Grillo è il prodotto di una non-politica, di un non-governo. Il primo problema del PD è una assenza totale di capitalizzazione delle sventure altrui . Non ha risolto il problema delle alleanze e di con chi stare per affrontare i problemi del paese
a Monti non si poteva chiedere altro che mettere in ordine i fondamentali. Per uscire dalla crisi occorrerebbero strategie di sviluppo che non possono essere chieste a Monti
Si dice che movimento Verso Nord, di cui fanno parte tra gli altri, ex leghisti come Cé e Fistarol si presenterà alle prossime Amministrative a Belluno e Cantù. Ce lo conferma?
“Non ne so nulla. Io non c’entro niente con Verso Nord e l’ho ribadito cento volte. Sono degli amici e una volta ho partecipato a un loro dibattito. Ma non ho idea di che cosa vogliano fare”.
”Penso che il Partito della Nazione sia una ipotesi molto concreta. Perche’ se Casini trova un raccordo forte con l’area Monti diventa il secondo o anche il primo Polo nel giro di poco tempo. E questo lo sanno benissimo sia il Pdl che il Pd”.
Lo ha detto Massimo Cacciari al programma di Radio2 ‘Un Giorno da Pecora’.
A quali partiti toglierebbe voti la nuova formazione del leader Udc? ”Secondo me -ha detto Cacciari- puo’ prendere voti sia all’area ex Margherita del Pd, sia all’area cattolico liberale del Pdl. Sia a destra che a sinistra”. E quale partito resterebbe il piu’ forte? ”Oggi e’ sicuramente il centrosinistra, se il Pd si presenta con Vendola e Di Pietro”.
A lei piacerebbe entrare nel Partito della Nazione? ”No, basta partiti, non voglio piu’ far parte di partiti finche’ vivo”, ha concluso Cacciari.
non c’è dubbio che “il pensiero di mia suocera” si muova oggi tutto nella prospettiva di questa liquidazione. Che è quella di una democrazia essenzialmente procedurale. La cultura di cui Monti è raffinato esponente è questa e non potrebbe essere diversamente. Solo che al posto di sua suocera il bocconiano citerebbe Joseph Schumpeter. Una democrazia procedurale si auto-riproduce attraverso il meccanismo del voto, come si trattasse di un bene in sé. Quando partecipazione era, invece, conflitto, tutte le parti concepivano, nei fatti, la democrazia come una via, un metodo per conseguire obiettivi-valori – non solo ciò valeva, in Italia, per socialisti e comunisti, ma anche, e per certi versi ancor più, per molti e decisivi settori del mondo cattolico, sulla base anti-liberista della dottrina sociale della Chiesa e, poi, dell’umanesimo integrale di Maritain.
Ma, ecco il paradosso in cui ci troviamo, proprio nel momento in cui la democrazia da mezzo o strumento o via diviene bene in sé, proprio in questo momento essa cessa di essere considerata un bene. O lo diventa soltanto per chi, attraverso le procedure che essa stabilisce, intende conquistare seggi, rendite, finanziamenti pubblici e non. Cessa di esserlo sia per l’”indignato”, sia per chi l’indignato vorrebbe vederlo ai ferri senza processo; sia per chi non vuole la Tav, punto e basta, che per lo pseudo-futurista che la mitizza come l’Opera del millennio. Mia suocera (e suo nipote) vogliono decisioni – in senso magari opposto, ma decisioni – e a nulla sono interessati meno che a “partecipare”.Questa è la ragione antropologica per cui Monti a loro “va bene” – o comunque mille volte meglio di quelli che avevano votato. Doloroso, ma vero.
Filosofo, uomo politico e intellettuale pubblico, ha sviluppato, a partire da figure di riferimento quali Nietzsche e Heidegger, un percorso filosofico che ha tra i suoi motivi principali i temi del pensiero negativo e del tragico
La VIII edizione di Abitatori del Tempo è dedicata al tema dell’ Errore, questione con importanti significati in campo scientifico, filosofico e letterario.
Si parte dall’antica Grecia con l’ identificazione Socratica tra sapere e virtù dove l’errore morale coincide con quello conoscitivo per giungere, all’interno della riflessione epistemologica contemporanea, alla svolta fattibilistica di Popper che considera l’errore un ingrediente inevitabile di ogni sapere. Nell’ambito scientifico il tema della rassegna sarà sviluppato per dimostrare come l’errore e le metodologie di lavoro “try and error” siano fondamentali per l’evoluzione ed il progresso scientifico.
Novità 2012. La rassegna si apre alle scuole superiori del territorio: in collaborazione con il Liceo Scientifico Frisi e il Liceo Classico e Musicale Zucchi di Monza sono in calendario con incontri rivolti agli studenti e a tutti gli interessati con scrittori, filosofi e docenti oltre a laboratori dedicati al tema della rassegna.
Protagonisti : Massimo Marassi, Emanuele Severino, Laura Boella, Massimo Cacciari, Vittorio Possenti, Elio Franzini, Salvatore Natoli, Giulio Giorello, Edoardo Boncinelli e Franca D’Agostini.
Nelle scuole:Giulio Ferroni, Massimo Brambilla, Sergio Cacciatori e Guido Emilio Tonelli.
Tutti gli incontri saranno ospitati nei teatri e nelle sale dei Comuni diMonza, Cesano Maderno, Arcore, Brugherio, Giussano, Lissone, Nova Milanese, Villasanta, Vimercate.
Questi audio sono un po’ disturbati dalla presenza, nello studio televisivo, di un tirannosauro dell’epoca preistorica dei camussosauri che si chiama Diliberto.
Meglio ricordato come colui che, come massimo contributo ai Governi Prodi, fu quello di proporre di portare la salma di Lenin in Italia
PFerrario
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1: l’etichetta di “destra” o “sinistra” affibbiata al Governo Monti/Napolitano. Monti sarà l’ago della bilancia decisivo per la coalizione che si affermerà nel 2013
2. Pdl e Pd alle prossime elezioni sono presudo coalizioni o pseudo partiti senza idee e senza strategie. L”intelligenza politica di Casini che ha sostenuto subito, senza “sì .. ma”, il governo Monti/NAPOLITANO.
3. perchè le categorie “destra” e “sinistra” appartengono alla esperienza storica del secolo scorso: 1 categorie del millennio passato che interpretano rapporti di classe e del lavoro che non ci sono più; 2 basate su una idea dei rapporti internazionali oggi inesistenti (chi poteva pensare nel secolo scorso che saremmo diventati meno competitivi della Cina e del Brasile)
Roma, 26 gen. (TMNews) – “Questo governo durerà fino al 2013, ma diversi ministri hanno un futuro sicuro. Cosa credete, che Monti torni a fare il professore alla fine della legislatura? Ma nemmeno per idea, lui punta al Quirinale, è il suo obiettivo. Fa benissimo ad andare in televisione: è chiaro, lineare, popolare. Molto meglio di Berlusconi che ormai si era ridotto come Emilio Fede”. Lo dice Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia, alla Zanzara su Radio 24.
“E lo stesso discorso vale – prosegue – per Ornaghi, per Riccardi e per Passera. Che ha grandi ambizioni ma un problema: i partiti sono disposti a tollerare Monti ma non uno che viene dal mondo bancario e finanziario, con qualche conflitto d’interessi. Difficilmente farà il premier”.
“C’è un senso di disagio, insicurezza e precarietà che sta dilagando in tutte le categorie, anche in quelle più protette. Ma vedo anche una grande confusione sulle prospettive politiche generali. Questo è un Paese che ha bisogno di un governo e di una direzione politica, perché da ormai vent’anni non è governato. Tra lobbies che vedono minacciati i propri interessi e il 30 per cento dei giovani a spasso senza prospettive future, direi che le motivazioni per il dilagare di proteste avanzano. È già tanto che non si sia arrivati prima a questa crisi”.
“L’aspetto più pericoloso è che questo movimento metta in fibrillazione le forze politiche che sono le responsabili maggiori di questo disastro. Temendo perdite di consenso, i partiti potrebbero mettere in crisi il governo Monti pur di raccattare qualche voto. Ma le elezioni nel pieno della manovra potrebbero portare davvero al tracollo della situazione. Speriamo che Pd e Pdl ragionino e non si facciano sedurre dalle estreme, come è successo troppo spesso in passato. La protesta si aggraverà se le forze politiche perderanno definitivamente la trebisonda. La paura di non avere più i voti di farmacisti, tassisti, autotrasportatori, notai potrebbe spingere i politici a gridare come fanno Bossi o i Rifondaroli e a chiedere di andare a votare”.
Alla domanda: cosa farebbe se fosse il ministro dell’Interno? Il filosofo risponde: “Farei quello che i sindaci fanno in situazioni difficili, quando ci sono proteste politiche o sindacali. Sorveglierei senza interventi che possano drammatizzare la situazione. Essendo sicuro che dietro non ci sia un movimento politico-eversivo, non vedo la necessità di intervenire in modo pesante”.
Non occorre essere esperti per capire che l’eroico tempo della grande concentrazione operaia e industriale, dei grandi conflitti tra capitale e lavoro, è tramontata per sempre. almeno da noi (risorgerà, chissà in quali forme, in India, in Cina?): basta avere occhi e girare per le nostre metropoli.
Quel tempo è diventato archeologia. Ma l’inerzia delle organizzazioni sindacali e politiche è pari soltanto a quella delle nostre lingue: le loro strategie mutano con fatica e lentezza anche maggiori. Tutto l’attuale dibattito in materia di occupazione e diritti del lavoro ha l’aria di un nostalgico revival tra vecchie destre e vecchie sinistre.
quelle parole don Milani non le ha mai dette. Ha usato sì i termini “mani”, “pulite” e “tasca” — ma in tutt’altro ordine e contesto, e precisamente così: «che senso ha avere le mani pulite se si tengono in tasca?». …
Cacciari, Cacciari… Uno come lui che sbaglia le citazioni e soprattutto sbaglia le presenze ai funerali non è un buon segno. Io, per me, tengo don Milani. Don Verzè lo lascio volentieri a chi se lo vuol pigliare.
è una contraddizione profonda che rischia di fare rivedere tutti i miei criteri di valutazione sulla intelligenza politica di Massimo Cacciari
Paolo Ferrario
…
Ciò che stringe il cuore, a ridosso dei funerali di don Verzè, è proprio l’immagine di un Massimo Cacciari che partecipa alle esequie accanto a Renato Pozzetto e ad Al Bano. Il pensiero che doveva essere critico, fortificato dalla lezione di negatività impartita da Schopenhauer e Nietzsche, disilluso e nemico d’ogni ingenuità al punto da dichiararsi postumo a se stesso, tanto profetico da riaccendersi di speranza in nome della fede in un inizio sganciato dalla storia e dalla sua processualità mondana, ebbene questo pensiero – presuntivamente consapevole della crisi e dell’abisso – era stretto tra il pecoreccio degli Anni ’80 e la canzonetta che pertugia nell’Amplifon delle nonne. È il destino che ci attende tutti, si dirà, l’adagio sic transit gloria mundi vale per ognuno e nessuno ne può essere immune. Senz’altro è vero. Tuttavia, perché Cacciari, innanzi al conclamato abisso, non di fede, ma di fraudolenza, ha insistito a dire al Tg3 che don Verzé è stato un uomo dalla visione straordinaria, che pensava in grande? Non faceva corto circuito questa affermazione alle sue stesse orecchie, nell’istante in cui la pronunciava? Con che sguardo, d’ora in poi, i milanesi guarderanno l’angelo (nient’affatto necessario) sulla cupola del San Raffale? Per carità, non ci venga a parlare, Cacciari, della hybris che accompagna il fare. Qui non è questione d’essere prometeici, ma impuniti o meno. Qui non si tratta di tirare in ballo il volontarismo prassistico del Faust, e di dedicargli una bella lezione nei pressi del residence Olgettina, ma di seguire d’ora in poi la lotta tra il perdurante mistero italiano e l’accertamento della verità giudiziaria. Con onestà intellettuale e con buona pace di chi, a suo tempo, riponeva fiducia in una sinistra de-ideologizzata, colta, bibliografica, eppure capace di “sporcarsi le mani”, e adesso deve ammettere che la barba dei suoi (falsi) profeti era anch’essa, più che sporca, tinta.
Una manovra amara, come una medicina che si deve buttar giù per forza, se si vuole guarire. Una manovra che è il lascito al Paese di una classe dirigente che non ne ha azzeccata una, negli ultimi trent’anni, ed ora deve arrendersi alla sconfitta.
Ma anche una manovra che è uno strappo col passato ed apre un vuoto salvifico, «perché come diceva Hölderlin, là dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva».
Sono vent’anni che questo Paese è incapace di riformarsi, sotto ogni profilo: istituzionale, economico, delle politiche del lavoro. E i nodi prima o poi vengono al pettine. Altro che colpe del mercato o dell’Europa. La colpa è soltanto nostra».
La crisi è sistemica e investe tutta la nostra classe dirigente. Perché scusi, che hanno fatto negli ultimi trent’anni Confinudstria, i sindacati, gli ordini professionali e le altre lobby che divorano l’Italia, se non tentare di portare acqua al loro mulino, sempre e comunque, a discapito del resto del Paese? L’unico modo per uscire da quest’impasse è mettere mano con radicalità al sistema, aprendo una nuova fase costituente».
Il governo Monti ora non è nelle condizioni di aprire questa fase, è un governo “del presidente”, senza visione politica, costretto a pensare all’oggi dalle urgenze del momento. Certo ha un grande merito, quello di aver creato una discontinuità. E di aver marcato ancor di più la nostra vocazione presidenzialista»
«Il Terzo Polo può aspirare ad essere forza condizionante al Senato, non maggioranza nel Paese. Semmai, se Monti reggerà fino al 2013 e deciderà di ripresentarsi agli elettori, può essere che attorno a lui si coaguli una forza nuova, che faccia chiarezza nel Pdl e nel Pd, costringendoli a diventare grandi, finalmente».
«Di quale federalismo? Forse di questo federalismo straccione che ci hanno propinato? Non hanno fatto nulla, se non sporcare la nostra bella Costituzione con articoli incomprensibili, scritti da analfabeti, e poi tagliare, tagliare, tagliare, fino a strozzare i miei poveri ex colleghi, i sindaci. Hanno fatto qualche blanda riforma contabile, è vero, come i costi standard. Roba positiva ma ininfluente, da ragionieri».
«Come diceva Hölderlin, là dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva. Serve però un leader ed io non vedo questa figura, oggi, in Italia. Monti? è un’incognita: vedremo se riuscirà a dare impulso al Paese con la “Fase 2″, se riuscirà ad arrivare al 2013 e se questo provocherà degli smottamenti nei due poli. Mi auguro che il Pd capisca per tempo l’opportunità che ha di fronte, ma ne dubito».
«Monti ce le ha ben in testa le liberalizzazioni, ma non può esplicitarle sennò lo fanno fuori. E lo stesso si può dire della riduzione strutturale della spesa pubblica e dei costi della politica, che non si fa con provvedimenti da barzelletta, come quelli sui vitalizi, ma tagliando drasticamente la quantità del ceto politico, dimezzando i parlamentari ed eliminando le Province. Ecco, questo servirebbe. Ma non lo fanno. E allora, che vuole che le dica, addio».
”Se il Pd intende fare un nuovo Ulivo, auguri… Che devo dire?”. Cosi’ MassimoCacciari ai microfoni di CNRmedia parla delle prospettive future del centrosinistra.
”Se pensano di sommare il moderato Pisapia con De Magistris e la coalizione di Napoli, non vinceranno da qui all’eternita”’, spiega l’ex sindaco di Venezia. ”Io penso – prosegue Cacciari – che il Pd farebbe bene a capitalizzare l’affermazione, che senza dubbio c’e’ stata, in particolare a Milano. E da quella base aprire un serio confronto, non con questo o quel partitino, ma con gli interessi imprenditoriali, economici, finanziari e culturali vastissimi che hanno dato un segnale inequivocabile che di Berlusconi non ne vogliono piu’ sapere”.
«Il centrosinistra deve capire che vincere le amministrative non vuol dire avere già in tasca le politiche. E siccome è a quello che bisogna puntare, occorre definire bene qual è la linea, la proposta di governo. e allargare al centro». Lo afferma in un’intervista l’ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, che aggiunge: «A meno di miracoli a Milano Pisapia vince bene. Napoli è un pò più incerta, ma credo che alla fine vincerà De Magistris». In caso di sconfitta, Berlusconi «farà finta di poter continuare a governare, ma ci saranno così tante cadute, sia a livello parlamentare che a livello istituzionale, che alla fine si andrà diritti alle elezioni di primavera.
Molto – spiega Cacciari – sarà conseguenza di quello che farà la Lega e di come il Pdl saprà tenersela, perchè se il Carroccio se ne va il Pdl muore.
li filosofo Massimo Cacciari «Il Pd non pensi di aver vinto Il modello Ulivo non va più» MILANO — Il dissidente Massimo Cacciari plaude più al «tracollo di una Moratti decotta» che all’«inaspettato exploit» di Pisapia. L’avvocato ha strappato il ballottaggio all’ex sindaco ed è avanti di parecchi punti percentuali. «Nessuno se lo aspettava. A essere ottimisti si poteva prevedere un distacco ridotto fra i due, ma non certo questa sonora caduta del Pdl». Cosa dimostrano i dati? «Una plateale debolezza della Moratti. Nel centrodestra in molti ne erano già consapevoli, soprattutto i leghisti». E il centrosinistra? «Con un gioco diverso si poteva vincere al primo turno: il nome perfetto sarebbe stato Gabriele Albertini, con una coalizione formata da Pd, Nuovo polo e la lista civica a suo nome. Questa squadra sarebbe stata la Waterloo del centrodestra».
Ma la volata sulla Moratti è targata Pisapia. Con un’alleanza che corre dal Pd a Sinistra e libertà più Verdi, Radicali e Idv. «Una coalizione che potrà funzionare per Milano e magari vincere, come mi auguro. Ma che non potrà mai assurgere a modello nazionale
….
E pensare a una riedizione dell’Ulivo significa votarsi a una sonora sconfitta». Lei si era schierato per Manfredi Palmeri, Nuovo polo: che giudizio dà di Pisapia? «Si è mosso con grande intelligenza, non ha mai dato l’impressione di essere un candidato estremista e, radicatissimo nella borghesia milanese, è stato abile nel nascondere il marchio politico di coalizione. Palmeri, invece, ha pagato il prezzo di un polo con debolissima leadership nazionale e radicamento nullo in città». Il centrosinistra può sperare di espugnare Milano? «Se il Pd pensa di aver vinto, perderemo. Pisapia dovrà circondarsi di persone, a partire da Boeri, rassicuranti per i moderati. E aprire un canale privilegiato con Palmeri più che col Nuovo polo. Ma dipende tutto dall’intelligenza di Pisapia, di cui non dubito, e dall’intelligenza del Pd, di cui non faccio che dubitare».
L’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari ha dichiarato al programma radiofonico “La Zanzara” di Radio 2 che il Partito democratico accetterà laleadership di Luca Cordero di Montezemolo perché non ha leader spendibili. «Il Pd sarà il primo partito a dire sì all’ipotesi di leadership di Montezemolo perché non ha una leadership, non ha leader spendibili e lo sa benissimo. I problemi – ha affermato il professore Cacciari – semmai potrebbero arrivare dal Terzo Polo, da Casini, che invece ha legittimi ambizioni di quel tipo». La possibile discesa in campo del presidente della Ferrari è uno degli argomenti più discussi del dibattito politico italiano.
Che cosa hanno mai in comune Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari, ex presidente della Fiat, antico pupillo di Gianni Agnelli, e Massimo Cacciari, filosofo, professore di Estetica, studioso del pensiero negativo e politico neghittoso fin dai tempi del Pci ? Nulla, direte, se non l’asserito fascino personale sottolineato rispettivamente del celebre ciuffo e della barba irsuta, oltre all’età da pensionandi, 64 anni il primo e 67 il secondo. L’uno icona imprenditoriale, l’altro intellettuale sofisticato e interlocutore filosofico delle alte gerarchie ecclesiastiche. Eppure, la strana coppia sta per dar vita a un ticket con l’ambizione di partecipare al big bang della politica italiana.
Dopo l’ennesimo annuncio di Montezemolo sulla sua intenzione di scendere in politica con la società civile per mettere un freno allo sfascio, l’ex sindaco di Venezia ed ex candidato sconfitto alla presidenza del Veneto quando fu battuto dal forzista Giancarlo Galan, ha annunciato a Radio Popolare che lui e il suo movimento saranno della partita di Montezemolo, che in attesa di capire se si andrà a votare quest’anno o nel 2013 sta preparando una sua lista civica nazionale. Cacciari parteciperà con il suo movimento “Verso Nord”, costituito un anno fa e che nei giorni scorsi si è riunito a Verona, al “movimento policentrico” del presidente della Ferrari, con varie liste civiche regionali, accomunate da uno stesso simbolo, ma con autonomia locale e candidati provenienti dalla società civile. L’obiettivo è intercettare non sono gli scontenti del Pdl, della Lega e del Pd, ma quell’area ormai al 40 per cento che non va più a votare e non si riconosce nel bipolarismo italiano.
“Freud diceva che tre cose sono impossibili: insegnare, guarire, governare.
Occorre una certa vocazione per affrontare questo compito ‘impossibile’. Ma occorre anche disporre di ‘arti’ o ‘tecniche’ per farlo in modo responsabile. Far politica, che significa voler governare, diviene puro dilettantismo allorché non si fondi sulla conoscenza della realtà in cui viviamo. E che intendiamo a nostra volta trasformare”
Che cosa cambia con la fiducia ottenuta dal governo sul federalismo?
“Non cambia nulla sostanzialmente. Lo scoglio vero era quello del 14 dicembre. Credo che, a meno di sorprese, l’esecutivo almeno per un anno durerà”.
La Lega come ne esce?
“La Lega andrà avanti fin tanto che le conviene, fin tanto che porta avanti qualche patacca come quella del federalismo. Ma sarà lei a staccare la spina a Berlusconi”
Il Centrosinistra invece?
“O si mettono a fare politica o continueranno a perdere. Fare politica significa riuscire a capire quali programmi interessano i ceti produttivi e i lavoratori e decidere che tipo di alleanze intendono fare visto che in qualsiasi prospettiva non avranno il 51%. Dicano finalmente in che direzione politica guardano e sulla base di quali programmi. Facciano politica invece di fare le primarie”
Non andrebbero più fatte?
“Ma no per carità, che si facciano pure. Ma prima si deve fare politica e non tanto queste cose fatte in famiglia per tirarsi su il morale come a Torino. Il fatto che si parli di rinascita del Pd perché Fassino ha vinto le primarie appoggiato da Chiamparino è incredibile: mancava solo che le perdessero”.
Vedrebbe bene Rosi Bindi alla guida del Centrosinistra?
“Se dovessero decidere di voler costruire un partito seriamente socialdemocratico, imbarcando Vendola e il sette per cento che sta alla sinistra del Pd, la Bindi andrebbe benissimo. Il Pd deve dichiararsi con coraggio, semplicità e verità ammettendo che il progetto da cui era partito Veltroni anni fa al Lingotto non è riuscito. Se ne prenda atto e si faccia un bel partito di sinistra centro con leader Bindi appoggiato da Vendola. Una formazione politica che si rapporterà con un centro formato anche dagli ex Margherita, con cui potranno trovare tutte le intese di governo di questo mondo. La cosa deleteria ed esiziale è che si continui con le ipocrisie e con le mezze verità”.
La scissione degli ex margheritini è già nei fatti?
“Nel Pd si guardano l’ombelico e fanno politica solo discutendo all’interno della famiglia. Quando una famiglia non funziona è meglio dividersi: in Italia c’è il divorzio. Si può essere buoni amici anche dopo aver divorziato. Ma se continua a vivere in una casa controvoglia ti pugnali”.
In questo quadro il Terzo Polo che ruolo avrà?
“Anche loro devono dire che cosa vogliono essere e che cosa vogliono fare. Una volta che il Pd facesse le sue scelte con coraggio, ci sarebbero possibilità più ampie anche per Casini”.
Non crede che Fini sia subalterno a Casini?
“Fini ha preso delle brutte legnate anche perché ha dimostrato di avere fegato e coraggio. Bisogna dargliene atto. Ma al momento il più in palla all’interno del Terzo Polo è Casini. Penso però che sappiano che soltanto trovando una qualche forma di unità potranno avere spazio in futuro. Ma anche loro devono dire qualcosa sul loro programma”.
Ovvero?
“Non possono restare sul piano di mandare a casa Berlusconi: devono spiegare qual è il loro federalismo, il tipo di welfare che hanno in mente. Bisogna poi che risolvano i problemi colossali che hanno al loro interno sulla concezione di laicità e sui rapporti con la Chiesa. Altrimenti sa che cosa diranno gli italiani?”
Che cosa diranno?
“Berlusconi sarà un puttaniere, sarà quello che volete ma lo votiamo ancora perché sappiamo chi è”.
Intanto il Pd cerca di dialogare con la Lega sul federalismo. C’è una possibilità che si arrivi a un’intesa?
“Il Centrosinistra ha perso quel treno da ormai 15 anni e non credo che torni. Diciamo che tentar non nuocerebbe”.
Firenze, 25 febbraio 2011 - Oggi pomeriggio, al Cenacolo della Basilica di Santa Croce, si è tenuto un convegno dal titolo ‘La Pace: Imperativo della Ragione’, durante il quale è intervenuto il filosofo Massimo Cacciari, docente all’Universita San Raffaele di Milano.
Inevitabilmente Cacciari si è soffermato sulla rivoluzione in atto in Libia, sottolineando come la situazione nei Paesi dell’Africa mediterranea sia in evoluzione e ”le conseguenze che si possono avere per l’Europa inimmaginabili”. Purtroppo, ha aggiunto, ”manca totalmente una politica europea per il Medioriente e per il Mediterraneo. In quei Paesi – ha proseguito Cacciari – sta scoppiando l’equilibrio che si era determinato all’epoca della ‘guerra fredda”’.
«Ma non saranno le manifestazioni a sloggiare Berlusconi» Intervista Cacciari: la partecipazione è un fatto positivo ma oggi quel che manca è la politica
Non era in piazza Massimo Cacciari. Il filosofo e politico – ex Pci, ex Pd, oggi anima «Verso nord» – «pur rispettando’ chi manifesta», avverte che «non sarà certo la piazza a far cadere Berlusconi». Per quello «serve la politica, che manca e continua a mancare». Senza di essa «Berlusconi non cadrà, o se cadrà, in mancanza di una alternativa, sarà il bis del ’94. Peggio diprima».
Ci volevano le donne per svegliare una società intorpidita e per portare anche tanti uomini in piazza? «Le manifestazioni, la partecipazione, sono sempre positive quando si svolgono con civiltà e correttezza. Il problema è che non sarà con queste manifestazioni che si manda a casa Berlusconi. La buona volontà c’è anche, ma manca la politica. E continua a mancare». Manca e non ha intercettato, non ha capito che saliva questo, «basta» collettivo urlato in tante piazze? «Urlare “basta”, averne le palle piene non è politica, non è propriamente una strategia». Non è politica ma è la richiesta, a gran voce, di una politica e di una società diverse da quelle dominanti. «E quale? Che occorra un’altra politica non c’è dubbio. Ma qui non si riesce assolutamente ai capire che idee abbiano la sinistra, iil centrosinistra, il nuovo polo. È tutto estremamente confuso. ]E, fintanto che rimarrà tutto così confuso, Berlusconi resterà al suo posto». La scossa che è arrivata dalla piazza può aiutare la politica a ritrovarsi e a trovare le risposte necessarie a quelle domande? «Quante volte abbiamo fatto questo ragionamento? Lo abbiamo detto dopo le manifestazioni di Cofferati, e poi Moretti, e poi Saviano e ancora l’altro giorno con Zagrebelsky? Milioni in piazza, certo. Mala piazza non basta». Cosa serve? «Bisogna fare politica. Proporre riforme sul piano costituzionale. Dire che tipo di governo queste opposizioni così diverse tra di loro possono mai costituire che non sia il bis di Ulivi fallimentari. Che il Pd dica finalmente da che parte guarda e non continui con questo strabismo costitutivo. Dire cosa pensano del federalismo e non sparare solo contro quello della Lega. Chiarire quali riforme della giustizia servono al Paese e non schierarsi solo, quasi pregiudizialmente, con la magistratura. Bisogna essere riformisti, seri e radicali. Non dei protestatari». Rischiamo di ritrovarci con Berlusconi caduto ma senza alternativa? «Finché non c’è alternativa, Berlusconi non cade. E se cadesse senza alternativa, sarebbe il bis del ’94». Cioè? «Peggio ancora di prima. Se un regime cade senza che si sia aperta una fase costituente, non può che andar peggio. Se – senza fare paragoni tragici con le farse che stiamo vivendo noi oggi – il fascismo fosse caduto senza che si fosse costituita nessuna intesa tra le forze di opposizione, ìl dopo sarebbe stato ancora peggio del regime caduto».
Il filosofo spiega il significato e il divenire del termine “potere” nella tradizione occidentale giovedì 10 febbraio alle 18 alla Fondazione Centro Studi Campostrini.
Spiegare la distanza fra politica e società civile, che pare contraddistinguere la situazione attuale, sembra impossibile. Ci prova il filosofo Massimo Cacciari con l’incontro su “Il potere” giovedì 10 febbraio alle 18, alla Fondazione Centro Studi Campostrini di Verona, in via Santa Maria in Organo, 4. Modera l’incontro Davide Assael, collaboratore della fondazione.
Saranno affrontate le domande che hanno attraversato la tradizione occidentale dalla Grecia antica ai giorni nostri. Il potere politico risponde soltanto a criteri gerarchici, oppure è possibile individuarne un senso, in modo che possa legittimarsi agli occhi di chi lo deve subire, come è implicito, ad esempio nel tentativo platonico? E come potremmo definire l’elemento di distinzione fra le due forme di potere?
Forte di un’esperienza nella sfera pubblica che ne ha sempre accompagnato l’attività speculativa, e che lo ha reso una delle voci più accreditate del panorama italiano, Massimo Cacciari svilupperà la propria riflessione anche cercando di tracciare le coordinate delle future dinamiche del “potere”, che, forse, il tempo spingerà verso l’assunzione di nuove forme.
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Tutto sommato potremmo dire che dalla vera tragedia della fine della prima Repubblica siamo giunti alla farsa-pochade che conclude la mai nata seconda, e così consolarci. Per apprezzare il “salto d’epoca” basterebbe paragonare il discorso in Parlamento di Craxi alle auto-difese televisive di Berlusconi. Non c’entra nulla. Appunto. Lì un politico di razza, nel bene e nel male, che denuncia una crisi di sistema e, indirettamente, si appella ad un generale discorso “di verità”, che avrebbe forse anche potuto aprire una nuova fase della Repubblica; oggi un privato, che vuole giustificare vizi privati, e che con ogni mezzo difende affari e interessi soltanto suoi. Lì partiti, organizzazioni di massa, radicati nella vita e nella storia del Paese, che vivevano la propria catastrofe nel destino dei loro leader; oggi una moltitudine di cortigiani, favoriti, cooptati che non possono (ancora) abbandonare il padrone per quanta voglia ne abbiano, e che trasformano il Parlamento non, come si diceva una volta, nell’anticamera dei partiti, ma nell’alcova di Arcore.
E tuttavia temo che le squallide vicende che siamo costretti a vivere abbiano un significato per certi aspetti ancora più drammatico di quelle di allora. Sarebbe forse utile alzare lo sguardo per coglierlo. So che è difficile farlo quando attraversi un pantano, o qualcosa di peggio. So che si corre il rischio di passare per quelli che vogliono parlar d’altro. Ma bisogna anche scommettere che questo Paese saprà tornare a ragionare di politica e sul proprio futuro. Il berlusconismo, depurato da tutte gli evidenti “disturbi” di ordine psicologico che caratterizzano chi lo incarna, rappresenta la fase estrema di un processo generale di de-responsabilizzazione dell’agire politico. Il principio di responsabilità implica il “primato” dell’analisi, della definizione razionale di obiettivi e programmi, che si ritengono rispondenti, appunto, all’interesse comune, sulla base di trasparenti “calcoli” costi-benefici, e la messa tra parentesi di ogni altra finalità. Ma questo modello è in radicale crisi da molto tempo. E di questa crisi il berlusconismo è un prodotto, non certo la causa. Le sue ragioni sono diverse, ma tutte radicate nell’attuale sistema: dalla formazione di blocchi economico-politici, dentro i quali è inevitabile collocarsi se si vuol competere sul mercato politico, alla fisiologica auto-referenzialità dei grandi apparati tecnocratici, dall’organizzazione della stessa ricerca, all’economia e alla finanza globali.
Di fronte a queste potenze, quella dell’agire politico tradizionale decade di minuto in minuto. E in proporzione diretta si accresce la funzione dell’annuncio, della promessa, della ricerca a breve del consenso, che può essere garantita solo dal possesso di importanti mezzi di informazione e manipolazione dell’opinione pubblica. L’immaginazione va allora “al potere”. Il politico de-responsabilizzato non produce più né analisi, né programmi, e neppure utopie, ma narrazioni fantastiche, “spettacoli”, “irresponsabili” per natura. Non si tratta di “bugie”, ma di invenzioni. La scena ha realmente sostituito la realtà. Il mondo si è trasformato davvero in “volontà e rappresentazione”. Chi ne è più intimamente convinto, saprà essere anche il più convincente nel trasmetterne l’immagine. Nessun “piano”, nessun complotto, nessun “grande fratello” a dirigere la partita. Si tratta di processi intimamente connessi a questa fase del mondo occidentale e dei regimi democratici. È in gioco lo stesso principio della rappresentanza, poiché l’eliminazione di ogni “principio di realtà” ha come conseguenza logica l’idea di una “simbiosi” tra il politico e il suo rappresentato – idea che sta al fondamento di ogni demagogia e di ogni populismo.
Il potere politico tende allora a farsi immanente alla vita dell’individuo. Come il sistema produttivo è anzitutto produzione dello stesso consumo, così l’agire politico si fa mera produzione di consenso. Ogni altra finalità tramonta. Berlusconi, a modo suo, interpreta questo drammatico passaggio. Non ne è né inventore, né regista, ma piuttosto il perfetto burattino – quello ontologicamente legato alla sua scena, incapace anche solo di concepirsi fuori di essa.
Qualunque sia la parte che è chiamato a recitarvi (e infatti le vorrebbe tutte per sé), per lui si tratta di vita, non di finzione. I costumi degli italiani erano forse i più disposti al mondo a condividere questo processo di de-responsabilizzazione dell’agire politico. Anche per questo non sarà affatto né semplice né breve risalire la china. E non raccontiamoci che basterà pensionare il signore di Arcore.
… e sto parlando di comportamenti accertati, non di reati, il cui compito è della magistratura …
… a lei piace un Presidente del consiglio che si comporta così? .. le piace ? … le sembra un comportamento consono alla carica che ricopre? …
In questa accorata voce che Monica Guerritore ha dato a Veronica Lario c’è tutta la vicenda umana e politica che si consuma in questi giorni (abbiate pazienza con l’incipit della pubblicità Rai, che dura poco):
Veronica Lario e Silvio Berlusconi
Egregio Direttore,
con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: ” … se non fossi già sposato la sposerei subito” “con te andrei ovunque”.
Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all´uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi “La metà di niente”. Nel corso del rapporto con mio marito ho scelto di non lasciare spazio al conflitto coniugale, anche quando i suoi comportamenti ne hanno creato i presupposti. Questo per vari motivi: per la serietà e la convinzione con la quale mi sono accostata a un progetto familiare stabile, per la consapevolezza che, in parallelo alla modifica di alcuni equilibri di coppia che il tempo produce, è cresciuta la dimensione pubblica di mio marito, circostanza che ritengo debba incidere sulle scelte individuali, anche con il ridimensionamento, ove necessario, dei desideri personali. Ho sempre considerato le conseguenze che le mie eventuali prese di posizione avrebbero potuto generare a carico di mio marito nella sua dimensione extra familiare e le ricadute che avrebbero potuto esserci sui miei figli.
Questa linea di condotta incontra un unico limite, la mia dignità di donna che deve costituire anche un esempio per i propri figli, diverso in ragione della loro età e del loro sesso. Oggi nei confronti delle mie figlie femmine, ormai adulte, l´esempio di donna capace di tutelare la propria dignità nei rapporti con gli uomini assume un´importanza particolarmente pregnante, almeno tanto quanto l´esempio di madre capace di amore materno che mi dicono rappresento per loro; la difesa della mia dignità di donna ritengo possa aiutare mio figlio maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto per le donne, così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre sani ed equilibrati.
RingraziandoLa per avermi consentito attraverso questo spazio di esprimere il mio pensiero, La saluto cordialmente.
La Repubblica 31 gennaio 2007
Questa volta, Veronica Lario ha deciso di mettere per iscritto in una mail – in risposta ad alcune domande poste dall’Ansa sul dibattito aperto dall’articolo pubblicato ieri dalla Fondazione Farefuturo – il suo stato d’animo di fronte a ciò che hanno scritto oggi i giornali sulle possibili candidate del Pdl alle europee. “Voglio che sia chiaro – spiega – che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla e ci fa soffrire”.
Alla domanda su cosa pensa del ruolo delle donne in politica, alla luce delle polemiche di queste ore, Veronica Lario risponde: “Per fortuna da tempo c’è un futuro al femminile sia nell’imprenditoria che nella politica e questa è una realtà globale. C’è stata la Thatcher e oggi abbiamo la Merkel, giusto per citare alcune donne, per potere dire che esiste una carriera politica al femminile”.
“In Italia – aggiunge la moglie del presidente del Consiglio – la storia va da Nilde Jotti e prosegue con la Prestigiacomo. Le donne oggi sono e possono essere più belle; e che ci siano belle donne anche nella politica non è un merito nè un demerito. Ma quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e che è ancora più grave, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti”.
“Qualcuno – osserva Veronica Lario – ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido: quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere”.
La signora Berlusconi prende anche l’iniziativa di parlare della notizia, pubblicata oggi da la Repubblica, secondo cui il premier sarebbe stato domenica notte in una discoteca di Napoli a una festa di compleanno d’una ragazza di 18 anni: “Che cosa ne penso? La cosa mi ha sorpreso molto, anche perchè non è mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli pur essendo stato invitato”.
Bibliografia:
Maria Latella, Tendenza Veronica, Rizzoli Bur, 2004-2009, p. 252
… temo che sarà una patacca totale. Per attuare un vero federalismo fiscale bisognerà limitare i poteri della finanza centrale. In una congiuntura internazionale del genere faccio il facile profeta, si faranno delle concessioni ad alcune città. Concedendo la possibilità di qualche tassa ad hoc, tipo la tassa di soggiorno. Con il risultato scontato di un aggravio della pressione fiscale.
Quadro sconfortante senza soluzioni?
La soluzione ci sarebbe se avessimo un ceto politico in grado di capire che siamo davanti a una crisi di sistema. Una crisi che andrebbe affrontata con misure straordinarie arrivando a cercare un compromesso. Un compromesso storico per uscirne definitivamente. Ma leí pensa che oggi un accordo del genere sia possibile?
Per soli tre voti alla Camera dei deputati il Governo Berlusconi resta in carica.
Martedì 14 la Camera con 314 voti contrari e 311 favorevoli ha respinto le mozioni Franceschini, Donadi ed altri n. 1-00492 e Adornato ed altri n. 1-00511 di sfiducia al Govern
Dati politici:
- il partito personale di Berlusconi tre anni fa ha perso l’Udc di Casini e pochi mesi fa ha espulso il partito di Gianfranco Fini, ciononostante … :
- resta fortissima l’alleanza fra Il Pdl e la Lega Nord
- nel caso si andasse ad elezioni anticipate nel 2011 le alleanze del fronte di centro-sinistra sono fra loro disgiuntive: si portano via i voti l’uno dall’altro e sono lontanissimi dalla soglia del 40%, che è quella che in Italia, con questo sistema elettorale, fa governare una minoranza che viene spacciata come “giudizio degli elettori”
- ancora in caso di elezioni anticipate il professor Roberto D’Alimonte stima la possibilità che la Lega Nord, in queste regioni diventi il primo partito
- Inoltre l’alleanza fra i due partiti della attuale maggioranza sono aggiuntive: avanzano entrambi senza rubarsi voti
- la sinistra politica si rivela irrilevante, nel sistema politico italiano, per le funzioni di governo: è definitivamente congelata nel recinto in cui si è racchiusa, a partire dalla caduta del Governo Prodi voluta dalla sinistra massimalista di Bertinotti
«Purtroppo l’alternativa politica a Berlusconi al momento non c’è. C’è solo un’ammucchiata che vorrebbe buttarlo giù da palazzo Chigi. E la colpa è del Pd che ha tradito la sua missione riformatrice, incapace di dare sponda ai vagiti terzopolisti...»
Massimo Cacciari, alla vigilia della conta in Parlamento, torna ad accusare l’insipienza democratica. E’ un suo rovello classico ma questa volta il fallimento brucia ancor di più perché finalmente c’era partita.
Per l’ex sindaco di Venezia «la novità degli ultimi mesi è la grande fronda di Gianfranco Fini che ha portato alla fine del Pdl e del bipolarismo all’italiana. Ma è altrettanto evidente che per la formazione di un blocco innovativo e riformatore al centro dello schieramento, sono mancati i tempi. Probabilmente lo stesso Fini pensava che la crisi non precipitasse subito».
«Quindi siamo allo stallo. Da un lato Berlusconi è decotto, insieme al bipolarismo muscolare per come l’abbiamo conosciuto in Italia; dall’altro la mancanza di una vera alternativa lo fa sopravvivere».
«Fini ha avuto il coraggio di uscire dalla palude e gettare il cuore oltre l’ostacolo. Casini lo aveva già fatto 2 anni fa. Rutelli è stato l’unico leader Pd a criticare l’aborto democratico, uscendo dal partito. Ma loro 3 da soli non bastano, tanto più che il Terzo polo è ancora una prospettiva senza un vero programma».
«Macché. La responsabilità immensa è tutta del Pd. Un partito nato male, o forse mai nato. Dopo la caduta del governo Prodi c’erano tutte le possibilità per lavorare ad un’alternativa forte al berlusconismo usurato. Avevamo cinque anni davanti, ma è mancata completamente la classe dirigente, la strategia, la cultura politica e un agenda nuova per il paese».
«Il più grande partito di opposizione, nel bel mezzo della deflagrazione del centrodestra, è rimasto ai margini della partita, senza mai incidere. Paradossale. Ovvio che al momento della fiducia Berlusconi ha buon gioco a dirti: volete solo buttarmi giù…»
«Non si è sfondato nel ventre molle berlusconiano, tra quei ceti moderati delusi dalle promesse al vento del Cavaliere. O fai manovre, anche spregiudicate, per guadagnare consensi al centro o dove vuoi andare?»
«Ad esempio il Pd non ha mai saputo scalfire l’egemonia forza-leghista al nord, maturando un vero autonomismo e una capacità di relazione con gli attori del capitalismo diffuso. Così come non ha mai costruito una relazione strategica con l’Udc. Forse aspettava cadesse nelle sue braccia per semplice antiberlusconismo. Allora non conoscono Casini. Dopodiché mi auguro che il premier collassi ma per senso di verità devo ammettere che al momento non vedo alternative…».
“Fini, Casini e Rutelli non bastano. Gli imprenditori come Luca Cordero di Montezemolo devono scendere in campo. Serve un processo costituente: non per il terzo Polo, ma per il Polo”. Non ha mezzi termini, Massimo Cacciari.
Intervistato dal Corriere della Sera, l’ex sindaco di Venezia rilancia sull’importanza di un impegno in politica della società civile.
“Per quanto intellettualmente onesti e capaci, Casini, Fini e Rutelli non sono sufficienti. Serve una forte partecipazione sulla base di un patto amplissimo per la creazione di un nuovo centro che faccia le riforme, dice. Ma rifiuta l’ipotesi di un partito centrista, rivendicando invece “una forza di centro nel senso della centralità, non del moderatismo e altri ferrivecchi”.
Di Montezemolo, Cacciari apprezza soprattutto il programma: “un programma anticorporativo, con una giusta analisi del fallimento del bipolarismo all’italiana, del berlusconismo e della dimostrata incapacità da parte di coalizioni come l’Ulivo a governare. La riforma del welfare, delle relazioni sindacali, della scuola, la sburocratizzazione reale, la chiusura di province e comuni”.
Obiettivi che si possono raggiungere con elementi sia del Pd sia del Pdl. Perché, sostiene il filosofo, “anche nel Pdl c’erano intenzioni seriamente riformatrici. E anche nella Lega c’è del buono: ci sono autentici federalisti come Maroni, mica solo Bossi e il “trota”. Ma tutti sono stati condizionati da forze giustizialiste, estremiste e massimaliste”.
Mentre promuove parti del Pdl, Cacciari boccia il Pd: “È stato diretto in modo folle. Veltroni ha sbagliato tutte le mosse, Franceschini ha fatto quello che ha potuto, Bersani ha dato al partito un’immagine socialdemocratica d’antan”. Ma neppure Nichi Vendola è nelle corde dell’ex sindaco: “I paragoni con Obama fanno ridere i polli. È esponente di una tradizione anche nobile, come Arci, Legambiente, Verdi. Ma è un’ideologia minoritaria che non sarà mai cultura di governo”. Nonostante questo, “spero che Pd e Pdl non crollino, sarebbe una tragedia peggiore di Tangentopoli”.
Una serata per riflettere: “L’uomo politico: possiamo farne a meno?”.Due le personalità al tavolo: il professor Giovanni Reale e il professor Massimo Cacciari che si confronteranno in un dibattito moderato dal Professor Roberto Radice. L’appuntamento, organizzato dal Centro Culturale Frontiera, dall’azienda I.M.F. srl e dalla Città di Luino, è per il 12 ottobre prossimo alle ore 21 all’azienda I.M.F. srl di Creva di Luino. Il professor Roberto Radice, Presidente di Frontiera anticipa la serata in questi termini: “…questo è il succo della relazione: per quanto sia degradata la politica quotidiana è nell’essenza dell’uomo vivere nella politica. In questo senso siamo tutti uomini politici, della politica non si può fare a meno. I relatori Reale e Cacciari con la loro esperienza e il loro straordinario sapere ci aiuteranno a riflettere sui rapporti tra la Politica ideale e quella reale”.
Il professor Massimo Cacciari è uno dei massimi filosofi italiani viventi, filosofo e politico. Professore ordinario di “Estetica” presso l’Istituto di Architettura di Venezia, ha poi fondato la facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano di cui è stato Presidente fino al 2005. nel 2004. Ha fondato a Milano il “Centro di Formazione Politica”. E’ stato Sindaco di Venezia dal 1993 al 2000 e dal 2005 al 2010.
Il professor Reale, tra i più importanti storici della Filosofia viventi, luinese di adozione, è stato docente di “Filosofia morale” e di “Storia della Filosofia” all’Università di Parma, per poi passare alla Cattolica di Milano, dove è stato Ordinario di “Storia della Filosofia Antica” e dove ha fondato il “Centro di Ricerche di Metafisica”. Dal 2005 è passato ad insegnare presso la facoltà di Filosofia del San Raffaele di Milano.
Professore, siamo all’alba della Terza Repubblica?
Ma la Seconda Repubblica non è mai nata… Come non sono mai nati né il Pdl né il Pd. Perché sono mancati i soggetti responsabili e “aggreganti” che potevano costruirla, la Seconda Repubblica. È mancato il soggetto attuatore, quello che per la Prima Repubblica è stato il patto costituente vero tra le forze di estrazione socialista e quelle di tradizione democristiana. Insomma, dal 1991-92 a oggi abbiamo assistito, da una parte e dall’altra, ad atti, anche generosi, diretti a creare i soggetti in grado di costruire a loro volta la Seconda Repubblica. Eccola, la storia degli ultimi venti anni: una serie infinita di tentativi (falliti) di costruire forze maggioritarie o almeno tendenzialmente maggioritarie. Da destra e da sinistra, nel centrodestra e nel centrosinistra, l’Ulivo e il Pdl: tutto fallito. Le ragioni di questo fallimento? Andrebbero analizzate in profondità con coraggio e capacità culturale, al di là dei gossip e delle cronache.
Ma cosa sta accadendo in questi giorni nel panorama politico italiano?
I due pseudo poli si stanno disgregando, questo è evidente. E speriamo che da questa “decostruzione” si possano generare nuove forze, in grado di accordarsi e di trovare un ubi consistam che dia vita a un nuovo patto costituente. A una Nuova Repubblica.
Destra e sinistra rimangono categorie valide per interpretare la politica?
No, non hanno più alcun senso. I termini su cui si definivano la “destra” e la “sinistra” sono ormai collassati, e dovremmo averlo capito da tempo. Quei termini erano le contraddizioni storiche del Novecento: programmazione e mercato, pubblico e privato, atlantismo e neutralismo. Tutte grandi contraddizioni che sono state spazzate via dalla storia. Ed è chiaro, allora, che continuare a parlare di destra e sinistra nei termini in cui se ne parlava ancora una generazione fa non ha più alcun senso. Il fatto poi che il tentativo di costruire una Seconda Repubblica sia stato compiuto usando proprio questi termini e queste contrapposizioni è stata una pura sciagura. La ragione di fondo per la quale ci troviamo, diciamolo pure, nella merda, è che quella forza maggioritaria uscita dalla crisi di Tangentopoli e dalla caduta dei muri, ha voluto costruire la sua fortuna sull’anticomunismo. Una follia, pura demagogia, puro flatus vocis ideologico.
Come si inserisce la Lega in questo quadro?
La Lega è l’unica forza politica, uscita dalla grande crisi di vent’anni fa, che fondi la propria ragione d’essere su obiettivi che non hanno nulla a che fare con la “destra” e la “sinistra”. L’obiettivo federalista è un obiettivo che, comunque declinato, fuoriesce dallo schema tradizionale e dalle contrapposizioni della Seconda Repubblica. Purtroppo, e ritorniamo al punto di prima, non è stato uno schema di questo tipo ad affermarsi, non si è scelto di dividersi su obiettivi nuovi rispetto al passato novecentesco. Forse questa crisi spazzerà via le vecchie polarità, e bisognerà vedere se le forze politiche riusciranno a ridefinire uno spazio politico che sia impostato sulla base di nuove contraddizioni. Insomma, dovremo vedere se riusciremo a dividerci su cose, obiettivi, termini e linguaggi che non riguardano più il Novecento. Ecco la scommessa.
A proposito di scommesse, Gianfranco Fini ha appena lanciato la sua…
Da questo punto di vista mi pare che Fini abbia sviluppato negli ultimi anni uno sforzo reale. Su certe cose con Fini posso essere totalmente d’accordo (e penso al modo in cui ha scelto di declinare le questioni della sicurezza, dell’immigrazione, dell’integrazione), e su altre no. Ma lui ha cercato di declinare termini e questioni dal suo punto di vista, e soprattutto ponendosi al di fuori degli schemi novecenteschi destra-sinistra.
Ma senza più destra e sinistra resta la scelta obbligata del “centrismo”?
No, c’è la “centralità”. Perché su tutti i grandi i temi della contemporaneità la politica può e deve riassumere una sua “centralità”. E può farlo solo se le contrapposizioni e le contraddizioni – che sono l’anima della politica democratica – si concentreranno sulle questioni nuove, senza più fare ideologia ripetitiva sulle questioni vecchie. Questo è lo sforzo che, a me pare, stanno operando timidamente le forze più consapevoli della nostra politica: Fini, Casini, certe voci della società civile, Montezemolo. Certo, si tratta spesso di voci che ancora sono all’interno di partiti o di pseudopartiti tuttora oberati e appesantiti da zavorre inerziali, demagogie, populismi, veterogiustizialismi, anticomunismi, ideologie stataliste.. . Di zavorre ce ne sono di tutti i colori, sia a sinistra che a destra.
Si aprono inevitabilmente nuovi scenari, insomma.
Ma certo. Vedremo osmosi, vedremo aggregazioni assolutamente imprevedibili. Che ne so: persone come il sottoscritto che possono trovarsi con Fini! E perché no? Che problema ci sarebbe? I momenti di grande crisi, se vengono vissuti in tutta la loro autentica drammaticità, possono dar vita a scenari del tutto inaspettati. Se pensiamo che da crisi di questo genere si possa uscire con “continuismi”, ripetendo le vecchie frasi e le vecchie ricette, beh, siamo fritti. Ma non sono fritte la destra o la sinistra, è fritto tutto il paese…
Passiamo ai temi: su quali grandi questioni la politica dovrebbe trovare questa sua “centralità”?
Ne elenco solo alcuni. La riforma del welfare, che è inderogabile. E che significa garantire diritti fondamentali dimagrendo lo stato, snellendo l’amministrazione (e non dissipare le risorse allargando le burocrazie come è successo nella storia del vecchio welfare). Il federalismo, la riforma delle riforme. Perché non si costruisce l’unità italiana, che non c’è mai stata, senza federalismo. E va fatto a partire dalle autonomie locali, cioè all’opposto di quello che dice la Lega; passando poi per un federalismo fiscale che nulla ha a che vedere con quello disegnato da Calderoli, in cui muta solo la distribuzione delle risorse mentre la finanza rimane assolutamente centralizzata. La politica estera: come affrontare le grandi crisi internazionali? Come confrontarsi con il mondo islamico? E la lista potrebbe continuare a lungo…
“Né destra né sinistra, noi siamo sopra”. L’ha detto Beppe Grillo. Dunque è d’accordo con lei?
Ma no, quella è demagogia pura. Sopra? Ma sopra a cosa? “Sopra” si credevano Mussolini, Stalin, Hitler. Lasciamo perdere Grillo. Anche perché si tratta di fenomeni fisiologici in democrazia, soprattutto in momenti di crisi. L’attenzione, ripeto, deve essere su quelle forze che possono esprimere una “centralità” e che invece non la esprimono affatto. Da lì può uscire l’innovazione, non da Grillo. Ma quest’innovazione deve essere innanzitutto innovazione rispetto alla loro storia. Queste forze che possono essere “centrali” devono capire di essere arrivate a un punto di crisi irreversibile, e liberare le energie che ancora hanno al loro interno ancora per riguadagnare fiducia della società civile, di quel 50% di italiani che – secondo tutti i sondaggi – non si interessa più di politica.
Altro problema: la politica italiana sembra aver trascurato il mondo degli intellettuali, ultimamente. È solo un’impressione?
L’Italia ha una tradizione, che va rivendicata positivamente, di grande presenza intellettuale, di impegno nobile e buono all’interno della lotta politica. Sia nell’area cattolica che in quella laica, sia in quella socialista che in quella di destra. Ma oggi, purtroppo, è vero: la voce libera e critica (perché tale è e tale deve essere sempre) dell’intellettuale in politica, non viene minimamente ascoltata. È così.
Di recente ha tenuto una lezione sull’Umanesimo. Una tradizione da recuperare per costruire questa Nuova Repubblica?
Dunque, ho parlato dell’Umanesimo italiano sottolineando il fatto che non abbia come sua conclusione inevitabile l’esaltazione delle forze produttive e tecnico-scientifiche, quanto piuttosto l’esaltazione della nobiltà e della maestà dell’uomo attraverso il suo essere in continua ricerca, il suo essere un “possibile”. Si tratta, in sintesi, della manifestazione della piena consapevolezza del carattere dubbioso, incerto, insicuro, di ricerca permanente, che l’uomo esprime in sé. Sì, da questo punto di vista, quella dell’Umanesimo è una lezione preziosa. Perché spinge alla relazione, al dialogo, all’ascolto, all’attenzione per l’altro. Senza andare a caccia di facili sicurezze e di facili consolazioni. E credo davvero che un Umanesimo di questo tipo possa essere considerato a tutti gli effetti l’anima della convivenza democratica.
(ASCA) – Roma, 28 set – Record d’ascolti per LA7, che ieri, lunedi’ 27 settembre, ha realizzato il 4,83% di share medio nel totale giornata con quasi 13 milioni di contatti nelle 24 ore (12.948.342), il 5,78% in prime time con oltre 1,6 milioni di telespettatori (1.627.226) e il 5,56% in seconda serata.
Nell’access allargato, TG delle 20:00 piu’ Otto e Mezzo, la Rete ha ottenuto il 7,23% di share con un ascolto medio di oltre 1,9 milioni di spettatori (1.920.972) contattando complessivamente oltre 5,2 milioni di italiani (5.234.858).
Quasi 2,3 milioni di telespettatori (2.291.459), migliori risultato di sempre in termini di ascolto medio, con piu’ di 3,9 milioni di contatti (3.937.342), e il 9,17% di share media per il TGLA7 delle 20, diretto e condotto da EnricoMentana, che ha realizzato picchi del 10,15% e di quasi 2,6 milioni di telespettatori (2.598.486) alle 20:19.
Record in prima serata per L’Infedele di Gad Lerner, che ha realizzato il 6,21% di share media con oltre 1,4 milioni di telespettatori (1.426.114) e quasi 6,4 milioni di contatti (6.366.967), con picchi di massimo ascolto dell’8,8% di share (alle 23.32) e di quasi 2,2 milioni di telespettatori (2.169.622 alle 21.54).
In access prime time Otto e Mezzo ha fatto registrare il 5,62% di share con quasi 1,6 milioni di telespettatori (1.575.879) e 3.445.070 contatti. La puntata, che ha ospitato in studio Massimo Cacciari, ha raggiunto un picco di 2.111.950 telespettatori e del 7,36% di share (alle 21.11).
Il TGLA7 delle 7:30 ha fatto registrare l’4,89% di share media con un picco di massimo ascolto del 5,34% di share (alle 7:38).
Alle 13.30 il telegiornale ha ottenuto il 4,32% di share media con piu’ di 700mila spettatori (741.130) e piu’ di 1,6 milioni di contatti (1.602.123). Il picco e’ stato del 4,92% di share e di 852.032 telespettatori (alle 13:44).
Omnibus ha ottenuto il 7,09% di share con quasi 1,8 milioni di contatti (1.772.892), con un picco di massimo ascolto dell’11,30% di share (alle 8:34).
Record anche per (Ah)iPiroso, che ha ottenuto il 5,14% di share media con un picco del 5,93% di share (alle 10.35).
Atlantide, nel pomeriggio, ha realizzato il 3,37% e quasi 1,5 milioni di contatti (1.457.365), con un picco pari al 4,06% di share (alle 17.47).
Il problema consiste nel fatto che è impossibile affrontare il “pluralismo” culturale-religioso della società attuale “estrapolando” dall’esperienza che ha caratterizzato la formazione sociale e statuale del Moderno. In certi discorsi, animati da indubbia “buona volontà”, sembra quasi non si tratti che di “allargare”, di rendere più ampia quella idea di “pluralismo” che dovrebbe esserci ormai famigliare, di rafforzarne le virtù “integratrici”. Purtroppo non è così. Nella società moderna secolarizzata si poteva ritenere di essere giunti, pur attraverso le contraddizioni e i conflitti che ne hanno tragicamente segnato la storia, al riconoscimento delle differenze di valori e visioni del mondo, perché queste differenze “abitavano” un tempo comune. Il tempo storico delle ideologie liberali è lo stesso di quelle socialiste. Il tempo storico delle grandi riforme religiose protestanti è lo stesso delle contro-riforme cattoliche. Molto di più, questi decisivi conflitti maturano da esperienze e vissuti comuni, rappresentano sviluppi di origini condivise, potenzialità immanenti in un’unità più profonda, che non viene mai esplicitamente negata.
Il politeismo dell’Occidente moderno si configura come conflitto di valori all’interno di un vissuto storico comune. Ciò vale anche per le “distanze” apparentemente più abissali: la laicità dello stesso Illuminismo neppure sarebbe concepibile se non nella storia dell’Europa o Cristianità. Non si rende mai necessaria, cioè, un’autentica esperienza dell’altro. Così è per la lotta forse più rappresentativa e decisiva del Novecento: tra classe operaia e capitale la “condivisione” del primato dell’Occidente, della Tecnica, del progresso scientifico-tecnologico, è pressoché totale. È questo politeismo, è questo confronto tra valori tutti rappresentanti un tempo comune, che sembra oggi minacciato dalle fondamenta. Questo tempo era quello lungo della secolarizzazione, segnato dalle vicende della forma-Stato occidentale.
Nella società multi-etnica e multi-religiosa che si va oggi formando, storie e tempi si oppongono. Il tempo storico di una famiglia musulmana non è quello dei suoi vicini, credenti o non credenti che siano, educati a una secolare idea di laicità, in quanto distinzione tra religione e politica, fondazione del patto sociale sul fondamento dell’interesse individuale, costruzione dell’orizzonte comune, della polis, a partire dal primato dei cives, nella loro irriducibile, e più o meno “perversa”, polimorfità.
Come giudica la candidatura di Boeri alle primarie del Centrosinistra? “Ottima, molto forte e autorevole. Ma è del tutto evidente che per poter vincere a Milano è necessaria una sinistra che abbia un rapporto organico col centro”.
Questo presuppone un’alleanza con l’Udc…
“E’ evidente”.
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Qualora il candidato fosse Boeri potrebbe battere la Moratti?
“Ripeto, soltanto se la sua candidatura è in qualche maniera appoggiata dai centristi”.
Altrimenti ci vorrebbe un terzo uomo?
“Ovviamente”.
Ha in mente qualche nome?
“Sì, ma per ora non ne faccio”.
Lei sta lavorando a questa candidatura?
“Diciamo che ci si sto pensando insieme ad altri, ma non c’è nulla di concreto e niente di cui abbia un senso parlare”.
ROMA – “Basta con le ammucchiate”. Massimo Cacciari ex sindaco democratico di Venezia è stufo di alleanze larghe, “da Vendola a Fini”, frutto di errori “dettati dalla voglia di far propaganda o da un’errata real politik”.
Chi fa propaganda? Il Pd?
“Chi parla, come fa Franceschini, di “alleanza costituzionale” sa che né Casini, né tantomeno Fini, ci starebbero mai. Per loro sarebbe un suicidio politico. Sono dichiarazioni provocatorie che non portano a nulla”.
E l’errore da “real politik”?
“L’unico motivo per un’ammucchiata sarebbe il Cln, una coalizione per liberarsi di Berlusconi: un errore imperdonabile. Così ricadiamo nel vecchio antiberlusconismo, un formidabile regalo per il Cavaliere. In una campagna elettorale bene contro male, Berlusconi è imbattibile”.
Allora cosa resta da fare?
“Mi sembra evidente che c’è un disegno di Bossi e Tremonti per prendere il posto di Berlusconi. Per questo vogliono andare a votare subito”.
Quindi?
“Se non si cade nell’errore di fare un’accozzaglia, al 90% Berlusconi le elezioni le perde. Vince alla Camera, grazie alla Lega, ma perde al Senato”.
Ne è certo?
“È molto probabile, ma solo se esiste un terzo polo forte, composto da Fini, Casini e Montezemolo. In questo modo il centrosinistra andrebbe da Di Pietro a Vendola e, per come è fatta la legge elettorale Berlusconi la maggioranza al Senato se la scorda”.
A quel punto?
“Si va da Napolitano che sarà costretto a prendere atto che l’unico in grado di guidare un governo è Tremonti. Questo se si va alle urne in tempi brevi. Se invece ci fosse un accordo tattico tra Berlusconi e Fini le strade per il Pd sono altre”.
Quali?
“Invece di aspettare che il governo collassi, al Pd converrebbe mettersi a fare politica e avvicinarsi a Casini”.
Nel Pd sono convinti che i voti dei centristi servano ora.
“Le ammucchiate non servono. Il Pd pensi a fare un bel neo-Ulivo e non ostacoli un centro forte”.
Ma questo “neo-Ulivo” ha possibilità di vincere?
“Non vincerà mai. Ormai il Pd è quella cosa lì, una cosa che sta con Vendola e con Di Pietro”.
Non le piace?
“Non è il soggetto che avevamo progettato. Non è quell’elemento di grande novità che serviva. È la riedizione dell’Ulivo in salsa dipietrista. È un partito che ha il suo radicamento territoriale sull’Appennino tosco-emiliano. Ma per governare dovrebbe trovare un’intesa con l’area di Montezemolo, di Fini e di Casini e non fare un unico cartello. Ma questo solo se avranno tempo. Altrimenti meglio che vadano separati”.
Al Nord i voti sono destinati a spartirseli Lega e Pdl?
“Se si va al voto al Nord la Lega è il primo partito. Il Pd ha perso contatti con la realtà sociale. Hanno ereditato la strutturale incompetenza nell’interpretare le trasformazioni sociali e questo è il risultato”.
Non dà nemmeno una chance al centrosinistra?
“Ma è necessario iniziare a fare autocritica. Cosa che al momento non vedo”.
Le primarie possono essere utili?
“Le primarie hanno rotto, soprattutto quelle teleguidate. Servirebbe una leadership che guardi al nord. Sono due anni che insisto su Chiamparino”.
E il terzo polo, invece? È quello l’elemento di novità?
“Potrebbe esserlo se ben articolato. Non penso a un partito, piuttosto a una coalizione di governo. Una presenza laica come quella di Fini è interessante per una maturazione culturale e politica. Il valore aggiunto, però, lo darebbe Montezemolo”.
L’era-Berlusconi sta finendo?
“Lui non ha più nulla da dire al Paese dal punto di vista strategico. Ma non credo che andrà via con le sue gambe. E questo lo sanno anche Tremonti e Bossi”.
La legge elettorale? Verrà modificata?
“Fa talmente comodo ai partiti che resterà così com’è”.
Massimo Cacciari, dopo il voto pro o contro Caliendo e l’astensione di Fini Casini Rutelli, in Italia dobbiamo dare l’addio al bipolarismo come alcuni commentatori hanno sentenziato?
“Ma il bipolarismo in Italia non è mai nato. Lo si è visto subito. Lo si è visto quando Berlusconi per vincere nel ‘94 s’è dovuto appoggiare alla Lega, perdendo appena se ne è separato o, meglio, Bossi si è separato da lui. Lo si è visto dal percorso del post Pci. Che cosa hanno fatto gli eredi del Pci se non cercare per governare alleanze e unioni con qualche centro o con una certa sinistra, come dimostra l’esperienza, fallimentare, dell’Ulivo”.
Fallimenti tanti, certo. Comunque adesso siamo arrivati al Partito democratico, uno dei due poli… O no?
“Ho dato l’anima per costruire il partito democratico. Quindici anni. Ma ho di fronte agli occhi solo vecchi centri e vecchie sinistre. In politica occorre realismo e con realismo dobbiamo rassegnarci a constatare che l’esperimento proprio non funziona. Ho dato l’anima perché si costruisse qualcosa che si presentasse con una destinazione comune. Invece ho trovato soltanto quattro mura in comune che rischiano di saltar per aria. Prima del litigio devastante, che significherebbe l’annientamento elettorale, meglio separarsi, chi da una parte chi dall’altra”.
Ma così si torna davvero al passato, a una incomprensibile geografia di partiti e partitini.
“Ci siamo già, dopo l’esplosione del Pdl berlusconiano e con la crisi del Pd. Diciamo che viviamo una situazione di grande dinamismo e che il dinamismo è segno di vita. Ma la mia sensazione è che tutto questo gran movimento ci porti… verso il vecchio. Tuttavia, anche se il vettore sembra essere ancora il particolarismo, vi sono novità. Una è rappresentata da Fini, che davvero ha vissuto e sta vivendo una profonda trasformazione politica e che cerca di costruire una moderna destra europea. Mentre il mare è mosso, per il Pd sarebbe il momento di trarre qualche conclusione: che, ad esempio, esiste in Italia una forte tradizione socialista e socialdemocratica che potrebbe tranquillamente allearsi con espressioni di cultura cattolica e liberale, mentre è assurdo illudersi di trovare una sintesi tra storie tanto diverse. Sarebbe rovinoso stare a dilaniarsi sulla candidatura di Vendola o di qualcun altro, impegnarsi in primarie, per dire come siamo stati bravi a organizzare le primarie, come se le primarie bastassero a sanare i dissidi. Ciascuno vada per la sua strada e peschi voti dove può e dove sa, lasciando alla componente cattolica il compito di cercare al centro, come è in grado benissimo di fare, soprattutto approfittando di questo momento di dinamismo, si diceva, di turbolenza, di rotture. Così è. Punto. È evidente. Bene, bene, bene: prendere atto”.
Perché, secondo lei, questo fallimento nostro e, permetta, anche suo?
“Perché nessuno s’è rivelato all’altezza del discorso…”.
Si fa l’autocritica?
“Mi faccio tutte le autocritiche del mondo. Ma il problema è che la politica non è fatta di buone idee, ma è fatta di buone pratiche. D’Alema docet. Aveva i suoi dubbi e ha assistito all’avverarsi dei suoi dubbi per dire poi che aveva ragione lui. Rutelli e Fassino ci credevano, invece, ma probabilmente non erano all’altezza. Si arriva alla conclusione: se sei costretto a convivere con chi non sopporti, finisce a coltellate, quindi meglio separarsi al più presto… Il Pd eviterebbe guai maggiori e soprattutto potrebbe godere degli spazi politici enormi che si aprono, come ha ben capito Berlusconi che vorrebbe arrivare al più presto alle elezioni, infatti”.
Salvo poi ripensare ad una alleanza. Ma ci si allea contro Berlusconi o ci si allea per realizzare alcuni di obiettivi di un programma?
“Per amor di Dio, lasciamo stare Berlusconi. Fossi stato Prodi al governo avrei subito fatto approvare una legge di un solo articolo, semplicissimo, che avrebbe dovuto affermare: Berlusconi è innocente. Basta con questo pazzesco intoppo. Liberiamoci dall’ossessione di Berlusconi. Per vincere, impegniamoci su occupazione, giovani, scuola. Affrontiamo un serio discorso sul federalismo, come finora non s’è neppure tentato. Costruiamo insomma l’unità programmatica e lasciamo a ciascuno la sua tradizione. Per quanto ci riguarda diamoci una bella organizzazione di partito che rispetti la voglia di autonomia che la realtà sociale e politica e culturale esprime”.
Addio poli, si torna alla frammentazione da prima repubblica.
“D’altra parte mi sembrano impensabili coalizioni, pure di già vaneggiate, Fini-Pd o Casini-Fini-Pd”.
Cioè divisi, per costruire sane alleanze programmatiche in vista delle elezioni?
“Facendo politica, altrimenti continuando tra gli scandali e una opposizione troppo debole si porta solo acqua al mulino della Lega. Che rischia di dilagare, guadagnando al centro. E non solo nelle sue zone tradizionali: anche in Emilia e in Toscana e via…”.
Di fronte alle difficoltà di Berlusconi, con una possibile crisi di governo, con il rinvio del federalismo fiscale, non ci potrebbe attendere un altro ribaltone della Lega?
“Ci si può aspettare di tutto, anche un ribaltone della Lega quando il re del federalismo fiscale sarà completamente nudo, quando i leghisti si accorgeranno di aggirarsi solo tra i fantasmi di un federalismo autentico. Per ora aspettano”.
Potremmo misurare un’altra novità elettorale: i grillini in campo. Riusciranno i grillini a sottrarre voti alla sinistra come è successo alle regionali?
“Non credo. Con il sistema elettorale in corso o con un sistema che preveda uno sbarramento abbastanza alto. Un conto è guadagnare un consigliere locale. Un altro è entrare in Parlamento. Comunque dipende dalla sinistra o dal centro sinistra: dalla voglia di far politica”.