Pietro Ichino, POMIGLIANO: BERSAGLIO SBAGLIATO DELLA SINISTRA

anche per questo sono lontano in modo siderale dalla cultura politica delle sinistra massimalista, estremista, violenta e nostalgica degli anni del terrorismo

paolo f

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POMIGLIANO: BERSAGLIO SBAGLIATO DELLA SINISTRA
Chi demonizza un insediamento industriale come questo si assume una responsabilità grave verso il Paese e verso i giovani senza lavoro: leggi le mie riflessioni a margine di una visita allo stabilimento e di un episodio di contestazione di cui sono stato spettatore all’Università di Napoli nello stesso giorno (“contro Marchionne, contro il precariato”), nella Lettera sul lavoro pubblicata sul Corriere della Sera di oggi. V. inoltre sulla contestazione in Università la mia intervista al Mattino di sabato e le cronache

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Lettera sul lavoro pubblicata sul Corriere della Sera del 24 gennaio 2012

Caro Direttore, venerdì mattina ho visitato in ogni reparto il nuovo stabilimento della Fiat di Pomigliano. Il pomeriggio dello stesso giorno, all’Università di Napoli, ho assistito all’intervento urlato di un gruppo di contestatori; uno dei loro slogan era “contro Marchionne e contro il precariato”. Ho provato una stretta al cuore per l’inganno di cui quei ragazzi sono vittime. E per la responsabilità grave che tanta parte della sinistra italiana si assume demonizzando un insediamento industriale come questo.
Ho visto moltissime fabbriche metalmeccaniche; ma una come questa di Pomigliano non l’ho vista mai. Non mi riferisco all’esercito dei robot del reparto lastratura, che compiono interamente da soli il lavoro più pesante e pericoloso: il montaggio e la saldatura della scocca, la struttura della Panda. Mi ha impressionato molto di più il resto della fabbrica, dove a operare direttamente sono le persone. La prima cosa che mi ha colpito è stata l’assenza di rumore, l’ampiezza degli spazi, la distribuzione della luce, l’azzurro della rete dei vialetti, con strisce spartitraffico e passaggi pedonali, che attraversano le zone di lavoro; gli uffici con le pareti di cristallo collocati in mezzo al percorso del montaggio, quasi a sottolineare il superamento di ogni distinzione tra operai e impiegati. Poi il serpentone giallo: la nuova “catena” che catena non è più, collocata su di un largo nastro di parquet tirato a lucido, che si sposta lentamente, dove anche a me estraneo viene consentito di muovermi liberamente nei larghi spazi tra una postazione e l’altra. Tutto è strutturato in funzione della persona che lavora: è la scocca ad abbassarsi o rovesciarsi, non le braccia ad alzarsi. I lavoratori, per lo più giovani, ragazzi e ragazze, tutti con una tuta bianca pulitissima, suddivisi in gruppi di cinque o sei e tra loro intercambiabili. Scelgo a caso quelli o quelle con cui parlare a tu per tu. Tutti mi dicono che la nuova organizzazione è meno pesante della precedente. La paga-base mensile lorda di un quinto livello, qui, è sopra i 1700 euro, quasi 1550 per un terzo livello; poi ci sono il premio e gli scatti; quando entrerà in funzione il terzo turno, a questi si aggiungerà il compenso per l’ora e mezza media settimanale di straordinario e la maggiorazione per il lavoro notturno.
Uscito di lì, attraversando le vie sdrucite della periferia di Napoli, mi frulla per la testa la frase più benevola che ho sentito dalle mie parti politiche riguardo a questo stabilimento due anni fa, quando si discuteva del progetto “Fabbrica Italia”: “Sì, purché sia un’eccezione”. Ma perché questa diffidenza? Solo per le due deroghe marginali che il progetto comportava rispetto al contratto collettivo nazionale, delle quali la più rilevante riguardava appunto la possibilità di un’ora e mezza di straordinario alla settimana? A me sembra che dovremmo, semmai, auspicare altri cento stabilimenti come questo per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno, per rimettere in moto la crescita del nostro Paese. Altro che “un’eccezione”!
Oggi l’obiezione è che a Pomigliano si viola la democrazia sindacale, perché non viene riconosciuto il diritto della Fiom-Cgil a una rappresentanza in fabbrica. Questo è il risultato ‑ conforme, peraltro, alla legge vigente ‑ del rifiuto opposto dalla stessa Fiom alla firma di qualsiasi contratto collettivo applicato dalla Fiat. Cambiamo questa norma. Però l’attacco violentissimo contro il piano “Fabbrica Italia” è venuto molto prima che sorgesse il problema della rappresentanza sindacale. E la guerriglia giudiziaria contro il progetto, l’opposizione a che qualche cosa di simile a Pomigliano si faccia anche altrove, prescinde da questo particolare problema.
Si dice, ancora: “La Fiat non ha chiarito il suo piano industriale”. Sarà; ma qui c’è un investimento colossale che sta dando lavoro per almeno quattro anni a migliaia di persone; e lavoro di alta produttività e qualità, relativamente ben retribuito. Chiediamo pure chiarimenti ulteriori sul futuro, ma qui c’è già qualcosa di chiarissimo per il presente, che stiamo disprezzando senza neppure degnarlo di uno sguardo (il sindaco di Napoli De Magistris ha rifiutato di visitare lo stabilimento!). Oltretutto, disprezzandolo, presentiamo a tutte le multinazionali che potrebbero essere interessate a investire da noi un’immagine repellente del nostro Paese.
Ai ragazzi del centro sociale “contro Marchionne e contro il precariato” ho chiesto: non vi accorgete che, tolto Marchionne, vi resta solo il lavoro nei sottoscala controllati dalla camorra? Chi incita al rifiuto di un investimento come quello della Fiat-Chrysler su Pomigliano, da dove pensa che possa venire lo sviluppo del Mezzogiorno e la crescita di questo Paese?


Vendola contro Ichino: la sinistra a due velocità

Ieri il Corriere della Sera ha pubblicato una magistrale lettera del senatore Pietro Ichino riguardo lo stabilimento Fiat di Pomigliano e l’inganno perpetrato da certa sinistra nei confronti delle giovani generazioni, indotte a demonizzare l’operato di Sergio Marchionne e il progetto di modernizzazione in corso nella fabbrica campana. Il giuslavorista, ideatore di un’autorevole proposta di flexicurity per riformare il mercato del lavoro, sottolinea che – a detta degli stessi dipendenti – le retribuzioni e le condizioni di lavoro nell’impianto di Pomigliano sono esponenzialmente migliorate dal via al progetto Fabbrica Italia.

Eppure la Fiom-Cgil, esclusa dalla rappresentanza sindacale per il suo rifiuto di siglare qualsiasi contratto collettivo applicato dalla Fiat, percepisce Pomigliano e il manager che ne ha di fatto permesso la riqualificazione come una minaccia per i lavoratori italiani. Sarebbe ingenuo credere l’attività dei sindacati priva di caratteri ideologici, con i quali si offre troppo spesso ai lavoratori una narrazione falsa e nocivamente retrograda della realtà; ad ogni modo fare populismo può garantire consensi, ma opporsi a condizioni che promuovono il benessere dei lavoratori significa perdere di vista la ragion d’essere dell’attività sindacale.

In tema di flessibilità e abrogazione dell’articolo 18, al coro dei sindacalisti critici verso la linea Ichino si aggiunge poi Nichi Vendola, che ne fa una battaglia culturale contro il dilagare dell’ideologia liberista; un dilagare, peraltro, che lui solo scorge. Il leader di Sel, durante l’assemblea generale del partito tenutasi la scorsa settimana, ha sostenuto la necessità in controtendenza di estendere la tutela dell’articolo 18 a tutti i lavoratori, dimostrando di non avere alcuna intenzione di abbandonare quel massimalismo di sinistra così vetusto ed estraneo alle moderne logiche del mercato del lavoro. D’altronde è utopico pretendere che il leader pugliese rinunci a larga parte del suo consenso elettorale per un atto di pragmatismo e modernità.

Chiaramente Vendola non è solo  ….

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/mercato-e-liberta/vendola-contro-ichino-la-sinistra-due-velocita#ixzz1kTKcVMXD

 


Pietro Ichino contestato dai centri sociali a Napoli: i nipotini dello stalinismo si preparano a ripetere gli assassinii e le gambizzazioni degli anni ’70, Paolo Ferrario

i nipotini dello stalinismo si preparano a ripetere gli assassinii e le gambizzazioni degli anni ’70

Paolo Ferrario

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Ichino contestato dai centri sociali
Solidarietà da tutto il mondo politico tranne che da Pietro Rinaldi,
consigliere comunale della lista “Napoli è tua”, per il quale “Ichino è
uno di quelli che hanno portato alla fame il nostro Paese” Il professor
Pietro Ichino, senatore del Pd, …
<http://napoli.repubblica.it/cronaca/2012/01/20/news/ichino_contestato_dai_centri_sociali-28485199/>


CONTRATTO UNICO/ Ichino: mi dispiace che la Cgil insista con una lettura errata della mia proposta

dispiaciuto del fatto che «la Cgil insista con questa lettura, ma più di quello che ho scritto e detto, per dimostrare l’esatto contrario non posso fare». Intervistato dal “Futurista”, invece, Ichino ha detto che solo con il contratto unico «potrà essere superato il dualismo fra precari e assunti, i quali sono tutelati dall’articolo 18 finché l’azienda va bene ma non quando entra in crisi. I lavoratori hanno invece bisogno di continuità di reddito e rispetto della propria professionalità. Il ministro l’ho sentito più volte, ma il suo piano si baserà sul confronto, non solo sul mio progetto». Inoltre secondo Ichino, «esistono tecniche di protezione diverse che garantiscono la libertà, la sicurezza e la dignità dei lavoratori dipendenti molto meglio dell’articolo 18. E che, soprattutto, non generano dualismo di tutele nel tessuto produttivo, come invece lo genera l’articolo 18». Il senatore Ichino prende invece a modello quelle «tecniche di protezione» che «puntano a fare del mercato del lavoro la fonte principale della forza contrattuale e della sicurezza economica della persona che lavora». Secondo Ichino quindi non vale più l’idea secondo cui «l’unica forma possibile di protezione contro la precarietà sia costituita dall’articolo 18: senza quello, tutti diventano licenziabili e dunque tutti diventano precari, tutti sono privati della libertà e della dignità nel luogo di lavoro.

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CONTRATTO UNICO/ Ichino: mi dispiace che la Cgil insista con una lettura errata della mia proposta.


A CHI HA MENO DI 65 ANNI DOBBIAMO OFFRIRE UN “CONTRATTO DI RICOLLOCAZIONE” E NON UNA PENSIONE, Pietro Ichino

ho proposto al ministro del Lavoro di estendere a tutti i sessantenni senza lavoro un trattamento analogo a quello di mobilità (80 per cento dell’ultima retribuzione) e un servizio di outplacement, condizionato alla stipulazione di un “contratto di ricollocazione”  che vincoli il lavoratore a cooperare per il reperimento di una occupazione nel periodo che precede il pensionamento.

     Resta il fatto, tuttavia, che: a) non possiamo chiedere ai tedeschi di farsi carico del nostro debito, se manteniamo i parametri del nostro  welfare fortemente disallineati rispetto ai loro; b) non possiamo tornare a crescere se continuiamo a pagare le persone perché escano dal mercato del lavoro anche quando sono ancora pienamente in grado di lavorare: su questo punto dobbiamo urgentemente correggere un aspetto gravemente sbagliato della nostra cultura industriale e del lavoro; c) ai nostri figli e nipoti stiamo consegnando un sistema di welfaremolto, ma molto, più arcigno di quello di cui questo messaggio denuncia un marginale – anche se, certo, molto rilevante per la singola persona colpita – eccesso di rigore.

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da Pietro Ichino |  A CHI HA MENO DI 65 ANNI DOBBIAMO OFFRIRE UN “CONTRATTO DI RICOLLOCAZIONE” E NON UNA PENSIONE.


PERCHÉ E COME LA MANOVRA SULLE PENSIONI VA APPOGGIATA, Pietro Ichino

Ci sono due motivi per cui un aumento brusco dell’età media di pensionamento degli italiani – per quanto socialmente costoso ‑ è oggi indispensabile. E nessuno dei due motivi attiene a un’esigenza di “fare cassa”, cioè di alleggerire il nostro deficit di bilancio pubblico a breve termine.

            Uno degli ostacoli alla crescita economica dell’Italia sta nel fatto che per mezzo secolo abbiamo continuato a pagare i cinquantenni, con le pensioni di anzianità e i prepensionamenti, affinché uscissero dal tessuto produttivo, cioè smettessero di lavorare.

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segue qui: Pietro Ichino |  PERCHÉ E COME LA MANOVRA SULLE PENSIONI VA APPOGGIATA.


Pietro Ichino |  SULLA QUESTIONE DELLE PENSIONI DI ANZIANITÀ, intervista alla Repubblica, 1 dicembre 2011

L’AUMENTO DEL REQUISITO CONTRIBUTIVO PER CHI INTENDE RITIRARSI SENZA REQUISITO DI ETÀ SI GIUSTIFICA SIA SUL PIANO DELL’EQUITÀ TRA GENERAZIONI, SIA IN FUNZIONE DELL’ALLINEAMENTO DEL NOSTRO SISTEMA A QUELLO DEI NOSTRI PARTNER EUROPEI, SIA IN FUNZIONE DELL’AUMENTO DEL TASSO DI OCCUPAZIONE TRA I 55 E I 65 ANNI

Intervista a cura di Annalisa Cuzzocrea, pubblicata su la Repubblica del 1° dicembre 2011

Pietro Ichino non pensa affatto che 40 sia un numero magico, come ha detto il segretario della Cgil Susanna Camusso. Non crede che il diritto ad andare in pensione di chi ha maturato 40 anni di contributi sia intangibile. Anzi, il giuslavorista e senatore pd pensa che il problema da guardare in faccia sia quello dell’equità fra generazioni, e che per farlo il nostro Paese debba adeguarsi al sistema di welfare del nord Europa.

Professor Ichino, il nodo più controverso degli interventi sulle pensioni di cui si parla in queste ore riguarda la possibilità di ritirarsi dopo quarant’anni di lavoro, al di là dell’età. Cosa ne pensa?
«La questione dei 40 anni riguarda persone che hanno incominciato a lavorare all’età di 16 o 18, e che quindi aspirano a ritirarsi a 56 o 58 anni. Qui i problemi sono due: il primo è di equità fra generazioni: stiamo lasciando ai nostri figli un sistema che consentirà loro di andare in pensione, se andrà bene, a 67 o 68 anni, con assegni nettamente inferiori rispetto ai nostri. Davvero vogliamo – oltre a questo – gravarli di un maggior debito pubblico per consentire ad alcuni di noi di ritirarsi prima dei 60 anni? Poi c’è l’Europa».

In che senso?
«In Germania e negli altri maggiori paesi europei la possibilità di pensionamento senza requisiti di età anagrafica non è data a nessuno, eccetto lavori pesanti o usuranti. Non possiamo chiedere ai tedeschi di farsi carico della garanzia per il nostro debito pubblico finché non abbiamo allineato i criteri del nostro welfare al loro. Infine c’è un problema che attiene al mercato del lavoro: se vogliamo tornare a crescere non possiamo continuare a pagare, con denaro pubblico, i cinquantenni perché smettano definitivamente di lavorare».

Ci sono però anche i casi dei lavoratori in mobilità a pochi anni dal vecchio requisito per la pensione.

«Abbiamo sempre detto, e sono certo che il ministro del welfare ha ben presente questa necessità, che la modifica dei requisiti per il pensionamento non deve riguardare i lavoratori in mobilità, o quelli che abbiano effettuato un riscatto contributivo contando sulla vecchia disciplina. Deve essere dettata una disciplina speciale anche per chi ha svolto prevalentemente un lavoro usurante, o chi oggi svolge lavoro manuale».

da Pietro Ichino |  LA REPUBBLICA: SULLA QUESTIONE DELLE PENSIONI DI ANZIANITÀ.


superamento del dualismo del nostro mercato del lavoro, del regime attuale di feroce apartheid fra lavoratori protetti e non protetti, attraverso il nuovo disegno di un diritto del lavoro capace di applicarsi in modo davvero universale a tutti, conciliando il massimo possibile di flessibilità delle strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza economica e professionale per i lavoratori nel mercato del lavoro, Pietro Ichino |  LETTERA APERTA AL PARTITO DEMOCRATICO

All’inizio di questa legislatura erano due i grandi temi caldi della politica del lavoro individuati dal manifesto programmatico del Partito Democratico, sotto il titolo Per dare valore al lavoro. Il primo era quello dello spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, anche per aprire il Paese agli investimenti stranieri e ai piani industriali più innovativi che essi sovente portano con sé. Il secondo era quello del superamento del dualismo del nostro mercato del lavoro, del regime attuale di feroce apartheid fra lavoratori protetti e non protetti, attraverso il nuovo disegno di un diritto del lavoro capace di applicarsi in modo davvero universale a tutti, conciliando il massimo possibile di flessibilità delle strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza economica e professionale per i lavoratori nel mercato del lavoro.

              Nel 2009 i due punti programmatici vengono tradotti in altrettanti disegni di legge, rispettivamente n. 1872 n. 1873, presentati da 55 senatori (la maggioranza del nostro Gruppo al Senato)  …. segue

da Pietro Ichino |  LETTERA APERTA AL PARTITO DEMOCRATICO.


il senatore Pietro Ichino spiega il progetto di legge sulla regolazione dei due mercati del lavoro (quello dipendente e quello precario)


L’inchiesta sul lavoro di Pietro Ichino | Ivan Scalfarotto

emerge infatti con chiarezza come la visione di Ichino sia ispirata a una logica molto stringente e a un’esigenza reale (e non puramente fantasiosa) di tutela: assicurare più diritti ai lavoratori che non ne hanno senza toccare i diritti di coloro che invece li hanno. E fare tutto questo guardando al lavoro non tanto e non solo come uno strumento assistenziale di liberazione da un bisogno, ma come un elemento essenziale della crescita personale e professionale delle persone. Guardando al contributo del singolo lavoratore e al ruolo dei sindacati come a un elemento strategico della struttura portante dell’economia delle imprese e quindi dell’intero Paese. Tenendo inoltre conto della realtà (globale e complessa) in cui ci muoviamo sia dal punto di vista economico, che da quello dell’organizzazione del lavoro, che delle motivazioni e del senso di realizzazione di chi lavora: tutti elementi che si sono modificati radicalmente nel tempo trascorso tra il 1970 e oggi.

segue qui: L’inchiesta sul lavoro di Pietro Ichino | Ivan Scalfarotto.


DISEGNO DI LEGGE N. 1873 dei senatori Ichino, Bonino, Chiti, Morando, Ignazio Marino, Bianco, Agostini, Andria, Astore, Bertuzzi, Biondelli, Cabras, Carloni, Carofiglio, Ceccanti, Ceruti, Chiaromonte, Chiurazzi, Cosentino, Della Seta, Del Vecchio, D’Ubaldo, Fioroni, Fistarol, Follini, Galperti, Mariapia Garavaglia, Granaiola, Leddi, Legnini, Lusi, Magistrelli, Marcucci, Mauro Maria Marino, Mazzuconi, Mercatali, Milana, Negri, Poretti, Perduca, Pertoldi, Pignedoli, Pinotti, Procacci, Randazzo, Nicola Rossi, Rusconi, Rutelli, Sangalli, Serra, Soliani, Stradiotto, Tonini, Veronesi e Zavoli Codice dei rapporti di lavoro. Modifiche al Libro V del Codice civile

Il disegno di legge che segue è il frutto di un progetto avviato nella primavera del 2008, affinato in numerosi incontri e dibattiti in sede politica, sindacale e universitaria (gli è stato dedicato un seminario dall’Università di Milano il 12 ottobre 2009, uno dall’Università “la Sapienza” di Roma il 19 novembre, uno a Torino il 25 gennaio 2010, uno presso la Corte d’Appello di Roma il 28 gennaio e uno presso l’Università di Firenze il 29 gennaio, uno a Milano presso Assolombarda il 1° febbraio 2010, e in seguito numerosissimi altri incontri pubblici di approfondimento e dibattito: v. la sezione Incontri). Il disegno di legge è stato presentato al Senato l’11 novembre 2009. Un altro disegno di legge, n. 1872/2009, contiene le nuove disposizioni in riferimento alla materia dei rapporti sindacali (artt. 2063-2078 cod. civ.), nel quadro dello stesso progetto complessivo di ricodificazione e semplificazione.

Scarica il documento ufficiale in formato pdf

DISEGNO DI LEGGE N. 1873
dei senatori Ichino, Bonino, Chiti, Morando, Ignazio Marino, Bianco, Agostini, Andria, Astore, Bertuzzi, Biondelli, Cabras, Carloni, Carofiglio, Ceccanti, Ceruti, Chiaromonte, Chiurazzi, Cosentino, Della Seta, Del Vecchio, D’Ubaldo, Fioroni, Fistarol, Follini, Galperti, Mariapia Garavaglia, Granaiola, Leddi, Legnini, Lusi, Magistrelli, Marcucci, Mauro Maria Marino, Mazzuconi, Mercatali, Milana, Negri, Poretti, Perduca, Pertoldi, Pignedoli, Pinotti, Procacci, Randazzo, Nicola Rossi, Rusconi, Rutelli, Sangalli, Serra, Soliani, Stradiotto, Tonini, Veronesi e Zavoli

Codice dei rapporti di lavoro. Modifiche al Libro V del Codice civile

Presentato alla Presidenza del Senato l’11 novembre 2009

 

RELAZIONE

Onorevoli senatori – Il disegno di legge che segue si propone di realizzare l’obiettivo di quello “Statuto dei lavori” di cui si discute da ormai quasi un quindicennio nel nostro Paese e sul quale si registrano ampi consensi in linea di principio: l’obiettivo, cioè, di una disciplina legislativa che fissi innanzitutto le protezioni fondamentali proprie del lavoro in qualsiasi sua forma (tutela della salute e sicurezza, assicurazioni antinfortunistica e pensionistica, retribuzione minima oraria, divieto di discriminazioni), poi le protezioni specificamente necessarie per il lavoro svolto in posizione di dipendenza dall’azienda, parzialmente diverse a seconda che la prestazione sia caratterizzata dalla subordinazione in senso tecnico oppure soltanto dai caratteri della continuità e monocommittenza, sia vincolata circa il luogo e il tempo di svolgimento oppure no (telelavoro, lavoro a domicilio), abbia come contropartita soltanto la retribuzione oppure anche addestramento e formazione (apprendistato nelle sue varie possibili forme), abbia carattere professionale o sia svolta fuori mercato e fuori standard nell’ambito di programmi locali di servizio alla persona o alla comunità (collaborazioni di pubblica utilità).

Semplificazione e ricodificazione del diritto del lavoro, per la sua universalizzazione e l’ampliamento del suo campo di applicazione effettivo ‑ Passaggio obbligato per realizzare l’obiettivo di cui si è detto è la drastica semplificazione del dettato legislativo nel quale consiste oggi il nostro diritto del lavoro, al fine di renderlo al tempo stesso facilmente leggibile e comprensibile da parte delle decine di milioni di cittadini che devono farlo vivere concretamente nel tessuto produttivo, ma anche davvero suscettibile di applicazione universale: suscettibile cioè di essere lo strumento per il superamento dei dualismi che caratterizzano il nostro mercato del lavoro attuale: quelli che separano nettamente i protetti dai poco o per nulla protetti, i regolari dagli irregolari, i dipendenti delle imprese medio-grandi da quelli delle piccole, i lavoratori del centro-nord da quelli del mezzogiorno. In coerenza con questo obiettivo fondamentale, il disegno di legge ha l’ambizione di ridurre le migliaia di pagine oggi necessarie per contenere la normativa giuslavoristica ‑ sparsa disordinatamente in numerosissime leggi vigenti ‑ a soli 71 articoli, collocati nella posizione originariamente propria di altrettanti articoli che disciplinavano il rapporto di lavoro nel codice civile; e collocati il più possibile secondo la stessa sequenza, in modo da ridurre al minimo il “costo di aggiornamento” per gli esperti della materia. È ben vero che a questo “codice del lavoro” ridotto all’essenziale non potranno non aggiungersi alcune norme speciali, soprattutto per il recepimento delle direttive comunitarie più complesse; ma numerosissime (e sovente voluminosissime) altre leggi speciali potranno invece essere utilmente abrogate, senza che con ciò l’efficienza protettiva complessiva dell’ordinamento si riduca: essa anzi ne uscirà ampliata e rafforzata, proprio per effetto della semplificazione.

Come è stato ultimamente sottolineato nel Decalogue for Smart Regulation emanato dallo High Level Group of Independent Stakeholders on Administrative Burdens (Stoccolma, 12 novembre 2009), la semplicità e leggibilità del testo legislativo non è soltanto un dato formale, un fatto di stile del linguaggio giuridico. Dalla semplicità e leggibilità dipende la diffusione della conoscenza della norma, quindi l’ampiezza del suo campo di applicazione reale e il suo tasso di effettività. Ogni oscurità della formulazione di una disposizione, ogni difficoltà di lettura, ogni prolissità inutile, ogni rinvio che impedisce l’immediata comprensione e richiede ricerca di altre fonti, ogni dispersione o ripetizione della disciplina di una materia in provvedimenti diversi, ognuno di questi ostacoli aumenta i costi di transazione imposti a coloro che intendono negoziare nel rispetto della legge, riducendone il numero e incrementando il ceto dei consulenti. Per fare solo un esempio, la disciplina legislativa vigente in materia di apprendistato consta di 5 articoli del Codice civile, di altri 33 articoli della legge n. 25/1955, cui si sono aggiunti i 7 lunghi articoli del d.lgs. n. 276/2003: solo questi ultimi sono composti di 1859 parole; è nostra convinzione che lo stesso livello di protezione possa essere ottenuto – come proposto in questo disegno di legge all’articolo 2130 – con un solo articolo composto di 414 parole. Allo stesso modo, i 57 articoli che nel Testo unico sulla maternità e paternità (d.lgs. n. 151/2001) sono dedicati alle materie della protezione della gravidanza e puerperio, dei permessi e dei congedi parentali, possono agevolmente essere riassunti in un solo articolo – il 2111, in questo disegno di legge - composto di dieci commi.

L’insieme delle norme legislative che disciplinano il rapporto di lavoro in Italia è divenuto, nel corso degli ultimi quattro decenni, così voluminoso e complesso, da renderne pressoché impossibile una compiuta conoscenza in tutti i suoi risvolti non soltanto per i milioni di imprenditori e lavoratori che quotidianamente devono applicarlo, ma anche per gli stessi avvocati e consulenti del lavoro cui è quotidianamente affidata la consulenza professionale in questo campo. E persino per i giudici del lavoro che si scoprono sovente a ignorare l’esistenza stessa di una disposizione nascosta in uno dei cento e cento commi di un articolo di una legge finanziaria, o nella legge di conversione di un “decreto mille proroghe”. Rispetto a questa situazione di patologica ipertrofia, che caratterizza il nostro ordinamento giuslavoristico non soltanto nei confronti di quelli di common law, ma anche nei confronti di quelli dei maggiori Paesi europeo-continentali, occorre con urgenza che voltiamo pagina.

Le cause dell’ipertrofia del sistema protettivo ‑ Si può individuare una delle cause di questa ipertrofia e complessità del nostro ordinamento giuslavoristico in un difetto di funzionamento del sistema italiano delle relazioni industriali: abbandonato il vecchio modello, nel quale alla legge si affidava soltanto il compito di generalizzare i contenuti più rilevanti della contrattazione collettiva, la legge ha finito col sostituire in molti campi la contrattazione stessa. Il processo politico di produzione normativa ha visto così alternarsi, nell’ultimo quarantennio, fasi in cui un legislatore pro-labour accoglieva le istanze di parte sindacale, sovente in rappresentanza di interessi di categorie particolari di lavoratori, a fasi nelle quali un legislatore pro-business accoglieva istanze opposte di parte imprenditoriale, anch’esse sovente proposte in funzione di interessi particolari. La stratificazione alluvionale e disordinata di interventi normativi di segno via via diverso è particolarmente evidente nel capitolo tormentatissimo del contratto a termine (oggi regolato da una legge del 2001 composta da 12 articoli, cui se ne sono aggiunti numerosi altri negli anni seguenti; nel disegno di legge che qui presentiamo la materia è regolata da un solo articolo – il 2097 – composto di 6 commi); e nel capitolo forse ancor più tormentato della Cassa integrazione guadagni (oggetto attualmente di decine di leggi emanate nell’arco di oltre 60 anni; nel disegno di legge che qui presentiamo un solo articolo, il 2116, composto di cinque commi). Un fenomeno non dissimile si osserva, del resto, anche nella disciplina del lavoro a tempo parziale, in quella del lavoro intermittente, in quella del trasferimento d’azienda, o in quella degli appalti.
Il superamento di questo modo d’essere della legislazione del lavoro – in coerenza con i principi di chiarezza, comprensibilità, concisione e proporzionalità del volome normativo “alle dimensioni dell’oggetto”, enunciati nel citato Decalogue for Smart Regulation di Stoccolma - comporta che alla legge sia riservato il compito di stabilire un corpus di protezioni essenziali e davvero universali facilmente e direttamente conoscibili da tutti e delle quali possa essere agevolmente imposta l’applicazione in modo generalizzato, lasciandosi alla contrattazione collettiva la fissazione e modificazione nel tempo degli standard ulteriori legati alle specificità di settore, regionali e di impresa.
Un’altra causa, non secondaria, dell’ipertrofia e complessità della normativa vigente va individuata in una concezione illiberale della funzione della legge nel settore dei rapporti di lavoro, dovuta a un eccesso di intendimento protettivo. L’idea che ha prevalso fin qui nel nostro Paese – formatasi in una fase storica nella quale il modello dominante era quello della grande impresa fordista in un mercato del lavoro strutturalmente monopsonistico ‑ è quella per cui all’autonomia individuale, in questo settore, deve essere lasciato il minore spazio possibile e ogni aspetto del rapporto deve essere minuziosamente giuridificato mediante legificazione. Nella situazione attuale, caratterizzata da una struttura fortemente pluralista e concorrenziale del mercato del lavoro anche dal lato della domanda, pur non essendo venute meno tutte le cause di distorsioni monopsonistiche, si sono tuttavia molto allargati gli spazi nei quali l’autonomia individuale svolge sostanzialmente bene la propria funzione e il mercato endoaziendale del lavoro non soffre di distorsioni rilevanti, perché il lavoratore dispone per lo più effettivamente di alternative occupazionali apprezzabili. Si pensi, per esempio, al capitolo già citato della determinazione dell’estensione e della collocazione temporale della prestazione lavorativa nel lavoro a tempo parziale: la disciplina attualmente vigente (risultato del sovrapporsi a quella originaria di stratificazioni legislative del 2000, 2003 e 2007) è articolata in ben 13 articoli, per un totale di 3803 parole; la nostra proposta è di riportare le dimensioni testuali della normativa all’incirca ai suoi livelli originari (1984), riducendole a tre soli commi, per un totale di 117 parole (articolo 2108). Questa opzione è consigliata dall’osservazione che, nella quasi totalità dei casi, il mercato endoaziendale del tempo di lavoro funziona sostanzialmente molto bene e non necessita affatto né di una giuridificazione così capillare della materia, né di ingessature normative quali quelle che sulla materia stessa vengono oggi imposte; mentre, viceversa, l’eccessiva complessità della disciplina legislativa vigente produce un effetto depressivo del tutto ingiustificato e indesiderabile sulla diffusione del lavoro a tempo parziale.
Nell’eccesso di pervasività della disciplina legislativa si esprime talvolta la diffidenza del legislatore nei confronti di una forma di organizzazione del lavoro che, in realtà, per le dimensioni del fenomeno e la sua marginalità rispetto al tessuto produttivo, non presenta alcuna effettiva pericolosità sociale. È questo il caso – per esempio – del cosiddetto “lavoro intermittente”, o job on call, cui la legge oggi vigente dedica ben 8 articoli, per un totale di 1443 parole: se si considerano i costi di transazione che questa normativa impone, in riferimento a rapporti della durata di uno o due giorni, ben può parlarsi a questo proposito di una regolazione sostanzialmente ostruttiva. È nostra convinzione che nessun danno sociale apprezzabile possa verificarsi col ridurre la disciplina legislativa della materia ‑ come proponiamo nel comma 2, lettera f), dell’articolo 2097 di questo disegno di legge – a un capoverso di sole 39 parole.
L’eccesso di pervasività della regolamentazione finisce col porre fuori legge l’accordo tra datore e prestatore (per aspetti di dettaglio del rapporto di lavoro o per rapporti del tutto marginali) e col complicare la vita a entrambe le parti in novantanove casi, per prevenire la possibilità della distorsione che, in un caso su cento, può verificarsi per il comportamento di un imprenditore scorretto. Il rimedio a quel caso isolato deve essere diverso da quello dell’imposizione di una “camicia di Nesso” all’autonomia negoziale delle parti in tutti e cento i casi; in linea generale il vero rimedio può e deve essere costituito da un rafforzamento del potere contrattuale del lavoratore, attraverso l’ampliamento della sua opzione exit, cioè dell’alternativa occupazionale rispetto all’azienda dove egli è (o si sente) trattato peggio del dovuto.
L’eccesso di intendimento protettivo, infine, dà luogo talora a bardature normative incompatibili con il normale funzionamento di un’impresa di dimensioni piccole o medie, cioè con il funzionamento della stragrande maggioranza delle nostre imprese: si pensi, per esempio, alla normativa sui permessi e aspettative per il solo fatto della candidatura a elezioni politiche o amministrative, o per l’assistenza a parenti disabili. Col risultato che in queste imprese i lavoratori corretti si astengono dall’utilizzare le facoltà attribuite loro dalla normativa protettiva anche quando vi avrebbero titolo, mentre altrove quelle protezioni diventano fonte di rendite indebite a vantaggio di infime minoranze scorrette di lavoratori dipendenti.

Necessità di “copertura conoscitiva” per ogni nuovo intervento legislativo – Oggi la Costituzione richiede che di ogni nuovo intervento legislativo si indichi la copertura finanziaria; e la dottrina avverte che andrebbe indicata anche la “copertura amministrativa”, ovvero l’insieme delle risorse operative necessarie per l’attuazione del programma contenuto nella legge che si intende emanare. Negli ordinamenti più avanzati ci si preoccupa anche di una terza copertura: la “copertura conoscitiva”: più precisamente, ci si preoccupa di tutto quanto è necessario per far sì che il contenuto della nuova legge sia conosciuto da coloro cui esso interessa o cui compete di darvi applicazione. In funzione di questo obiettivo, nei Paesi del nord-Europa è normale che l’emanazione di una legge sia accompagnata da una intensa campagna di comunicazione, mirata a diffondere capillarmente e in modo articolato la conoscenza dei contenuti di ciascuna nuova disposizione, nella consapevolezza che l’effettività della legge stessa dipende in larga parte dal grado della sua penetrazione nella cultura diffusa, dalla sua capacità di generare direttamente, senza bisogno della costosa mediazione degli esperti, nuove sinapsi e sinergie sociali, nuove idee spontanee per nuovi comportamenti individuali e sociali di massa. Ed è evidente che il rischio di “scopertura conoscitiva” di una legge è direttamente proporzionale al suo volume testuale, alla sua complessità e difficoltà di lettura.
Tra le cause dello straordinario tasso di effettività del nostro Statuto dei Lavoratori del 1970 va sicuramente annoverata la vasta “copertura conoscitiva” di cui esso beneficiò (soprattutto – ma non soltanto ‑ per merito del movimento sindacale e delle associazioni imprenditoriali): una vera e propria campagna di acculturazione di massa, tanto più efficace quanto più era chiaro e immediatamente comprensibile da parte di milioni di persone il contenuto delle disposizioni in esso contenute. Tra le cause dell’ineffettività delle leggi italiane sul lavoro dei decenni successivi va, all’inverso, annoverato in primo luogo il difetto di copertura conoscitiva, tanto più grave quanto più il testo delle leggi stesse era voluminoso, complesso e di difficile lettura: fino al punto attuale, nel quale il tasso di effettività della legislazione lavoristica è sovente ridotto al lumicino anche perché la conoscenza e la comprensione del suo contenuto sono di fatto impossibili al cittadino, senza la costosa assistenza di esperti. La modesta “copertura conoscitiva” offerta dal movimento sindacale e dalle associazioni imprenditoriali è pressoché totalmente vanificata dalle difficoltà di lettura dei testi legislativi, il cui contenuto, così, non può svolgere la funzione di fecondazione diffusa del tessuto sociale e del tessuto produttivo.
È indispensabile che d’ora in avanti il legislatore, soprattutto nella materia del lavoro, tenga sempre ben presente la necessità di un buon equilibrio tra le risorse disponibili per la copertura conoscitiva delle nuove norme emanate e la complessità e difficoltà di lettura delle stesse.

Superamento del dualismo del sistema ‑ Un effetto assai dannoso di questa legislazione giuslavoristica prolissa, ampollosa, ridondante e onnipervasiva è il disincentivo agli investimenti stranieri nel nostro Paese: un disincentivo fra i tanti, certo, ma non fra i meno rilevanti. Un effetto forse ancora più pernicioso di questa legislazione, però, è costituito dalla fuga sempre più numerosa di datori e prestatori di lavoro nostrani dal campo della sua applicazione, col conseguente formarsi di un’area sempre più estesa di lavoro sottratto alla disciplina ordinaria, meno costoso non soltanto per la disapplicazione degli standard di trattamento, ma anche perché esentato dal rilevante costo di transazione gravante sul lavoro regolare. Un ordinamento come il nostro attuale inconoscibile dal cittadino comune, i cui misteri sono accessibili soltanto attraverso il ministero di una casta di costosi “sacerdoti” (i consulenti legali e del lavoro, i funzionari delle associazioni imprenditoriali e sindacali), è un ordinamento destinato a non radicarsi nella cultura diffusa della cittadinanza, a essere ignorato da tutti coloro che intendono accordarsi onestamente e senza costi indebiti, semplicemente fidandosi l’un dell’altro; ma è un ordinamento destinato a essere diffusamente ignorato anche da coloro che non possono permettersi di accedervi pur avendone bisogno. La contromisura più efficace e appropriata, di fronte a questo fenomeno, non consiste certo nell’aumentare i costi di transazione anche del lavoro atipico, fuori standard, rendendo questo pure repulsivo, bensì nel ridurre drasticamente i costi di transazione del lavoro regolare, a parità del suo contenuto protettivo.
Questo si propone il disegno di legge che segue: riscrivere il nostro diritto del lavoro nel modo più semplice, diretto e facilmente leggibile da parte di tutti i cittadini interessati, rendendone più incisivo e suscettibile di applicazione universale il corpus protettivo essenziale, ma allo stesso tempo sfrondandolo di tutte le ridondanze dannose, eliminando gli adempimenti burocratici il cui costo complessivo per il sistema supera il beneficio della prevenzione di scorrettezze marginali, evitando gli sconfinamenti in aree dove è bene lasciar operare l’autonomia collettiva e il mercato del lavoro endoaziendale.
L’obiettivo fondamentale di questo disegno è quello del superamento del dualismo del sistema protettivo. Poiché il bisogno di protezione nel mercato del lavoro nasce essenzialmente non dalla subordinazione (che è fatto essenzialmente tecnico-giuridico) ma dallo squilibrio di potere contrattuale tipico della situazione di dipendenza economica del prestatore dall’impresa, quest’ultima è la situazione che viene assunta nel disegno di legge come fattispecie generale di riferimento del sistema giuslavoristico. In coerenza con questo assunto, il criterio logico fondamentale al quale ci siamo attenuti è il seguente: per un verso, tutte le protezioni che si ritengono inderogabilmente necessarie per i lavoratori subordinati devono essere estese anche agli altri lavoratori operanti in condizioni di effettiva dipendenza economica; per altro verso, le protezioni che si ritengono eccessive per questi ultimi non possono essere considerate inderogabilmente necessarie neppure per i lavoratori subordinati. L’applicazione che abbiamo proposto di questo criterio fondamentale in riferimento ai singoli istituti del rapporto di lavoro dipendente è ovviamente opinabile; ma più che le singole soluzioni proposte interessa qui difendere il criterio seguito: se c’è accordo su quello, non sarà difficile affinare e perfezionare le soluzioni relative ai singoli istituti.

Le tecniche normative adottate. a) Novella del Codice civile – La parte originariamente dedicata alla disciplina del rapporto di lavoro nel libro V del Codice civile constava dei 48 articoli compresi tra il 2087 e il 2134, cui si aggiungevano gli articoli 2240-2246 sul lavoro domestico. Il disegno di legge qui proposto mostra che, se si segue con rigore il criterio della massima semplificazione del dettato legislativo compatibile con la compiutezza del contenuto dispositivo, il “Codice” del rapporto individuale di lavoro può essere interamente espresso in un testo legislativo di dimensioni pressoché identiche a quella parte originaria del Codice civile. Più precisamente – per sorprendente che ciò possa apparire – il disegno di legge mostra che la parte essenziale del nuovo diritto dei rapporti individuali di lavoro, sostitutivo di un ordinamento attualmente affidato a migliaia di pagine e decine di migliaia di articoli, può essere contenuta in soli 55 articoli del Codice civile.
D’altra parte, il criterio del massimo risparmio dei costi di aggiornamento della conoscenza giuridica per gli addetti ai lavori suggerisce di rispettare non solo le dimensioni, ma anche, nella misura del possibile, la distribuzione originaria della materia disciplinata tra gli articoli del Codice: così, per esempio, nella riforma qui proposta la materia della sicurezza e igiene del lavoro è ancora oggetto dell’articolo 2087, la definizione del concetto di subordinazione, oltre che di quello di dipendenza economica, è ancora oggetto dell’articolo 2094, la disciplina delle mansioni e dello ius variandi del datore di lavoro si trova ancora nell’articolo 2103, quella delle rinunce e transazioni nell’articolo 2113, quella del licenziamento negli articoli 2118 e 2119, e così via.

Segue. b) Applicazione diretta delle norme dell’ordinamento europeo. Altra opzione di tecnica normativa utile – salve alcune precisazioni e distinzioni necessarie in proposito - in funzione dell’obiettivo della onnicomprensività e semplicità di lettura del Codice del lavoro qui proposto, è l’applicazione diretta delle norme di matrice sovranazionale per gli aspetti del rapporto di lavoro per i quali l’ordinamento dell’Unione Europea detta disposizioni vincolanti per gli Stati membri. La regola dell’applicazione diretta, tuttavia, non consentirà l’eliminazione di tutte le leggi di recepimento delle direttive: si rischierebbe altrimenti, nel tentativo di ridurre la necessità del cittadino di avvalersi di legali e consulenti per l’applicazione dell’ordinamento giuslavoristico nazionale, di aumentare notevolmente la necessità di avvalersi di esperti di diritto comunitario. Alcune leggi speciali di recepimento delle direttive resteranno pertanto – insieme all’applicazione diretta ‑ uno strumento necessario per l’adeguamento del nostro ordinamento nazionale agli standard europei: restano, pertanto, in vigore le leggi di recepimento in materia di tutela dell’igiene e sicurezza del lavoro (cui fa da raccordo nel Codice l’articolo 2087), di parità di trattamento e divieti di discriminazione (cui fa da raccordo l’articolo 2091), di orario di lavoro e riposi (cui fanno da raccordo gli articoli 2107 e 2109). Ma esse dovranno svolgere anche la funzione di “spiegare” il diritto dell’U.E., “tradurlo in italiano”, renderlo facilmente comprensibile al cittadino. Anch’esse dovranno, pertanto, essere riscritte in forma assai più semplice e sintetica rispetto alla loro forma attuale. In alcuni casi, la trasposizione sintetica delle direttive compiuta in questo nuovo Codice è già completa ed esauriente;  ci riferiamo, in particolare, alle materie dell’obbligo di informazione del datore di lavoro nei confronti del prestatore (art. 2096), del contratto a termine (art. 2097), del lavoro a tempo parziale (art. 2108), del trasferimento d’azienda (art. 2112), del licenziamento collettivo (art. 2119, comma 7), del distacco transnazionale del lavoratore (art. 2124, commi 2 e 3) e della somministrazione di lavoro (art. 2127). La sinteticità della riformulazione, peraltro, non pregiudica il livello di tutela comune; la completezza delle disposizioni del Codice rispetto alle fonti europee da esse recepite è infatti assicurata da  una apposita clausola di salvaguardia e “di chiusura”, contenuta nell’articolo 2086, in base alla quale per gli aspetti non disciplinati dal Codice le disposizioni comunitarie trovano comunque applicazione diretta.

La riforma del diritto sindacale: rinvio – La stessa tecnica della novella del Codice civile applicata in riferimento alla disciplina del rapporto individuale di lavoro può – e a nostro avviso deve, per motivi analoghi a quelli esposti sopra ‑ essere adottata per la riforma della disciplina dei rapporti collettivi, necessaria per voltare definitivamente pagina rispetto a sessant’anni di “diritto sindacale transitorio”. A quella riforma è dedicato un disegno di legge (n. 1872/2009, recante la sostituzione degli articoli da 2063 a 2078 del Codice civile) che viene presentato contemporaneamente a questo, ma separatamente, poiché esso presuppone una legge costituzionale per la riformulazione dei tre ultimi commi dell’articolo 39 della Costituzione.

Struttura del nuovo Codice del lavoro ‑ Il Codice del lavoro risultante dalla novella qui proposta degli articoli 2082-2134 del Codice civile si compone di cinque sezioni, cui si aggiungono gli articoli 2239-2245 sul lavoro domestico. La prima sezione è dedicata alla nozione e ai principi generali in materia di impresa. La seconda contiene i principi e regole di carattere generalissimo, applicabili a qualsiasi forma di lavoro umano. La terza contiene la disciplina generale dei rapporti di lavoro subordinato o dipendente. La quarta contiene la disciplina dei rapporti a contenuto formativo. La quinta contiene la disciplina delle collaborazioni di pubblica utilità.

Sezione I – Dell’imprenditore

Articolo 2082. Imprenditore. – Articolo 2083. Piccolo imprenditore. – Mentre viene mantenuta invariata la definizione della nozione generale di imprenditore originariamente contenuta nel primo dei due articoli, la definizione della nozione di piccolo imprenditore viene integrata con un criterio di distinzione di questa figura da quella del lavoratore autonomo di cui all’articolo 2222: il criterio distintivo viene indicato nella prevalenza del valore del capitale utilizzato nell’attività economica rispetto al valore del lavoro personale ad essa dedicato.

Articolo 2084. Libertà di impresa. – Articolo 2085. Vigilanza pubblica sulla gestione delle imprese. – I due articoli, che nella formulazione originaria del codice sono dedicati – nello spirito dell’ordinamento corporativo – all’affermazione della funzionalizzazione dell’impresa “all’interesse unitario dell’economia nazionale”, vengono riscritti in modo da coordinarli con i principi della libertà di impresa e del mercato concorrenziale, propri del nostro ordinamento costituzionale e di quello europeo.

 

Sezione II – Disciplina comune a tutti i rapporti di lavoro

Articolo 2086 – Diritto dell’Unione Europea - E’ la norma che assicura l’applicabilità diretta delle disposizioni di fonte U.E. nel nostro ordinamento interno.

Articolo 2087 ‑ Tutela delle condizioni di lavoro e della riservatezza del lavoratore. La felice formulazione originaria dell’articolo viene aggiornata con il riferimento alla protezione della privacy. Quelle della sicurezza e della riservatezza sono due tra le poche materie nelle quali il nuovo codice non può assorbire in sé l’ingente materiale normativo necessario per l’adeguamento dell’ordinamento interno ai vincoli comunitari: restano dunque in vigore, a lato del codice, le leggi speciali in materia di igiene nei luoghi di lavoro e prevenzione antinfortunistica. Il riferimento all’imprenditore, contenuto nell’articolo 2087 attualmente in vigore, è sostituito con il riferimento al “titolare dell’azienda“, al fine di allargare nella misura massima possibile il campo di applicazione della norma protettiva: secondo la migliore dottrina, infatti, la nozione di azienda non è legata a quella di impresa, bensì si estende a comprendere qualsiasi contesto ambientale-strumentale nel quale la prestazione lavorativa si collochi. D’altra parte, laddove la prestazione non si collochi in un contesto ambientale-strumentale di cui sia titolare il creditore, non avrebbe senso accollare a quest’ultimo un obbligo di protezione della sicurezza e riservatezza del lavoratore (salve le disposizioni circa la possibile nocività dei materiali nel lavoro a domicilio, che sono oggetto di una disposizione ad hoc nel comma 2 dell’articolo 2123).

Articolo 2088 ‑ Età minima, capacità giuridica e tutela del lavoro minorile. L’articolo si limita a riprendere, semplificandola, la disciplina vigente alla data della presentazione del disegno di legge, secondo quella che appare la sua migliore interpretazione, e integrandola con una possibilità di deroga limitata e controllata, secondo il modello offerto dall’articolo L. 337-3 del Code de l’éducation francese.

Articolo 2089 ‑ Assicurazione generale contro gli infortuni e le malattie professionali. L’articolo si limita a enunciare il principio generale già vigente, rinviando per la disciplina specifica a normativa da emanarsi con Decreto del Presidente della Repubblica su proposta elaborata dal Cnel e approvata dal Consiglio dei Ministri. E’ questa la prima di una serie di disposizioni con le quali ci si propone di restituire e rafforzare il ruolo attribuito al Cneldalla Costituzione (v. in proposito anche gli articoli 2090 e 2092).

Articolo 2090 ‑ Assicurazioni generali per vecchiaia, invalidità, disoccupazione, malattia e maternità. – Anche questo articolo si limita a enunciare i principi generali già vigenti, con rinvio analogo a quello di cui all’articolo precedente e con l’estensione (comma 4) del principio di automaticità delle prestazioni previdenziali a tutta l’area del lavoro economicamente dipendente.

Articolo 2091 ‑ Parità di trattamento e divieti di discriminazione. Anche questo articolo si limita a enunciare i principi generali già vigenti, rinviando per la normativa ulteriore alle leggi di recepimento delle direttive europee sulla materia (che non vengono abrogate).

Articolo 2092 ‑ Compenso orario minimo.A differenza degli articoli precedenti, questo introduce un istituto del tutto nuovo nel nostro ordinamento. Osserviamo in proposito che lo standard retributivo minimo, pur essendo espresso in riferimento all’estensione temporale della prestazione, ben si presta a essere assunto dal giudice come ragionevole parametro anche per il controllo dell’entità minima di compensi di lavoro autonomo riferiti soltanto al risultato di una attività che comunque abbia una estensione temporale apprezzabile. Il riferimento, nel comma 2, alla possibilità di una differenziazione dello standard minimo in relazione alle differenze del costo regionale della vita appare opportuno in considerazione delle importanti esperienze che si registrano in proposito nel panorama internazionale (per esempio nella Repubblica Federale Tedesca), ma non implica ovviamente alcun vincolo in proposito per il Governo.

Articolo 2093 ‑ Servizi nel mercato del lavoro.L’articolo riprende, con qualche opportuna semplificazione, la disciplina vigente, coordinandola con la nuova disciplina della mediazione tra domanda e offerta di servizi alla persona e alla comunità, di cui all’articolo 2132.

Segue la

Sezione III – Disciplina del lavoro dipendente e del lavoro subordinato

            Questa sezione detta la disciplina specifica del lavoro subordinato e più in generale del lavoro in posizione di dipendenza economica dall’impresa, la cui definizione è contenuta nell’articolo 2094. Qui le norme applicabili al solo lavoro subordinato sono quelle relative allo ius variandi del datore di lavoro in materia di mansioni (articolo 2103) o in materia di collocazione temporale della prestazione lavorativa (articolo 2107, comma 4), quella relativa all’assoggettamento pieno della prestazione lavorativa al potere direttivo del creditore (articolo 2104, comma 2), quella relativa alla facoltà di scelta del software informatico nei rapporti di telelavoro (articolo 2123, comma 3) e quella relativa al distacco del lavoratore presso azienda diversa (articolo 2124); tutte le altre si applicano indifferentemente a tutti i rapporti di lavoro caratterizzati da dipendenza economica del prestatore nei confronti dell’impresa. La sezione è articolata come segue.

Articolo 2094 – Subordinazione e dipendenza.La norma, in coerenza con l’articolo 35 della Costituzione e con l’ispirazione generale della riforma, mira ad allargare la fattispecie di riferimento del diritto del lavoro a tutto il lavoro che si svolge in situazione di sostanziale dipendenza economica del prestatore dal creditore, in considerazione dello squilibrio di potere negoziale che tipicamente connota tale situazione. I parametri utilizzati per la delimitazione dell’area del lavoro dipendente assoggettato alla protezione inderogabile dettata da questa sezione sono gli stessi utilizzati nel disegno di legge n. 1481/2009, recante norme per il superamento del dualismo del mercato del lavoro.

Articolo 2095 – Inquadramento professionale. L’articolo recepisce l’orientamento dottrinale e giurisprudenziale migliore, secondo il quale anche la categoria professionale (al pari di quella sindacale) non precede il contratto collettivo, essendo al contrario quest’ultimo che la istituisce e ne definisce i confini.

Articolo 2096 – Assunzione e periodo di prova. I primi due commi sostituiscono i 5 articoli e 13 commi del d. lgs. n. 152/1997, col quale è stata recepita la direttiva comunitaria n. 91/533 sugli obblighi di informazione nei confronti del lavoratore circa le condizioni contrattuali.

Articolo 2097 – Contratto a termine. L’articolo contiene una disciplina più restrittiva di quella attualmente vigente per il secondo contratto a tempo determinato fra le stesse parti, in stretta connessione con la nuova e più flessibile disciplina dei licenziamenti per motivi oggettivi contenuta negli articoli 2118-2120. Quanto al primo contratto a termine, esso viene lasciato libero in conformità con la disciplina europea, anche in considerazione del fatto che la tutela della stabilità nel primo anno del rapporto a tempo indeterminato si riduce alla sola indennità di licenziamento pari a una mensilità. Al fine di pareggiare maggiormente le due situazioni, una analoga indennità di cessazione del rapporto a termine è posta a carico del datore  di lavoro o committente nel caso in cui il rapporto stesso non si converta in rapporto a tempo indeterminato. Il periodo di rapporto a termine – al pari del periodo di lavoro temporaneo tramite agenzia, di cui all’articolo 2127 – resta comunque computabile nell’anzianità di servizio ai fini della protezione crescente della stabilità, a norma dell’articolo 2119.

Articolo 2098 – Collocamento dei disabili L’articolo sostituisce, senza alterarne gli standard di protezione, la legge n. 68/1999.

Articolo 2099 – Retribuzione. L’articolo, oltre a ribadire la necessità di rispetto dello standard retributivo orario minimo, raccoglie, semplificandole, le disposizioni vigenti circa le modalità di corresponsione e documentazione del corrispettivo pagato al lavoratore e gli orientamenti giurisprudenziali consolidati circa la possibilità di pagamento a mezzo assegno circolare o bonifico bancario.

Articolo 2100 – Usi aziendali e concorrenza di fonti negoziali in materia retributiva. Dottrina e giurisprudenza si sono lungamente affaticate sulla questione se e come il titolare di un’azienda possa porre termine a propri comportamenti reiterati nel tempo, dai quali sia derivato un beneficio per la generalità dei lavoratori.I primi due commi dell’articolo si propongono di risolvere la questione in modo pragmatico, discostandosi dall’orientamento giurisprudenziale più recente che equipara tali comportamenti a pattuizioni collettive e qualificandoli invece come manifestazioni di volontà negoziale per facta concludentia, operanti sul piano individuale nei confronti dei lavoratori beneficiari dei comportamenti stessi, suscettibili di recesso anche in costanza del rapporto di lavoro individuale. Il terzo e quarto comma recepiscono invece l’orientamento giurisprudenziale e dottrinale nettamente dominante in materia di assorbimento tra voci retributive omogenee, ribadendo comunque la sovranità dell’autonomia negoziale collettiva e individuale in proposito.

Articolo 2101 – Pagamento della retribuzione a mezzo di buoni-lavoro. Questo articolo sostituisce la normativa originariamente posta con l’articolo 70 del d.lgs. n. 276/2003 in materia di “lavoro accessorio, poi sostituita e integrata a più riprese, con il d.-l. 25 giugno 2008 n. 112, convertito nella legge 6 agosto 2008 n. 133, e con il d.-l. 10 febbraio 2009 n. 5, convertito nella legge 9 aprile 2009 n. 33. La disciplina vigente lega questa forma di retribuzione a un tipo legale a sé stante di contratto di lavoro (il “lavoro accessorio”), consentito per tutte le categorie di prestatori nei settori del lavoro domestico, di giardinaggio e pulizia, di insegnamento privato supplementare, nelle manifestazioni fieristiche e nelle situazioni di emergenza; al di fuori di questi settori, esso è consentito soltanto a giovani sotto i 25 anni, pensionati e “casalinghe”. L’idea cardine della nuova disciplina qui proposta attinge principalmente all’esperienza francese – che ci sembra straordinariamente positiva - degli chèques emploi-service universels-CESU, introdotti in quell’ordinamento nel 2005 e dal 2008 disciplinati  dagli articoli L1271-1 e L1271-5 del Code du Travail. Al pari della disciplina d’oltr’Alpe, l’articolo qui in esame considera il buono-lavoro non come elemento peculiare di un tipo di contratto di lavoro a sé stante, bensì soltanto come forma semplificata di retribuzione per alcune forme di lavoro (servizi alla persona o alla famiglia, ivi compreso l’insegnamento privato, lavori stagionali agricoli o nei settori del turismo o della ristorazione) nelle quali la massima semplificazione degli adempimenti amministrativi e conseguente riduzione dei costi di transazione appare molto utile per un’azione efficace di contrasto al lavoro nero. Il buono-lavoro incorpora il contributo previdenziale e l’imposta sul reddito, che si considera determinata e assolta a titolo definitivo nel caso in cui il lavoratore nel corso dell’anno non abbia un reddito superiore a 13.000 euro (soglia, questa, determinata in correlazione con un’altra iniziativa legislativa, volta a una drastica riduzione dell’imposta sui redditi di lavoro di fascia bassa); altrimenti l’imposta dovrà essere oggetto di rideterminazione sulla base della dichiarazione dei redditi, dovuta dalla persona interessata. L’utilizzazione dei buoni-lavoro per il pagamento della retribuzione non esenta, dunque, il datore di lavoro o committente dal rispetto degli obblighi altrove posti dal Codice per il tipo di contratto utilizzato: si applicheranno soltanto le esenzioni dagli adempimenti formali disposte a favore del datore di lavoro domestico (articoli 2096, comma 5, e 2099, comma 1), nonché per il caso di contratto a termine di durata brevissima, o di durata breve per servizi alla famiglia (articolo 2097, comma 1, lettere f) eg). Resta da osservare peraltro che – stante l’equiparazione, nell’area della dipendenza economica come definita dall’articolo 2094, del regime di contribuzione previdenziale delle collaborazioni continuative autonome rispetto al lavoro subordinato – i buoni-lavoro possono essere utilizzati anche dagli enti pubblici locali per la retribuzione dei collaboratori impegnati nelle forme di servizio alle famiglia o alla collettività disciplinate dagli articoli 2132-2134.

Articolo 2102 – Luogo della prestazione, trasferta e trasferimento. L’articolo, oltre a integrare la disciplina dello ius variandi del datore di lavoro circa la collocazione spaziale della prestazione in riferimento al caso della trasferta, non contemplata dalla legge vigente, la coordina con la nuova disciplina del licenziamento per motivi organizzativi, di cui agli articoli 2119 e 21120: lo stesso “filtro” economico automatico della giustificatezza del licenziamento dettato da esigenze aziendali si applica in tal modo in materia di trasferimento del lavoratore.

 

Articolo 2103 – Mansioni del lavoratore. L’articolo unifica e aggiorna la disciplina vigente della materia, accogliendo gli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali prevalenti circa l’esercizio dello ius variandidatoriale in relazione all’obsolescenza tecnologica delle mansioni.

Articolo 2104 – Diligenza del prestatore di lavoro. L’articolo unifica e aggiorna la disciplina vigente della materia, accogliendo gli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali che ci appaiono meglio corrispondenti alle esigenze di conciliazione della protezione del lavoro con la protezione delle esigenze di buon andamento dell’azienda.

Articolo 2105 – Divieto di concorrenza e obblighi di segreto. Anche questo articolo unifica e aggiorna la disciplina vigente della materia, accogliendo gli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali largamente prevalenti.

Articolo 2106 – Sanzioni disciplinari. Anche questo articolo unifica e aggiorna la disciplina vigente della materia, accogliendo gli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali largamente prevalenti.

Articolo 2107 – Orario di lavoro. Qui e nell’articolo 2109 sono enunciati soltanto i principi generali in materia di determinazione dell’estensione e collocazione temporale della prestazione lavorativa, rimanendo in vigore il d. lgs. n. 66/2003 di recepimento della direttiva comunitaria n. 104/1993.

Articolo 2108 – Rapporto di lavoro a tempo parziale e lavoro ripartito. E’ qui sintetizzata in 5 commi, per un totale di 301 parole, la disciplina del part-time e del job sharing, che nella legislazione attualmente vigente occupa complessivamente 17 articoli (13 per il part-time, 5 per il job sharing), per un totale di circa 4500 parole.

Articolo 2109 – Riposo domenicale, festivo e annuale. L’articolo unifica e aggiorna la disciplina vigente della materia, accogliendo gli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali largamente prevalenti.

Articolo 2110 – Impedimenti personali alla prestazione lavorativa. A differenza dei precedenti, questo articolo innova profondamente la disciplina della malattia del lavoratore, per la parte relativa alla relativa documentazione e verifica. Considerata la (indebita, ma difficilmente evitabile) facilità – per non dire automaticità – con la quale i medici curanti sono soliti rilasciare i certificati di malattia di breve o brevissima durata, la nuova disposizione limita l’onere del prestatore in proposito alla mera comunicazione tempestiva al datore di lavoro, imponendo però al prestatore stesso, per le assenze di durata superiore a una settimana o per il caso del ripetersi di assenze di breve durata, l’onere della fornitura al servizio ispettivo (vincolato al segreto professionale in proposito) di una relazione sulla natura dell’infermità e le terapie praticate. In materia di trattamento economico di malattia, periodo di comporto e recesso del datore per superamento del termine, la disposizione è modellata sugli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali dominanti.

Articolo 2111 – Maternità, paternità e congedi parentali. L’articolo si limita a raccogliere e semplificare nella loro esposizione testuale, senza in alcun modo alterare nella sostanza, le protezioni disposte dai 57 articoli del testo unico attualmente in vigore (d.lgs. 26 marzo 2001 n. 151) che disciplinano la stessa materia.

Articolo 2112 – Trasferimento di azienda. L’articolo unifica la disciplina della materia, attualmente suddivisa tra l’articolo 2112 del codice civile e l’articolo 47 della L. n. 428/1990, di recepimento della direttiva comunitaria n. 2001/32.

Articolo 2113 – Rinunzie e transazioni. L’articolo sintetizza la disciplina vigente della materia, recependo l’orientamento giurisprudenziale e dottrinale nettamente predominante circa la distinzione tra i casi di nullità e quelli di annullabilità della pattuizione dismissiva.

Articolo 2114 – Diritto del lavoratore alla riservatezza. In questo e nell’articolo successivo sono riuniti e sintetizzati principi e regole contenuti nello Statuto dei lavoratori del 1970 e nella legislazione successiva, con recepimento degli orientamenti interpretativi del Garante.

Articolo 2115 – Controlli del datore di lavoro. Si segnala, in particolare, l’aggiornamento della disciplina dei controlli a distanza, originariamente dettata dall’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori del 1970, in riferimento alla strumentazione informatica e telematica.

Articolo 2116 – Sospensione della prestazione nell’interesse del datore di lavoro o committente. A questo proposito va osservato che, all’origine (nel 1945), la Cassa integrazione guadagni venne istituita come assicurazione a vantaggio degli operai, a fronte del rischio di sospensione del lavoro e della relativa retribuzione decisa unilateralmente dal datore di lavoro, rischio che l’ordinamento faceva gravare sui salariati e non sugli stipendiati, protetti dall’articolo 6 del decreto legislativo n. 1825/1924 sull’impiego privato. Solo in seguito, con l’estensione del regime della C.i.g. anche agli impiegati (1968) e la legge sulla “garanzia del salario” del 1975, le due posizioni sono venute di fatto assimilandosi l’una all’altra, senza peraltro che sia mai intervenuto un chiarimento legislativo esplicito sulla questione. Per altro verso, l’esperienza dei comitati paritetici provinciali per l’erogazione dell’integrazione salariale ordinaria insegna come sia praticamente impossibile il controllo sui motivi addotti dall’imprenditore per la sospensione della prestazione: se si escludono i casi di forza maggiore, le altre “cause integrabili” sono riconducibili alla nozione di “situazioni in cui l’imprenditore preveda che per un certo periodo la normale prosecuzione dello scambio lavoro/retribuzione avverrebbe in perdita” (trattandosi di una previsione, essa è per definizione non dimostrabile); col risultato che, di fatto, usufruiscono dell’intervento ordinario della Cassa integrazione in misura nettamente prevalente le imprese di dimensioni medio-grandi, che hanno maggiore capacità di influenza su quegli organismi provinciali, configurandosi così il premio assicurativo almeno in parte come una tassa a carico delle imprese medio-piccole, a vantaggio di quelle di dimensioni maggiori. La riforma qui proposta, recependo l’elaborazione dottrinale e l’orientamento giurisprudenziale nettamente prevalenti sulla materia, afferma il diritto di tutti i lavoratori dipendenti nei confronti dei rispettivi datori di lavoro o committenti, in caso di sospensione della prestazione da questi disposta, al trattamento di “integrazione salariale”, che deve comunque sempre essere erogato dall’imprenditore. Si universalizza così questo diritto dei lavoratori dipendenti, e al tempo stesso si qualifica senz’altro la Cassa integrazione guadagni come una forma di assicurazione a vantaggio delle imprese, invece che a vantaggio dei lavoratori. Coerente con questa qualificazione sarebbe la trasformazione della provvidenza in assicurazione di natura privatistica, con libertà per le singole imprese di decidere se stipularla o no e di scegliere la compagnia assicuratrice con cui stipularla. Senonché la marcata asimmetria informativa tra assicuratore e singolo aspirante assicurato circa il rischio effettivo (per cui chi liberamente chiede di assicurarsi si segnala come soggetto più a rischio della media), unita all’ampio margine di moral hazard difficilmente eliminabile nella fase di esecuzione del contratto assicurativo, costituiscono probabilmente ostacoli insormontabili per l’attivarsi di un mercato concorrenziale in questo campo. La soluzione semplificatrice e razionalizzatrice che proponiamo si riassume dunque nei punti seguenti:  a) assicurazione generale obbligatoria presso l’Inps per tutte le imprese del settore industriale soggette alla limitazione ordinaria della facoltà di recesso (imprese con più di 15 dipendenti);  b) copertura assicurativa – sostitutiva di quella che oggi viene indicata come “integrazione ordinaria” ‑ della durata massima di 260 giorni nell’arco di due anni, limitata a tre quarti della retribuzione che viene corrisposta al dipendente per il periodo di sospensione, in modo che il 25 per cento rimanente a carico dell’impresa, pari al 20 per cento dell’ultima retribuzione piena del lavoratore, funga da filtro automatico contro l’abuso della sospensione (ponendosi così fine all’ipocrisia del “controllo delle cause integrabili” da parte dei comitati paritetici provinciali); c) rafforzamento del filtro mediante l’istituzione di un premio bonus/malus, variabile in relazione alla “sinistrosità” dell’impresa assicurata e mediante la comminatoria di restituzione del rimborso ricevuto nel caso di mancata ripresa effettiva del lavoro al termine della sospensione, per la durata di almeno due mesi; d) possibilità di estensione dell’obbligo di assicurazione presso l’Inps a settori diversi da quello industriale, mediante contratto collettivo con efficacia generale exart. 2071 (v. in proposito il disegno di legge n. 1872/2009 sul diritto sindacale, collegato a questo);  e)intervento ulteriore a carico dell’Erario – sostitutivo di quella che oggi viene indicata come “integrazione straordinaria” – nelle situazioni di crisi formalmente accertate dal Governo, per il periodo massimo di un anno di protrazione della sospensione oltre i 260 giorni nel biennio, con copertura limitata a sette ottavi della retribuzione che viene corrisposta al dipendente, in modo che la differenza (pari al 10 per cento dell’ultima retribuzione) resti a carico dell’impresa. In entrambi i casi, sia di intervento ordinario a norma del comma 4, sia di intervento staordinario di cui al comma 5, il filtro contro i possibili abusi è rafforzato dalla comminatoria della restituzione dell’importo da parte dell’imprenditore nel caso in cui, dopo la cessazione della sospensione, il lavoro non riprenda per la durata di almeno due mesi.

Articolo 2117 – Recesso del prestatore di lavoro. Sulla nuova disciplina delle dimissioni del lavoratore contenuta nell’articolo 2117 rinviamo alla relazione introduttiva al disegno di legge n. 884/2008, dal quale essa è interamente ripresa.

Articolo 2118 – Recesso del datore di lavoro o committente. Articolo 2119 – Licenziamento per motivo economico, tecnico od organizzativo. La disciplina del licenziamento contenuta nei nuovi articoli 2118 e 2119 ricalca sostanzialmente il progetto delineato nel disegno di legge n. 1481/2009 (alla cui relazione introduttiva rinviamo): in aderenza a quel progetto, l’articolo 2 di questo disegno di legge precisa che la nuova disciplina è destinata ad applicarsi soltanto ai rapporti di lavoro costituiti dopo la sua entrata in vigore, restando pertanto applicabile ai rapporti di lavoro precedentemente instaurati la c.d. “tutela reale” di cui all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970 nelle unità produttive con più di 15 dipendenti, la c.d. “tutela obbligatoria” nelle unità produttive minori. Ciò allo scopo di sdrammatizzare, da un lato, il passaggio dal vecchio sistema di protezione della stabilità del lavoro al nuovo, ispirato al modello nord-europeo della flexsecurity, dall’altro lato poter offrire alle nuove generazioni di lavoratori dipendenti un regime di protezione unitario.

Articolo 2120 – Assistenza nel mercato del lavoro al lavoratore licenziato. L’assicurazione contro la disoccupazione qui prevista, ispirata al modello danese, può essere assolta dalle imprese in tutto o in parte mediante la stipulazione con l’Inps del contratto di assicurazione di cui all’articolo 3, oppure in qualsiasi altra forma ritenuta opportuna, ferma restando la garanzia predisposta dal comma 7 per il caso di insolvenza dell’impresa e difetto di altre forme assicurative. Ragioni di opportunità consigliano di esentare dall’obbligo di sostegno del reddito del dipendente licenziato le aziende che occupino complessivamente più di 15 dipendenti nella stessa unità produttiva, oppure complessivamente più di 60, cioè quelle attualmente escluse dall’ambito di applicazione del regime di “tutela reale” contro il licenziamento di cui all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. L’estensione progressiva del sistema di sostegno del reddito disposto dall’articolo 2120 ai lavoratori licenziati dalle imprese di minori dimensioni dovrà essere realizzata mediante l’incentivazione della sperimentazione volontaria da parte delle imprese stesse del nuovo sistema, con un congruo finanziamento a carico dell’Erario, come previsto nel disegno di legge n. 1481/2009. Rispetto a quanto previsto in quel disegno di legge, il cui campo di applicazione è limitato alle imprese che volontariamente attivano il nuovo regime in via sperimentale, abbiamo ritenuto opportuno qui ridurre il periodo di copertura da quattrro a tre anni, in considerazione del fatto che qui la nuova disposizione è destinata ad avere fin da subito applicazione generale per i rapporti di lavoro di nuova costituzione. Il requisito di anzianità di servizio aziendale necessario per il godimento del trattamento complementare di disoccupazione a carico dell’azienda, inoltre, è aumentato a due anni rispetto a quello di un solo anno previsto nel disegno di legge n. 1481/2009.

Articolo 2121 – Accantonamento per trattamento di fine rapporto o previdenza complementare. Questo articolo riproduce, semplificandola (ma senza alterarne il contenuto se non molto marginalmente, e solo per eliminare complicazioni inutili) la disciplina del t.f.r. oggi vigente.

Articolo 2122 – Indennità in caso di morte. Vale per questo articolo quanto annotato in riferimento al precedente.

Articoli 2123 – Lavoro a domicilio e telelavoro. Dottrina e giurisprudenza si sono a lungo affaticate sulla questione della qualificazione del contratto di lavoro a domicilio; questione che non può dirsi definitivamente superata neppure dopo l’emanazione della legge n. 877/1973, che oggi disciplina ancora la materia e nella quale è stata giustamente ravvisata un’espressione della tendenza all’espansione del campo di applicazione del diritto del lavoro ad aree adiacenti me non comprese in quella del lavoro subordinato tradizionale. Nel quadro della riforma qui proposta quella questione viene facilmente superata con l’applicazione del criterio della dipendenza economica, come definito nell’articolo 2094: in base a tale criterio è agevole la sussunzione nel concetto di lavoro dipendente della quasi totalità del lavoro a domicilio nella sua configurazione tradizionale, mentre i casi di lavoro manifatturiero a domicilio in condizioni di pluricommittenza dovranno essere correttamente sussunti nel concetto di lavoro autonomo artigiano. L’elemento distintivo che caratterizza il lavoro manifatturiero a domicilio tradizionale rispetto al lavoro subordinato ordinario, ovvero il non assoggettamento della prestazione al vincolo del coordinamento spazio-temporale rispetto all’organizzazione aziendale del committente, caratterizza anche la forma più moderna di collaborazione che va sotto il nome di telelavoro: in riferimento a questa si è ritenuto opportuno individuare nell’attribuzione del potere contrattuale di scelta del software informatico al creditore della prestazione l’elemento ulteriore necessario perché la prestazione stessa si configuri come subordinata. Lo stesso elemento ovviamente non è, invece, necessario per la qualificazione del contratto in termini di lavoro dipendente.

Articolo 2124 – Distacco del lavoratore. Il secondo e il terzo comma sostituiscono i 7 articoli del d. lgs. n. 72/2000, col quale è stata recepita la direttiva comunitaria n. 96/71/CE.

Articolo 2125 – Patto di non concorrenza. L’articolo riproduce la norma contenuta nel codice del 1942, con il necessario aggiornamento in relazione al processo di globalizzazione che ha investito gran parte del nostro sistema economico.

Articolo 2126 – Prestazione di fatto con violazione di legge. L’articolo riproduce la norma contenuta nel codice del 1942, con marginali aggiustamenti puramente formali.

Articolo 2127 – Somministrazione di lavoro. Interposizione irregolare o fraudolenta. L’articolo riproduce, con modesti interventi di semplificazione, la disciplina della fornitura di manodopera e dell’interposizione irregolare o fraudolenta originariamente contenuta nella legge n. 196/1997, poi ripresa dal d.lgs. n. 276/2003 (che viene abrogato). Di quest’ultimo decreto legislativo viene riproposta anche la norma che consente la somministrazione a tempo indeterminato – c.d. staff leasing -, abrogata nel 2007 perché erroneamente qualificata come una forma di lavoro precario, mentre si tratta di una forma di organizzazione del lavoro che coniuga efficacemente una forte stabilità del rapporto di lavoro con la flessibilità delle strutture produttive: essa si pone pertanto pienamente in linea con la filosofia della flexsecurity, cui anche la disciplina del recesso del datore di lavoro contenuta negli articoli 2119-2120 si ispira. Anche i tre commi finali dell’articolo, in materia di interposizione irregolare e di interposizione fraudolenta, riproducono, con qualche modesta semplificazione puramente formale, la disciplina della materia contenuta nel testé citato d.lgs. n. 276/2003.

Articolo 2128 – Appalto dipendente e appalto interno. L’articolo sostituisce l’articolo 29 del d.lgs. n. 276/2003 e le norme che sono poi ripetutamente intervenute a modificarlo o integrarlo (in particolare l’articolo 6 del d.lgs. n. 251/2004, il comma 28 dell’articolo 35 della legge n. 248/2006, il comma 911 dell’articolo 1 della legge n. 296/2006,  finanziaria 2007), facendo anche in questa materia applicazione coerente del criterio della dipendenza economica dell’appaltatore dal committente per l’individuazione dell’area nella quale è ragionevolmente necessario un intervento protettivo, per correggere gli effetti dello squilibrio di potere contrattuale effettivo che tipicamente si manifesta in questa situazione. Un’altra fattispecie in riferimento alla quale il rafforzamento della protezione dei dipendenti dell’appaltatore si giustifica è quella dell’appalto di servizi a carattere continuativo la cui esecuzione si colloca fisicamente all’interno dell’azienda del committente, verificandosi in questo modo uno degli elementi individuati dalla letteratura in argomento come tipici del fenomeno del co-employment. Quanto al contenuto della protezione disposta, esso consiste nella stessa regola di corresponsabilità tra committente e appaltatore o subappaltatore, che è posta dalla legge oggi vigente. Il campo di applicazione di questa regola è, per un verso, come si è detto, limitato al caso dell’appalto di servizi a carattere continuativo e in particolare al caso dell’appalto “interno”, o di quello in cui l’appaltatore opera in posizione di dipendenza dal committente (anche in considerazione della sostanziale inapplicabilità o irragionevolezza dell’applicazione della regola stessa alla generalità degli appalti); per altro verso il campo di applicazione è esteso ai contratti di trasporto, che per l’aspetto che qui interessa ben possono assimilarsi all’appalto di servizi. Viene chiarita meglio l’estensione della corresponsabilità solidale anche al caso del subappalto, sempre sotto condizione della posizione di dipendenza economica del subappaltatore. Restano immutate rispetto alla legislazione oggi vigente sia l’esclusione dell’appalto nel quale la parte committente sia una persona fisica non esercente attività professionale o imprenditoriale, sia il termine di decadenza biennale per l’azione di corresponsabilità solidale del committente, sia infine la disciplina della responsabilità del committente per l’igiene e la sicurezza dei lavori dati in appalto, di cui all’articolo 26 del d.lgs. n. 81/2008. Non ci sembra, infine, opportuno, riprodurre la norma definitoria contenuta nell’articolo 29, comma 1,  del d.lgs. n. 276/2003 per la distinzione tra appalto di servizi labour intensive e somministrazione di lavoro: può infatti ormai considerarsi acquisita, in dottrina e giurisprudenza, l’ammissibilità di questo genere di appalti, nel quale l’elemento strumentale è prevalentemente immateriale e il know-how imprenditoriale dell’appaltatore si esprime soprattutto sul piano della selezione, organizzazione e direzione della manodopera (quello che nei Paesi anglosassoni è chiamato labour contract).

Articolo 2129 – Rapporto di lavoro alle dipendenze di amministrazioni pubbliche. – Nella situazione attuale, nella quale dopo un quindicennio di avvicinamento tra la disciplina del lavoro pubblico e quella del lavoro alle dipendenze di privati, con l’emanazione della legge-delega 4 marzo 2009 n. 15 e del relativo decreto delegato n. 150/2009 sembra affermarsi la tendenza opposta, ci parrebbe inopportuno caricare questo già impegnativo progetto di riforma anche del compito assai arduo della semplificazione dell’ordinamento pubblicistico. Si propone pertanto di mantenere il contenuto originario di questo articolo, che configura l’ordinamento privatistico del lavoro come fonte “di default”, per il caso in cui manchi una disciplina specifica della materia.

Seguono due brevi sezioni:

Sezione IV – Disciplina speciale dei rapporti di lavoro e formazione

Questa sezione è dedicata ai contratti di lavoro a contenuto formativo. Tra i quali in primo luogo quelli a causa mista, di lavoro e formazione, che oggi si identificano con l’apprendistato, e i contratti di stage aziendali finalizzati alla formazione e all’orientamento, di cui i contratti trilateri di borsa-lavoro costituiscono un sotto-tipo. La sezione contiene due soli articoli, dedicati rispettivamente a questi due tipi legali:

Articolo 2130 – Apprendistato. Questo articolo mostra come il contenuto di ben sette lunghi e complessi articoli di una legge redatta secondo il vecchio stile della legislazione del lavoro (artt. 47-53 del d.lgs. n. 276/2003) possa essere ridotto a un unico articolo di nove brevi commi, senza che vada perduto nulla di essenziale del dispositivo protettivo vigente.

Articolo 2131 – Stage di formazione e orientamento in azienda. Borse-lavoro. Qui l’operazione di semplificazione è riferita agli articoli 18 e 19 della legge n. 196/1997. Ma si è ritenuto opportuno, in considerazione della larghissima diffusione degli abusi, di cogliere l’occasione di questo intervento legislativo per perfezionare la disciplina di questa materia, prevedendo una più intensa responsabilizzazione dell’istituto scolastico di provenienza del giovane stagista e l’obbligo, a carico del titolare dell’azienda o studio professionale, di comunicare preventivamente all’Ispettorato del lavoro l’avvio e le condizioni del rapporto di stage. La durata massima dello stage viene commisurata al contenuto professionale delle mansioni che ne sono oggetto. Nel settimo comma vengono disposte le sanzioni per l’abuso. E’ stato inoltre aggiunto nell’articolo un comma per la tipizzazione legislativa del contratto di borsa-lavoro, ormai largamente sperimentato soprattutto per l’inserimento nel tessuto produttivo di giovani con problemi comportamentali.

Sezione V – Disciplina delle collaborazioni di pubblica utilità

L’ultima sezione, costituita dagli articoli 2132-2134, è dedicata alla soluzione del problema di far emergere interamente la grande domanda latente di servizi alla persona e alla comunità, ponendola utilmente in comunicazione con l’altrettanto numerosa offerta latente di lavoro non professionale o comunque poco strutturato – marginale, ma di dimensioni considerevoli – che pure esiste e per la quale è opportuna una limitazione dell’apparato protettivo per diversi possibili motivi: i) per favorire l’inserimento nel tessuto produttivo di persone in difficoltà, oppure ii) perché il prestatore non versa in una situazione di dipendenza economica, oppure ancora iii) perché i soggetti interessati hanno un’altra fonte di reddito prevalente (la pensione), o iv) perché essi hanno una diversa attività prevalente (studenti), oppure ancora v) perché si tratta di soggetti temporaneamente impegnati nella cura di bambini in età prescolare che offrono temporaneamente la stessa attività di cura ad altre famiglie.
Sul versante della domanda, si osserva una rilevante necessità irrisolta di servizi alla persona: in particolare, un gran numero di disabili o anziani non autosufficienti hanno bisogno di assistenza domiciliare, sovente non 24 ore su 24, ma soltanto diurna o soltanto notturna, oppure a tempo parziale (per l’aiuto nella cura della persona, oppure per l’approvvigionamento dei beni di consumo necessari per la vita quotidiana, per l’insegnamento dell’uso dello strumento informatico e della rete, o anche soltanto per l’intrattenimento della persona isolata, ecc.). Si osserva inoltre una altrettanto cospicua domanda di servizi alla comunità: basti pensare alle necessità – sovente male o per nulla soddisfatte nelle aree urbane – di sorveglianza all’entrata e all’uscita delle scuole, manutenzione del verde pubblico, sorveglianza notturna contro il disturbo della quiete o contro gli autori di graffiti e forme analoghe di piccola criminalità, e altre simili.
Anche su questo terreno, come su quello dei buoni-lavoro di cui si è detto trattando del contenuto dell’articolo 2101, abbiamo fatto riferimento innanzitutto all’esperienza dell’Agence nationale services à la personne (v. in proposito il sito web www.particulieremploi.fr/mediers.php), con la quale in Francia ci si è proposti di porre in comunicazione domanda e offerta di servizi alla persona e alla famiglia, con risultati di notevolissimo rilievo. Se oltr’Alpe ci si è limitati ad attivare, con una utilizzazione efficacissima di Internet, servizi efficienti per l’incontro fra domanda e offerta e ad operare per una riduzione drastica dei costi di transazione in questo particolare settore, mediante l’istituzione dello chèque emploi-services universel-CESU, qui intendiamo spingerci oltre, attingendo anche all’esperienza finlandese e dei Paesi scandinavi, dove l’ente locale promotore del servizio assume altresì la veste di fornitore dell’attività di servizio, ingaggiando la persona disponibile per lo svolgimento della prestazione e addebitando al soggetto beneficiario soltanto una frazione – talora di entità minima – del relativo costo. Abbiamo dunque delineato un duplice modello di intervento degli enti pubblici locali:

- un intervento di pura e semplice promozione dell’incontro fra domanda e offerta dei servizi in questione, mediante accreditamento dei soggetti capaci di fornirli (articolo 2132, comma 7), attivazione di canali idonei a facilitare al massimo l’incontro stesso (oltre alla disposizione testé citata, articolo 2093, comma 1) e riduzione dei costi di transazione mediante i buoni-lavoro (articolo 2101): è questo un modello di intervento che appare alla portata di qualsiasi amministrazione locale capace di avvalersi dell’esperienza francese;

-  un intervento più evoluto e costoso, ispirato alle esperienze dei Paesi nord-europei, ma anche ad alcune esperienze italiane , consistente nell’attivazione di iniziative di selezione e addestramento elementare di persone disponibili e idonee allo svolgimento dei servizi in questione, e nell’ingaggio di queste con contratto di collaborazione autonoma, in funzione del loro avvio presso la persona o famiglia richiedente, dalla quale verrà riscossa una  parte del costo della prestazione: è questo un modello di intervento che offrirebbe una utile alternativa rispetto a quello consueto dell’”appalto di servizi” conferito da Comuni e Province a cooperative (che in molti casi maschera una sostanziale somministrazione di prestazioni di lavoro, e non sempre in forme più vantaggiose per i lavoratori coinvolti), ma che indubbiamente presuppone una maggiore capacità organizzativa da parte dell’ente gestore. Un esempio di servizio organizzato secondo questo modello è quello che ha visto impegnati alcuni Comuni del milanese o dell’Alto Adige nella fornitura di servizi di accudimento di neonati a domicilio (a cura delle cosiddette “vice-mamme” o tagesmuetter).

Le esperienze testé menzionate confermano che l’incontro fra questa domanda e questa offerta latente di servizi è possibile anche nel nostro contesto nazionale – senza che ne derivi danno ai lavoratori regolari nel mercato del lavoro ordinario – mediante l’attivazione di un modello di rapporto fuori standard, al quale l’ente pubblico promotore e gestore dell’iniziativa possa fare ricorso: i) solo per l’attivazione di determinati servizi ben individuati, ii) solo per il coinvolgimento in quei servizi di persone appartenenti a determinate categorie oggettivamente marginali rispetto al mercato del lavoro ordinario (anziani ancora attivi e mobili, studenti e altri giovani inoccupati, donne inoccupate o espulse dal tessuto produttivo in occasione di una maternità, disoccupati da più di sei mesi, immigrati extracomunitari disoccupati), iii) quando non si tratti di anziani e pensionati, solo con l’attivazione parallela di meccanismi volti a evitare il consolidarsi della collocazione della persona coinvolta nel settore del lavoro non standard, favorendo invece il suo inserimento nel tessuto produttivo ordinario.
Il modello a cui facciamo riferimento può indicarsi come un rapporto di fornitura di collaborazione autonoma, che ha come soggetti l’utilizzatore del servizio e l’ente organizzatore in veste di fornitore da un lato (articolo 2133), dall’altro in veste di titolare di un rapporto di collaborazione autonoma continuativa con un prestatore appartenente alle categorie sopra indicate: giovani, anziani e madri di famiglia attualmente non presenti, o presenti con difficoltà, nel mercato del lavoro ordinario (articolo 2132). Questo rapporto trilatero è reso possibile, già a legislazione invariata, per un verso dalla norma esplicita che consente agli enti pubblici di avvalersi di collaborazioni autonome coordinate e continuative, a tempo determinato o indeterminato; per altro verso dalla norma – implicita, questa, ma pacificamente riconosciuta in dottrina e in giurisprudenza – che esclude le collaborazioni autonome dal divieto di interposizione. A una “Commissione di garanzia” l’articolo 2134 affida il compito di controllare che questa forma di organizzazione del lavoro fuori standard venga utilizzata soltanto nelle situazioni di cui si è detto sopra, nelle quali si giustifica la riduzione dell’apparato protettivo.

Articolo 2133 – Contratto di fornitura di servizi di pubblica utilità.La disposizione disciplina il rapporto contrattuale tra l’ente promotore e gestore del servizio e il soggetto fruitore.

Articolo 2134 – Commissione di garanzia per le collaborazioni di pubblica utilità. A questo organo appare utile affidare il ruolo di osservatorio permanente sullo sviluppo di questo mercato del lavoro marginale, al fine di prevenire qualsiasi possibile abuso, attraverso un attento controllo del rispetto dei requisiti soggettivi e oggettivi posti dall’articolo 2132 per questo tipo di particolare di somministrazione di lavoro.

Articolo 2222 – Contratto di lavoro autonomo. – La modifica proposta si rende necessaria al fine di coordinare la disposizione con il nuovo articolo 2094.

Titolo IV – Del lavoro domestico

Al lavoro domestico sono dedicati gli articoli 2239-2244, con i quali si sostituiscono agevolmente i precedenti sette articoli del Codice civile e l’intera legge n. 339/1958, anche in considerazione del fatto che la specialità del rapporto di lavoro domestico rispetto alla fattispecie principale di riferimento del diritto del lavoro è ormai limitata alla disciplina dell’orario, a  quella del licenziamento e a pochi altri aspetti marginali, dovendo per il resto ritenersi applicabile la disciplina generale.

 

DISEGNO DI LEGGE

Articolo 1. – Il Capo I del Titolo II del Libro V del Codice civile è sostituito dal seguente:

 

Capo I – DELL’IMPRESA IN GENERALE

Sezione I – Dell’imprenditore

 

 

Articolo 2082
Imprenditore

1. È imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi.

 

Articolo 2083
Piccolo imprenditore

1. È piccolo imprenditore il coltivatore diretto del fondo, l’artigiano, il piccolo commerciante e ogni altra persona che eserciti un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia, quando nell’economia dell’attività stessa il valore del capitale utilizzato prevalga su quello del lavoro personale.

 

Articolo 2084
Libertà di impresa

1. L’iniziativa economica privata è libera. Essa si svolge nel rispetto dei principi di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza

2. Le leggi speciali stabiliscono limiti e condizioni per l’esercizio di attività dalle quali possa altrimenti derivare pregiudizio per la sicurezza, la libertà o la dignità delle persone, nonché le misure di servizio agli operatori e di coordinamento necessarieper favorire la migliore allocazione delle risorse.

 

Articolo 2085
Vigilanza pubblica sulla gestione delle imprese

1. Le leggi speciali individuano le attività economiche che, in considerazione di impedimenti e di esigenze di tutela del corretto funzionamento di un mercato concorrenziale, devono essere subordinate ad autorizzazione o concessione amministrativa o sottoposte a vigilanza pubblica.

 

 

Sezione II – Disciplina comune a tutti i rapporti di lavoro

Articolo 2086
Diritto del lavoro europeo

          1. Principi e regole posti dall’Unione Europea in materia di rapporti di lavoro sono direttamente applicabili nell’ordinamento italiano. Per ogni aspetto della materia non disciplinato da questo Codice si applicano le rilevanti norme europee.
Articolo 2087
Tutela delle condizioni di lavoro e della riservatezza del lavoratore

1. Fermo restando il rispetto della disciplina europea e delle leggi speciali sulla materia, il titolare dell’azienda è tenuto ad adottare le misure che secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie per tutelare l’integrità fisica e psichica, la personalità morale e la riservatezza di chiunque presti la propria attività di lavoro nell’azienda.
2. Coloro che prestano continuativamente la loro opera in ambiente di cui sia titolare il datore di lavoro o committente, quale che sia la natura giuridica e il contenuto della prestazione, hanno diritto di controllare mediante tecnici di propria fiducia:
a) l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali;
b) le tecniche applicate dal datore di lavoro o committente quando questi li sottoponga a indagini attitudinali o motivazionali o a test psico-reattivi, nonché l’utilizzazione che egli faccia dei dati risultanti da tali indagini o test.
3. È fatto divieto al datore di lavoro o committente, ai fini della selezione precedente alla costituzione del rapporto, come nel corso del suo svolgimento, di effettuare indagini, anche tramite terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del prestatorere, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione della sua attitudine professionale e ai fini di tutela della sicurezza delle cose e delle persone. Il datore di lavoro ha facoltà di far controllare l’idoneità pesico-fisica del lavoratore o del candidato esclusivamente da parte di presidi sanitari pubblici a ciò preposti o del medico competente.
4. Il datore di lavoro o committente, ferma restando la protezione dei dati personali disposta dalla legge, è tenuto al segreto, a norma dell’articolo 622 del codice penale, sulle notizie riservate concernenti il prestatore, delle quali venga a conoscenza per ragione del rapporto di collaborazione o delle attività selettive precedenti alla sua costituzione. Tale obbligo riguarda, in particolare, le notizie concernenti la natura delle infermità o dei diversi impedimenti personali o familiari che causino l’astensione dal lavoro, nonché le componenti della valutazione della prestazione eventualmente idonee a rivelare taluno dei dati sensibili protetti. Non sono, invece, oggetto di protezione i dati inerenti allo svolgimento della prestazione lavorativa e al suo corrispettivo.

Articolo 2088
Età minima, capacità giuridica e tutela del lavoro minorile

            1. Fermo restando il diritto-dovere di istruzione e formazione, non può essere titolare di un contratto di lavoro la persona che non abbia compiuto i 16 anni di età. La stipulazione di un contratto di apprendistato con il quindicenne è consentita solo a condizione che questi abbia conseguito il diploma di scuola media inferiore e previa autorizzazione del Direttore della Direzione provinciale per l’impiego motivata con necessità educative specifiche del giovane, su istanza dei suoi genitori, sentiti il giovane medesimo e il titolare dell’azienda.
2. Il minore stipula validamente il contratto di lavoro e gli atti giuridici che ne conseguono con l’assistenza di chi esercita la potestà parentale.
3. L’ammissione al lavoro del minore è subordinata a visita medica per l’accertamento dell’idoneità fisica e psichica alla mansione specifica cui il minore stesso sarà adibito.
4. In nessun caso il minore di 18 anni può essere adibito a lavoro notturno, o a lavoro pericoloso, faticoso, o svolto in ambiente insalubre o ad alta rumorosità, o alla somministrazione di bevande alcoliche. Con decreto del ministro del lavoro e delle politiche sociali sono determinati i limiti di peso dei carichi al cui trasporto a braccia o mediante carrelli può essere adibito il minore.
5. Il minore di 17 anni titolare di contratto di lavoro o collaborazione continuativa non può essere adibito a lavoro per più di 7 ore ogni giorno e 35 ore ogni settimana. Per il minore di età superiore si applica in ogni caso il limite massimo di 8 ore di lavoro giornaliero e 40 ore di lavoro settimanale.
6. Il minore titolare di contratto di lavoro o collaborazione continuativa ha diritto a trenta giorni di calendario di riposo annuale retribuito.

Articolo 2089
Assicurazione generale contro gli infortuni e le malattie professionali

            1. Chiunque svolga professionalmente una attività lavorativa che lo espone a un rischio di infortunio o malattia professionale deve essere assicurato contro tale rischio. Gli standard minimi di tale assicurazione, in riferimento a ciascun rischio specifico, sono stabiliti mediante decreto del Presidente della Repubblica, secondo quanto proposto dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del lavoro, e approvato dal Consiglio dei Ministri.
2. L’assicurazione è a carico del creditore della prestazione di lavoro dipendente. Quando non si tratti di lavoro dipendente, l’assicurazione è a carico del titolare delle attrezzature e dei macchinari per mezzo dei quali il lavoro deve essere svolto. Il soggetto obbligato alla stipulazione dell’assicurazione risponde delle prestazioni assicurative in solido con la compagnia prescelta.
3. L’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, mediante una propria gestione speciale, garantisce l’automaticità delle prestazioni assicurative secondo gli standard di cui al comma 1 in difetto della copertura assicurativa di cui al comma 2, salvo rivalsa nei confronti dei debitori inadempienti. Il finanziamento della suddetta gestione speciale è determinato dal decreto del Presidente della Repubblica di cui al comma 1, a carico delle compagnie che gestiscono l’assicurazione di cui ai commi 1 e 2.

Articolo 2090
Assicurazioni generali per vecchiaia, invalidità, disoccupazione, malattia e maternità

            1. Quale che sia la natura giuridica e il contenuto della prestazione di lavoro personale, di cui all’articolo 2094 o all’articolo 2222, la sua retribuzione, per la parte che non superi la soglia determinata a norma del presente comma, è assoggettata alle assicurazioni generali per la vecchiaia e l’invalidità e per la disoccupazione. La contribuzione, la soglia massima di retribuzione  e le prestazioni di tali assicurazioni di base universali sono disciplinate mediante decreto del Presidente della Repubblica, secondo quanto proposto dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del lavoro, e approvato dal Consiglio dei Ministri. Le forme di previdenza complementare sono disciplinate da leggi speciali.
2. Fermi i principi generali in materia di cura e assistenza erogate dal Servizio Sanitario Nazionale il reddito di lavoro, per la parte che non superi la soglia di cui al comma 1, è assoggettata a una assicurazione generale per infermità gravi, che comportino impedimento totale al lavoro per più di tre mesi. Contribuzione e prestazioni di tale assicurazione di base universale sono disciplinate mediante decreto del Presidente della Repubblica, secondo quanto proposto dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del lavoro, e approvato dal Consiglio dei Ministri.
3. L’assicurazione generale di cui al comma 2 copre anche, per i soggetti cui non si applica la protezione di cui all’articolo 2111, l’impedimento al lavoro derivante dalla gravidanza e dalla nascita di un figlio, assicurando alla lavoratrice quattro quinti del reddito di lavoro, entro i limiti di cui al comma 2, per almeno un mese prima del parto e almeno due mesi dopo il parto, fino al limite complessivo di cinque mesi. Il decreto istitutivo della copertura assicurativa disciplina il godimento dell’indennità, per il periodo successivo al parto, da parte del padre del neonato in alternativa alla madre, in armonia con quanto disposto nell’articolo 2111, commi 3 e 4.
4. Le prestazioni previdenziali previste in questo articolo sono dovute al prestatore di lavoro dipendente anche quando il datore di lavoro o committente non ha versato regolarmente i contributi dovuti all’istituto gestore dell’assicurazione obbligatoria, salvo diverse disposizioni delle leggi speciali. Nei casi in cui, secondo tali disposizioni, le istituzioni di previdenza e di assistenza, per mancata o irregolare contribuzione, non sono tenute a corrispondere in tutto o in parte le prestazioni dovute, il datore di lavoro o committente risponde del danno che ne deriva al prestatore.

Articolo 2091
Parità di trattamento e divieti di discriminazione

1. È fatto divieto al datore di lavoro o committente di differenziare in alcun modo, direttamente o indirettamente, il trattamento riservato a uno o più prestatori, ivi compresi i criteri di assunzione e di licenziamento, a causa della loro razza, sesso, nazionalità o provenienza regionale, origine etnica, religione, attività, opinione o appartenenza politica o sindacale, età, orientamento sessuale.

Articolo 2092
Compenso orario minimo

            1. Con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Consiglio Nazionale del­l’Economia e del Lavoro approvata dal Consiglio dei Ministri, viene fissato il compenso orario minimo applicabile a tutti i rapporti aventi per oggetto una attività lavorativa. Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro formula la proposta dopo avere sentito le associazioni sindacali e imprenditoriali maggiormente rappresentative.
2. Il decreto di cui al comma 1 può disporre compensi orari minimi differenziati in relazione a differenze rilevanti degli indici regionali del costo della vita o relativi alle condizioni  del mercato del lavoro.
3. Il compenso orario minimo non si applica ai rapporti aventi per oggetto, esclusivo o concorrente con la prestazione lavorativa, la formazione professionale del prestatore.

Articolo 2093
Servizi nel mercato del lavoro

        1. L’attività di servizio all’incontro fra domanda e offerta nel mercato del lavoro è libera. Quando essa sia svolta professionalmente a scopo di lucro, si applicano le disposizioni contenute nei commi seguenti.
2. Presso il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è istituito un albo delle agenzie per il lavoro articolato in due sezioni:
a) agenzie di somministrazione di lavoro abilitate allo svolgimento di tutte le attività di cui all’articolo 2127;
b) agenzie di intermediazione, di ricerca e selezione del personale;
c) agenzie di supporto intensivo alla ricollocazione professionale.
3. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali rilascia entro sessanta giorni dalla richiesta, e previo accertamento della sussistenza dei requisiti di cui al comma 5, l’autorizzazione all’esercizio delle attività per le quali viene fatta richiesta, provvedendo contestualmente alla iscrizione dell’agenzia nell’albo di cui al comma 2.
4. Le disposizioni di cui ai commi 2 e 3 non si applicano agli istituti scolastici o universitari, né ai centri di formazione professionale, che svolgano attività di collocamento per i propri allievi. Esse non si applicano neppure ai soggetti od organismi che gestiscono i servizi di ricollocazione dei lavoratori per conto delle aziende a norma dell’articolo 2120, né ai soggetti od organismi di cui all’articolo 2132, comma 7, che gestiscono servizi di mediazione tra domanda e offerta di servizi di cui allo stesso articolo, comma 3.
5. Per l’iscrizione all’albo di cui al comma 2, lettera a), è necessario che:
a) l’agenzia sia costituita nella forma di società di capitali, oppure cooperativa o consorzio di cooperative;
b) l’agenzia abbia disponibilità di uffici in locali idonei allo specifico uso e di adeguate competenze professionali, dimostrabili per titoli o per specifiche esperienze nel settore delle risorse umane o nelle relazioni industriali, secondo quanto precisato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con decreto emanato d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e sentite le associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative;
c) in capo agli amministratori, ai direttori generali, ai dirigenti muniti di rappresentanza e ai soci accomandatari non siano state emanate condanne penali o sanzioni sostitutive di quelle penali, anche con sentenza non definitiva, per delitti contro il patrimonio, per delitti contro la fede pubblica o contro l’economia pubblica, per il delitto previsto dall’articolo 416-bis del codice penale, o per delitti non colposi per i quali la legge commini la pena della reclusione non inferiore nel massimo a tre anni, per delitti o contravvenzioni previsti da leggi dirette alla prevenzione degli infortuni sul lavoro o, in ogni caso, previsti da leggi in materia di lavoro o di previdenza sociale; non siano state adottate, altresì, misure di prevenzione;
d) nel caso di soggetto non caratterizzato da un oggetto sociale esclusivo, che l’attività di servizio al mercato del lavoro sia affidata a una distinta divisione operativa, gestita con strumenti di contabilità analitica, tali da consentire di conoscere tutti i dati economico-gestionali specifici;
e) che il capitale versato non sia inferiore a 600.000 euro, oppure che l’agenzia disponga di 600.000 euro tra capitale sociale versato e riserve indivisibili, nel caso in cui essa sia costituita in forma cooperativa;
f) che l’attività dell’agenzia interessi un ambito distribuito su non meno di quattro regioni;
g) un deposito cauzionale di 350.000 euro presso un istituto di credito avente sede o dipendenza nei territorio nazionale o di altro Stato membro della Comunità Europea, a garanzia dei crediti dei lavoratori impiegati e dei corrispondenti crediti contributivi degli enti previdenziali; a decorrere dal terzo anno solare, la cauzione può essere sostituita da una fideiussione bancaria o assicurativa o rilasciata da intermediari che svolgono in via prevalente o esclusiva attività di rilascio di garanzie, a ciò autorizzati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, non inferiore al 5 per cento del fatturato, al netto dell’imposta sul valore aggiunto, realizzato nell’anno precedente e comunque non inferiore a 350.000 euro; sono esonerate dalla prestazione delle garanzie di cui a questa lettera le società che abbiano assolto obblighi analoghi previsti per le stesse finalità dalla legislazione di altro Stato membro dell’Unione Europea;
h) nel caso di cooperative di produzione e lavoro, oltre ai requisiti indicati nelle lettere precedenti, la presenza di almeno sessanta soci e tra di essi, come socio sovventore, di almeno un fondo mutualistico per la promozione e lo sviluppo della cooperazione;
6. Per l’iscrizione all’albo di cui al comma 2, lettera b), sono necessari gli stessi requisiti indicati nel comma 5, salvo che è ammessa anche la forma della società di persone, il limite minimo di capitale versato è ridotto a 25.000 euro e non è necessaria l’estensione dell’attività a più di una regione.
7. Per l’iscrizione all’albo di cui al comma 2, lettera c), sono necessari gli stessi requisiti indicati nel comma 6, salvo che è ammessa anche la forma della società di persone e quella dell’impresa individuale e non vi è alcun requisito minimo di capitale versato.
8. Le attività di cui al comma 2, lettere a) e b), devono essere svolte a titolo gratuito nei confronti di coloro che offrono il proprio lavoro. La richiesta di compenso è punita con una sanzione amministrativa pari a dieci volte il compenso effettivamente percepito e comunque non inferiore a 1000 euro.

 

Sezione III – Disciplina del lavoro dipendente e del lavoro subordinato

Articolo 2094
Subordinazione e dipendenza

            1. È prestatore di lavoro subordinato colui che si sia obbligato, dietro retribuzione, a svolgere per una azienda in modo continuativo una prestazione di lavoro personale soggetta al potere direttivo del creditore.

2. E’ prestatore di lavoro dipendente da un’azienda il lavoratore subordinato, nonché il lavoratore autonomo continuativo, l’associato in partecipazione, o il socio lavoratore di società commerciale, che traggano più di due terzi del proprio reddito di lavoro complessivo dal rapporto con l’azienda medesima, salvo che ricorra alternativamente uno dei seguenti requisiti:
a) la retribuzione annua lorda annua del collaboratore autonomo o dell’associato in partecipazione superi i 40.000 euro; tale limite si dimezza per i primi due anni di esercizio dell’attività professionale;
b) il collaboratore autonomo, l’associato in partecipazione o il socio lavoratore sia iscritto a un albo o un ordine professionale incompatibile con la posizione di dipendenza dall’azienda.
3. Il criterio di qualificazione stabilito nel comma 2 si applica anche al rapporto di lavoro, ulteriore rispetto al rapporto sociale, tra socio lavoratore e cooperativa di lavoro.
4. Il requisito di cui al comma 2, inerente alla composizione del reddito di lavoro del prestatore, si presume sussistente in tutti i casi di collaborazione continuativa in cui il creditore della prestazione non possa documentare la diversa e autonoma fonte di reddito della quale il prestatore goda in misura superiore a un terzo del suo reddito di lavoro complessivo. La documentazione può consistere, alternativamente,
a) in una autodichiarazione del prestatore accompagnata dalla documentazione dei redditi diversi;
b) nella copia della dichiarazione dei redditi del prestatore relativa all’anno precedente.
5. L’insorgenza o la cessazione in costanza del rapporto del requisito inerente alla composizione del reddito di cui al comma 2 determinano, rispettivamente, l’insorgenza o la cessazione della condizione di dipendenza a far data dall’inizio dell’anno fiscale successivo.

Articolo 2095
Inquadramento professionale

            1. La classificazione professionale dei lavoratori ai fini della determinazione del loro trattamento disposto da un contratto collettivo è riservata al contratto collettivo stesso.
2. Dove nell’azienda non si applichi un contratto collettivo che disponga riguardo all’inquadramento professionale dei dipendenti, il titolare è tenuto a predisporre e comunicare ai dipendenti stessi e rendere loro agevolmente accessibili i criteri di inquadramento applicati.

 

Articolo 2096
Assunzione e periodo di prova

            1. All’atto dell’assunzione e comunque prima dell’inizio della prestazione lavorativa il datore di lavoro o committente è tenuto a confermare al lavoratore in forma scritta, oltre alla propria identità:
a) il luogo della prestazione, di cui all’articolo 2102;
b) la data di inizio della prestazione e la durata prevista del rapporto, se a tempo determinato;
c) l’oggetto della prestazione, di cui all’articolo 2103;
d) l’inquadramento professionale, di cui all’articolo 2095;
e) la durata delle ferie annuali retribuite, di cui all’articolo 2109;
f) i termini di preavviso cui sono assoggettati il recesso del lavoratore, di cui all’articolo 2117, e il recesso del datore di lavoro o committente, di cui agli articoli 2118 e 2119;
g) la retribuzione-base e ogni altro elemento del trattamento economico;
h) la durata normale giornaliera o settimanale del lavoro e la sua collocazione temporale;
i) il contratto o i contratti collettivi eventualmente applicabili, con indicazione delle parti stipulanti ove non si tratti di contratto aziendale.
2. Qualsiasi modifica di una delle voci di cui al comma 1 in corso di rapporto deve risultare da atto scritto, di cui l’originale o una copia deve essere consegnata preventivamente al lavoratore.
3. Salvo diversa disposizione collettiva applicabile, l’assunzione del lavoratore dipendente in prova deve risultare da atto scritto.
4. Il periodo di prova non può durare più di sei mesi. Durante tale periodo, ciascuna delle parti può recedere dal rapporto senza onere di preavviso. Compiuto il periodo di prova, l’assunzione diviene definitiva e il servizio prestato si computa nell’anzianità del prestatore di lavoro.
5. Salvo il caso del lavoro domestico, il datore di lavoro o committente deve annotare e tenere aggiornati i seguenti dati per ciascun dipendente, in un apposito libro aziendale che deve essere tenuto a disposizione degli ispettori presso l’azienda o il consulente del lavoro di cui essa si avvalga:
a) data di assunzione;
b) calendario delle presenze e assenze del lavoratore, da cui risultino estensione e distribuzione temporale della prestazione nell’arco di ciascuna giornata e settimana;
c) ciascun elemento della retribuzione stessa e delle relative ritenute contributive o fiscali, e il modo in cui esso è stato calcolato;
d) data di cessazione del rapporto.
6. L’omessa o irregolare annotazione sul libro aziendale di uno o più dati di cui al comma 5 è punita con una sanzione amministrativa irrogata dall’Ispettorato provinciale del lavoro, commisurata all’entità dell’inadempimento, non inferiore a 100 euro e non superiore a 10.000 euro per ciascun lavoratore cui l’omissione si riferisce.
7. Per ogni altro aspetto della materia non disciplinato da questo articolo si applicano direttamente le disposizioni comunitarie rilevanti.

 

Articolo 2097
Contratto a termine e lavoro intermittente

            1. La prima assunzione del lavoratore alle dipendenze di un’azienda può avvenire con contratto a termine. In questo caso, qualora il contratto, durato più di sei mesi, cessi senza conversione in rapporto a tempo indeterminato, al lavoratore è dovuta una indennità di cessazione calcolata secondo il criterio indicato per l’indennità di licenziamento nell’articolo 2119.
2. L’assunzione ulteriore del lavoratore alle dipendenze di un’azienda dopo un primo contratto a termine, nonché la proroga di tale primo contratto, possono avvenire con apposizione di un termine soltanto nei casi previsti da un contratto collettivo applicabile, stipulato a norma dell’articolo 2071, e comunque nei casi seguenti:
a) lavori stagionali, come definiti dalla normativa vigente in materia;
b) sostituzione di altro lavoratore il cui rapporto sia per qualsiasi motivo temporaneamente sospeso;
c) assunzione in funzione di spettacoli o di una stagione teatrale;
d) assunzione in funzione di fiere, mercati, manifestazioni commerciali a carattere temporaneo, o altre esigenze a carattere meramente occasionale o straordinario;
e) assunzione con contratto a termine di durata non inferiore a tre anni, prorogabile o rinnovabile per una sola volta, per attività di ricerca scientifica o di insegnamento;
f) al di fuori dei casi di cui alle lettere precedenti, assunzione per prestazioni intermittenti di durata pari o inferiore a sei giorni lavorativi relative a servizi occasionali, quando negli ultimi trenta giorni lo stesso lavoratore non abbia prestato lavoro per lo stesso datore o committente complessivamente per più di cinque giorni lavorativi; in funzione di programmi specifici di spettacolo, l’assunzione per prestazioni intermittenti è ammessa anche oltre il limite suddetto;
g) assunzione di dirigente;
h) assunzione da parte di persona fisica per lo svolgimento di servizi alla famiglia
3. L’assunzione con contratto a termine e il motivo dell’apposizione del termine devono risultare da atto scritto nei casi di cui al comma 2, lettere da a) e), g) h). Nel caso di cui al comma 2, lettera f) , l’annotazione sul libro aziendale di cui all’articolo 2096, comma 5, nei casi in cui il datore di lavoro o committente sia obbligato alla sua tenuta, e la pattuizione del termine con atto scritto devono avvenire per la sola prima assunzione del lavoratore, con menzione del carattere intermittente del rapporto.
4. Al lavoratore dipendente assunto a termine deve essere riservato, a parità di prestazione svolta, lo stesso trattamento che è riservato nell’azienda ai lavoratori assunti a tempo indeterminato, salvo che per quanto riguarda gli elementi della retribuzione effettivamente collegati alla produttività o redditività dell’azienda e i programmi di previdenza complementare.
5. Quando la pattuizione del termine di durata, nei casi di cui al comma 2, lettere da a) e), è invalida, per vizio di forma o per illegittimità sostanziale, il contratto di lavoro si intende stipulato a tempo indeterminato. L’impugnazione della clausola di apposizione del termine deve essere proposta con atto scritto entro 60 giorni dalla cessazione di fatto del rapporto. L’invalidità del termine di durata non dà luogo a obbligo retributivo per i periodi nei quali di fatto la prestazione lavorativa non sia stata svolta, prima che il termine sia stato impugnato e il prestatore abbia fatto esplicita offerta della prestazione stessa.
6. Nel caso di cui al comma 2, lettera f), per ogni giorno di durata della prestazione eccedente il limite ivi indicato il lavoratore ha diritto a un indennizzo pari a un giorno di retribuzione lorda.
7. Il lavoratore che sia stato assunto a termine per lavori stagionali ha la precedenza nella riassunzione alle dipendenze della stessa azienda per gli stessi lavori stagionali.

 

Articolo 2098
Collocamento dei disabili

            1. Ciascuna Direzione provinciale per l’impiego tiene un elenco dei lavoratori disabili residenti nella provincia. Vi sono iscritte, su loro richiesta, previo accertamento del grado di menomazione della capacità lavorativa ad opera degli organi collegiali rispettivamente competenti:
a) le persone in età lavorativa affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali che comportino una riduzione della capacità lavorativa superiore al 45 per cento;
b) le persone invalide del lavoro, invalide di guerra o invalide per servizio, con una riduzione della capacità lavorativa superiore al 33 per cento;
c) le persone non vedenti o sordomute.
2. I datori di lavoro e committenti pubblici e privati sono tenuti ad avere alle loro dipendenze persone iscritte negli elenchi di cui al primo comma, scelti liberamente e liberamente distribuiti nelle unità produttive di cui essi sono titolari, nelle misure seguenti:
a) 7 per cento dei dipendenti occupati, se occupano più di 50 dipendenti;
b) due lavoratori se occupano da 36 a 50 dipendenti;
c) un lavoratore se occupano da 15 a 35 dipendenti.
3. Per i servizi di polizia, della protezione civile e della difesa nazionale, l’obbligo di cui al comma 2 si applica solo in riferimento ai servizi amministrativi.
4. Il datore di lavoro o committente che non ottempera all’obbligo di cui al comma 2 è tenuto a versare al Fondo regionale per l’occupazione dei disabili la somma di euro 25 per ogni giorno lavorativo per ciascun disabile non occupato.
5. Per i lavoratori iscritti negli elenchi di cui al primo comma, il cui grado di riduzione della capacità lavorativa supera il 66 per cento, un decreto del Presidente della Repubblica emanato su proposta del ministro del tesoro di concerto con il ministro del lavoro, della salute e del welfare, dispone la riduzione di pari entità della contribuzione previdenziale dovuta dal datore di lavoro o committente, con copertura della differenza a carico dell’Erario. Lo stesso decreto dispone gli sgravi e altri incentivi necessari per neutralizzare la menomazione di cui soffrono lavoratori il cui collocamento risulti particolarmente difficile.
6. I lavoratori assunti in ottemperanza dell’obbligo di cui al comma 2 si applica il trattamento economico e normativo previsto dalle leggi e dai contratti collettivi. Qualora il loro rendimento risulti notevolmente ridotto a causa della menomazione di cui essi sono portatori, essi possono negoziare con il datore di lavoro o committente, nelle forme indicate nel comma 3 dell’articolo 2113, una corrispondente riduzione della retribuzione rispetto ai minimi stabiliti dai contratti collettivi applicabili.

 

Articolo 2099
Retribuzione

            1. La retribuzione del lavoratore dipendente, salvo il caso del lavoro domestico, deve essere corrisposta mediante prospetto-paga dal quale risultino con chiarezza tutti i dati retributivi che devono essere annotati nel libro di cui al comma 5 dell’articolo 2096, come ivi previsto alla lettera c).
2. La retribuzione base deve essere determinata in euro. Essa può essere pagata in contanti, mediante assegno circolare o mediante accredito su conto corrente di cui sia titolare il lavoratore.
3. La retribuzione base non può essere determinata in misura tale che il reddito del lavoratore risulti inferiore a quello che risulterebbe dall’applicazione del compenso orario minimo di cui all’articolo 2092.

 

Articolo 2100
Usi aziendali e concorrenza di fonti negoziali in materia retributiva

       1. Quando il comportamento tenuto continuativamente dal datore di lavoro o committente da cui derivi un beneficio per la generalità dei lavoratori dipendenti o collaboratori configuri comportamento concludente nel senso di un impegno negoziale al mantenimento dello stesso trattamento, questo, salvo dichiarazioni negoziali in senso contrario, si considera come oggetto di una pattuizione a tempo indeterminato con ciascuno dei medesimi dipendenti o collaboratori.
2. La pattuizione di cui al comma 1 è suscettibile di recesso anche in costanza dei rapporti di lavoro o collaborazione, mediante comunicazione del datore di lavoro o committente agli interessati.
3. Quando alla disciplina della retribuzione in uno stesso rapporto di lavoro concorrano con il contratto individuale uno o più contratti collettivi, ciascuno di tali contratti regola l’assorbimento tra gli elementi della retribuzione da esso previsti e quelli previsti dagli altri contratti. In caso di contrasto tra le discipline contrattuali, si applica quella più favorevole al lavoratore.
4. In difetto di disciplina negoziale specifica, si ha assorbimento fino a concorrenza tra elementi svolgenti la stessa funzione retributiva specifica.

 

Articolo 2101
Pagamento della retribuzione a mezzo di buoni-lavoro

            1. Il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali cura la distribuzione, secondo le modalità ritenute più opportune, di buoni-lavoro di importo non inferiore al minimo orario stabilito a norma dell’articolo 2092, maggiorato dell’importo corrispondente alla contribuzione previdenziale e all’imposizione fiscale a titolo definitivo, secondo quanto disposto dal comma 3. I buoni-lavoro possono essere utilizzati, su accordo delle parti, , indipendentemente dalla natura subordinata o autonoma della prestazione,

a) per la retribuzione dei servizi alla persona o alla famiglia o alla comunità di cui all’articolo 2134, e  di cui agli articoli 2239 e seguenti in materia di lavoro domestico, siano essi svolti nell’ambito di un rapporto diretto tra fruitore e prestatore, o mediante somministrazione da parte dell’ente pubblico promotore del servizio;
b) per la retribuzione di prestazioni occasionali o stagionali di lavoro agricolo o nel settore del turismo o della ristorazione.
2. I buoni lavoro possono essere riscossi dal percettore presso tutti gli sportelli postali e bancari, con accredito automatico dei contributi in suo favore presso l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.
3. L’entità della retribuzione incorporata in ciascun buono-lavoro, quella del relativo contributo previdenziale e della relativa imposta, nonché quella della soglia di reddito annuo in riferimento alla quale l’imposta è determinata, sono stabilite con decreto del ministro dell’economia di concerto con il ministro del lavoro e delle politiche sociali.
4. Il lavoratore che percepisca un reddito complessivo non superiore alla soglia di cui al comma 3 non è tenuto alla dichiarazione dei buoni-lavoro percepiti né al pagamento di imposta ulteriore sul reddito, rispetto a quella incorporata nei buoni-lavoro.
5. Il pagamento della retribuzione per mezzo di buoni-lavoro non esenta il datore di lavoro o committente dal rispetto delle disposizioni che regolano il rapporto di lavoro, eccettuate quelle inerenti alla forma di pagamento della retribuzione, dei contributi previdenziali e ritenute fiscali, di cui all’articolo 2099.

 

Articolo 2102
Luogo della prestazione, trasferta e trasferimento

            1. La prestazione lavorativa si svolge nel luogo contrattualmente convenuto dalle parti. Quando la natura delle mansioni lo richieda, il contratto può prevedere che esse siano svolte di volta in volta nel luogo indicato dal datore di lavoro o committente, oppure attribuire a quest’ultimo il potere di inviare in trasferta o in missione il lavoratore in luogo diverso da quello di svolgimento abituale, disciplinando il relativo trattamento indennitario cui ha diritto in tal caso il prestatore.
2. Il datore di lavoro o committente interessato a un trasferimento del luogo di lavoro che comporti il mutamento di residenza del lavoratore è tenuto a proporlo a quest’ultimo in forma scritta con anticipo ragionevole. In caso di rifiuto da parte del lavoratore, il datore di lavoro o committente può recedere dal rapporto a norma dell’articolo 2119.
3. Nel caso di trasferimento, missione o trasferta all’estero, il datore di lavoro o committente è tenuto a confermare al lavoratore dipendente in forma scritta:
a) la durata prevista della prestazione all’estero;
b) la valuta in cui verrà corrisposta la retribuzione;
c) gli eventuali elementi aggiuntivi del trattamento economico, collegati all’invio all’estero;
d) se prevedibili all’atto dell’invio, le modalità del rimpatrio.

 

Articolo 2103
Mansioni del lavoratore

            1. Il lavoratore dipendente deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito, o a mansioni professionalmente equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza riduzione degli elementi della retribuzione direttamente riferiti al contenuto professionale della prestazione dedotta in contratto. Ogni patto preventivo in senso contrario è nullo.
2. Il datore di lavoro può validamente pattuire con il lavoratore dipendente, assistito da un rappresentante sindacale di sua fiducia, l’assegnazione di mansioni utili all’azienda diverse da quelle contrattualmente esigibili a norma del comma 1 quando, alternativamente:
a) l’evoluzione tecnologica determini l’obsolescenza del contenuto professionale delle mansioni contrattuali;
b) le mansioni contrattuali risultino incompatibili con la protezione della salute e sicurezza del lavoratore;
c) il lavoratore stesso lo richieda in funzione di un proprio interesse personale.

 

Articolo 2104
Diligenza del prestatore di lavoro

            1. Fermo restando il dovere di diligenza di cui all’articolo 1176, il prestatore di lavoro deve usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta e da quella dell’azienda.
2. Il prestatore di lavoro subordinato deve altresì osservare le disposizioni per l’esecuzione del lavoro impartite dal titolare dell’azienda o dai preposti.

 

Articolo 2105
Divieto di concorrenza e obblighi di segreto

             1. Il prestatore dipendente non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore. Non costituisce violazione dell’obbligo di non concorrenza, salvi gli obblighi di segreto di cui ai commi 2 e 3, la ricerca di una occupazione alternativa, né le negoziazioni ad essa relative.
2. Il prestatore, dipendente o autonomo, è tenuto al segreto, salvo il caso di giusta causa di utilizzazione o rivelazione a soggetti vincolati al segreto, sulle notizie riservate apprese in occasione della propria prestazione inerenti all’organizzazione del lavoro o alle tecnologie applicate, ai programmi commerciali, ai fornitori o ai clienti dell’impresa, che possano essere utilizzate da imprenditori concorrenti. Quando le suddette notizie siano state apprese per ragione della propria specifica funzione o mansione, la violazione dell’obbligo di segreto è punita con le sanzioni di cui all’articolo 623 del codice penale.
3. Il prestatore, dipendente o autonomo, è tenuto al segreto, salvo il caso di giusta causa di utilizzazione o rivelazione a soggetti vincolati al segreto, sulle notizie apprese per ragione della propria specifica funzione o mansione, dalla cui divulgazione possa derivare danno al datore di lavoro. La violazione di questo obbligo è punita con le sanzioni di cui all’articolo 622 del codice penale.

 

Articolo 2106
Sanzioni disciplinari

            1. L’inosservanza, da parte del lavoratore dipendente, delle disposizioni contenute negli articoli 2104 e 2105 può essere sanzionata sul piano disciplinare, secondo la gravità dell’infrazione. Nella valutazione dell’aggravante della recidiva non può tenersi conto di mancanze commesse prima dell’ultimo biennio precedente alla nuova infrazione.
2. Le informazioni relative a infrazioni e sanzioni disciplinari eccedenti il codice deontologico proprio della generalità dei lavoratori devono essere portate a conoscenza dei dipendenti dell’azienda mediante pubblicazione in rete con adeguata evidenza, quando la prestazione lavorativa comporti il collegamento abituale allo stesso sito, o affissione in luogo conosciuto e facilmente accessibile per tutti gli interessati.
3. Nessun provvedimento disciplinare può essere adottato a carico del lavoratore, senza che gli sia stato contestato preventivamente l’addebito o senza che egli sia stato sentito a sua difesa. Il lavoratore può farsi assistere da un sindacalista o consulente di sua fiducia.
4. Salva diversa disposizione contenuta nel contratto collettivo applicabile, la sanzione disciplinare può consistere nel licenziamento, in tronco o con preavviso, nella sospensione fino a un massimo di dieci giorni di calendario, nella multa di importo non superiore a otto ore di retribuzione, nella censura o rimprovero scritto, nel rimprovero verbale.
5. I provvedimenti più gravi del rimprovero verbale non possono essere applicati prima che siano decorsi cinque giorni dalla contestazione in forma scritta del fatto che vi ha dato causa.
6. In riferimento a fatti contestati suscettibili di dar luogo al licenziamento in tronco il datore di lavoro o committente può disporre la sospensione cautelare del lavoratore fino al termine del procedimento disciplinare. Il lavoratore ha diritto alla retribuzione per la durata della sospensione cautelare, salvo che all’esito del procedimento venga applicata la sanzione del licenziamento in tronco.
7. Salvo il caso di licenziamento in tronco, la sanzione irrogata non può essere eseguita prima della scadenza del termine per l’impugnazione in sede arbitrale, di cui al comma 8.
8. Il provvedimento disciplinare può essere impugnato dal lavoratore in sede arbitrale, davanti all’apposito collegio costituito presso la Direzione provinciale per l’impiego. Nel caso di impugnazione in sede arbitrale, l’esecuzione del provvedimento diverso dal licenziamento in tronco resta sospesa per la durata della procedura. Qualora il datore di lavoro o committente rifiuti la procedura arbitrale, promuovendo il procedimento giudiziale ordinario, l’esecuzione del provvedimento stesso resta sospesa per tutta la durata di questo.

 

Articolo 2107
Orario di lavoro

            1. Ferma l’applicazione della disciplina europea e delle leggi speciali sulla materia, la durata normale della prestazione di lavoro dipendente è di 40 ore settimanali.
2. Per ogni altro aspetto la materia dell’estensione temporale della prestazione di lavoro è regolata dal contratto collettivo e dal contratto individuale di lavoro.
3. La distribuzione dell’orario di lavoro nell’arco della giornata, della settimana, del mese e dell’anno è stabilita dal contratto, nel rispetto di quanto disposto dall’articolo 2109. Quando la prestazione sia di natura subordinata, il contratto collettivo e quello individuale possono attribuire al datore di lavoro il potere di variare la distribuzione dell’orario, disciplinandone l’esercizio e prevedendo una adeguata remunerazione della flessibilità di cui in tal modo si fa carico al prestatore.

 

Articolo 2108
Rapporto di lavoro a tempo parziale e lavoro ripartito

            1. Datore e prestatore di lavoro sono liberi di pattuire una durata della prestazione di lavoro inferiore rispetto alla durata normale. Qualora la pattuizione preveda anche la variabilità della collocazione o dell’estensione temporale della prestazione a discrezione del datore di lavoro o committente, essa deve prevedere anche una adeguata remunerazione di questa flessibilità posta a carico del prestatore. Le pattuizioni previste in questo articolo devono risultare da atto scritto.
2. Nel rapporto di lavoro a tempo parziale tutti gli standard minimi di trattamento economico riferiti alla durata della prestazione lavorativa si applicano in proporzione all’estensione temporale ridotta della prestazione stessa. È vietata qualsiasi disparità di trattamento nei confronti di un lavoratore dipendente motivata o comunque collegata con la riduzione dell’orario di lavoro.
3. Qualora la riduzione della durata della prestazione, oppure la variabilità della sua collocazione o estensione temporale a discrezione del datore di lavoro o committente, siano convenute tra le parti in costanza di rapporto di lavoro, la pattuizione deve essere stipulata dal prestatore di lavoro con l’assistenza di un rappresentante sindacale di sua fiducia.
4. Il contratto di lavoro, stipulato in forma scritta, può prevedere che per la stessa prestazione di lavoro si obblighino solidalmente due lavoratori. In tal caso deve essere indicata nel contratto la distribuzione dell’orario prevista tra i lavoratori. Il rispettivo trattamento economico e i relativi obblighi fiscali e contributivi sono stabiliti in relazione alla distribuzione contrattuale dell’orario, fermo restando l’obbligo reciproco di sostituzione tra i lavoratori e la loro responsabilità reciproca per la compensazione economica della sostituzione, secondo le intese liberamente intercorse tra di loro, delle quali non è dovuta alcuna annotazione nel libro-paga aziendale. La prestazione resta sospesa soltanto in caso di impedimento contemporaneo di entrambi i lavoratori.
5. Salva diversa intesa tra le parti, le dimissioni o il licenziamento di uno dei lavoratori coobbligati comportano l’estinzione dell’intero vincolo contrattuale. Tale disposizione non trova applicazione se, su richiesta del datore di lavoro, l’altro prestatore si renda disponibile ad adempiere l’obbligazione lavorativa, integralmente o parzialmente, nel qual caso il contratto di lavoro ripartito si trasforma in un contratto di lavoro ordinario.

 

Articolo 2109
Riposo domenicale, festivo e annuale

            1. Il lavoratore dipendente ha diritto a un giorno di riposo ogni sette di lavoro, di regola in coincidenza con la domenica, o con l’altro giorno di riposo settimanale previsto da una intesa tra lo Stato italiano e la comunità religiosa cui il lavoratore appartenga.
2. In aggiunta al riposo settimanale, il lavoratore dipendente ha diritto ogni anno a dieci altri giorni di riposo infrasettimanale retribuito, coincidenti di regola con le festività individuate con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri.
3. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sono individuate le attività per le quali la regola della coincidenza del riposo settimanale con la domenica e del riposo infrasettimanale con la festività non si applica.
4. Il lavoro prestato di domenica o in giorni festivi deve essere retribuito con una maggiorazione non inferiore al 10 per cento della retribuzione globale normale.
5. Il lavoratore dipendente ha diritto a quattro settimane di riposo retribuito per ciascun anno di lavoro, nel tempo che il titolare dell’azienda stabilisce, tenuto conto delle esigenze aziendali e degli interessi personali e familiari del lavoratore stesso.

 

Articolo 2110
Impedimenti personali alla prestazione lavorativa

            1. Nel caso di infermità che costituisca impedimento per più di tre giorni lavorativi allo svolgimento delle mansioni cui il dipendente è addetto, questi ha diritto alla retribuzione nella misura stabilita dal contratto collettivo applicabile. In difetto di disciplina collettiva applicabile, che contempli anche il computo per sommatoria delle assenze frazionate, la retribuzione è dovuta nella misura di quattro quinti dell’ultima retribuzione precedente all’insorgere dell’infermità, per la durata di 180 giorni di calendario nell’arco di 365, dedotto il periodo corrispondente ai primi tre giorni lavorativi perduti. Nel caso di infermità che consenta lo svolgimento parziale delle mansioni, e il datore di lavoro o committente se ne avvalga, per lo stesso periodo il lavoratore ha diritto alla retribuzione piena.
2. Costituiscono infermità ai fini di cui al comma 1 anche l’interruzione della gravidanza e i suoi postumi ostativi allo svolgimento delle mansioni. È equiparato all’infermità in fase acuta il trattamento terapeutico preventivo non differibile, prescritto da medico specialista di presidio sanitario pubblico.
3. Sono altresì equiparati al periodo di infermità di cui al comma 1 i periodi di astensione dal lavoro necessari per la donazione di sangue o di midollo osseo, o di altro organo.
4. Nei casi di cui ai commi 1, 2 e 3, ferma restando la facoltà di licenziamento disciplinare in caso di insussistenza dell’impedimento alla prestazione, o comunque di svolgimento da parte del lavoratore di attività incompatibile con lo stato di infermità o con le relative ragionevoli esigenze di cura, il datore di lavoro o committente ha facoltà di recedere dal contratto a norma dell’articolo 2119 soltanto dopo il compimento del periodo di comporto stabilito dal contratto collettivo applicabile. In difetto di disciplina collettiva applicabile, il recesso è consentito allo scadere dei 180 giorni di calendario di astensione dal lavoro nell’arco di 365. Il recesso intimato prima del detto termine è privo di alcun effetto fino alla scadenza del termine stesso.
5. Il prestatore è tenuto a comunicare il proprio stato di infermità, la prognosi della sua durata e il luogo di reperibilità appena possibile, e comunque entro il primo giorno dal suo manifestarsi, al datore di lavoro o committente . Questi può chiedere che l’idoneità dell’infermità a giustificare l’astensione dal lavoro sia controllata dai servizi medici ispettivi degli istituti previdenziali, o da un servizio medico ispettivo istituito e regolato mediante contratto collettivo stipulato a norma dell’articolo 2071. Il lavoratore ha l’onere di tenersi a disposizione per la visita ispettiva domiciliare in due fasce orarie giornaliere di due ore ciascuna, collocate, salva diversa pattuizione, tra le dieci e le dodici antimeridiane e tra le cinque e le sette pomeridiane. In caso di inadempimento dell’onere, che non sia giustificato da un serio motivo di allontanamento dal domicilio, l’astensione dal lavoro si considera ingiustificata, salvo che il lavoratore abbia precedentemente fornito prova dell’infermità e della sua idoneità a costituire impedimento alle mansioni, mediante certificazione rilasciata da presidio sanitario pubblico.
6. Quando la sospensione per infermità abbia durata superiore a 7 giorni di calendario o si determini ripetutamente per periodi più brevi, o quando lo stato di infermità si determini in luogo diverso dal domicilio abituale e non agevolmente raggiungibile dai servizi medici ispettivi, il prestatore ha l’onere di fornire a questi, su richiesta loro o del datore di lavoro o committente, una relazione del proprio medico curante sull’infermità da cui è affetto e le terapie praticate.
7. L’infermità che comporti ricovero in struttura sanitaria sospende il decorso delle ferie di cui il lavoratore stia fruendo. La collocazione temporale del relativo recupero, dopo la scadenza originariamente prevista, viene determinata a norna dell’articolo 2109, comma 4.
8. Il lavoratore dipendente ha diritto a 15 giorni di permesso retribuito in occasione del matrimonio. Ha diritto inoltre a permessi non retribuiti per gravi eventi familiari o per l’adempimento di doveri civili quali la testimonianza in giudizio e lo svolgimento di funzioni in uffici elettorali.
9. Il lavoratore dipendente ha diritto all’aspettativa non retribuita per l’assolvimento di cariche politiche elettive.

 

Articolo 2111
Maternità, paternità e congedi parentali

            1. Dall’inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di età del neonato il licenziamento della lavoratrice madre è vietato a pena di nullità, salvo che per gravi motivi disciplinari o per chiusura dell’azienda. Lo stesso divieto si applica per il periodo di un anno dall’affidamento preadottivo di un figlio.
2. La lavoratrice in istato di gravidanza ha diritto a essere adibita a mansioni non pericolose, fisicamente faticose o insalubri, e comunque a mansioni compatibili con la salute propria e del nascituro; ha inoltre diritto a non essere adibita al lavoro dalle ore 24 alle 6. Qualora l’impossibilità dello spostamento a mansioni compatibili sia accertato dalla commissione all’uopo istituita presso l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, la lavoratrice ha diritto alla sospensione della prestazione. Alla lavoratrice è dovuto, in tal caso, un trattamento economico pari a quattro quinti dell’ultima retribuzione, quando il rapporto di lavoro sia in corso da almeno sessanta giorni prima dell’inizio della gravidanza. L’importo del trattamento è rimborsato al datore di lavoro o committente dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, il quale provvede al pagamento diretto in favore della lavoratrice nel caso di cessazione del rapporto durante il periodo di erogazione.
3. La sospensione della prestazione è comunque obbligatoria per un periodo di almeno un mese prima della data prevista del parto e per almeno tre mesi dopo tale data. La lavoratrice madre ha inoltre diritto a un ulteriore mese di astensione dal lavoro, del quale può usufruire a sua scelta prima o dopo il parto, nonché al trattamento economico di cui al comma 2 a carico dell’istituto previdenziale, per il periodo complessivo di cinque mesi. Lo stesso diritto, per la parte non goduta dalla lavoratrice madre, può essere goduto dal padre cui il neonato resti affidato in via esclusiva nel caso di morte o grave infermità della madre, di abbandono del neonato da parte sua, o comunque per provvedimento dell’autorità giudiziaria.
4. Tutte le protezioni e i diritti posti da questo articolo per lavoratrice madre e lavoratore padre per il periodo successivo alla nascita del figlio si applicano anche ai lavoratori genitori adottivi, in alternativa tra loro. In caso di adozione internazionale il congedo può essere goduto prima dell’ingresso del minore in Italia, durante il periodo di permanenza all’estero richiesto per l’incontro con il minoree gli adempimenti necessari per la procedura, oppure, in tutto o in parte, entro i cinque mesi successivi all’ingresso del minore in Italia. Per il periodo di permanenza all’estero i genitori adottivi hanno diritto, in alternativa al congedo retribuito, a un congedo non retribuito della durata massima di quattro mesi cumulabile con il primo.
5. I genitori del neonato o figlio adottivo, entro i primi otto anni dalla sua nascita o affidamento preadottivo, hanno diritto in alternativa tra loro a un ulteriore periodo di congedo parentale, complessivamente non superiore a dieci mesi, anche frazionati, con trattamento economico a carico dell’istituto previdenziale, per un periodo massimo complessivo di 6 mesi, pari al trenta per cento dell’ultima retribuzione calcolata come indicato nel comma 2, se a godere della sospensione è la madre; pari al quaranta per cento se a goderne è il padre. La durata complessiva del congedo parentale è aumentata a 11 mesi se il padre ne gode per almeno 3 mesi. Della decisione di avvalersi del congedo parentale il datore di lavoro deve essere avvisato con almeno 15 giorni di anticipo.
6. Nel caso in cui il figlio naturale o adottivo sia affetto da handicap grave, il limite massimo di durata del congedo parentale di cui al comma 5 è aumentato a 3 anni.
7. La lavoratrice madre ha diritto, fino al compimento del primo anno di età del neonato o dall’ingresso del figlio adottivo nel nucleo familiare, a un permesso retribuito di due ore per ogni giornata lavorativa di durata pari o superiore a sei ore, di un’ora per ogni giornata lavorativa di durata inferiore. Il relativo costo è rimborsato al datore di lavoro o committente dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Dello stesso diritto può avvalersi in alternativa alla madre il padre. Nel caso di parto plurimo, le ore di permesso retribuito si moltiplicano per il numero dei gemelli.
8. I genitori del neonato hanno diritto, in alternativa tra loro, a ulteriori periodi di sospensione della prestazione non retribuita per infermità del figlio minore di tre anni, e, nei limiti di 5 giorni lavorativi all’anno, per il figlio maggiore di tre e minore di otto anni. Per il controllo di tale infermità si applicano le disposizioni contenute nel comma 3 dell’articolo 2110.
9. Hanno diritto a non essere adibiti al lavoro dalle ore 24 alle 6 la lavoratrice madre di un figlio di età inferiore a 3 anni, o in alternativa il padre convivente con la stessa, e la lavoratrice o il lavoratore che sia unico affidatario di un figlio convivente di età inferiore a dodici anni, per i primi tre anni dall’affidamento.
10. Dall’inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di vita del bambino, le dimissioni della lavoratrice madre sono efficaci soltanto se convalidate dall’interessata davanti alla Direzione provinciale per l’impiego.
11. Nel caso di recesso del datore di lavoro o committente a norma dell’articolo 2119 nei confronti di  lavoratrice o lavoratore il cui orario di lavoro sia ridotto o la cui prestazione lavorativa sia sospesa a norma di questo articolo, l’indennità di licenziamento di cui allo stesso articolo è commisurata alla retribuzione corrispondente alla prestazione precedente alla riduzione o sospensione per motivi parentali.

Articolo 2112
Trasferimento di azienda

            1. Costituisce trasferimento di azienda qualsiasi mutamento nella titolarità di un’attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi.
2. Ferma restando l’applicazione della disciplina europea della materia, quando il trasferimento coinvolga più di 15 lavoratori dipendenti, il cedente e il cessionario che hanno deciso di stipulare il relativo atto sono tenuti a informarne con almeno 25 giorni di anticipo le rappresentanze sindacali aziendali interessate e i sindacati di categoria che hanno stipulato i contratti collettivi applicabili ai lavoratori interessati, ai fini dell’esame congiunto preventivo delle conseguenze giuridiche ed economiche del trasferimento stesso sulle condizioni dei lavoratori dipendenti interessati e delle eventuali misure previste nei loro confronti.
3. In caso di trasferimento di azienda il rapporto di lavoro dipendente continua con il cessionario e il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano. I contratti collettivi applicabili ai rapporti ceduti al momento del trasferimento continuano ad applicarsi fino alla rispettiva scadenza o sostituzione mediante altri contratti collettivi.
4. Il cedente e il cessionario sono obbligati in solido per tutti i crediti che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento. Con le procedure di cui al comma 3 dell’articolo 2113 il lavoratore può liberare il cedente dai suoi debiti.
5. Il cedente è obbligato in solido con il cessionario per i crediti derivanti in capo al lavoratore a norma dell’articolo 2119 dal licenziamento non disciplinare intimato entro tre anni dal trasferimento.
6. Il lavoratore dipendente le cui condizioni di lavoro subiscono una sostanziale modifica in conseguenza del trasferimento nei tre mesi successivi, e che per tale motivo rassegni le dimissioni, ha diritto al trattamento stabilito dall’articolo 2119 per il caso di licenziamento per motivi non disciplinari.

 

Articolo 2113
Rinunzie e transazioni

            1. Gli atti con i quali un lavoratore dipendente rinunci per il futuro a protezioni o diritti posti inderogabilmente in suo favore da disposizioni legislative o collettive, o comunque accetti che il rapporto di lavoro sia disciplinato in modo per lui meno favorevole rispetto alle dette disposizioni, sono nulli e sono sostituiti dalle disposizioni stesse.
2. Gli atti con i quali un lavoratore dipendente rinunci a diritti derivanti dall’avvenuta violazione nei suoi confronti di disposizioni inderogabili legislative o collettive sono annullabili. L’impugnazione deve avvenire, a pena di decadenza, entro sei mesi dalla cessazione del rapporto o dalla data dell’atto invalido, se successiva. L’impugnazione può avvenire mediante qualsiasi atto scritto del lavoratore, anche stragiudiziale, idoneo a manifestarne la volontà.
3. La disposizione contenuta nel comma 2 non si applica alle rinunce o transazioni stipulate dal lavoratore in sede giudiziale, oppure davanti alla commissione di conciliazione e arbitrato presso la Direzione provinciale per l’impiego, oppure con l’assistenza di un rappresentante sindacale di sua fiducia, accreditato dall’associazione sindacale per lo svolgimento di tale funzione.

 

Articolo 2114
Diritto del lavoratore alla riservatezza

            1. L’inviolabilità della sfera riservata del lavoratore è protetta anche nel luogo di lavoro. Ferma restando la protezione dei dati personali disposta dalla legge, è garantita al lavoratore l’inaccessibilità:
a) degli spazi fisici chiusi che gli vengano assegnati per uso personale nel posto di lavoro o in locali ausiliari;
b) della casella di posta elettronica che gli venga assegnata per uso personale;
c) della corrispondenza personale, distinta da quella inerente al suo ufficio o funzione, che pervenga presso l’azienda o da questa venga spedita.
2. Il datore di lavoro o committente può sottoporre i propri dipendenti a test attitudinali, motivazionali, o psico-reattivi soltanto in funzione dell’accertamento delle rispettive capacità rilevanti ai fini della prestazione lavorativa. Fermo quanto disposto nel comma 2, lettera b), dell’articolo 2087, l’effettuazione dei test suddetti deve essere preceduta di almeno dieci giorni dalla comunicazione ai lavoratori stessi che vi saranno sottoposti e alle rappresentanze sindacali aziendali della natura delle indagini, delle finalità per cui esse vengono disposte e delle tecniche applicate.
3. Le perquisizioni sul lavoratore sono vietate fuorché nei casi in cui siano indispensabili per la tutela del patrimonio aziendale. In tal caso esse possono essere effettuate soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali; si applicano in proposito le disposizioni contenute nel comma 3 dell’articolo 2115. Esse devono in ogni caso essere effettuate all’uscita del luogo di lavoro, con l’applicazione di sistemi di selezione automatica e con modalità tali da salvaguardare la dignità e la riservatezza del lavoratore.

 

Articolo 2115
Controlli del datore di lavoro

            1. Il datore di lavoro o committente può impiegare guardie armate soltanto per scopi di tutela del patrimonio aziendale. Queste non possono essere adibite a funzioni di controllo sulle prestazioni di lavoro, né accedere con le armi al luogo di svolgimento delle prestazioni stesse.
2. Il nome e le mansioni specifiche degli addetti alla vigilanza sull’attività lavorativa devono essere comunicati ai lavoratori interessati e resi permanentemente conoscibili. Questa disposizione non deve essere interpretata in modo tale da precludere la possibilità di indagini ispettive e controlli a campione sulla regolarità e correttezza dei rapporti tra i lavoratori dipendenti e i clienti, utenti o altri interlocutori esterni dell’azienda.
3. È vietata l’istallazione e l’uso di impianti audiovisivi o di altre apparecchiature finalizzate al controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. Gli impianti e le apparecchiature che siano richiesti da esigenze inerenti alla produzione o alla sicurezza delle persone e dei beni, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali. In caso di disaccordo tra queste, l’accordo è valido se stipulato con quelle che abbiano conseguito la maggioranza dei voti nella consultazione di cui all’articolo 2064, comma 2. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro o committente, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti o apparecchiature.
4. Quando l’azienda sia dotata di una rete informatica interna, la disposizione di cui al comma 3 si applica all’installazione e all’uso di programmi informatici che rispondano a esigenze inerenti alla produzione o alla sicurezza delle persone e dei beni, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori in tempo reale. Essi devono comunque essere strutturati in maniera tale da:
a) ridurre al minimo necessario la memorizzazione e l’uso di dati che consentano il controllo a distanza della singola prestazione di lavoro;
b) cancellare periodicamente e automaticamente i dati relativi all’accesso individuale a internet o al traffico telematico, la cui conservazione non risponda a giustificate esigenze aziendali.
5. Nei casi di cui al comma 4, il trattamento di dati personali è limitato alle informazioni indispensabili per il perseguimento di finalità preventivamente determinate ed è effettuato secondo modalità strettamente proporzionate alle finalità stesse.

 

Articolo 2116
Sospensione della prestazione nell’interesse del datore di lavoro o committente

            1. Quando l’imprenditore disponga la sospensione totale o parziale delle prestazioni di lavoro in una unità produttiva, reparto o ufficio, per ragioni oggettive imputabili all’azienda, e la sospensione abbia durata pari o inferiore a 10 giorni lavorativi  anche non consecutivi nell’arco di 180 giorni di calendario, il prestatore ha diritto all’intera retribuzione base ordinaria. Salvi i casi non prevedibili di forza maggiore, di tale sospensione deve essere data informazione con almeno 48 ore di anticipo alle rappresentanze sindacali aziendali, o, in difetto di queste, alle organizzazioni sindacali territoriali competenti, ai fini dell’esame congiunto eventualmente da queste richiesto, nonché in ogni caso ai dipendenti interessati.
2. Per i periodi di sospensione eccedenti il limite di cui al comma 1, il prestatore ha diritto a quattro quinti della retribuzione base ordinaria. In quest’ultimo caso la protrazione della sospensione deve essere preceduta dall’informazione circa i motivi per cui la prosecuzione normale delle prestazioni lavorative determinerebbe una perdita per l’impresa, nonché circa le prospettive e il personale interessato, comunicata con almeno 5 giorni di anticipo alle rappresentanze sindacali aziendali, o, in difetto di queste, alle organizzazioni sindacali territoriali competenti, nonché in ogni caso ai dipendenti interessati.
3. Durante i periodi di sospensione di cui al comma 1 il prestatore è obbligato a partecipare alle iniziative di aggiornamento o riqualificazione professionale che vengano promosse dall’imprenditore. Fermo restando tale obbligo, nel periodo di sospensione eccedente i primi 10 giorni il prestatore è libero di svolgere attività lavorativa in favore di terzi, fermo il divieto di concorrenza di cui all’articolo 2105, previa comunicazione all’imprenditore, il quale in tal caso è esonerato dalla prestazione retributiva per il periodo di lavoro prestato in favore di terzi, fino a concorrenza con la retribuzione pagata dai terzi medesimi al lavoratore.
4. Ciascun imprenditore del settore industriale che occupi più di 5 dipendenti è tenuto ad assicurarsi contro il rischio di cui al comma 1, presso la Cassa integrazione guadagni istituita presso l’Istituto nazionale della previdenza sociale. L’assicurazione obbligatoria copre tre quarti dell’importo di cui al comma 1, per un periodo complessivo massimo di 260 giorni lavorativi nell’arco di due anni, sotto condizione che il singolo rapporto di lavoro abbia avuto durata non inferiore a due anni e che al termine della sospensione il lavoro riprenda effettivamente per almeno due mesi, o per il minor periodo corrispondente alla durata della sospensione. Le condizioni di assicurazione e la determinazione del premio sono disciplinate da disposizioni emanate con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Il premio è determinato in modo da garantire l’equilibrio di bilancio della Cassa nel medio termine e, in riferimento alla singola impresa, tenendosi conto dell’entità delle sospensioni da essa disposte in precedenza. Un decreto apposito del Ministro dellavoro e delle politiche sociali determina le condizioni di assicurazione e la determinazione del premio per il settore dell’edilizia. I contratti collettivi nazionali con efficacia generale a norma dell’articolo 2071 possono estendere l’obbligo di assicurazione a settori diversi da quello industriale.
5. Nelle situazioni di crisi dichiarata con decreto del ministro del lavoro, della salute e del welfare, di concerto con i ministri dell’economia e delle attività produttive, e nel rispetto dell’ordinamento europeo in materia di aiuti di Stato, alle aziende assicurate presso la Cassa integrazione guadagni appartenenti a settori in crisi, che sospendano dal lavoro propri dipendenti per difficoltà derivanti dalla crisi stessa o per ristrutturazione aziendale viene rimborsato dall’Istituto nazionale della previdenza sociale un importo corrispondente a sette ottavi di quanto erogato ai dipendenti stessi per il periodo massimo di un anno nel caso di protrazione della sospensione oltre il limite di cui al comma 4. L’importo deve essere restituito se dopo la cessazione della sospensione il lavoro non riprende per la durata di almeno due mesi.

 

Articolo 2117
Recesso del prestatore di lavoro

             1. Il prestatore di lavoro a tempo indeterminato può rassegnare le dimissioni dandone preavviso alla controparte nel termine previsto dal contratto.
2. Il prestatore di lavoro che rassegni le dimissioni per colpa grave del datore di lavoro o committente non è tenuto al preavviso. Quando il contratto sia a termine, egli ha diritto in tal caso al risarcimento in relazione al mancato reddito e al danno professionale derivante dalla cessazione anticipata del rapporto. Quando il contratto sia a tempo indeterminato, egli ha diritto al trattamento stabilito dall’articolo 2119 per il caso di licenziamento per motivi non disciplinari. Grava sul datore di lavoro l’onere della prova dell’adempimento degli obblighi retributivi e contributivi; grava sul lavoratore l’onere della prova dell’inadempimento degli altri obblighi contrattuali o del diverso motivo delle dimissioni in tronco.
3. È vietata la detenzione e conservazione da parte del datore di lavoro, in costanza di rapporto, di un documento sottoscritto da un lavoratore dipendente, contenente una dichiarazione di recesso unilaterale o consensuale dal rapporto con data in bianco. Il trasgressore è punito con l’ammenda da 5.000 a 20.000 euro, salvo che il fatto costituisca fase attuativa di reato più grave, giunto a compimento.
4. Il prestatore di lavoro che abbia rassegnato le dimissioni o stipulato la risoluzione consensuale del rapporto, quale che sia la forma dell’atto, ha facoltà di revocare l’atto entro tre giorni dalla sua comunicazione al datore di lavoro o committente, quando si tratti di recesso unilaterale, o dalla sua stipulazione, quando si tratti di recesso bilaterale. La revoca deve essere comunicata in forma scritta. Il contratto di lavoro, se interrotto per effetto del recesso, torna ad avere corso dal giorno successivo alla comunicazione della revoca.
5. Per il periodo intercorso tra il recesso e la revoca, qualora la prestazione lavorativa non si sia svolta, il prestatore non matura alcun diritto retributivo. Alla revoca del recesso consegue la cessazione di ogni effetto delle eventuali pattuizioni a esso connesse e l’obbligo in capo al lavoratore di restituire tutto quanto eventualmente percepito in forza di esse.
6. In caso di controversia grava sul lavoratore l’onere della dimostrazione della data di comunicazione della revoca, sul datore di lavoro l’onere della dimostrazione della sua tardività rispetto alla data effettiva dell’atto di recesso.

 

Articolo 2118
Recesso del datore di lavoro o committente

            1. Il recesso del datore di lavoro o committente deve essere comunicato al lavoratore in forma scritta.
2. Decorso il periodo di prova, il datore di lavoro o committente può legittimamente recedere dal rapporto di lavoro:
a) per una mancanza grave del lavoratore, mediante licenziamento disciplinare in tronco o con il preavviso previsto dal contratto collettivo o individuale;
b) per motivi economici, tecnici od organizzativi, mediante l’atto di recesso disciplinato dall’articolo 2119.
3. Il licenziamento può essere impugnato dal lavoratore per difetto della forma scritta, perché determinato da motivo discriminatorio, oppure, quando esso sia stato irrogato con motivazione di natura disciplinare, per difetto di giustificazione o mancato rispetto del procedimento di cui all’articolo 2106. L’impugnazione del licenziamento deve in ogni caso avvenire in forma scritta entro 60 giorni dalla comunicazione di cui al comma 1, o, nel caso di difetto di forma scritta, dalla cessazione di fatto del rapporto per iniziativa del datore di lavoro o committente; e, salvo accordo tra le parti, deve essere seguita entro 120 giorni da impugnazione giudiziale.
4. Nel caso del licenziamento disciplinare, fermo quanto disposto dall’articolo 2106, grava sul datore di lavoro o committente l’onere della prova circa la mancanza grave imputata al lavoratore. Quando il licenziamento disciplinare sia viziato da difetto procedurale o da difetto di giustificazione, il giudice, valutate le circostanze, la natura del vizio e il comportamento delle parti, condanna il datore di lavoro o committente al risarcimento del danno nei confronti del lavoratore, oppure alla ricostituzione del rapporto di lavoro, oppure a entrambe le sanzioni. Quando non vi sia condanna alla reintegrazione, il risarcimento del danno non può essere inferiore a 5 mensilità più una per ciascun anno di anzianità di servizio. Quando il risarcimento si accompagni alla reintegrazione, esso non può essere superiore all’importo della retribuzione perduta dal lavoratore nel periodo tra il licenziamento e la reintegrazione, dedotti i redditi di lavoro di altra fonte. Quando il risarcimento nonsi accompagni alla reintegrazione, esso deve comprendere il mancato preavviso contrattuale.
5. Nel caso di condanna alla ricostituzione del rapporto di lavoro, ciascuna delle parti ha facoltà di optare, in alternativa alla ricostituzione, per il pagamento a carico del datore di lavoro o committente di un indennizzo sostitutivo pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione.
6. Nelle organizzazioni di tendenza a carattere non imprenditoriale che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, religiosa, sindacale, culturale o di istruzione, e nelle unità produttive autonome di dimensioni inferiori ai 16 dipendenti, appartenenti ad aziende di dimensioni complessive inferiori ai 61 dipendenti, in caso di soccombenza nel giudizio avente a oggetto un licenziamento disciplinare non può essere disposta la ricostituzione del rapporto di lavoro.
7. Nelle unità produttive autonome di dimensioni inferiori ai 16 dipendenti, appartenenti ad aziende di dimensioni complessive inferiori ai 61 dipendenti, i limiti del risarcimento di cui al comma 4 sono dimezzati.
8. Nel caso di licenziamento illegittimo per violazione di un divieto di discriminazione il giudice dispone la reintegrazione del lavoratore e il risarcimento del danno. Il lavoratore può esercitare la facoltà di cui al comma 5.

 

Articolo 2119
Licenziamento per motivo economico, tecnico od organizzativo

      1. Quando non sia stato stipulato il patto di prova, o il relativo termine sia scaduto, il licenziamento non disciplinare deve essere comunicato al lavoratore dipendente con espressa menzione del motivo economico, tecnico od organizzativo. Esso deve essere preceduto da un preavviso non inferiore a un periodo pari a tanti mesi quanti sono gli anni compiuti di anzianità di servizio del lavoratore nell’azienda, con un massimo di dodici, computandosi nell’anzianità anche l’eventuale rapporto a termine che abbia preceduto quello a tempo indeterminato. Dal momento della comunicazione del preavviso, il lavoratore ha la facoltà di optare per la cessazione immediata del rapporto, con conseguente godimento della corrispondente indennità sostitutiva; oppure la facoltà di optare per la prosecuzione della prestazione lavorativa in azienda, nelle condizioni precedenti alla comunicazione del licenziamento, salvo che l’azienda o il reparto abbia cessato del tutto l’attività. Decorsi sei mesi dalla comunicazione, il datore ha in ogni caso la facoltà di esonerare il lavoratore dalla prestazione, corrispondendogli la retribuzione corrispondente al preavviso non lavorato.
2. All’atto della cessazione del rapporto conseguente a licenziamento non disciplinare, al prestatore che abbia superato il periodo di prova è dovuta dal datore di lavoro, in aggiunta a quanto è oggetto del contratto di ricollocazione di cui all’articolo 2120, un’indennità pari a tanti dodicesimi della retribuzione lorda complessivamente goduta nell’ultimo anno di lavoro, quanti sono gli anni compiuti di anzianità di servizio in azienda, computandosi anche l’eventuale contratto a termine tra le stesse parti che abbia preceduto quello a tempo indeterminato, diminuita della retribuzione corrispondente al preavviso spettante al prestatore stesso a norma del primo comma.
3. La retribuzione per il periodo di preavviso e la corrispondente indennità sostitutiva sono imponibili ai fini delle assicurazioni obbligatorie. L’indennità di licenziamento non costituisce retribuzione imponibile ai fini delle assicurazioni obbligatorie.
4. L’indennità di licenziamento di cui al comma 2 e il termine di preavviso minimo di cui al comma 1 si dimezzano nei rapporti di lavoro di cui siano titolari datori di lavoro appartenenti al novero definito dal comma 6 dell’articolo 2118.
5. L’indennità di licenziamento è ridotta a un quarto di mensilità per ogni anno di anzianità di servizio, con un massimo di due mensilità, nel caso di licenziamento di lavoratore che alla data della comunicazione del licenziamento abbia raggiunto i requisiti per il pensionamento di vecchiaia.
6. Le esigenze economiche, organizzative o comunque inerenti alla produzione, che motivano il licenziamento, non sono soggette a sindacato giudiziale, salvo il controllo, quando il lavoratore ne faccia denuncia, circa la sussistenza di motivi discriminatori determinanti, o motivi di mero capriccio, intendendosi per tali motivi futili totalmente estranei alle esigenze economiche, organizzative o produttive aziendali.
7. Quando il lavoratore abbia maturato venti anni di anzianità di servizio e non abbia ancora maturato il diritto al pensionamento di vecchiaia, il licenziamento motivato con esigenze oggettive si presume dettato da intendimento di discriminazione in ragione dell’età, con conseguente applicazione delle sanzioni di cui al comma 8 dell’articolo 2118, salva prova del giustificato motivo economico, tecnico od organizzativo, della quale il datore di lavoro è onerato in giudizio.
8. Ferma restando l’applicazione della disciplina europea della materia, il datore di lavoro che occupi più di 15 dipendenti nell’ambito della stessa provincia, quando il numero dei licenziamenti per motivi economici od organizzativi sia superiore a 4 nell’arco di 120 giorni, è tenuto ad applicare la procedura di informazione ed esame congiunto preventivo in sede sindacale e amministrativa prevista dalle direttive comunitarie. Gli avvisi e informazioni in funzione dell’esame congiunto in sede sindacale devono essere comunicati alle rappresentanze sindacali aziendali e alle rispettive organizzazioni sindacali territoriali; gli avvisi e informazioni in funzione dell’esame congiunto in sede amministrativa devono essere comunicati alla Direzione provinciale per l’impiego competente, oppure, quando il licenziamento riguardi unità produttive dislocate in diverse province della stessa regione, la Direzione regionale; altrimenti la Direzione centrale per l’impiego.

 

Articolo 2120
Assistenza nel mercato del lavoro al lavoratore licenziato

            1. Tra il datore di lavoro o committente che occupi più di quindici dipendenti nella stessa unità produttiva, o comunque più di sessanta complessivamente, e il lavoratore che abbia compiuto il secondo anno di anzianità di servizio, computandosi anche l’eventuale rapporto a termine o di lavoro temporaneo tramite agenzia che abbia preceduto quello a tempo indeterminato, quando il lavoratore stesso abbia perso il posto in conseguenza di un licenziamento non disciplinare, oppure di un licenziamento disciplinare di cui sia stata accertata l’illegittimità in sede giudiziale cautelare o di merito e al quale non abbia fatto seguito la reintegrazione, si instaura un rapporto denominato contratto di ricollocazione, che prevede:
a) l’erogazione a cura e spese del datore di lavoro o committente, per la parte non coperta da programmi statali o regionali, anche mediante un’agenzia terza, di un trattamento complementare per il periodo di disoccupazione effettiva e involontaria, tale che il trattamento complessivo ammonti al 90 per cento dell’ultima retribuzione per il primo anno, essendo la retribuzione di riferimento soggetta al limite massimo di 40.000 euro annui; qualora lo stato di disoccupazione effettiva e involontaria si protragga oltre il primo anno, l’ammontare complessivo del trattamento garantito al lavoratore si riduce all’80 per cento per il secondo e al 70 per cento per il terzo; il trattamento è condizionato all’assolvimento da parte del lavoratore degli obblighi di cui alle lettere d) ed e); la durata minima del trattamento di disoccupazione che deve essere garantita al lavoratore in istato di disoccupazione effettiva e involontaria è pari alla durata del rapporto di lavoro che lo ha preceduto, dedotto il primo biennio, con il limite di tre anni;
b) l’erogazione di assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione, programmata, strutturata e gestita secondo le migliori tecniche del settore;
c) la predisposizione di iniziative di formazione o riqualificazione professionale mirate a sbocchi occupazionali effettivamente esistenti e appropriati in relazione alle capacità del lavoratore;
d) l’impegno del lavoratore a porsi a disposizione dell’organismo deputato all’erogazione del trattamento di cui alle lettere a), b) e c) per le iniziative da esso predisposte, secondo un orario settimanale corrispondente all’orario di lavoro praticato prima del licenziamento;
e) l’assoggettamento dell’attività svolta dal lavoratore nella ricerca della nuova occupazione al potere direttivo e di controllo dell’organismo deputato all’erogazione del trattamento;
f) la possibilità di sospensione delle prestazioni reciproche oggetto del contratto di ricollocazione, per la durata del rapporto di lavoro a termine o in prova in cui il lavoratore si impegni, con conseguente e corrispondente riduzione della durata complessiva residua delle prestazioni stesse.
2. Al lavoratore dipendente che abbia superato il periodo di prova ma non il secondo anno di anzianità di servizio, quando abbia perso il posto nelle circostanze indicate al comma 1, deve essere offerto un contratto di ricollocazione che preveda quanto indicato allo stesso comma 1, eccettuata la prestazione di cui alla lettera a).
3. ll lavoratore è libero di recedere dal contratto di ricollocazione, anche senza preavviso.
4. L’impresa o l’agenzia deputata all’erogazione del trattamento di cui al comma 1 possono recedere dal contratto di ricollocazione soltanto quando sia cessato lo stato di disoccupazione effettiva e involontaria del lavoratore, oppure il lavoratore abbia rifiutato senza giustificato motivo un’opportunità di lavoro o un’iniziativa di formazione o riqualificazione professionale che gli siano state offerte a condizioni appropriate, secondo le circostanze, o comunque abbia commesso un grave inadempimento degli obblighi di cui alle lettere d) ed e) del comma 1.
5. Le controversie relative alla stipulazione, all’esecuzione o alla risoluzione del contratto di ricollocazione sono di competenza del giudice del lavoro, secondo il rito di cui agli articoli 414 e seguenti del codice di procedura civile.
6. Il costo medio gravante sui datori di lavoro o committenti per il trattamento di cui al comma 1, lettere b) e c), è sostenuto, direttamente o indirettamente, dalle Regioni secondo le modalità determinate dalle stesse.
7. In caso di insolvenza del datore di lavoro o committente e in assenza di altre forme assicurative, il Fondo di Garanzia istituito presso l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale si surroga al debitore nell’erogazione del trattamento di cui al comma 1. Il conseguente credito del Fondo di Garanzia nei confronti del debitore insolvente si colloca al primo grado di privilegio, in concorso con i crediti retributivi dei lavoratori dipendenti.

 

Articolo 2121
Accantonamento per trattamento di fine rapporto o previdenza complementare

            1. Ogni lavoratore dipendente ha diritto all’accantonamento annuo, a carico del datore di lavoro o committente, di un importo pari alla retribuzione imponibile a fini previdenziali dovuta per l’anno stesso, divisa per 13,5.
2. Salvo diversa previsione dei contratti collettivi, la retribuzione annua, ai fini dell’accantonamento di cui al comma 1, comprende tutte le somme e l’equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, con esclusione di quanto è corrisposto come indennità di trasferta o di rimborso spese a pie’ di lista.
3. In caso di sospensione della prestazione di lavoro nel corso dell’anno per una delle cause di cui agli articoli 2110, 2111 o 2116, deve essere computato nella retribuzione di cui al primo comma l’equivalente della retribuzione a cui il lavoratore avrebbe avuto diritto in caso di normale svolgimento del rapporto di lavoro.
4. Al lavoratore è data la scelta, all’atto della costituzione del rapporto, circa la destinazione totale o parziale dell’accantonamento a un programma di previdenza complementare, secondo la disciplina vigente della materia, oppure a un trattamento di fine rapporto gestito direttamente dal datore di lavoro o committente. Quando il lavoratore abbia optato per la destinazione dell’accantonamento al trattamento di fine rapporto, deve essergli data l’opzione per la destinazione totale o parziale a un programma di previdenza complementare anche in costanza di rapporto.
5. Al Fondo di Garanzia presso l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, di cui al comma 7 dell’articolo 2120, compete di surrogarsi al datore di lavoro o committente, in caso di insolvenza, nel pagamento ai lavoratori dipendenti delle ultime tre mensilità di retribuzione e dell’accantonamento di cui al comma 1.

 

Articolo 2122
Indennità in caso di morte

            1. In caso di morte del lavoratore dipendente, il trattamento di fine rapporto di cui all’articolo 2121 e l’indennità di preavviso prevista dal comma 1 dell’articolo 2119 devono essere corrisposti, divisi in parti uguali, al coniuge e ai figli; un terzo della somma complessiva è riservato ai parenti entro il terzo grado e agli affini entro il secondo grado, se vivevano a carico del lavoratore.
2. In mancanza delle persone di cui al comma 1, i cespiti ivi indicati sono attribuiti secondo le norme della successione legittima.
3. Qualora il lavoratore deceduto avesse optato per la destinazione dell’accantonamento di cui all’articolo 2121 a un programma di previdenza complementare, si applica quanto previsto nel detto programma.

 

Articolo 2123
Lavoro a domicilio e telelavoro

            1. Quando il contratto lasci al prestatore piena libertà circa il luogo e il tempo di svolgimento della prestazione lavorativa, non si applicano gli articoli 2102. 2107, 2108, 2109. L’articolo 2010 si applica solo in riferimento alle infermità che determinino impedimento al lavoro per più di quindici giorni di calendario.
2. Quando il contratto di cui al comma 1 abbia per oggetto l’esecuzione di prestazioni di natura manifatturiera, il datore di lavoro o committente è obbligato a farne espressa annotazione nel libro-paga. È vietata l’utilizzazione di sostanze nocive o pericolose.
3. Quando il contratto vincoli il prestatore dipendente allo svolgimento della prestazionein collegamento telematico con l’azienda o con altri collaboratori in orari prestabiliti, si applicano gli articoli 2107, 2108, 2109 e 2010. Quando il contratto abbia per oggetto una prestazione di lavoro subordinato, il datore di lavoro ha la facoltà di scelta dei programmi informatici mediante i quali la prestazione deve essere svolta.

 

Articolo 2124
Distacco del lavoratore

            1. Nel rispetto di quanto disposto dagli articoli 2102 e 2103, il datore di lavoro può comandare il prestatore subordinato presso un’azienda di cui sia titolare un soggetto diverso, per un periodo determinato o determinabile con riferimento a un evento futuro e certo. In tal caso egli risponde in solido con il titolare dell’azienda fruitrice della prestazione lavorativa di tutti i diritti che maturino in capo al lavoratore durante il periodo di distacco.
2. Ferma restando l’applicazione della disciplina europea della materia, quando il datore di lavoro distaccante sia titolare di un’azienda o agenzia di lavoro temporaneo dislocata in uno Stato membro dell’Unione Europea diverso dall’Italia, e il lavoratore sia inviato a svolgere la propria prestazione in un’azienda dislocata in Italia per un periodo superiore a otto giorni di calendario, questi ha diritto a un trattamento non inferiore rispetto a quello cui hanno diritto gli altri lavoratori impiegati nell’azienda. Egli può far valere i propri diritti nascenti dalla prestazione svolta in Italia davanti al giudice del lavoro italiano.
3. Il comma 2 non si applica ai rapporti di lavoro delle imprese della marina mercantile con il personale navigante.

 

Articolo 2125
Patto di non concorrenza

1. Il patto con il quale si limita lo svolgimento dell’attività del lavoratore dipendente per il tempo successivo alla cessazione del contratto è nullo se non risulta da atto scritto, se non è pattuito a favore del lavoratore un corrispettivo commisurato al sacrificio professionale prevedibile come conseguenza della pattuizione, e se il vincolo non è contenuto entro limiti determinati di oggetto e di tempo. La durata del vincolo non può superare i tre anni.

 

Articolo 2126
Prestazione di fatto con violazione di legge

            1. La nullità o l’annullamento del contratto di lavoro non produce effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, salvo che la nullità derivi dall’illiceità dell’oggetto o della causa.
2. Se il lavoro è stato prestato con violazione di norme poste a tutela del prestatore di lavoro, questi ha in ogni caso diritto alla retribuzione.

 

Articolo 2127
Somministrazione di lavoro. Somministrazione irregolare o fraudolenta

            1. Il contratto di somministrazione di lavoro è quello in forza del quale un soggetto svolgente in forma imprenditoriale attività di mediazione nel mercato del lavoro si obbliga, dietro corrispettivo, a fornire prestazioni di manodopera, a tempo determinato o indeterminato, a un soggetto utilizzatore.
2. L’attività di somministrazione di lavoro è consentita soltanto ai soggetti iscritti all’apposito elenco presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di cui all’articolo 2093.
3. La somministrazione a tempo determinato è consentita soltanto nei casi nei quali è consentita l’assunzione a tempo determinato, a norma dell’articolo 2097. È vietata la somministrazione di lavoro:
a) per sostituzione di lavoratori in sciopero;
b) in favore di aziende presso le quali siano in atto sospensioni con ricorso alla Cassa integrazione guadagni di lavoratori svolgenti mansioni simili a quelle oggetto di somministrazione;
c) in favore di aziende nelle quali siano stati effettuati licenziamenti collettivi entro i sei mesi precedenti.
4. Fermo restando il rispetto della disciplina europea della materia, al contratto di lavoro tra il somministratore e il lavoratore si applicano tutte le disposizioni contenute in questa sezione. Il prestatore di lavoro ha inoltre diritto allo stesso trattamento riservato dall’utilizzatore ai propri dipendenti, a parità di livello e di anzianità di servizio in azienda, salvo che per quanto riguarda: a) gli elementi della retribuzione effettivamente collegati alla produttività o redditività dell’azienda e i programmi di previdenza complementare; b) i servizi sociali per la fruizione dei quali sia prevista la necessità di iscrizione a determinate associazioni o cooperative, riservata ai dipendenti stabili dell’azienda utilizzatrice.
5. Nel caso in cui il lavoratore sia assunto a tempo indeterminato, nel contratto è stabilita la misura della indennità mensile di disponibilità, divisibile in quote orarie, corrisposta dal somministratore al lavoratore per i periodi nei quali il lavoratore stesso rimane in attesa di assegnazione. La misura di tale indennità è stabilita dal contratto collettivo applicabile al somministratore e comunque non è inferiore alla misura prevista, ovvero aggiornata periodicamente, con decreto del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali . La predetta misura è proporzionalmente ridotta in caso di assegnazione ad attività lavorativa a tempo parziale anche presso il somministratore. L’indennità di disponibilità è esclusa dal computo di ogni istituto di legge o di contratto collettivo.
6. L’utilizzatore della prestazione di lavoro somministrata è coobbligato in solido con il fornitore in relazione a tutti i suoi debiti relativi a retribuzioni del prestatore, contributi previdenziali e versamento all’Erario delle ritenute fiscali.
7. Il prestatore di lavoro ha diritto a esercitare presso l’utilizzatore, per tutta la durata della somministrazione, i diritti di libertà e di attività sindacale nonché a partecipare alle assemblee del personale dipendente delle imprese utilizzatrici.
8. È nulla la clausola diretta a limitare, anche indirettamente, la facoltà dell’utilizzatore di assumere il lavoratore al termine del periodo di somministrazione.
9. L’utilizzatore risponde nei confronti dei terzi dei danni a essi arrecati dal prestatore di lavoro nell’esercizio delle sue mansioni.
10. Quando la somministrazione di lavoro avvenga al di fuori dei limiti e delle condizioni di cui ai commi 1 e 2, il lavoratore può agire, anche soltanto nei confronti del soggetto che ne ha utilizzato la prestazione, per la costituzione di un rapporto di lavoro alle dipendenze di quest’ultimo, con effetto dall’inizio della somministrazione.
11. A seguito dell’accoglimento della domanda giudiziale di cui al comma precedente, tutti i pagamenti effettuati dal somministratore, a titolo retributivo o di contribuzione previdenziale, valgono a liberare il soggetto che ne ha effettivamente utilizzato la prestazione dal debito corrispondente fino a concorrenza della somma effettivamente pagata. Tutti gli atti compiuti dal somministratore per la costituzione o la gestione del rapporto, per il periodo durante il quale la somministrazione ha avuto luogo, si intendono come compiuti dal soggetto che ne ha effettivamente utilizzato la prestazione. Tutte le infrazioni poste in essere dal somministratore generano corresponsabilità solidale civile e amministrativa in capo all’utilizzatore.
12. Quando la somministrazione di lavoro è posta in essere allo scopo di eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo, somministratore e utilizzatore sono puniti con una ammenda di 40 euro per ciascun lavoratore coinvolto e ciascun giorno di somministrazione.

 

Articolo 2128
Appalto dipendente e appalto interno

            1. Ferma l’azione di cui dispongono in ogni caso i dipendenti dell’appaltatore nei confronti del committente a norma dell’articolo 1676, quando l’appaltatore di un servizio a carattere  continuativo operi in condizione di dipendenza economica da una azienda committente, come definita nel comma 2, il titolare di quest’ultima è responsabile in solido con l’appaltatore per tutti i suoi obblighi retributivi nei confronti dei dipendenti che non siano utilizzati esclusivamente in servizi svolti in favore di terzi; inoltre per tutti i suoi obblighi contributivi nei confronti dell’istituto previdenziale competente e per il versamento all’Erario delle ritenute fiscali sulle stesse retribuzioni. La stessa regola si applica nel caso in cui il servizio a carattere continuativo oggetto dell’appalto sia eseguito all’interno dello stabilimento o degli uffici dell’impresa committente, in riferimento ai rapporti di lavoro inerenti all’esecuzione del servizio stesso. La disposizione contenuta in questo comma non si applica al committente persona fisica che non conferisca l’appalto in funzione dell’esercizio di una attività professionale o imprenditoriale.
2. La condizione di dipendenza economica di cui al comma 1 è quella dell’imprenditore che nell’ultimo semestre abbia tratto più di due terzi del proprio fatturato dai rapporti di appalto con una sola azienda committente. L’appaltatore è tenuto a fornire al committente, dietro sua richiesta, il proprio ultimo bilancio e la documentazione concernente l’andamento del proprio fatturato, nonché bilancio e documentazione dell’andamento del fatturato dei propri subappaltatori.
3. L’obbligazione solidale del committente può essere fatta valere dai creditori entro il termine di decadenza di due anni dalla cessazione dell’appalto.
4. Qualora l’appaltatore in posizione di dipendenza economica, od operante all’interno dell’azienda del committente, conferisca in subappalto il servizio a un terzo che a sua volta versi in posizione di dipendenza economica, il committente e l’appaltatore sono coobbligati in solido con il subappaltatore, secondo quanto disposto nel comma 1.
5. Le disposizioni contenute in questo articolo si applicano anche ai contratti di trasporto, che si svolgano nelle condizioni di cui al comma 1.

 

Articolo 2129
Rapporto di lavoro alle dipendenze di amministrazioni pubbliche

            Le disposizioni di questa sezione si applicano ai prestatori di lavoro dipendenti da amministrazioni pubbliche, salvo che il rapporto sia diversamente regolato dalla legge.

Sezione IV – Disciplina speciale dei rapporti di lavoro e formazione

 

Articolo 2130
Apprendistato

            1. Il contratto di apprendistato è il contratto di lavoro in forza del quale una persona si obbliga alla prestazione lavorativa di cui all’articolo 2094 nei confronti del titolare di un’azienda, il quale si obbliga, oltre che alla retribuzione, alla prestazione di formazione e addestramento alle mansioni specifiche, in funzione del conseguimento da parte del prestatore di una determinata qualifica professionale o dell’effettuazione da parte sua di un percorso di alta formazione.
2. Il contratto deve essere stipulato in forma scritta e contenere l’indicazione precisa del programma di formazione, nonché della sua durata.
3. Al termine del programma di formazione il datore di lavoro è tenuto a comunicare al dipendente in forma scritta l’esito del programma stesso.
4. Nel corso del programma di formazione, ciascuna delle parti può recedere dal rapporto a norma degli articoli 2117, 2118 e 2119. Se nessuna delle parti esercita la facoltà di recesso, al termine del programma di formazione il rapporto prosegue come rapporto di lavoro ordinario. In tal caso il lavoratore ha diritto all’inquadramento corrispondente alla qualifica prevista nel contratto, salvo che il programma di formazione abbia dato esito negativo.
5. Il programma di formazione oggetto del contratto di apprendistato può essere mirato:
a) al conseguimento da parte del lavoratore di una qualifica professionale;
b) a un percorso di alta formazione, con o senza conseguimento da parte del lavoratore di un diploma di istruzione superiore.
6. L’apprendista deve essere assegnato a un lavoratore qualificato o specializzato operante stabilmente nell’azienda, cui compete la funzione di tutor. Il numero degli apprendisti non può superare quello dei lavoratori qualificati o specializzati operanti nell’azienda. Nell’impresa artigiana limiti diversi possono essere stabiliti dalla contrattazione collettiva.
7. Alla determinazione della durata minima e massima del periodo di apprendistato e alla regolamentazione del suo contenuto formativo provvedono le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, d’intesa con i Ministeri del lavoro e delle politiche sociali, dell’università e della ricerca, sentite le associazioni dei datori di lavoro e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. All’apprendista deve essere consentito di frequentare i corsi di formazione professionale previsti nel programma e devono essere assegnate in prevalenza mansioni attinenti al programma stesso.
8. Quando il trattamento economico dell’apprendista non sia disciplinato da un contratto collettivo, esso viene determinato tenendosi conto del minor rendimento dell’apprendista e dei costi aziendali per la formazione e addestramento. È vietato applicare sistemi di retribuzione a cottimo.

 

Articolo 2131
Stage di formazione e orientamento in azienda. Borse-lavoro

            1. Durante il periodo di frequenza di corsi di istruzione media superiore o universitaria, nonché entro un anno dal conseguimento del diploma relativo a tali corsi, il giovane può stipulare con il proprio istituto scolastico o universitario, o centro di formazione professionale, e con il titolare dell’azienda o studio professionale il contratto di stage finalizzato all’orientamento e alla formazione professionale.
2. Il contratto di stage impegna il titolare dell’azienda ad accogliere il giovane assegnandogli una o più mansioni coerenti con la finalità di orientamento e formazione indicate nel contratto stesso, in affiancamento a un lavoratore qualificato o specializzato operante stabilmente nell’azienda, cui compete la funzione di tutor aziendale. Impegna il giovane a svolgere il lavoro assegnatogli secondo le direttive ricevute e con la diligenza esigibile, tenuto conto del suo difetto di esperienza professionale. Impegna l’istituto scolastico o universitario, o centro di formazione professionale, a farsi carico dell’assicurazione antinfortunistica, salvo che se ne faccia carico l’azienda, e ad affidare a un docente o istruttore la funzione di controllo circa l’effettività del contenuto formativo dello stage e assistenza al giovane nell’inserimento in azienda.
3. Il contratto di stage non può durare più di tre mesi, quando ha per oggetto l’esperienza di mansioni prevalentemente manuali o meramente esecutive; non può durare più di sei mesi quando ha per oggetto l’esperienza di mansioni di concetto. Il contratto è rinnovabile o prorogabile soltanto nel rispetto di questi limiti di durata complessiva.
4. Il contratto di stage può essere altresì stipulato da persona portatrice di menomazione fisica, psichica o sensoriale, o da handicap sociale, assistita da un centro di riabilitazione per disabili o di assistenza sociale, in funzione del suo inserimento nel tessuto produttivo. In tal caso, fino a che dura la menomazione, non si applica il divieto di proroga o rinnovo del contratto.
5. Il contratto può prevedere che non sia corrisposta allo stagista alcuna retribuzione solo quando la sua durata sia pari o inferiore a due mesi, o esso sia inserito in un programma di alternanza scuola-lavoro. Negli altri casi deve essere corrisposta allo stagista una retribuzione non inferiore al 40 per cento del minimo di cui all’articolo 2092. Tale retribuzione è esente da contribuzione previdenziale. Alla stipulazione del contratto può partecipare anche un soggetto terzo, il quale si impegna a corrispondere all’impresa, in tutto o in parte, il costo della retribuzione dello stagista.
6. Dell’attivazione dello stage, della sua durata, del suo oggetto e del trattamento previsto per lo stagsta il titolare dell’azienda o studio professionale deve dare comunicazione all’Ispettorato provinciale del lavoro entro il giorno precedente all’inizio del rapporto. L’omissione è sanzionata con una ammenda di 50 euro per ciascun giorno di ritardo.
7. Lo stage protratto oltre il termine di cui ai commi terzo o quarto è considerato come contratto di apprendistato di cui all’articolo 2130. Lo stage attivato senza la nomina e l’assistenza effettiva del tutor aziendale e del tutor scolastico o universitario di cui al comma secondo è considerato come rapporto di lavoro di cui all’articolo 2094.

Sezione V – Disciplina delle collaborazioni di pubblica utilità

Articolo 2132
Contratto di collaborazione di pubblica utilità

            1. Il contratto di collaborazione di pubblica utilità è quello con cui una amministrazione regionale o locale ingaggia una persona al fine di utilizzarne o fornirne a terzi le prestazioni, nei limiti della sua disponibilità, per servizi di utilità pubblica, o per servizi alla famiglia e alla persona, obbligandosi a retribuire le prestazioni stesse.
2. Con il contratto di cui al primo comma possono essere ingaggiati come collaboratori:
a) persone che godano di pensione di anzianità o di vecchiaia, o che comunque abbiano compiuto il cinquantacinquesimo anno di età;
b) persone di età inferiore ai 29 anni, iscritte a scuole medie superiori o a corsi universitari;
c) genitori di bambini di età inferiore ai 4 anni, per servizi di accudimento a bambini di altre famiglie;
d) persone delle quali sia stata certificata dalla Commissione di Garanzia di cui all’articolo 2134 la situazione di difficoltà di occupazione.
3. L’ente organizzatore del servizio cura ove necessario l’addestramento specifico dei collaboratori, ne verifica l’idoneità e affidabilità al servizio, e li avvia, dietro rimborso di una quota prestabilita del costo,
a) presso persone anziane, inferme, o disabili non autosufficienti, per l’approvvigionamento dei beni di consumo necessari per la vita quotidiana, per la pulizia o manutenzione ordinaria dell’abitazione, per l’addestramento all’uso degli strumenti informatici e della rete, per la lettura a persone non vedenti, o altri servizi analoghi che non richiedano elevata professionalità e non comportino rischi rilevanti né per chi li svolge né per chi li riceve;
b) presso persone singole o famiglie per lavori domestici, per l’accudimento diurno o notturno di bambini, per servizi di insegnamento complementare, o per l’esecuzione di lavori di manutenzione ordinaria;
c) presso istituti scolastici o associazioni di genitori di studenti, per la sorveglianza all’entrata e uscita dalle scuole, lavori di manutenzione ordinaria e altri servizi utili per il loro migliore funzionamento;
d) presso amministrazioni comunali per la manutenzione del verde pubblico, parchi e giardini;
e) presso condomini, loro associazioni, o associazioni di famiglie, per la sorveglianza contro atti di vandalismo ai danni di beni immobili o mobili.
4. Al rapporto di cui al comma 1 si applicano le disposizioni contenute nella sezione II di questo capo; non si applicano le disposizioni di cui alla sezione III. L’orario di svolgimento del servizio è concordato tra il collaboratore e il fruitore. Esso non può eccedere i limiti di cui all’articolo 2107.
5. Il collaboratore ha diritto nei confronti dell’ente organizzatore a un corrispettivo orario, commisurato alla durata effettiva del servizio svolto, non inferiore al minimo stabilito a norma dell’articolo 2092. Il corrispettivo può essere pagato per mezzo di buoni-lavoro a norma dell’articolo 2101. Il corrispettivo stesso può, con il consenso del collaboratore, essere costituito da un credito per prestazioni di servizio nei confronti del medesimo ente organizzatore, che a tal fine abbia istituito una banca del tempo di cura.
6. Il contratto può essere stipulato a tempo indeterminato o a termine. Se è stipulato a tempo indeterminato, ciascuna delle parti può recederne in qualsiasi momento, anche senza preavviso.
7. Gli stessi soggetti di cui al comma 1, nonché qualsiasi altro soggetto, possono promuovere lo sviluppo dei servizi di cui al comma 3, mediante forme di accreditamento delle persone disponibili e idonee a svolgerli e di agevolazione dell’incontro fra domanda e offerta, in funzione dell’instaurazione di rapporti diretti di lavoro subordinato o autonomo tra fruitori e prestatori, anche al di fuori delle categorie indicate nel comma 2.

 

Articolo 2133
Contratto di fornitura di servizi di pubblica utilità

            1. Il contratto col quale la persona o l’ente interessato a un servizio di cui al comma 3 dell’articolo 2132 pattuiscono la fornitura con l’ente organizzatore deve essere stipulato in forma scritta, indicare l’entità e le modalità di riscossione del corrispettivo da parte dell’ente organizzatore, nonché le generalità del collaboratore.
2. Il contratto di cui al comma 1 può essere stipulato a tempo indeterminato o a termine. Se è stipulato a tempo indeterminato, ciascuna delle parti può recederne in qualsiasi momento, dandone avviso scritto all’altra parte.

Articolo 2134
Commissione di garanzia per le collaborazioni di pubblica utilità

            1. L’ente organizzatore istituisce una commissione composta in tre parti uguali da rappresentanti propri e da rappresentanti delle associazioni sindacali e imprenditoriali maggiormente rappresentative nel territorio dell’ente stesso, secondo il criterio di cui all’articolo 2064, commi 2 e 7, per il controllo circa l’utilizzazione corretta dei contratti di cui agli articoli 2132 e 2133.
2. L’ente organizzatore è tenuto a fornire alla commissione di cui al comma 1 i contratti di cui agli articoli 2132 e 2133 stipulati e tutte le informazioni di cui dispone in proposito. La commissione ha accesso ai luoghi dove i servizi oggetto dei contratti stessi vengono svolti e può svolgere indagini in proposito, direttamente o per il tramite dell’Ispettorato del lavoro.

 

Articolo 2 - L’articolo 2222 del Codice civile è sostituito dal seguente:

Articolo 2222
Contratto di lavoro autonomo

            1. E’ lavoratore autonomo chi si sia obbligato, verso un corrispettivo, a compiere un’opera o un servizio, o a svolgere continuativamente una attività, con lavoro personale prevalentemente proprio, non soggetto al potere direttivo del creditore.
2. Al rapporto di lavoro autonomo non economicamente dipendente a norma dell’articolo 2094, secondo comma, si applicano le norme di questo capo, salvo che il rapporto stesso sia diversamente disciplinato nel Libro IV.

Articolo 3 - Al Titolo IV delLibro V del Codice civile sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il Capo I è soppresso;
b) il Capo II è sostituito dal seguente:

Capo II
Del lavoro domestico

 

Articolo 2239
Nozione e disciplina applicabile

 

 

 

1. Ai fini della disciplina contenuta in questo titolo, si intende per lavoro domestico la prestazione non occasionale di lavoro personale svolta per una persona fisica o una famiglia presso l’abitazione della stessa, a tempo pieno o a tempo parziale, con o senza convivenza del prestatore con il datore di lavoro, per servizi di pulizia, cucina, accudienza personale, puericultura, compagnia, guida di autovettura, giardinaggio, organizzazione delle attività domestiche, o altri servizi necessari per il funzionamento della casa e della vita familiare.

 

2. Al lavoro domestico si applica la disciplina comune a tutti i rapporti di lavoro, contenuta nella Sezione II del Titolo II, Capo I di questo codice. Si applicano inoltre gli articoli 2099, 2100, 2101,2104, 2105, 2106, 2109, 2110 salvo quanto disposto nell’articolo 2242, 2111 commi 2, 3 e 4, 2113, 2114, 2115, 2117, 2121 e 2122, nonché la disciplina contenuta in questo Titolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo 2240
Assunzione e periodo di prova

1. L’assunzione del collaboratore domestico si intende a tempo indeterminato, quando non sia stato pattuito un termine in forma scritta. Si intende inoltre che il rapporto abbia inizio con un periodo di prova della durata di un mese, salva diversa pattuizione tra le parti, che non può comunque prevedere una durata della prova superiore a due mesi.

Articolo 2241
Orario di lavoro, riposi e ferie

1. Salva la pattuizione di un orario inferiore, l’orario normale di lavoro è determinato in modo che i periodi di impegno lavorativo effettivo non superino complessivamente le 48 ore settimanali, siano distribuiti in modo da consentire un periodo di riposo di almeno 11 ore consecutive tra ciascuna prestazione giornaliera e la successiva, un giorno pieno di riposo settimanale e una ulteriore mezza giornata di riposo infrasettimanale.
2. Le eventuali prestazioni notturne che si rendano occasionalmente necessarie in aggiunta all’orario di lavoro di cui al comma 1 devono essere compensate con riposo corrispondente entro il giorno seguente.

 

Articolo 2242
Malattia

1. Nel caso di infermità, il periodo di comporto di cui al comma 1 dell’articolo 2110 è ridotto a trenta giorni di calendario, salva diversa disciplina collettiva applicabile.
Articolo 2243
Recesso

1. Il recesso di ciascuna delle parti è libero, salvo l’obbligo del preavviso di cui al comma 2.
2. Il termine minimo di preavviso nel caso di licenziamento è di 15 giorni. Lo stesso termine si applica anche nel caso di dimissioni, salva diversa pattuizione individuale o collettiva applicabile.

 

 

 

Articolo 2244
Previdenza

            1.  La legge speciale disciplina le assicurazioni obbligatorie di cui agli articoli 2089 e 2090 per i lavoratori domestici.

 

 

Articolo 4 – Le disposizioni contenute nella presente legge si applicano a decorrere dal 1° gennaio successivo alla sua entrata in vigore. Ai rapporti di lavoro costituiti prima della data di entrata in vigore non si applicano le disposizioni contenute negli articoli 2118, 2119 e 2120 del codice civile, come modificati da questa legge, continuando ad applicarsi la disciplina previgente della materia dei licenziamenti.

Articolo 5 ‑ A decorrere dalla data di cui all’articolo 3 l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale pone a disposizione di tutte le imprese che occupino più di 5 dipendenti una assicurazione contro il rischio di sospensione della prestazione di cui all’articolo 2116, commi 4 e 5, denominata Cassa Integrazione Guadagni, con gestione separata e autonomia finanziaria.

Articolo 6 ‑ Il ministro per la semplificazione normativa cura la diffusione capillare e illustrazione, a mezzo stampa, Internet e trasmissioni radiofoniche e televisive, delle disposizioni contenute nella presente legge.

 

Articolo 7 – A decorrere dalla data di cui all’articolo 2 sono abrogate le leggi, i decreti e le altre norme aventi forza di legge che seguono:

R.D.L. 15 marzo 1923, n. 692, Limitazioni all’orario di lavoro per gli operai ed impiegati delle aziende industriali o commerciali di qualunque natura;

R.D. 10 settembre 1923, n. 1955, Approvazione del regolamento per l’applicazione del R.D.L. 15 marzo 1923, n. 692, relativo alla limitazione dell’orario di lavoro per gli operai ed impiegati delle aziende industriali o commerciali di qualunque natura;

R.D. 10 settembre 1923, n. 1957, Approvazione della tabella indicante le industrie e le lavorazioni per le quali è consentita la facoltà di superare le 8 ore giornaliere e le 48 settimanali di lavoro;

R.D. 6 dicembre 1923, n. 2657, Approvazione della tabella indicante le occupazioni che richiedono un lavoro discontinuo o di semplice attesa o custodia, alle quali non è applicabile la limitazione dell’orario sancita dall’art. 1 del R.D.L. 15 marzo 1923, n. 69;

R.D.L. 13 novembre 1924, n. 1825, Disposizioni relative al contratto di impiego privato;

L. 17 aprile 1925, n. 473, Conversione del R.D.L. 15 marzo 1923, n. 692, Limitazioni all’orario di lavoro per gli operai ed impiegati delle aziende industriali o commerciali di qualunque natura;

L. 18 marzo 1926, n. 562, Conversione del R.D.L. 13 novembre 1924, n. 1825, Disposizioni relative al contratto di impiego privato;

L. 22 febbraio 1934, n. 370, Riposo domenicale e settimanale;

R.D.L. 24 giugno 1937, n. 1334, Concessione di un congedo straordinario agli impiegati per contrarre matrimonio;

L. 23 dicembre 1937, n. 2387, Conversione del R.D.L. 24 giugno 1937, n. 1334;

Accordo Interconfederale 31 maggio 1941, Provvidenze a carico carattere demografico a favore dei lavoratori dell’industria;

D. Lgs. Lgt. 9 novembre 1945, n. 788, Istituzione della Cassa per l’integrazione dei guadagni degli operai dell’industria e disposizioni transitorie a favore dei lavoratori dell’industria dell’Alta Italia;

D. Lgs. C.P.S. 12 agosto 1947, n. 869, Nuove disposizioni sulle integrazioni salariali;

Legge 27 maggio 1949, n. 260, Disposizioni in materia di ricorrenze festive;

L. 21 maggio 1951, n. 498, Ratifica di D. Lgs. C.P.S. 12 agosto 1947, n. 869;

L. 5 gennaio 1953, n. 4, Norme concernenti l’obbligo di corrispondere le retribuzioni ai lavoratori a mezzo di prospetti di paga;

L. 21 marzo 1953 n. 215, Corresponsione della gratifica natalizia ai lavoratori addetti alla vigilanza, custodia e pulizia degli immobili urbani;

L. 27 dicembre 1953, n. 940, Corresponsione della tredicesima mensilità al personale addetto ai servizi domestici;

L. 31 marzo 1954, n. 90, Modificazioni alle legge 27 maggio 1949, n. 260 sulle ricorrenze festive

L. 16 aprile 1954, n. 111, Estensione delle feste infrasettimanali ai lavoratori addetti alla vigilanza, custodia e pulizia degli immobili urbani;

L. 19 gennaio 1955, n. 25, Disciplina dell’apprendistato;

L. 16 maggio 1956, n. 526, Trattamento economico dei portieri degli immobili urbani per la prestazione di lavoro nei giorni festivi;

D.P.R. 30 dicembre 1956, n. 1668, Approvazione del regolamento esecutivo della disciplina legislativa sull’apperndistato;

Art. 119 del D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361, Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione della Camera dei Deputati;

L. 3 aprile 1958 n. 339, Tutela del rapporto di lavoro domestico;

L. 14 luglio 1959, n. 741, Norme transitorie per garantire minimi di trattamento economico e normativo ai lavoratori;

L. 3 febbraio 1963, n. 77, Disposizioni in favore degli operai dipendenti dalle aziende industriali dell’edilizia e affini in materia di integrazione guadagni;

L. 13 luglio 1967, n. 584, Riconoscimento del diritto a una giornata di riposo dal lavoro al donatore di sangue dopo il salasso per trasfusione e alla corresponsione della retribuzione;

L. 17 ottobre 1967, n. 977, Tutela del lavoro dei bambini e degli adolescenti;

D.M. 8 aprile 1968, Nome di attuazione della legge 13 luglio 1967, n. 584, per il riconoscimento al donatore di sangue del diritto ad una giornata di riposo e alla corresponsione della retribuzione;

L. 5 novembre 1968, n. 1115, Estensione, in favore dei lavoratori, degli interventi della Cassa integrazione guadagni, della gestione dell’assicurazione contro la disoccupazione e della Cassa assegni familiari e provvidenze in favore dei lavoratori anziani licenziati;

L. 2 febbraio 1970, n. 14, Modificazione della L. 3 febbraio 1963, n. 77 avente per oggetto disposizioni in favore degli operai dipendenti dalle aziende industriali dell’edilizia in materia di integrazione guadagni;

Artt. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 15, 16, 30, 31, 32, 33, 34 della L. 20 maggio 1970, n. 300,Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento;

L. 6 dicembre 1971, n. 1058, Disposizioni speciali in materia di integrazioni salariali per gli operai dipendenti da aziende di escavazione e lavorazione di materiali lapidei;

L. 8 agosto 1972, n. 464, Modifiche e integrazioni alle legge 5 novembre 1968, n. 1115, in materia di integrazione salariale e di trattamento speciale di disoccupazione;

L. 18 dicembre 1973, n. 877, Nuove norme per la tutela del lavoro a domicilio;

L. 20 maggio 1975, n. 164, Provvedimenti per la garanzia del salario;

D.P.R. 25 novembre 1976, n. 1026, Regolamento di esecuzione della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, sulla tutela delle lavoratrici madri;

L. 5 marzo 1977 n. 54, Disposizioni in materia di giorni festivi;
L. 1° giugno 1977, n. 285, Provvedimenti per l’occupazione giovanile;

D.L. 10 giugno 1977, n. 291, Provvidenze in favore dei lavoratori nelle aree dei territori meridionali;

L. 8 agosto 1977, n. 501, Conversione del D.L. 10 giugno 1977, n. 291, Provvidenze in favore dei lavoratori nelle aree dei territori meridionali;

L. 12 agosto 1977, n. 675, Provvedimenti per il coordinamento della politica industriale, la ristrutturazione, la riconversione e lo sviluppo del settore;

D.L.30 marzo 1978, n. 89, Norme per agevolare la mobilità dei lavoratori e norme in materia di cassa integrazione guadagni;

L. 26 maggio 1978, n. 215, Conversione del D.L. 30 marzo 1978, n. 89;

Artt. 1, 2 del D.L. 30 dicembre 1979, n. 663, Finanziamento del Servizio sanitario nazionale nonché proroga dei contratti stipulati dalle pubbliche amministrazioni in base alla L. 1 giugno 1977, n. 285, sulla occupazione giovanile;

L. 29 febbraio 1980, n. 33, Conversione D.L. 30 dicembre 1979, n. 663, Finanziamento del Servizio sanitario nazionale nonché proroga dei contratti stipulati dalle pubbliche amministrazioni in base alla L. 1 giugno 1977, n. 285, sulla occupazione giovanile;

L. 13 agosto 1980, n. 427, Modifica della disciplina dell’integrazione salariale straordinaria relativa alle categorie operaie e impiegatizie;

Art. 23 della L. 23 aprile 1981, n. 155, Adeguamento delle strutture e delle procedure per la liquidazione urgente delle pensioni e per i trattamenti di disoccupazione, e misure urgenti in materia previdenziale e pensionistica;

Art. 8-bis del D.L. 30 aprile 1981, n. 168, Misure urgenti in materia di assistenza sanitaria;

D.L. 28 maggio 1981, n. 244, Ulteriori interventi straordinari di integrazione salariale in favore dei lavoratori delle aree del Mezzogiorno;

L. 27 giugno 1981, n. 331, Conversione D.L. 30 aprile 1981, n. 168, Misure urgenti in materia di assistenza sanitaria;

L. 24 luglio 1981, n. 390, Conversione D.L. 28 maggio 1981, n. 244, Ulteriori interventi straordinari di integrazione salariale in favore dei lavoratori delle aree del Mezzogiorno;

L. 29 maggio 1982, n. 297, Disciplina del trattamento di fine rapporto e norme in materia pensionistica;

Artt. 5 e 13 del D.L. 12 settembre 1983, n. 463, convertito nella L. 11 novembre 1983, n. 638, Misure urgenti in materia previdenziale e sanitaria e per il contenimento della spesa pubblica, disposizioni per vari settori della pubblica amministrazione e proroga di taluni termini;

D.L. 30 ottobre 1984, n. 726, Misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali;

L. 19 dicembre 1984, n. 863, Conversione D.L. 30 ottobre 1984, n. 726, Misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali;

L. 13 maggio 1985, n. 190, Riconoscimento giuridico dei quadri intermedi;
L. 28 febbraio 1987, n. 56, Norme sull’organizzazione del mercato del lavoro;

Art. 6 della L. 5 giugno  1990, n. 135, Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’ AIDS;

Artt. 124, 125 del D.P.R. 9 ottobre 1990, n 309, Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza;

Art. 6 della Legge 29 dicembre 1990, n. 407, Disposizioni diverse per l’attuazione della manovra di finanza pubblica 1991-1993;

Art. 47 della Legge 29 dicembre 1990, n. 428, Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee (legge comunitaria per il 1990);

Art. 2 del D.L. 29 marzo 1991, n. 108 convertito, con modifiche in L. 1° giugno 1991, n. 169, Disposizioni urgenti in materia di sostegno dell’occupazione;

L. 23 luglio 1991, n. 223, Norme in materia di  cassa integrazione, mobilità, trattamenti di disoccupazione, attuazione di direttive della Comunità europea, avviamento al lavoro ed altre disposizioni in materia di mercato del lavoro;

Art. 16 della L. 30 dicembre 1991, n. 412, Disposizioni in materia di finanza pubblica;

L. 29 gennaio 1992, n. 69, Interpretazione autentica del comma 2 dell’art. 229 del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957. N. 361, in materia di trattamento dei lavoratori investiti di funzioni presso i seggi elettorali;

Artt. 19 e 33 della L. 5 febbraio 1991, n.104, Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate;

Art. 1 della L. 18 febbraio 1992, n. 162, Provvedimenti per i volontari del Corpo nazionale del soccorso alpino e speleologico e per l’agevolazione delle relative operazioni di soccorso;

Artt. 4-8 del D.L. 20 maggio 1993, n. 148 convertito, con modifiche, in L. 19 luglio 1993, n. 236, Interventi urgenti a sostegno dell’occupazione;

D.L. 26 novembre 1993, n. 478, Proroga di trattamenti straordinari di integrazione salariale;

L. 26 gennaio 1994, n. 56. Conversione D.L. 26 novembre 1993, n.478, Proroga di trattamenti straordinari di integrazione salariale;

Art. 2 della L. 28 dicembre 1995, n. 549, Misure di razionalizzazione della finanza pubblica (Collegato alla finanziaria 1996);

D.L. 1° ottobre 1996, n. 510, Disposizioni urgenti in materia di lavori socialmente utili, di interventi a sostegno del reddito e nel settore previdenziale;

L. 28 novembre 1996, n. 608, Conversione in legge del D.L. 1° ottobre 1996, n. 510, Disposizioni urgenti in materia di lavori socialmente utili, di interventi a sostegno del reddito e nel settore previdenziale;

D.L. 25 marzo 1997, n.67, Disposizioni urgenti per favorire l’ occupazione;

L. 23 maggio 1997, n. 135, Conversione D.L. 25 marzo 1997, n. 67, Disposizioni urgenti per favorire l’ occupazione;

D.Lgs. 26 maggio 1997, n. 152, Attuazione della direttiva 91/533/CEE concernente l’ obbligo del datore di lavoro di informare il lavoratore delle condizioni applicabili al contratto o al rapporto di lavoro;

L. 24 giugno 1997, n. 196, Norme in materia di promozione dell’occupazione;

Art. 3 del D.l. 19 maggio 1997 n. 129, convertito nella L. 18 luglio 1997, n. 229, Programmazione delle cessazioni dal servizio del personale del comparto scuola, nonché disposizioni in materia di fondi pensione e mobilità;

L. 12 marzo 1999, n. 68, Norme per il diritto al lavoro dei disabili;

Art. 62 della L. 23 dicembre 1999, n. 488, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2000);

D. Lgs. 25 febbraio 2000, n. 61, Attuazione della direttiva 97/81/CE relativa all’accordo-quadro sul lavoro  a tempo parziale concluso dall’UNICEF, dal CEEP e dalla CES;

D. Lgs. 25 febbraio 2000 n. 72, Attuazione della direttiva n. 96/71 in materia di distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi;

L. 8 marzo 2000, n. 53, Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città;

D. Lgs. 21 aprile 2000, n. 181, Disposizioni per agevolare l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro, in attuazione dell’art. 45, comma 1, lettera a), della legge 17 maggio 1999, n.144;

D.P.R. 10 giugno 2000, 218, Regolamento recante norme per la semplificazione del procedimento per la concessione del trattamento di cassa integrazione guadagni straordinari e di integrazione  salariale a seguito della stipula di contratti di solidarietà, ai sensi dell’ art. 20, della legge 15 marzo 1997, n. 59- allegato 1, numeri 90 e 91;

D.P.R. 10 ottobre 2000, n. 333, Regolamento di esecuzione della legge 12 marzo 1999,  n. 68, recante norme per il diritto al lavoro dei disabili;

Art. 5 della L. 6 marzo 2001, n. 52, Riconoscimento del Registro nazionale italiano dei donatori di midollo osseo;

Artt.1-57 e 85-87 del D. Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’art. 15 della legge 8 marzo 2000, n.53;
L. 3 aprile 2001, n. 142, Revisione della legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio lavoratore;

D. Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall’UNICEF, dal CEEP e dal CES;

Art 52 della L. 28 dicembre 2001, n. 448, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale dello Stato, (legge finanziaria 2002);

Artt. 1 e 3-bis del D.L. 11 giugno 2002, n. 108 convertito, con modifiche, in L. 31 luglio 2002, n. 172,Disposizioni urgenti in materia di occupazione e previdenza;

D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30;

Art. 3 della L. 24 dicembre 2003, n. 350 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2004);

Artt 1, 1-bis, 1-quinquies del D.L. 5 ottobre 2004, n. 249 convertito, con modifiche, in L. 3 dicembre 2004, n .291, Interventi urgenti in materia di politiche del lavoro e sociali;

Artt. 1, c. 155, della L. 30 dicembre 2004, n. 311, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2005);

Art. 8 della L. 21 ottobre 2005, n. 219, Nuova disciplina delle attività trasfusionali e della produzione nazionale degli emoderivati;

Art. 1 della Legge 24 febbraio 2006, n. 104, Modifica della disciplina normativa relativa alla tutela della maternità delle donna dirigenti;

Art. 35 del D.L. 4 luglio 2006, n. 223 convertito, con modifiche, in L. 4 agosto 2006, n. 248

Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale;

Art. 1, commi 222, 622, 755-757, 1189, 1190, 1202–1210 della L. 27 dicembre 2006, n. 296, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007);

Art. 2, commi 521–523 e 525 della L.24 dicembre 2007, n. 244, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2008);

Art. 1 della L. 24 dicembre 2007, n. 247, Norma di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l’equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale;

Artt. 6 e 7 del D.L. 31 dicembre 2007, n. 248 convertito con modifiche in L. 28 febbraio 2008, n. 31, Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni in materia finanziaria;

Art. *** [buoni-lavoro] e art. 39, commi da 1 a 9, e art. 40 del D.L. 25 giugno 2008, n 112 convertito, con modifiche, in L. 6 agosto 2008, n. 133, Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria;

Art. 19 del D.L. 29 novembre 2008, n. 185 convertito, con modifiche, in L. 28 gennaio 2009, n. 2 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2009);

Art. 7-ter, comma 12 del D.L. 10 febbraio 2009 n. 5, convertito con modifiche in L. 9 aprile 2009 n. 33, Misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi, nonché disposizioni in materia di produzione lattiera e rateizzazione del debito nel settore lattiero-caseario;

Art. 17, comma 26, lettera a),  del D.L. 1° luglio 2009 n. 78, convertito in L. 3 agosto 2009 n. 102,Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali.

 


Pietro Ichino |  BIBLIOGRAFIA IN TEMA DI SEMPLIFICAZIONE E FLEXSECURITY


Pietro Ichino |  ARTICOLO 8: CHE NE FACCIAMO?

Per i profani, sto parlando dell’articolo del decreto di Ferragosto, la “manovra-bis” (d.l. n. 138, convertito con la legge n. 148/2011): quello che autorizza ogni impresa a stipulare con le proprie rappresentanze sindacali contratti aziendali in deroga non soltanto rispetto ai contratti collettivi nazionali, ma anche rispetto alle leggi dello Stato in materia di lavoro.

È una norma sbagliata, ne sono convinto. Perché la riforma del nostro diritto del lavoro – pure necessaria – non può essere delegata interamente dal legislatore alla contrattazione aziendale. Richiede un disegno organico e un policy-maker che se ne assuma la responsabilità. Detto questo, però, ora l’articolo 8 è in vigore. Può essere utilizzato malissimo: per questo dico che è una norma sbagliata. Ma può essere anche utilizzato benissimo. E allora, perché non provarci?

Il diritto del lavoro italiano si caratterizza oggi per un grave difetto: il regime di vero e proprio apartheid fra lavoratori regolari stabili, per i quali vige una legislazione estremamente complessa, e lavoratori non protetti, i “paria” ingaggiati come collaboratori autonomi, ma in realtà dipendenti quanto e più dei primi. Fino a ieri si è detto: almeno per i rapporti di lavoro destinati a costituirsi da qui in avanti occorre disegnare un nuovo diritto del lavoro semplice, capace di applicasi davvero a tutti. Tutti a tempo indeterminato (tranne, ovviamente, i casi classici del lavoro a termine), a tutti le protezioni essenziali, ma nessuno inamovibile; e a tutti coloro che perdono il posto una protezione robusta nel passaggio dalla vecchia alla nuova occupazione.

La politica finora non ne è stata capace. Ma ora ogni imprenditore lungimirante, se ha di fronte rappresentanti sindacali altrettanto lungimiranti, può sostituire nella propria azienda quella legislazione mastodontica e illeggibile con un Codice del lavoro di 32 articoli semplicissimo, allineato ai migliori standard europei, comprensibile anche per chi di diritto non sa nulla, facilmente traducibile in inglese e in qualsiasi altra lingua. E, soprattutto, molto equilibrato: basato su di una coniugazione della massima flessibilità delle strutture produttive con la massima sicurezza del lavoratore; e passato – come lo è stato questo – al vaglio di centinaia di seminari universitari, incontri e dibattiti tra imprenditori e sindacalisti.

Come? Con un accordo aziendale stipulato secondo la nuova normativa: il combinato disposto dell’accordo interconfederale 28 giugno 2011 e dell’articolo 8 del d.l. 13 agosto 2011 n. 138. Certo, per questo occorre che in azienda sia d’accordo una coalizione sindacale che rappresenti la maggioranza dei dipendenti. Ma il consenso su questa scelta è molto più diffuso di quanto si pensi. Ciò si spiega col fatto che il sistematico grave ritardo dell’aggiustamento industriale prodotto dalla nostra vecchia disciplina del rapporto di lavoro – soprattutto in materia di licenziamento e di mansioni – comporta uno spreco enorme di risorse: talmente grande, da lasciare un larghissimo margine per soluzioni alternative dalle quali entrambe le parti abbiano molto da guadagnare. La flexsecurity, appunto, che dà più flex alle imprese e più security ai lavoratori.

da Pietro Ichino |  ARTICOLO 8: CHE NE FACCIAMO?.


PROGETTO FLEXSECURITY, interventi di Pierpaolo Baretta, Emma Bonino, Cesare Damiano, Sergio D’Antoni, Pietro Ichino e Nicola Rossi, Tiziano Treu, Lanfranco Turci e Sergio Cesaratto

TUTTO IL DIBATTITO OSPITATO DA EUROPA SUL 
Raccolti in una pagina i link agli interventi di Pierpaolo Baretta, Emma Bonino, Cesare Damiano, Sergio D’Antoni, Pietro Ichino e Nicola Rossi, Tiziano Treu, Lanfranco Turci e Sergio Cesaratto, pubblicati sul quotidiano del Pd a seguito della presentazione della denuncia alla Commissione UE contro il dualismo del mercato del lavoro italiano


Gli incarichi e le dichiarazioni di Pietro ICHINO | openpolis


Pietro Ichino | L’IMPROVVISAZIONE DEL GOVERNO E L’ALTERNATIVA POSSIBILE

 

La CGIL ha indetto uno sciopero generale per il 6 settembre. Le critiche sono state molte, soprattutto dagli altri sindacati. Qual è il suo giudizio?

I motivi della protesta della Cgil mi sembrano troppo centrati sulla difesa dell’esistente: qui c’è poco da difendere. Quanto allo strumento della protesta, da iscritto alla stessa Cgil non condivido la scelta dello sciopero, per il suo carattere non unitario e per la sua inidoneità a produrre, sia pure solo in parte, il risultato voluto. In altre parole, anche guardando alla questione dal solo punto di vista degli interessi dei lavoratori che fanno riferimento alla Cgil, mi sembra che il rapporto costi-benefici di questo sciopero sia sfavorevole.

leggi tutta l’intervista qui: Pietro Ichino |  TEMPI: L’IMPROVVISAZIONE DEL GOVERNO E L’ALTERNATIVA POSSIBILE.


Nicola Rossi e Pietro Ichino |  PERCHÉ DOVREBBE ESSERE IL CENTROSINISTRA A VOLERE E PROPORRE IL VINCOLO DEL PAREGGIO DI BILANCIO

LA MODIFICA COSTITUZIONALE È INDISPENSABILE PER PROTEGGERE UNA MINORANZA SENZA DIRITTO DI VOTO (QUELLA DEI NOSTRI FIGLI E NIPOTI) CONTRO L’EGOISMO DELLA MAGGIORANZA AL POTERE; E PER PROTEGGERE IL SISTEMA CONTRO IL RISCHIO DI INSTABILITÀ, AGGRAVATO DALLA GLOBALIZZAZIONE

Editoriale di Nicola Rossi e Pietro Ichino per la Newsletter n. 164, dell’8 agosto 2011

     Perché inserire il vincolo del pareggio nel bilancio pubblico nella Costituzione? Innanzitutto per una ragione di equità: per proteggere una minoranza priva del diritto di voto, la generazione futura, alla quale altrimenti genitori e nonni possono accollare un debito senza alcun limite. Come è accaduto in Italia nell’ultimo quarto di secolo. Inoltre per rendere credibili gli obiettivi delle nostre politiche di bilancio e così proteggere più efficacemente oggi e domani il Paese contro il rischio dell’instabilità finanziaria, che nell’era della globalizzazione è notevolmente aumentato a causa della maggiore mobilità dei capitali.
Insomma, per restituire la politica al suo ruolo più autentico: quello di scegliere prendendo su di sé la responsabilità della scelta (e non già quello di accedere a ogni richiesta addossandone il costo a chi verrà dopo).

     A questa proposta la vecchia sinistra oppone la vecchia obiezione keynesiana: il vincolo del pareggio nel bilancio pubblico strangola l’economia, perché gli attriti nei mercati e in particolare l’anelasticità dei salari nominali possono produrre capacità produttiva inutilizzata e disoccupazione, richiedendo investimenti pubblici (finanziati coll’indebitamento o, indirettamente, coll’inflazione) per aumentare la domanda di beni, servizi e lavoro. 

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SEGUE QUI Pietro Ichino |  PERCHÉ DOVREBBE ESSERE IL CENTROSINISTRA A VOLERE E PROPORRE IL VINCOLO DEL PAREGGIO DI BILANCIO.


Pietro Ichino |  NESSUNO DEI DUE POLI OGGI CE LA PUÒ FARE DA SOLO

 

Napoli sepolta dai rifiuti è metafora dell’Italia. Sotto il Vesuvio il guaio l’abbiamo fatto tutti quanti; non ne verremo fuori se gli uni continuano a darne la colpa agli altri e a pretendere di essere capaci di risolvere il problema da soli. Lo stesso discorso vale per il debito pubblico: almeno il primo tratto della strada per uscirne dobbiamo farlo tutti insieme

Pietro Ichino |  NESSUNO DEI DUE POLI OGGI CE LA PUÒ FARE DA SOLO.


Pietro Ichino |  CONTRATTI: CHI HA PAURA DEL MODELLO TEDESCO?

Pietro Ichino |  CONTRATTI: CHI HA PAURA DEL MODELLO TEDESCO?.


Pietro Ichino |  UNA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE RADICALMENTE NUOVA

Intervista a cura di Marta Fresolone in corso di pubblicazione sul mensile Theorema, giugno 2011 – In argomento v. anche il mio scritto del 23 maggio 2009 Un traghetto per Lampedusa

Che idea si è fatto sulla situazione a Lampedusa all’indomani della crisi libica e dell’arrivo di molti migranti sulle nostre coste?
L’idea di una situazione scandalosa e tragica, frutto di una politica dilettantesca: male informata e male impostata.

Come pensa che vadano affrontati questi grandi flussi migratori?
Occorre distinguere il problema del governo dei flussi in entrata da quello di pura e semplice polizia di frontiera. Per quel che riguarda i flussi in entrata, la regola dovrebbe essere ispirata al favore per l’agevole regolarizzazione dei rapporti di lavoro utili alla nostra economia o addirittura già in atto: questo – con il riassorbimento di una vasta zona di lavoro sommerso dovuto esclusivamente all’impossibilità della regolarizzazione – anche per un nostro interesse economico immediato. Ma occorrerebbe anche una programmazione selettiva molto più attenta e raffinata di questi flussi. Dovremmo privilegiare gli studenti universitari e post-graduate, i dipendenti di multinazionali operanti in Italia, le molte centinaia di migliaia di badanti che con la legge attuale costringiamo stupidamente a lavorare “al nero”, tutti i lavoratori dei quali abbiamo bisogno per la nostra industria, agricoltura e servizi.

E il problema della polizia di frontiera?
Lì è giusto applicare la legge con rigore. Anche quella che impone di accogliere profughi e rifugiati, ovviamente.

Resta il problema degli sbarchi clandestini a Lampedusa.
Due anni fa ho sostenuto – forse un po’ provocatoriamente, ma non poi tanto – che dovremmo trasformare Lampedusa in zona extraterritoriale, con conseguente esenzione fiscale per i residenti, e istituire un traghetto regolare tra la costa africana e Lampedusa, senza controllo di passaporto (Un traghetto per Lampedusa, su il Riformista, 23 maggio 2009). Tanto, gli africani a Lampedusa arrivano lo stesso: meglio che ci arrivino pagando regolarmente un biglietto, senza rischiare la vita e senza ingrassare gli scafisti.

La intende come misura umanitaria o come soluzione del problema del controllo del flusso?
Si tratterebbe, certo, di una misura essenzialmente umanitaria, volta a porre fine allo scempio delle centinaia di uomini, donne e bambini che muoiono annegati o assiderati durante la traversata. Ma potrebbe attuarsi a costo zero; e consentirebbe anche di controllare meglio il flusso, distinguendo più agevolmente i profughi da chi non ha alcun titolo per entrare nel nostro territorio. Con i proventi del servizio di traghetto, oltre che compensare la perdita dei tributi finora pagati dai residenti dell’Isola, si potrebbero, per esempio, istituire grandi centri di accoglienza presso il terminal africano e presso quello italiano, dove sarebbe possibile offrire a tutti coloro che vi si presentano informazione, orientamento, assistenza, anche con il contributo degli altri Paesi europei.

Può fare una valutazione politica sull’azione di Governo in questo campo?
Una politica miope, tutta centrata sulla ricerca dell’annuncio capace di raccogliere il consenso effimero e superficiale di un’opinione pubblica male informata. Con esiti pessimi: sia dal punto di vista umanitario, sia da quello dell’immagine internazionale dell’Italia, sia infine da quello dei risultati, in riferimento all’obiettivo legittimo di contrastare l’accesso dei clandestini.

Cosa pensa del pacchetto di misure adottate dall’Unione Europea per gestire i flussi dal Sud del Mediterraneo, come il sostegno alle nascenti democrazie per prevenire le migrazioni?
In questa crisi originata dalle rivoluzioni nord-africane l’UE non ha brillato né per coesione, né per efficacia delle politiche adottate e praticate. Detto questo, va anche detto però che le risposte negative alle richieste di aiuto provenienti dal nostro Governo erano ampiamente prevedibili: che cos’altro potevamo attenderci, dopo il comportamento provocatoriamente sordo a ogni istanza di coordinamento comunitario, tenuto dal nostro Governo nel decennio passato nei rapporti con Geddafi e con Putin e in generale nella sua politica estera?

Lei intravede la possibilità di un’integrazione sociale? Quali dovrebbero essere le politiche da attuare in questo senso?
Un mondo nel quale si spostino liberamente, come oggi accade, le merci, i capitali, i piani industriali, le idee, ma non si spostino le persone, è impensabile. La globalizzazione porterà necessariamente un rimescolamento di razze, etnie, culture e religioni. Dovremo essere molto rigorosi nell’offrire agli immigrati ed esigere da loro il rispetto delle nostre leggi; ma non potremo esimerci dal predisporre un ambiente esente da discriminazioni, una scuola capace di istruire anche i loro figli, un sistema sanitario capace di offrire loro la stessa assistenza che offre a noi, rapporti di lavoro e previdenziali regolati esattamente come i nostri, la libertà e possibilità effettiva di professare le loro religioni.

Parliamo di lavoro. Esiste la speranza che molte di queste persone ottengano un lavoro nel nostro Paese?
Come dicevo prima, già oggi la domanda di lavoro che gli extracomunitari soddisfano o potrebbero soddisfare è molto superiore al numero dei permessi di soggiorno per lavoro che noi offriamo loro, oltretutto in modo irrazionale, disordinato, poco dignitoso, penoso per chi li riceve, anche sul piano fisico. Comunque è dimostrato che, nella stragrande maggioranza dei casi, i lavori che gli extra-comunitari vengono a svolgere sono quelli per i quali noi non siamo più disponibili: sia nel settore agricolo, sia in quello manifatturiero, sia in quello dei servizi.

Quali potrebbero essere gli ostacoli per un loro inserimento lavorativo?
C’è innanzitutto l’ostacolo della lingua. Inoltre quello della carenza di abitazioni. Ma nel panorama europeo e anche in quello italiano ci sono molte esperienze positive alle quali dovremmo attingere, per riprodurle e generalizzarle: qui da noi, penso per esempio all’esperienza della cooperativa milanese Dar-Casa animata da Piero Basso; oppure al grande lavoro di accoglienza e assistenza svolto dalla Caritas ambrosiana presieduta da don Virginio Colmegna; oppure ancora al lavoro prezioso di integrazione svolto da tanti insegnanti di scuola media, in silenzio e tra mille difficoltà, ma sovente con successo.

Viene obiettato che non abbiamo un sistema efficiente di riqualificazione e sostegno al reddito, come pensa che l’Italia possa sostenere l’arrivo in massa di nuovi “lavoratori”?
Se fossimo capaci di regolarizzare tutti i rapporti di lavoro degli extracomunitari di fatto attivi nel nostro Paese, questo porterebbe un gettito fiscale e contributivo più che sufficiente per garantire loro non solo il trattamento previdenziale cui hanno diritto, ma anche i servizi di formazione e riqualificazione di cui essi possono avere bisogno e i cosiddetti ammortizzatori sociali per il caso di sospensione o perdita del lavoro.

Non si rischia, con questi flussi in entrata, di precarizzare ulteriormente una situazione già di per sé difficile?
La mia proposta, contenuta nel progetto del nuovo Codice del Lavoro semplificato (d.d.l. n. 1873/2009 – n.d.r.), è quella di un nuovo diritto del lavoro capace di applicarsi in modo universale a tutti i nuovi rapporti di lavoro: tutti a tempo indeterminato (salvi i casi classici di contratto a termine, per lavori stagionali, sostituzioni di malattia, ecc.), a tutti le protezioni essenziali, ma nessuno inamovibile. L’idea è di conservare il controllo giudiziale contro il licenziamento discriminatorio, ma non quello sul licenziamento per motivi economici od organizzativi: qui occorre invece, in cambio dell’esenzione dal controllo giudiziale, responsabilizzare l’impresa per una ragionevole sicurezza economica e professionale del lavoratore nel passaggio dal vecchio al nuovo lavoro. Questa riforma garantirebbe al tempo stesso una maggiore fluidità del mercato del lavoro e una maggiore sicurezza nel mercato stesso di tutti i nuovi lavoratori, comunitari o extra-comunitari che siano.

da: Pietro Ichino |  UNA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE RADICALMENTE NUOVA.


Pietro Ichino |  REFERENDUM: LE MIE SCELTE SU ACQUA, NUCLEARE E LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Su due dei quattro quesiti referendari sui quali siamo chiamati a votare domenica prossima mi trovo nella situazione che ho cercato di spiegare qualche tempo fa (Morale e politica): quella del conflitto tra ragion politica e ragione intellettuale. È questo un caso tipico in cui la logica che presiede alle scelte del buon politico, il quale non può prescindere dal consenso a breve termine, diverge dalla logica che muove lo studioso e l’opinionista serio, il quale deve dire fino in fondo quello di cui è convinto, sulla base dei suoi studi e ricerche, senza curarsi dell’impopolarità.
Il mio partito invita gli elettori a votare quattro “sì”. Nessun problema, per quel che mi riguarda, sul legittimo impedimento: qui voterò “sì” con convinzione. Un problema facilmente superabile per il primo quesito sull’acqua: qui sul piano tecnico-giuridico anche il “sì” è compatibile con le mie convinzioni. Le scelte delle quali capisco la ragione politica contingente ma dalle quali le mie convinzioni personali divergono sono le altre due: quella relativa al secondo quesito sull’acqua e quella relativa al quesito che originariamente verteva sul nucleare.
Vediamole una per una.

LEGITTIMO IMPEDIMENTO (scheda verde)
Qui la Corte costituzionale ha già provveduto ad abrogare la parte eccessiva della legge 7 aprile 2010 n. 51, che avrebbe consentito al capo del Governo e ai ministri di sottrarsi a qualsiasi procedimento penale: così ridimensionata, la legge n. 51/2011 si riduce sostanzialmente a una specificazione, in riferimento ai membri del Governo, della regola generale posta dall’articolo 420-ter del codice di procedura penale, a norma del quale “quando l’imputato [...] non si presenta all’udienza e risulta che l’assenza è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento, il giudice [...] rinvia ad una nuova udienza”. È vero, dunque, che l’abrogazione della parte della legge n. 51/2010 rimasta dopo il taglio operato dalla Consulta non avrà alcun effetto pratico apprezzabile sul piano tecnico-giuridico. Tuttavia, l’abrogazione anche di questa parte residua della legge ha un significato politico molto importante: è la manifestazione del rifiuto, da parte degli italiani, della prassi nefasta delle leggi ad personam, delle riforme della giustizia ideate con l’obiettivo primario di risolvere un problema personale del premier. La nostra amministrazione giudiziaria ha certamente bisogno di riforme, soprattutto sul piano organizzativo; ma quelle fin qui attuate o tentate dal Governo Berlusconi sono sempre state viziate dal fatto di essere mosse da un solo interesse prioritario, che non era quello dell’intera collettività.
Condivido dunque pienamente l’indicazione del Pd a favore del “sì”.

PRIMO QUESITO SU ACQUA, TRASPORTI MUNICIPALI E RIMOZIONE RIFIUTI (scheda rossa)
Questo quesito riguarda l’abrogazione dell’articolo 23-bis, sui “servizi pubblici locali di rilevanza economica”, del d.-l. n. 112/2008, già modificato nel 2009. La norma stabilisce che - ferma la proprietà pubblica degli impianti – la gestione del servizio di distribuzione dell’acqua (ma anche di altri servizi pubblici, come i trasporti municipali e larimozione e smaltimento dei rifiuti), deve essere affidata, alternativamente: a) a imprese private scelte mediante gara; b) a società controllate dall’ente pubblico, ma nelle quali un soggetto privato detenga almeno il 40% del capitale (questo al fine di garantire almeno un controllo interno sulla correttezza della gestione, incentivato da un rilevante interesse economico). Questa norma costituisce attuazione particolarmente rigorosa di un principio di diritto europeo, che impone regole concorrenziali minime in materia di gara a evidenza pubblica per l’affidamento dei servizi pubblici di rilevanza economica. L’abrogazione di questo articolo 23-bis non farebbe venir meno la normativa comunitaria, né – ancor meno – impedirebbe l’affidamento di questi servizi pubblici da parte dei comuni o loro consorzi a gestori privati: l’effetto sarebbe soltanto di allentare il vincolo circa la verifica dell’economicità della gestione.
Nelle settimane scorse ho esposto, su questo sito, i motivi del mio orientamento favorevole al principio comunitario dell’affidamento del servizio all’operatore più efficiente (Referendum sull’acqua: un chiarimento necessario; v. in proposito anche  l’articolo di Andrea Boitani e Antonio Massarutto, pubblicato sulavoce.info il 17 maggio scorso). A ben vedere questo principio non è contraddetto dall’abrogazione dell’articolo 23-bis, che ne costituisce soltanto una possibile attuazione: un altro modo di attuarlo è quello indicato nel disegno di legge presentato in Parlamento dal Pd, che effettivamente è più compiuto e per alcuni aspetti anche più coerente con la normativa europea. Dunque, pur non condividendo gli intendimenti di gran parte dei promotori di questo referendum,  non ho particolari difficoltà a seguire l’indicazione del mio partito, favorevole al “sì” su questo quesito.

SECONDO QUESITO SULL’ACQUA (scheda gialla)
Il primo comma dell’art. 154 del d.lgs. 3 aprile 2006 n. 152 (Norme in materia ambientale) recita: “La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere,dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia [...] Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo”. Il referendum mira all’abrogazione delle parole qui evidenziate in grassetto.
Ora, è evidente che, se la tariffa basta per coprire soltanto i costi di gestione del servizio, ma non la remunerazione del capitale investito, nessun operatore privato investirà su questo servizio: lo potrà fare soltanto un ente pubblico. Poiché oggi né lo Stato né le Regioni né i Comuni dispongono dei capitali necessari per la manutenzione straordinaria di cui la nostra rete idrica ha urgente necessità, essi dovranno prendere il denaro a prestito nel mercato finanziario, accollandosi i relativi interessi. Il quesito referendario può dunque tradursi così: “preferite voi che il capitale necessario per la manutenzione della rete idrica sia reperito e investito dalle amministrazioni pubbliche, con relativa remunerazione a carico di tutti i contribuenti, oppure che esso sia reperito e investito da imprese pubbliche o private sotto il controllo di un regolatore pubblico, con relativa remunerazione a carico degli utenti del servizio, in proporzione all’uso che ne fanno?”. Chi preferisce la prima soluzione vota “sì” (cioè a favore dell’abrogazione della norma che prevede il capitale investito sia remunerato dalla tariffa), mentre chi preferisce la seconda soluzione vota “no”.
Così stando le cose, mentre il “sì” sul primo quesito (scheda rossa) lascia aperta la possibilità di scelta tra l’affidamento della gestione del servizio a un’azienda municipale o a un’impresa privata selezionata mediante gara, invece il “sì” sul secondo quesito (scheda gialla) taglia – per così dire – le gambe a quest’ultima opzione: la rende di fatto impossibile. A meno che, come sovente è accaduto in passato quando ancora i referendum raggiungevano il quorum, ci si riservi di disattendere l’abrogazione facendo rientrare la remunerazione del capitale investito nei “costi di gestione delle opere”: ma questo sarebbe davvero politicamente disonesto. D’altra parte, nonostante che la Corte costituzionale abbia considerato questo esito compatibile con il vincolo europeo di cui ho detto sopra, a me sembra invece che esso possa anche essere considerato non compatibile, poiché se la tariffa non copre la remunerazione del capitale investito il servizio resta chiuso a qualsiasi possibile concorrenza tra imprese.
Che fare dunque nel mio caso, essendo io convinto invece che una concorrenza tra imprese ben regolata (con  il loro apporto di capitali) sia utilissima per il miglioramento del servizio e la riduzione del suo costo? Il mio commitment, che compare da tre anni nella home page di questo sito, è “verso i miei lettori ed elettori, continuare a dire, scrivere e proporre in modo chiaro e diretto tutto quello che penso; verso il partito che ho contribuito a fondare, la massima lealtà nel voto”. Con questo editoriale sto adempiendo al primo impegno; domenica prossimo adempirò correttamente il secondo.

QUESITO SUL NUCLEARE  (scheda grigia)
L’art. 5 del decreto-legge c.d. “omnibus”,  31 marzo 2011 n. 34, aveva abrogato le norme contenute nelle leggi n. 133/2008 e n. 99/2009 che disponevano l’avviamento di un nuovo programma nucleare italiano, rinviando di un anno ogni decisione in proposito. La Corte di Cassazione nei giorni scorsi ha ritenuto che il nuovo testo legislativo contenesse pur sempre disposizioni orientate nella stessa direzione di quelle abrogate, quindi suscettibili di essere sottoposte a referendum. Essa ha quindi modificato il quesito referendario spostandolo su queste nuove disposizioni.  Senonché, esaminato da vicino, il nuovo quesito risultante dalla sentenza della Corte di Cassazione ha ormai ben poco a che fare con la scelta dell’energia nucleare: esso riguarda soltanto la partecipazione dell’Agenzia italiana alle iniziative per la sicurezza delle altre agenzie europee e la disposizione che impegna il Governo a predisporre il piano energetico nazionale, senza specificarne il contenuto. Sul piano strettamente tecnico-giuridico, il “sì” e il “no” non riguardano dunque più la scelta se produrre in Italia energia con l’atomo o in altro modo.
Sul piano politico, tuttavia, il significato del “sì” o del “no” su questi quesiti resta quello originario. Non ci si può pertanto esimere dal prendere posizione. Propongo dunque le mie brevi considerazioni che seguono, da profano della materia, con i conseguenti interrogativi.

1. Votare contro le centrali atomiche, come abbiamo fatto nel referendum del 1987 a seguito del disastro di Chernobil, per poi acquistare a caro prezzo un quarto dell’energia elettrica che ci è indispensabile dalla Francia e dalla Svizzera, le quali la producono con centrali atomiche situate anche a pochi chilometri dal confine con l’Italia, è cosa poco sensata sul piano economico e poco onesta sul piano politico. A meno che noi riconosciamo di essere meno capaci dei francesi e degli svizzeri in questo campo: ma allora occorre esplicitarlo.

2. Se col nostro “sì” al referendum non intendiamo dire questo, sarà bene che chiariamo come altrimenti intendiamo procurarci l’energia di cui abbiamo bisogno. Sui giornali è molto diffusa la tesi secondo cui quel 25 per cento di energia possiamo produrlo sfruttando il sole e il vento (le fonti rinnovabili). Senonché nella fascia oraria tra il tardo pomeriggio e le prime ore della sera, nella quale si verifica il picco del consumo di elettricità, il sole non c’è e capita che il vento non soffi. E non esistono accumulatori che ci consentano di accantonare energia fotovoltaica o eolica al mattino per consumarla la sera (1). Dunque, se rinunciamo all’energia nucleare francese e svizzera, ma nel contempo diciamo che non intendiamo acquistare all’estero e bruciare in casa nostra una maggiore quantità di combustibile fossile (petroliocarbonegas), come intendiamo provvedere al fabbisogno?

3. È vero che esiste la possibilità di accumulare energia solare termodinamica. Ma  è realistico programmare la produzione e accumulazione secondo questa tecnologia nella misura sufficiente per coprire i picchi di fabbisogno? E qualcuno ha calcolato quanti chilometri quadrati occupano gli impianti necessari per produrre secondo questa tecnologia la stessa quantità di energia che può essere prodotta da una centrale nucleare?

4. È pure diffusa la tesi secondo cui potremmo risolvere il problema modificando le nostre abitudini di consumo energetico. Ma è vero o no che anche una modifica drastica delle nostre abitudini non potrebbe produrre più che una riduzione marginale?

5. Viceversa, se vogliamo tornare a crescere sul piano economico, quindi aumentare le nostre attività produttive, occorrerà programmare una corrispondente maggiore disponibilità di energia elettrica. Come intendiamo conciliare la crescita economica indispensabile al Paese con una riduzione dei consumi elettrici?

6. È vero che anche Germania e Svizzera dopo Fukushima hanno deciso una moratoria nucleare. Ma è anche vero che nessuno dei due Paesi ha chiarito come intende sostituire l’energia prodotta con le centrali nucleari. Non sarà forse che in entrambi i casi si è trattato di un atto politico compiuto per far fronte all’onda dell’emozione per il disastro di Fukushima, con la riserva mentale di non considerare questa decisione definitiva e irreversibile?

7. La vera grande obiezione contro il nucleare è che produrlo in modo totalmente sicuro, e stoccare in modo altrettanto sicuro le scorie, costa troppo. Ma se rinunciare al nucleare significa inevitabilmente, per la maggior parte, bruciare più petrolio, più carbone e/o più gas, dobbiamo fare il conto del danno all’ambiente, alla salute e alla pace nel mondo prodotto dall’uso dei combustibili fossili, dall’anidride carbonica e dalle polveri fini diffuse nell’atmosfera (è un danno che colpisce meno l’opinione pubblica, ma si misura in milioni di malati e di morti).

8. Da molti decenni l’Italia è circondata, come lo è tuttora, da molte decine di centrali atomiche che funzionano a pieno regime, a pochi chilometri dai suoi confini, con un impatto ambientale incomparabilmente inferiore rispetto a quello che sarebbe stato causato dai combustibili fossili necessari per produrre la stessa quantità di energia elettrica. Qualcuno ha calcolato i costi in termini di vite umane, di salute e di inquinamento che il nostro Paese avrebbe sofferto se in questi decenni si fossero, invece, trasportati e bruciati intorno a noi miliardi di tonnellate  in più di carbone e di barili di petrolio?

9. La Micronesia ha citato in giudizio con intendimento simbolico, ma fortemente significativo, il Governo ceco per l’aumento del livello delle acque oceaniche prodotto in prospettiva dalla centrale a carbone Prunerov-2, la più grande d’Europa, con le sue enormi emissioni di CO2. Soltanto una delle tante. Ne vogliamo davvero aggiungere qualche decina? Se non lo vogliamo, non è forse più realistico, più economico e meno pericoloso, per l’umanità e per il nostro pianeta, affrontare il costo - per quanto elevato – delle misure di assoluta sicurezza nella produzione con centrali atomiche, che la migliore tecnologia oggi ci offre?

In attesa di una risposta convincente a questi interrogativi, le mie opinioni sulla questione del nucleare rimangono quelle che ho espresso anche pubblicamente prima e dopo lo tsunami di Fukushima (Nucleare: il mestiere diverso del politico e dello scienziato, marzo 2011).
Quello di Fukushima, però, è stato uno tsunami anche per gli orientamenti dell’opinione pubblica mondiale: sul piano politico ha prodotto un’onda a cui era ed è impossibile resistere. Tanto è vero che ha travolto anche la scelta nuclearista compiuta con grande convinzione dal Governo italiano nel 2008 e 2009. Capisco bene, dunque, i motivi che determinano lo schieramento del Partito democratico in questa campagna referendaria: anche questo è uno dei casi nei quali la ragion politica, necessariamente focalizzata sul consenso possibile a breve termine, diverge dalla ragione intellettuale, che per sua natura prescinde dal criterio della popolarità. Vale dunque per me anche in questo caso la regola che ho indicato in riferimento al secondo quesito sull’acqua: lealtà verso il partito nel voto, lealtà verso i miei lettori ed elettori nel dire comunque in modo chiaro e diretto tutto quello che penso. Anche a costo di non potermi considerare un buon politico: il mio ruolo, anche all’interno del mio partito, è un altro.
Come ho detto nella conferenza su morale e politica citata all’inizio, penso che anche di questo ruolo meno politico la politica abbia sempre grande bisogno, se vuol essere capace di mettere in comunicazione il consenso di oggi con quello di domani.

da: Pietro Ichino |  REFERENDUM: LE MIE SCELTE SU ACQUA, NUCLEARE E LEGITTIMO IMPEDIMENTO.


nei casi di più netta contrapposizione fra il blocco Cgil-sinistra e la Cisl, era per lo più quest’ultima ad avere ragione, Pietro Ichino |  LE RAGIONI (E IL TORTO) DELLA CISL. Su: Guido Baglioni, La lunga marcia della Cisl, il Mulino 2011

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i dirigenti della Cgil, e della Fiom in particolare, che un giorno sì e uno no accusano la Cisl di tradimento farebbero bene a leggere il libro di Guido Baglioni La lunga marcia della Cisl, fresco di stampa per i tipi del Mulino. È una lettura che aiuta ad accantonare le polemiche contingenti e a guardare i fatti dell’oggi alla luce di quelle di ieri e dell’altro ieri. Non solo la Cgil, ma anche l’intera sinistra politica italiana, se riconsidera serenamente questa storia, deve riconoscere che, negli ultimi sessant’anni, nei casi di più netta contrapposizione fra il blocco Cgil-sinistra e la Cisl, era per lo più quest’ultima ad avere ragione (non lo nota con compiacimento uno che, come chi scrive, ha lavorato nella Cgil per 10 anni e vi è iscritto da 41).

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l’intero articolo qui: Pietro Ichino |  LE RAGIONI (E IL TORTO) DELLA CISL.


concluso a Milano, presso la Corte D’Assise il processo d’ Appello dei 14 imputati, accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere, con finalità di terrorismo, banda armata e detenzione di armi, arrestati nel 2007 con l’operazione “Tramonto” della Dda di Milano. Una quarantina di persone tra parenti e amici degli imputati, hanno intonato slogan contro il giuslavorista e senatore del Pd, Piero Ichino

Si è concluso a Milano, presso la Corte D’Assise il processo d’ Appello dei 14 imputati, accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere, con finalità di terrorismo, banda armata e detenzione di armi, arrestati nel 2007 con l’operazione “Tramonto” della Dda di Milano. 

Il verdetto finale ha inflitto 13 condanne ai sovversivi. In particolare, la Corte ha condannato a 14 anni e 7 mesi Davide Bortolato e Claudio Latino, rispettivamente leader delle cellule padovana e milanese, riducendo parzialmente la condanna in primo grado. E’ stato assolto, invece, perché il fatto non costituisce reato, Federico Salotto. 

Diminuite di qualche mese le pene per Vincenzo Sisi, ritenuto leader della cellula torinese, condannato a 13 anni e 5 mesi, per Bruno Ghirardi, 10 anni e 10 mesi, per Massimiliano Toschi 10 anni e 11 mesi a e per Massimiliano Gaeta, condannato a 8 anni di detenzione. 

La rabbia del pubblico è esplosa dopo la lettura del verdetto del processo alle cosiddette Nuove Brigate Rosse del partito comunista politico-militare, dentro e fuori dall’aula della Corte d’Assise. Una quarantina di persone tra parenti e amici degli imputati, hanno intonato slogan contro il giuslavorista e senatore del Pd, Piero Ichino, urlando più volte: “Ichino assassino!” e in favore della “guerra di classe” e della “rivoluzione”, insieme ad alcuni degli imputati stessi, presenti nelle celle in aula. 

Secondo l’accusa, il gruppo che si rifaceva alla “Seconda posizione” delle brigate rosse, l’ala “movimentista”, quella che cercava il consenso del proletariato da affiancare alla lotta armata, aveva in programma attentati contro diversi obiettivi, tra cui il giuslavorista e senatore del Pd, Pietro Ichino. “Ci armiamo per ammazzare Ichino”, si sentiva dire da uno degli imputati in un’intercettazione. Intercettazioni che gli imputati e i loro difensori hanno più volte contestato nel corso del processo perché, a loro dire, sono state “stravolte”, costruendo “dei fatti sul nulla”. 

da: Solidarietà a Pietro Ichino | Partito Democratico.


Pietro Ichino |  La nostra proposta consiste in uno scambio tra articolo 18 e Danimarca. Nessuno può sostenere ragionevolmente che i lavoratori danesi siano deprivati dei loro diritti. E neanche che stiano peggio degli italiani. Chi respinge questo progetto dimentica che oggi il 75% delle assunzioni, in Italia, avviene con contratti di lavoro di serie B, C o D

la politica si occupa più di Ruby che di precari. Perché?
«E’ vero, ma c’è anche dell’altro. Il 10 novembre scorso il Senato ha approvato con 255 voti favorevoli e solo 24 contrari o astenuti una mozione bi-partisan, primo firmatario Rutelli, che impegna il Governo a varare un Codice del lavoro semplificato ispirato al mio disegno di legge per la flexsecurity. Certo, occorrerebbe che il Governo se ne occupasse».
Anche il Pd, però, non ha fatto proprio il suo progetto. Perché?
«Il mio disegno di legge è stato fatto proprio dai leader delle due minoranze del Pd, Veltroni e Marino. E anche da alcuni esponenti della attuale maggioranza del partito. Non è poco, come risultato di un anno di dibattito politico su di un progetto di riforma radicale del nostro diritto del lavoro».
Molti, a sinistra, la accusano di voler cancellare i diritti dei lavoratori.
«La nostra proposta consiste in uno scambio tra articolo 18 e Danimarca. Nessuno può sostenere ragionevolmente che i lavoratori danesi siano deprivati dei loro diritti. E neanche che stiano peggio degli italiani. Chi respinge questo progetto dimentica che oggi il 75% delle assunzioni, in Italia, avviene con contratti di lavoro di serie B, C o D».�
Voi proponete, a copertura delle spese, di aumentare di un anno l’età pensionabile. Non si scatenerebbero piazze di ogni tipo?
«Con il sistema attuale, tre quarti dei giovani che incominciano a lavorare stanno maturando pensioni da fame. Il nostro progetto garantisce a tutti i giovani che incominciano oggi a lavorare un lavoro di serie A e una copertura contributiva continuativa, nonostante i periodi di disoccupazione. Per garantire questo basterebbe un innalzamento di 6 mesi dell’età pensionabile, che resta comunque inferiore rispetto al centro e nord-Europa. È il minimo che si può chiedere alla mia generazione».
Non crede che il sindacato sia responsabile di questo apartheid?
Qui le responsabilità, oltre che di tutti i partiti, sono di tutti i sindacati, che negli ultimi tre decenni hanno protetto soltanto gli interessi degli insiders, ignorando quelli dioutsidersnew entrants».

da: Pietro Ichino |  LIBERO: BERLUSCONI E’ BOLLITO?.


Pietro Ichino – LA RESA INCONDIZIONATA DEL MINISTRO BRUNETTA AI SINDACATI

LA RESA INCONDIZIONATA DEL MINISTRO BRUNETTA AI SINDACATI

una vera e propria capitolazione, che segna la fine ingloriosa della riforma delle amministrazioni pubbliche del 2009.

Sull’insabbiamento della legge-Brunetta v. anche l’articolo di Pietro Micheli su lavoce.info di martedì.


Squadristi di sinistra: Blitz di attivisti dei centri sociali alla vigilia dell’assemblea della Fim-Cisl cui prenderà parte anche il noto giuslavorista nonché senatore del Pd Pietro Ichino

Raid vandalico di una cinquantina di attivisti dei centri sociali all’Hotel Crowne Plaza di via Po, alla vigilia dell’assemblea della Fim-Cisl cui prenderà parte anche il noto giuslavorista nonché senatore del Pd Pietro Ichino

viaBlitz di attivisti dei centri sociali al Crowne Plaza di Padova | Padovanews, il primo quotidiano online di Padova.


Ichino: La possibilità che l’accordo aziendale diventi alternativo rispetto al contratto nazionale, come proposto da Federmeccanica, anche alla luce della vicenda Fiat, ricalca il modello di quanto avviene già da 15 anni in Germania

La possibilità che l’accordo aziendale diventi alternativo rispetto al contratto nazionale, come proposto da Federmeccanica, anche alla luce della vicenda Fiat, ricalca il modello di quanto avviene già da 15 anni in Germania. E non significa la ‘morte’ del contratto collettivo nazionale di lavoro: “No”, risponde il giuslavorista e senatore del Pd, Pietro Ichino.

Il Ccnl, aggiunge, “conserva la sua funzione di rete di sicurezza”. “La soluzione a cui fa riferimento Federmeccanica – spiega Ichino – corrisponde sostanzialmente a quanto oggi accade in Germania dove l’accordo collettivo aziendale può costituire fonte di disciplina del rapporto individuale di lavoro alternativa rispetto al contratto nazionale”.

Nell’ordinamento italiano questa soluzione, “che è la stessa proposta nel disegno di legge numero 1872 presentato da 55 senatori del Pd nel 2009 – ricorda il senatore – presuppone che venga risolto il problema della individuazione del soggetto sindacale abilitato a stipulare l’accordo aziendale. Occorre, in particolare, sciogliere due nodi: se a livello aziendale a stipulare l’accordo sono i sindacati o le rappresentanze elette dai lavoratori; inoltre, quali sono le condizioni ed i requisiti di rappresentatività che l’agente negoziale deve soddisfare”.

Su tutti questi punti, sottolinea il giuslavorista, “oggi si é determinata una grave lacuna di regole applicabili; o si arriva in tempi molto brevi – dice Ichino – ad un grande accordo interconfederale firmato da tutti, che colmi questa lacuna sostituendo il protocollo Giugni del ’93, oppure un intervento legislativo e’ indispensabile, sia pure in via sussidiaria e provvisoria, se vogliamo superare la situazione di vischiosità e inconcludenza del nostro sistema attuale di relazioni industriali. Per questo, appunto, abbiamo presentato il ddl”. “Se questa è la soluzione prescelta”, ossia quella dell’alternatività tra livello aziendale e nazionale, “il contratto collettivo nazionale di lavoro conserva la funzione di rete di sicurezza, cioé di disciplina applicabile in tutti i casi – e sono la maggioranza – evidenzia Ichino – nei quali fa difetto la contrattazione aziendale”.

da: Ichino: e’ modello tedesco, nazionale non muore – Economia – ANSA.it.


Pietro Ichino |  RIFORMARE LE RELAZIONI INDUSTRIALI… ETSI MARCHIONNE NON DARETUR

Se fossimo un Paese normale, non ci sarebbe niente di strano o di male nel fatto che ci siano alcuni di noi che si pronunciano a favore del “no” al referendum di Mirafiori e altri che si pronunciano a favore del “sì”. Si tratta del “sì” e del “no” a un accordo sindacale; e in un Paese normale un partito come il nostro che ha tra i suoi principi fondamentali il rispetto dell’autonomia del sindacato si guarderebbe bene dall’interferire nelle scelte relative alla stipulazione di un contratto collettivo. In quel Paese normale ci sarebbe, tra i lavoratori aderenti al Partito democratico, una parte che, considerate meno gravi le ombre nell’accordo e nel piano rispetto al buio pesto in cui ci si troverebbe altrimenti, e ritenendo che tutto sommato Sergio Marchionne fin qui abbia dato buona prova di sé come imprenditore, decide di votare “sì”; un’altra parte che invece decide di votare “no”, ritenendo che i sacrifici superino i benefici, oppure ritenendo inaffidabile un imprenditore che preannuncia “festeggiamenti a Detroit” in caso di bocciatura dell’accordo, oppure ancora ritenendo incompatibili con un’equa ripartizione dei frutti della scommessa comune i compensi milionari che l’Amministratore delegato riserva personalmente a sé stesso anche in riferimento a risultati aziendali di breve termine. Entrambe le scelte sono pienamente ragionevoli; e dovrebbe essere ovvio il pieno diritto di cittadinanza, in un Partito democratico rispettoso dell’autonomia della sfera sindacale, per i sostenitori dell’una come per i sostenitori dell’altra.
Il fatto che, invece, il “sì” e il “no” di Mirafiori assumano una valenza politica tale da costringerci a discuterne in questa sede è l’effetto di una circostanza gravissima che caratterizza oggi il nostro Paese: la sua drammatica chiusura agli investimenti stranieri.

Il problema è questo: da quindici anni, nonostante il nostro ingresso nel sistema dell’euro,nessuna altra grande multinazionale è venuta a investire in casa nostra. Con la conseguenza che oggi, di fronte all’aut aut dell’Amministratore delegato della Fiat, i lavoratori sono totalmente privi di alternative. Questo essendo il problema, ciò su cui il Pd deve pronunciarsi in modo chiaro e netto non è tanto il “sì” o il “no” al piano industriale di Marchionne, quanto la diagnosi circa questa malattia mortale del Paese e la terapia necessaria per guarirla.
Insomma, credo che dobbiamo porre al centro della nostra riflessione non Marchionne e il suo piano per la Fiat, ma gli altri 29 Marchionne di cui nessuno parla (poi vi dico perché proprio 29): tutte le grandi multinazionali che potrebbero investire nel nostro Paese e non lo fanno. Vorrei proporvi di discutere delle questioni sollevate dalla vicenda Fiat come se la vicenda Fiat fosse già risolta, in un senso o nell’altro, o non si fosse mai posta. Del problema dell’incapacità del nostro Paese di attirare investimenti stranieri noi dovremmo discutere comunque, … etsi Marchionne non daretur.
La questione è di vitale importanza, perché, per un verso, l’Italia nei prossimi cinque anni deve trovare almeno 40 miliardi ogni anno per adempiere l’obbligo comunitario di ridurre drasticamente il proprio debito pubblico. Sarà un miracolo riuscire a trovarli, attingendo in modo equilibrato a riduzioni di spesa, dismissioni di patrimonio pubblico e – forse – anche un’imposta patrimoniale straordinaria; ma il rischio gravissimo sarà di strangolare, con questa manovra, la nostra economia. Per altro verso, l’unica fonte di risorse per rilanciare lo sviluppo economico del Paese può essere costituita dall’apertura agli investimenti stranieri. Su questo terreno i dati disponibili ci mostrano l’Italia penultima della classe in Europa, per capacità di intercettare gli investimenti nel mercato globale dei capitali (dietro di noi c’è solo la Grecia); e gli stessi dati ci dicono che, se in quella graduatoria l’Italia riuscisse a recuperare il distacco che la separa da un Paese europeo mediano, come l’Olanda, questo le consentirebbe di avere ogni anno un maggior flusso di investimenti stranieri pari al 3,6 per cento del suo Pil: cioè pari a quasi 60 miliardi all’anno (ecco perché parlo degli altri 29 Marchionne: se lui ci propone, per i prossimi dieci anni, 2 miliardi di investimento ogni anno, dobbiamo porci il problema degli altri 29 investimenti analoghi a questo che restano ogni anno fuori dal nostro Paese e che dovremmo invece essere capaci di tirare in casa nostra).
Fino a un anno fa, a chi avvertiva che un contributo determinante alla chiusura dell’Italia è dato dal nostro sistema vischioso e inconcludente delle relazioni industriali, la risposta usuale era quella “benaltrista”: le “vere cause” della chiusura sono i difetti di funzionamento delle amministrazioni pubbliche e delle infrastrutture, i servizi alle imprese troppo cari per mancanza di concorrenza nei rispettivi mercati, la criminalità organizzata. In questa risposta c’era e c’è sicuramente molto di vero. Ora, però, la vicenda Fiat ci dice una cosa diversa: Marchionne non indica come questione cruciale da risolvere per dar corso al suo piano industriale né la nostra burocrazia pubblica, né le nostre infrastrutture difettose, né la criminalità diffusa, bensì essenzialmente la questione dell’effettività ed efficacia del contratto aziendale nei confronti di tutti i lavoratori interessati, in un ordinamento come il nostro che questa effettività ed efficacia oggi non è in grado di assicurare. Non è in grado di assicurarle per due gravi lacune delle regole: in materia di rapporti tra contratti collettivi nazionali e aziendali – la questione dei requisiti e dei limiti per la derogabilità del contratto collettivo nazionale ‑ e in materia di efficacia della clausola di tregua, cioè dell’impegno a non scioperare contro il contratto.
Ancora oggi sono in molti ad affannarsi a dire che i veri ostacoli agli investimenti stranieri sono tutt’altri; ci saranno certamente anche gli altri, ma nel caso Fiat la questione critica è questa: un sistema delle relazioni industriali vischioso e inconcludente, nel quale è difficile negoziare un piano industriale che si discosti dal modello-standard delineato (magari quarant’anni fa) dal contratto collettivo nazionale di settore; e anche quando si è riusciti a negoziarlo non si è affatto sicuri che esso possa davvero funzionare. Ed è molto ragionevole ritenere che questi stessi ostacoli, magari in modo meno evidente di quanto si osserva nel caso Fiat, svolgano un ruolo importante anche nel chiudere l’Italia ai piani industriali di altre grandi multinazionali che potrebbero altrimenti essere interessate a investire da noi.
È dunque di vitale importanza che noi affrontiamo questa questione, non tanto per i due miliardi di investimenti all’anno per 10 anni che ci propone Marchionne, ma per recuperare alla crescita del Paese quei 60 miliardi di investimenti che ogni anno mancano all’appello e che invece potremmo tirare in casa nostra se il nostro Paese funzionasse (non dico come la Finlandia o la Gran Bretagna, ma anche soltanto) come l’Olanda. Investimenti che ci porterebbero non soltanto domanda di lavoro aggiuntiva, con il conseguente aumento delle retribuzioni, ma anche innovazione tecnologica e organizzativa, che significa aumento di produttività, la quale è a sua volta la condizione essenziale per un ulteriore miglioramento delle condizioni di lavoro.
Dovrebbero essere per primi i sindacati a occuparsi del recupero di questo flusso di investimenti a cui noi oggi sistematicamente ci chiudiamo: perché per i lavoratori non c’è protezione più efficace – né di fonte legislativa, né di fonte collettiva – di quella che è data da un mercato del lavoro che offre a tutti un’ampia possibilità di scelta tra aziende diverse, quindi la possibilità di sbattere la porta in faccia al datore di lavoro che ti tratta male, o meno bene di altri, avendo a disposizione molte alternative.
Entro domani, in un modo o nell’altro la vicenda Fiat verrà decisa dal referendum di Mirafiori; ma quest’altra questione trenta volte più importante resterà apertissima. E su questo terreno – molto più che sul “sì” o sul “no” a Mirafiori – il Pd non può esimersi dal dire chiaro ciò che pensa e ciò che propone. Fino a oggi non lo ha fatto con la chiarezza e la tempestività che sarebbero state necessarie.
Il Pd deve dire ciò che pensa, innanzitutto, circa il rapporto tra contratto nazionale e contratti aziendali nello stesso settore. Su questo tema difficile e delicato abbiamo assistito negli ultimi mesi a un vero e proprio fuoco di sbarramento da quella parte del movimento sindacale e della sinistra politica che vede nella regola della rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale una garanzia di protezione dei “diritti fondamentali” dei lavoratori. La difesa dei “diritti fondamentali” è stata invocata anche in riferimento specifico agli accordi di Pomigliano e di Mirafiori; ma, a ben vedere, il motivo vero dell’opposizione a quegli accordi non è costituito dal contenuto delle deroghe in essi contenute al contratto collettivo nazionale: ciò che preoccupa la sinistra sindacale e politica è che con l’ammettere la derogabilità del contratto nazionale ci si collochi su di un piano inclinato, dove “si sa dove si comincia ma non si sa dove si va a finire”. Noi, però, sappiamo benissimo dove l’Italia va a finire se resta ferma, se non ricomincia a crescere; sappiamo anche che per tornare a crescere occorre che il nostro Paese si apra all’innovazione nel processo produttivo; e che l’innovazione – direi quasi “per definizione” – non si presenta quasi mai come fenomeno che investe un intero settore produttivo, bensì come esperimento che interessa una singola azienda e solo in un secondo tempo si estende alle altre. Se dunque, in materia di organizzazione del lavoro, struttura delle retribuzioni, distribuzione degli orari, inquadramento professionale, conserviamo la vecchia regola di rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale di settore, il risultato è una chiusura del sistema all’innovazione in tutti questi campi. Certo, non c’è soltanto l’innovazione buona: c’è anche quella cattiva; ma non possiamo, per paura dell’innovazione cattiva chiuderci anche a quella buona. E per aprirci all’innovazione buona abbiamo bisogno di un sindacato che sappia operare come intelligenza collettiva dei lavoratori nella valutazione dei piani industriali e, se la valutazione è positiva, sappia guidare i lavoratori nella scommessa comune con gli imprenditori su quei piani. A questa idea di sindacato si ispira la riforma del diritto sindacale proposta nel disegno di legge n. 1872 presentato da 55 senatori democratici nel 2009 – ben prima che si aprisse la vertenza Fiat – e che, credo, dobbiamo tutti oggi sostenere con grande determinazione. Non per imporre il modello del “sindacato della scommessa” rispetto a quello tradizionale del “sindacato dei diritti”, ma per garantire la possibilità di un confronto aperto e fluido tra i due modelli; per garantire ai lavoratori una reale possibilità di scelta tra di essi, nelle diverse circostanze e in considerazione della diversa qualità dei piani industriali che vengono loro proposti, nonché della diversa qualità degli imprenditori che li propongono.
Il Pd deve dire chiaramente ciò che pensa, poi, sulla questione che Susanna Camusso ha indicato con l’espressione un po’ sindacalese “esigibilità del contratto”, ma che è più chiaro indicare con l’espressione validità ed efficacia della clausola di tregua, cioè dell’impegno contenuto nell’accordo sindacale a non scioperare contro l’accordo stesso finché esso è in vigore. Oggi in quasi tutti i Paesi dell’occidente industrializzato è pacifico che la clausola di tregua contenuta in un contratto collettivo vincoli tutti i lavoratori cui il contratto stesso si applica. Da noi questa regola è stata introdotta, vent’anni fa, soltanto in riferimento ai servizi pubblici essenziali, mentre per tutti gli altri settori su questa materia è rimasta una lacuna legislativa; ora la vicenda Fiat mostra come sia necessario che questa lacuna venga colmata, perché sia garantita l’effettività dei contratti collettivi. Non soltanto nell’interesse dell’impresa, ma anche nell’interesse dello stesso sindacato e dei lavoratori che esso rappresenta: perché un sindacato che al tavolo delle trattative non può spendere la moneta di scambio di un impegno credibile di tregua è un sindacato privo di potere contrattuale.
La nostra iniziativa per un sistema delle relazioni industriali più aperto ed efficiente deve dunque indicare tra i suoi punti fondamentali la riforma non solo delle regole in materia di rappresentanza nei luoghi di lavoro, ma anche delle regole sulla contrattazione collettiva, ivi compresa la materia della clausola di tregua, perché ne risultino definiti in modo chiaro sia il diritto della coalizione sindacale maggioritaria a negoziare contratti con efficacia vincolante nei confronti di tutti i lavoratori interessati, sia il diritto del sindacato minoritario alla rappresentanza riconosciuta in azienda, anche quando esso ritenga di non dover sottoscrivere il contratto.
Il Pd deve, infine, mobilitarsi con decisione per l’ampliamento degli spazi dipartecipazione dei lavoratori nell’impresa. Va ribadito in proposito che la sede ideale per la partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche è l’accordo aziendale sul piano industriale; ma questo non toglie che sia necessario un intervento legislativo per consentire e potenziare tutte le altre possibili forme di trasparenza della gestione, di informazione e controllo sull’andamento della scommessa comune tra lavoratori e imprenditore. A questo tende il disegno di legge sulla “partecipazione” alla cui elaborazione abbiamo dato un contributo decisivo in seno alla Commissione Lavoro del Senato, raggiungendo in proposito anche un accordo con la maggioranza, ma che ciononostante giace ormai da un anno e mezzo, bloccato dal veto del ministro del Lavoro.
Su questi temi, che sono oggetto di un importante documento sulla riforma delle relazioni industriali pubblicato il 29 dicembre scorso da parlamentari di tutte le aree del Pd, mi sembra che l’elaborazione e il dibattito di questi ultimi due anni abbiano creato le condizioni per una convergenza di tutto il Partito democratico: è ora che questa convergenza si traduca in una forte iniziativa politica, nel Paese e in Parlamento.

in: Pietro Ichino |  RIFORMARE LE RELAZIONI INDUSTRIALI… ETSI MARCHIONNE NON DARETUR.


Pietro Ichino, “Le intese per gli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori non contrastano con alcuna norma di legge, né tanto meno con la Costituzione. Derogano, per alcuni aspetti molto marginali, rispetto al contratto collettivo nazionale …

Intervista a cura di Roberto Mania, pubblicata da la Repubblica il 5 gennaio 2011

Le intese per gli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori ledono alcuni diritti dei lavoratori?
No: non contrastano con alcuna norma di legge, né tanto meno con la Costituzione. Derogano, per alcuni aspetti molto marginali, rispetto al contratto collettivo nazionale; questo sì.

Ma il contratto nazionale non è fatto, appunto, per garantire ai lavoratori dei diritti?
È fatto per delineare un assetto-standard dei rapporti di lavoro di un settore. Ma una coalizione sindacale sorretta dalla maggioranza dei lavoratori di un’azienda deve poter contrattare anche assetti diversi, se ritiene che, nella situazione data questo sia vantaggioso.

Una scelta vantaggiosa con deroghe peggiorative?
La deroga sugli straordinari e sulle pause porta a lavorare di più e a guadagnare di più: è meglio questo, o è meglio la regola nazionale? Deve poterlo decidere la maggioranza dei lavoratori interessati. Lo stesso vale per le misure contro l’assenteismo abusivo.

Rischiare di essere licenziati per aver scioperato contro l’accordo non limita l’esercizio di un diritto?
In tutti i Paesi dell’occidente industrializzato, tranne la sola Francia, la clausola di tregua sindacale vincola tutti i lavoratori cui il contratto collettivo si applica. D’altra parte, un sindacato che non possa spendere la moneta della tregua al tavolo delle trattative ha ben poco da offrire alla controparte.

Ma in Italia fino a oggi la clausola di tregua ha vincolato solo il sindacato che la stipula e non i singoli lavoratori.
Sì, ma questo non è stabilito da alcuna legge: è solo un vecchio orientamento dottrinale non più sostenuto dalla maggior parte dei giuslavoristi italiani: il modello della conflittualità permanente ha fatto il suo tempo.

Cofferati sostiene che il Pd non può stare con Marchionne. Lei con chi sta, con la Fiom o con Marchionne?
Non si tratta di “stare con Marchionne” o “con la Fiom”, ma di chiedersi: in questo nostro Paese drammaticamente chiuso agli investimenti stranieri, vogliamo davvero chiudere la porta anche a Marchionne? E poi, accogliere la sua richiesta di allineare il nostro sistema delle relazioni industriali allo standard internazionale può lanciare un messaggio di apertura anche ad altre grandi multinazionali.

Lei considera questi due accordi separati una sconfitta anche per la sinistra?
No. Ma guardi che anche chi a sinistra li rifiuta non lo fa per il loro contenuto attuale, lo fa per la paura del “piano inclinato”: “si sa dove si incomincia, ma non dove si va a finire”. Chi la pensa così non si rende conto che quello del “piano inclinato” è l’argomento principale a sostegno di tutti i peggiori conservatorismi.

Nelle newco della Fiat non ci saranno più delegati sindacali della Fiom perché i metalmeccanici della Cgil non hanno firmato gli accordi. Le sembra una soluzione democratica?
È quanto prevede oggi l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori. Con altri 54 senatori del Pd ho presentato già nel 2009 un disegno di legge – n. 1872 – per riformare questa materia, garantendo il diritto alla rappresentanza in azienda, ma senza poteri di veto, anche al sindacato minoritario che non firma.

Secondo lei il governo dovrebbe presentare una legge sulla rappresentanza sindacale?
Non occorre: c’è già il nostro.

In un contesto come l’attuale di divisioni sindacali è realistico immaginare che la soluzione arrivi attraverso un accordo tra le parti sociali?
Mi sembra molto difficile, perché c’è un dissenso profondo tra le confederazioni maggiori sulla questione cruciale: se la coalizione sindacale maggioritaria abbia il potere di negoziare anche in deroga rispetto al contratto nazionale.

da: Pietro Ichino |  REPUBBLICA: MARCHIONNE E LA SINISTRA.


Pietro Ichino, UNA GRANDE COALIZIONE SENZA BERLUSCONI, PER LE RIFORME PIU’ DIFFICILI E URGENTI?

una terza possibilità, di cui ha parlato Mario Monti sul Corriere di ieri: quella di un governo di “grande coalizione” per le riforme indispensabili, che porti la legislatura al suo termine naturale. Presupposto di questa via d’uscita dalla crisi è il riconoscimento da parte di Pd e PdL di due verità scomode per entrambi: a) la gravità assolutamente eccezionale della crisi economica e morale che l’Italia sta attraversando; b) l’impossibilità sia per il centrodestra oggi, sia per un centrosinistra in ipotesi vincente alle prossime elezioni, di uscirne con le sole proprie forze. Più specificamente, ciascuno dei due schieramenti dovrebbe riconoscere di non poter fare fronte da solo all’imperativo europeo della rapida riduzione del debito pubblico; alle difficoltà enormi della riforma federalista dello Stato, osteggiata dall’UdC, ma giustamente considerata dal Pd come indispensabile al Paese; alla necessità di una drastica accelerazione del processo di bonifica e di rilancio dell’efficienza e produttività delle amministrazioni pubbliche, a partire da quella della giustizia e da quella scolastica; all’insieme delle misure urgenti indispensabili per aprire il Paese agli investimenti stranieri, in particolare sul terreno delle relazioni industriali e del mercato del lavoro.

vai all’intero articolo qui:


Pietro Ichino su Marchionne e il caso Italia

Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, valuta a “Che tempo che fa” la situazione della Fiat e del sistema Italia. Riporta i risultati delle ricerche di World Economic Forum che posizionano l’Italia al 48° posto per competitività, dopo la Lituania, il Cile, Cipro, l’Islanda ed al 118° posto per efficienza produttiva. Questi sono dati preoccupanti che non lasciano intravedere miglioramenti del sistema economico del paese al di là delle difficoltà che la Fiat vive in questo periodo in Italia.
Ho intervistato il senatore Pietro Ichino del Partito Democratico per approfondire l’argomento.
L’intervento di Sergio Marchionne l’ha colto di sorpresa o ha confermato le sue convinzioni?
Non mi ha sorpreso affatto: sono le stesse cose che sto dicendo da più di tre anni. D’altra parte, l’idea che una multinazionale come la Fiat debba investire in Italia soltanto perché il suo amministratore delegato è italiano, oggi, a me sembra una grossa sciocchezza. E mi preoccupa un pò, per le sorti del nostro Paese, sentirla anche in bocca a politici di primo piano.
Perché l’Italia ha una scarsa capacità di attrarre gli investimenti esteri delle imprese globali?
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segue qui: Cambiamento nelle organizzazioni: Pietro Ichino su Marchionne e il caso Italia.


Pietro Ichino |  IL PUNTO SULLA DISOCCUPAZIONE E I MODI MIGLIORI IN CUI COMBATTERLA

MENTRE I DATI SUL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO SI FANNO SEMPRE PIU’ ALLARMANTI, OCCORRE CHIARIRSI LE IDEE SUI MODI CONCRETI IN CUI E’ POSSIBILE, PER UN VERSO, AUMENTARE LA DOMANDA DI LAVORO, PER ALTRO VERSO FACILITARE UN INCONTRO FRA DOMANDA E OFFERTA SUL QUALE SI RILEVANO DIFFICOLTA’ MAGGIORI RISPETTO AGLI ALTRI PAESI, SOPRATTUTTO IN RIFERIMENTO AL SEGMENTO GIOVANILE

Intervista a cura di Lorenzo Torrisi, pubblicata su il Sussidiario.net, 25 ottobre 2010

La disoccupazione sta salendo negli ultimi mesi rispetto allo scorso anno. Cosa fare per aumentare l’occupazione?
Occorre agire nello stesso tempo su due piani: quello dell’aumento della domanda di lavoro e quello del miglioramento dei canali di incontro fra domanda e offerta nel mercato. Ce lo insegnano proprio i tre economisti che hanno ricevuto il premio Nobel nei giorni scorsi: Diamond, Mortensen e Pissarides.

Incominciamo dal primo. Come possiamo aumentare la domanda di lavoro in Italia?
Innanzitutto evitando di far scappare le imprese multinazionali che sarebbero disponibili a investire nel nostro Paese.

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segue qui:

Pietro Ichino |  IL PUNTO SULLA DISOCCUPAZIONE E I MODI MIGLIORI IN CUI COMBATTERLA.


Pietro Ichino, POMIGLIANO: UN CASE STUDY INTERESSANTE SULL’USO POLITICO DELLA DISINFORMAZIONE

POMIGLIANO: UN CASE STUDY INTERESSANTE SULL’USO POLITICO DELLA DISINFORMAZIONE
E’ il tema della mia “Lettera sul lavoro” pubblicata sul Corriere della Sera di giovedì, dopo l’aggressione alla sede nazionale della Cisl: Il falso fa più male dei candelotti. Vedi in proposito anche la replica, su l’Unità, del Segretario della Fiom di Napoli Andrea Amendola (con una mia risposta punto per punto). Nella vignetta di Staino su l’Unità di lunedì scorso Bobo sembra concordare con la Fiom, rammaricandosi del fatto che “Marchionne ha scaricato il Governo perché gli interessano di più Ichino e Chiamparino”.


Pietro Ichino, RIFORMA UNIVERSITARIA: LE RAGIONI DI UN DISSENSO

A me sembra – e su questo mi trovo, per questa e questa sola volta, a concordare con la posizione assunta in Senato da Francesco Rutelli e dalla sua Alleanza per l’Italia – che la riforma muova nella direzione giusta sia con l’introduzione della valutazione sugli Atenei e sui singoli professori e ricercatori, sia con la previsione dell’assunzione a termine dei ricercatori e del principio up or out (“al termine, o vieni promosso, o vai a lavorare altrove”), sia con la nuova disciplina dei concorsi, sia infine con la nuova ripartizione delle prerogative di governo degli Atenei fra senato accademico e consiglio di amministrazione. I motivi di questa mia opinione sono – a grandi linee – gli stessi che si trovano espressi nell’editoriale di Irene Tinagli sulla Stampa di venerdì scorso e in quello del 24 luglio, ma anche negli editoriali di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 22 luglio scorso, di Michele Salvati sullo stesso quotidiano  del giorno dopo.

Pietro Ichino |  RIFORMA UNIVERSITARIA: LE RAGIONI DI UN DISSENSO.


Luca Ricolfi e Pietro Ichino sulla Manovra finanziaria di metà luglio 2010 in la Stampa 16 e 19 luglio 2010

LUCA RICOLFI
Come ampiamente previsto, ieri la manovra economica ha ottenuto la fiducia in Senato e, salvo sorprese molto improbabili, entro fine mese otterrà la fiducia anche alla Camera.

È una buona manovra?

Dipende dai punti di vista. Sul piano macroeconomico era una manovra necessaria, e se una critica si può avanzare è semmai che è stata troppo leggera: si poteva tagliare di più la spesa pubblica corrente, e fare qualcosa di incisivo per la crescita, ad esempio più investimenti in istruzione e meno tasse sui produttori.

Se però andiamo ai dettagli della manovra, e in particolare alla distribuzione dei risparmi di spesa, il bilancio si fa decisamente negativo. Dico questo non dal mio personale punto di vista, che è di nessuna rilevanza, bensì dal punto di vista del governo stesso, o meglio della cultura politica di cui il centro-destra ha provato in questi anni a farsi interprete. Secondo questa visione, la missione centrale di questo governo era di introdurre nel Paese massicce dosi di meritocrazia, di premialità, di responsabilità, di equità, a partire dalla scuola, dall’università, dai bilanci degli enti locali.

Ebbene, rispetto a questo ideale, per cui non pochi ministri si sono coraggiosamente battuti in questi anni, le manovre degli ultimi anni rappresentano un mortificante salto all’indietro.

Nelle università i tagli sono stati sostanzialmente lineari, senza alcun riguardo alle enormi differenze di efficienza fra i diversi atenei e le diverse facoltà. Nella scuola, la promessa di destinare il 30% delle risorse risparmiate con i tagli della prima manovra (estate 2008) ad un premio per gli insegnanti più meritevoli è stata sospesa per salvare gli scatti stipendiali automatici del corpo insegnante. Quanto alle Regioni, il governo si è ben guardato dallo specificare in che modo i tagli dovranno risparmiare le Regioni più virtuose (l’art. 14 è un capolavoro di vaghezza). Per non parlare dei ripiani più o meno parziali dei debiti degli enti locali, che hanno visto via via graziati Catania, Palermo, Roma. O della possibilità, concessa solo alle Regioni a statuto speciale (notoriamente più sprecone delle altre), e in particolare alla Sicilia, di prorogare i contratti a tempo determinato. E infine, dulcis in fundo: la dilazione del pagamento delle multe per le quote latte, un favore a un manipolo di allevatori del Nord che mortifica tutti i produttori onesti, che hanno rispettato le quote.

Si può obiettare, naturalmente, che la politica è l’arte del possibile, e che per presentarsi in Europa con i conti in ordine e salvare la pace sociale il governo ha dovuto fare qualche concessione alle lobby e alle forze politico-sindacali che lo tengono sotto scacco. Può darsi, ma il punto è che così facendo il governo ha purtroppo contribuito con le proprie stesse mani a segnare la fine di una stagione, anzi di quella che doveva essere la «sua» stagione. I segnali iniqui e antimeritocratici contenuti nelle tre grandi manovre che si sono succedute in questi primi due anni e mezzo sono così intensi che ben difficilmente il governo potrà, su questo terreno, riguadagnare la credibilità perduta. Se è bastato il fronte delle Regioni a impedire tagli selettivi, sarà ben difficile che quel che non è stato possibile oggi – premiare i territori virtuosi – divenga possibile domani in conferenza Stato-Regioni, o con i decreti attuativi del federalismo. Se la decisione già presa di premiare gli insegnanti migliori ha dovuto essere sospesa per salvare gli automatismi di carriera, non si vede quando mai sarà possibile introdurre un po’ di meritocrazia nella scuola. E se poche decine di allevatori sponsorizzati dalla Lega sono stati sufficienti a introdurre una norma iniqua come quella sulle quote latte, non si vede come sarà possibile agire domani, quando si dovranno colpire interessi ben più estesi e organizzati.

Ma forse la verità che sta dietro tutte queste vicende è che – nonostante i benefici di un’opposizione imbarazzante nella sua pochezza – il governo è debole, molto più debole che qualche mese fa. Così debole che basta la fronda dei finiani a costringerlo a una raffica di dimissioni (Scajola, Brancher, Cosentino), che ancora poche settimane fa venivano sdegnosamente escluse. Così debole che ogni alzata d’ingegno della Lega, dalla difesa delle Province alla tutela corporativa degli allevatori, è in grado di condizionare la politica economica. Così debole che non riesce a introdurre tagli veramente selettivi nelle università, nelle Regioni, negli enti locali. Così debole da prendere in seria considerazione sia l’ipotesi di allargare la maggioranza all’Udc, sia l’ipotesi di riportare il Paese al voto nonostante una maggioranza parlamentare senza precedenti.

Chi è abituato a ragionare in termini ideologici o di schieramento potrà rallegrarsi che il governo Berlusconi sia entrato in una fase di stallo, se non di crisi aperta. Chi sogna il «grande centro» o governi di «responsabilità nazionale» potrà pensare che l’ora delle terze forze è finalmente arrivata. Io sono molto più scettico e penso invece che la triste parabola del governo Berlusconi confermi solo che il rebus italiano non ha soluzioni, come la quadratura del cerchio. Il centrodestra non ha la forza per fare le riforme che mille volte ha promesso al Paese, prime fra tutte la riduzione delle tasse, il federalismo, la riforma meritocratica della Pubblica amministrazione. Un governo più largo, di responsabilità nazionale, avrebbe forse la forza di parlare al Paese ma sarebbe paralizzato dalle divisioni interne e dai veti incrociati. Quanto alla sinistra, basta il ricordo del governo Prodi per toglierci ogni illusione. Così quel che ci resta è solo una montagna di parole, e la stanchezza di constatare che sono sempre le stesse.

PIETRO ICHINO*
Caro Direttore,
su «La Stampa» di venerdì Luca Ricolfi, dopo avere illustrato molto convincentemente meriti e (prevalenti) difetti della manovra finanziaria approvata dalla maggioranza in Senato il giorno prima, ha accennato a quella che gli è apparsa una «imbarazzante inerzia» dell’opposizione in questo passaggio politico. Se riferita ad altre vicende e altre materie, non avrei avuto nulla da obiettare a questa notazione; ma poiché ho partecipato personalmente, come senatore, a questa prima fase della discussione della manovra in Parlamento, posso testimoniare che qui l’opposizione si è fatta sentire vigorosamente con i propri interventi e le proprie proposte di emendamento lungo tutte le cento ore di discussione molto tesa in commissione e in aula; fuori del Palazzo lo ha fatto con i modesti mezzi di comunicazione di cui i partiti di minoranza dispongono; e, in particolare, il Pd lo ha fatto, sia dentro sia fuori del Palazzo, su di una linea in larga parte coincidente con quella esposta dallo stesso Ricolfi nel suo editoriale.

Così stando le cose, se un opinionista equilibrato e informatissimo come è Ricolfi ha percepito i partiti di opposizione e il Pd in particolare come inerti e afasici anche in questo passaggio politico, le spiegazioni possibili mi sembrano soltanto due. La prima è che lo strapotere televisivo del presidente del Consiglio abbia determinato una sostanziale distorsione dell’informazione sulla vicenda della manovra finanziaria, facendo apparire inerti e afasiche forze politiche che – almeno in questa occasione – non lo sono state affatto. La seconda è che, indipendentemente dallo strapotere televisivo del premier, il meccanismo mediatico faccia sì che venga data notizia soltanto di un’opposizione «dura e pura», «senza se e senza ma», che si manifesta con rifiuti totali e indistinti, magari rafforzati da qualche rissa in Parlamento; quando invece, come ha fatto il Pd sulla manovra di Tremonti, l’opposizione propone ragionamenti, distingue ciò che è condivisibile da ciò che va rifiutato nelle scelte della maggioranza, facendosi carico dei vincoli oggettivi che nel contesto attuale si impongono a qualsiasi governo, allora la cosa non fa notizia; quindi, fuori del Palazzo, finisce coll’essere invisibile. In altre e più semplici parole: se Enrico Morando – invece che guidare in questa battaglia i senatori del Pd con la stessa onestà intellettuale, lo stesso rifiuto della faziosità e lo stesso rigore concettuale con cui Ricolfi fa il suo mestiere di opinionista – avesse urlato insulti e inscenato un tentativo di aggressione al capogruppo di maggioranza in Commissione, o al ministro Tremonti in aula, tv e giornali avrebbero dato a questo fatto un rilievo infinitamente maggiore rispetto a quello (nullo) che è stato dato alle decine di suoi interventi pesantemente e incisivamente – ma non faziosamente – critici sulla manovra, svolti nei giorni scorsi. Forse entrambe le spiegazioni colgono un aspetto importante della realtà. In ogni caso, Ricolfi tenga conto del fatto che, se nei giorni scorsi fosse stato lui al posto di Enrico Morando a condurre la battaglia in Senato dai banchi dell’opposizione, anche i suoi interventi sarebbero stati ignorati dai media. Quindi, anche la sua opposizione sarebbe apparsa afasica e inerte.

*senatore Pd

***

Caro Ichino,
hai perfettamente ragione, le cose vanno proprio come dici tu, però c’è forse anche un altro aspetto da considerare.
Il Partito democratico esprime spesso posizioni molto ragionevoli nelle commissioni, in Parlamento, più in generale nei luoghi in cui si discutono i dettagli delle leggi: penso alla riforma Brunetta-Ichino della pubblica amministrazione, alle proposte sulla manovra economica, al dialogo in corso sull’università. Poi però nei luoghi di lavoro, nelle piazze, nelle interviste a giornali e tv tutto il lato «costruttivo» del quotidiano lavoro di opposizione evapora, per cedere il posto ad analisi semplicistiche, slogan aggressivi, falsificazioni delle cifre, manipolazioni della realtà. E’ come se l’opposizione del Pd, incalzata da Di Pietro e dalla propria stessa base, si vergognasse di mostrare a tutti il suo volto dialogante e ragionevole.
Detto in altri termini: i media hanno molte colpe, ma forse è anche il tuo partito che – nelle occasioni pubbliche – preferisce scaldare i cuori dei suoi simpatizzanti piuttosto che parlare alle loro menti. Secondo me è un errore, ed è una delle ragioni per cui l’immagine della sinistra che arriva nelle case non è quella della sinistra che fa il suo lavoro – spesso un ottimo lavoro – nelle aule del parlamento.
Con ammirazione e stima

Luca Ricolfi


Pietro Ichino, LA LIBERTA’ DI IMPRESA E L’ARTICOLO 41 DELLA COSTITUZIONE: RISPOSTA A TREMONTI

il ministro dell’Economia ha ragione quando, nella sua intervista al Corriere del 1° giugno scorso, osserva che l’articolo 41 della Costituzione, in materia di libertà d’impresa, richiederebbe un po’ di restyling. Ma – mi sembra – egli sbaglia quando presenta questa riscrittura della norma come  necessaria per l’eliminazione dei molti lacci e lacciuoli che frenano la nostra già troppo pigra economia: l’articolo 41 non impe

segue qui: Pietro Ichino

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Pietro Ichino: Coniugare flessibilità e sicurezza, abolendo le rigidità del mercato del lavoro (anche con la revisione dell’articolo 18) e garantendo risorse e servizi (formazione) a chi cerca un posto …

Coniugare flessibilità e sicurezza, abolendo le rigidità del mercato del lavoro (anche con la revisione dell’articolo 18) e garantendo risorse e servizi (formazione) a chi cerca un posto. E’ possibile, realisticamente, imboccare questa strada in tempo di crisi?
Non solo è possibile, ma è necessario farlo. Ed è proprio in un periodo di crisi grave che è politicamente più facile farlo. Perché non si tratta di ridurre le protezioni per chi un posto di lavoro stabile lo ha già, ma di riscrivere il diritto del lavoro per l’Italia del dopo-crisi, per i rapporti di lavoro che si costituiranno da qui in avanti. Si costituiranno in un contesto di incertezza sul futuro molto maggiore rispetto al contesto precedente alla crisi: per questo occorre un nuovo diritto del lavoro capace di coniugare il massimo di flessibilità per le strutture produttive con il massimo di sicurezza per il lavoratore. Una sicurezza che non potrà più essere costruita sull’ingessatura delle strutture, ma sul sostegno del reddito e servizi efficienti al lavoratore nel mercato del lavoro.

In che cosa consiste la sua proposta di “contratto unico”?
Il progetto che va sotto il nome di “contratto unico” è quello elaborato da Tito Boeri e Pietro Garibaldi, che si è tradotto nei disegni di legge Nerozzi al Senato e Bobba alla Camera. Lo considero un passo avanti nella direzione giusta, e per questo lo ho firmato anch’io; ma il mio progetto di riforma è  in larga parte diverso, molto più organico e ambizioso. 

Il “contratto unico” però è stato criticato anche dalla Cisl, un sindacato non accusabile di posizioni pregiudiziali… 
Quelle critiche erano rivolte
, appunto, al progetto Boeri-Garibaldi, non al mio, che è guardato invece con grande interesse dalla Cisl

l’intera intervista qui:

Pietro Ichino

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Pietro Ichino, UN PARTITO CHE SI QUALIFICA COME “FONDATO SUL LAVORO” NON PUO’ PARLARE SOLTANTO A META’ DEI LAVORATORI, NON PUO’ ASSUMERE COME RIFERIMENTO PRIVILEGIATO SOLTANTO META’ DEL MOVIMENTO SINDACALE, NON PUO’ IGNORARE CHE A REGOLARE I RAPPORTI DI LAVORO E’ PREPOSTO SOPRATTUTTO UN SISTEMA DI RELAZIONI INDUSTRIALI, LA CUI AUTONOMIA VA PROMOSSA RISPETTATA E DIFESA

….
ci sono interi settori, nel nostro Paese, che funzionano in questo modo: non solo quello  editoriale, ma anche le case di cura, dove non si assume regolarmente un solo medico o infermiere, perché tutti sono “a partita Iva”, o “a progetto”, o “appaltati” a cooperative, o comunque ingaggiati in forme anomale per eludere gli standard di trattamento. E in tutti i settori oggi di fatto si possono assumere in questi modi magazzinieri, carpentieri, segretarie di ufficio, autisti, portieri, tecnici informatici e qualsiasi altra figura professionale.
     Bene, ora immaginate che un partito dica a questi lavoratori di serie B, C e D: “noi auspicheremmo per voi una piena parità rispetto a quelli di serie A, ma ci rendiamo conto che per il momento questo è impossibile; è un obiettivo da collocare in un quadro di elevata e consolidata dinamica della produttività, condizione necessaria a compensare il connesso aumento di costo perl’impresa; per il momento, dunque, proponiamo per voi soltanto la graduale introduzione di una base di diritti di cittadinanza“. Non “i diritti di cittadinanza” tout court, che sarebbe velleitario, eccessivo: solo “una base” di quei diritti. Voi neri non potete pretendere di avere le stesse retribuzioni dei vostri colleghi, la tredicesima e il premio di produzione, i limiti di orario; e neanche – ohibò - una qualche garanzia di continuità del reddito e del rapporto: per voi proponiamo soltanto – e, sia ben chiaro, gradualmente – “una base di diritti di cittadinanza”, e un aumento dei contributi previdenziali, perché il vostro lavoro costa troppo poco. Che cosa penseranno quei lavoratori di un partito che fa loro discorso di questo genere?
     Questo discorso ai lavoratori di serie B, C o D, che vi ho letto, non è una caricatura: sono le parole testuali del documento che ci viene proposto come espressione sintetica della nuova politica del lavoro del Pd.

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segue qui:

Pietro Ichino

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Pietro Ichino, Plauso per un atto di saggezza compiuto in solitudine da un grande Presidente

Plauso per un atto di saggezza compiuto in solitudine da un grande Presidente (ma non è affatto solo: ha dalla sua il 90% degli italiani): un atto – si osservi bene – che non significa approvazione del contenuto del decreto.

Sollievo per due rischi evitati: quello di una gravissima crisi istituzionale e quello della perdita di senso delle elezioni nelle due regioni più importanti.

Riprovazione per l’arroganza del Pdl, che considera questo decreto come un proprio diritto, non riconosce i propri errori e non ne chiede scusa al Paese.

viaPietro Ichino.


PRESENTATO AL SENATO IL DISEGNO DI LEGGE SUL “CONTRATTO UNICO”, Newsletter Pietro Ichino – Newslwtter n. 91

PRESENTATO AL SENATO IL DISEGNO DI LEGGE SUL “CONTRATTO UNICO”
Primo firmatario Paolo Nerozzi; recherà anche la mia firma non solo perché ho dato qualche piccolo contributo alla sua redazione, ma soprattutto perché esso – riprendendo il progetto Boeri-Garibaldi – si muove nella stessa direzione del progetto contenuto nei miei d.d.l. n. 1481 e n. 1873/2009, sia pure delineando una riforma assai più circoscritta; e può costituire un primo passo utile in quella stessa direzione. V. anche il testo definitivo della proposta presentata da Marianna Madia alla Camera con altri 80 deputati del Pd per il superamento del dualismo nel mercato del lavoro, già segnalato la settimana scorsa. Per un confronto fra i tre progetti v. la tabella sinottica dei loro contenuti più rilevanti.



ICHINO PIETRO, Un lusso anche i contratti di serie B Nessuno pensa al Welfare dei figli – Corriere della Sera

il ministro Renato Brunetta ha molta ragione quando avverte che il diritto del lavoro, e in particolare l’articolo 18 dello Statuto del 1970, oggi si applica soltanto ai padri e non ai figli. Gli italiani, però, hanno diritto di sapere che cosa il ministro propone seriamente— e non soltanto con una battuta in un talk show —per superare il regime di apartheid che penalizza la nuova generazione di lavoratori.

È vero: da anni, ormai, a un ventenne o trentenne che cerca lavoro in Italia le aziende offrono di tutto, tranne che un rapporto di lavoro regolare. E anche un rapporto di lavoro di serie B —«a progetto», o comunque a termine— è già considerato, in molte situazioni, un privilegio difficilmente ottenibile, rispetto alla «normalità», costituita dal lavoro di serie C: stage semigratuiti in azienda tutto lavoro e niente formazione, assunzione con partita Iva per mansioni d’ufficio, di cantiere, di negozio, di call center, di magazzino, che erano tradizionalmente considerate come lavoro dipendente. Case editrici in cui da anni non si assume più un redattore o un correttore di bozze con un contratto normale di lavoro dipendente; case di cura private che formalmente non hanno alle proprie dipendenze neanche un solo medico, un solo infermiere, un solo barelliere: tutti a partita Iva, oppure soci di cooperative di lavoro a cui il servizio viene appaltato.

Stessa musica nel settore pubblico   segue


Un lusso anche i contratti di serie B Nessuno pensa al Welfare dei figli – Corriere della Sera

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Il lavoro in due generazioni del secondo Novecento, lettera a Pietro Ichino

Lettera spedita a Pietro Ichino  il 5 gennaio 2010

copiata e rilanciata da: Pietro Ichino

Caro Prof. Ichino,
Le scrivo dopo aver letto le sue proposte sulla flexsecurity e i suoi commenti e proposte espressi nella sua intervista al Riformista del 2 Gennaio riguardo alla ‘nuova generazione rassegnata’.
In questa lettera paragono inizialmente la mia esperienza lavorativa con quella di mio padre; successivamente, le propongo alcune chiavi di lettura sulla mia ‘generazione’, riallacciandomi al concetto di ‘familismo amorale’ – chiave nell’ultimo libro di Andrea Ichino e Alberto Alesina, L’Italia fatta in casa – che lei cita nell’intervista al Riformista; infine, le suggerisco alcune ‘vie d’uscita’ da una situazione che, altrimenti, i futuri neo-laureati italiani dovranno davvero ‘rassegnarsi’ ad affrontare.
Mio padre è nato nel 1948. Dopo essersi laureato in ingegneria a 24 anni, ha trovato subito lavoro in un’azienda in Italia dove veniva pagato a sufficienza per, come si suol dire, iniziare una famiglia. A 59 anni ha smesso di lavorare; grazie a un’ottima carriera e al generoso sistema pensionistico italiano attuale, ricevera’ una buona pensione per gli anni a venire. [Recentemente, il giornale inglese The Guardian ha definito la vita dei nati subito dopo la seconda Guerra Mondiale ‘in discesa’ (vedi anche http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_16/nati_nel_48_be5fc2c8-d27b-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml)].
Dopo essermi laureato in ingegneria a 24 anni, la mia ricerca di lavoro, durata vari mesi, aveva portato solo a un paio di possibili ‘stage’ (leggi: lavoro di basso livello non retribuito) e a un possibile contratto di sei mesi per la Hewlett Packard a 300€ al mese (non e’ un refuso: 300€!). A una societa’ di consulenza franco-olandese, che mi offriva un contratto di un anno a 600€ al mese, avevo chiesto la possibilita’ di lavorare fuori dall’Italia: in risposta, mi avevano dato l’incarico di lavorare come ‘bassa manovalanza’ per l’Ipercoop situato dietro alla casa dei miei genitori. Queste prospettive mortificanti e altri motivi personali mi spinsero a emigrare in Inghilterra. A distanza di sei anni, ho un lavoro che mi piace moltissimo e attraverso il quale ho fatto una carriera al doppio della velocita’ dei miei colleghi rimasti in Italia, sia in termini di retribuzione, che di ‘grado’.
Chiaramente questa èsolo la mia esperienza; credo, però che si dovrà far qualcosa molto presto per evitare che i futuri neo-laureati si ritrovino davanti non a una scelta, ma a un’opzione binaria: restare in Italia in una situazione di dipendenza economica dai tuoi genitori almeno per i prossimi 5-10 anni; cercare lavoro all’estero e rimanerci, con una certa probabilita’, per sempre. Quando l’ex-Ministro Padoa-Schioppa descrisse i giovani italiani come ‘bamboccioni’ dimostrò di aver capito ben poco di questa situazione. Certo, ci sono della persone che stanno ben volentieri a casa dei genitori senza affitto da pagare, e con la mamma che cucina, lava e stira. Ma, a guardar bene, questa e’ una condizione, ahime’, spesso inevitabile (cosa ci si può permettere con 300 euro al mese?) e alla lunga umiliante, che molti di noi eviterebbero volentieri. Condizione analoga e’ quella dei dipendenti pubblici: ci sono certamente dei ‘fannulloni’ che stanno volentieri al bar nelle ore di ufficio. Il problema di gran lunga maggiore sono pero’ i ‘nullafacenti’, cioe’ quelle persone che pur lavorando, spesso anche piu’ del dovuto, non creano valore per l’organizzazione e la collettività perché non sono messi in condizione di farlo (per motivi strutturali, per carenza di management e leadership, etc.).
Inoltre, come lei sa benissimo, chi non sviluppa (in questo caso, “a chi non viene data l’opportunità di sviluppare”) una ‘cultura del lavoro’ in giovane età, lavorerà poco, non sarà molto produttivo, difficilmente riuscirà a valorizzare il lavoro come componente fondamentale della propria vita, ecc.
Nella sua intervista al Riformista lei dice, a ragione, che c’è una disaffezione dei giovani verso la politica. I motivi sono moltissimi e diversi a seconda dei casi. Personalmente, da adolescente avevo partecipato a riunioni e iniziative di un paio di partiti politici, solo per rendermi conto di quanto fossero intrisi di ideologia, autoreferenziali e distanti dalla realtà. Di partiti e sindacati non se ne vedeva l’ombra quando cercavamo lavoro e ci venivano proposti dei contratti da regime di schiavitu’. Ne’ le aziende sembravano molto interessate a investire in noi e nel nostro potenziale creativo. La nostra giovinezza sembrava un vero e proprio handicap… E non a livello micro, ma anche macro, basti pensare all’età di alcuni neo-eletti in cariche chiave dello Stato: Berlusconi Presidente del Consiglio a 72 anni, Napolitano Presidente della Repubblica ad 81 anni; Zavoli presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai a 85 anni, etc.
Qual è il messaggio se non: la porta d’ingresso è chiusa; attendete 30-40 anni e poi, semmai, vi verrà aperta?
Un altro fattore cruciale che tiene l’Italia legata a un modello fallimentare, sicuramente a livello economico, e’ quello del ‘familismo amorale’, che lei cita nella sua intervista. Quando si parla del Sessantotto, delle conquiste sociali sicuramente ottenute dai nostri genitori, etc. ci si dimentica che l’idea di ‘famiglia’ all’italiana come ‘unita’ fondamentale d’analisi’ e’ stata appena scalfita. In Italia permane un sistema che, come il libro di A. Ichino e A. Alesina dimostra, non solo è a bassa produttività perché le ‘risorse economiche e umane’ sono allocate male, ma anche perchè il sistema stesso tende a chiudersi e a diventare autoreferenziale. In altre parole, in un contesto in cui la maggior parte dei servizi sociali sono erogati dalla famiglia, per reclutare un eccellente informatico indiano (se mai lo si volesse) sarebbe necessario dotarlo non solo di un salario competitivo, ma anche di una famiglia italiana!
Chiudo questa lettera proponendo tre suggerimenti su come uscire da una situazione decisamente difficile:
- investire nei giovani italiani mandandoli all’estero e facendoli tornare in Italia con posizioni di responsabilità: periodi di studio o di lavoro all’estero (Master e PhD, programmi Erasmus e Leonardo, etc), sono poco valutati in Italia, sia in sede di reclutamento che di ‘utilizzo’ delle risorse umane. Partiti politici, sindacati e associazioni industriali dovrebbero iniziare a capire che una persona puo’ far la differenza grazie alle proprie skills, capacità e, soprattutto, a un approccio culturale diverso. La Cina e i paesi mediorientali stanno investendo cifre incredibili per mandare persone a studiare e lavorare in UK e US e farle ritornare in patria con delle posizioni di maggiore responsabilita’ per ‘importare’ buone pratiche sviluppate in altri contesti. Questo approccio potrebbe benissimo esser utilizzato in Italia, tra l’altro contribuendo a scardinare idee assurde come la ‘difesa del posto’ e la progressione per sola anzianità.
-  Usare la tecnologia per creare valore e coinvolgere i ‘giovani’: ci si lamenta tanto che l’Italia e’ indietro nell’ambito dell’ICT (information and communication technology); poi si arriva in un aeroporto italiano e la prima cosa che tutti fanno e’ chiamare al telefono, scrivere con il blackberry, etc. Negli ultimi anni, le organizzazioni pubbliche, i partiti e molti politici hanno aperto dei siti Internet. Peccato pero’ che la maggior parte li usi come strumenti di propaganda o come database, piuttosto che come siti in cui generare un dialogo che porti a idee e proposte sviluppate da vari soggetti. E qui e’ l’approccio che fa la differenza, non la semplice tecnologia: avere un blog/forum al quale non partecipo e che lascio in mano a sostenitori, oppositori e mitomani (vedi sito del Ministro Brunetta) non serve a molto.
- Gestire le aspettative: in Italia, purtroppo, si è creata una situazione per cui è normale lavorare gratis per mesi, se non anni, fare la ‘gavetta’ sotto l’ala protettrice di un professionista, prof. universitario, etc. Negli altri paesi europei questo non esiste! Hewlett-Packard non si sognerebbe mai di proporre contratti ai neo-laureati per 300 euro al mese in UK, in Germania, etc. In UK ci sono degli ottimi ‘graduate scheme’ per neo-laureati dove si impara moltissimo e si ricevono stipendi sufficienti per andare a vivere fuori casa (un inglese gia’ lontano dai genitori da alcuni anni – questo però sarebbe un discorso troppo lungo). Se questo fosse reso molto chiaro in Italia, forse non si accetterebbero più queste condizioni lavorative assurde come ‘normali’ e si potrebbe avere maggior partecipazione da parte di chi al momento deve tener la testa bassa e aspettare che le cose migliorino.
La ringrazio molto per la sua attenzione.
E.L.

Pietro Ichino

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Pietro Ichino, Il Governo preannuncia un ulteriore aumento del contributo a carico degli iscritti alla Gestione Separata dell’Inps


Il Governo preannuncia un ulteriore aumento del contributo a carico degli iscritti alla Gestione Separata dell’Inps, motivandolo con l’introduzione di un trattamento di disoccupazione per i “parasubordinati”. Ma alla Gestione Separata sono iscritti anche dei veri liberi professionisti, per i quali il contributo grava in misura enorme sugli utili e che non godranno mai di quel trattamento: v. in proposito il  mio intervento in Senato di martedì scorso e, in precedenza, il disegno di legge n. 1540 che mira a risolvere questa annosa questione distinguendo tra collaboratori sostanzialmente “dipendenti” e no.

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Pietro Ichino, TUTTO SUL PROGETTO-SEMPLIFICAZIONE (NUOVO CODICE DEL LAVORO) E SUL PROGETTO PER LA TRANSIZIONE AL NUOVO SISTEMA DI PROTEZIONE DELLA STABILITA’ DEL LAVORO, IL SUPERAMENTO DEL MERCATO DUALE E IL CONTRATTO DI LAVORO A STABILITA’ CRESCENTE CON L’ANZIANITA’ DI SERVIZIO (D.D.L. N. 1481/2009)

TUTTO SUL PROGETTO-SEMPLIFICAZIONE (NUOVO CODICE DEL LAVORO) E SUL PROGETTO PER LA TRANSIZIONE AL NUOVO SISTEMA DI PROTEZIONE DELLA STABILITA’ DEL LAVORO, IL SUPERAMENTO DEL MERCATO DUALE E IL CONTRATTO DI LAVORO A STABILITA’ CRESCENTE CON L’ANZIANITA’ DI SERVIZIO (D.D.L. N. 1481/2009)

Pietro Ichino

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Pietro Ichino sulla riforma delle P.A.

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Pietro Ichino, PROGETTO SEMPLIFICAZIONE E FLEXSECURITY, slides della presentazione introduttiva


Le slides della presentazione introduttiva del seminario promosso a Milano dall’Istituto Bruno Leoni (oggi, alle 17.30, in Piazza Castello 23)

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Pietro Ichino, I PARADOSSI DELLA CASSA INTEGRAZIONE

I PARADOSSI DELLA CASSA INTEGRAZIONE

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IL BILANCIO DELLA CIG NEGLI ULTIMI ANNI HA SEGNATO UN ATTIVO DI OLTRE 12 MILIARDI: PERCHÉ QUESTO DENARO NON VIENE UTILIZZATO PER LA RIFORMA DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI? IL CONTRIBUTO DEL 2% E’ UNA VERA E PROPRIA TASSA SUL LAVORO, NON COMPENSATA DA UNA PRESTAZIONE CORRISPONDENTE, CHE PENALIZZA SOPRATTUTTO LE IMPRESE MEDIO-PICCOLE

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 23 settembre 2009

Pietro Ichino

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LAVORO/ Ichino (Pd): ecco un progetto per aiutare l’occupazione quando c’è crisi

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Pietro Ichino, Commento all’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, in corso di pubblicazione sul Corriere delle Opere, mensile della Compagnia delle Opere, agosto 2009

IL CONFRONTO A DISTANZA TRA DOTTRINA SOCIALE DEL MAGISTERO CATTOLICO E SCIENZE SOCIALI, CHE SI ESPRIME IN QUESTA GRANDE ENCICLICA, ILLUMINA IL MONDO DEL LAVORO E DELLE RELAZIONI ECONOMICHE. GIOVEREBBE TUTTAVIA ALLA TRASPARENZA DI QUESTO CONFRONTO L’ESPLICITAZIONE DEGLI STUDI PIU’ RILEVANTI CUI  DI VOLTA IN VOLTA IL DISCORSO DEL PAPA ATTINGE O SI RIFERISCE, PER SOTTOLINEARE AL TEMPO STESSO L’APERTURA E L’AUTONOMIA RECIPROCA TRA LE DUE VOCI

Commento all’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, in corso di pubblicazione sul Corriere delle Opere, mensile della Compagnia delle Opere, agosto 2009

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Pietro Ichino: DISEGNO DI LEGGE SULLA PREVIDENZA PER I LAVORATORI AUTONOMI “SENZA CASSA”

Dopo una gestazione lunga e molto travagliata, per le notevoli difficoltà tecniche della materia, il 29 aprile ho finalmente potuto presentare alla Presidenza del Senato questo disegno di legge, con la firma di altri 27 senatori del PD.
L’idea di fondo è questa: distinguere, tra gli iscritti alla “Gestione separata” dell’Inps, coloro che sono in posizione di sostanziale dipendenza economica da un committente – i c.d. “parasubordinati”, per i quali si prevede l’equiparazione previdenziale ai subordinati – da coloro che lavorano in condizioni di effettiva pluricommittenza, per i quali si prevede l’equiparazione agli artigiani.
 Il d.d.l. propone regole nuove anche in materia di totalizzazione contributiva e ricongiunzione. Rispetto al testo che gli iscritti a questa Newsletter già da due mesi conoscono, quello presentato è arricchito da una norma sulla possibilità di godimento di pensione supplementare maturata nella Gestione speciale (art. 4, 4° comma).

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