La cura del maschio, di cadavrexquis


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“Non so se tuo papà avrebbe fatto quello che sto facendo io adesso per lui se fosse capitato a me”. Non è tanto sfiducia in un rapporto affettivo tra due uomini, quanto sfiducia verso il maschile in sé e la capacità di accudimento (e di resistenza) degli uomini. Alla fine ognuno di noi si forma un’immagine (e un giudizio) di uomini e donne in base alle esperienze e alle figure di riferimento che ha avuto. Il padre di mia madre, che io non ho mai conosciuto se non attraverso i suoi racconti, non era né un campione di coraggio né di capacità di provvedere ai bisogni della famiglia, così come mio padre, pur non avendo mai avuto vizi “distruttivi” per sé o per noi, non ha mai brillato per spirito d’iniziativa, per forza o per decisione: non erano le sue le spalle forti su cui appoggiarsi nei momenti di crisi. E non parliamo poi dei mariti delle sorelle, malati di un tipico egocentrismo maschile. Capisco quindi che mia madre non veda di buon occhio la possibilità di affidare la cura del suo unico figlio a un altro uomo.

tutto l’articolo qui cadavrexquis: La cura del maschio.

BERLINO: i berlinesi si lamentano …. della crisi …cadavrexquis, Di che cosa si lamentano i tedeschi


Poi, incredibile a dirsi, si lamentano della crisi. Ma come? Non era questo il paese più ricco e potente d’Europa, quello che detta le condizioni a tutti gli altri? E invece no. Ho letto un reportage sui numerosi pensionati berlinesi che, non facendocela con la loro pensione, continuano a lavorare per “arrontondare”. L’interrogativo era: devono o vogliono farlo? Opinioni divergenti. Il giorno dopo è arrivato invece un altro reportage su quanto prenderanno di pensione in futuro i lavoratori di oggi con il nuovo sistema di calcolo e ne è risultata un’erosione sostanziale dell’assegno. L’articolo prospettava una catastrofe e la miseria nera per molti di loro. A questi pezzi se ne aggiunge un altro sul progressivo invecchiamento e sulla necessità di adeguare gli appartamenti in affitto alle esigenze di una popolazione sempre più anziana e sempre meno autonoma (e, in un box, intervista all’esperto che chiosa sulla paura dei tedeschi di invecchiare, a cui si somma il timore di finire in un ospizio, destino per evitare il quale molti stringono i denti e fanno finta di niente). 

da cadavrexquis: Di che cosa si lamentano i tedeschi.

Milano in Lombardia: Un’ora d’attesa, di cadavrexquis


Un’ora d’attesa

Le sale d’attesa offrono sempre spunti di osservazione sul funzionamento delle interazioni sociali tra sconosciuti che si trovano a condividere un breve lasso di tempo. Una sala d’attesa formata da soli introversi non produrrà nulla d’interessante, ma basta che ci siano un paio d’estroversi affinché si metta in moto qualcosa. Come un paio di giorni fa.

Luogo: una clinica milanese. Protagoniste: una signora attempata e imbragata in una specie di busto, accompagnata da una figlia molto milanese e dall’aria sbrigativa e affaccendata, un’altra donna di mezza età, con un paio di occhiali dalla montatura rossa e dal tono di voce più dimesso. Una serie di comprimari che assistono e si limitano a una battuta qua e là, come a punteggiare la tessitura del dialogo principale.

La sala d’attesa è affollata, c’è da aspettare molto per l’accettazione. La figlia guarda il numero che ha estratto e quello attualmente indicato sul display luminoso: davanti a sé ha almeno una settantina di persone. Incomincia a sbuffare e ad agitarsi, va su e giù e si rivolge alla madre: “Eh no, ma non si può, non veniamo più qui, negli altri posti non è così. Non è possibile! Ma perché non fanno come nelle Asl di zona? Hanno scaricato un pullman di fuori!”. La madre: “Eh, se hanno scaricato un pullman…” “Ma mamma, dai, è un modo di dire!”. Il coro degli astanti interviene per confermare che lì è sempre così e per di più bisogna fare due code: la prima quando si prenota l’esame – e io mi domando, tra me e me, perché non la facciano al telefono come ho fatto io – e la seconda per l’accettazione. E per di più non si può andare il giorno prima, no, bisogna andare lo stesso giorno dell’esame.

La madre, seduta, alza il tiro: “La sanità in Lombardia è tutta in mano a Formigoni. Sono quindici anni che a Milano governa la destra e questi sono i risultati”. “Ma sì, mamma, cosa c’entra? Ma lascia perdere, dai, non fare questi discorsi!”. Intuisco già gli sviluppi del dramma. Sulla panchina di fronte a me c’è un uomo, anziano e distinto, che legge La Repubblica: immagino sarà d’accordo con la signora, però tace. La donna con l’imbragatura prosegue: “Loro invece portano i soldi all’estero, eh, e non hanno di questi problemi. Anche la Moratti…” Lascia la frase in sospeso, ma il tono è sufficientemente allusivo. “Mamma, adesso basta!” sbotta la figlia, impaziente, ma non capisco se è perché non è d’accordo o perché ritiene indecente esporre così, a voce alta e in pubblico, le proprie inclinazioni politiche, cose che andrebbero tenute nascoste come le pudenda. Il battibecco continua per un po’ e a me le due ricordano la Teresa e la figlia Mabilia dei Legnanesi, soprattutto per la lombarda sbrigatività della seconda, tanto che mi aspetto che da un momento all’altra se ne esca con un dialettale: “Ma su, ‘ndèm, màma!”. Al nome del sindaco di Milano, la signora dagli occhiali rossi si riscuote dal suo torpore e con un filo di voce rassegnata spiega: “Albertini aveva lasciato trentaquattro milioni per il Seveso e la Moratti li ha usati per comprarsi i collier di diamanti, perché alla Moratti piacciono i diamanti”. L’accusa, che cade nel silenzio come una piccola bomba atomica, mi sembra così assurda che devo trattenermi per non scoppiare a ridere. Ormai entrambe sono lanciate sul piano inclinato del qualunquismo che contraddistingue ogni discussione politica estemporanea, in cui come passeri si salta da un ramo all’altro, di sentito dire in sentito dire, da approssimazione in approssimazione. “Ma va’?” dice l’imbragata, “e lei come lo sa?”. “Ehhh, signora… ero anch’io in politica, una volta, poi ho smesso, guardi, uno schifo”. La figlia cerca di smorzare le polemiche suggerendo che era meglio se andavano alla Santa Rita. Figurarsi: “Alla Santa Rita?” interviene un’altra. “Con quello che facevano quelli là che ti operavano un polmone per farsi dare più soldi dallo Stato?”. “Ma sì, santo cielo, per un esame cosa vuole che sia… almeno là fanno più in fretta” la liquida la finta Mabilia, fuggendo poi in cerca di qualche infermiere o di qualche medico con cui lamentarsi.

Forse per par condicio, l’occhiale rosso aggiunge: “E Pisapia? Sa che vent’anni fa gli ho chiesto una consulenza? Dieci minuti ci ha messo. E ha voluto duecentomila lire, le parlo di vent’anni fa. Anche lui attaccato ai soldi”. “Senza fattura, magari” l’imbecca l’altra. “Ovviamente”. Insomma, è tutto un magna magna e non c’è più neanche la mezza stagione.

“Be’ – riprende l’imbragata -, a forza di venire in questi ospedali si stringono delle amicizie… dei rapporti di lunga durata, solidi… se poi una è a casa da sola…” A questo punto mi accorgo che la conversazione si sta spostando su altri lidi. “A casa io ho un cagnolino che mi fa compagnia. E’ un bastardino” dice l’ex politica. “Sono i più affettuosi, i bastardini”, commenta la vecchia imbragata. “Io no, perché poi ci si affeziona e quando muoiono è un lutto vero”. “Non mi ci faccia pensare – dice l’altra, con aria affranta -, a me ne è morto uno e ne ho preso subito un altro, non ci sto senza”. “Sono meglio degli uomini!” E credo che qui si riferisca ai bipedi di sesso maschile, non all’umanità in generale. L’altra si illumina e conferma: “Ah sì, sì, certo. Io sono stata sposata con un uomo che i primi cinque anni mi apriva anche la porta, poi è arrivata un’altra e sono stati diciassette anni d’inferno, guardi”. “Eh, doveva lasciarlo!” “Lo so, lo so, come ha ragione, ma ero innamorata, lo amavo… avevo proprio le fette di salame sugli occhi” conclude sconsolata l’occhialuta.

Dopo un’ora di attesa squilla il mio numero e abbandono a malincuore lo spettacolo gratuito. Per chi ama la casualità con cui si manifestano gli umori popolari, le sale d’attesa sono fonte di incessante ispirazione. Varrebbe quasi la pena d’intrattenervisi anche se non si ha niente da fare, per passatempo o come un cercatore d’oro a caccia di pepite preziose.

da: cadavrexquis: Un’ora d’attesa.

cadavrexquis: Lavoro, non lavoro e rapporti umani


Chi non ha la fortuna di possedere un grande patrimonio è costretto, in qualche modo, a lavorare per guadagnarsi da vivere. Gran parte degli umani sono incatenati a un lavoro che svolgono in un posto ben determinato, legati a orari fissi, e spesso in compagnia di colleghi o a contatto di altri umani come loro. Qualcun altro – non so se più fortunato – può esercitare la libera professione e gestire meglio i propri tempi di lavoro. Altri ancora, invece, lavorano a casa propria, rinchiusi tra le proprie quattro mura, e non hanno nemmeno necessità di condividere una coabitazione forzata con colleghi o di dover comunicare con terzi indesiderati. Io conosco sia la prima situazione che quest’ultima, ma nessuna delle due è esclusiva. L’ultima è tipica, per esempio, del traduttore letterario che, diversamente dal traduttore di singoli testi su commissione e a breve scadenza, ha tempi e volumi più lunghi: al di là del contatto iniziale con l’editore, per il resto del tempo (un mese, due mesi, tre mesi) è da solo con il suo testo. A me è capitato spesso di “invidiare” quelli che fanno solo questo per mantenersi. Lo dico soprattutto quando mi vengono a noia i contatti forzati e gli obblighi del lavoro d’ufficio e penso che chi, invece, può starsene in casa e lavorare in mutande senza mai dover aprire bocca sia più fortunato di me. Lo dicevo spesso, in passato, a M.H., il quale “invidiava” invece la garanzia dello stipendio a fine mese che ricevevo io. In un certo senso è come se ai due estremi di una retta ci fossero da un lato la sicurezza e dall’altro la libertà

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cadavrexquis: Lavoro, non lavoro e rapporti umani.

Bassam Tibi, Islamischer Fundamentalismus, moderne Wissenschaft und Technologie, recensione di cadavrexquis


Bassam Tibi, sociologo tedesco di origine siriana, fino all’anno scorso docente all’Università di Gottinga e uno dei pochi musulmani liberali di cui io sia a conoscenza, affronta nel suo saggio Islamischer Fundamentalismus, moderne Wissenschaft und Technologie, un aspetto specifico dell’islam fondamentalista: il suo rapporto con la scienza e la tecnologia moderne che, come ben si sa, sono prodotti della cultura occidentale. Tibi distingue nettamente fra tradizionalisti e fondamentalisti: i primi rifiutano la scienza e la tecnologia moderne in nome della purezza dottrinale coranica delle origini, mentre i secondi agiscono in modo più raffinato, accogliendo e usando i frutti della modernità, ma senza accettare al contempo la forma mentis e i presupposti che li hanno resi possibili. Secondo questi, infatti, gli esseri umani sono in grado, attraverso il loro intelletto, d’indagare e conoscere la realtà e, in questo modo, possono anche trasformarla. Non c’è nulla che non possa essere sottoposto all’indagine razionale e le conoscenze che ne derivano sono sempre rinegoziabili e modificabili attraverso nuove indagini e nuove conoscenze. Bassam Tibi definisce questo modo di procedere Koennen-Wissen: potere-sapere. Da questo principio illuministico, dunque, discendono non soltanto scienza e tecnologia moderne, ma anche – per esempio – il principio dell’autonomia e della libertà dell’individuo. Viceversa l’islam non ha mai affermato il principio secondo cui l’uomo, con il suo intelletto, è in grado di conoscere la realtà, perché la fonte ultima di ogni sapere è il Corano, che è la rivelazione di Allah, a cui l’essere umano deve solo sottomettersi (e, infatti, il termine “islam” significa proprio sottomissione).

Eppure i fondamentalisti non tradizionalisti accettano di buon grado i prodotti della scienza e della tecnologia moderne, soprattutto per quanto riguarda le armi. Come giustificano questa schizofrenia? Per alcuni di loro questo avviene attraverso lo stratagemma della “riappropriazione”, un meccanismo psicologico che permette loro di annullare, ai loro stessi occhi, questa contraddizione. Questo consiste nell’affermare che, in realtà, il progresso tecnico-scientifico non è, in realtà, il frutto dell’illuminismo ma è un fenomeno islamico e che loro, per l’appunto, si limitano a “riappropriarsi” di ciò che era stato sottratto loro dagli occidentali.

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Yasunari Kawabata, senza bellezza né consolazione (recensione di Cadavrexquis)


Ho letto La casa delle belle addormentate del giapponese Yasunari Kawabata, che altrimenti non mi sarei mai sognato di leggere, seguendo un consiglio “blasonato”. Qualche tempo fa è apparso sul Corriere della Sera un articolo di Guido Ceronetti, dedicato al tema “eros e terza età”, che ne suggeriva caldamente la lettura. Ne sono rimasto molto incuriosito e mi sono ripromesso di procurarmelo. Ceronetti aveva ragione: questo breve romanzo di Kawabata è un gioiello meraviglioso che, tra l’altro, mi commuove perché tocca una delle mie corde più sensibili.

E’ un romanzo semplice, quasi spoglio, che racconta di una casa – quella del titolo – in cui vecchi uomini ormai impotenti vanno non per fare sesso con delle belle ragazze, ma per dormirci, letteralmente, assieme, in una stanza completamente rivestita di tendaggi rossi in cui filtra una luce soffusa. La narrazione è condotta da Eguchi, uno di questi uomini che, ci tiene a precisare, è meno vecchio dei clienti abituali della casa e non è ancora del tutto impotente. O almeno così lui sostiene, senza però mai contravvenire alle regole del luogo. Durante le sue quattro visite, la sera trova una bella fanciulla completamente nuda, già addormentata sul suo tatami – forse drogata perché non si svegli in nessuna circostanza -, vi si distende accanto, la guarda a lungo finché a sua volta, aiutato da un sonnifero, non dorme anche lui.

Tutto il libro ruota intorno al tema della vecchiaia e delle sofferenze che essa porta con sé.  Su questo punto l’autore ritorna più e più volte, con grande insistenza, ma allo stesso tempo con un tono così oggettivo che sembra quasi lenire il dolore. Se c’è disperazione, è una disperazione silenziosa, senza urla, che soffoca (o annega) nell’atto della contemplazione

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Yasunari Kawabata, senza bellezza né consolazione.

La Charité e il museo della storia della medicina di Berlino


Il secondo piano – forse quello piú interessante e, da un certo punto di vista, più sconvolgente – è dedicato al corpo umano e alle sue malattie. Il nucleo centrale di questa sezione è rappresentata dalla sala con i “preparati” di Rudolf Virchow, grande medico della Charité vissuto nel diciannovesimo secolo. Qui, esposti in numerose vetrine e amorevolmente conservati, ci sono organi e pezzi di organi umani. Sani, ma soprattutto malati, visto che questa raccolta nasce come “museo di patologia”. Le teche raccolgono gli organi in base alle principali funzioni: respiratoria, digestiva, sistema circolatorio, e ogni teca si concentra su una malattia specifica e sulle conseguenze che produce sugli organi principalmente colpiti. Non vorrei entrare nei dettagli, ma giusto per accennare ci sono tumori alla prostata, cirrosi epatiche, ulcere gastriche e via discorrendo. Una delle ultime teche è invece riservata alla riproduzione e a tutto quello che può andare storto: in formalina sono conservati non soltanto feti, ma anche neonati morti appena dopo la nascita o nati direttamente morti. Non ci si pensa mai, ma a vedere tutto ciò si ha da un lato la sensazione che il corpo umano sia una macchina incredibilmente perfetta e raffinata, ma che dall’altro – come ogni altra macchina – è soggetta a una quantità sconfinata di possibili errori di funzionamento (chi penserebbe, per esempio, a cuori che si sviluppano in sacche extra-toraciche, a cervelli senza scatole craniche o a individui cui mancano letteralmente tutti gli organi della parte inferiore del corpo?). Da questa rassegna il visitatore esce con un senso di malessere e fastidio fisici, ma anche, paradossalmente, con una sorta di rinnovata voglia di vivere e di ringraziare la fortuna che ha avuto fino a quel momento.

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cadavrexquis: La Charité e il museo della storia della medicina.

Piccole misure anti-sharia, di cadavrexquis


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bastano piccole correzioni per segnalare che noi teniamo alla libertà di autodeterminazione dell’individuo. Qualche giorno fa il comune di Laives, in provincia di Bolzano, ha negato il matrimonio a una coppia – lei marocchina, lui italiano – perché non era arrivato il nullaosta al matrimonio dalle autorità del Marocco, la cui legge prevede che una cittadina marocchina possa sposare soltanto un musulmano. Perché il matrimonio potesse celebrarsi, dunque, sarebbe stato necessario che l’italiano si convertisse all’Islam. A quanto pare, questa non è un’eccezione, ma la regola, e non riguarda soltanto il Marocco ma anche altri paesi musulmani, come la Tunisia. La gravità della cosa consiste nel fatto che fino a oggi le autorità italiane hanno applicato queste disposizioni, il che equivale a introdurre surrettiziamente un elemento di sharia nella prassi. Non dobbiamo infatti pensare che sharia significhi solo tagliare le mani ai ladri o lapidare le adultere: c’è sharia quando la legge di uno Stato trova il suo fondamento nei princìpi dell’Islam e del Corano. In questo caso la sharia finisce per avere conseguenze molto concrete per un cittadino che non soltanto non è musulmano, ma che non è nemmeno marocchino, al di fuori dei confini del Marocco. Già è ben poco laico che uno Stato permetta ai suoi cittadini di sposarsi solo se aderiscono a una determinata religione – l’Islam, nel caso specifico -, ma per quanto sgradevole non intendo sindacare se lo fa all’interno dei suoi confini e con i suoi cittadini (almeno finché non si arriva alla brutalità della legge del taglione o della lapidazione). La faccenda, però, diventa più inquietante se lo pretende da uno straniero e per di più all’estero, dove le sue leggi non dovrebbero avere alcun imperio

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cadavrexquis: Piccole misure anti-sharia

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Milano, trasformazioni urbane viste da cadavrexquis


…. ho visto nascere e crescere le due torri di Porta Garibaldi, delle quali una adesso è stata completamente ristrutturata, e forse presto toccherà anche all’altra, malgrado non fossero poi così vecchie (se non d’aspetto, per via di quell’ocra che si è sporcato subito). Abito in questo quartiere da otto anni, mentre prima lo conoscevo in maniera molto superficiale, in ossequio al suo nome – Isola -, che ne caratterizza in modo efficace la sua relativa chiusura al resto della città circostante, come se fosse una specie di paesotto autonomo. Dopo i recenti sventramenti, però, l’Isola non è più un’isola.Uscendo dunque in via Pepe, l’altro giorno ho buttato un occhio alle mie spalle e la prima cosa che ho visto sono state per l’appunto le due torri di Porta Garibaldi, poi un po’ più in lontanza, il molosso che stanno costruendo proprio sopra la stazione di Porta Garibaldi e sotto il quale è già stato aperto il tunnel, il cui transito è chiuso alle biciclette – anzi, per usare il linguaggio burocratico, ai velocipedi -, con lungimiranza degna di un’amministrazione che da anni promette più piste ciclabili e rispetto per i ciclisti.Per tornare a casa imbocco sempre via Borsieri e svolto in via Confalonieri. Venerdì scorso, invece di tirare dritto come al solito, ho alzato la testa e mi sono trovato davanti il nuovo edificio della Regione, il grattacielo che si staglia in via Pirelli e che già da lì occupa tutta la visuale. Quella specie di mastodonte lo vedo anche ogni volta che apro la finestra di casa, una presenza incombente e ingombrante dietro la sede dell’Arpa. Non l’ho ancora visitato all’interno, né sono salito sulla terrazza panoramica nei giorni in cui è stato aperto al pubblico – con una smaccata mossa pre-elettorale per raccogliere i consensi dei milanesi -, ma non mi entusiasma granché e mi domando solo che fine faranno tutti gli uffici regionali disseminati tutt’intorno, da via Pola fino al Pirellone. Dubito però che se ne faranno abitazioni a canone agevolato. O c’è forse bisogno di tutto quello spazio per nutrire il moloch burocratico?

segue qui:

cadavrexquis: L’Isola dei facinorosi

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La malattia della famiglia M, tra farsa e tragedia, recensione di Cadavrexquis


La malattia della famiglia M ha molti pregi. Innanzitutto la trama: la storia c’è ed è ben tessuta. Verso la fine temevo che l’autore non riuscisse a riannodare i fili e che la materia narrativa si disperdesse un po’ e invece non è stato così. Poi c’è un perfetto equilibrio tra l’elemento drammatico e quello comico. Quest’ultimo è introdotto soprattutto dai due “fidanzati” di Maria, Fulvio e Fabrizio, che traghettano nella pièce degli elementi farseschi, da commedia degli equivoci alla Feydeau. Ma, del resto, non era già Shakespeare che inseriva episodi grotteschi anche nelle sue tragedie? Paravidino, quindi, non fa che obbedire a una antica tradizione drammaturgica. A loro volta, però, questi elementi non pregiudicano la sostanziale serietà e drammaticità della linea narrativa: qualcuno potrebbe pensare che una pièce sul disagio e sull’incomunicabilità in famiglia – e in provincia, per di più – sia un’insostenibile palla al piede. Non è così, perché Paravidino possiede un invidiabile senso dei tempi narrativi e delle battute, che scoccano sempre rapide come frecce e sembrano fluire con la naturalezza del parlato quotidiano. La stessa costruzione della pièce, oltre che la complessità da romanzo in cui s’incastonano diversi episodi, riprende anche certe tecniche tipiche del cinema. Non soltanto il flashback incorniciato nella rievocazione del medico, ma anche, per esempio, la rappresentazione al rallentatore della scazzottata tra i due rivali in amore, Fulvio e Fabrizio.

L’elemento tragico, invece, è sottolineato sia dall’ambientazione invernale, quasi cechoviana, in cui predominano il buio, la pioggia e la neve, che da certe premonizioni disseminate all’interno della pièce. Penso soprattutto a quando Gianni chiede a Marta di raccontargli di nuovo quella “storia” in tedesco, che si conclude con “In seinen Armen das Kind war tot” (“Tra le sue braccia il bambino era morto”) e che altri non è che “Der Erlkoenig” di Goethe, in cui il fanciullo, sentendosi braccato e minacciato da un misterioso “re degli elfi”, chiede al padre di cavalcare più veloce per portarlo a casa, sano e salvo. Questa sorta di minaccia oscura, che annuncia la morte e alla fine ha la meglio del protagonista, non adombra forse anche la “malattia” di cui soffre tutta la famiglia M?

Ottimi, infine, tutti gli attori, nessuno escluso. Per chi fosse interessato, La malattia della famiglia M è in cartellone al Teatro Litta di Milano fino al 31 gennaio

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Cadavrexquis, Morte del libro?


….. Per me leggere significa, ormai, leggere con una matita in mano, segnare passi, mettere punti esclamativi ai margini del testo, scribacchiare appunti. E tutto ciò è legato a un’esperienza fisica, tattile, della lettura che, lo ammetto senza difficoltà, è qualcosa di molto conservatore. Non intendo però essere un misoneista a tutti i costi e mi rendo perfettamente conto che innovazioni come Kindle possono avere la loro utilità. Ci sono libri che oggi continuano inspiegabilmente a essere pubblicati e che, se passassero a un formato esclusivamente digitale, consentirebbero un risparmio di carta notevole, con grande giovamento per l’ecosistema intero. Si tratta per lo più di testi caduchi, di scarso o nessun valore, che sono già vecchi a pochi mesi dalla loro uscita: biografie di personaggi dello star system, libercoli scritti (scritti?) dai protagonisti televisivi, instant books su eventi d’attualità che non fanno altro che riciclare e riproporre le solite minestre scaldate già ammannite dai giornali, i romanzetti dei blogger che nella vita fanno i copy pubblicitari. Se tutto questo liquame pseudoinformativo uscisse solo in formato elettronico, destinato a essere letto su un Kindle, non sarebbe una grande perdita per l’umanità.Io, però, non faccio testo, perché amo ancora l’oggetto libro. Mi piace tenerlo in mano, sfogliarlo, annusarne l’odore di stampa, sfiorare la grana della carta, scrutarne i caratteri…..

Morte del libro?

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