Ilvo Diamanti: “Monti costringerà tutti a esprimersi e a “schierarsi” sulla sua esperienza di governo” – Repubblica.it


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Eccolo di nuovo. Berlusconi. Nel 2006 si era presentato come l’Imprenditore contro i Nemici del Mercato. Fiducioso che non vi fossero “tanti coglioni che votano sinistra”. Oggi, invece, è il leader dello schieramento “antipolitico”. Farà campagna elettorale contro i comunisti del Pd, contro l’Euro e l’Europa. Contro Monti. Insieme alla Lega e in concorrenza con il M5S. Monti, da parte sua, ha annunciato le dimissioni, dopo la legge di stabilità. In questo modo, è divenuto l’attore protagonista. Della prossima campagna elettorale e, ancor più, della stagione dopo il voto. Anche se non è detto che “scenda in campo” direttamente. Che promuova una lista “personale”. O che accetti di venire candidato (premier) da uno schieramento. Il Terzo Polo: rischia di essere un soggetto limitato, rispetto alle ambizioni del Professore. Il centrosinistra: come potrebbe proporre il suo nome, dopo aver mobilitato milioni di elettori per scegliere il candidato premier? (E poi, come la prenderebbe Sel?).

Annunciando le dimissionI da premier, Monti ha rifiutato di diventare bersaglio della campagna elettorale di Berlusconi. E di altri soggetti politici. Ma, in questo modo, costringerà tutti a esprimersi e a “schierarsi” sulla sua esperienza di governo. Sulle riforme fatte e su quelle non fatte. Sul suo ruolo. In politica interna, ma anche in politica estera. Nei rapporti con la Ue, la Bce, l’Fmi. Con gli altri governi internazionali. Presso i quali il Professore gode di largo credito. 
Monti, d’altronde, dispone ancora di un ampio consenso personale anche in Italia, superiore al 47%. Mentre il suo governo ha la fiducia di circa il 44% degli elettori (Dati Demos, dicembre 2012). Un sostegno ampio rispetto ai governi che l’hanno preceduto, in tempi assai meno difficili. Ma anche in confronto ai governi e ai premier degli altri paesi europei  -  in condizioni economiche migliori del nostro

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tutto l’articolo qui  Il Cavalier rieccolo e il muro del Professore – Repubblica.it.

(Berlusconi) Un uomo rimasto solo – di Ilvo Diamanti in Repubblica.it


quando, nei giorni scorsi, ha percepito il proprio isolamento, nella Casa e nel Popolo che egli stesso aveva creato: in quello stesso momento ha reagito. Ha inveito. Con rabbia e risentimento. Non contro i “nemici” di sempre – magistrati e comunisti. Ma contro gli “amici” che lo lasciavano solo. E stavano negoziando, alle sue spalle, con i democristiani di Casini e con il salotto buono degli imprenditori, rappresentato da Montezemolo. Silvio Berlusconi ha minacciato di far saltare il tavolo 4. Non solo del governo tecnico, ma, anzitutto, del centrodestra. Del Pdl. Degli amici fidati che stavano preparando la sua successione. Senza di lui. Non solo. Ma “contro” di lui. Il Padrone – di ieri. Oggi: un Signore imbarazzante. Un’eredità sgradevole, perché è difficile assumere la guida di una forza politica all’ombra, ingombrante, del Fondatore – e unico leader, fino a ieri – del Partito Personale. 

Per questo, più che un “ritorno in campo”, l’iniziativa di Berlusconi, in effetti, appare una minaccia di invasione. Espressa in modo perentorio. Un modo per dire, anzi, gridare, che lui, il Cavaliere, non se n’è mai andato. Che il muro di Arcore esiste ancora. Berlusconi. Ha rivendicato la propria capacità di esercitare il potere media-politico. Da solo contro tutti. Perché tutti l’hanno lasciato solo. A costo di ricostruire un nuovo “partito personale”. Una lista di “uomini nuovi”, da opporre ai “vecchi politici” presenti negli altri partiti. Compreso quello che egli, almeno fino a ieri, guidava. 

tutto l’articolo qui  Un uomo rimasto solo – Repubblica.it.

Ilvo Diamanti, Il declino dei poteri locali – Repubblica.it, 9 luglio 2012


Attraverso la spending review, il governo Monti, pur senza dichiararlo, ha, però, nei fatti, decretato la fine del federalismo all’italiana. Tradotto nella moltiplicazione infinita delle Province, nel trasferimento  -  mediante referendum  -  di centinaia di comuni da una regione all’altra, in base a calcoli di opportunità e di vantaggio. Un federalismo ir-responsabile, dove i governi locali non sono chiamati a rispondere delle loro scelte. Per cui i “patti territoriali”, nel Sud, si sono spesso tradotti in meccanismi di spesa e burocratizzazione ulteriori. Questo federalismo, usato dalla Lega come una bandiera, oggi appare improduttivo e poco vantaggioso, ai cittadini. Non a caso solo una persona su cinque, oggi, ritiene che, fra dieci anni, “in Italia ci sarà un federalismo vero”. Mentre due su tre pensano il contrario (Sondaggio Demos, giugno 2012).

Così, dopo anni di federalismo a parole e di parole sul federalismo, oggi assistiamo alla ri-centralizzazione delle scelte. Alla crescente debolezza dei governi e dei governatori locali. Alla difficoltà dei soggetti politici che si riferiscono alla questione territoriale. Per prima la Lega Padana. O Nord, non importa. Assistiamo, ancora, alla centralizzazione organizzativa dei partiti. Sempre più “romani”. E alla marginalizzazione dei sindaci, un tempo, tanto tempo fa, attori politici di primo piano. Soggetti di cambiamento. (Soprattutto nel Centrosinistra).

Il declino del territorio, come base del governo, della rappresentanza e dell’identità politica, tuttavia, si sta consumando senza che emergano altre soluzioni.

 

da Il declino dei poteri locali – Repubblica.it.

Ilvo Diamanti, Chi rappresenta il male del Nord – La Repubblica, 22 maggio 2012


CHI RAPPRESENTA IL MALE DEL NORD
[La Repubblica, 22 maggio 2012]

I risultati di queste elezioni “amministrative” segnano, in modo definitivo, la fine della Seconda Repubblica e del sistema partitico su cui si è fondato. Indicano, in particolare, la fine del “blocco nordista”, l’asse forza-leghista (come l’ha definito Berselli), fondato sull’intesa e la contiguità elettorale tra la Lega e Berlusconi. 

Infatti, se osserviamo il bilancio dei comuni maggiori dove si è votato in Italia, il rapporto fra i due principali schieramenti, appare rovesciato a favore del Centrosinistra. Lega e Pdl escono, dunque, chiaramente sconfitti, da queste elezioni. Dal Pd e dal Centrosinistra. Ma anche dal malessere e dalla domanda di cambiamento, a cui ha dato visibilità particolare il Movimento 5 Stelle, guidato da Beppe Grillo. 

È la fine della “questione settentrionale” alle origini della Seconda Repubblica. Ma, al tempo stesso, questo voto la rilancia, come specchio di una domanda di rappresentanza politica, largamente insoddisfatta.

1. La Lega esce ridimensionata. Nelle città maggiori (sopra i 15 mila abitanti) dove si è votato, prima di queste elezioni, aveva 12 sindaci. Ne mantiene solo 2. Tra cui Verona, conquistata al primo turno: da Flavio Tosi, più che dalla Lega. Nei comuni maggiori del Nord cosiddetto “Padano” (al di sopra del Po), al primo turno, le sue liste hanno ottenuto il 7% dei voti, 12 punti in meno delle Regionali del 2010, meno della metà rispetto alle politiche del 2008. Se allarghiamo lo sguardo all’intera “zona rossa”, dove la Lega era cresciuta molto negli ultimi anni, il crollo è più vistoso. Oggi, infatti, nel Centro-Nord, in queste elezioni ha totalizzato il 5,8%, ma aveva ottenuto quasi il 13% alle politiche del 2008 e oltre il 17% alle regionali del 2010. 

2. Il PdL, ultima versione del partito personale di Silvio Berlusconi, va anche peggio. Dal punto di vista dei governi locali, anzitutto. Nei comuni maggiori del Centro-Nord, da 49 a 20 per il Centrodestra, dopo questo voto, si passa a 44 a 12 per il Centrosinistra. Ma lo sfaldamento appare ancor più sensibile dal punto vista elettorale. Il PdL, infatti, si attesta al 12-13%, nel Nord e nel Centro-Nord, mentre aveva ottenuto circa il 28% alle Regionali di due anni fa e il 33% alle Politiche del 2008.

3. Ne esce un quadro del Nord e del Centro-Nord largamente ri-disegnato. In un paio d’anni, ha quasi perduto i colori dominanti: il Verde e l’Azzurro. D’altronde, oggi i partiti del Centrodestra – o di quel che ieri si chiamava così – non governano in nessun capoluogo di regione nel Centro-Nord. Gli ultimi – Milano e Trieste – li hanno perduti un anno fa. 

Uno scenario analogo emerge anche se consideriamo i capoluoghi di provincia. Prima del 2010, 22 capoluoghi del Centro-Nord erano governati dal Centrodestra, 16 dal Centrosinistra. Oggi 21 sono amministrati dal Centrosinistra e 14 dal Centrodestra (1 dalla Lega da sola e 2 da giunte di altro colore). Gli attori politici che avevano “inventato” la “questione settentrionale” oggi sono minoranza – e quasi periferici – nel Nord. 

4. Parallelamente, è cresciuto il Centrosinistra, intorno al Pd. Che oggi è il primo partito: del Nord “Padano” e, a maggior ragione, nel Centro-Nord. Ma i suoi successi dipendono soprattutto dalla capacità di fare coalizione. Il Pd ha, infatti, perduto peso elettorale, rispetto alle Politiche e alle Regionali. Mentre in alcune fra le città più importanti ha contribuito, con i suoi voti, a eleggere sindaci espressi da Sel. Come Doria a Genova. E, un anno fa, Pisapia a Milano. 

L’antico Triangolo Industriale, Milano-Torino-Genova, dunque, oggi è governato dal Centrosinistra. Ma (come ha osservato Gad Lerner) da uomini e soggetti politici, in prevalenza, “esterni” al Pd. In altre città, il candidato del Pd e del Centrosinistra è stato sconfitto da altre coalizioni. A Belluno, ad esempio, si è affermato il candidato sostenuto da liste civiche di Sinistra. A Cuneo il candidato del Terzo Polo. 

5. Lo stesso è avvenuto in alcuni comuni dove lo sfidante era espresso dal Movimento 5 Stelle. Anzitutto a Parma, ma anche in altre città. Come Mira e Comacchio. Il risultato elettorale del Movimento 5 Stelle appare rilevante soprattutto nel Nord e nelle zone rosse del Centro. Dove si presenta, infatti, supera, mediamente, l’11% (alle Regionali del 2010 si era attestato intorno al 3-4%). 

In una certa misura, il “partito di Grillo” è l’attore politico che oggi interpreta, più di altri, il “male del Nord” (ma anche del Centro). Espresso dalle aree territoriali e dalle componenti sociali coinvolte dalla crisi economica, dopo decenni di crescita. Soffrono di un profondo deficit di rappresentanza politica. Le promesse di Berlusconi e della Lega sono rimaste tali. Promesse, slogan. Mentre il Centrosinistra, imperniato sul Pd, è rimasto, a sua volta, coinvolto nel clima di insofferenza verso il sistema partitico. Afflitto dal vizio oligarchico e dal deficit etico. 

6. Il successo del Movimento 5 Stelle sfrutta, dunque, il malessere generato dal governo, a livello centrale e locale. Ma intercetta anche la diffusa domanda di rinnovamento del ceto politico. E la crescente sensibilità intorno a temi legati alla tutela dell’ambiente e dei beni pubblici.

Naturalmente, una cosa è affermarsi su base locale. Altra è competere su base nazionale. Il bello – e le difficoltà – per il “partito di Grillo” cominciano ora. Perché dovrà governare, a livello locale. E dovrà organizzare la propria presenza nazionale, in vista delle prossime elezioni. Programmi, candidati, strategie e – perché no? – alleanze. Oggi, però, a nessuno è concesso di liquidare questo Movimento come antipolitico. Perché agisce da attore politico, sul mercato elettorale. Dove si sta ritagliando uno spazio molto ampio (alcuni sondaggi lo stimano, già ora, intorno al 20%). 

7. Questa “piccola” consultazione amministrativa ha mutato profondamente le basi della “questione settentrionale”. Nel Nord, infatti, si fanno strada domande di segno nuovo. Che non emergono da centrodestra ma da centrosinistra e, anzi, da sinistra. Esprimono istanze critiche verso il neoliberismo e i valori imposti dai “mercati” (finanziari) globali. 

8. Dietro al voto, si scorge un Paese in cerca di rappresentanza politica. Se la Seconda Repubblica è finita, la Terza non è ancora cominciata. 

da Mappe – Chi rappresenta il male del Nord – Demos & Pi.

VIAGGIO NELLA CRISI DELLA LEGA, di Curzio Maltese, introduzione di Ilvo Diamanti – Repubblica.it



Arriva il primo e-book di Repubblica: si intitola “Viaggio nella crisi della Lega” ed è un instant book scritto da Curzio Maltese, con introduzione di Ilvo Diamanti. E’ in vendita su Amazon, 1 e in un solo giorno ha già raggiunto la prima posizione fra i bestseller italiani.

L’inchiesta di Maltese, fatta per Repubblica, è un viaggio tra Veneto, Piemonte Lombardia, un reportage in “Padania” che incrocia fatti e persone che contano  -  oppure hanno contato  -  nel mondo leghista. Le “tribù” della Lega, il mito della Padania così legato alla figura di Umberto Bossi e poi, naturalmente, gli scandali. Sullo sfondo, come osserva Ilvo Diamanti nell’introduzione, un quesito: “Quanto potrà durare? La Lega e la Padania: quanto resisteranno agli scandali che hanno coinvolto il gruppo dirigente leghista e per primo Bossi  -  insieme con il suo “cerchio” amico e familiare?”. Repubblica ha scelto la forma dell’e-book per proporre il racconto giornalistico degli avvenimenti a caldo in forma di raccolta e di riflessione, un modo nuovo per offrire un approfondimento su temi di attualità.


da L’ebook sulla crisi della Lega subito in testa su Amazon – Repubblica.it.

Mario Monti gode della fiducia del 60% dei cittadini. In altri termini: nonostante le scelte e le politiche del governo – ritenute poco eque, dal punto di vista sociale – abbiano suscitano l’insoddisfazione di ampi settori della popolazione, il sostegno verso Monti e il suo governo resta molto ampio – di Ilvio Diamanti in Repubblica.it


secondo Ipsos di Pagnoncelli, l’azione del governo è tuttora valutata in modo positivo da oltre il 56% degli elettori. Una misura simile a quella rilevata dall’Ispo di Mannheimer: 54% (in risalita nell’ultima settimana). Un livello mai raggiunto dal governo Prodi dal 2006 al 2008, ma neppure dal governo Berlusconi negli anni successivi. Personalmente, inoltre, Mario Monti gode della fiducia del 60% dei cittadini. In altri termini: nonostante le scelte e le politiche del governo  -  ritenute poco eque, dal punto di vista sociale  -  abbiano suscitano l’insoddisfazione di ampi settori della popolazione, il sostegno verso Monti e il suo governo resta molto ampio. La maggioranza assoluta degli elettori si fida di lui assai più che degli altri leader politici. Del governo più che dei partiti e delle organizzazioni di categoria.

Monti e il Montismo, con le debite distanze e differenze, sono percepiti e concepiti da un’ampia parte degli elettori, come Tangentopoli vent’anni dopo. Cioè: uno strumento per “liberarsi” del sistema politico precedente. Allora: la Prima Repubblica. In questo caso: il Berlusconismo (e l’anti-Berlusconismo). Le logiche e gli attori che hanno guidato la Seconda Repubblica. Il Montismo, il “potere in mano ai tecnici”, senza la mediazione dei partiti e senza la legittimazione elettorale, riflette, quindi, il disagio dei cittadini verso la nostra democrazia rappresentativa. Indica una domanda  -  confusa  -  di cambiamento, largamente condivisa.

Il principio del montismo – Repubblica.it.

Parti sociali in crisi da governo tecnico, ILVO DIAMANTI, La Repubblica 19 marzo 2012


 

Il governo dei tecnici dovrebbe restituire spazio e potere alle grandi organizzazioni di rappresentanza economica. Questo, almeno, suggerisce l’esperienza del passato.

Vent’anni fa. Quando il governo Ciampi nel 1993 e, successivamente, quelli guidati da Dini e da Prodi garantirono alle organizzazioni sindacali e imprenditoriali un ruolo di primo piano. Erano tempi, per alcuni versi, simili a questi. Segnati da una crisi profonda, dal punto di vista economico, ma anche politico.

L’Italia, anche allora, doveva tenere sotto controllo il bilancio e contenere il debito pubblico, per adeguarsi alle regole stabilite per accedere all’Unione monetaria dal trattato di Maastricht nel 1992. Ma doveva, soprattutto, affrontare la rapida decomposizione del sistema politico della Prima Repubblica, provocato dalla caduta del muro di Berlino e, parallelamente, da Tangentopoli. I sindacati confederali e le associazioni imprenditoriali avevano garantito “moderazione salariale” in cambio del controllo dell’inflazione. Ma avevano, soprattutto, fornito al governo la “legittimazione” sociale che i partiti non erano più in grado di offrire.Ottenendo, a loro volta, riconoscimento politico e sociale. È la stagione della “concertazione”, durante la quale sindacati e organizzazioni imprenditoriali divennero soggetti politici influenti e contribuirono a tracciare le principali linee delle politiche economiche e sociali.

Oggi il quadro potrebbe apparire, per molti versi, simile ad allora. Il sistema dei partiti è in piena crisi, tanto da affidarsi a una compagine di tecnici “non eletti” per sopravvivere al rischio del default e alle tensioni economiche e finanziarie globali. Mentre il governo è costretto a scelte dolorose sul piano economico e del lavoro, senza poter contare sulla mediazione dei partiti. Il ruolo delle organizzazioni di rappresentanza, in queste condizioni, dovrebbe risultare strategico, determinante. Come e forse più di vent’anni fa. Non è così. Per alcune ragioni, che rendono questa fase molto diversa dagli anni Novanta.
In primo luogo, la crisi economica appare peggiore, rispetto ad allora. Per l’Italia e per la stessa Europa. I vincoli “esterni” alle nostre scelte e ai nostri comportamenti appaiono molto più forti. Imposti dalla Ue e dai mercati internazionali. Anche se in modo confuso, i cittadini ne sono consapevoli. Ma ne sono consapevoli, soprattutto, i partiti e le organizzazioni sindacali e imprenditoriali.

Viviamo tempi di emergenza e ciò basta a giustificare il “potere dei tecnici”. Peraltro, negli ultimi vent’anni la capacità di rappresentanza delle grandi organizzazioni si è indebolita.

Oggi la base sindacale è per metà composta da pensionati. Mentre ampie fasce di lavoratori i giovani, gli occupati delle piccole imprese sono largamente fuori.

Confindustria, da parte sua, non riassume più le imprese. Oggi, molto più che in passato, pesano le altre organizzazioni di categoria. E alcune grandi imprese, come la Fiat, ne sono uscite. Si rappresentano da sole.

Più in generale, contano molto le associazioni che rappresentano le professioni e i lavoratori autonomi. Quel mondo che, faticosamente, Monti sta tentando di “liberalizzare”.

D’altronde, i sindacati (molto più divisi di un tempo) e le associazioni imprenditoriali soffrono di un calo di fiducia simile a quello dei partiti. Perché sono percepiti, anch’essi, come istituzioni. Infine, la società e il sistema degli interessi si sono frammentati. Sfuggono alle forme di mediazione e di aggregazione di un tempo.

Così, oggi i tecnici debbono supplire al deficit della politica, “ma anche” della rappresentanza. Ai limiti dei partiti: “ma anche” delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali.

È chiaro che non possono durare a lungo: un governo e un Paese senza politica e senza rappresentanza.

da Repubblica.it » Affari e Finanza » Parti sociali in crisi da governo tecnico.

La Repubblica fondata sull’insicurezza di ILVO DIAMANTI


Una persona su due, infatti, si definisce “frequentemente” preoccupata  -  per sé e i propri familiari – di perdere il lavoro (gennaio 2012). Circa dieci punti in più rispetto a un anno fa. D’altronde, nel campione rappresentativo della popolazione italiana, il 35% dichiara che, nell’ultimo anno, in famiglia, qualcuno ha cercato lavoro, senza trovarlo. Il 22%, che (in famiglia) qualcuno è stato messo in mobilità o in cassa integrazione. Il 19%, infine, che qualcuno, in famiglia, ha perduto il lavoro. In definitiva, quasi una famiglia su due sta sperimentando gli effetti della crisi sul piano dell’occupazione.

 Un problema comune al resto d’Europa, dove si rileva un grado di inquietudine analogo. Con una differenza significativa. L’85% degli italiani ritiene che i giovani, nel prossimo futuro, occuperanno una posizione sociale peggiore rispetto ai genitori. Quasi 10 punti in più rispetto a Francia e Gran Bretagna, ma circa 20 più che in Germania e Spagna.

In altri termini: l’incertezza e la precarietà del lavoro si riflettono nell’incertezza e nella precarietà del futuro dei giovani. Anzi, nell’incertezza del futuro, semplicemente. D’altronde, il 56% degli italiani non vede sbocco a questa crisi. Non riesce a immaginare quando finirà. Certamente non prima di due anni.

Il lavoro  -  incerto, precario e perduto  -  alimenta l’insicurezza economica. Un sentimento che contagia il 73% degli italiani e trascina le altre dimensioni dell’insicurezza. Non a caso le paure relative alla globalizzazione e alla criminalità risultano molto più elevate fra coloro che si sentono maggiormente minacciati dalla disoccupazione.

È come se, insieme all’incertezza del lavoro, fosse cresciuto un diffuso e crescente senso di “insicurezza ontologica”, per usare il linguaggio di Zygmunt Bauman. Che, cioè, scuote alle radici il nostro sistema di riferimenti sociali e personali. Mette in dubbio la nostra identità. E ci schiaccia nel presente, lasciandoci senza ancore né legami. Da ciò la differenza da un tempo, quando il lavoro ci forniva relazioni, prospettive, senso. Anche quando era una “materia scarsa”, quanto e più di oggi.

on è un problema di “lavoro fisso”, ma di “lavoro certo”. E di professione, a cui si collegano il reddito e la posizione sociale. Ma se il mercato del lavoro e il welfare diventano “liquidi” (per echeggiare ancora Bauman), allora anche il futuro tende a liquefarsi. Allora le relazioni sociali, i valori e, a maggior ragione, i riferimenti politici e istituzionali: tutto diventa liquido e relativo.

E  la sindrome dell’insicurezza si diffonde. Non tanto fra i giovani, ma soprattutto fra le generazioni adulte e anziane. I genitori e i nonni. Gli indici più bassi di insicurezza economica, infatti, emergono tra i giovani fra 15 e 25 anni. I più elevati: tra le persone intorno ai 30 anni e, soprattutto di età centrale (45-54 anni). I fratelli maggiori e genitori. Lo stesso si osserva in relazione al futuro dei  giovani. I più pessimisti sono gli adulti e gli anziani. I meno preoccupati proprio loro: i giovani più giovani. Anche se pochi a quell’età lavorano.

Non si tratta di incoscienza giovanile. È che ormai si sono abituati all’in-certezza. All’assenza di luoghi e riferimenti certi. Si sono abituati al lavoro intermittente, assente e perfino alla transizione infinita. Senza stazioni di passaggio e senza destinazioni. Si sono abituati a fare affidamento sui genitori e la famiglia  -  finché dura. E su se stessi. Si sono abituati a un’idea del futuro senza progetti e senza percorsi programmati. Idealisti con realismo. L’angoscia, invece, è tutta nostra. Colpisce la società adulta e anziana. Coloro che hanno impostato la loro vita sul  futuro. E l’idea stessa di futuro sui giovani. Sul passaggio da una generazione all’altra. E sul lavoro  -  e il suo complemento: lo sviluppo, anch’esso sinonimo di futuro.

Ma se il lavoro diventa liquido e in-definito. Senza regole e senza prospettive. Insicuro: senza sicurezza del futuro. Senza “previdenza”. Soprattutto per i giovani, intermittenti (nel lavoro) e imprevidenti (senza pensione). Allora, rischiamo di trovarci non solo senza lavoro e senza pensione. Ma senza futuro. E senza presente. 
Il problema può, forse, apparire astratto, dal punto di vista “tecnico”.  Ma non dal punto di vista “politico”. E dal punto di vista “personale” mi inquieta molto. 

da La Repubblica fondata sull’insicurezza (ILVO DIAMANTI).

Perché a mia suocera piace Monti – di Massimo Cacciari su l’Espresso


sul libro : Ilvo Diamanti “Gramsci, Manzoni, e mia suocera

non c’è dubbio che “il pensiero di mia suocera” si muova oggi tutto nella prospettiva di questa liquidazione. Che è quella di una democrazia essenzialmente procedurale. La cultura di cui Monti è raffinato esponente è questa e non potrebbe essere diversamente. Solo che al posto di sua suocera il bocconiano citerebbe Joseph Schumpeter. Una democrazia procedurale si auto-riproduce attraverso il meccanismo del voto, come si trattasse di un bene in sé. Quando partecipazione era, invece, conflitto, tutte le parti concepivano, nei fatti, la democrazia come una via, un metodo per conseguire obiettivi-valori – non solo ciò valeva, in Italia, per socialisti e comunisti, ma anche, e per certi versi ancor più, per molti e decisivi settori del mondo cattolico, sulla base anti-liberista della dottrina sociale della Chiesa e, poi, dell’umanesimo integrale di Maritain.

Ma, ecco il paradosso in cui ci troviamo, proprio nel momento in cui la democrazia da mezzo o strumento o via diviene bene in sé, proprio in questo momento essa cessa di essere considerata un bene. O lo diventa soltanto per chi, attraverso le procedure che essa stabilisce, intende conquistare seggi, rendite, finanziamenti pubblici e non. Cessa di esserlo sia per l’”indignato”, sia per chi l’indignato vorrebbe vederlo ai ferri senza processo; sia per chi non vuole la Tav, punto e basta, che per lo pseudo-futurista che la mitizza come l’Opera del millennio. Mia suocera (e suo nipote) vogliono decisioni – in senso magari opposto, ma decisioni – e a nulla sono interessati meno che a “partecipare”. Questa è la ragione antropologica per cui Monti a loro “va bene” – o comunque mille volte meglio di quelli che avevano votato. Doloroso, ma vero.

TUTTO L’ARTICOLO QUI: Perché a mia suocera piace Monti – l’Espresso.

Ilvo Diamanti, La falsa leggenda dei ragazzi bamboccioni – Repubblica.it


non è chiaro di cosa siano, davvero, responsabili. Di quali colpe si siano macchiati. I giovani. A guardare dati e statistiche, a leggere le loro storie, molte “accuse” nei loro riguardi appaiono, francamente, prive di fondamento. 

I giovani devono scordarsi la monotonia del posto fisso, si dice. E il 30% dei giovani, in effetti, vorrebbe un lavoro sicuro (Demos-Coop, maggio 2011. Un dato analogo a quello proposto da Mannheimer ieri sul Corriere). Ciò significa, però, che il rimanente 70% antepone altri requisiti. Non ritiene il lavoro fisso una priorità. Peraltro il 65% dei giovani occupati (Demos-Coop, maggio 2011) considera il proprio lavoro “precario” oppure “temporaneo”. E il 60% pensa che, fra uno-due anni, avrà cambiato lavoro. 

D’altronde, il “posto fisso”, per loro, di fatto non esiste. Anzi, per molti giovani, non esiste neppure il lavoro. L’Istat, nelle settimane scorse, ha stimato il tasso di disoccupazione giovanile oltre il 30%. Il più alto dell’Eurozona. (Ma è molto più elevato tra le donne e sale al 50% nel Mezzogiorno). 

Le statistiche ufficiali, inoltre, valutano il peso dei lavoratori atipici e irregolari oltre il 30% tra i giovani (e intorno al 15% nella popolazione). Ma il fenomeno più significativo è riassunto dai “Neet” (acronimo della definizione inglese: Not in Education, Employment or Training). Quelli che “non” lavorano e “non” studiano. Sono oltre 2 milioni e 200 mila. Sospesi. Sulla soglia, fra studio e lavoro. Senza riuscire a entrare né di qua né di là.

Difficile considerarli “partigiani del posto fisso”. Visto che di fisso hanno solo la precarietà. Ma anche l’indisponibilità a lasciare la famiglia e la casa di origine mi pare una leggenda. 

Tutti quelli che possono, durante il percorso universitario, se ne vanno lontano. Svolgono un periodo di studi (utilizzando il programma Erasmus) in Università straniere. Svolgono stages, dottorati, corsi di formazione e perfezionamento in diverse città italiane, europee. Americane. D’altronde, 6 persone su 10 ritengono, ragionevolmente, che per ottenere un lavoro adeguato alle proprie competenze e per fare carriera, i giovani debbano andarsene dall’Italia (Demos-Coop, maggio 2011). 

Una convinzione che cresce particolarmente fra i più giovani. Alcuni anni fa (Demos 2004), oltre quattro giovani su dieci, residenti nel Mezzogiorno, si dicevano pronti a trasferirsi nel Nord o all’estero, pur di trovare lavoro. Difficile trattare da “bamboccioni” i giovani italiani. Che, al contrario, si sono ormai abituati a una vita da precari, al lavoro “temporaneo”. Ma proprio per questo utilizzano la famiglia e la casa di famiglia come una risorsa. Un salvagente. Una stazione di passaggio. 

Peraltro, non è facile staccare i giovani da casa, allontanarli dalla famiglia, in un Paese “immobiliare” come il nostro. Dove quasi 8 famiglie su 10 hanno la casa in proprietà. E il 20% ne ha almeno due. Dove il mercato degli affitti è limitato e caro. Basti pensare al costo di un posto letto per gli studenti universitari. 

Per questo non è chiaro perché a “liberare” l’Italia dal peso del passato debbano essere proprio loro. I giovani. Quegli “sfigati”. 

Come se la società e il mercato del lavoro fossero davvero “aperti”, regolati dal merito. Non è così.  …..

vai a tutto l’articolo: La falsa leggenda dei ragazzi bamboccioni – Repubblica.it.

Ilvo Diamanti “Gramsci, Manzoni, e mia suocera”


Esce oggi l’ultimo saggio di Ilvo Diamanti “Gramsci, Manzoni, e mia suocera”.  Il libro è dedicato agli errori dei politologi e all’incapacità di comprendere quel che succede nella società

di ILVO DIAMANTI

LA DISSONANZA fra pre-visioni e realtà, la stessa difficoltà a rilevarla e a riconoscerla, non possono non sollevare dubbi sull’adeguatezza degli strumenti teorici e metodologici adottati. Ho il sospetto, cioè, che gli approcci prevalenti negli studi e tra gli specialisti politici stentino a comprendere i cambiamenti, ma anche gli avvenimenti e i fenomeni più importanti dei nostri tempi. Perché concentrano la loro attenzione  -  spesso in modo esclusivo  -  sulle istituzioni e sugli attori politici a livello “macro” mentre sottovalutano, in particolare, quel che si muove nella società. Non solo, ma si disinteressano delle percezioni che si formano e prevalgono nelle relazioni interpersonali e locali. Ambiti ritenuti poco rilevanti, dal punto di vista euristico ma, prima ancora, epistemologico. Variabili socio-centriche inadatte, in quanto tali, a spiegare i fenomeni politici.

Tuttavia, è difficile considerare “dipendenti” le variabili che attengono ai fenomeni locali e micro-sociali  -  perché e in quanto tali. Il “clima d’opinione”, in particolare, non può essere considerato “solo” il prodotto della comunicazione progettata e dispiegata dalle istituzioni, dai poteri, dai media a livello centrale. I messaggi che definiscono l’Opinione Pubblica, oggi ancor più di ieri, sono infatti mediati dai “micro-climi d’opinione”. Intendo sottolineare, in questo modo, come il “clima d’opinione generale” debba fare i conti con le “mediazioni” locali e micro-sociali. Con mentalità e leader d’opinione che reinterpretano i messaggi generali. Li traducono e li trasmettono attraverso le reti sociali e personali che costellano il territorio, attribuendo loro un significato diverso e, talora, opposto rispetto alle intenzioni di chi li ha lanciati. Secondo un’eterogenesi dei fini che genera effetti non previsti e non desiderati dai protagonisti. (…)
Oggi stesso, d’altronde, nelle aree a forte presenza elettorale leghista, e quindi nelle province del Nord, gli elettori e i simpatizzanti del Carroccio sembrano convinti che la Lega, nonostante sia alleata di Berlusconi e al governo insieme a lui da un decennio (con la breve parentesi del governo Prodi), in effetti stia all’opposizione. La percepiscono come un Sindacato del Nord, impegnato a Roma a difendere gli interessi padani. A “portare a casa” il federalismo. Contro tutti. A ogni costo.

Per cui ogni responsabilità dei problemi economici e sociali che, in questa fase, preoccupano il Paese, ogni mancata riforma, ogni spiacevole conseguenza delle politiche pubbliche, da molti settori della popolazione del Nord (e non solo), viene spiegata rivolgendo gli occhi altrove. Anche quando i motivi di insoddisfazione coinvolgono il governo, gli elettori leghisti non si sentono coinvolti. Preferiscono spostare all’esterno la loro frustrazione. E talora ciò avviene anche tra gli elettori del centrodestra, in generale.

Racconto, a titolo di esempio “pop”, un fatto capitato qualche tempo fa, che mi è stato raccontato da una testimone privilegiata, ai miei occhi credibile e attendibile. Mia suocera. Recatasi al supermercato vicino a casa nostra, in fila davanti alle casse si trovò accanto a una “vecchina” (così la definì mia suocera, che, peraltro, ha ottant’anni). Intenta a guardare il carrello, quasi vuoto, l’anziana signora si lamentava. Perché il carrello ogni mese era sempre più vuoto, visto che la pensione le permetteva un potere d’acquisto sempre più ridotto. Ce l’aveva con i politici, responsabili della sua condizione. Ce l’aveva soprattutto con il governo, per definizione primo e diretto “colpevole” dei suoi problemi personali di bilancio. E inveiva apertamente, neppure in modo troppo silenzioso. Tanto che al colmo della rabbia esplose in un’invettiva contro quel “p… di Prodi”. Il principale colpevole. Sempre lui. Anche se da anni governava Berlusconi. E Prodi, ormai, non faceva (e non fa) più politica attiva. Ma il “senso comune” le impediva di accettare e riconoscere la realtà. Di mettere in discussione le sue convinzioni, le sue certezze. Più e prima che “politiche”: “personali”. Incardinate nella sua visione del mondo e della vita. Condivise con la sua cerchia di relazioni quotidiane. (…)

È dunque difficile capire quel che succede nella politica senza tenere conto della vita quotidiana, del senso comune, del territorio. Senza esplorare in profondità i luoghi dove i partiti, le istituzioni, la democrazia trovano le basi della loro legittimazione e del loro consenso. Assecondando la convinzione  -  superstizione?  -  che la comunicazione mediatica e in particolare la televisione risolvano tutto. Che i media, gli attori politici, in tempi di campagna permanente, possano manipolare ad arte e a loro piacimento il “consenso” dei cittadini. Al più, possono contribuire a cogliere e a plasmare il “senso comune”, come suggerisce la teoria della “spirale del silenzio” di Elisabeth Noelle-Neumann. Secondo cui gli individui cercano approvazione e conferma da parte degli altri, nei loro luoghi di vita. In quanto temono, soprattutto, di essere stigmatizzati se si pongono in contrasto con le opinioni che ritengono prevalenti. Per usare una categoria già richiamata in precedenza (e formulata proprio dalla Noelle-Neumann), esiste un esteso conformismo sociale, condizionato dal “clima d’opinione” dominante, che induce al silenzio coloro che si percepiscano minoranza. Ciò riguarda soprattutto (ma non solo) gli elettori “marginali”, definiti così perché stanno ai margini della scena politica e non hanno convinzioni forti. Temono, tuttavia, di sentirsi isolati e “perdenti” e, per questo, cercano di cogliere il pensiero della maggioranza.

Dispongono, a questo fine, di una “competenza quasi- statistica” (come la chiama ancora la Noelle-Neumann) che esercitano nel rapporto con l’ambiente sociale ma, soprattutto, attraverso l’esposizione ai media. I quali diventano doppiamente influenti nel formare il “clima d’opinione”. Da una parte, perché gli individui-spettatori attingono da essi informazioni e giudizi che vengono poi dati per scontati, diventano “reali” proprio perché legittimati dai media. Dall’altra parte, perché i media (soprattutto la televisione) condizionano le opinioni dell’ambiente sociale, dei gruppi e delle reti di relazioni in cui gli individui sono inseriti. E a cui gli individui chiedono conferma e rassicurazione. Da ciò il “silenzio” di quanti, per non sentirsi esclusi, preferiscono non sfidare il “senso comune”.

In fondo, qualcosa di simile l’aveva (de) scritto, qualche tempo fa, Antonio Gramsci. Il quale distingueva tra “buon senso” e “senso comune”. E citava, a questo fine, Alessandro Manzoni. Il quale nei Promessi sposi annotava che al tempo della peste “c’era pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione, contro l’opinione volgare diffusa”. Perché, aggiungeva Manzoni, “il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”. Un ragionamento che, senza voler apparire irriguardosi, potremmo applicare anche a noi stessi. Alla comunità scientifica di cui facciamo parte. Il “buon senso”, cioè, ci spingerebbe a interrogarci maggiormente su quel che avviene a livello locale e micro-sociale, nella sfera personale e interpersonale. A esplorare altre teorie e altri orientamenti metodologici. Ma il “senso comune” della comunità scientifica e degli specialisti, che con Kuhn potremmo definire “paradigma dominante” (in tempi di “scienza normale”), ci induce a far finta di nulla. A negare la realtà per non cambiare gli occhiali con cui la osserviamo. Dall’alto e di lontano.

(12 gennaio 2012)

 

 

da Il teorema di Gramsci la politica e la suocera – Repubblica.it.

L’arte di arrangiarsi non ci salverà di ILVO DIAMANTI – Repubblica.it


TEMO che il piano del governo per rispondere alla bufera dei mercati non produrrà gli effetti sperati. Non solo per i limiti relativi alle politiche annunciate, né per le turbolenze globali. Oltre a tutto ciò, c’è un altro problema: noi. Gli italiani. E lui. Berlusconi. Insieme al governo “eletto dal popolo”. In definitiva: il rapporto fra gli italiani e chi li governa. In parte, si tratta di una novità.
Gli italiani, infatti, nel dopoguerra, hanno sempre reagito alle emergenze, interne ed esterne. Basti pensare alla Ricostruzione degli anni Cinquanta e Sessanta. Quando l’Italia divenne uno dei Paesi più industrializzati al mondo. Gli italiani conquistarono il benessere, l’accesso all’istruzione di massa e ai diritti di cittadinanza sociale. Anche in seguito il Paese continuò a crescere. Soprattutto negli anni Novanta, grazie alle aree e ai settori in precedenza considerati “periferici”. Le piccole imprese, il lavoro autonomo, le province del Nord, il Nordest. In quegli stessi anni, gli italiani reagirono alla crisi – economica e politica – affidandosi ai governi guidati da Amato e Ciampi, all’intesa tra il governo e le parti sociali. Gli italiani, allora, affrontarono manovre finanziarie il cui costo complessivo superò largamente i centomila miliardi di lire. E pagarono molto anche tra il 1996 e il 1998, quando al governo erano Prodi e (ancora) Ciampi. Per entrare nell’Europa dell’Euro. Per non restare esclusi dall’Unione – peraltro ancora incompiuta. Pagarono caro, tra molte proteste, comprensibili. Ma pagarono. Perché compresero che non c’era alternativa, se volevano mantenere il benessere e lo sviluppo conquistati con tanti sacrifici. Oggi – lo ripeto – dubito seriamente che riusciremmo nella stessa impresa. Che saremmo – saremo – in grado di affrontare gli stessi costi e gli stessi sacrifici. Con gli stessi risultati.

Ci ostacola, anzitutto, la nostra identità sociale. Il nostro “costume nazionale”. Gli italiani, infatti, si sentono uniti dalle differenze, locali e sociali. Sono – siamo – un Paese di paesi: città, villaggi, regioni. L’Italia è, al tempo stesso, un collage, una “casa comune”, dove coabitano molte famiglie. Appunto. Perché gli italiani si vedono diversi e distinti da ogni altro popolo proprio dall’attaccamento alla famiglia. E ancora, dall’arte di arrangiarsi. Cioè, dalla capacità di adattarsi ai cambiamenti e di rispondere alle difficoltà. E, ancora, dalla creatività e dall’innovazione. Un popolo di creativi, flessibili, attaccati alla propria famiglia, al proprio contesto locale. E, puntualmente, lontano dallo Stato, dalle istituzioni, dalla politica, dal governo. Una società familista, in grado di affrontare le difficoltà “esterne” di ogni genere. In grado di crescere “nonostante” lo Stato e la Politica.

Si tratta di una cornice condivisa, come ha dimostrato il consenso ottenuto dalle celebrazioni del 150enario. Ma è ancora in grado di “funzionare” come in passato? Penso di no.

Il localismo, la struttura familiare e quasi “clanica” della nostra società: sono limiti alla costruzione di una società aperta, equa, fondata sul merito. Ostacoli a ogni tentativo di liberalizzare. Gran parte degli italiani, d’altronde, sono d’accordo sulle liberalizzazioni. Ma tutti, o quasi, pensano di trasmettere ai figli non solo la casa e il patrimonio, ma anche la professione, l’impresa e la bottega. E molti (soprattutto quelli che non hanno un lavoro dipendente) vedono nell’elusione e nell’evasione fiscale una legittima difesa dallo Stato inefficiente, esoso e iniquo. Il quale, da parte sua, non fa molto per allontanare da sé questo ri-sentimento.

Difficile, in queste condizioni, rilanciare la crescita, abbassare il debito pubblico, imporre il pareggio di bilancio. Anche se venisse imposto per legge. Anzi: con norma costituzionale.
Eppure – si potrebbe eccepire, legittimamente – in passato questo modello ha funzionato. Già: in passato. Quando eravamo (più) poveri. Quando dovevamo conquistare il benessere e un posto di riguardo, nella società. Per noi e i nostri figli. Quando la nostra economia e il nostro Paese dovevano guadagnare peso e credibilità, sui mercati e nelle relazioni internazionali. A dispetto dei sospetti e dei pregiudizi nei nostri confronti. Ma oggi non è più così. Non abbiamo più la rabbia di un tempo. Semmai: la esprimiamo nei confronti dello Stato e degli altri. Gli stranieri. E in generale: verso gli altri italiani. Sempre più stranieri ai nostri occhi.

Poi, soprattutto, è da vent’anni che il localismo, il familismo e il bricolage sono andati al potere. Interpretati dal partito delle piccole patrie locali: Nord, Nordest, regioni, città e quant’altro. E dal Partito Personale dell’Imprenditore-che-si è-fatto-da-sé. È da 10 anni almeno che lo Stato è stato conquistato da chi considera lo Stato un potere da neutralizzare. Da chi ritiene le Tasse e le Leggi degli abusi. È da 10 anni almeno che il pessimismo economico è considerato un atteggiamento antinazionale, un sentimento esecrabile che produce crisi. È da 10 anni almeno che “tutto va bene”, l’economia nazionale funziona, la disoccupazione è più bassa che altrove (non importa se è sommersa nell’informalità). E se oggi la nostra borsa e la nostra economia arrancano affannosamente – certo, insieme alle altre, ma molto, molto più di ogni altra – la colpa non è nostra, figurarsi. Ma degli altri: i mercati e gli speculatori – cioè, lo stesso. Perché non ci capiscono. Non tengono conto dei nostri “fondamentali”, solidi e forti.

Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno – non abbiamo – più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti – e furbi – non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti: è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l’abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico: è un limite. Perché se a chiederti di cambiare è un governo fatto di partiti personali e di persone che riproducono i tuoi vizi antichi: come fai a credergli?

Perché, in fondo, questo Presidente Imprenditore – e viceversa – in campagna elettorale permanente, quando chiede sacrifici, rigore, equità, non ci crede neppure lui. Strizza l’occhio, come a dire: sacrifici sì, ma domani… Basta che paghino gli altri. Peccato che domani – anzi: oggi – sia già troppo tardi. E gli altri siamo noi. L’arte di arrangiarsi stavolta non ci salverà. Tanto meno Berlusconi.

L’arte di arrangiarsi non ci salverà – Repubblica.it.

Ilvo Diamanti, Quando il cuore si ferma – Repubblica.it


L’Infarto mi ha cambiato. Mi ha fatto sentire solo e, al tempo      stesso, meno solo. Perché in un mondo di relazioni disattente e multiple tutto sembra uguale, in-differente. Durante e dopo l’infarto ti guardi dentro e intorno. E senti. L’importanza dei tuoi. La moglie, i figli. Mio padre, le mie sorelle. I legami stretti. Ma anche la rete delle persone che contano. E non sono poche.

L’infarto è un’occasione, se hai la fortuna di incontrarlo senza danni irreparabili. È un’occasione che ti è data. D’altronde, non può essere per caso. Che io lo senta, quando ancora non è arrivato. E che mi raggiunga a casa, e non in viaggio oppure lontano, come mi capita spesso e sempre più spesso. Che, di sabato, io trovi una sala operatoria preparata e una dottoressa, esperta pronta a operarmi. Come fossero lì, ad attendermi. Che tutto avvenga in una Unità terapeutica di eccellenza. Non può essere un caso. Per caso.

L’infarto è un’occasione, se lo accogli senza fingere. Che nulla sia cambiato. Che tutto continuerà come prima. Se non ti fai prendere dal panico e dalla paura. Dalla paura della paura.

L’infarto è l’occasione per ri-cominciare. Se ne sei capace. Per guardarti dentro e intorno. Perché domani, certo, è un altro giorno. Ma anch’io, oggi, sono un altro. Diverso da prima. E non sarò più lo stesso.
È il motivo per cui ho scritto queste cose. Non me le sono tenute dentro, per pudore e con paura. Ho raccontato i fatti miei. Ho esibito me stesso. (Sfidando il fastidio di molti a cui, sicuramente, dei fatti miei non interessa molto). Ma l’ho fatto – anzitutto e soprattutto – per me. Per non dimenticare.
Per impedirmi di ritornare. Indietro.

l’intero articolo qui: Quando il cuore si ferma – Repubblica.it.

Ilvo Diamanti, politologo vicentino, ieri è stato colpito da infarto. Lo ha salvato l’amico Vincenzo Riboni, primario del Pronto Soccorso, Il Giornale di Vicenza.it – Cronaca


Ilvo Diamanti, politologo vicentino, ieri è stato colpito da infarto. Lo ha salvato l’amico Vincenzo Riboni, primario del Pronto Soccorso. Gli aveva telefonato perché era atteso come relatore al convegno del Meic al Patronato Leone XIII, cui entrambi partecipavano. Diamanti non si sentiva bene ieri mattina e ha chiamato al telefono prima Mario Zocche, un altro iscritto al Meic, che gli ha passato Riboni. Il primario, capito al volo il problema, ha sollecitato Diamanti a farsi visitare al San Bortolo, dove lui stesso s’è recato. Il noto politologo, pro-rettore dell’università di Urbino ed editorialista de “La Repubblica”, è stato sottoposto a esami che hanno evidenziato problemi alle coronarie. Diamanti è stato sottoposto a intervento chirurgico e gli sono stati introdotti dei “palloncini” nelle coronarie. Attualmente è ricoverato all’Unità coronarica. È cosciente e ha superato la crisi acuta.

da: Il Giornale di Vicenza.it – Cronaca.

Ilvo Diamanti, IL CAVALIERE DIMEZZATO, La Repubblica – 14 febbraio 2011


IL CAVALIERE DIMEZZATO

La Repubblica – 14 febbraio 2011

di Ilvo Diamanti

Silvio Berlusconi resiste. Nonostante le inchieste, gli scandali e le proteste. Anzi, reagisce con violenza. Contro i nemici. La Magistratura, i giornali e i giornalisti della Repubblica Giudiziaria. Perfino – anche se in modo meno esplicito – contro il Presidente della Repubblica. Ma la sua posizione e la sua immagine ne hanno risentito sensibilmente. Come mostra il sondaggio condotto nei giorni scorsi dall’Atlante Politico di Demos per la Repubblica. Oggi, infatti, la fiducia dei cittadini nei confronti di Silvio Berlusconi ha toccato il fondo. La quota di italiani che ne valuta positivamente l’operato (con un voto almeno sufficiente) è ridotta al 30%. Meno che nel settembre 2005, quando il Cavaliere sembrava avviato a una sconfitta pesante alle elezioni politiche dell’anno seguente. Il che suggerisce di usare cautela, prima di darlo per finito, visto come sono andate le cose in seguito. Tuttavia, gli avvenimenti recenti fanno sentirei loro effetti. Quasi metà degli italiani ritiene vere le accuse rivolte dagli inquirenti a Berlusconi. E pensa che il Premier si dovrebbe dimettere. Meno del 20% considera, invece, falsi i fatti che gli sono addebitati. Anche se oltre metà degli italiani ritiene che, per quanto colpevole, il Premier resterà “impunito”. Come sempre. Anche per questo la fiducia in Berlusconi, oltre che limitata, appare in declino costante e precipitoso. È, infatti, calata di 5 punti percentuali negli ultimi due mesi, ma di 12 rispetto allo scorso giugno e addirittura di 18 rispetto a un anno fa. I motivi di insoddisfazione degli elettori, d’altronde, vanno al di là delle feste e dei festini a casa del Premier. Solo un italiano su quattro, infatti, pensa che il governo Berlusconi abbia «mantenuto le promesse». Quasi metà rispetto a due anni fa. Neppure gli elettori leghisti sembrano disposti ad ammetterlo. Da ciò la crescente in-credibilità di Berlusconi. Sempre più indebolito sul piano del consenso personale. Mentre tutti gli altri leader politici hanno migliorato la propria immagine presso gli elettori, negli ultimi due mesi. Nella maggioranza (e non solo), Tremonti resta il più apprezzato. Nel Terzo Polo, non solo Casini – di gran lunga il più stimato – ma anche Fini ha recuperato (un pò di) credibilità, dopo la battuta d’arresto subita il 14 dicembre. Nel Centro-Sinistra, infine, Vendola si conferma il «più amato», per quanto anche Bersani abbia allargato la propria base di consensi. È significativo il seguito di una outsider come Emma Bonino. Nonostante il peso elettorale, limitato, del suo partito. A conferma del disorientamento di quest’epoca, senza riferimenti fissi. Senza baricentri. Come emerge, con chiarezza, dalle intenzioni di voto. Contrassegnate, anzitutto e soprattutto, dal calo sensibile dei due partiti principali. Il PDL, infatti, scende al 27%, il PD al 24%. Insieme: poco più del 50%. Alle elezioni politiche del 2008 superavano il 70%. Segno definitivo che l’illusione bipartitica è finita. Compromessa – se non finita-insieme alla capacità di Berlusconi di unire e dividere il mondo (politico) italiano. Con la conseguente frammentazione, che, più degli altri, premia la Lega, a destra, e SEL, a sinistra. E’ interessante osservare come il quadro cambi sensibilmente di fronte a scenari di coalizioni possibili. In primo luogo, si assiste a una riduzione consistente degli indecisi. I quali, praticamente, si dimezzano con effetti evidenti sugli equilibri politici. Secondo le stime dell’Atlante Politico, infatti, l’attuale coalizione di governo, allargata alla Destra di Storace, perderebbe nettamente il confronto (57% a 43%) con una – ipotetica – “Grande Alleanza” di opposizione, che dal Terzo Polo arrivasse fino a SEL, passando per il PD e l’IdV. Ma appare sfavorita anche in una competizione tripolare. Il Centrosinistra (PD e IdV insieme a SEL) vincerebbe, infatti, in misura più larga rispetto a due mesi fa (6 punti percentuali in più). Aiutato, per un verso, dal voto di elettori incerti di centrosinistra; per altro verso, dalla crescita del Terzo Polo a spese del Centrodestra. Si spiega così la resistenza del Premier di fronte a ogni ipotesi di voto anticipato. Assecondato, con malcelato disagio, dalla Lega. Si spiegano, allo stesso modo, le telefonate del Premier durante le trasmissioni “nemiche”, la crescente pressione esercitata sui media. Ma anche la guerriglia condotta dagli uomini della maggioranza contro ogni sondaggio sfavorevole. Il Premier, il PdL, il centrodestra sono impegnati a modificare il clima d’opinione loro sfavorevole. Con ogni mezzo. E ad allontanare le elezioni anticipate. Visto che oggi il Centrodestra ha la maggioranza – ipotetica e incerta – in Parlamento, ma è minoranza nel Paese, fra gli elettori. In questo Paese spaesato non può sorprendere la crescita costante e vertiginosa dei consensi nei confronti del Presidente, Giorgio Napolitano. Verso cui esprime fiducia oltre l’80% degli italiani. Lo “stimano” quasi tutti gli elettori del PD, ma anche l’80% (circa) di quelli del PdL e oltre due terzi dei leghisti. È che il Presidente offre una sponda nel vuoto politico e nella crisi che scuote le istituzioni. D’altronde, le mobilitazioni e le proteste sociali delle ultime settimane, al di là delle specifiche rivendicazioni (ieri le donne hanno riempito le piazze in nome della propria “dignità), denunciano anch’esse un “vuoto” politico. Un deficit di alternativa.I1PD, d’altronde, non è più in grado, da tempo, di “fare opposizione”, da solo. Ma neppure di stabilire i confini e le condizioni di un’alleanza. Se promuovesse un’intesa esclusiva con il Centro, ad esempio, perderebbe, come mostra l’Atlante Politico. Il PD resta, comunque, determinante per costruire l’alternativa. Ma deve farlo in fretta. Oggi, un’alleanza tra le forze di opposizione avrebbe grandi possibilità di rappresentare la “maggioranza” – dei cittadini ma anche degli elettori. E ciò che teme Berlusconi. È il motivo per cui non vuole interpellare il “popolo sovrano”. Almeno in questa fase. Ma – per lo stesso motivo – il PD e gli altri partiti di opposizione dovrebbero rivendicare il ritorno alle urne. Al più presto. Indicando, fin d’ora, quale coalizione. Il programma è obbligato: ri-formare e ri-fondare questa Repubblica straordinaria, questa democrazia indefinita. In modo, per quanto possibile, condiviso. Anche se ci attenderebbe una campagna elettorale dura, durissima. In tempi duri, durissimi. Ma, come ha ammonito il Presidente della Repubblica, è meglio una battaglia a termine, per quanto aspra, di questa guerra quotidiana – senza fine e senza quartiere – fra Berlusconi e le istituzioni dello Stato. Da cui io, personalmente, mi sento ogni giorno di più, sconfitto.

Il gradimento per i leader

Che voto darebbe, su una scala da 1 a 10, a… (calori % di quanti esprimono una valutazione da 6 a 10)

Temonti 50,4 (+7,8 rispetto a dicembre)

Vendola 48,8 (+7,1 rispetto a dicembre)

Bonino 45.3 (dato comparativo non disponibile)

Casini 40,2 (+4,8 rispetto a dicembre)

Bersani 39,2 (+3,9 rispetto a dicembre)

Fini 35,3 (+6,2 rispetto a dicembre)

Grillo 35,2 (+4,6 rispetto a dicembre)

Di Pietro 33,0 (+2,0 rispetto a dicembre)

Bossi 31,6 (+2,6 rispetto a dicembre)

Berlusconi 30,4 (-4,6 rispetto a dicembre)

da: Emma Bonino – IL CAVALIERE DIMEZZATO.

Ilvo Diamanti, E se il Cavaliere uscisse di scena – Repubblica.it


Eppure “se”  -  e sottolineo “se”  -  all’improvviso Berlusconi uscisse di scena, messo all’angolo da coloro che hanno, da tempo, atteso (e preparato) questo momento. Ma anche da

molti “amici” e cortigiani, come avviene sempre al potente, quando cade in disgrazia. Allora: cosa accadrebbe? In primo luogo, si sfalderebbe la maggioranza. Quel patto tra partiti e gruppi raccolti intorno a lui  -  e da lui  -  dal 1994 fino ad oggi. La Lega, An, i gruppi post e neodemocristiani che ancora non si sono allontanati da lui, confluendo nel Terzo Polo.

Il Pdl, in primo luogo. L’ha detto a “Ballarò” il ministro Angelino Alfano, tra i più vicini al Premier. Senza Berlusconi, il Pdl non potrebbe esistere né resistere. Perderebbe senso e fondamento. Identità, organizzazione e risorse. Come un ghiacciaio enorme, dove stanno un po’ meno di un terzo degli elettori, ma una quota molto più ampia del sistema mediatico, della classe politica e amministrativa  -  centrale e locale: si scongelerebbe.

Poi, la Lega. Se ne andrebbe per conto proprio, attirando gli elettori, i gruppi economici e sociali, ma anche gli amministratori e i leader vicini alla sua proposta politica. Giulio Tremonti, per primo.
Nel complesso, si spezzerebbe quel puzzle fragile che Berlusconi aveva composto. Perché, va detto, Silvio Berlusconi è l’unico ad aver “unito” l’Italia, nella Seconda Repubblica. A modo suo, intorno a sé. Questa base elettorale e questo ceto politico, un tempo distribuito su base nazionale, nel passaggio da Fi al Pdl si sono meridionalizzati. Si disperderebbero. In che direzione? Nel Centro-Sud: un elettorato frammentato e instabile, largamente controllato da lobby locali, singoli leader, mediatori politici. Probabilmente si frazionerebbe ulteriormente, in tante piccole leghe meridionali. Nel Nord, invece, la Lega rafforzerebbe il suo radicamento e il suo peso elettorale. Non aderirebbe a una nuova alleanza di centrodestra con un partito rimasto senza leader. Ma, probabilmente, investirebbe, senza troppe remore, nell’indipendenza della “Padania”. Approfittando della crisi economica e delle difficoltà dell’euro. Il centrosinistra, perduto il “nemico”, si rifugerebbe nella sua fortezza di sempre. Le Regioni del Centro. Per non vedersi schiacciato dalla Padania, dal governo romano  -  di centrodestra  -  e dal Sud, fiaccato dalla crisi e dalla frammentazione.

Insomma, l’uscita di scena di Silvio Berlusconi accentuerebbe le divisioni del Paese, che egli, in questi anni, ha coltivato e dissimulato. E aprirebbe un vuoto di potere: politico e di senso. Visto che l’intera architettura di questa Repubblica è stata concepita da lui. E si regge su di lui. Perché Silvio Berlusconi è l’inventore della Seconda Repubblica. Colui che ha imposto la personalizzazione e il marketing in politica. Il format a cui si sono uniformati tutti i partiti, a destra e a sinistra. Berlusconi: ha alimentato l’anticomunismo e, in modo simmetrico, l’antiberlusconismo. Insieme al contrasto Nord-Sud e all’orientamento anti-romano, affermati dalla Lega, le fratture “ideologiche” più importanti degli ultimi 17 anni.

Se Berlusconi uscisse di scena ora, all’improvviso, non solo la maggioranza, ma anche l’opposizione di centrosinistra  -  il Paese stesso  -  si troverebbero spaesate. Il sistema politico italiano, scosso da conflitti politici e di leadership, perderebbe la bussola. Il corpo dello Stato, riassunto, insieme al corpo politico e sociale, rischierebbe di decomporsi, insieme al corpo del Capo, che li riassume tutti in sé. (Come ha evocato Mauro Calise, nella nuova edizione de Il Partito personale, edito da Laterza).

Lungi da me l’intenzione di legittimare l’esistente. Anche nelle “democrazie del pubblico” (come le chiama Bernard Manin, nel volume pubblicato dal Mulino), diffuse in Europa e in Occidente, Berlusconi costituisce un’anomalia. Per il grado di concentrazione dei poteri che ha realizzato. Lui, capo del governo, del partito maggiore, proprietario del più grande gruppo mediatico privato, ma influente anche sui media pubblici. È giusto superare questa anomalia, che condiziona da troppo tempo la nostra democrazia. Al più presto. Anche perché Berlusconi appare, da tempo, indebolito. Insieme a lui, si sono indeboliti: il sistema politico, il senso civico, per non parlare del rapporto con lo Stato e lo stesso Stato. Già tradizionalmente deboli, fra gli italiani. Si sono indeboliti anche i fragili legami di solidarietà che legano un Paese tanto diviso.

Tuttavia, occorre essere consapevoli che se Berlusconi abbandonasse la scena politica, per ragioni politiche o giudiziarie (o per entrambi i motivi), i problemi del Paese non si risolverebbero. All’improvviso. Ma si riproporrebbero seri e gravi. Non meno di adesso. Non ne usciremmo, non ne usciremo, senza realizzare le riforme annunciate ed eluse, dopo la fine della prima Repubblica. Ecco: se Berlusconi uscisse di scena, occorrerebbe ri-costruire, ri-formare e ri-fondare la nostra democrazia attraverso “un processo costituente condiviso”. Rinunciando al vizio e al brivido dell’anomalia. Anche se una “democrazia normale” non è nelle nostre corde, nella nostra tradizione.

da: E se il Cavaliere uscisse di scena – Repubblica.it.

“La sindrome della giovinezza”, di Ilvo Diamanti


La gioventù manifesta segni di disagio sempre più vistosi. Proteste e ribellioni si alternano a ondate di violenza urbana. In Europa e oltre. Lo ha scritto Bernardo Valli nei giorni scorsi su queste pagine, per spiegare il crollo del regime in Tunisia. «le rivolte giovanili -ha scritto Valli- sono potenti detonatori che possono imporre svolte politiche». Anche, se le tensioni espresse dai giovani non rivelano tematiche comuni, espresse da componenti specifiche. Disegnano, invece, una scena composita. Più che un movimento indicano, forse, una «sindrome». Un malessere che presenta sintomi diversi di origine diversa. Con un volto comune, riconoscibile dall´età. Giovane, talora giovanissima.

Gli episodi che compongono la “sindrome giovanile” sono numerosi ed eterogenei. Per contesto, contenuto, modello di azione. Ne isoliamo alcuni, particolarmente noti.
Ci sono, anzitutto, le rivolte studentesche. Si susseguono in diversi paesi europei, con vampate improvvise. In Grecia: nel 2008, dopo la morte di un ragazzo in seguito a scontri con la polizia. Negli scorsi mesi, dopo la manovra del governo per rispondere alla crisi economica e finanziaria. Adeguandosi alle condizioni imposte dalla Ue. In Inghilterra, il mese scorso, dopo la decisione del governo di aumentare le rette nelle università, è esplosa una vera guerriglia. Decine di migliaia di studenti, fiancheggiati dai genitori, hanno trasformato gli spazi intorno alla Camera dei Comuni e a Westminster in un campo di battaglia. In Francia è da anni che gli studenti manifestano. Nel 2006: contro la legge che istituiva il «contratto di primo impiego». Nello scorso autunno: contro la riforma che eleva l´età della pensione. Si sono mobilitati in massa, in tutta la Francia. La protesta degli studenti ha investito anche la Spagna, a sostegno degli scioperi proclamati dai lavoratori contro lo stato miserevole del mercato del lavoro e i tagli della spesa sociale.
In questa chiave vanno considerate anche le manifestazioni che si sono svolte in Italia, nello scorso autunno, contro la riforma Gelmini. Promosse da studenti e ricercatori.
Ma la sindrome giovanile non ha interessato solo le scuole e gli studenti. La contrassegnano anche le rivolte che hanno incendiato (letteralmente) le banlieue di Parigi nel 2005 – e in seguito. Protagonisti: non studenti, ma adolescenti «marginali» di origine africana e maghrebina.
Infine, va considerato anche ciò che sta avvenendo in Tunisia. Dove il regime guidato da Ben Ali è crollato all´improvviso, sotto la spinta di una rivolta che ha ragioni sociali, economiche e politiche profonde. Innescata dal gesto disperato di un giovane di 26 anni, Mohammed Bouaziz, laureato in economia, ambulante occasionale. Si è dato fuoco per protestare contro il sequestro del suo banchetto di frutta e verdura. E i giovani, gli studenti costituiscono una parte importante, forse maggioritaria, della mobilitazione che si è propagata nel paese. Contagiando la vicina Algeria, trascinata, anche lì, dai giovani.
Contesti diversi, motivi diversi, obiettivi diversi. Una comune connotazione generazionale. Marcata da problemi comuni.
La disoccupazione, anzitutto. Colpisce il 40% dei giovani (15-24 anni) in Spagna, il 20% nella zona di Parigi, il 25% in quella di Londra. E il 29% in Italia, ma 10 punti percentuali in più nel Mezzogiorno. In Tunisia – rammentava ancora Bernardo Valli – il 72% dei disoccupati ha meno di 29 anni. In Marocco: il 62%. In Algeria: il 75%. Dovunque, per i giovani, è divenuta normale la precarietà. In Italia, più di 2 milioni di giovani non studiano e non lavorano (dati Istat). Stanno lì, ai margini, ad attendere che qualcosa succeda. E intanto fanno lavori e lavoretti informali, oltre che temporanei. Si dice, con un po´ di retorica, che i giovani sono vittime di un «furto del futuro». Vero, ma non basta. Occorre aggiungere che il loro futuro è pesantemente consumato dal presente. La disoccupazione e la precarietà di oggi: appaiono senza fine. In-finite. Peraltro, la società, la politica, gli adulti: non offrono più modelli, né riferimenti. I sistemi di valore, le organizzazioni di rappresentanza politica, per primi i partiti. Sono in crisi. Prevalgono, invece, le logiche del marketing, dei media. Che schiacciano l´orizzonte sul presente. Anzi, sul “quotidiano”. Così si affermano sentimenti di sfiducia e delusione. Oppure, all´opposto, si diffondono le proposte fondamentaliste. Perché danno significato al malessere, alla protesta. Ma anche alla domanda di identità e di riconoscimento.
A questa sindrome contribuisce l´insofferenza verso la riduzione dell´intervento pubblico, in particolare – ma non solo – nella scuola e nell´università. I giovani temono il declino dello Stato previdenziale e provvidenziale – e, dunque, l´indebolirsi – ulteriore -delle garanzie per il “loro” futuro. Difficile spiegare loro che i tagli e le riforme servono a rimediare ai danni prodotti dai più anziani. Difficile chiedere loro di farsi carico della competizione globale. Di pensare in chiave futura, se il futuro – per loro – non esiste più. È stato abolito. Da qui la differenza da altre, precedenti, ondate di protesta. Il Sessantotto, in particolare. Era un movimento anti-autoritario. Progettuale. Oggi invece la protesta giovanile riflette uno stato di necessità. Anche in Italia, dove solo il 10% della popolazione ha tra 15 e 24 anni (in Tunisia è il 25%). La loro protesta è una forma di legittima difesa. Serve a rivelare al mondo che esistono. D´altronde, i giovani italiani sono largamente a-ideologici. Comunque, più a destra dei loro genitori (socializzati intorno al Sessantotto). Non credono nei partiti e neanche nel Parlamento. Sono presidenzialisti. D´altronde, sono cresciuti nell´era di B., della Lega e dei partiti personali. Comunisti e democristiani, per loro, sono parole in-significanti. Quando sono nati, il muro di Berlino era già caduto. Oppure era lì lì per crollare. Sono i ragazzi della Seconda Repubblica. Una generazione im-mediata. Ancora poco auto-consapevole. Non crede alle mediazioni ed è abituata a fare i conti con il presente immediato. Questi giovani, sono reattivi, pronti a sperimentare vecchie e nuove forme di partecipazione. Le loro famiglie: li tutelano, ma, al tempo stesso, li mantengono in libertà vigilata. Una condizione – in apparenza – comoda. In realtà, frustrante e sempre più difficile da sopportare. A (da) cui i giovani sperano di (s)fuggire. Prima o poi esploderanno anche loro.

La Repubblica 17.01.11

da: Manuela Ghizzoni – Deputata della Repubblica » Blog Archive » “La sindrome della giovinezza”, di Ilvo Diamanti.

L’alluvione a Vicenza,cronaca di una tragedia minore:Ilvo Diamanti


ancora non mi rendo conto di come possa essere accaduto. Il Bacchiglione – il fiume che ha travolto tutto, da Vivaro a Vicenza, passando per Cresole e Rettorgole, località di Caldogno – io lo conosco bene. Quando ho tempo e il tempo lo permette, lo risalgo in bici, lungo il greto. Vi entro al confine con Vicenza, il Ponte del Marchese, al confine con il Dal Molin, l’area dove, un giorno dopo l’altro, con rapidità sorprendente (e inquietudine immutata), vedo sorgere la base americana.

Da lì risalgo. Da una parte il corso d’acqua, dall’altro la campagna. Arrivato a Cresole, attraverso la strada e proseguo ancora, fino a Vivaro. Poi, di nuovo, passo la strada e continuo, in mezzo ai campi, costeggiando il Bacchiglione. Che definire “fiume” è sicuramente esagerato. Lì è un torrente che puoi attraversare in molti, diversi punti. A piedi. Visto che l’acqua è poca. Consumata dai campi. Cambia nome spesso, il Bacchiglione. Quando si avvicina a Vicenza si chiama Livelòn. In alcuni punti, d’estate, diventa Livelòn Beach, dove molti vicentini vengono a bagnarsi – fare il bagno è un po’ impegnativo. E a prendere il sole. Non riesco davvero a rendermi conto di come possa essere successo. Cosa abbia potuto trasformare il mio percorso salutista – che mi permette di stare per un poco solo con me stesso – in un fiume killer. Capace di travolgere tutto e tutti. Non è la valle del Nilo. Non ci sono colline che franano, intorno. Anche se sotto c’è un bacino di falde acquifere fra i più ampi d’Europa. Due giorni di pioggia improvvisa, battente e ininterrotta, insieme allo sciogliersi rapido delle nevi nelle montagne vicine (complici lo scirocco e un veloce rialzo della temperatura. Tutto ciò ha trasformato un torrente nel Nilo in piena. Inimmaginabile, per me. Anche se, in questi anni, ho visto – e raccontato – cose che voi umani…

Un territorio verde: urbanizzato senza limiti e senza regole. Caldogno, da quando sono arrivato, negli anni Ottanta, è passato da 4 a oltre diecimila abitanti. Nei prossimi anni dovrebbe superare il 20 mila. È la previsione che orienta le scelte urbanistiche. (Forse si attende l’arrivo degli americani.) Le strade, punteggiate di rotatorie, sempre più numerose. Spesso in punti incomprensibili: in mezzo ai campi – indicano che lì nascerà, presto, una nuova entità immobiliare. Un nuovo non-luogo abitato da stranieri. (Perlopiù “italiani”; ma stranieri perché estranei l’un l’altro.) E poi capannoni, zone artigianali e commerciali. E piscine, centri sportivi. Il territorio scompare, o comunque si nasconde. Non per caso avevo scelto quel torrente per i miei giri in bici. Ormai si tratta dell’unico percorso sicuro e tranquillo. Poche le piste ciclabili e sulle strade normali, anche le più periferiche, andare in bici è da pazzi. Io stesso, quando viaggio in auto, ne ho paura. E li “investo” … di male parole. Difficile chiedere troppo ai fiumi – e alle loro imitazioni. Difficile chiedere ai torrenti di fare gli straordinari, di affrontare prove e sfide straordinarie. Di domare l’irruzione di piene improvvise e imprevedibili. Gli argini, spesso, non ci sono più. E, comunque, i campi intorno non tengono. Anche perché, in molti casi, “livellati” dai cavatori. Le case sono lì a due passi. Sempre più vicine. L’acqua, uscita dagli argini, arriva in un attimo. E quando scende verso Vicenza, sempre più tumultuosa, non incontra più l’ultimo rifugio, l’ultimo sfogo. Il Dal Molin. È impermeabilizzato, messo in sicurezza. Oggi più che mai. Così l’onda scivola via. Prosegue sempre più grossa. E si abbatte su Vicenza senza ostacoli, senza freni, senza limiti. Gli amici di Vicenza che abitano presso Ponte degli Angeli dicono che tutto è avvenuto in fretta. Troppo in fretta. Quando hanno capito che l’acqua stava davvero uscendo dall’argine, scavalcava il ponte, invadeva piazza Matteotti, Santa Lucia e i dintorni. Era troppo tardi. Troppo tardi. Così come troppo tardi avevano capito quel che stava succedendo. Ora tutti cercano i colpevoli e si rimpallano la responsabilità, ma nessuno poteva immaginare l’inimmaginabile. E nessuno poteva immaginare che l’ambiente era lì, pronto a chiedere il conto di tanti decenni di incuria. In modo tanto clamoroso e violento.

da: L\’alluvione a Vicenza,cronaca di una tragedia minore:Ilvo Diamanti. Dal Molin impermeabile | ThienePiù » Quotidiano.

Ilvo Diamanti, “Sillabario dei tempi tristi”: fotografia di un paese alla deriva | Il Recensore.com


Sillabario dei tempi tristi” (Feltrinelli, 2009) di Ilvo Diamanti è un libro che non si nasconde dietro la maschera dell’ipocrisia mediatica, presentandosi, sin da subito, come una presa di coscienza lucida e illuminante su alcuni aspetti e avvenimenti che hanno coinvolto, sconvolto o anche solo incuriosito gli abitanti di questo strano e ambiguo paese chiamato Italia. L’autore, che collabora ormai da anni con il quotidiano “la Repubblica“, ha raccolto in questo libro i suoi interventi migliori, le sue diagnosi, le sue osservazioni.

Quel che ne vien fuori è una sorta di autoritratto attraverso fatti ed eventi della recente storia italiana. Fine osservatore di fenomeni sociali e politici, Diamanti organizza le sue riflessioni come fosse un “viaggiatore del suo tempo”: “Mappe”, “Atlanti” e “Bussole” diventano allora i nomi con i quali chiamare ragionamenti, analisi e impressioni di diversa grandezza e natura.

l’intera recensione di  Dario De Cristofaro qui:

“Sillabario dei tempi tristi”: fotografia di un paese alla deriva | Il Recensore.com.

Ilvo Diamanti, La leggenda del premier eletto dal popolo – Politica – Repubblica.it


Alle elezioni politiche del 2008 il partito di cui è leader Berlusconi, il Pdl, ha, infatti, ottenuto il 37,4% dei voti validi, ma il 35,9% dei votanti e il 28,9% degli aventi diritto. Intorno a un terzo del “popolo”, insomma. Peraltro, prima di unirsi con An, fino al 2006, il partito di Berlusconi era Forza Italia, che non ha mai superato il 30% dei voti (validi). Al risultato del Pdl si deve, ovviamente, aggiungere il 10% (o l’8%, a seconda della base elettorale prescelta) ottenuto dalla Lega. I cui elettori, però, non hanno votato per Berlusconi. Visto che al Nord la Lega ha sottratto voti al Pdl, di cui è alleata e concorrente. E quando ha partecipato al governo (come in questa fase) si è sempre preoccupata di fare “opposizione”. Questa considerazione risulta ancor più evidente se si fa riferimento al risultato delle recenti europee. Dove si è votato con il proporzionale e con le preferenze personali. Il Pdl, il partito di Berlusconi, ha infatti ottenuto il 35,3% dei voti validi, ma il 33% dei votanti e il 21,9% degli aventi diritto. Lui, il Presidente, ha personalmente ottenuto 2.700.000 preferenze. Il 25% dei voti del Pdl, ma meno del 9% dei votanti. Il risultato “personale” più limitato, dal 1994 ad oggi.

La leggenda del premier eletto dal popolo – Politica – Repubblica.it

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DIAMANTI I., Mappe dell’Italia politica


DIAMANTI I.

Mappe dell’Italia politica

Bianco, rosso, verde, azzurro… e tricolore

Collana “Contemporanea”

anno di pubblicazione 2009

in libreria dal 04/06/2009

Copertina 13156

– Un brano dal testo –

Fino agli anni ’80 la mappa politica dell’Italia appariva sostanzialmente stabile, imperniata su due “subculture” ben definite e radicate nel territorio, il mondo cattolico nelle zone bianche, le associazioni e le reti di solidarietà del movimento operaio nelle zone rosse. Poi, a partire dagli anni ’90, cambiamenti rapidi quanto profondi hanno portato alla scomparsa del bianco e alla sua sostituzione con il verde leghista, alla contrazione della zona rossa nell’Italia centrale, al declino della destra nel Sud, all’avanzata diffusa dell’Italia azzurra. In questa nuova edizione, Diamanti ricostruisce i vasti mutamenti politici avvenuti nell’ultimo decennio riproponendo come chiave di lettura il territorio. Si delinea così un’Italia tricolore, dove agiscono partiti personalizzati, presidenzializzati, al servizio del leader. Esprimono un discorso politico scarsamente ideologico, orientato all’interesse e al pubblico “nazionale”. Non si rivolgono ad aree sociali e territoriali specifiche, contrassegnate da colori specifici. E’ l’epoca della “politica contro il territorio”. Assimilati a oligarchie ristrette e centralizzati, i partiti sono apertamente criticati dalla base territoriale. Ma è anche l’epoca in cui la rivendicazione del “nuovo ad ogni costo” lascia intravedere i segni della tradizione. Saldamente radicati nel territorio.

Ilvo Diamanti è professore di Scienza politica e Comunicazione politica presso l’Università di Urbino. Sul quotidiano “la Repubblica” disegna “Mappe” della politica e della società contemporanea. Tra le sue pubblicazioni: con Donzelli “La Lega” (1993) e “Il male del Nord” (1996); con il Sole 24 Ore “Politica all’italiana” (2001).

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La geografia politica di Berlusconi di ILVO DIAMANTI analisi cartografiche del voto 2008




BASTA guardare la mappa elettorale del centrodestra per capire perché abbia vinto queste elezioni. E perché sarà difficile, in futuro, batterlo di nuovo. A differenza della coalizione a sostegno di Veltroni, quella guidata da Berlusconi ha una geografia “nazionale”La coalizione di centrosinistra, imperniata sul Pd, riproduce, invece, come sempre, la mappa della sinistra. In particolare: del Pci e dei suoi eredi. Pds, Ds. Il Pd, fino ad ora, non è riuscito ad allargare altrove le radici. E ha intercettato solo una parte degli elettori della SA (intorno al 30%, secondo i flussi elettorali calcolati dall’Istituto Cattaneo con il modello di Goodman, in alcune città del Nord). 

Il centrodestra, invece, è ben distribuito. Se consideriamo anche l’Udc e la Destra (in altri termini: i confini della CdL), raggiunge il 59% nel Nord e nel Sud, scende al 53% nel Centro-Sud (Lazio, Abruzzo e Molise), mentre è più debole nelle “regioni rosse”. Dove, comunque, totalizza il 43%. Il risultato migliore dal 1996 ad oggi. Simmetricamente, il centrosinistra è forte soprattutto nelle regioni rosse. (55%), ma scende notevolmente (al 39%) sia nel Nord che nel Sud. Nelle zone rosse, peraltro, il centrosinistra, in queste elezioni, consegue il risultato peggiore dopo il 1994.

ANALISI E CARTOGRAFIA DEL VOTO

Tuttavia, il centrodestra non ha un profilo territoriale stabile, nel tempo. Né, al suo interno, appare omogeneo. (Lo hanno messo in luce numerosi studi presentati al convegno nazionale della SISE, che si è svolto nei giorni scorsi a Firenze). La base elettorale della Lega e del PdL, infatti, propone un riassunto fedele del consenso ai partiti di governo durante la prima Repubblica. La Lega, in particolare, ricalca i confini della Democrazia Cristiana, nei primi decenni della Repubblica. Se ci concentriamo sull’elezione del 1948, un vero spartiacque per la nostra democrazia e il nostro sistema politico, la coincidenza appare impressionante. Fra le 13 province in cui la Legaottiene le percentuali di voto più elevate, nel 2008, 10 sono le stesse in cui la DC, nel 1948, consegue le performance migliori. 


Certo: la Lega è molto lontana dalla Dc delle origini. Tanto più da quella dei decenni successivi. Tuttavia, ne eredita il retroterra. Le province periferiche del Nord, costellate di piccoli paesi e di piccole aziende artigiane. Che, in seguito, si svilupperanno, in misura violenta, facendo di quest’area una delle più industrializzate e urbanizzate d’Europa. La Leganasce lì. E lì si consolida. Alla mediazione con lo Stato, espressa dalla Dc, sostituisce la spinta autonomista contro Roma e contro Torino. 

Contro la metropoli dell’economia di grande impresa. Contro la capitale della politica e dei partiti nazionali. La Lega contribuisce al crollo della prima Repubblica, aggredendo, alla radice,la Dc. Che rimpiazza, sul suo stesso territorio. In concorrenza, dopo il 1994, con Forza Italia e, da qualche mese, con il PdL. Tuttavia, questa Italia era e resta “leghista”. Da “zona bianca” a “verde”. Senza soluzione di continuità. La geografia del PdL, invece, è simmetrica. Centromeridionale. Con alcune roccaforti. Le isole, e soprattutto la Sicilia; inoltre, le province tirreniche del Centrosud, da sempre zone di forza di FI.

Inoltre, la Puglia, in cui è saldamente insediata AN. Un impianto territoriale che evoca i partiti di governo della prima Repubblica negli ultimi vent’anni. In particolare, dopo la prima metà degli anni Settanta. Non è un caso che la mappa del PdL ricalchi, in molti punti, quella dei partiti di governo nel 1992 (Dc e Psi, con il contributo del MSI). La meridionalizzazione del voto del PdL, come quella dei partiti di governo nel 1992, al tramonto della prima Repubblica, dipende in gran parte dall’affermazione della Lega. Che nel 1992 ottiene 3 milioni e 400mila voti, circa l’8,6%. Cioè: più di quel che ha conseguito alle elezioni politiche di un mese fa. A differenza del 1992, ma anche del 1996, in questa occasione la Lega si è presentata insieme ai partiti che, in precedenza, erano suoi avversari.

Tuttavia, il voto leghista resta un voto “autonomo”. Alternativo al centrosinistra. Ma diffidente verso il PdL. Il voto dell’alleanza guidata da Berlusconi è completato dal MpA di Lombardo. Definito, da alcuni, la “Lega Lombardo”, evocando l’intesa con la Lega Nord, alle precedenti elezioni. Ma anche una certa analogia con la biografia della Lega. Perché intercetta una parte del voto della Dc di un tempo (e, più di recente, dell’UdC). Soprattutto, ma non solo, nella Sicilia occidentale. Una sorta di Lega Sud, insomma, il cui rapporto con lo Stato centrale è altrettanto rivendicativo di quello della Lega. Anche se contiene e propone domande alternative.

Viste insieme, le zone politiche presidiate dai partiti dell’alleanza guidata da Berlusconi delineano una geografia nazionale, forte, soprattutto nel Nord, nel Sud e nelle isole. Con qualche segnale di insediamento anche nelle regioni rosse di centro. In prospettiva storica, evoca la frattura anticomunista, che ha condizionato il sistema politico ed elettorale della prima Repubblica. Il muro di Berlino, cui si è sovrapposto, in seguito, il “muro di Arcore”. Questo radicamento di lunga durata suggerisce un rapporto con il territorio molto stretto. Nel Nord, grazie alla presenza della Lega, in passato “partito dei piccoli produttori”, oggi “partito della sicurezza”. Una tema attraverso cui ha rafforzato l’identità locale. In senso difensivo e chiuso.

Rispondendo, però, a un diffuso spaesamento sociale. La Lega, inoltre, governa in molti comuni. Le stesse “ronde padane” funzionano come una base di “militanti in divisa”. Nel Mezzogiorno, PdL e MpA hanno utilizzato l’antica rete di relazioni particolaristiche, talora clientelari. Dopo la crisi dei partiti tradizionali, sono divenute più importanti. E più “libere”. Non a caso, negli ultimi anni, è cresciuta la rilevanza del “voto personale”, come ha osservato di recente Mauro Calise. Persone e clientele senza organizzazione. Ma ben radicate sul territorio.

Invece, il rapporto del Pd con la società e con il territorio è molto più incerto. Un problema che, come ha sottolineato Rossana Rossanda, affligge anche la sinistra comunista. Non è un caso che, in questa fase, il centrosinistra resista soprattutto nelle “zone rosse”, dove ha ereditato le radici sociali e associative, ma anche la cultura politica del passato. Mentre il “nuovo” modello organizzativo del Pd non è ancora chiaro. Le “primarie”, come metodo di mobilitazione della società, sono state utilizzate in modo intermittente. Per questo, anche a livello locale, i nuovi quadri faticano ad emergere. Frenati, perlopiù, dai gruppi dirigenti del passato: popolari e diessini; spesso, ex democristiani ed ex comunisti. Quanto al centrodestra, alla coalizione guidata da Berlusconi, le difficoltà che potrebbe incontrare sono implicite nel suo stesso modello di radicamento.

La prima è nella sua struttura territoriale. Il Nord presidiato dalla Lega, mentre il PdL non è mai stato tanto squilibrato a Sud. Dove risiede il 37% dei suoi elettori (il 14% nel Centrosud; il 34% nel Nord senza l’Emilia Romagna). Lega Nord, da un lato, PdL e Lega Sud (MpA), dall’altro, esprimono, però, domande diverse e contrastanti. Federalismo e libertà privata, gli uni. Protezione pubblica e intervento dello Stato, gli altri. In una fase di stagnazione economica e declino delle risorse, potrebbero entrare in conflitto. Come e più che in passato.

La seconda difficoltà sta nella sostanziale differenza rispetto al passato. Agli “antenati”. Quandola Dc e i suoi alleati erano cementati da interessi, ma anche ideologie, valori, organizzazione.La coalizione guidata da Berlusconi, invece, oggi ha un solo, insostituibile, punto di equilibrio. Una sola vera colla. Berlusconi. Il quale è, notoriamente, eterno e onnipresente.

La Repubblica

19 maggio 2008

Ilvo Diamanti: Bianco, rosso, verde e… azzurro. Mappe e colori dell’Italia politica


Ilvo Diamanti
Bianco, rosso, verde… e azzurro.
Mappe e colori dell’Italia politica.
12 marzo 2005
Ilvo Diamanti. Bianco, rosso, verde... e azzurro. mappe e colori dell'Italia politica
testi
introduzione di David Bidussaintervento di Ilvo Diamanti

da  Ilvo Diamanti: Bianco, rosso, verde e… azzurro. Mappe e colori dell’Italia politica.