.
Ora dobbiamo continuare senza di lui. E non sarà mai più la stessa vita,
almeno per alcuni di noi. Mai più. Ma la sua opera resta. Il suo esempio morale e civile resta. E resterà. La stessa sua fine prematura già comincia a mostrare segni di fecondità: da tante parti, anche inattese, non si vuole che le sue idee periscano con lui.
Stiamo per ascoltare il capolavoro di Mozart. Come sappiamo, è l’ultima
opera della sua vita, chiusa ad appena 35 anni. E le ultime note che egli ha scritto sono le prime note del Lacrymosa del Requiem. Avrei voluto che l’orchestra per un momento si fermasse. Ascoltiamo, pensando che, scritte quelle note, la vita del sommo artista si è spenta. Anche la vita di Tommaso si è spenta alle prime parole di saluto agli amici, quella sera.
Ma la musica del Requiem è stata completata. E l’opera di Tommaso continuerà.
Tommaso, non hai vissuto invano. Non sarai dimenticato.
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Caro Paolo
ecco il testo del ricordo di TPS fatto da suo fratello Antonio. Come vedi é un discorso che mescola vari piani tra il pubblico e il privato, e che io sento si deve portare a conoscenza di chi lo desidera ricevere.
Anna Tempia
Per ricordare e onorare Tommaso Padoa-Schioppa (23 luglio 1940 – 18 dicembre 2010), giovedì 20 gennaio alle ore 21 a Milano nella chiesa di san Marco, piazza san Marco, verrà eseguita la Messa di Requiem in re minore opera K 626 di Wolfgang Amadeus Mozart
Per ricordare e onorare
Tommaso Padoa-Schioppa
(23 luglio 1940 – 18 dicembre 2010)
su iniziativa di un gruppo di amici
giovedì 20 gennaio alle ore 21
a Milano nella chiesa di san Marco, piazza san Marco,
verrà eseguita la
Messa di Requiem in re minore opera K 626
di Wolfgang Amadeus Mozart
Orchestra e coro Silete venti!, direttore Massimo Fiocchi Malaspina
Ingresso libero
È morto Padoa-Schioppa, guardiano dei conti con il vizio Ue. A Roma la camera ardente – Il Sole 24 ORE
l’economista Tommaso Padoa-Schioppa si è spento prima che i medici riuscissero a intervenire, o solo a capire che cosa avesse colpito mortalmente uno degli economisti italiani più stimati e apprezzati nel mondo, ex ministro della repubblica, ex presidente della Consob, Vicedirettore generale della Banca d’Italia e soprattutto padre-fondatore della moneta unica europea, di cui è stato convinto sostenitore nel board della Banca Centrale Europea nei primi anni cruciali della nascita dell’euro.
Per scelta della famiglia la camera ardente verrà allestita a Roma presso lo «Spazio Europa» di via Quattro Novembre, che a Roma riunisce simbolicamente gli uffici italiani del Parlamento Europeo e la rappresentanza in Italia della Commissione Ue. Sarà aperta alle 14 di lunedì 20 dicembre e chiusa alle 10 di martedì. I funerali si terranno martedì mattina, probabilmente alle 11, nella basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma, spesso sede di funerali di Stato.
Il cordoglio delle istituzioni italiane e di quelle europee. Il ricordo di Prodi
La sua morte ha colto tutti di sorpresa: stava bene, tanto che solo pochi giorni fa era a New York con Emma Marcegaglia e Sergio Marchionne, che proprio in segno di stima lo aveva voluto nel board della Fiat Industrials, la nuova holding dei veicoli industriali del gruppo torinese. Del resto, la sua vocazione di civil servant era pienamente compatibile con le qualità di amministratore societario: di recente, aveva accettato l’offerta dei francesi della CNP Assurances SA, di cui era amministratore e presidente dell’Audit Committee.
Nato a Belluno il 23 luglio del 1940, Tommaso Padoa-Schioppa si era laureato nel 1966 all’università Luigi Bocconi di Milano, prendendo poi un master in scienze al Mit, il prestigioso Massachusetts Institute of Technology di Boston. Ma al di là del suo curriculum e dei tanti incarichi nelle più importanti istituzioni italiane, mondiali ed europee, la personalità, il contributo intellettuale e i ruoli istituzionali che compongono il profilo di Tommaso Padoa-Schioppa si delineano con giusta prospettiva soltanto se proiettati su un quadro di riferimento di adeguata ampiezza storica.
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