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Paolo Ferrario: SCHEDE DIDATTICHE SU ALCUNE DEFINIZIONI DI “WELFARE STATE”
CONVERSARE SULLA CENTRALITA’ DELLA FILOSOFIA PER IL NOSTRO TEMPO ATTRAVERSO LA VOCE DI EMANUELE SEVERINO. Incontro con Paolo Ferrario, Como, 15 maggio 2012, ore 21
CONVERSARE SULLA CENTRALITA’ DELLA FILOSOFIA PER IL NOSTRO TEMPO ATTRAVERSO LA VOCE DI EMANUELE SEVERINO. Incontro con Paolo Ferrario, Como, 15 maggio 2012, ore 21
E’ NATO CON MOLTA SPONTANEITA’ IL DESIDERIO DI UN INCONTRO CON L’AMICOPAOLO FERRARIO, APPASSIONATO ESTIMATORE DEL FILOSOFO EMANUELE SEVERINO. CON ALESSANDRO ABBIAMO CONTEMPORANEAMENTE MATURATO L’INTERESSE DI INVITARLO NEL NOSTRO GRUPPO A TESTIMONIARCI IL SUO TIPO DI APPROCCIO CON LA FILOSOFIA.
L’INCONTRO, SECONDO NEL MESE , E’ PROPOSTO PER MARTEDI’ 15 MAGGIO ALLE H.21.00, A CASA MIA.
L’OCCASIONE E’ PARTICOLARE DATA LA MOLTEPLICITA’ D’INTERESSI, LA CURIOSITA’ E LA RICERCA DI TIPO ESISTENZIALE DELL’AMICO PAOLO.
DISCUSSIONE
Abbiamo parlato di:
RIMEDIO
FEDE E FILOSOFIA
delle ragioni del suo allontanamento dalla Università Cattolica
del rapporto di “anima” con la moglie Esterina
…
CONCLUSIONE
Con bellissima voce e dizione, una componente del gruppo ha letto l’inizio del libro IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI
Infine ci siamo salutati e detti che, forse, ci sarà un altro incontro. In futuro
Scheda su Carlo Tullio Altan, di Paolo Ferrario
I suoi studi e riflessioni hanno avuto per oggetto le religioni ed i simboli ( Lo spirito religioso del mondo primitivo, Il Saggiatore, Milano, 1960, Soggetto, simbolo e valore, Feltrinelli, Milano, 1992, Le grandi religioni a confronto, l’età della globalizzazione, Feltrinelli, 2002, Ethnos e Civiltà, Feltrinelli, Milano, 1995), i fondamenti dell’approccio antropologico alla analisi sociale ( Antropologia funzionale, Bompiani, Milano, 1968; Manuale di Antropologia Culturale, Bompiani, Milano, 1971; Antropologia, storia e problemi, Feltrinelli, Milano, 1983), Le classi sociali e i valori giovanili (con Alberto Marradi, Valori, classi sociali e scelte politiche, Bompiani, Milano, 1976; con Roberto Cartocci, Modi di produzione e lotta di classe in Italia,Mondadori-Isedi, 1979), la cultura civica degli italiani (La nostra Italia, Feltrinelli, Milano, 1986; Populismo e trasformismo, Feltrinelli, Milano, 1989).
Negli ultimi anni si dedicò all’elaborazione di un idealtipo dell’ethnos, analizzato nelle sue cinque componenti:epos, ethos, logos, genos e topos, allo scopo di trovare una soluzione scientifica sul piano dell’antropologia, al conflitto tra i vari etnocentrismi e l’esigenza di un nuovo ordine internazionale.
comunicazione personale e pubblica: regolette sistemiche per la buona conversazione, scheda di Paolo Ferrario elaborata sulla base dei libri di Paul Watzlawick
alcune regolette (purtroppo da me non sempre praticate) che ho appreso nei miei studi di Watzalawick (impossibile perfino copiarlo questo nome!) e amici sistemici:
1. mettersi d’accordo sull’oggetto della controversia
2. porre qualche limite all’oggetto della controversia
3. non interrompere colui che sta accusando (entro limiti ragionevoli di tempo direi: se il dilagamento è eccessivo occorre chiudere la falla)
4. evitare massimamente di ritorcere un accusa diversa contro di lui (esempio nella comunicazione coniugale: MG “la devi smettere di far tardi al bar”, MR “e tu la devi smettere di parlare per ore al telefono con le amiche”)
5. concordare luogo e tempo dove la “converszione conflittuale” deve avvenire. Ogni operazione di circoscrivere le zone del conflitto è salvatrice
6. tenere le opportune distanze. Siamo esseri territoriali e l’invadenza dello spazio soggettivo porta a schiaffi, calci, unghiate (reali e virtuali). Io per esempio sono stato brutalizzato su blog altrui: non solo venivo offeso (sono piuttosto permaloso, purtroppo) ma venivo azzannato dai commentatori che a loro volta venivano blanditi in modo collusivo da altri blogger presenti alla discussione. Ho anche notato che sono particolarmente tollerante se vengo “offeso” (rimando a tutta la discussione sulle tipologie dell’offesa) nel mio spazio. mi imbelvisco se vengo “offeso” in campo altrui. dunque se si impara dall’esperienza si può evitare di cadere nelle trappole
7. non superare la soglia della vulnerabilità dell’altro. colpire sul tallone di achille porta alla morte dell’eroe
8. considerare un conflitto come il risultato di comportamenti comunicativi reciproci e non come una esclusiva “colpa” dell’altro
è una lista che forse potrebbe arrivare al magico numero di dieci (anche cambiando l’ordine dei punti e qualche punto stesso)
La “prevecchiaia”, scheda di Paolo Ferrario
…
oggi c’è da rilevare un’altra dimensione emergente: negli anni compresi fra la mezza età e la vecchiaia, in quel tratto di vita in cui non si è più nel fiore degli anni ma neppure ancora davvero vecchi, ciascuno di noi passa attraverso un periodo di transizione che chiamo“prevecchiaia”. E’ andata a formarsi ed estendersi una condizione esistenziale che non è giovinezza, ma neppure vecchiaia. Parlo della realtà di un particolarissimo tempo biografico che nel passato non si era mai socialmente manifestato.
…
per l’intera scheda vai : La vita lunga, le età e la prevecchiaia | Muoversi Insieme.
SCRIVERE I LUOGHI DELLA VITA: ESPRESSIONI DEL GENIUS LOCI, seminario di autoformazione a cura di Paolo Ferrario e Luciana Quaia, LUA Libera Universita’ Autobiografia di Anghiari (Arezzo) – 28-30 Ottobre 2011
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- Per iscrizione: LUA Libera Università dell’Autobiografia – Scheda di iscrizione ai seminari
- Alloggiare ad Anghiari: http://www.lua.it/archivioSito/angh/ospitalita.html
ONLUS, scheda didattica
II dlgs 460/97 disciplina dal punto di vista fiscale gli enti non commerciali e introduce una nuova figura fiscale, quella delle Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (onlus).
Possono essere considerate onlus «le associazioni, i comitati, le fondazioni, le società cooperative e gli altri enti di carattere privato, con o senza personalità giuridica, i cui statuti o atti costitutivi, redatti nella forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata» (cfr. dlgs 460/97 art. 10, comma 1).
Sono in ogni caso considerate onlus le organizzazioni di volontariato iscritte nei registri regionali (legge 266/91), le cooperative sociali (legge 381/91) e le organizzazioni non governative (legge 49/87). Altri soggetti ammessi ad essere onlus sono: associazioni riconosciute e non riconosciute, società cooperative, comitati, fondazioni ed altri enti, purché rispondano ai seguenti criteri:
Le onlus non devono avere fini di lucro e non possono distribuire eventuali utili neppure indirettamente.
• Attività. La loro attività principale deve essere di utilità sociale
• Bilancio. Le onlus devono redigere il bilancio o rendiconto annuale. Le cooperative sociali restano assoggettate alla normativa specifica.
• Ordinamento democratico. Le onlus devono possedere un ordinamento interno democratico, che preveda, cioè, norme omogenee ed effettive che regolano l’ammissione, l’espulsione ed i diritti dei soci. Lo statuto deve prevedere, per gli associati maggiori di età, il diritto di voto per l’approvazione e le modificazioni dello statuto e dei regolamenti e per la nomina degli organi direttivi dell’associazione.
• Utilizzo della locuzione «onlus». Le onlus devono utilizzare la locuzione «organizzazione non lucrativa di utilità sociale», nella denominazione e in qualsiasi comunicazione rivolta al pubblico (come ad esempio le diciture spa o srl dopo il nome delle società). Questa prescrizione può sembrare irrilevante ed invece risulta molto importante: numerosi riconoscimenti sono stati negati per averla omessa.
I consorzi di cooperative, gli enti pubblici, le società commerciali, partiti e movimenti politici, sindacati, associazioni di datori di lavoro, associazioni di categoria non possono assumere la qualifica di onlus.
Attività istituzionali e attività connesse
Le onlus devono svolgere la propria attività principale (istituzionale) in uno o più settori tra questi:
• assistenza sociale e socio-sanitaria; beneficenza; tutela e valorizzazione delle cose d’interesse artistico e storico; tutela e valorizzazione dell’ambiente; ricerca scientifica di particolare interesse sociale.
• assistenza sanitaria; istruzione; formazione; sport dilettantistico; promozione della cultura e dell’arte; tutela dei diritti civili, solo se tali attività vengono rivolte a soggetti svantaggiati (intendendo come soggetti svantaggiati, non solo quelli previsti nel decreto relativo alle cooperative sociali di tipo B, ma anche altre categorie a rischio di esclusione: ad esempio profughi o minori a rischio). L’art. 10 vieta di svolgere attività diverse da quelle istituzionali, ad eccezione di quelle definite come direttamente connesse.
Si considerano attività connesse:
• quelle di assistenza sanitaria, istruzione, formazione, sport dilettantistico, promozione della cultura e dell’arte, tutela dei diritti civili, quando non dirette ai soggetti svantaggiati;
• quelle «accessorie per natura a quelle istituzionali, purché integrative». Ad esempio, se un’associazione ambientalista vende magliette per finanziare la propria campagna contro la deforestazione, l’attività istituzionale è «la campagna di tutela della natura» e quella accessoria è la vendita di magliette.
Le attività connesse sono soggette a due limiti:
1. Qualitativo. Non devono essere prevalenti rispetto a quelle istituzionali, in termini di investimenti, ed impiego delle risorse materiali ed umane.
2. Quantitativo. I proventi delle attività connesse non devono superare il 66% delle spese complessive dell’organizzazione.
FONDAZIONI, scheda didattica
La fondazione è regolata dagli articoli che vanno dal 12 al 35 del Codice civile. A differenza dell’associazione -che ha carattere personalistico – l’elemento base della fondazione è il patrimonio.
La fondazione di solito è costituita con un atto unilaterale (un testamento o una donazione) attraverso il quale un patrimonio è devoluto al raggiungimento di un determinato scopo (di solito di pubblica utilità).
La fondazione gode sempre di personalità giuridica. Il riconoscimento avviene con decreto del presidente della Repubblica o del presidente della Regione (se l’ambito d’azione è quello regionale). La fondazione non è una struttura democratica e gli organi (gli amministratori e il collegio dei revisori) sono deputati solo all’amministrazione del patrimonio. Per la rilevanza dell’elemento patrimoniale, i controlli dell’autorità pubblica sono molto stringenti.
Le fondazioni possono svolgere direttamente attività volte a perseguire i fini statutari, oppure possono occuparsi esclusivamente della gestione del patrimonio, finanziando altri soggetti che svolgono attività ritenute meritevoli dagli amministratori.
Merita un approfondimento una diversa fattispecie di fondazione, regolata con il decreto legislativo n. 153 del 1998, la fondazione bancaria.
La legge Amato del 1993 prevede che le fondazioni bancarie non abbiano più partecipazioni di maggioranza nelle casse di risparmio, per evitare che la maggior parte del patrimonio risulti ad esse vincolato e per far sì che la loro attenzione si fecalizzi sul raggiungimento di scopi di utilità sociale.
Con una recente modifica del loro statuto, in base al dlgs 153/98, le fondazioni bancarie devono per legge devolvere una percentuale dei proventi del loro patrimonio in attività o progetti di rilevanza sociale. Il decreto individua sei settori rilevanti, nei quali la fondazione può scegliere di impiegare il proprio patrimonio: assistenza e sanità; ricerca scientifica; attività culturali; arte; ambiente; istruzione. Essa può decidere di erogare denaro ad organizzazioni non profit che operano nei sei settori individuati, oppure può decidere di svolgere direttamente attività d’impresa nei suddetti settori, un’attività strumentale al raggiungimento dello scopo di utilità sociale.
ASSOCIAZIONI, Scheda didattica a cura di Paolo Ferrario
Le associazioni
La libertà di associazione è riconosciuta dall’ari. 18 della Costituzione. Nonostante l’importanza dell’associazione, poche sono le norme che la riguardano. La forma dell’associazione è regolata dall’articolo 12 e dagli articoli che vanno dal 14 al 24 del Codice civile.
Le associazioni si dividono in associazioni riconosciute (in minoranza) e non riconosciute (la maggior parte).
Le associazioni riconosciute hanno autonomia patrimoniale, che implica la responsabilità limitata dei soci. Questo significa che per le obbligazioni assunte in nome e per conto dell’associazione, risponde l’associazione stessa. Proprio in virtù dell’autonomia patrimoniale, la legge detta norme sulla forma e sul contenuto dell’atto costitutivo o dello statuto, in materia di assemblea (convocazione e maggioranze), di esclusione dei soci. La richiesta di riconoscimento deve essere effettuata presso la prefettura o presso la Regione di appartenenza. La legge prevede un controllo sullo status patrimoniale in riferimento allo scopo da perseguire. La registrazione presso il Tribunale deve avvenire entro 15 giorni dal riconoscimento. Sono sottoposti all’obbligo di registrazione i seguenti atti: modifiche dell’atto costitutivo e dello statuto (modifiche che vanno approvate dall’autorità governativa); trasferimenti di sede; sostituzione degli amministratori; deliberazioni di scioglimento.
Le associazioni non riconosciute non godono di autonomia patrimoniale e responsabilità limitata, per cui la responsabilità patrimoniale è di coloro che hanno agito in nome e per conto dell’associazione. Ad esempio, chi firma un assegno per conto di un’associazione non riconosciuta, risponde con il suo patrimonio personale. Gran parte delle associazioni presenti in Italia non fanno richiesta per il riconoscimento.
Per costituire un’associazione sono necessarie almeno tre persone. Per prassi si redigono l’atto costitutivo (atto che sancisce la costituzione dell’associazione) e lo statuto (atto che regola il funzionamento dell’associazione), che sono necessari se si vogliono richiedere fondi pubblici ed agevolazioni, ma non sono obbligatoli. Gli atti possono essere registrati presso un notaio (via più semplice ma più costosa) oppure presso l’ufficio del registro comunale presente in ogni città.
Lo statuto in genere contiene: la denominazione; lo scopo; la sede; regole sull’ordinamento interno e l’amministrazione; il patrimonio (obbligatorio per le associazioni riconosciute); i diritti e gli obblighi degli associati e le condizioni delle loro ammissione.
I soci possono essere sia persone fisiche che giuridiche. Gli organi di un’associazione di norma sono:
• l’assemblea (che si riunisce almeno una volta l’anno per l’approvazione del bilancio, la nomina degli altri organi, la determinazione dell’indirizzo dell’associazione, le modificazioni dello statuto);
• il presidente (a cui in genere spetta la rappresentanza dell’associazione);
• il comitato esecutivo, o direttivo (un organo che regola la vita interna dell’organizzazione);
• il tesoriere (che si occupa delle questioni amministrative);
• se i soci fondatori lo ritengono opportuno possono essere inserite altre figure di rappresentanza (come il vicepresidente), o di controllo (i revisori dei conti o i probiviri, il comitato dei garanti).
La legge 383/2000 disciplina il riconoscimento e la costituzione delle associazioni di promozione sociale: il testo approvato detta le regole fondamentali e le norme per la valorizzazione dell’associazionismo di promozione sociale. Sono considerate associazioni di promozione sociale sia le associazioni riconosciute che quelle non riconosciute, costituite con l’intento di svolgere attività di utilità sociale a favore degli associati e di soggetti terzi.
II testo di legge esclude che i partiti politici, i sindacati, le associazioni di categoria e tutte quelle associazioni che hanno come finalità la tutela degli interessi economici degli associati possano considerarsi associazioni di promozione sociale.
Nello statuto devono essere espressamente previste, tra l’altro, norme sull’ordinamento interno ispirate ai principi di democrazia e di uguaglianza tra gli associati e l’obbligo di reinvestire l’eventuale avanzo di gestione nelle attività istituzionali. In caso di scioglimento dell’associazione, il patrimonio residuo dev’essere devoluto a fini di utilità sociale (così come è espressamente previsto dal decreto sulle onlus). La legge ha previsto l’iscrizione presso registri nazionali (per le associazioni di rilevanza nazionale), registri regionali e provinciali. In tali registri devono risultare l’atto costitutivo, lo statuto, la sede e l’ambito territoriale di attività.
Karl Polany, economista e sociologo, (veloce e sommaria) Scheda didattivìca sull’opera, a cura di Paolo Ferrario
Karl Polany (1886-1964) è un classico studioso delle scienze sociali contemporanee che ha offerto contributi di rilievo
- allo studio dei rapporti tra economia e società,
- alla critica del paradigma dominante in economia,
- alla analisi delle istituzioni economiche
- e alla interpretazione dei meccanismi istituzionali e delle contraddizioni della società industriale.
Polany è un autore dell’approccio istituzionalista. Per lui l’economia è inserita o incorporata nella società, e i processi economici
- del produrre,
- del distribuire
- e dell’allocare risorse
sono attività essenziali di ogni società che, tuttavia si svolgono entro quadri istituzionali diversi, ovvero con motivazioni, significati, leggi e ordinamenti differenti.
Il rapporto tra economia e società si configura per Polany in modo diverso nelle diverse epoche storiche. Egli afferma infatti che di regola, l’economia dell’uomo è immersa nei suoi rapporti sociali e che “l’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel possesso di beni materiali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione sociale, le sue pretese sociali, i suoi vantaggi sociali“
L’eccezionalità del capitalismo moderno consiste nel fatto che in esso “non è più l’economia ad essere inserita nei rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali ad essere inseriti nel sistema economico” fino al punto di una “conduzione accessoria ” della società rispetto al mercato regolato da prezzi.
Per Polany l’economia si sottrae al controllo della società e subordina alle proprie esigenze gli altri aspetti della vita sociale.
Il nucleo centrale della critica di Polanyi è costituito da tre grandi centri di attenzione strettamente collegati:
1) L’economia di mercato e le sue contraddizioni;
Una economia di mercato è un sistema economico controllato, regolato e diretto soltanto dai mercati; l’ordine nella produzione e distribuzione delle merci è affidato a questo meccanismo autoregolantesi. Una economia di questo tipo deriva dalla aspettativa che gli esseri umani si comportino in modo tale da raggiungere un massimo di guadagno monetario.
2) Il mercato autoregolato che rappresenta l’istituzione fondamentale del capitalismo liberale;
Un mercato autoregolato richiede:
- la separazione istituzionale della società in una sfera economica ed una politica;
- l’esistenza di istituzioni economiche separate;
- una economia di mercato deve comprendere tutti gli elementi dell’industria compreso il lavoro, la terra e la moneta (concetto di merce);
3) la pretesa della teoria economica classica e neo classica di attribuire validità universale al paradigma economico mezzi – fini.
Polany contesta la validità universale delle leggi dell’economia classica e neo-classica, che viene relativizzata come efficace modello interpretativo della sola economia di mercato. La pretesa universalistica di tale disciplina nasce, secondo Polanyi, dalla “fallacia economicistica “, ovvero dall’errore logico di confondere due significati distinti del concetto di economia, quello “sostanziale ” che definisce il rapporto istituzionalizzato tra gli uomini e il loro ambiente naturale e sociale, diretto al soddisfacimento dei bisogni, e quello “formale ” che deriva dal rapporto logico tra mezzi e fini e implica la scarsità dei mezzi e la scelta tra alternative.
Ora mentre l’aspetto fisico dei bisogni dell’uomo fa parte della condizione umana e, quindi, nessuna società, può esistere senza possedere un qualche tipo di economia sostanziale, il meccanismo offerta-domanda-prezzo è, invece, un istituzione relativamente moderna, avente una struttura specifica che non è facile costituire né fare funzionare.
La fallacia economicistica è a sua volta imputabile allo sviluppo, negli ultimi due secoli di storia dell’Europa occidentale e dell’America, di un’organizzazione delle condizioni della sopravvivenza umana, costituito da un sistema di mercati regolatori dei prezzi, in cui gli atti di scambio effettuati in tale sistema comportano scelte tra mezzi scarsi, e “il significato formale e quello sostanziale di economia vengono in pratica a coincidere ” alimentando la convinzione che vi sia un unico modo di istituzionalizzazione delle attività economiche nei vari tipi di società.
Già nella Grande Trasformazione vi è una critica del postulato dell’homo oeconomicus. Scrive Polany che i “suggerimenti di A. Smith sulla psicologia economica dell’uomo primitivo erano tanto falsi quanto la psicologia politica del selvaggio di Rousseau. La divisione del lavoro, un fenomeno antico quanto la società, nasce da differenze inerenti al sesso, alla geografia e alle doti individuali e la presunta disposizione dell’uomo al baratto, al commercio e allo scambio è del tutto apocrifa “.
La critica dell’economia diventa più aspra con riferimento ai successori di A. Smith. Mentre Smith e Marx sono, infatti, in parte “risparmiati” per la loro capacità di concepire l’attività economica entro un preciso contesto sociale, Ricardo, Malthus e Townsend sono violentemente criticati per il loro naturalismo, cioè per la loro pretesa di considerare le leggi contingenti del modello di mercato come leggi di natura e universalmente valide. “Mentre gradualmente si apprendevano le leggi che governano un’economia di mercato, queste leggi venivano poste sotto l’autorità della natura stessa. La legge dei rendimenti decrescenti era una legge della fisiologia delle piante, la legge malthusiana della popolazione rifletteva il rapporto tra la fecondità dell’uomo e quella del suolo” e la disponibilità di cibo costituiva il limite naturale oltre il quale gli esseri umani non potevano moltiplicarsi, cosicché la fame diventa l’unico criterio regolatore di una società di “liberi “individui nella parabola delle capre e dei cani, ricordata da Townsend.
Secondo Polany il paradigma economico dominante concepisce la società economica come sottoposta a leggi che non sono leggi umane. Per trovare approcci alternativi capaci di reintegrare la società nel mondo umano bisogna superare decisamente i confini del pensiero economico. Marx si muove nella direzione giusta, ma a causa della sua troppo stretta aderenza a Ricardo e alle tradizioni dell’economia liberale resta nel paradigma economicstico.
Particolarmente severo è il giudizio sugli economisti neo- classici come Von Mises (nel 1920 aveva proclamato un vero e proprio manifesto liberale – Solo il libero mercato consente di misurare attraverso la formazione dei prezzi, la scarsità relativa delle risorse e quindi evidenzia la irrazionalità della pianificazione), Hayek e Robbins.
Polany non critica tanto le categorie dell’analisi economica quanto il suo quadro ideologico generale, l’utilitarismo, l’individualismo, il formalismo razionale, il naturalismo a-storico. Razionalismo, individualismo e spirito acquisitivo, costituiscono per Weber e Sombart i valori fondamentali della cultura borghese che tanta parte ha svolto nell’affermazione del capitalismo di mercato, mentre il naturalismo nasce dal tentativo consapevole di Smith di fondare l’autonomia della scienza economica mutuando il metodo delle scienze della natura. Anche Polanyi attribuisce grande importanza a questi orientamenti culturali, ma mette in luce soprattutto l’influenza negativa da essi esercitata nel favorire un’istituzione come il mercato autoregolato che ha subordinato la società all’economia.
Lo sforzo di Polanyi è rivolto a mostrare come esistano forme di istituzionalizzazione delle attività economiche diverse dallo schema mezzi – fini.
Più specificatamente, Polanyi si sforza di dimostrare che il complesso concorrenziale mercato-moneta-prezzo, che opera nel contesto giuridico della proprietà privata e del libero contratto e nel contesto culturale dell’economizzare, “è stato assente e ha svolto un ruolo subordinato durante la maggior parte della storia umana“. Ciò appare chiaro se si ritorna alla nozione di economia e si esaminano i diversi contesti istituzionali in cui tale sfera opera.
L’analisi dell’economia come processo istituzionale è necessaria non solo per comprendere realtà diverse dal capitalismo liberale, ma anche per comprendere i problemi specifici della società contemporanea emersa dalla crisi del mercato autoregolato, correggendo la distorsione prodotta dalla fallacia economicistica e contribuire, quindi, alla loro soluzione.
Sostenendo che il significato sostanziale di economia è quello universale e il significato formale quello storicamente contingente, il lavoro di Polany è teso a dimostrare che i principi dell’economizzare non sono universalmente presenti. Le analisi del commercio, della moneta, dei mercati, che costituiscono l’oggetto privilegiato della sua indagine perché sono più facilmente oggetto di fraintendimenti dovuti all’impiego delle categorie dell’economia formale, mostrano che “i rapporti interpersonali basati sul dare e ricevere sono tipicamente incorporati in una vasta rete di impegni sociali e politici che non consentono agli individui di massimizzare i vantaggi economici ottenuti in queste relazioni” e aprono la strada alla elaborazione di una teoria “dei movimenti appropriativi” dei fattori della produzione.
La tesi della eccezionalità del capitalismo liberale e la critica della teoria economica formale diedero vita a un ampio e composito progetto di studi e ricerche interdisciplinari, ispirate da Polany, sulle società primitive e le società antiche, che si proponevano di dimostrare l’esistenza di meccanismi istituzionali di integrazione sociale dell’economia diversi dal mercato autoregolato e di sostenere l’esigenza di categorie di analisi diverse dallo schema domanda offerta prezzo.
Il risultato teorico più interessante scaturito dai risultati di queste ricerche è la concezione dell’economia come processo istituzionalizzato e la connessa tipologia delle forme di integrazione, transazione o appropriazione.
Dunque Polany concepisce l’economia, nel suo significato sostanziale, come un processo istituzionalizzato di interazione tra l’uomo e il suo ambiente, che da vita a un continuo flusso di mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni. Uomini, mezzi materiali, capitali, conoscenze tecniche, tutto ciò che contribuisce alla produzione deve spostarsi da una parte all’altra della società e i prodotti di questa attività devono essere ridistribuiti tra i membri della società. Accanto ai movimenti fisici acquistano fondamentale importanza i movimenti appropriativi, derivanti sia da transazioni che da disposizioni.
L’organizzazione sociale del potere appropriativo costituisce quindi, la matrice istituzionale che ordina i rapporti economici tra gli uomini e definisce il posto dell’economia nella società, nel senso che individua le condizioni sociali da cui scaturiscono le motivazioni individuali e l’insieme dei diritti e dei doveri che sanciscono i movimenti con cui i beni e le persone partecipano al processo economico.
Lo studio del modo in cui i sistemi economici concreti sono istituzionalizzati, cioè acquistano stabilità e unità viene effettuato mediante una tipologia che identifica tre schemi di integrazione o modi di transazione fondamentali:
- la reciprocità,
- la ridistribuzione
- e lo scambio
Reciprocità e ridistribuzione svolgeranno un ruolo centrale nel pensiero di Polany.
Nel linguaggio corrente, tali concetti sono spesso impiegati per indicare rapporti tra persone. Ma nell’accezione di Polany non si tratta di semplici aggregati di comportamenti individuali, ma di strutture che identificano i tipi di provvedimenti istituzionali che regolano i rapporti tra i partecipanti al processo economico.
Queste strutture comportano diverse modalità di distribuzione nello spazio:”La reciprocità sta ad indicare movimenti tra punti correlati di gruppi simmetrici (principio di simmetria); la ridistribuzione indica movimenti appropriativi in direzione di un centro e successivamente provenienti da esso (principio di centricità); lo scambio si riferisce a movimenti bilaterali che si svolgono tra due “mani” in un sistema di mercato“.
I comportamenti di reciprocità tra le persone integrano l’economia solo se esistono strutture organizzate simmetricamente come il sistema parentale, gli atti di ridistribuzione presuppongono l’esistenza di un centro politico che raccoglie e alloca risorse e gli atti di scambio tra individui producono prezzi solo quando hanno luogo i mercati regolatori dei prezzi.
Ciascuna delle tre forme identifica i principi di organizzazione sociale e moventi di azione che si possono applicare ad aree ampie ed eterogenee di attività sociale: “la tacita mutualità tipica della sfera sociale dei rapporti affettivi diretti (nella famiglia, nel gruppo amicale, nella comunità, ecc.) il controllo razionale, rivolto a fini collettivi, delle regole formali e dell’autorità centrale e l’interesse personale economicamente razionale dei rapporti di scambio“. Così intese, queste forme potrebbero essere denominate i principi sociale, politico ed economico dell’ordinamento della società.
Nella tipologia delle forme di integrazione di Polany vi sono due questioni aperte che è opportuno esaminare per valutarne il grado di compiutezza teorica, e cioè il problema della dominanza delle diverse forme di integrazione nelle diverse situazioni storiche e delle loro sequenze temporali e il problema dei meccanismi di transizione da una forma all’altra.
Polany dice chiaramente che le “forme di integrazione non rappresentano <stadi> dello sviluppo e non implicano alcuna sequenza temporale, e che, a fianco della forma dominante possono esisterne diverse altre, secondarie, e la stessa forma dominante può ricomparire dopo un periodo di eclisse temporanea“.
Polany, ostile ad una economia dominata unicamente dal mercato (ma lo è anche nei confronti di una economia rigidamente pianificata) non considera il capitalismo di mercato come il risultato di un processo storico di accumulazione del capitale e di liberazione della forza lavoro, di razionalizzazione degli orientamenti culturali e delle istituzioni, o di esplicazione delle energie dell’innovazione imprenditoriale, ma come la situazione storica in cui la forma di mercato autoregolato è dominante.
La sua ferma negazione della possibilità di configurare una sequenza di stadi nasce dal timore di presentare il capitalismo liberale come fase superiore dello sviluppo della società umana.
Polany va apprezzato in particolare per la sua critica della pretesa di universalità della teoria economica classica e neo classica, e per il suo apporto alla costruzione di un modello esplicativo del posto dell’economia nella società che si fonda sulla tipologia degli schemi di integrazione. L’ individuazione di una contraddizione del mercato autoregolato che è costretto ad asservire alla sua logica, la società, ed è nel contempo vittima della sua reazione, conserva una notevole forza interpretativa. E la critica dei modelli evoluzionistici e monocausali, che vedono nell’economia di mercato l’approdo naturale della storia umana e nello scambio utilitaristico la logica di forma regolativa per eccellenza dei rapporti sociali è molto attuale.
Basti pensare all’attuale dibattito sulla crisi e la riforma del welfare state, che Polany considerava come un movimento tendente a reincorporare l’economia nella società, e agli studi recenti intesi a porre in luce la crescente importanza di forme di economia informale e diffusa in tutti i paesi tardo – industriali, che offrono testimonianze diverse circa l’attualità delle tesi polanyane, come verifica della tesi della coesistenza di diversi schemi di integrazione dell’economia in una società storicamente data e della riemergenza di forme ritenute scomparse.
Dalla sua opera si possono trarre indicazioni assai stimolanti per affrontare alcune questioni fondamentali della ricerca storico/economica e socio/antropologica, e, in particolare: la questione del rapporto tra i tre schemi di integrazione e del passaggio dall’uno all’altro nelle varie situazioni storiche; il problema della perdurante importanza della reciprocità e della ridistribuzione in una società i cui valori egemoni sono l’individualismo e il razionalismo utilitaristico; la questione delle tensioni tra reciprocità e scambio, ovvero tra solidarietà ed efficienza e tra ridistribuzione e scambio, ovvero tra stato e mercato; la questione normativa, infine, della combinazione delle tre forme più adeguata a gestire i complessi problemi della società tardo industriali contemporanee.
Contribuendo ad analizzare le contraddizioni del complesso rapporto economia società e stimolando la ricerca intorno a questioni centrali nel dibattito intellettuale contemporaneo, Polanyi può costituire un efficace antidoto sia contro i difensori del mercato e del neo utilitarismo, sia contro i loro avversari sostenitori dell’economia pianificata.
“La grande trasformazione” è l’opera fondamentale di Polany; un opera al confine tra diverse discipline: Economia, sociologia, Storia, Antropologia. Scopo dell’opera è analizzare le origini politiche ed economiche e le cause del crollo di quella che Polany definisce ” la civiltà del diciannovesimo secolo “, ovvero del capitalismo industriale moderno, e in particolare la crisi della sua istituzione fondamentale, il mercato autoregolato, “fonte e matrice ” del sistema e innovazione fondamentale che ne spiega il carattere storicamente specifico e l’entità della grande trasformazione che esso ha comportato.
La tesi centrale è che il mercato autoregolato implicava una grande utopia, poiché esso non poteva esistere a lungo “senza annullare la sostanza umana e naturale della società“, cioè distruggendo l’uomo fisicamente e trasformando il suo ambiente in un deserto. Era quindi inevitabile che “la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso, essa ostacolava l’autoregolazione del mercato, disorganizzava la vita industriale e metteva così in pericolo la società in un altro modo”. Fu questo dilemma a spingere lo sviluppo del sistema di mercato in un solco preciso ed infine a far crollare l’organizzazione sociale che si basava su di esso.
La semplicità e unilateralità della sua tesi, Polany la giustifica in base alla straordinaria importanza del meccanismo istituzionale costituito dal mercato autoregolato per la nascita, lo sviluppo e la sopravvivenza di quel particolare stadio della storia della civiltà industriale, che è il capitalismo del XIX secolo.
Polany condivide con Marx la convinzione di una ineliminabile contraddizione nell’operare della società capitalistica. A differenza di Marx tuttavia egli identifica nel mercato e non nei rapporti sociali di produzione, il nucleo centrale del sistema e non considera questa società come il punto più alto dello sviluppo finora raggiunto dalla società umana, sia pure ancora appartenente alla “preistoria ” del genere umano, ma quasi, un caso patologico che non può che chiudersi tra i contorcimenti di una crisi violenta, perché ha violato alcuni principi fondamentali dell’integrazione sociale. Vi è, quindi un rovesciamento ancora più radicale che in Marx delle analisi e degli assunti dell’economia politica classica e del pensiero liberale. Non sono tanto le categorie di analisi della teoria economica che vengono criticate, ma i postulati utilitaristici e individualistici e l’abbandono da parte del pensiero economico liberale di una concezione che sappia inquadrare le attività economiche nei rapporti sociali.
Nel capitalismo liberale Polany individua una contraddizione di fondo, un conflitto insanabile tra mercato e società. L’economia, strutturandosi sulla base del mercato autoregolato, si è infatti separata radicalmente dalle altre istituzioni sociali e ha costretto il resto della società a funzionare secondo le leggi della sua propria organizzazione, trasformando in merci il lavoro e la terra e minacciando così di distruggere la natura e l’uomo. Di fronte a questo pericolo la società ha sviluppato processi di difesa che, a loro volta, hanno ostacolato il meccanismo fondamentale dello sviluppo capitalistico.
Buona parte della “La grande trasformazione” è dedicata all’analisi del “doppio movimento” originato dal tentativo di controllare questa contraddizione di fondo, cercando di far coesistere il meccanismo istituzionale del mercato libero e autoregolato con una serie di controlli sulle transazioni di forza lavoro, capitali e risorse naturali che rispondono a esigenze di integrazione e stabilità sociale. Questa situazione conduce ad uno scontro tra:
- liberalismo economico e protezione sociale, che hanno portato ad una forte tensione istituzionale;
- conflitto fra le classi che interagendo col primo punto ha portato alla catastrofe fascista:
Dopo l’enunciazione della tesi centrale del libro, Polany delinea nei primi due capitoli un affresco del capitalismo liberale del XIX secolo, ponendo l’accento sulle istituzioni e gli attori sociali fondamentali che hanno garantito una pace secolare dal 1815 al 1914. L’equilibrio di potere tra le grandi potenze del concerto europeo, ha avuto nell’agire dell’alta finanza internazionale il suo garante principale, e nella base aurea (moneta come mezzo di scambio legato all’oro; conseguenze: da un lato stabilità dei cambi che favorisce il commercio internazionale, dall’altra la crescita di importazione provoca un deflusso dell’oro ed una riduzione della quantità di moneta circolante e disponibile per pagamenti interni con la conseguenza di un calo delle vendite che colpisce le attività produttive e genera disoccupazione) e nel governo democratico costituzionale , i due requisiti istituzionali essenziali.
Ma l’istituzione fondamentale di tale assetto è stato il mercato autoregolato, e’ infatti l’emergere non più controllato delle sue contraddizioni latenti che determina la crisi delle altre istituzioni, dalla base aurea alla democrazia parlamentare , all’equilibrio pacifico tra le potenze, sconvolgendo la civiltà del XIX secolo.
Per comprendere i conflitti contemporanei è dunque necessario, secondo Polany, risalire alle origini del capitalismo liberale e analizzare le cause e le conseguenze di “quel rivolgimento sociale e tecnologico dal quale era sorta nell’Europa occidentale l’idea di un mercato autoregolato“. E dalla ricostruzione della crisi contemporanea si passa alla individuazione della specificità di un sistema economico di mercati autoregolati.
La ricostruzione delle origini del capitalismo industriale pone l’accento soprattutto sugli effetti dirompenti della introduzione della macchina e sui deliberati interventi del potere statale per liberalizzare i mercati del lavoro e della terra.
A Polany interessa l’identificazione di un meccanismo istituzionale di regolazione dell’economia, del tutto nuovo rispetto al passato e le contraddizioni che esso suscita, espresse nel doppio movimento del mercato auto regolato e della autodifesa della società. L’opera è costruita attorno a questo contrappunto che è espresso nei titoli delle due sezioni della parte seconda del libro: “I macchinari satanici ” e “L’autodifesa della società”
Polany afferma in polemica con gli economisti classici che il mercato autoregolato è solo uno dei meccanismi istituzionali di integrazione dell’economia, la cui assoluta novità rispetto agli altri tipi di attività commerciale che sono sempre esistiti, consiste nella subordinazione ad esso dell’intera organizzazione sociale. Questa subordinazione, a sua volta comporta la trasformazione in “merci fittizie ” del lavoro, della terra e del denaro, tre fattori che non sono prodotti per la vendita.
La finzione della merce, fornisce un principio di organizzazione vitale per un tipo di economia in cui nessun ostacolo deve essere posto al mercato autoregolato, al meccanismo dei prezzi e al libero gioco della domanda e dell’offerta.
E tuttavia, sostiene Polany, permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale, e sia pure anche solo, della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto, porterebbe alla demolizione della società. “La presunta merce forza lavoro non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego, senza influire sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati;. . . . e infine, gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e le siccità per le società primitive“.
Questa tensione fondamentale tra espansione del mercato e autodifesa della società spiega perché man mano che si sviluppava la produzione industriale, e cresceva l’importanza del mercato autoregolato (il quale doveva garantire la libera fornitura all’industria stessa del lavoro, della terra e della moneta trasformate in merci) si sviluppassero anche varie istituzioni protettive di tali elementi. Polany analizza in modo approfondito il conflitto tra le due esigenze contrastanti della libera circolazione delle merci fittizie nel mercato autoregolato e dei meccanismi di autodifesa della società (leggi sui poveri e pauperismo), al rapporto tra mercato e natura e alle tensioni distruttive che pongono in crisi l’ultima a cadere delle istituzioni liberali vale a dire il sistema monetario internazionale a base aurea. Parallelamente esamina sia il funzionamento delle istituzioni e il comportamento degli attori sociali e politici, sia il credo liberale e la teoria economica che legittimavano il nuovo ordine economico, anticipando i punti fondamentali della critica dell’Economia politica che svilupperà nelle opere successive.
A titolo di esemplificazione dell’argomentazione di Polany, ricordiamo l’analisi della Speenhamland Law del 1795. Com’è noto, si trattava di una legge che decideva la quota di sussidio spettante a tutti i disoccupati e a tutti coloro che non erano in grado di percepire un salario pari al reddito familiare a loro assegnato, collegandola al prezzo del pane. Questa sorta di salario minimo garantito, indicizzato, impedì fino all’anno della sua abrogazione, nel 1834, la creazione di un mercato del lavoro libero perché scioglieva il legame tra entità della prestazione (tempo di lavoro) e salario per la maggioranza dei lavoratori inglesi dell’epoca, rimuovendo la principale motivazione al lavoro, che consisteva nel bisogno, e determinando una assuefazione all’assistenza.
Il conflitto tra il meccanismo liberistico e il principio utilitaristico che lo sorregge, da un lato, e le esigenze di solidarietà e di coesione sociale, dall’altro, sono analizzate con grande acutezza in questo come negli altri casi esaminati ricostruendo un processo continuo di interventi, che tuttavia non riuscirono a evitare il pieno dispiegarsi delle tensioni distruttive, che portarono al crollo della civiltà del XIX secolo.
Il conflitto tra liberismo economico e protezionismo sociale è non solo il tema centrale della Grande trasformazione , ma anche quello più squisitamente sociologico, in quanto affronta con originalità la questione sociologica classica dei fondamenti della solidarietà in una società individualistica e utilitaristica. La tradizione sociologica aveva già ampiamente sviluppato tale tema, e l’espansione dell’intervento statale in economia a seguito della grande depressione degli anni ’30 aveva riproposto con forza il problema. Polany tratta questa questione chiave della riflessione sociologica in modo originale , incentrandola sul rapporto economia – società e interpretando in questa chiave non solo la crisi del capitalismo liberale ma anche le reazioni politico – sociali del periodo tra le due guerre mondiali, dal New Deal americano alla pianificazione sovietica, ai tentativi di regolazione economica dei regimi autoritari di connotazione fascista.
Si tratta di una questione assolutamente centrale che si ripropone oggi nella forma della crisi del Welfare state e dei tentativi di ridefinire il ruolo, al fine di realizzare un compromesso soddisfacente tra efficienza economica fondata sulla competitività e equità sociale garantita da istituzioni di protezione sociale.
Ho in parte incluso l’analisi di Polany in questo capitolo: Le politiche dell’assistenza, in Paolo Ferrario, POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI, Carocci Faber, 2001, pagg. 37-54
Hans Magnus Enzensberger, I perdenti radicali, scheda di Paolo Ferrario, ripubblicata da Tracce e sentieri del 3 febbraio 2007
(ANSA) – COPENAGHEN, 4 FEB – E’ stato condannato a 9 anni di carcere il somalo Mohammed Geele, colpevole di terrorismo e di tentato omicidio nei confronti del disegnatore danese Kurt Westergaard, autore di alcune caricature sul profeta Maometto. Geele e’ stato condannato anche al risarcimento di danni per 10.000 corone (1.300 euro circa). Le 12 caricature di Maometto comparvero sul quotidiano conservatore danese Jyllands-Posten nel 2005, suscitando un’ondata di rabbia nel mondo musulmano
in relazione a questa notizia ripubblico una mia scheda bibliografica di qualche anno fa (3 febbraio 2007)
paolo ferrario
Hans Magnus Enzensberger, I perdenti radicali, scheda di Paolo Ferrario
Hans Magnus Enzensberger (1928) è un intellettuale tedesco che un tempo si sarebbe definito engagé, “impegnato”. Negli anni ’50 e ’60 questa era l’attribuzione che si dava ai filosofi e letterati che, sotto l’ombrello protettivo del comunismo sovietico, si impegnavano – per l’appunto – a favorire la rivoluzione socialista nei paesi a capitalismo avanzato, dove non si erano create le condizioni per la spallata eversiva, come era capitato in Russia nel 1917.
Enzensberger è stato un punto di riferimento per il movimento studentesco degli anni sessanta e le sue riflessioni si sono concentrate soprattutto sull’industria della comunicazione di massa.
Questo tanto per ricordarmi chi è questo autore. Un uomo “di sinistra”, tanto per capirci. Con una differenza sostanziale: un uomo di sinistra che sa prendere visione delle congiunture storiche, analizzarle e, senza curarsi delle conseguenze, dire cose sgradevolissime anche alla cultura da cui proviene e a cui ha tanto contribuito.
Bene. Enzensberger ha pubblicato Il perdente radicale, Einaudi 2007, p. 73, un libretto da mettere fra i fondamentali di questi anni, naturalmente assieme alla trilogia di Oriana Fallaci. La giornalista fiorentina è stata, quando è andata bene, tacciata di “isterica”, anche in quanto donna. Vedremo quali epiteti patologici saranno riversati sul maschio Enzensberger dopo questo scritto.
Enzensberger fa ruotare la sua analisi attorno alla figura del “perdente radicale”.
Chi è costui?
E’ la persona che ha perso le sfide della vita. Che non sapendo vivere nelle contraddizioni del mondo ha deciso di distruggere a casaccio tutti i viventi, quelli a lui contigui e gli odiati altri. Usando lo strumento semplice dell’assassinio individuale o di massa.
Il perdente radicale è il padre che stermina la sua famiglia, è il vicino di casa che con la moglie accoltella i vicini di casa assieme al bambino di tre anni che piange, è il tifoso che uccide il poliziotto o l’allenatore per una partita di calcio, è il nazista che si stringe attorno a Hitler nel bunker di Berlino negli ultimi giorni della sconfitta del Reich.
Ma, soprattutto, il perdente radicale è il kamikaze islamista che è impegnato (engagé), anche e soprattutto con il suo suicidio, a distruggere un’intera civiltà.
Quando il perdente radicale diventa un problema sociale di ampia portata e criticità?
Quando diventa azione di gruppo e di massa:
Ma che cosa accade quando il perdente radicale supera il suo isolamento, quando si socializza, quando trova una patria dei perdenti, da cui si ripromette non solo comprensione, ma riconoscimento, un collettivo di simili che lo accoglie a braccia aperte e ha bisogno di lui ?
Allora l’energia distruttiva insita in lui si potenzia a mancanza di scrupoli estrema; si crea un amalgama di desiderio di morte e di megalomania, e all’impotenza subentra un catastrofale senso di onnipotenza.
p. 23
E’ chiaro?
Per Enzensberger i fondamentalisti islamici che condannano a morte Salman Rushdie, che sgozzano Theo Van Gogh, che minacciano di morte la deputata Santanchè che difende i diritti delle donne arabe, che si avvicinano pericolosamente al tavolo dove sta parlando Magdi Allam, che vogliono impedire che nelle sale cinematografiche si proietti il film “Il mercante di pietre” di Renzo Martinelli ecc. sono dei perdenti radicali. Credo che questo debba essere chiaro, anche perché per Antonio Negri, per gli stilisti del comunismo della rivista Il Manifesto, per il senatore Diliberto, ecc. questi stessi soggetti sono la massa che ha sempre ragione e che può preparare la nuova spallata rivoluzionaria per la “presa del potere”.
Enzensberger è un intellettuale che si documenta. Che studia. Che pensa. E quindi argomenta a fondo il tema. Ritenendolo cruciale. Forse solo un tedesco, che ha sulla propria coscienza storica l’hitlerismo, può essere ancora più avvertito del fetore nazista che emana la politica del fondamentalismo islamico.
Per riassumerne il pensiero parto dalle ragionevoli ma preoccupanti conclusioni, che parlano di anni duri a venire (intendo per chi dovrà prendere treni alle stazioni, per chi farà satire con i disegni, per chi oserà criticarli sui giornali, per chi farà film o documentari) :
Il progetto dei perdenti radicali consiste – come attualmente in Iraq e in Afghanistan – nell’organizzare il suicidio di una intera civiltà. Che riescano a universalizzare e perpetuare senza limiti il loro culto della morte non è probabile. I loro attentati rappresentano un permanente rischio latente, come le quotidiane morti sulle strade, alle quali ci siamo abituati. Con essi una società globale che dipende dai carburanti fossili e che produce in continuazione nuovi perdenti dovrà convivere.
Pag. 73
I passaggi della sua argomentazione sono un capolavoro di analisi culturale e storica.
Primo argomento: la civiltà araba ha perso la sfida dello sviluppo tecnico e scientifico:
A partire dal xv secolo i giuristi islamici hanno sabotato l’introduzione del torchio tipografico, richiamandosi a un dogma fondamentale, secondo il quale nessun altro libro è lecito oltre il Corano. Solo con tre secoli di ritardo potè essere fondata la prima tipografia in grado di produrre libri con i caratteri arabi. Le conseguenze per la scienza e la tecnica di quei paesi si avvertono ancora oggi. Negli ultimi quattro secoli gli arabi non hanno prodotto alcuna invenzione degna di rilievo …
… I deficit del sapere ebbero vistose conseguenze per la civiltà araba. Già nel Cinquecento gli europei, grazie alla loro superiorità tecnica, sbaragliarono le flotte arabe, con pesanti conseguenze per il dominio sui mari e per i traffici di lungo corso. Anche l’infrastruttura dei paesi arabi rimase fino all’Ottocento a livello medievale. Intorno al 1800 nell’Oriente arabo praticamente non esistevano strade o veicoli con le ruote. Le vie di comunicazione, le navi a vapore, le ferrovie, le forniture d’acqua potabile, di corrente elettrica e di gas, i porti, i ponti, gli impianti telegrafici e telefonici e i mezzi pubblici di trasporto furono realizzati da imprese europee, sfruttando la manodopera locale …
p. 41-42
Secondo argomento: la civiltà araba ha perso la sfida della modernizzazione(sviluppo economico integrato, diritti di cittadinanza, istruzione, , salute, qualità della vita):
Oggetto dell’indagine i ventidue stati membri della Lega araba con duecentottanta milioni di abitanti … lo Human Development Index che tiene conto di parametri quali l’attesa di vita, l’istruzione scolastica, il reddito pro capite e il grado di alfabetizzazione. In particolare si affrontano quattro questioni: lo stato della libertà politica, lo sviluppo economico, l’istruzione e il sapere, la situazione delle donne. In tutti questi settori si constatano pesanti deficit, e la diagnosi è suffragata da una serie di dati statistici.
Per quanto concerne la libertà politica gli stati arabi si situano all’ultimo posto nella classifica mondiale, al di sotto persino dell’Africa nera.
Lo stesso vale anche per l’economia. Pur beneficiando di enormi proventi derivanti dal petrolio, i paesi arabi si piazzano soltanto al penultimo posto; solo in Africa la situazione è peggiore.
Per la ricerca e lo sviluppo i paesi arabi spendono appena lo 0,2 per cento del prodotto interno lordo, ossia un settimo della media mondiale. Impressionante è anche l’arretratezza nella trasmissione del sapere. La quota dei libri stampati nei paesi arabi è pari allo 0,8 per cento della produzione mondiale. La somma delle traduzioni da altre lingue pubblicate nel periodo che va dall’epoca del califfo Al-Mamun (813-33) ai giorni nostri, ossia nell’arco di mille e duecento anni, corrisponde a quanto la Spagna di oggi produce in un solo anno.
Analoghe chiusure il rapporto registra circa la posizione delle donne nella società. Anche qui il distacco dalle altre parti del mondo è notevole; solo l’Africa nera presenta marginalmente indicatori peggiori degli stati della Lega araba; così, per esempio, una donna araba su due non sa né leggere né scrivere.
P 37-38
Terzo argomento: la civiltà araba, ripiegata sul suo sacro testo, se la prende innanzitutto con le donne:
il Corano è esplicito. «Gli uomini sono superiori alle donne – si legge nella sura IV, 34 – perché Dio li ha prescelti… E se temete che si ribellino, ammonitele, evitatele nel talamo, chiudetele nelle loro stanze e picchiatele. Ma se vi obbediscono, non siate in collera con loro». Queste regole risalgono indubbiamente a tradizioni preislamiche. Ma la loro persistenza attuale è rilevabile nel diritto familiare, ereditario e penale della sharia, la quale nella maggior parte dei paesi arabi rappresenta tuttora il canone fondamentale della legislazione …. le donne sono considerate persone di serie b. Questo non risulta soltanto dal diritto divorzistico, ma anche dal fatto che in tribunale la deposizione di una donna vale solo la metà di quella di un uomo. In caso di stupro, fino a prova del contrario, la colpa viene attribuita alla donna; le si imputa di avere eccitato il maschio con il suo comportamento. La violenza nel matrimonio non viene sanzionata. Tuttavia non sarebbe corretto tacere che il diritto della sharia non viene applicato in modo univoco in tutti i paesi musulmani. Per esempio, il re Maometto VI del Marocco negli ultimi anni ha avviato incisivi cambiamenti nel campo del diritto familiare e matrimoniale; in Iran nelle università studiano più donne che uomini; in Turchia la sharia è bandita formalmente; in Palestina e ancor più nel Libano molte donne pretendono i loro diritti politici e professionali. Christine Schirrmacher cita però una sentenza della corte di cassazione tunisina, in cui si afferma: «Le percosse e lievi lesioni inflitte dal marito alla moglie fanno parte della natura di una normale vita matrimoniale».
p. 47-48
Quarto argomento: la civiltà araba, avendo perso la sfida dello sviluppo tecnico-scientifico e quello dei diritti, se la prende con le civiltà che hanno percorso queste strade:
È del tutto evidente che la totale dipendenza economica, tecnica e intellettuale dall’«Occidente» è difficilmente sopportabile da parte degli interessati. E non si tratta di una astrazione. Tutto ciò che sostanzia la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Oriente, ogni frigorifero, ogni telefono, ogni presa elettrica, ogni cacciavite, senza contare i prodotti della tecnologia avanzata, rappresenta quindi, per ogni arabo in grado di pensare, una tacita umiliazione. accuratamente coltivata. Non aveva un potere superno assicurato ai musulmani arabi la supremazia su tutte le altre società ?
«Voi siete la migliore comunità mai sorta tra gli uomini», si legge nel Corano (III, III), il quale prescrive con parole inequivocabili come si debba imporre questa superiorità congenita: «Combattete i detentori della scrittura, quelli che non professano la religione vera [ossia gli ebrei e i cristiani], fino a che non si siano umiliati e non abbiano pagato il loro tributo» (IX, 29).
Poiché questo comandamento sta scritto in un testo sacro, esso ha valore assoluto e non è scalfito da esperienza alcuna.
p. 49-50
Quinto argomento: la civiltà araba e quella di religione musulmana invece di provare a uscire dalle proprie coordinate culturali, rinnovandole ed adattandole ai cambiamenti, reagisce con il vittimismo, il pianto mediterraneo, l’urletto isterico, l’ira lamentosa, l’odio dei mediocri, il ditone alzato a maledire:
questa fede nella propria supremazia ha un fondamento religioso. In secondo luogo collide con la propria evidente debolezza. Questo genera un adontamento narcisistico in cerca di compensazione. Perciò attribuzioni di colpa, teorie del complotto e proiezioni di ogni genere caratterizzano il sentire collettivo. Secondo il quale il mondo esterno ostile mira unicamente all’umiliazione dei musulmani arabi.
Sicché si reagisce con estrema permalosità a ogni offesa presunta o reale …
A rimetterci le penne nei conflitti che nascono da questa mentalità è l’elementare principio della reciprocità. Così, ad esempio, esistono due sensibilità assolutamente incomparabili tra loro: la propria e quella degli altri. Ferire quella degli infedeli è un esercizio quotidiano. (Del resto già questa definizione fa riflettere; evidentemente altre religioni, diverse dall’islam, non credono a qualcos’altro, bensì a nulla). Offendere chi la pensa diversamente fa parte del repertorio standard dei media islamici. Quando mostrano Ariel Sharon con un’ascia a forma di svastica mentre macella bambini palestinesi, la cosa è normale; per converso il mondo arabo si sente offeso, se qualche caricaturista lo prende in giro. La costruzione dì moschee in tutto il mondo è pretesa come un diritto inalienabile; la costruzione dì chiese cristiane in molti paesi arabi è impensabile. La propaganda della fede musulmana è un dovere sacro, la missione di altre religioni un crimine. Il semplice possesso di una Bibbia viene penalmente perseguito nell’Arabia Saudita. Un califfo autonominatosi tale si scaglia contro la propria espulsione in quanto lesiva dei diritti dell’uomo. Laddove l’incitamento ad ammazzare un romanziere apostata è approvato da molti musulmani. Slogan del tipo «morte agli infedeli (agli americani, ai danesi, ai tedeschi, ecc.)» sono considerati una forma legittima di protesta, per la quale tutti devono mostrare comprensione. Con l’aria dell’innocenza bistrattata predicatori dell’odio pretendono la libertà di opinione, la cui eliminazione è il loro scopo dichiarato. La disintegrazione al tritolo delle statue di Buddha a Bamiyan è stata considerata in Afghanistan un atto di devozione; di reazioni violente in Thailandia o in Giappone non è giunta notizia. Ma non appena si prospetta la proiezione di un film che critica i costumi islamici, la plebaglia si schiera compatta e fioccano le minacce di morte. Si chiede a gran voce rispetto, ma lo si nega agli altri.
p. 53-54
Sesto argomento: i più invidiosi e pericolosi sono i gruppi sociali “colti”, quelli che hanno studiato nelle scuole occidentali, quelli con più reddito, quelli che hanno assaporato i benefici del benessere:
Tutte le spiegazioni che si rifanno precipuamente alla situazione sociale degli esecutori sono monche. Non solo i mandanti e gli ideologi del terrore provengono quasi sempre da famiglie influenti e benestanti. Anche tra gli esecutori i poveri sono sottorappresentati. Il Foreign Policy Research Institute statunitense ha pubblicato una delle poche analisi specifiche sull’appartenenza di classe, naturalmente senza pronunciare una parola cosi sospetta. Su quattrocento noti militanti di Al Qaeda il 63 per cento vantava un diploma di maturità, i tre quarti provenivano dalla classe superiore o media; altrettanti si situavano a livello universitario, come professori, ingegneri, architetti ed esperti di vario genere
p. 61
Settimo argomento: avendo perso tutte le sfide della modernità il perdente radicale ho solo la risorsa del suicidio espressivo e quello della morte di tutti gli altri:
La forma più pura del terrorismo islamico è l’attentato suicida. Sul perdente radicale essa esercita un’attrazione irresistibile, perché gli consente di sfogare le sue fantasie megalomaniache e insieme l’odio verso se stesso. Infatti la viltà è l’ultima cosa che gli si possa imputare. Il coraggio che lo contraddistingue è il coraggio della disperazione. Il suo trionfo sta nel fatto che il perdente radicale è inattaccabile e non può essere punito: a questo provvede da sé. L’estinzione non solo di altri, ma anche di se stesso, è la sua soddisfazione estrema, un desiderio espresso molto chiaramente nel videoproclama di Al Qaeda dopo l’attentato madrileno del marzo 2004: «Voi amate la vita, noi amiamo la morte ed è per questo che vinceremo».
p. 64-65
Questi, in rapida sequenza, le informazioni e gli argomenti di Enzensberger.
C’è qualche soluzione all’orizzonte?
Davanti all’attacco dei perdenti radicali il mio è un pessimismo radicale.
Spero solo di scampare a qualche coltellata, ai veleni introdotti nell’acquedotto (ah: come siamo fragili nelle nostre connessioni!), alla bomba della metropolitana.
La situazione è tanto più tragica in quanto la dislocazione delle forze in campo è questa:

Vedo, tuttavia, che alla faccia dei cattolici devoti e degli atei devoti sostenitori della sacra famiglia, qualcosa sta succedendo nei talami nuziali: non si fanno più figli o almeno diminuiscono i figli.
E’ una specie di sprazzo di responsabilità: quello di evitare alle generazioni dei prossimi 50 anni qualche problema, come gli effetti delle deglaciazioni e il medioevo prossimo venturo dei perdenti radicali.
Paolo Ferrario, 7 febbraio 2007
da: Hans Magnus Enzensberger, I perdenti radicali | Tracce e Sentieri.
Max Weber: etica dei principi ed etica della responsabilità – scheda introduttiva di Paolo Ferrario
Max Weber: etica dei principi ed etica della responsabilità – scheda introduttiva di Paolo Ferrario
Nella sua ormai famosissima conferenza sul tema Politica come professione (tenuta a Monaco il 28 gennaio 1919, un anno prima della sua morte), Max Weber trattò in modo disincantato il tema del rapporto fra etica e politica.
La politica è il dominio della forza. Chi ha la «vocazione» per la politica (Beruf in tedesco significa sia professione sia vocazione) sa di dover affrontare aspre lotte. Solo gli uomini astuti e dal carattere forte potranno affrontare le insidie «diaboliche» della politica, il cui terreno proprio è l’uso della forza. E’ per definire questo carattere che Weber introduce la distinzione tra
- “etica della convinzione” — o più precisamente “etica dei princìpi” (Gesinnungsethik)
- ed “etica della responsabilità” (Verantwortungsethik).
La prima è un’etica assoluta, di chi opera solo seguendo principi ritenuti giusti in sé, indipendentemente dalle loro conseguenze. E’ questa un’etica della testimonianza assolutizzata: “avvenga quel che avverrà, io devo comportarmi così”.
La seconda è l’etica veramente pertinente alla politica. L’etica della responsabilità si riferisce alle presumibili conseguenze delle scelte e dei comportamenti che l’individuo ed il suo gruppo di appartenenza mette in atto.
Il problema, scrive Weber, è che «il raggiungimento di fini buoni è accompagnato il più delle volte dall’uso di mezzi sospetti», e «nessuna etica può determinare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono “giustifica” i mezzi e le altre conseguenze moralmente peri colose». Chi non tiene conto di questo — che dal bene non deriva sempre il bene e dal male non deriva sempre il male — «in politica è un fanciullo». Le due etiche non sono però «antitetiche ma si completano a vicenda, e solo congiunte formano il vero uomo, quel lo che può avere la “vocazione per la politica”», salvo ribadire che tra esse non potrà mai dar si vera conciliazione né armonia a buon mercato.
La lezione di realismo di Weber si spinge così fin dentro le pieghe dell’etica. Egli afferma che solo un atto di reponsabilità può risolvere, nell’azione, i “dilemmi etici” che il politico, e in generale chiunque abbia responsabilità verso il prossimo, si trova inevitabilmente di fronte. I valori sono più d’uno, ognuno ugualmente importante nella propria sfera, e non sempre sono armonizzabili, ma possono scontrarsi ed entrare in conflitto quando è il momento di agire.
Questo è il senso del concetto di “politeismo dei valori”, che metterò in analisi in altra occasione.
Nota
Le conferenze La scienza come professione e La politica come professione furono pubblicate (con il titolo Il lavoro intellettuale come professione) nei “Saggi” Einaudi, tradotti da Antonio Giolitti e con l’intoduzione di Delio Cantimori.
Nel 2001 sono state ripubblicate dalle edizioni Comunità a cura di Pietro Rossi e Francesco Tuccari.
Il traduttore Wolfgang Schuchter sostituisce la locuzione “etica dei princìpi” a quella di “etica della convinzione” e così ne spiega la motivazione:
La difficoltà più rilevante riguarda la coppia concettua le Gesinnungsethik-Verantwortungsethik, che ha un ruolo centrale in Politik als Beruf. mentre il secondo termine trova una ovvia corrispondenza in «eti ca della responsabilità», la stessa cosa non vale per il primo, data l’assenza in italiano (ma anche nelle altre lingue principali) di un equivalente preciso del tedesco Gesinnung. Esso è stato tradotto da Giolitti con «etica dell’in tenzione», mentre in seguito si è preferito, sulla scorta della versione ingle se e di quella francese, renderlo con «etica della convinzione». L’una e l’al tra soluzione sono però insoddisfacenti, poiché la Gesinnungsethik weberiana non costituisce un’etica della pura intenzione in senso kantiano, né trova la propria base in una semplice «convinzione»: essa riveste per un verso un significato soggettivo, in quanto designa l’incondizionata adesione perso nale a certi principi che devono guidare l’agire dell’individuo, e per l’altro verso un significato oggettivo, in quanto comporta il riferimento a principi assunti come incondizionatamente validi, che l’individuo assume come pro pri scopi indipendentemente dalla considerazione dei mezzi necessari e del le prevedibili conseguenze della loro realizzazione. Si è perciò preferito adot tare qui un’altra versione (ancorché legata, in parte, a una diversa tradizio ne di filosofia morale), rendendo Gesinnungsethik con «etica dei principi».
Nota introduttiva di Paolo Ferrario già pubblicata in:
Ma leggiamo direttamente il testo:
L’etica può presentarsi in un ruolo assai deleterio da un punto di vista morale. Facciamo alcuni esempi.
Raramente troverete che un uomo, il quale abbia smesso di amare una donna per un’altra, non senta il bisogno di giustificarsi con se stesso dicendo che la prima non era più degna del suo amore, o che lo aveva deluso, o adducendo altre «ragioni» simili. Si tratta di una mancanza di cavalleria che, al semplice dato di fatto che egli non la ama più e che la donna deve portarne le conseguenze, aggiunge ancora una parvenza di legittimità, in forza della quale egli pretende un diritto e cerca di rovesciare sulla donna, oltre all’infelicità, anche un torto. Si comporta esattamente allo stesso modo il concorrente fortunato in amore: il rivale deve valere di meno, altrimenti non sa rebbe stato sconfitto.
Le cose non vanno ovviamente in modo diverso quando, dopo una qualsiasi guerra vittoriosa, il vincitore afferma con una tracotanza priva di dignità: ho vinto per ché avevo ragione. Oppure, quando qualcuno crolla interior mente di fronte agli orrori della guerra e, invece di dire semplicemente che era troppo, sente il bisogno di giustificare di fronte a se stesso la sua stanchezza della guerra con questo sentimento: «Non potevo sopportarlo, perché dovevo combattere per una causa moralmente cattiva». E lo stesso accade per chi è sconfitto in guerra. Dopo una guerra, invece di andare in cerca del «colpevole» con una vecchia mentalità da donnicciole -quando è stata invece la struttura della società a determinare la guerra – chiunque assuma un atteggiamento virile e sobrio dirà al nemico: «Abbiamo perso la guerra, voi l’avete vinta. Questa è ormai cosa fatta: concedeteci ora di discutere su quali conse guenze se ne debbano trarre in relazione agli interessi oggetti vi che erano in gioco e – questa la cosa principale – in rapporto alla responsabilità di fronte al futuro, che grava special mente sul vincitore».
Tutto il resto è privo di dignità e ha gravi conseguenze. Una nazione perdona una ferita dei propri interessi, ma non una ferita del proprio onore, e tanto meno una ferita inflitta con prepotenza farisaica. Ogni nuovo documento che viene alla luce dopo decenni fa sorgere nuovamente grida di sdegno, l’odio e l’ira, mentre la guerra, una volta terminata, dovrebbe essere almeno moralmente sepolta. Questo è possibile soltanto attraverso l’oggettività e la cavalleria, ma soprattutto mediante la dignità. E mai attraverso un’« etica», che in verità significa mancanza di dignità da entrambe le parti. Invece di preoccuparsi di ciò che interessa l’uomo politico – il futuro e la responsabilità di fronte a esso – l’etica si occupa della questione della colpa commessa nel passato, una questione politicamente sterile perché indecidibile. Agire in questo modo è una colpa politica, se mai ve n’è una. E inoltre, l’inevitabile travisamento dell’intero problema viene occultato da interessi assai materiali: l’interesse del vincitore al guadagno – morale e materiale – più alto possibile, le speranze dello sconfitto di procurarsi qualche vantaggio attraverso il riconoscimento della propria colpa: se vi è mai qualcosa di « v o l g a r e », è proprio questo, ed è la conseguenza di un siffatto modo di utilizzare l’«etica» come pretesto per «mettersi dalla parte della ragione».
Ma qual è dunque il rapporto reale tra etica e politica ? Non hanno niente a che fare l’una con l’altra, come si è talvolta affermato? O è vero, al contrario, che la «stessa» etica vale per l’agire politico come per ogni altro agire?
Si è talvolta pensato che tra queste due affermazioni si ponesse un’alternativa: sarebbe giusta o l’una o l’altra. Ma è dunque vero che imperativi identici dal punto di vista del contenuto potrebbero essere formulati da qualsiasi etica al mondo per rapporti erotici e di affari, familiari e di ufficio, per le relazioni con la moglie, l’erbivendola, il figlio, il concorrente, l’amico, l’imputato? Dovrebbe essere davvero cosi indifferente per le esigenze etiche nei confronti della politica che questa operi con un mezzo cosi specifico come la potenza, dietro cui vi è la violenza ? Non vediamo che gli ideologi bolscevichi e spartachisti, proprio in quanto fanno uso di questo mezzo della politica, giungono esattamente agli stessi risultati di un qualsiasi dittatore militare ? In che cosa, se non nella persona di chi detiene il potere e nel suo dilettantismo, si differenzia il potere dei consigli degli operai e dei soldati da quello di un qualsiasi detentore del po tere del vecchio regime ? E in che cosa, ancora, si distingue la polemica che la maggior parte dei rappresentanti della presunta nuova etica ha scatenato contro i suoi avversari da quella di qualsiasi altro demagogo? Ci si dirà: per la nobile intenzione! Bene. Ma qui è dei mezzi che si sta parlando, e anche gli avversari con cui si combatte pretendono per sé allo stesso identico modo, in piena sincerità da un punto di vista soggettivo, la nobiltà delle proprie intenzioni ultime. «Chi di spada ferisce, di spada perisce», e la lotta è sempre lotta. E dunque, l’etica del sermone della montagna? Con il sermone della montagna – vale a dire con l’etica assoluta del Vangelo – si pone una questione assai più seria di quanto credono coloro che oggi citano volentieri questi precetti. Non va presa alla leggera. Per essa vale ciò che è stato detto della causalità nella scienza: non è una carrozza che si possa far fermare a piacere per salirvi o scenderne. Al contrario: tutto oppure niente, è proprio questo il suo senso, se ne deve derivare qualcosa di diverso dalla banalità. Cosi, per esempio, la parabola del giovane ricco: «Egli se ne andò triste, poiché possedeva molte ricchezze». Il precetto evangelico è incondizionato e univoco: dai via ciò che possiedi, semplicemente tutto. L’uomo politico dirà: una pretesa insensata dal punto di vista sociale, fintantoché non viene realizzata per tutti. E dunque: tassazioni, espropriazioni, confische, in una parola: coercizione e ordine per tutti. Ma il precetto etico non chiede affatto una cosa del genere, ed è questa la sua natura. Oppure: «Porgi l’al tra guancia». Incondizionatamente, senza chiedere come mai spetti all’altro di colpire. Un’etica della mancanza di dignità, eccetto che per un santo. Questo è il punto: si deve essere santi in tutto, quanto meno nella volontà, si deve vivere come Gesù, come gli Apostoli, come San Francesco e i suoi pari, e solamente allora quest’etica è dotata di senso ed è espressione di una dignità. Altrimenti no. Infatti, quando in conseguenza di un’etica acosmica dell’amore si dice: «Non opporti al male con la violenza», per l’uomo politico vale il principio opposto: devi resistere al male con la violenza, altrimenti sarai responsabile della sua affermazione. Chi intenda agire secondo l’etica del Vangelo, si astenga dagli scioperi – poiché essi rappresentano una forma di coercizione – e si iscriva ai sindacati gialli. E soprattutto non parli di «rivoluzione». Infatti quell’etica non intende certo insegnare che proprio la guerra ci vile sia l’unica forma di guerra legittima. Il pacifista che agisca secondo i precetti del Vangelo rifiuterà o getterà via le armi, come veniva raccomandato in Germania, in quanto ciò rappresenta un dovere morale, allo scopo di porre fine alla guerra e dunque a ogni guerra. L’uomo politico dirà: l’unico mezzo sicuro per screditare la guerra per un periodo in qualche modo prevedibile sarebbe stata una pace di status quo. I popoli si sarebbero chiesti allora: a che scopo la guerra? Essa sarebbe stata ridotta ad absurdum, ciò che oggi non è più possibile. Infatti per i vincitori – o quanto meno per una parte di essi – essa è stata politicamente vantaggiosa. E di ciò è responsabile quella condotta che ci ha reso impossibile ogni resistenza. Quando dunque l’epoca della stanchezza sarà trascorsa, non la guerra, ma la pace sarà screditata: una conseguenza dell’etica assoluta.
Infine: il dovere della verità. E un dovere incondizionato per l’etica assoluta. Se ne è dunque dedotta la conseguenza di pubblicare tutti i documenti, soprattutto quelli che accusano il proprio paese, e sul fondamento di questa pubblicazione unilaterale di riconoscere la propria colpa unilateralmente, senza condizioni, senza riguardo alle conseguenze. L’uomo politico troverà che in tal modo non si è promossa la verità, ma la si è sicuramente oscurata attraverso l’abuso e lo scatenamento del le passioni; che soltanto una verifica generale, condotta secondo un piano e attraverso giudici imparziali potrebbe dare buoni frutti, e che ogni altro modo di procedere può avere, per la nazione che cosi agisce, conseguenze che si dovranno ancora ri parare tra decenni. Ma è proprio sulle «conseguenze» che l’etica assoluta non si interroga.
Sta qui il punto decisivo. Dobbiamo renderci chiaramente conto che ogni agire orientato in senso etico può essere ricondotto a due massime fondamentalmente diverse l’una dal l’altra e inconciliabilmente opposte: può cioè orientarsi nel senso di un’«etica dei principi» oppure di un’«etica della responsabilità». Ciò non significa che l’etica dei principi coincida con la mancanza di responsabilità e l’etica della responsabilità con una mancanza di principi. Non si tratta ovviamente di questo.
Vi è altresì un contrasto radicale tra l’agire secondo la massima del l’etica dei principi, la quale, formulata in termini religiosi, recita: «Il cristiano agisce da giusto e rimette l’esito del suo agi re nelle mani di Dio», oppure secondo la massima dell’etica della responsabilità, secondo la quale si deve rispondere delle conseguenze (prevedibili) del proprio agire. A un sindacalista convinto che agisca in base all’etica dei principi voi po trete mostrare in modo assai persuasivo che in conseguenza del suo agire aumenteranno le possibilità della reazione, crescerà l’oppressione della sua classe, verrà rallentata la sua ascesa: ciò non farà su di lui alcuna impressione. Se le conseguenze di un’azione derivante da un puro principio sono cattive, a suo giudizio ne è responsabile non colui che agisce, bensì il mondo, la stupidità di altri uomini, o la volontà del dio che li ha creati tali.
Colui che invece agisce secondo l’etica della responsabilità tiene conto, per l’appunto, di quei difetti propri della media degli uomini. Egli non ha infatti alcun diritto – come ha giusta mente detto Fichte” – di dare per scontata la loro bontà e per fezione, non si sente capace di attribuire ad altri le conseguenze del suo proprio agire, per lo meno fin là dove poteva prevederle. Egli dirà: queste conseguenze saranno attribuite al mio operato. Colui che agisce secondo l’etica dei principi si sente «responsabile» soltanto del fatto che la fiamma del puro principio – per esempio la fiamma della protesta conto l’ingiustizia dell’ordinamento sociale – non si spenga. Ravvivarla continua mente è lo scopo delle sue azioni completamente irrazionali dal punto di vista del possibile risultato, le quali possono e devono avere soltanto un valore esemplare.
Ma nemmeno cosi il problema è ancora esaurito. Nessuna etica al mondo prescinde dal fatto che il raggiungimento di fini «buoni» è legato in numerosi casi all’impiego di mezzi eti camente dubbi o quanto meno pericolosi e alla possibilità, o anche alla probabilità, che insorgano altre conseguenze cattive. E nessuna etica al mondo può mostrare quando e in che misura lo scopo eticamente buono «giustifichi» i mezzi eticamente peri colosi e le sue possibili conseguenze collaterali.
Per la politica il mezzo decisivo è la violenza, e quanto sia grande la portata della tensione tra il mezzo e il fine da un punto di vista etico lo potete desumere dal fatto, noto a tutti, che i socialisti rivoluzionari (corrente di Zimmerwald) già durante la guerra professavano un principio che si potrebbe cosi formulare: « Se ci trovassimo a dover scegliere tra un anno di guer ra ancora e poi la rivoluzione, oppure la pace subito ma senza rivoluzione, noi sceglieremmo ancora qualche anno di guerra! » All’ulteriore domanda: «Che cosa può portare questa rivoluzione?», qualsiasi socialista dotato di una qualche preparazio ne scientifica avrebbe risposto che non si poteva parlare di un passaggio a un’economia che si potesse definire socialista nel senso da lui inteso, ma che sarebbe sorta una nuova economia borghese, la quale avrebbe potuto soltanto far piazza pulita degli elementi feudali e dei residui dinastici. Dunque, per questo modesto risultato: «Ancora qualche anno di guerra! » Si potrà certo affermare che in questo caso, anche con una assai salda convinzione socialista, si potrebbe respingere il fine che richiede un tale mezzo. E tuttavia nel bolscevismo e nello spartachismo, e in generale in ogni forma di socialismo rivoluzionario, le cose stanno esattamente allo stesso modo, ed è naturalmente assai ridicolo quando da questa parte vengono moralmente rimproverati i «politici della forza» del vecchio regime a causa dell’impiego dell’identico mezzo, per quanto possa essere del tutto giustificato il rifiuto dei loro fini.
Qui, in relazione a questo problema della giustificazione dei mezzi attraverso il fine, anche l’etica dei principi sembra in generale destinata al fallimento. Essa, infatti, ha logicamente sol tanto la possibilità di respingere ogni agire che faccia uso di mezzi eticamente pericolosi. Logicamente. Nel mondo reale, tuttavia, noi sperimentiamo continuamente che colui il quale agisce in base all’etica dei principi si trasforma improvvisamente nel profeta millenaristico, e che per esempio coloro che hanno appena predicato di opporre «l’amore alla violenza», nell’istante successivo invitano alla violenza – alla violenza ultima , la quale dovrebbe portare all’annientamento di ogni violenza – cosi come i nostri militari dicevano ai soldati a ogni offensiva: questa sarà l’ultima, porterà la vittoria e poi la pace.
Colui che agisce in base all’etica dei principi non tollera l’irrazionalità etica del mondo. Egli è un «razionalista» cosmico-etico. Chi di voi conosce Dostoevskij ricorderà senz’altro l’episodio del Grande Inquisitore, dove il problema è trattato con grande precisione.
Non è possibile mettere d’accordo l’etica dei principi e l’etica della responsabilità oppure decretare eticamente quale fine debba giustificare quel determinato mezzo, quando si sia fatta in generale una qualche concessione a questo principio.
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Chi vuole fare politica in generale, e soprattutto chi vuole esercitare la politica come professione, deve essere consapevo le di quei paradossi etici e della propria responsabilità per ciò che a lui stesso può accadere sotto la loro pressione. Lo ripeto ancora: egli entra in relazione con le potenze diaboliche che stanno in agguato dietro a ogni violenza. I grandi virtuosi del l’amore acosmico per l’uomo e del bene – provengano essi da Nazareth, da Assisi o dai palazzi reali indiani – non hanno operato con il mezzo politico della violenza, il loro regno «non era di questo mondo», e tuttavia agirono e agiscono in questo mondo, e le figure di Platon Karataev e dei santi dostoevskiani sono pur sempre quelle che si adattano meglio a tali modelli. Chi aspira alla salvezza della propria anima e alla salvezza di al tre anime non le ricerca sul terreno della politica, che si pone un compito del tutto diverso e tale da poter essere risolto soltanto con la violenza. Il genio o il demone della politica e il dio dell’amore, anche il dio cristiano nella sua forma ecclesiastica, vivono in un intimo contrasto, che in ogni momento può tra sformarsi in un conflitto insanabile.
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In verità: la politica viene fatta con la testa, ma di certo non con la testa soltanto. In ciò coloro che agiscono in base al l’etica dei principi hanno pienamente ragione. Ma se si debba agire in base all’etica dei principi o all’etica della responsabilità, e quando in base all’una o all’altra, nessuno è in grado di prescriverlo. Si può dire soltanto una cosa: se adesso, in questi tempi (come voi pensate) di non «sterile» agitazione – ma l’agitazione non è sempre del tutto genuina passione – se adesso improvvisamente i politici che agiscono in base al l’etica dei principi si presentassero in massa con la parola d’ordine: «Non io, ma il mondo è stupido e mediocre, la responsabilità per le conseguenze non riguarda la mia persona, ma gli altri, al cui servizio io lavoro, e la cui stupidità o volgarità io sradicherò», io dico allora apertamente che in primo luogo vorrei interrogarmi sulla sostanza interiore che sta dietro questa etica dei principi. Ho la sensazione che in nove casi su dieci mi troverei di fronte a degli spacconi che non sentono realmente ciò che assumono su di sé, ma si inebriano di sensa zioni romantiche. Ciò non mi interessa molto dal punto di vista umano e mi lascia del tutto indifferente. Suscita invece un’e norme impressione sentir dire da un uomo maturo – non importa se vecchio o giovane anagraficamente – il quale sente realmente e con tutta la sua anima questa responsabilità per le conseguenze e agisce in base all’etica della responsabilità: «Non posso fare altrimenti, di qui non mi muovo». Questo è un atteggiamento umanamente sincero e che commuove. E infatti una tale situazione deve certamente potersi verificare una volta o l’altra per chiunque di noi non sia privo di una pro pria vita interiore. Pertanto l’etica dei principi e l’etica della responsabilità non costituiscono due poli assolutamente opposti, ma due elementi che si completano a vicenda e che soltanto insieme creano l’uomo autentico, quello che può avere la «vocazione per la politica».
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La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. E certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile. Ma colui che può farlo deve essere un capo e non solo questo, ma anche – in un senso assai poco enfatico della parola – un eroe. Pure coloro che non sono né l’uno né l’altro devono altresì armarsi di quella fermezza interiore che permette di resistere al naufragio di tutte le speranze, già adesso, altrimenti non saranno in grado di realizzare anche solo ciò che oggi è possibile. Soltanto chi è sicuro di non cedere anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli, soltanto chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto questo: «Non importa, andiamo avanti», soltanto quest’uomo ha la «vocazione» per la politica.
Da: Max Weber, La scienza come professione. La politica come professione, Edizioni di Comunità, 2001, pagg. 97-113
Fare “resilienza” per fronteggiare le crisi | Muoversi Insieme
…. Direi che sono tutti casi di “resilienza”. Ha un bel suono questa parola, ma cosa significa? ….
il resto dell’articolo è qui:
Elezioni e complesso della Grande Madre mediterranea: ricordare Ernst Bernhard (1896-1965) , scheda di Paolo Ferrario
Speravo molto che nella campagna elettorale non si sarebbe usato l’argomento della “mamma”.
Invece ieri sera – in quel programma televisivo che si chiama il nido di vespe – Berlusconi, incalzato da una vespa che si lisciava le antenne (pardon le mani), ha estratto dal suo repertorio la terrificante immagine della sua mamma che torna a casa, entra nella sua camera da letto e gli dice: “devi entrare in politica”.
Da cui la sua missione.
Nella cultura italiana la “mamma” è una istituzione, non una concreta persona.
Da ancora prima del proverbiale incipit di Beniamino Gigli “Mamma son tanto felice, perchè ritorno da te” (felice un c. !) della canzone di Cherubini, Bixio, Concina (1940, inizio della seconda guerra mondiale) e naturalmente anche per i decenni e secoli seguenti la mamma italiana, con la scusa della pastasciutta al ragù e delle mutande lavate e stirate, mantiene in uno stato di sudditanza emotiva il maschio italiano e trasmette alla femmina la retorica del compito generativo al sorriso Durbans.
Il culto della “mamma” è quanto di più bipartizan ci sia: dai comunisti italiani ai papisti il consenso è unanime.
La mamma è la “mamma”.
Ci voleva uno psicanalista ebreo berlinese, che vedeva da fuori come un antropologo la cultura degli italiani, per elaborare questo preciso e fondamentale ritratto del “complesso della Grande Madre mediterranea”
Ernst Bernhard (1896-1965) in Mitobiografia, Adelphi, 1969 lo racconta così:
“La chiave che permette di schiudere l’enigma dell’anima italiana è la constatazione che in Italia regna la Grande Madre mediterranea, la quale non ha perduto nei millenni né di potenza né di influenza. Essa è la premessa archetipica che si ravviva in ogni singola donna italiana se si fa appello alle sue qualità materne.
…
Nel dominio psichico essa produce prima di tutto una specifica attitudine materna. L’istinto materno la impegna interamente alla cura e alla protezione del bambino, un atteggiamento che si estende all’infinito attraverso meccanismi di proiezione; poiché dovunque essa trovi un oggetto, qualcosa a cui attribuire il significato di ‘figlio’, ivi si fissa, per rivolgerglisi maternamente. Essa accoglie ogni moto del ‘bambino’, afferra tutto, comprende tutto, perdona tutto, sopporta tutto. Quanto più bisognoso il bambino, più sofferente, più povero, più trascurato, tanto più vicino è al suo cuore.
…
La mancanza di puntualità e di fidatezza degli italiani si fonda in parte su questa fondamentale struttura psichica, poiché a chi è dominato dalla Grande Madre mancano capacità d’astrazione e di disciplina virili, o meglio queste soccombono inesorabilmente quando vengono a conflitto con la Grande Madre. Tutto ciò che è impersonale, per principio, essa cerca di trasformarlo in rapporto personale, attraverso il quale, come è noto, in Italia si può raggiungere quasi tutto.
…
Niente è più espressivo che l’interiezione “Pazienza!” che l’italiano pronunzia in modo quasi riflessivo quando qualcosa non è andato come doveva, a mo’ di rassegnazione e di conforto insieme, secondo quanto gli suggerisce la GrandeMadre consolatrice. … Poiché la rassegnazione contenuta in quel “Pazienza!” ha infine la propria radice in una genuina fiducia nel corso delle cose, in quella sicurezza che al figlio dà protezione materna, che giunge fino a quel ‘completo abbandono alla Provvidenza’ che è uno dei pilastri naturali della religiosità cristiana in Italia.
Ma la Grande Madre mediterranea in Italia è una madre primitiva. Essa vizia per lo più i suoi figli con la massima istintività, e i figli di conseguenza sono esigenti. Ma quanto più li vizia tanto più li rende dipendenti da sé, tanto più naturale le sembra la propria pretesa sui figli e tanto più questi si sentono ad essa legati e obbligati. A questo punto la buona madre nutrice e protettiva si trasforma nel proprio aspetto negativo, nella cattiva madre che trattiene e divora e che con le sue pretese ormai egoistiche impedisce ai figlie il raggiungimento dell’indipendenza e li rende inermi e infelici.
…
Spesso sono mogli e madri energiche, ricche di meriti, capaci, con un marito per lo più debole, senza interesse o capacità per le cose concrete, che creano e mantengono la posizione della famiglia, che dirigono aziende, fabbriche, alberghi, negozi o perlomeno la carriera del marito … Oppure sono donne sofferenti, malate o malaticce, il più delle volte con un marito estroverso, che sono state impedite nella loro evoluzione spirituale e psichica … Ambedue i tipi di madre, l’attivo come il passivo, hanno un’influenza ugualmente forte sul destino dei componenti della famiglia.
Data la posizione dominante della madre nella psicologia italiana, è naturale che la maggior parte delle nevrosi sia determinata principalmente da complesso materno. Molto spesso noi troviamo nell’uomo turbe di potenza, dongiovannismo, omosessualità, disturbi del lavoro. Nella donna troviamo sfiducia nelle sue qualità femminili, mancanza di fiducia nei decorsi naturali, mestruazione, gravidanza, parto, sviluppo dei bambini con i relativi disturbi: resistenza sessuale, frigidità, lesbismo, ipercompensazione intellettuale. In generale: disturbi dei rapporti fra i sessi, difficoltà nella ricerca del compagno, matrimoni infelici, angosce, depressioni, complessi d’inferiorità e un’infinita schiera di disturbi psicosomatici, dalla frequentissima emicrania alla colite, alla nevrosi cardiaca, all’asma, fino all’ulcera gastrica.
…
In una civiltà di stampo matriarcale l’elemento maschile rappresenta per definizione il lato indifferenziato, l’Ombra. Poiché la madre rappresenta l’inconscio nel suo aspetto predominante, l’uomo italiano è facilmente esposto ai suoi influssi e dispone di fronte a esso d’un Io relativamente debole; egli si identifica più o meno con l’Anima.
L’’identità con i lato positivo materno è evidente. E’ commovente vedere come i padri italiani sanno trattare coi loro bambini, come li sanno comprendere, proteggere, curare,. Sovente ridiventano bambini essi stessi, figli della Grande Madre, perché in fondo non hanno mai cessato di esserlo, compagni di gioco delle proprie figlie e dei propri figli, proprio come avviene presso i primitivi organizzati patriarcalmente, dove il posto del padre, con i suoi diritti e doveri, è preso dal fratello della madre, dallo zio materno. …
L’elemento maschile indifferenziato tende in linea di massima a fissarsi in una condizione di “figlio di mamma”, sovente nella forma di eterno Puer, cioè in una psicologia di pubertà. Questo produce per un verso l’attaccamento e la venerazione commoventi che l’uomo italiano ha per la propria madre, e con essi il suo tradizionalismo e il suo conservatorismo in tutti i domini, naturalmente anche nei confronti della Chiesa. …
Per altro verso questa psicologia di pubertà così caratteristica per l’uomo si manifesta positivamente come ribellione, ardimento, slancio, entusiasmo, intuizione creativa e schietto impulso all’avventura, negativamente come faciloneria, esibizionismo, vanità, gallismo o disprezzo della donna, spesso con tratti manifesti o latenti di omosessualità, e come tendenza a ogni possibile eccesso”
in Ernst Bernhard, Il complesso della Grande Madre. Problemi e possibilità della psicologia analitica in Italia, in Tempo Presente dicembre 1961, ripubblicato in Mitobiografia, Adelphi. 1969, pagg. 168-174
Nel nido di vespe di ieri sera appariva in tutta la sua luce mefitica l’archetipo della Madre Mediterranea quale potente simbolo generatore del probabile esito nefasto delle elezioni del 12 e 13 aprile 2008.
Sentivo riecheggiare queste parole di Bernhard: “l’attaccamento e la venerazione commoventi che l’uomo italiano ha per la propria madre, e con essi il suo tradizionalismo e il suo conservatorismo in tutti i domini, naturalmente anche nei confronti della Chiesa”.
Che la psicologia abbia strumenti ben più raffinati della politologia, della statistica elettorale e delle regole di voto per interpretare questa congiuntura storica e i detestabili prossimi anni, lo dimostra anche quest’altro testo della psicanalista Silvia Vegetti Finzi:
Che cosa significa per un figlio ottantenne perdere la madre? «Significa prima di tutto — risponde la psicologa Silvia Vegetti Finzi, esperta di dinamiche familiari – che sei più preparato all’evento, dunque riesci a renderlo comprensibile e accettabile, perché sai che tua madre ha compiuto un percorso di vita completo e pieno». Intanto, però, hai compiuto anche tu un bel percorso. Il che significa che di fronte alla scomparsa di tua madre sei in grado di riflettere con cognizione di causa sulla caducità della vita. E magari anche della tua: «Sì, il contatto diretto, in età avanzata, con la morte della persona cara è un’occasione di riflessione anche etica. Però oggi un settantenne ha una vita ancora ben aperta al futuro». È improbabile che un evento del genere abbia conseguenze depressive? «A meno che la depressione non preesista». Non sembra il caso del Cavaliere: «A settant’anni hai una vita ben più complessa che nelle età precedenti e riesci a relatìvizzare meglio. Per esempio, il fatto di essere nonno ti mette di fronte alla nascita della vita, dunque il dolore si stempera grazie all’idea della ciclicità del tempo». Fatto sta che secondo Freud dietro un uomo di successo c’è sempre la predilezione della madre. Lo ricorda Finzi: «È come se il figlio, specie se primogenito, agisse nel mondo per mandato della madre, per cui realizzare una grande opera diventa una forma di restituzione della stima». E a settant’anni com’è che un uomo di successo può rimediare quando gli viene a mancare la figura primaria di questa stima? Morta la madre reale, rimane al Cavaliere la madre interiore: «Che sarà ancora più idealizzata, perché la figura materna nel ricordo perde gli aspetti negativi di quando era in vita». Con che conseguenze per il figlio settantenne, appunto? «È probabile che aumenti in lui il desiderio di consenso, l’ambizione di essere amato da tutti, perché la mamma ideale è più esigente e il compito di esserne all’altezza ancora più impegnativo». Specie per un uomo che ha sempre puntato molto, anche pubblicamente, sulla personalità della madre: «In personaggi come Berlusconi — prosegue Vegetti Finzi, il riferimento alla madre indica un nuovo inizio, mentre il padre rappresenta la genealogia sociale, la continuazione: se ti presenti nel nome della madre sei un capostipite, il fondatore di un progetto il cui mandato ti è stato affidato appunto da tua madre». E che madre. Un carattere molto forte, a una forte componente virile e assegnano al figlio compimento della parte di sé che non hanno poi realizzare in prima persona». C’è da scommetter la morte di donna Rosa, in un futuro più o mene prossimo, «verrà proposta in pubblico da Berlusconi come esperienza esemplare, e il lutto come sentimento universale che tutti possono condividere sul piano retorico e immaginario». A proposito di immaginario l’analisi di Silvia Vegetti Finzi si spinge aintravedere nel rapporto tra Silvio e la madre defunta una dinamica quasi medievale, come avviene per tutti i figli di successo: «La genitrice diventa la regina. La logica è quella del cavaliere che parte per grandi imprese e al ritorno porta il trofeo alla regina. Con la morte il tutto viene enfatizzato». Eppure il rapporto stretto con la madre non era mai stato così esibito in pubblico dai politici. Come si spiega? «Berlusconi sa bene che la relazione madre-figlio in Italia ha un effetto speciale grazie alla devozione diffusa per Madonna. Il richiamo frequente a sua madre ha contribuito ad avvicinarlo ai ceti più popolari e tradizionali, toccando le corde più sensibili degli affetti e delle pulsioni».
In Il Corriere della Sera 5 febbraio 2008
Conclusione: il problema politico italiano non è Berlusconi, ma sono il 25% degli italiani che lo votano, l’altro 15% che si apparentano e i restanti 60 % che , detestandolo o insultandolo, ne consolidano il dominio.
Ma ancora più nel profondo, ghigna la Madre Mediterranea.
Islamismo e nazi-islamismo nella analisi di Alexandre Del Valle, scheda con una reminiscenza di Raymond Aron a cura di Paolo Ferrario, 2007
Il dato storico mi appare sempre di più questo:
l’islamismo non è un semplice integralismo cultural-religioso,
ma è un totalitarismo che si basa sul fondamentalismo religioso
L’islamismo è omologo (certo non uguale, per la diversità dei contesti) al nazismo della prima metà del Novecento.
Sostiene Alexandre Del Valle:
Possiamo, come suggerisce Pierre-Andre Taguieff, considerare il totalitarismo sotto tre forme e accezioni, più complementari che antinomiche, riprendendo la classificazione che Renzo De Felice ha tentato riguardo il fascismo:
il fascismo come movimento,
il fascismo come regime
e il fascismo come ideologia.
Se si applica questa triplice classificazione all’oggetto del nostro studio, si può distinguere il totalitarismo come movimento, con la genealogia dei fascismi e del marxismo e della loro incubazione totalitaria nei secoli XIX e XX, il totalitarismo come regime con i regimi nazista, sovietico, maoista, khmer rosso, saudita, talibano-khomeinista o sudanese, infine il totalitarismo come ideologia con il marxismo-leninismo, lo stalinismo, il nazionalsocialismo o l’islamismo.
L’ideologia islamista traspare nella dottrina totalitaria dei Fratelli musulmani, del Gamiat-i-islami pachistano, della rivoluzione sciita iraniana o del wahhabismo saudita – quindi il neo wahhabismo rivoluzionario di Ben Laden – o, più in generale, nel salafismo sunnita, nelle sue forme fondamentaliste e gihadiste. La definizione generica del totalitarismo come
”pretesa dottrinaria ideologico-politica a conglobare la totalità della vita in un monismo del potere e della visione del mondo, usando segnatamente l’arma del terrore e della violenza“
è, secondo noi, la più adeguata a definire l’islamismo, principale rappresentante oggi della realtà totalitaria.
In Alexandre Del Valle, Il totalitarismo islamista all’assalto delle democrazie, Solinum editore, 2007, p. 87-88
Due obiezioni contro l’impiego del termine “totalitarismo” consistono nell’affermare che questa nozione è storicamente associata al nazionalsocialismo tedesco e allo stalinismo russo e che il totalitarismo è necessariamente incarnato in uno stato. Da cui la non applicabilità alla situazione odierna di quella nozione.
Per contro Del Valle sostiene che il progetto islamista prevede la soppressione degli stati tradizionali (Israele in primis) e l’edificazione di uno stato califfale transnazionale che raggruppi tutti i membri della umma islamica, ossia la comunità dei credenti.
Il totalitarismo è l’esatto opposto delle democrazie liberali, che sono dei “sistemi pluralisti fondati sulle costituzioni”.
Quali , dunque, i criteri che, con lo sguardo proiettato al presente e non con gli occhiali del Novecento, permettono oggi di definire il totalitarismo?
Usando il pensiero di Raymond Aron e di Hannah Arendt lo studioso citato ne individua tre:
- la confusione fra campo della politica e campo della società civile:
il rifiuto totale di ogni laicità proprio del sistema islamista deve essere considerato come uno dei criteri del totalitarismo nella misura in cui la secolarizzazione è una delle condizioni essenziali dei regimi democratici e liberali
op. cit p. 89
- la mobilitazione totale e permanente e la fuga in avanti dell’estremismo
- la militarizzazione non sottomessa alle norme dello stato di diritto:
Anche qui, come i corpi franchi o altri ordini del tipo SA e SS, l’islamismo invita ogni credente ad assolvere il suo dovere di “sforzo di guerra sul sentiero di Allah”(gihadfì sabil’Illah) contro i nemici dell’ordine islamista essendo la ricompensa il paradiso di Allah, l’equivalente del Valalla dei nazisti neopagani. Imperativo che i movimenti gihadisti più o meno nati dai Fratelli musulmani o dal Gamiat-i-islami pakistano (Takfir, Gamaa, Gihad, Hamas, GIÀ, GSPC, Lashkar-i-Taiba, Geish-i-Muhammad) hanno spinto fin nelle più terribili trincee chiamando i musulmani di tutto il mondo a “uccidere gli ebrei e i crociati ovunque si trovano”. Questo spiega perché terroristi kamikaze si improvvisano a volte al di fuori di ogni struttura organizzata, così come si è visto in Francia a fine agosto 2001 con il caso dell’islamista di Béziers, Safir Bghuia.ù
Op.Cit. p. 89
- il rifiuto dell’individualismo. La vita singola non ha alcun valore, perché è solamente il gruppo che conta. Questo aspetto, addirittura, è più presente nell’islamismo che nei fascismi o nel comunismo, se si pensa al loro motto: “Amiamo più la morte che voi la vita”
- il terrore e la paura generalizzata. La coppia fede/terrore è rintracciabile in tutta evidenza in Iran, nelle giunte alla Saddam o nelle strutture monarchico tribali dell’Arabia Saudita
- il fine giustifica i mezzi e la menzogna è un dovere:
Ci ricordiamo del modo in cui i nazisti arrivarono al potere dopo aver utilizzato tecniche sovversive come l’incendio del Reichstag o la strumentalizzazione del cristianesimo che invece detestavano, o ancora il modo in cui i comunisti sovietici distinguevano la verità superiore (pravda), ideologica, dalla verità di fatto(istina) sacrificabile a piacere. Puskin scrisse del resto: “La menzogna che ci eleva non mi è più cara della moltitudine delle piccole istina…” Perciò molti grandi pensatori e giuristi dell’isiam classico ai quali si riferiscono gli islamisti hanno anch’essi teorizzato la “menzogna pietosa” o “l’adesione dei cuori” (tàlib al-qulub) e l’hanno destinata a quelli che Lenin chiamava gli “utili idioti”: “Le menzogne sono peccati, salvo quando sono dette per il benessere del musulmano” (Al-Tabarani); “la menzogna verbale è autorizzata nella guerra” (Ibn Al-Arabi)7. Nello sciismo troviamo il principio della taqiyya, che autorizza il credente a rinnegare pubblicamente la sua fede in un contesto ostile, mentre il salafismo sannita si riferisce alla menzogna di circostanza: “È permesso mentire per respingere un male più grande (…). La menzogna è laida ma si può usare per il bene. Si può mentire a un kafìr (infedele) al di fuori della guerra (…) per assicurarsi un interesse materiale”, si spiega ai giovani militanti islamisti, essendo la menzogna qui paragonata a un’opera di pietà come a una guerra santa, perché “la guerra santa deve essere condotta utilizzando la furbizia e l’inganno contro i capi kafìr, contro quelli che attaccano ciò che Dio ha rivelato (…). Ibn Taymiyya ha detto che è permesso e che è anche un dovere per un musulmano in certi casi, di assomigliare agli “associatori” nelle cose esteriori come il vestiario e altre apparenze
Op.Cit. , p. 91-92
- il fanatismo ideologico:
ciò che caratterizza più profondamente il totalitarismo, non è solamente la violenza e l’ipertrofia di uno Stato liberticida ma l’ideologia stessa, intesa nel senso etimologico del termine come logica di una idea totale, il fatto di spiegare il movimento della storia come un processo unico e coerente dedotto a partire da una idea centrale: la legge della natura e della razza per il nazismo, della storia o della lotta di classe per il marxismo, oppure della sottomissione dell’umanità ad Allah e quindi la lotta delle religioni e delle civiltà per l’islamismo.
Op.Cit. p.92
Mi sono appuntato questi pochi stralci di una ricerca ad ampissimo spettro: storico, religioso, politologico, giuridico, sociologico.
Il libro di Alexandre Del Valle va sui tempi lunghi.
Sui Blog, di Paolo Ferrario nel 2007
Provo ad osservarmi.
E a scrivere mentre mi osservo.
E, in particolare, a mettere a fuoco i miei processi di pensiero.
Osservo i due poli opposti.
Da una parte c’è il continuo fluire del pensiero interno. E’ l’incessante ”stream of consciousness” che James Joyce ha osato sfidare sul piano letterario nel suo Ulisse. E’ un pensiero mobile, variabile, disordinato, confinante fra conscio ed inconscio. Talvolta si ferma. Più spesso scappa via e si dimentica del passo precedente.
E’ un gran compagno questo pensiero.
Si presentifica davanti allo specchio e mi fa dire: “ma chi sono io? .. chi è quello lì? … ma sono davvero io?”. O si manifesta con qualità psichica prima di dormire.
E’ il pensiero che lentamente si assopisce prima di dormire. Per fare posto al sogno.
E’ il pensiero che può essere messo al servizio della psiche con la reverie
All’altro polo c’è il pensiero applicativo. Quello dello studio analitico che si lega al lavoro ed alla professione. Qualsiasi lavoro attiva il pensiero applicativo. E’ pensiero pratico: “si fa così … no, si potrebbe anche fare così … questo adesso, questo dopo… occorre confrontare … ci vuole un parere …”
La coscienza occidentale è andata molto avanti nei pensieri applicativi.
Lo psicologo Howard Gardner nel suo Formae mentis, ha addirittura elaborato una tipologia delle intelligenze: l’intelligenza linguistica; l’intelligenza musicale, l’intelligenza logico-matematica, l’intelligenza spaziale, l’intelligenza corporea; l’intelligenza intrapersonale; l’intelligenza interpersonale. Libro fantastico il Formae mentis (Feltrinelli, 1987).
In mezzo a questi due poli si agitano, agiscono, prendono il sopravvento e lo perdono tantissimi altri stili di pensiero.
Il pensiero poetico. Quello dello sguardo intenso, unico e profondo sull’attimo. E’ un pensiero molto, molto legato allo sguardo. Sguardo diretto o obliquo. Ma comunque sguardo che vede oltre e dentro. Solo in quell’attimo. Lo sguardo che crea una realtà altra da quella percepita dalla coscienza.
Ancora il pensiero del gesto quotidiano. Accudirsi (oh , quanto sfuma sul pensiero interno, talvolta!), nutrirsi, fare ordine. Ricreare le condizioni per la propria sopravvivenza. E’ un pensiero apparentemente semplice che si affida alla memoria procedurale. Mia moglie mi dice che questo pensiero sarà molto, molto utile in vecchiaia.
C’è il pensiero della scelta. Cosa faccio? Cosa decido? Questa via o quest’altra? Decidere: tagliare. Ogni decisione è un taglio. Sanguina, poco o tanto
Insomma: ci sono tante varianti nei processi del pensare.
Anche perchè c’è sempre l’emozione di pensare. E’ lì che il pensare si umanizza perchè si impasta fra pensiero e sentimento ed ancora fra senzazione ed intuizione (quanto era saggio Jung. Il vecchio saggio Carl Gustav Jung)
Ma era ai blog dove volevo arrivare.
Quale tipo di pensiero attiva il fare direttamente un blog o ancora visitarli e commentare?
A me sembra che attivi un pensiero relazionale.
Ossia un pensare che si struttura facendo rimbalzare dentro di sè e poi fuori di sè e poi ancora dentro di sè pezzetti del pensare di altri. Come dice anche Fully in un suo post.
E’ per questo che le tecnologie che sostengono i blog sono una rivoluzione della modernità.
Ed è proprio che da qui nascono i problemi. I nuovi problemi legati all’uso di queste straordinarie tecnologie. In una prospettiva negativa ne ha già parlato Sherry Turkle.
Oggi vorrei soffermarmi su tre aspetti: la scelta dei blog, il tempo per esplorarli, ilpensiero applicativo emergente, la rottura della solitudine nella moltitudine.
La scelta dei Blog. Per me è avvenuta prima per amicizia, poi per casualità, poi per affinità, poi ancora per amicizie acquisite. La Z-List combina affinità e casualità. Ma costringe anche alla scelta. Ed è stato molto divertente leggere del tormento decisionale di Dodo (sanguinava un pochetto). L’interesse della Z-List (e forse anche qualla della “classifica per generi”): conoscere blogger eccentrici rispetto alle mie centrature. Il suo svantaggio è la mancanza di un aggregatore. Non è una catena. E’ un albero con rami e rametti. Come gi alberi genealogici
E qui nasce il problema del tempo per esplorarli
Il tempo è breve, il tempo stringe, il tempo che resta è sempre limitato.
Osservo che il mio rapporto Uno a Molti con i blog funziona su tre sfere.

C’è la sfera intima. Gli amici, quelli che si visitano proprio sempre, con cui si colloquia, in cui si commenta e si leggono gli altri commenti. Con cui si intessono rapporti ancora più intimi con le letterine interne. Qui i rimbalzi sono molto frequenti. E talvolta si mettono a tema questioni piuttosto interessanti.
Poi c’è la sfera dei frequenti. Li vado a vedere, ma non in modo metodico. Ogni tanto qualcuno sfugge. I loro amici non diventano miei amici (ma talvolta sì). Insomma è un’area più esplorativa, basata sul criterio prova ed errore. Certo talvolta alcuni finiscono inesorabilmente nelle spire pitoniche della sfera intima.
Infine c’è la sfera dei blog per ricerche. Si tratta di case tematiche. Di blogger che inseguono un tema che mi sta a cuore. Questi blog sfumano nei siti. Non ci vedo molta differenza fra un blog specialistico-tematico ed un sito.
Non dico che tradiscono la missione originaria del blog, che è quella di essere un diario pubblico. Però quasi.
Per me la vocazione interessante del blog è la sua introspezione esposta al pubblico.
E’ per questo che i commenti offensivi e giudicanti sono così fuori tono nella cultura dei blog. Eppure prevalgono: ma è l’effetto imitativo della “discussione da bar sport”. Ti devo distruggere per le tue opinioni. Non posso distruggerti fisicamente, lo faccio con le parole. Tanto è facile battere i tasti, salvare ed inviare.
Così succede che i blogger delle sfere frequenti e per ricerche sono estremamente mobili nel mio rapporto uno a molti. Entrano ed escono con grande facilità.
Quanti blog della sfera intima e frequente si possono “curare”?
Vediamo: 20 interlocutori fra gli amici scelti e che mi hanno scelto; 36 fra i preferiti (ossia i blog monitorati da splinder).
Tenuto conto delle frequenze di lettura, credo che la soglia di 20 si quella più realistica.
Compatibilmente con le altre cose da fare posso “curare” con la dovuta attenzione ed solo 20 relazioni.
Nell’universo delle relazioni internettiane è una molecola nello spazio.
Nelle relazioni fra persone è molto. Tanto più che la rete abbatte la geografia. Sono relazioni extra-territoriali.
Ma quale pensiero interno e pensiero applicativo attiva il pensiero relazionale emergente dei blog?
Qui c’è il problema. Un problema che è solo all’inizio, direbbe Emanuele Severino.
Si tratta di un pensiero frammentato.
Un pensiero erratico.
Un pensiero che si applica a troppi oggetti per esplorarne a fondo ciascuno.
Penso al libro che più mi è caro, all’unico libro che Montaigne ha scritto nella sua vita e l’unico che mi porterei dovunque:
Ti avverto fin dall’inizio che non mi sono proposto, con esso, alcun fine,
se non domestico e privato.
Non ho tenuto in alcuna considerazione nè il tuo vantaggio nè la mia gloria.
Le mie forze non sono sufficienti per un tale proposito.
L’ho dedicato alla privata utilità dei miei parenti ed amici:
affinchè dopo avermi perduto (come toccherà loro ben presto)
possano ritrovarvi alcuni tratti delle mie qualità e dei miei umori,
e con questo mezzo nutrano più intera e viva la conoscenza che hanno avuto di me”
Montaigne, Saggi
Come sto ora facendo io.
Eppure quali differenze insormontabili!
Lì una applicazione quotidiana, senza interruzioni, senza interventi esterni a elaborare il proprio sè.
Qui, per l’appunto, una erranza fra temi, parole chiave, musiche, proposte, oggetti di riflessione diversissimi. Tutti spesso solo toccati velocemente senza una forte e profonda ricerca indaginante.
Là l’interiorità che si fa universalità.
Qui l’esteriorità dei frammenti che solo a condizione di riprendersi da se stessi in mano potrebbe diventare esperienza unitaria.
E’ il grande problema: tanti messaggi, tante informazioni, tanti stimoli. Ma poco o nulla come socializzazione e educazione a mettere assieme.
E, ripeto, siamo solo agli inizi del problema. Perchè siamo dentro la rivoluzione
Per ultimo mi resta ancora un filo di ragionamento.
E’ abbastanza chiaro che la modernità, alimentata dal mercato e dalle burocrazie, è innanzitutto rottura delle solidarietà primarie tradizionali. Famiglia in primo luogo, ma poi anche comunità locali.
Questo fa sì che tutti noi (chi più, chi meno) siamo persone sole nella moltitudine.
La moltitudine dei singoli ha sostituito le relazioni primarie.
Il blog integra, quando va bene, le relazioni faccia a faccia.
Più rischioso è quando le sostituisce.
Non c’è un rapporto causa effetto del tipo: la cultura dei blog provoca un impoverimento dei rapporti faccia a faccia.
No
Piuttosto l’estensione ed i radicamento, e le Z-List e le classifiche, insomma tutto questo avvitamento su se stessi dei blog, sono un sintomo della solitudine della moltitudine
Tuttavia essi talvolta alimentano anche forme nuove di solitudine scelta.
E qui il salto esistenziale si fa duro e terribile.
Fin quando si chiacchera più o meno amabilmente sui post e nei commenti: “Caro di qui” … “Caro di là” … “condivido” … “non sono d’accordo” … e via discorrendo (“zio caro”: e qui capisce solo chi ha letto altro) …
Dicevo fin quando si parla con i tasti nasce, cresce, l’illusione di essere in relazione. Di avere amicizie solide che rompono la solitudine.
Ma appena arriverà la caduta, la malattia, il colpo inaspettato che mette fuori gioco il corpo e la sua stessa possibilità di relazione … ecco, in quel momento, tutte queste relazioni virtuali si disfarranno nel vento.
Cesseranno immediatamente di esistere. Nè più nè meno come quando si spegne un computer.
Non ci sarà più alcuna relazione virtuale importante e necessaria ad avvicinare l’impatto di quel problema.
Ed allora saranno ancora una volta solo le relazioni primarie, quelle faccia a faccia, quelle delle famiglie sia pure disgraziate, invadenti e terrificanti, dei preti odiati e sbeffeggiati, degli insegnanti colpevolizzati, dei vicini di casa invadenti, ma forse allora rivalutati, dei volontari onnipotenti ed ingrugniti nella loro vocazione salvifica a dimostrare la loro essenzialità per tenerci assieme, male e ancora per un poco. Ma a tenerci assieme
E se anche queste relazioni franeranno (e franeranno, perchè non tengono sul medio e lungo periodo) ci saranno solo le istituzioni del welfare a darci una gruccia, un lenzuolo pulito alla mattina, dopo, la merda della notte.
Le tanto disprezzare istituzioni del welfare, delle quali ci si accorge per criticarne l’insufficienza, secondo la solita logica della “caccia al colpevole”, solo quando ne abbiamo bisogno.
Ed è qui che la politica, non la politica – spettacolo, ma la politica – azione eticamente sostenuta, riacquista il suo ruolo, peso, vocazione.
Dunque, mi dico: fai il tuo blog, cura le tue relazioni, costruisci pure questi legami sottili che passano per la comunicazione dei fili.
Sappi, però, che sono rapporti effimeri, labili, leggeri.
E allora tieni sempre d’occhio anche le persone fisiche, concrete, visibili.
Ringrazia il caso e la natura che ti ha messo vicino una moglie che illumina e scalda i giorni.
Tuttavia, se scarseggiano i rapporti interpersonali, perchè hai un pessimo carattere, punta ancora sulle politiche di welfare e sul loro funzionamento.
Magari qualcuno, quando sarai nel letto assistito o sul deambulatore, si ricorderà che Nina Simone sa farti piangere e contemporaneamente renderti sempre felice.
E si ricorderà di infilarti una cuffia sulle orecchie e far andare in loop le sue 500 canzoni.
Resilienza come abilità per attraversare i cicli della vita
mercoledì, 16 maggio 2007
Un articolo di Aldo Romano sulla Stampa di oggi mi fa recuperare l’intenzione di rielaborare qualche idea su un grande concetto e principio orientatore del lavoro di servizio:
Resilienza
Perfino la pubblicità di un noto materasso ne parla:
“Uno strato superiore di esclusivo materiale sensibile alla temperatura viene laminato su una base in poliuretano ad alta resilienza di 8 cm. Il sistema di flusso d’aria fra lo strato e la base in espanso permette un’ulteriore resilienza in profondità e ventilazione in tutto il materasso.”
E, anche se non la chiamerebbe mai così, Pippo Delbono ha “fatto resilienza” ai suoi problemi.
Con il teatro.
Perchè ci sono molte vie di resilienza.
Come racconta in “Racconti di giugno: incontro con se stesso“.
Lui da solo sul palco. A raccontarsi con totale e perfino estrema sincerità.
Cosa significa Resilienza?
Quando una parola è poco conosciuta conviene partire dal vocabolario.
- Capacitá di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi (Lo Zingarelli, Zanichelli, Milano, 1995):
- capacità di un materiale di resistere a deformazioni o rotture dinamiche, rappresentata dal rapporto tra il lavoro occorrente per rompere un’asta di tale materiale e la sezione dell’asta stessa: indice, valore di resilienza
- capacità di un filato o di un tessuto di riprendere la forma originale dopo una deformazione (Da Dizionario De Mauro)
Se consideriamo questo concetto in rapporto alle scienze sociali, possiamo dire che la resilienza corrisponderebbe alla capacitá individuale che rende adatti ad affrontare i problemi che i cicli della vita propongono e di trovare le energie per superarli e magari uscirne anche rafforzati e cambiati in meglio.
Da questo punto di vista la parola viene associata sempre con tensione, stress, ansietá, situazioni traumatiche che ci colpiscono durante la nostra vita.
Si tratta di qualcosa che corrisponde alla natura umana, ma che non sempre si riesce a mettere in atto e, anche se a volte si attiva, non sempre si arriva a generare situazioni positive.
Questa misteriosa possibilitá ha alla sua base il fatto che gli elementi costitutivi della resilienza sono già presenti in ogni essere umano e la loro evoluzione accompagna le diverse fasi dello sviluppo o del ciclo vitale dell´uomo: è un comportamento intuitivo durante la infanzia, poi si rinforza fino ad essere attivo nella adolescenza, e dopo ancora sará completamente incorporato alla condotta propria dell´etá adulta.
Ma ci vuole educazione per farlo.
Occorrono servizi alla persona che appoggino e talvolta si sostituiscano ai vuoti della socializzazione e della inculturazione.
Occorre ancoraggio a valori solidi, anche se questi valori hanno 2000 anni. Occorrono radici da innaffiare: perché un albero con forti radici resiste meglio alle bufere.
Occorrono decisioni nel volere ottenere questo risultato educativo. Padri “morbidi” ed impauriti e madri decisioniste come dirigenti di azienda difficilmente ci riescono. E lo si vede.
La resilienza é piú della semplice capacitá di resistere alla distruzione proteggendo il proprio io da circostanze difficili
E’ anche la possibilitá di reagire positivamente a scapito delle difficoltá e la voglia di costruire utilizzando la forza interiore propria degli essere umani.
Non é solo sopravvivere a tutti i costi, ma é anche avere la capacitá di usare l´esperienza nata da situazioni difficili per costruire il futuro.
Si dice, si racconta, si narra che ci sono alcune caratteristiche tipiche della resilienza:
• “insight” o introspezione: la capacitá di esaminare sé stessi, farsi le domande difficili e rispondersi con sinceritá
• Indipendenza: la capacitá di mantenersi a una certa distanza, fisica e emozionale, dei problemi, ma senza isolarsi
• Interazione: la capacitá per stabilire rapporti intimi e soddisfacenti con altre persone
• Iniziativa: la capacitá di affrontare i problemi, capirli e riuscire a controllarli
• Creativitá (alla cui base linguistica troviamo “creare” “azioni”: la capacitá per creare ordine, bellezza e obbiettivi partendo dal caos e dal disordine
• Allegria: disposizione dello spirito all´allegria, ci permette di allontanarci dal punto focale della tensione, relativizzare e positivizzare gli avvenimenti che ci colpiscono
(da una scheda di Aurora Fiorentini)
Anche la Teoria Sistemica (“se cambia un soggetto della relazione cambiano anche le relazioni fra i soggetti della relazione”) arriva alla conclusione che la resilienza è un fattore che entra in gioco nei processi di terapia familiare.
Il gruppo di Paolo Alto di Paul Watzlavick la chiamano “resistenza” nel capitolo “La sottile arte della ristrutturazione”
“Ristrutturare significa, dunque, dare una nuova struttura alla visione del mondo concettuale e/o emozionale del soggetto e porlo in condizione di considerare i fatti che esperisce da un punto di vista tale da permettergli di affrontare la situazione anzichè eluderla, perchè il modo nuovo di guardare la realtà ne ha mutato completamente il senso … La ristrutturazione non cambia i fatti concreti ma il significato che il soggetto attribuisce alla situazione”
in P. Watzlavick, J.H. Weakland, R. Fisch, Change: sulla formazione e la soluzione dei problemi(traduzione di Massimo Ferretti), Astrolabio, 1974 p. 103/104
Durante una crisi la famiglia trasforma la sua struttura, si tiene insieme per resistere la tempesta: non sa quanto puó durare quella energia. Deve trovare fattori interni ed esterni che possano aiutarla per diventare meno vulnerabile e impedire che la crisi aumenti di proporzione, in principio, e dopo superarla in modo che possa affrontare una ristrutturazione del sistema, che possa uscirne rinforzata e possa trasformarla in un elemento utile al cambiamento e alla crescita positiva.
La resilienza é un fattore che puó essere accresciuto durante l’infanzia, nelle diverse tappe dello sviluppo, per mezzo dello stimolo delle aree affettive, cognitiva e del comportamento, sempre d’accordo con l´etá e il livello di comprensione delle diverse situazioni di vita. Il periodo che va dalla nascita fino alla adolescenza sarebbe quello piú opportuno per svegliare e sviluppare questa qualitá interiore che permette di affrontare le avversitá.
Riassumendo si può dire che la resilienza é
la capacitá umana adatta ad affrontare gli avvenimenti dolorosi e a risorgere dalle situazioni traumatiche.
Principio storicamente dimostrato nei momenti di stragi mondiali e di genocidi provocati dall´uomo.
Ci sono poi possibilitá di sviluppo della resilienza che si ottengono agendo sulle risorse personali e sociali, in stato di latenza, in ogni individuo ed anche in ogni comunità .
Tra queste possiamo nominare: l´autostima positiva, i legami affettivi significativi, la creativitá naturale, il buon umore, una rete sociale e di appartenenza, una ideologia personale che consenta di dare un senso al dolore, in modo da diminuire l’aspetto negativo di una situazione carica di conflitti, permettendo il risorgere di alternative di soluzione davanti alla sofferenza.
La resilienza puó venire incontro al lavoro sociale e psicologico a livello di: prevenzione, riabilitazione, collaborazione in educazione, assistenza alle famiglie e ai diversi gruppi sociali, perché non attinge la sua forza soltanto dalle condizioni naturali degli individui, maha bisogno di un aiuto esterno e di un ambiente che faciliti e appoggi uno sviluppo personale che conduca verso un apprendimento.
L´obiettivo di questa noterella é di ricordare innanzitutto a me stesso (ottimo metodo quello di riflettere su di sé, prima di proiettare sugli altri da sé) che la pratica della resilienza è abbastanza consolante.
Non risolutiva, ma consolante.
Ogni persona possiede questa caratteristica, ma da ciascuno di noi dipende che possa essere sviluppata, se ci concediamo la possibilitá di farlo, magari scegliendoci con cura, attenzione, accudimento ed amore le persone con cui camminare.
Lo spirito di resilienza è un principio informatore ed “educatore” che può anche essere usato anche nei post e nei commenti dei blog, dove il pensiero associativo che qui si sviluppa talvolta genera tensioni, eccessi informativi, rabbia compulsiva, aggressività, depressione, proiezioni.
Riprendendo l’aurea scaletta sopra riportata:
- esaminare sé stesso, farsi le domande difficili e rispondersi con sinceritá. Tanto siamo in situazioni di “relazioni gratuite”
- mantenere a una certa distanza dai problemi, tuttavia senza isolarsi. Qui abbiamo già accettato di comunicare ed esporci. Occorre farlo con cautela. Adottando il metodo del “buon padre di famiglia”
- Interagire, stabilire anche rapporti intimi con le persone. Purchè siano soddisfacenti, ossia tendenzialmente benefici per la psiche. Il tempo stringe. Nessuno ci obbliga a stare qui. Perché farci del male? Ci pensano già i terroristi (nella variante culturale di “perdenti radicali”) dal 2001 a farci del male: almeno qui possiamo dire “no, grazie”
- Affrontare qualche problema, provarsi a capirlo, anche con l’aiuto delle “sfaccettature” di un problema, provare a controllarlo. Cioè vederli, questi problemi. Come lo psichiatra Hannibal Lecter quando, nel romanzo Il silenzio degli innocenti, dice a Clarice Sterling: “Rifletti … cosa osserva lui ? ….. cosa sta facendo? … hai tutti i dati in mano … cosa fa? …. Lui d e s i d e r a ….”
- Essere creativi. Come sui Blog: qui non controlla nessuno. Sì certo, si può essere assaliti da commenti lividi e cattivi. Può anche capitare che qualcuno ti aizzi addosso i suoi amici di blog (mi è capitato, non me ne sono dimenticato ed ho provveduto a difendermi). Però, con qualche cautela, puoi far lasciare andare i pensieri. Si può provare a dare ordine, partendo dal caos e dal disordine
- Dare spazio al folletto “Spirito allegro”. Buffoneggiare, anche . Una disposizione all’allegria, permette di allontanarci dalle tensioni, di relativizzare e di vedere positivo. “Penso positivo perché son vivo”, ma senza l’infinita tristezza culturale dei “newagisti” che ruminano l’ideologia del pensiero positivo. E che diventano così tetri e tristi, come i mangiatori ossessivi di cibi macrobiotici
Il tema della resilienza deve molto allo psicologo rumeno Boris Cyrulnik (figlio di deportati ad Auschwitz che riuscì a fuggire dal treno diretto ai campi di concentramento):
“Due sono le parole chiave che caratterizzeranno il modo di osservare e di comprendere il mistero di chi ha superato un trauma e, una volta adulto, riguarda le cicatrici del passato.
Le due strane parole che preparano il nostro sguardo sono «resilienza» e «ossimoro».
Il termine «resilienza» è stato coniato in fìsica per descrivere l’attitudine di un corpo a resistere a un urto. Ma tale definizione attribuiva eccessiva importanza alla sostanza.
Il termine è stato mutuato dalle scienze sociali per indicare «la capacità di riuscire, di vivere e svilupparsi positivamente, in maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che generalmente comportano il grave rischio di un esito negativo» (Vanistendael S., Cles pour devenir: la resilience, 1998).
Come diventare umani nonostante gli scherzi del destino? Questi interrogativi pieni di ammirazione sono emersi quando si è deciso di esplorare il continente dimenticato dell’infanzia.
Il dolce Remi, in Senza famiglia, poneva il problema con parole molto chiare:
«Sono un trovatello. Ho creduto di avere una mamma, come tutti gli altri bambini…»
Due volumi dopo, una volta conosciuta l’infanzia di strada, lo sfruttamento del lavoro minorile, le percosse, il furto e la malattia, Remi si guadagna il diritto di condurre una vita socialmente accettabile a Londra e conclude con una canzone napoletana che canta le «dolci parole» e il «diritto di amare».
Il principio è esattamente lo stesso adottato da Charles Dickens che aveva attinto il tema della sofferenza e della vittoria dalla sua infanzia infelice e sfruttata.
«Non vedevo alcuna ragione per cui [...] la feccia del popolo non servisse [...] a fini morali, così come il suo fiore più fine [...] Essa comprende le più belle e le più brutte sfumature della nostra natura [...] i suoi aspetti più vili e parte dei più belli.».
Dopo aver letto Giovinezza di Lev Tolstoi, torna sempre alla mente il verso di Aragon: «È così che vivono gli uomini?» Anche Infanzia di Maksim Gorki descrive lo stesso percorso archetipico. Atto I, la desolazione: La mia infanzia (1913-1914); atto II, la riparazione: Fra la gente (1915-1916); atto III, il trionfo: Le mie università (1923).
Tutti i romanzi popolari citati sono imperniati su un’unica idea: le nostre sofferenze non sono vane, una vittoria è sempre possibile.
Un tema che viene assurto a bisogno fondamentale, a unica speranza dei disperati:
«Se sai veder distrutta l’opera della tua vita / E senza dire una sola parola rimetterti a costruire [...j / Se sai essere duro senza mai infuriarti [...] / Se sai essere coraggioso e mai imprudente [...J / Se sai ottenere la vittoria dopo la sconfitta [...] / Sarai un uomo figlio mio» (Rudyard Kipling).
Pel di carota, il bambino maltrattato, riacquista la speranza alla fine del libro; Hervé Bazin ritrova la pace quando suo padre finalmente mette a tacere Folcoche; Tarzan, bimbo indifeso in una giungla ostile, finisce per diventare l’amatissimo capo degli animali più feroci; Zorro e Superman, eroi dalla doppia vita, da un lato comuni individui e dall’altro paladini della giustizia; Francois Truffaut e Jean-Luc Lahaye raccontano il vero romanzo della loro infanzia tormentata. Ne “La città della gioia”, Dominique Lapierre descrive l’incredibile serenità dei derelitti come confermato da tutte le persone che si sono occupate dei bambini di strada”
L’articolo di Aldo Romano da cui ha preso avvio questa reminiscenza della resilienza è qui:
Ormai non ci sono dubbi, Silvio Berlusconi è dotato di acuta resilienza.
Che non è una malattia, ma la capacità di riprendere forma e vigore dopo i colpi più duri.
Non è l’unico esponente della politica italiana a godere di quella magica qualità, ma certo che gli ultimi quindici giorni hanno dato una spettacolare dimostrazione del suo primato nel settore.
La netta vittoria elettorale in Sicilia è stata interamente sua prima che della Casa delle Libertà, come gli riconoscono i meno frustrati tra gli avversari sconfitti. La sua partecipazione al Family Day ha impresso una curvatura partigiana ad un evento che voleva essere trasversale e problematico per entrambi gli schieramenti. Insomma, il Cavaliere Resiliente si è ripreso la scena. E può permettersi di tormentare i propri alleati con nuove angherie. Ora minacciando di passare il bastone del comando direttamente alla giovane outsider Michela Vittoria Brambilla, ora buttando lì la possibilità di darsi alle larghe intese, ora fantasticando di un Partito della libertà da creare dall’oggi al domani con quelli che ci volessero stare.
Il solito leader dalle sette vite, si dirà, capace di ritrovarsi alla testa delle proprie truppe sconfiggendo ogni avversità. Eppure non è detto che si tratti di una buona notizia per il centrodestra. Perché al di là dell’attivismo effettivamente miracoloso di Berlusconi, da tempo poco o niente sta accadendo dalle parti dell’opposizione al governo Prodi. Nessun segno di vitalità propriamente politica, niente che faccia pensare che in quel vasto settore del Parlamento si stia lavorando ad un’idea del Paese diversa da quella che viene espressa dalla maggioranza di centrosinistra.
Molta propaganda ma poche idee su tutti i grandi aspetti della vita politica. In economia è evidente il mutismo di uno schieramento che si limita a ripetere lo slogan del «meno tasse» – peraltro senza poter vantare alcuna sensibile riduzione del carico fiscale negli anni in cui ha governato il Paese – non riuscendo ad orientare neanche marginalmente la discussione sulla necessità di un’apertura della società italiana ai valori liberali e della concorrenza. In politica estera la brillante strategia del centrodestra è tutta nel «tanto peggio, tanto meglio», pronta ad attendere l’ennesimo scivolone internazionale di Prodi o D’Alema senza fornire alcun indizio alternativo che non sia una più tenace fedeltà all’alleato americano. Sul piano più generalmente ideologico e culturale, siamo fermi ad un anticomunismo che resiste negli anni ad ogni smentita del mondo e della stessa sinistra italiana.
E se non fosse per il nuovo protagonismo della Chiesa cattolica sui temi della vita e della famiglia, nemmeno per Berlusconi vi sarebbe alcuna occasione di sortite opportunistiche.
In sostanza, il centrodestra sta replicando la strategia della passività mostrata dal centrosinistra nella scorsa legislatura. Quando l’opportunità di metter mano ad un progetto per il Paese mentre si era opposizione fu sacrificata alla conservazione degli equilibri politici e personali su cui si reggeva la coalizione. Le conseguenze di quella scelta si vedono oggi nella stanchezza dell’azione di governo, nell’impressione di un esecutivo che resiste più per il favore delle condizioni esterne che per le proprie virtù politiche e progettuali. Ma disporre di un’opposizione che non riesce ad andare oltre la propaganda non fa certo bene al governo. Così come non giova all’Italia, che ormai è dovunque circondata da Paesi che sono riusciti a dotarsi di leadership nuove e più dinamiche. Perché l’attivismo del Cavaliere riempie di sé ogni spazio lasciato libero dall’assenza di una vera concorrenza politica nel suo campo. Ma il vuoto di idee è destinato a rimanere tale, anche quando permette l’esibizione di spettacolari capacità di rimbalzo.
In Aldo Romano, Berlusconi sta bene il Polo no, in La Stampa 16 maggio 2007
Il tarlo della dimenticanza e la funzione delle leggi. Riflessione in tema di “negazionismo” e cultura della sinistra, di Paolo Ferarrio
Il tarlo della dimenticanza e la funzione delle leggi
Negazionismo: in riferimento alla Shoa, è il temine con cui si indicano le teorie revisioniste secondo le quali l’Olocausto sarebbe stato assai più ridotto di quanto la storiografia dominante ritenga, o addirittura non sia mai avvenuto (da Wikipedia)
Fino a qualche mese fa era un problema storiografico. Il prof. Cilimandro, dopo avere affermato che lo ”Scopo principale dei ricercatori negazionisti è quello di dare l’impressione che si stia affrontando un serio dibattito storiografico tra storici “ufficiali” (“sterminazionisti”)e storici “revisionisti” “, aveva già scritto un’aurea scheda di indicazioni per riconoscere un testo negazionista:
- cercare di smontare le testimonianze ed i documenti che sono alla base dell’esistenza dello sterminio. Si tratta di una prima importante differenza rispetto al metodo storiografico comunemente utilizzato, che parte da una serie di materiali documentari per avanzare ipotesi interpretative ritenute abbastanza attendibili
- riduzione drastica del materiale documentario e delle testimonianze utilizzate dalla storiografia scientifica, non prendendo in considerazione, ad esempio, le testimonianze dei Sonderkommandos e il contenuto dei discorsi pronunciati da Hitler (o da altri gerarchi nazisti)
- trascurare del tutto le testimonianze di persone il cui nome ha scarsa risonanza per scegliere invece bersagli ben noti e che assicurano una vasta risonanza. Tale scelta deriva evidentemente da motivi di “marketing”
- isolamento della testimonianza dal suo contesto immediato.
- gettare dubbi sulla credibilità del testimone.
- ricerca ossessiva di qualunque, anche minima, imprecisione
- rottura del consenso: ciò si verifica quando nella mente del lettore “sprovveduto” viene insinuato il seme del dubbio circa la realtà dello sterminio
- dopo aver confuso il lettore con la seconda fase si approfitta dunque di questo “stordimento” per proporre con tono perentorio una chiave di lettura che dissolve, con apparente facilità, tutti i dubbi e le incertezze.
Dicevo: fino a qualche tempo fa era un problema storiografico.
Da qualche tempo non è più un problema storiografico, ma geopolitico.
Un capo di stato iraniano, che programmaticamente dichiara di volere la distruzione dello stato di Israele, organizza un convegno internazionale per sostenere il negazionismo. E le televisioni di tutto il mondo fanno una grandissima pubblicità all’evento.
Il gioco è fatto: il negazionismo non è più una operazione di storiografi poco metodici, ma diventa una operazione che è messa in agenda politica. Si trasforma in un obiettivo culturale che sostiene le ragioni di una azione militare.
Veniamo a noi. All’Italia e al fatto che fra pochi giorni – in base ad una legge di stato (che per mesi fu ostacolata dalle destre, dopo che fu presentata e sostenuta con forza da Furio Colombo) – ci sarà, per legge e non per memoria introiettata dentro ciascuno di noi e nella nostra cultura, il Giorno della Memoria.
Bene. Il ministro della Giustizia (me ne frego che si chiami Mastella, visto che alcuni se la prendono con la sua persona e non con questa sua azione), ripeto il ministro della Giustizia dice che per mettere l’Italia alla pari con gli altri paesi proporrà un disegno di legge per introdurre nel codice penale italiano un nuovo reato: quello di negazione dell’Olocausto.
In Germania la ministra degli interni ha proposto di istituire il delitto di negazionismo in tutta Europa come un passo necessario per rilanciare la normativa contro razzismo, xenofobia e antisemitismo , bloccata per anni per scelta del governo Berlusconi. Nella Unione Europea 9 paesi su 27 hanno già una legislazione antinegazionista, come Germania, Austria, Francia
Una iniziativa giusta, responsabile, presa nel momento giusto. Prima che sia troppo tardi.
E invece, apriti cielo:
- “iniziativa aberrante dal punto di vista etico e controproducente dal punto di vista pratico” (Alessandro Piperno, scrittore)
- “Proibire il negazionismo per legge è sbagliato … segnala una inquietante rincorsa delle istituzioni a recintare i percorsi della memoria e della storia” (Giovanni De Luna, storico)
- “è inaccettabile che un’autorità – politica, giudiziaria, religiosa… – si possa ergere a custode e a garante della Verità della Storia. Esiste un solo Tribunale, ed è quello, ideale, rappresentato dalla comunità studiosi,” (Angelo d’Orsi, storico)
- “mettere fuori della storia i negazionisti non significa metterli in galera” (Francesco Rutelli, ministro collega di Mastella)
- “siamo contrari a introdurre i reati di opinione nella legislazione italiana (Renzo Gattegna, presidente della Unione delle comunità ebraiche
- Convertire la falsità in delitto non basta a far trionfare la verità, anzi rischia di delegare al giudice il ruolo dell’educatore e dello storico” (il Manifesto, 20 gennaio 2007)
Per fortuna l’intelligenza ha illuminato qualcuno che ha argomentato all’opposto:
- “non si tratta di sanzionare una posizione storiografica, che è evidentemente indifendibile, ma le sue motivazioni politiche” (Giorgio Bocca)
- “esiste una differenza abissale tra libertà d’espressione e libertà di menzogna. La prima s’arresta laddove l’altra ha inizio. E la bugia pubblica deve essere sanzionata in modo proporzionato al danno che produce, al singolo o alla comunità” (Gaetano Quagliarello, storico)
- ”la legge sulla Shoah è necessaria, negare l’Olocausto deve essere un reato. Se io dichiaro che un tale ha sgozzato un bambino tre giorni fa, vengo denunciato per diffamazione e giustamente condannato. Ciò vuol dire che mi è stata limitata la libertà di espressione? Ovviamente no.” (Amos Luzzatto, ex presidente delle comunità ebraiche italiane)
- “il rifiuto dell’Olocausto oggi non è quasi mai invocato come elemento di disputa teorica, ma come concretissimo strumento di scontro con gli Ebrei (e dunque poi con lo Stato d’Israele) chiamati in causa in quanto razza.” (Lucia Annunziata, La Stampa 25 gennaio 2007
A cosa è dovuta questa ostilità ad una legge che avrebbe anche la funzione di preservare la memoria?
Credo che alla base siano due motivi: il primo è che il tarlo della dimenticanza comincia a dare i suoi frutti. In ciò contribuisce anche internet: una grande potenza nel comunicare molte informazioni, ma anche una fruizione veloce e frammentaria dei questi messaggi. E una impossibilità di assimilarli nella mente. La velocità non è una buona alleata per l’introiezione profonda.
E il secondo motivo è quello di non volere capire , nonostante le torri gemelle, Madrid, Londra, che cosa sta succedendo nel mondo e cosa sta producendo la virulenza della azione politico militare del fondamentalismo islamico.
C’è una resistenza psicologico-culturale nell’accorgersi che Mahmud Ahmadinejad, Presidente della Repubblica di uno Stato che potrebbe presto avere la bomba atomica, ha trasformato il più grande orrore della storia dell’ umanità in programma politico attuale.
C’è una colpevole sottovalutazione del fatto che in Europa c’è una ripresa d’antisemitismo come mai si era vista dal termine della Seconda Guerra Mondiale e che ha portato all’incendio di Sinagoghe e a violenze fino a qualche anno fa inimmaginabili.
C’è una situazione diciamo così “ambientale” (opinioni policatally correct, giornalisti che vogliono apparire aperti e “critici”, storici che sono in realtà militanti di partito) che tenta di impedire di vedere che quelle che erano farneticazioni di pochi isolati si sono trasformate in programma per convegni celebrati in pompa magna a Teheran.
Ecco perché sto con un ministro della giustizia che si chiama Mastella.
Giovanni Sartori, Pluralismo multiculturalismo ed estranei (2000), scheda di Paolo Ferrario
C’è una frase carpita da un film in linea con la riflessione sul Carpe diem:
“ Vediamo di superare la prossima ora“, detto a proposito di conflitti coniugali o amicali.
Oggi (1 gennaio 2007) la sincronicità mi faceva girare per la testa questa frase: “Abbiamo un problema”.
Certo: di problemi ne abbiamo più di uno. Per esempio oggi era una giornata molto primaverile. Solo che siamo al 19 gennaio. Credo che sia proprio un problema.
Questa premessa che vorrebbe essere ironica (non ho stile per l’ironia, lo so, scusa caro lettore!) è per introdurre una coda al saggio spesso e tosto di Lee Harris evocato ieri.
Abbiamo un problema non della prossima ora, ma dei prossimi trent’anni.
Il problema è che il nostro “quanto siamo buoni”, “quanto siamo razionali”, “quanto siamo etici”, ha a che fare ed avrà a che fare a lungo e con qualche sofferenza fisica intermedia con lo spirito di conquista del fanatismo di cultura islamica. Ogni giorno, ogni settimana, ogni anno sempre di più. Non torno alle più durature e convincenti argomentazioni di Lee Harris
Il problema, all’osso, è questo: il nostro pensiero critico di matrice illuminista, colorato di solidarismo cattolico, ci fa credere che siamo noi a non volere l’integrazione dei migranti (non di tutti i migranti, ma di di questi migranti, soprattutto i più colti ed istruiti).
In realtà le cose stanno diversamente: sono questi altri a non volere l’integrazione.
Il pensiero di Lee Harris è spesso e tosto. Ma è uno yankee.
Allora vediamo Giovanni Sartori, che è di Firenze, è un liberale da anni ’50 e che, se non è spesso e tosto, è sicuramente colto e brillante:
“i nuovi venuti che oggi entrano in Europa entrano in un contesto diversissimo da quello degli immigrati che hanno creato la nazione americana.
Gli Stati Uniti non sono nati come una nazione che ha accolto e assorbito altre nazioni: sono costitutivamente una “nazione di nazionalità”.
Invece gli Stati europei sono oggi nazioni costituite (sia pure con qualche frangia non assimilata come i Fiamminghi, o anche vieppiù ribelle, come i Baschi) che si stanno imbattendo in contro-nazionalità, in immigrazioni sempre più massicce che ne negano l’identità nazionale.
E quindi il precedente americano non ci aiuta ad affrontare il problema.
Gli europei (dell’Ovest) sono preoccupati, si sentono invasi e stanno diventando reattivi.
Razzismo? È un’accusa sbrigativa, superficiale, che generalizza troppo, e che rischia di essere altamente controproducente. Chi viene denunziato come razzista senza esserlo si infuria, e magari finisce per diventarlo davvero. Non dobbiamo generalizzare, ma invece precisare. Lo spettro delle reazioni ai nuovi venuti è vario e complesso. molti casi la reazione è soprattutto difesa del posto di lavoro e del salario. È eminentemente il problema posto dagli immigrati dall’Est (europeo). Poi vengon casi di xeno-paura: un sentirsi insicuri e potenzialmente minacciati. Infine ci imbattiamo in reazioni di rigetto (xenofobia). Ed è solo a quel punto e da quel punto che ci imbattiamo in un vero e proprio razzismo.
In concreto, oggi in Europa la xenofobia si concentra sugli immigranti africani e islamici.
È tutta e soltanto da spiegare come un rigetto di tipo razziale? Sicuramente no.
In termini etnici gli asiatici (cinesi, giapponesi, coreani etc.) non sono meno diversi dai bianchi di quanto lo siano gli africani. E nemmeno gli indiani (che provengono dall’India) sono “come noi”: non lo sono per niente. Eppure né gli asiatici né gli indiani suscitano, di solito, reazioni di rigetto, nemmeno dove sono oramai numerosi (gli asiatici negli Stati Uniti, gli indiani in Inghilterra). Vale anche notare che gli asiatici non si lasciano assimilare più di quanto accada agli africani.
Dal che si deve ricavare che la xenofobia europea si concentra sugli africani e sugli arabi soprattutto se e quando sono islamici. Cioè a dire, si tratta soprattutto di una reazione di rigetto culturale-religiosa. La cultura asiatica è anch’essa lontanissima da quella occidentale, ma è pur sempre laica nel senso che non e caratterizzata da nessun fanatismo o comunque militanza religiosa.
Invece la cultura islamica lo è. E anche quando non c’è fanatismo, resta che la visione del mondo islamica è teocratica e che non accoglie la separazione tra Stato e Chiesa, tra politica e religione. Che è invece la separazione sulla quale si fonda oggi – in modo davvero costitutivo – la città occidentale. Del pari, la legge coranica non conosce i diritti dell’uomo (della persona) come diritti individuali universali e inviolabili; un altro cardine, soggiungo, della civiltà liberale.
E questi sono i veri nodi del problema. L’occidentale non vede l’islamico come un “infedele”. Ma per l’islamico l’occidentale lo è.
Excusez du peu, scusate se è poco.”
Giovanni Sartori, Pluralismo multiculturalismo ed estranei, Rizzoli, 2000 (sic: 2000!), pagg. 48-49








