PARTITO DEMOCRATICO E CGIL: un partito e un sindacato che ormai rappresentano solo i pensionali


Risulta dall’ analisi dei dati elettorali che la sola categoria di elettori nella quale il partito di Bersani ha preso più voti degli altri partiti maggiori è quella dei pensionati. Anche la Cgil è la confederazione sindacale che ha più pensionati tra i suoi tesserati. Forse, però, questo sarebbe stato un buon motivo per non scegliere come nuovo segretario del PD proprio l’ex-segretario della Cgil

vai Pietro Ichino |  IL PD, GUGLIELMO EPIFANI E I PENSIONATI.

CORREGGERE E COMPLETARE LA RIFORMA FORNERO, Newsletter Pietro Ichino – n. 247


CORREGGERE E COMPLETARE LA RIFORMA FORNERO
Leggi la mia 

intervista a Lettera 43 di sabato

 del 1° maggio

sul disegno di legge n. 555/2013 sottoscritto da tutti i senatori di Scelta Civica, presentato anche alla Camera (prima firmataria Irene Tinagli) per rivitalizzare il mercato del lavoro con la sperimentazione di un rapporto di lavoro dipendente meno costoso e meno rigido, a parità di retribuzione oraria netta

Pietro Ichino – NEL PD RENZI È PIÙ FORTE OGGI CHE TRE MESI FA


NEL PD RENZI È PIÙ FORTE OGGI CHE TRE MESI FA
E se sarà lui il nuovo leader del Pd un’alleanza con Scelta Civica sarà molto più facile: leggi

Presidente della Repubblica per Scelta Civica: prestigio sul piano internazionale; persona non faziosa; conoscere bene la politica, di Pietro Ichino


 Intervistato dal Foglio, Pietro Ichino spiega a che condizioni i 60 parlamentari di Scelta Civica voteranno in accordo con Bersani il prossimo presidente della Repubblica

occorre un presidente capace di operare a garanzia della Costituzione e non di una parte politica soltanto. In questo senso il nuovo presidente non potra’ essere votato senza che abbia alcuni requisiti:

deve avere  prestigio sul piano internazionale, per rassicurare i nostri interlocutori e i nostri creditori nel mondo,

deve essere una persona non faziosa,

e deve conoscere bene i segreti della politica per svolgere in modo efficace la funzione delicata che la Costituzione attribuisce al capo dello stato

da  Quirinale: Ichino, se Bersani vuole voti Sc nome diverso da Prodi – ASCA.it.

Pietro Ichino |  la scelta più responsabile che si possa compiere è quella di assecondare il più possibile l’opera di Giorgio Napolitano


Nella situazione gravissima in cui il Paese versa, la scelta più responsabile che si possa compiere è quella di assecondare il più possibile l’opera del Capo dello Stato. Sarà lui a individuare una soluzione che rispecchi la situazione del Paese e gli equilibri esistenti in Parlamento e a fare appello al senso di responsabilità istituzionale dei partiti perché la sostengano.

Il senso di responsabilità istituzionale a cui Giorgio Napolitano farà appello comporterà che si accantonino tutti i motivi di divisione, per rimettersi al suo “arbitrato” politico e sostenere un governo capace di fare le cose che egli stesso individuerà come oggi indispensabili per la salvezza del Paese.

Pietro Ichino |  ORA OCCORRE RICONOSCERE AL CAPO DELLO STATO IL RUOLO DI ARBITRO POLITICO SUL CHE FARE E COME FARLO.

Pietro Ichino, COME FAR FUNZIONARE MEGLIO IL NOSTRO MERCATO DEL LAVORO, Newsletter Pietro Ichino – n. 242


COME FAR FUNZIONARE MEGLIO IL NOSTRO MERCATO DEL LAVORO
Varo del Codice del lavoro semplificato e coniugazione stretta fra servizi di ricerca intensiva dell’occupazione e formazione mirata agli sbocchi occupazionali effettivi:

leggi intervista pubblicata venerdì da Libero.

Pietro Ichino |  CINQUE RIFLESSIONI SUL VOTO


Sul Partito democratico -  Lo schema tradizionale con cui il partito maggiore della sinistra italiana si presenta alle elezioni, quello del “pas d’ennemis à gauche” (niente avversari a sinistra) - per quanto corretto con la marginale e tardiva partecipazione di Matteo Renzi alla campagna elettorale - si è clamorosamente confermato per l’ennesima volta perdente: è lo schema che condanna la sinistra italiana a essere minoritaria. V. il seguito: Il vincitore-ombra di queste elezioni.

Su Scelta civica – Non ha avuto il risultato elettorale a cui aspirava. Ma ha pur sempre ottenuto 3,2 milioni di voti, essendo nata da meno di due mesi e avendo condotto una campagna elettorale totalmente priva di organizzazione, oltre che dei mezzi economici di cui usufruiscono i partiti già esistenti. In 50 giorni ha raccolto un terzo dei voti raccolti dal Pd e di quelli raccolti dal PdL. Non è molto, ma non è neppue così poco. Qualcuno dice: se Monti se ne stava con le mani in mano ora sarebbe lui il candidato naturale a guidare il nuovo Governo. Ma davvero gli italiani non grillini dovevano essere posti di fronte alla sola alternativa tra l’asse a vocazione minoritaria Bersani-Vendola e l’asse populista Berlusconi-Maroni?

tutto l’intervento qui   Pietro Ichino |  CINQUE RIFLESSIONI SUL VOTO.

IL RIFIUTO DI VENDOLA DI CONFRONTARSI CON ICHINO SUI TEMI DEL LAVORO



Il faccia a faccia avrebbe dovuto svolgersi venerdì nella trasmissione Zeta, condotta da Gad Lerner; è stato dunque sostituito da un’intervista sulle divergenze tra Lista Monti e Sel in materia di lavoro: non è un problema di persone, ma di programmi. Il video, tratto dalla trasmissione Zeta, è on line.

i metodi stalinisti della deturpazione morale da parte del Pd e la risposta di Giulia Ichino


Uno dei metodi dello stalinismo storico era la deturpazione morale.
Bisognava distruggere l’immagine del “nemico”, prima ancora che le sue ragioni e motivazioni
Il vizio stalinista è molto radicato nella cultura di sinistra.
Pietro Ichino è abbandonato il Pd. E allora occorre distruggerlo anche attraverso sua figlia. Tipico anche dei loro nipotini delle brigate rosse. Gli stessi che vogliono fare la pelle a Pietro Ichino, dopo Enzo Biagi e Massimo D?Antona
Paolo Ferrario
Dal Blog di Pietro Ichino:
La notizia dell’Agenzia Adnkronos e il post di mia figlia Giulia su Facebook, 7 febbraio 2013, dopo la sconcertante accusa mossale da Chiara Di Domenico durante un incontro pubblico promosso a Roma dal Pd - Per parte mia posso solo aggiungere che non ho maispeso una sola parola per favorire in alcun modo l’assunzione di una persona da parte di un’impresa o di un ente pubblico; men che meno lo avrei fatto per mia figlia o per qualsiasi altro mio parente, per quanto stretto
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Giulia Ichino è in pratica costretta a racconatre come e effettivamente andata la sua vicenda lavorativa
Mia breve storia lavorativa, non perché pensi che possa appassionare qualcuno ma giusto per fare chiarezza.
Sono nata nell’aprile del 1978, quindi di anni oggi ne ho quasi 35.
Quando ne avevo 21, all’inizio del 2000, ho inviato il mio curriculum in Mondadori, mi hanno fatto fare una prova di correzione di bozze da casa. Ho lavorato come esterna, in ritenuta d’acconto, per un anno e nel 2001 mi è stato proposto di fare la sostituzione di una redattrice nel periodo del suo congedo di maternità: è stato allora che ho iniziato ad andare quotidianamente a Segrate, ed è stato un anno di lavoro con un contratto da co.co.co..
Al termine di quell’anno, anche a seguito del pensionamento di una collega che aveva improvvisamente lasciato scoperto un posto, mi è stata proposta l’assunzione: era il 2002 e mi è sembrata una proposta da accettare al volo. Avevo un inquadramento da impiegata, ho fatto la redattrice a lungo, poi sono diventata capo redattore di una collana e solo dopo qualche anno mi hanno proposto di fare la “junior editor” di Antonio Franchini. Dall’ottobre 2010 sono editor senior della narrativa italiana.
Sono fiera di aver fatto tutta la “gavetta” redazionale perché l’importanza della cura del testo, anche nei suoi aspetti più minuti, è uno dei cardini dell’editoria di qualità. Sotto la guida di Renata Colorni, Elisabetta Risari e Antonio Franchini, oltre che di tanti altri colleghi, ho imparato moltissimo prima di poter muovere, in anni più recenti, i primi passi autonomi nel lavoro di scelta e di publishing dei libri.
Ho lavorato al fianco di decine di scrittori, da Giuseppe Pontiggia e Carlo Fruttero a Margaret Mazzantini, Andrea Camilleri, Roberto Saviano, Francesco Guccini, Niccolò Ammaniti, Alessandro Piperno, Carmine Abate, Mauro Corona, Antonio Pennacchi, Chiara Gamberale, Daria Bignardi, Valerio Massimo Manfredi, Mario Desiati, Pietrangelo Buttafuoco, Paola Calvetti, Giuseppina Torregrossa, Fabio Genovesi e tanti tanti altri.
So bene di essere molto fortunata, e che la mia è una storia eccezionalmente felice per la generazione a cui appartengo. Ma se avessi voluto avere un percorso professionale agevolato da mio padre avrei studiato legge, e invece ho scelto un settore completamente diverso da quello in cui lui opera da sempre.
La mia è una storia positiva, che testimonia che qualche volta accade perfino nel nostro Paese che il merito e i giovani vengano valorizzati.
Spero che tutti noi italiani abbiamo l’intelligenza, il coraggio e lo slancio necessari a cambiare nel profondo il nostro mercato del lavoro, per redistribuire tra tutti i diritti e le tutele e porre fine al gravissimo, intollerabile apartheid che priva ogni giorno di dignità tanti lavoratori e famiglie. (g.i.)
IL COMMENTO DI PIETRO CITATI (Corriere della Sera del 9 febbraio 2013):
PORTARE UN COGNOME IMPORTANTE NON SIGNIFICA ESSERE RACCOMANDATI
Detesto il sistema di raccomandazioni che, dall’industria privata ai ministeri alla televisione alle banche ai giornali, ha riempito l’Italia di mediocrissimi funzionari, che hanno come solo merito quello di essere figli o nipoti o cugini o cognati di personaggi illustri. Ma forse i giornalisti dovrebbero stare attenti. Non è possibile confondere una redattrice editoriale straordinaria come Giulia Ichino con una raccomandata, solo perché è figlia di Pietro Ichino. Il Corriere della Sera (pagina 9) e la Repubblica (pagina 12) di ieri 8 febbraio 2013 informano che nei giorni scorsi c’è stata, a Roma, l’assemblea del Partito democratico. Durante l’assemblea Chiara Di Domenico, precaria di 36 anni, collaboratrice di diverse case editrici, ha detto: «Sono stanca di vedere assunti i figli di o le mogli di. Faccio i nomi: Giulia Ichino, assunta a 24 anni alla Mondadori». Riferimento che non può passare inosservato – scrive Alessandro Trocino sul Corriere – «perché il padre Pietro Ichino è un notissimo giuslavorista e perché ha da poco lasciato il Partito democratico per candidarsi con Monti». Il discorso ha entusiasmato la platea che ha applaudito freneticamente la Di Domenico, per otto minuti, e commosso Pier Luigi Bersani, che ha lasciato il suo posto per andare a abbracciarla.
Non so nulla di Chiara Di Domenico, ma credo che Bersani dovrebbe essere meglio informato prima di abbracciare i delegati del suo partito. Ho scritto una ventina di libri ho conosciuto alcuni redattori di case editrici che si sono occupati di questi libri. Due fra di essi sono stati curati, alla Mondadori, da Giulia Ichino, che era allora molto giovane. Non ho mai conosciuto un redattore più intelligente, sottile, colto, preparato, che possedesse così bene la lingua italiana e quelle straniere. Per me, è stata una fortuna lavorare con lei. Poi Giulia Ichino è diventata editrice e ha curato (consigliando, correggendo, riscrivendo) libri che hanno venduto milioni di copie. Mi pare giustissimo che oggi abbia un posto di rilievo alla Mondadori: lo avrebbe in qualsiasi casa editrice, qualsiasi posto occupasse.

Pietro Citati: Portare un cognome importante non significa essere raccomandati «Giulia Ichino è una redattrice editoriale straordinaria» (catalogato: gli stalinisti del Pd)


credo che Bersani dovrebbe essere meglio informato prima di abbracciare i delegati del suo partito. Ho scritto una ventina di libri ho conosciuto alcuni redattori di case editrici che si sono occupati di questi libri. Due fra di essi sono stati curati, alla Mondadori, da Giulia Ichino, che era allora molto giovane. Non ho mai conosciuto un redattore più intelligente, sottile, colto, preparato, che possedesse così bene la lingua italiana e quelle straniere. Per me, è stata una fortuna lavorare con lei. Poi Giulia Ichino è diventata editrice e ha curato (consigliando, correggendo, riscrivendo) libri che hanno venduto milioni di copie. Mi pare giustissimo che oggi abbia un posto di rilievo alla Mondadori: lo avrebbe in qualsiasi casa editrice, qualsiasi posto occupasse.

Pietro Citati da corriere.it

da   Pietro Citati corre in soccorso della figlia di Ichino Giulia è una redattrice culturae straordinaria :: VIP.

Pietro Ichino: un governo la cui agenda sarà condizionata del sindacato (dei pensionati) dellaCGIL


a proposito di “futuro per i giovani”

sarà la Cgil (sindacato a maggioranza di iscritti pensionati) a dettare la linea

Paolo Ferrario

Pietro Ichino: la coalizione e lo stesso partito di Bersani ha due anime: “una coerente e una incoerente, rappresentata da Vendola e Fassina”


Pietro Ichino: “Monti costringe Pd a confronto riformista”
Per il giuslavorista Pietro Ichino, ex Pd e ora candidato con Monti, la coalizione e lo stesso partito di Bersani ha due anime: “una coerente e una incoerente, rappresentata da Vendola e Fassina”

vai a   http://video.repubblica.it/dossier/elezioni-politiche-2013/pietro-ichino-il-videoforum-integrale/116399/114819

SULLA QUESTIONE DEL REDDITO MINIMO, RIPROPOSTA DA JEAN-CLAUDE JUNCKER, Newsletter Pietro Ichino – n. 232


SULLA QUESTIONE DEL REDDITO MINIMO, RIPROPOSTA DA JEAN-CLAUDE JUNCKER
Questa misura di sostegno del reddito, riproposta dal presidente dell’Eurogruppo, può svolgere una funzione preziosa di inclusione e sicurezza sociale, ma soltanto se coniugata con misure di controllo sulla disponibilità effettiva alla ricerca del lavoro da parte del beneficiario e con servizi di assistenza intensiva efficiente per tale ricerca: leggi .

IDEE FORZA PER LA CAMPAGNA ELETTORALE IN MATERIA DI LAVORO, Newsletter Pietro Ichino – n. 231


IDEE FORZA PER LA CAMPAGNA ELETTORALE IN MATERIA DI LAVORO
La trasparenza totale nelle amministrazioni pubbliche, il Codice del lavoro semplificato, il piano straordinarioYouth Guarantee per l’occupazione giovanile, una grande azione positiva per aumentare al 60% il tasso di occupazione femminile, il progetto active ageing: sono on line alcuni appunti su cui stiamo lavorando per dare contenuti più precisi all’Agenda Monti in materia di politiche del lavoro

Pietro Ichino |  RISPOSTA A EUGENIO SCALFARI: la Carta degli intenti del PD era nata come promessa del Centrosinistra al Paese di fedeltà agli impegni europei assunti dall’Italia; ma il giorno dopo la chiusura delle urne abbiamo sentito Nichi Vendola affermare che essa è invece “la pietra tombale” su quegli impegni


Lettera pubblicata da la Repubblica il 7 gennaio 2013.
A Eugenio Scalfari, che nel suo editoriale di oggi [6 gennaio] mi accusa di aver mancato alla parola data, accettando la candidatura nella lista Monti, rispondo che l’unico impegno da me assunto nel novembre scorso, partecipando alle primarie del Centrosinistra, è consistito nella sottoscrizione, all’atto del voto, della Carta di Intenti. Proprio quella Carta era nata come promessa del Centrosinistra al Paese di fedeltà agli impegni europei assunti dall’Italia; ma il giorno dopo la chiusura delle urne abbiamo sentito Nichi Vendola affermare che essa è invece “la pietra tombale” su quegli impegni. E non abbiamo sentito il Segretario del Pd protestare per questo, richiamando l’“alleato principale” agli impegni originari; mentre abbiamo sentito semmai toni analoghi a quelli di Vendola da parte del responsabile nazionale per l’Economia del Pd. Allora, di quale “parola data” stiamo parlando? La verità è che quella Carta era viziata da un’ambiguità di fondo, che ho denunciato fin dall’inizio pubblicamente; e che tuttora mina la credibilità della coalizione di centrosinistra sul tema decisivo per le sorti del nostro Paese. Se il 23 dicembre scorso ho accettato l’invito di Monti a collaborare alla nuova formazione politica che intorno a lui sta nascendo è proprio per uscire da quell’ambiguità; e per non espormi al rischio di dover domani, per disciplina di partito, disattendere o adempiere in modo imperfetto l’impegno assunto con gli elettori sulla strategia europea dell’Italia.

Pietro Ichino

da  Pietro Ichino |  RISPOSTA A EUGENIO SCALFARI.

Sulla scelta di Pietro Ichino di appoggiare l’iniziativa politica di Mario Monti, 31 dicembre 2012


Sulla scelta di Pietro Ichino di appoggiare l’iniziativa politica di Mario Monti leggi

  intervista a Repubblica-Tv

Dunque lei non crede di aver tradito il Pd e anche Renzi per aver rinunciato a portare avanti una battaglia di minoranza nel partito?
Questa idea del “tradimento” corrisponde a una vecchia concezione del “partito come casa. chiesa, famiglia” che credo debba considerarsi ormai del tutto fuori corso. Su di un piano molto pià laico e pragmatico, in molti mi hanno sollecitato a mantenere nonostante tutto la candidatura nel Pd, ricordandomi che così si deve fare in un grande partito moderno e in un sistema bipolare: “ora sei in minoranza, ma quando i fatti ti avranno dato ragione diventerai maggioranza”. Conosco bene questo discorso, per averlo praticato, con alterne vicende, lungo quarant’anni di lavoro politico in seno alla sinistra. Senonché questo discorso vale in una situazione ordinaria, nella quale si può contare su qualche anno di tempo per le proprie battaglie politiche e la posta in gioco è di ordinaria amministrazione o poco più; lo  stesso discorso non può valere in una situazione di emergenza grave, nella quale se i fatti ti danno ragione il Paese rischia di rompersi l’osso del collo. Oggi la posta in gioco è questa. Oggi il discrimine fondamentale della politica italiana è tra chi è convinto che la strategia migliore per uscire dalla crisi sia quella concordata con i nostri partner europei, e chi invece è convinto che proprio questa strategia sia la rovina del Paese. È su questo punto che nel Pd vivono due anime diverse.

per contribuire a sostenere i costi della campagna elettorale di Pietro Ichino


L’attività politica costa. Costa anche una campagna elettorale quale sarà la mia,  per la lista Monti in Lombardia, condotta all’insegna della massima sobrietà. D’altra parte, una politica sorretta da tanti piccoli finanziamenti privati è una politica più libera e trasparente. Non provo dunque imbarazzo nel segnalare a chi condivide le mie idee e proposte la possibilità di contribuire a sostenere questo costo.

Nel rispetto della legge vigente, tutti i contributi destinati alla mia campagna elettorale dovranno affluire sul conto corrente  aperto appositamente presso l‘agenzia n. 1 del Banco di Napoli di Roma, Montecitorio, intestato al mio mandatario elettorale, nella persona dell’avvocato Stefano Salvato di Roma:

Codice Iban:  IT30 X 010 1003 2011 0000 0014 180

Ogni singola spesa compiuta per mezzo dei vostri contributi sarà immediatamente visibile on line su questo sito e sul sito elettorale che aprirò nei giorni prossimi. Saranno inoltre on line tutti i contributi ricevuti, così come i nomi dei contributori che avranno espressamente autorizzato la pubblicazione del loro nome mediante la causale del bonifico o mediante email.

TUTTO L’ARTICOLO QUI    Newsletter Pietro Ichino – Newsletter straordinaria per la campagna elettorale – pamalteo@gmail.com – Gmail.

Pietro Ichino: “La lista Monti non sarà un partito più piccolo del Pd, avrà anch’esso una vocazione maggioritaria secondo una bipartizione nuova e diversa rispetto a quelle del secolo scorso


Pietro Ichino: “La Lista Monti è più a sinistra del Pd”
Pietro Ichino: “La Lista Monti è più a sinistra del Pd”
“La lista Monti non sarà un partito più piccolo del Pd, avrà anch’esso una vocazione maggioritaria secondo una bipartizione nuova e diversa rispetto a quelle del secolo scorso; e comunque andrà a finire sarà un’esperienza importante che aiuterà il Pd a irrobustirsi,

Potrebbe interessarti:http://www.today.it/rassegna/pietro-ichino-lista-monti-sinistra-pd.html
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“viste le contraddizioni nella linea del Pd, credo che oggi il modo più efficace per conseguire l’obiettivo sia quest’ultimo, andare con Monti, e credo che questa sia una scelta da fare in modo laico, senza atti di fede e senza fatwe. Tenendo conto che le due forze politiche, nella prossima legislatura, dovranno necessariamente collaborare tra loro per arginare il populismo anti europeista montante”.

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da  Pietro Ichino: “La Lista Monti è più a sinistra del Pd”.

Pietro Ichino: numero sorprendente delle occasioni di lavoro stabile nel nostro tessuto produttivo, ma al tempo stesso il fatto che questi posti sono quasi tutti coperti per passaggio diretto da posto a posto, quindi preclusi agli outsider


Nelle 

slides della mia relazione all’incontro promosso da Randstad 

i dati aggiornati al 2012, che confermano il numero sorprendente delle occasioni di lavoro stabile nel nostro tessuto produttivo, ma al tempo stesso il fatto che questi posti sono quasi tutti coperti per passaggio diretto da posto a posto, quindi preclusi agli outsider

HOME  | Pietro Ichino.

dalla intervista di Pietro Ichino, La Stampa, 24 dicembre 2012


«La risposta negativa di Bersani al bellissimo discorso di Monti è per me decisiva. La campagna elettorale la farò a sostegno dell’Agenda Monti, attorno a cui si  aggregherà una forza politica nuova, fuori dagli schemi tradizionali della politica italiana».

Chi sarete a rappresentarla?
«Qui in Lombardia, come altrove, si sta formando una lista che è espressione di tutta quella grande parte della società civile che rifiuta il populismo antieuropeo di Berlusconi e che, allo stesso tempo, vede le contraddizioni del Pd su questo terreno, e invece vuole cogliere la grande occasione della crisi per allineare l’Italia ai migliori standard europei, contro tutte le chiusure corporative e le posizioni di rendita che appesantiscono il Paese. Visto come vanno le cose nel Pd, sono pronto a lavorare per il successo di questa lista, e anche a guidarla, se così mi sarà chiesto. E credo che questo gioverà allo stesso Pd, costringendolo a uscire dalla contraddizione».

il mio cuore continua a battere per quel 40% del Pd che lotta perché la sua ambiguità sulla questione cruciale della strategia europea si risolva nel modo migliore. Se mi stacco da loro, nonostante che mi sia stata offerta la candidatura nella testa di lista del Pd per la Lombardia, è perché in campagna elettorale dovrei chiedere il voto per il partito senza tanti distinguo; dovrei negare la contraddizione, che invece c’è ed è grave».


«La cosa di gran lunga migliore è un’alleanza del Pd con chi fa propria l’Agenda Monti. Ma un’alleanza decisa prima delle elezioni, non dopo, come Bersani dice di voler fare. Gli elettori hanno il diritto di sapere con precisione per che cosa votano. Se questo non accade, credo che i “montiani” del Pd facciano bene a votare per l’Agenda Monti». 

da  Pietro Ichino |  L’INIZIATIVA DI MONTI COSTRINGERÀ IL PD A USCIRE DALLA CONTRADDIZIONE.

La coerenza e il CORAGGIO di Pietro Ichino: capolista per la Lombardia al Senato nella nuova formazione politica che si costituisce a sostegno del memorandum Cambiare l’Italia, riformare l’Europa di Mario Monti


C’è ‘OFFERTA POLITICA che cercavo.

Una testa un voto (non più di “appartenenza”, ma di “scelta”):

la X sulla scheda del Senato andrà  alla formazione politica che si costituisce a sostegno del memorandum Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, della quale sarà capolista PIETRO ICHINO, cui va la mia ammirazione per la sua coerenza e coraggio.

Paolo Ferrario, Como 24 dicembre 2012

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dal Blog di Pietro Ichino:

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Nella lettera ai frequentatori di questo sito 

le ragioni della mia decisione di accettare la candidatura come capolista per la Lombardia al Senato nella nuova formazione politica che si costituisce a sostegno del memorandum Cambiare l’Italia, riformare l’Europa.

In proposito v. pure la mia intervista alla Stampa di oggi.

È on line su questo sito il terzo capitolo del memorandum, in materia di lavoro e welfare, che presenta le maggiori assonanze con le mie idee e proposte.

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Mie sottolineature:

lista “per l’Agenda Monti” per l’elezione del Senato in Lombardia: una lista in cui si esprimerà - qui come in tutte le altre regioni italiane – quella larga parte della società civile che rifiuta il populismo sostanzialmente antieuropeo di Berlusconi e della Lega, ma al tempo stesso è preoccupata dall’ambiguità della posizione del Pd.
Mi consente, e in certa misura impone, il compimento di questo passo una concezione laica dell’impegno politico: l’adesione a un partito non può  mai diventare una sorta di atto di fede vincolante qualsiasi cosa accada. Esiste un limite oltre il quale l’adesione stessa, se in contrasto con la linea d’azione che si considera la migliore, può diventare una forma di doppiezza politica inaccettabile.

..

La speranza è che la scelta che compio oggi possa contribuire, oltre che alla costruzione di una formazione politica capace di dare solide gambe e braccia all’Agenda Monti, anche a innescare nel Pd il chiarimento finora mancato.  E che il chiarimento stesso porti a una coalizione tra lo stesso Pd e la nuova formazione che nascerà da queste elezioni, per dar vita a un governo stabile e determinato nel perseguimento della strategia europea dell’Italia. Meglio se ciò accadrà prima delle elezioni, piuttosto che dopo: gli elettori hanno diritto di sapere con precisione per che cosa votano.

L’intervento di Pietro Ichino per le primarie del Pd a favore di Matteo Renzi, 2012

A me sembra che chi rappresenta da anni – se non da decenni – la sinistra italiana, prima di dare lezioni al mondo intero su come si è davvero “di sinistra”, dovrebbe rendere conto dei risultati conseguiti fin qui.

Se sinistra in politica significa essenzialmente costruire un sistema capace di grarantire pari dotazioni di partenza e pari opportunità per tutti, chi ha guidato la sinistra nell’ultimo mezzo secolo, snobbando le grandi socialdemocrazie del nord-Europa (vi ricordate? “noi non ci accontentiamo di redistribuire la ricchezza: vogliamo controllare i mezzi e i modi in cui la si produce”) dovrebbe render conto, per esempio, dei risultati conseguiti nel nostro Paese sul piano della riduzione delle disuguaglianze: nel nord-Europa su questo terreno hanno raggiunto risultati enormemente migliori dei nostri e noi abbiamo uno degli indici di disuguaglianza più alti del continente. Dovrebbe render conto anche di un tasso di occupazione complessivo che è tra i più bassi del mondo: se da noi lavorasse la stessa percentuale di persone in età attiva che lavora in Gran Bretagna, avremmo cinque milioni in più di italiani nel mercato del lavoro, di cui quattro milioni donne; e se il tasso fosse quello dei Paesi scandinavi, sarebbero sette milioni in più, di cui cinque e mezzo donne. Avremmo il doppio di occupati nella fascia tra i 18 e i 30 anni; e il doppio nella fascia tra i 55 e i 70. Dovrebbe render conto, ancora, di un diritto del lavoro che si applica soltanto a metà dei lavoratori dipendenti, escludendo dal proprio campo di applicazione un’intera nuova generazione. E poi perché questi troppo pochi italiani che lavorano devono avere retribuzioni che sono mediamente, a parità di mansioni, la metà di quelle degli svizzeri e dei tedeschi, pagando su queste retribuzioni le tasse più alte d’Europa già nella fascia dei mille euro al mese?

Se chiedete conto di questi risultati a uno qualsiasi dei dirigenti della nostra sinistra, potete stare sicuri che vi risponderà: “ma noi non ne siamo responsabili, perché siamo stati al governo complessivamente per poco tempo e solo per periodi brevissimi”. Non si rendono conto che anche questo dato concorre al bilancio fallimentare della stessa sinistra: perché tanta difficoltà a raccogliere il consenso della gente? Non sarà, per caso, che proprio la parte più povera del Paese a 60 anni dalla Liberazione non si è ancora convinta della nostra capacità di fare davvero i suoi interessi?

Se chi ha guidato la sinistra italiana per questi 60 anni, dal Pci al Pds ai Ds, fino al Pd di oggi, si ponesse questa domanda con un minimo di umiltà – che in politica si chiama capacità di autocritica – e quindi cercasse davvero risposte vere e credibili, forse si accorgerebbe che i più deboli e i più poveri non votano più a sinistra da molto tempo, che sei operai italiani su dieci che votano scelgono partiti di destra o di centro, che le roccheforti elettorali della sinistra non sono tra i precari, ma nell’impiego pubblico e tra i pensionati; non tra i più giovani, ma tra i più vecchi; non tra chi rischia di più, ma tra chi rischia di meno.

Non potrebbe essere diversamente; perché da anni ormai questa sinistra, a ben vedere, al di là delle grandi enunciazioni astratte pratica soprattutto una parola d’ordine: “difendere”, e se si va a vedere da vicino si constata che è sempre un difendere l’esistente. Difendere prioritariamente i diritti esistenti – anche se sono piccole rendite – senza chiedersi mai se questo renderà più facile o più difficile l’accesso a quegli stessi diritti da parte di chi ne è escluso. Ma difendere anche vecchie norme, vecchie strutture amministrative, vecchie strutture produttive, vecchi posti di lavoro regolari; mai una volta che, in concreto, venga messa al primo posto per davvero la costruzione delle pari opportunità, cioè l’interesse di chi da quei diritti, da quel tessuto produttivo è permanentemente escluso.

Questa è la sinistra che negli anni ’70 difendeva a spada tratta il modello esclusivo del lavoro a tempo pieno opponendosi al riconoscimento del part-time; che negli anni ’80 e ’90 difendeva come un baluardo fondamentale di civiltà il monopolio statale dei servizi di collocamento (come se in questo campo il discrimine tra buono e cattivo fosse quello che passa tra pubblico e privato, e non quello che passa tra servizio efficiente fornito alla luce del sole e servizio inefficiente o fornito clandestinamente); la sinistra che fino al giugno 2011 ha difeso come chiave di volta irrinunciabile per la protezione dei diritti fondamentali dei lavoratori la regola della rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale da parte del contratto aziendale (salvo cambiare idea nel giugno dell’anno scorso, dieci anni dopo rispetto alla sinistra tedesca e a quella svedese, senza chiedere scusa per il ritardo); la sinistra che fino al luglio scorso ha difeso fino alla morte il vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come garanzia irrinunciabile della dignità e libertà dei lavoratori. Ma non abbastanza irrinunciabile perché quella stessa sinistra si preoccupasse di una metà abbondante dei lavoratori dipendenti italiani che ne era permanentemente esclusa; e negli ultimi tre decenni la quota di lavoratori protetti sul totale era andata costantemente riducendosi.

È la stessa sinistra che di fronte a qualsiasi crisi aziendale si schiera sempre, a priori, inflessibilmente, non in difesa della sicurezza economica e professionale dei lavoratori, ma in difesa della conservazione delle strutture esistenti, incurante del fatto che conservare sistematicamente strutture obsolete e rapporti di lavoro ormai poco o per nulla produttivi ha necessariamente un effetto depressivo sulle retribuzioni. È la sinistra che ha difeso fino allo stremo il diritto della mia generazione di andare in pensione a cinquant’anni o anche prima, pur essendo perfettamente consapevole della insostenibilità di quel regime, che infatti è stato debitamente riformato già nel 1995, ma solo per le nuove generazioni. E che, più in generale ha considerato perfettamente “di sinistra” (pardon: keynesiano), per finanziare le pensioni della mia generazione, prendere a prestito per un quarto di secolo l’equivalente di 30 miliardi l’anno, lasciando il debito da ripagare a figli e nipoti.

Nei seminari internazionali ciascuno degli studiosi che incontro può presentare, magari per criticare, qualche cosa che la sinistra del suo Paese ha sperimentato nell’ultimo mezzo secolo: che porti il marchio Mitterrand, Zapatero, Blair, Schroeder,  Clinton od Obama; che porti un segno più liberal o più socialdemocratico, o persin0 vetero-socialista, ma pur sempre qualche cosa che ha connotato il governo di quel Paese per almeno una stagione. La nostra vecchia sinistra è bravissima nel pontificare e nel criticare le altre, ma quanto a  fatti di governo del Paese ha un palmarès desolatamente vuoto. Non può vantare neppure la nazionalizzazione dell’energia elettrica degli anni ’60 o lo Statuto dei Lavoratori del 1970, perché non li ha votati: era all’opposizione. L’achievement più rilevante che può vantare è l’aver smontato lo “scalone Maroni” nel 2007, ponendo le premesse per rendere più traumatica la riforma delle pensioni che il Governo Monti ha dovuto fare a rotta di collo quattro anni dopo per rimettere il Paese in linea di galleggiamento.

È la sinistra che – come ha osservato Abravanel – ha tacitamente accettato di dividersi i compiti con la destra lasciando a questa la difesa delle grandi rendite e riservando a se stessa la difesa di quelle piccole. Non c’è proprio da stupirsi che questa sinistra abbia perso da tempo sia il sostegno degli esclusi, dei più poveri, sia quello dei più produttivi.

Se è così, per favore, che i rappresentanti di questa sinistra abbiano almeno il buon gusto di non impancarsi ad arbitri su chi e che cosa sia “di sinistra” e chi e che cosa “di destra”: hanno mostrato di avere le idee confusissime in proposito. E, soprattutto, non si mettano di traverso se una nuova generazione si propone di costruire una sinistra diversa: meno verbosa e retorica, più pragmatica e attenta ai dati di fatto, più capace di confrontarsi con le migliori esperienze straniere (dalle quali abbiamo moltissimo da imparare, invece di giudicarle, come usiamo fare, dall’alto in basso), più esigente riguardo ai risultati.

Questa nuova sinistra si porrà per primo il problema di riunificare il mercato del lavoro, smettendo di difendere con le unghie e coi denti le 2000 pagine della nostra legislazione attuale, ipertrofica, caotica, letteralmente illeggibile per coloro che devono applicarla quotidianamente, e varando un nuovo statuto della materia – il Codice del Lavoro semplificato – che, come lo Statuto dei Lavoratori del 1970 sia conciso, semplice, immediatamente leggibile e comprensibile da tutti. Quando fu varato – lo ricordo bene perché erano i primi anni della mia vita adulta -  riproducemmo lo Statuto dei Lavoratori in milioni di copie, lo distribuimmo in ogni angolo d’Italia, e dopo tre mesi lo avevano letto e capito benissimo tutti; e cambiò la cultura del lavoro nel nostro Paese. Ecco, con questo nuovo Codice del Lavoro di 59 soli articoli vogliamo compiere la stessa operazione. E a chi ci accusa di aver messo insieme un programma raccogliticcio, solo in vista di queste primarie, rispondo che Matteo fu tra i primi, nel 2010, a organizzare a Firenze un seminario su questo disegno di legge, che avevo presentato da poco in Senato, con altri 54 senatori del Pd; ed esso è stato poi affinato attraverso centinaia di incontri con i sindacati, con gli imprenditori, nelle università di tutta Italia. Un nuovo statuto capace di applicarsi a tutti, e non soltanto a metà dei lavoratori dipendenti italiani: tutti a tempo indeterminato, a tutti le protezioni fondamentali, di cui oggi un’intera nuova generazione è privata, ma nessuno inamovibile; la sicurezza economica e professionale non si può fondare sull’ingessatura del posto di lavoro, ma sulla garanzia di continuità del reddito e professionale, in caso di perdita del posto. Un nuovo statuto allineato ai migliori standard internazionali e suscettibile di essere agevolmente tradotto in inglese: un biglietto da visita formidabile per dare agli investitori stranieri il segno di un cambiamento profondo del nostro Paese, della nostra volontà di aprirlo ai migliori piani industriali.

Questo dell’apertura del Paese agli investimenti stranieri è un punto fondamentale della nostra strategia per la crescita, che la vecchia sinistra non ha mai capito. Se soltanto fossimo capaci di allinearci per questo aspetto alla media europea, questo significherebbe un maggior flusso di investimenti in entrata nel nostro Paese pari a 50-60 miliardi ogni anno: centinaia e centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, con piani industriali capaci di valorizzarlo, il nostro lavoro, mediamente molto meglio di quanto avviene comunemente nelle nostre aziende. Certo, ci sono anche i settori in cui abbiamo noi gli imprenditori eccellenti; e lì non abbiamo alcun bisogno di proteggerli. Ma nella maggior parte dei casi l’eccellenza imprenditoriale dobbiamo imparare a importarla; dobbiamo imparare a ingaggiare il meglio dell’imprenditoria mondiale per portarla in casa nostra. Nella cultura della nostra vecchia sinistra, invece, le multinazionali sono ancora il braccio operativo dell’imperialismo, sono soggetti pericolosi, da cui tenersi alla larga. Certo, ci sono anche tra gli stranieri dei pessimi imprenditori dai quali tenerci alla larga; ma se per paura di questi ci chiudiamo ermeticamente, finiamo col subire tutto il peggio (per noi) della globalizzazione, in particolare la concorrenza della manodopera dei Paesi emergenti, privandoci dei suoi aspetti per noi potenzialmente più positivi. Guardiamo come è andata con l’ultimo grande investimento di una multinazionale in Italia: quello deciso da Ciampi e Prodi nel 1993, con la vendita del Nuovo Pignone alla General Electric: in quindici anni il fatturato dell’azienda è quadruplicato e i suoi dipendenti hanno retribuzioni che sono del 50 per cento superiori a quelle degli altri metalmeccanici italiani, a parità di mansioni.

Per aprirci agli investimenti stranieri, certo, non basta semplificare il nostro sistema delle relazioni industriali e allinearlo rispetto ai migliori standard europei. Occorre anche migliorare le nostre infrastrutture, tra le quali metterei anche il nostro senso civico diffuso, quella civicness della quale noi italiani difettiamo rispetto agli altri popoli del centro e nord-Europa; e migliorare molto le nostre amministrazioni pubbliche, incominciando da quella della giustizia. Anche questo è un capitolo del programma di Matteo Renzi che nasce da anni di osservazioni comparatistiche, di studi e di elaborazioni: vogliamo amministrazioni organizzate prioritariamente in funzione degli interessi degli utenti, e non – come accade oggi – in funzione degli interessi dei propri addetti. Amministrazioni i cui dirigenti vengano ingaggiati in funzione del raggiungimento di obiettivi precisi, specifici, misurabili, collegati a scadenze temporali ben definite; e vengano immediatamente valutati in relazione al raggiungimento o no di quegli obiettivi, controllabile immediatamente on line da tutta la cittadinanza. Amministrazioni sottoposte in modo capillare al controllo immediato della cittadinanza su ciascun loro atto, anche quello di minimo rilievo, mediante l’applicazione rigorosa del principio della full disclosure, della trasparenza totale, cioè dell’accessibilità in rete di ogni atto e ogni documento, anche di uso soltanto interno, di ciascun ufficio. Come da tempo si fa in Svezia, in Gran Bretagna e negli U.S.A. sulla base dei Freedom of Information Acts.

Anche su questo terreno si misurerà la nuova sinistra che vogliamo costruire: sulla sua capacità di perseguire, attraverso l’efficienza e la trasparenza delle amministrazioni,  l’interesse dell’ultimo dei cittadini, del più debole, più e prima rispetto all’interesse, pur legittimo, degli addetti alle amministrazioni stesse. Con la piena consapevolezza che i primi a soffrire dell’inefficienza di queste sono i più poveri e i più deboli.

Queste sono le sfide che ci attendono. Buon lavoro a tutti noi. E buona fortuna, Italia!

Pietro Ichino ha deciso di rinunciare a partecipare alle primarie per del Partito democratico per l’elezioni in parlamento


Il giuslavorista e senatore del Pd Pietro Ichino ha deciso di rinunciare a partecipare alle primarie per del Partito democratico per l’elezioni in parlamento.

Il senatore ha spiegato che la sua decisione è stata causata da «alcuni difetti gravi di chiarezza che vedo nella linea seguita oggi dal vertice del Pd e l’imbarazzo in cui mi troverei, domani, nel fuoco della campagna elettorale, se questa ambiguità non venisse superata».

La sua candidatura quindi non è pervenuta alla segreteria del Pd della provincia di Milano che il 22 dicembre ha formato la lista dei candidati.

«AMBIGUITÀ SULLA STRATEGIA EUROPEA DELL’ITALIA». «La campagna elettorale», ha scritto sul suo blog, «mi costringerebbe a negare l’ambiguità di fondo nella linea del partito sulla questione fondamentale della strategia europea dell’Italia per uscire dalla crisi, più volte denunciata ma a tutt’oggi non risolta».

da Pd, Pietro Ichino rinuncia alle primarie – POLITICA

Pd, Pietro Ichino rinuncia alle primarie
Lettera43
Il giuslavorista e senatore del Pd Pietro Ichino ha deciso di rinunciare a
partecipare alle primarie per del Partito democratico per l’elezioni in
parlamento. Il senatore ha spiegato che la sua decisione è stata causata
da «alcuni difetti gravi di …
<http://www.lettera43.it/politica/pd-pietro-ichino-rinuncia-alle-primarie_4367577505.htm>
Mostra tutti gli articoli su questo argomento:
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Pietro Ichino non si candida con il Pd
Il giuslavorista e senatore del Pd Pietro Ichino rinuncia a partecipare
alle primarie parlamentari del Pd. Il senatore ha spiegato che la sua
decisione è causata da ‘alcuni difetti gravi di chiarezza che vedo nella
linea seguita oggi dal vertice del Pd …
<http://www.giornalettismo.com/archives/676069/pietro-ichino-non-si-candida-con-il-pd/>

IL MANIFESTO 2012.12.23 – Pietro Ichino rinuncia a candidarsi.
Pietro Ichino rinuncia a candidarsi. ARTICOLO. ARTICOLO. Il senatore del Pd
e giuslavorista ha deciso di non partecipare alle primarie del Pd per il
Parlamento.
<http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20121223/manip2pg/03/manip2pz/333640/>

Pietro Ichino non si candida con il Pd
Il giuslavorista e senatore del Pd Pietro Ichino rinuncia a partecipare
alle primarie parlamentari del Pd. Il senatore ha spiegato che la sua
decisione è causata …
<http://247.libero.it/bfocus/289783/0/pietro-ichino-non-si-candida-con-il-pd/>

Pd, Pietro Ichino rinuncia alle primarie
E quindi Pietro Ichino non si candiderà. Non parteciperà alle primarie
del Pd. E non sarà in Parlamento nella prossima legislatura. Lo avevo
scritto e lo ripeto: è …
<http://inagist.com/all/282660552868757506/>

Sabato, 22 Dicembre 2012 Pd, Pietro Ichino Rinuncia Alle Primarie
Presenta una serie di articoli relativi alla notizia: Pd, Pietro Ichino
Rinuncia Alle Primarie; Numero di notizie: 11; Data ultima news: Venerdì,
21 Dicembre 2012; …
<http://www.intopic.it/notizia/4408204/>

Pietro Ichino: “si delinea al centro dello schieramento un competitor molto più pericoloso di quanto non sia oggi Berlusconi: un Mario Monti capace di raccogliere anche l’interesse e la fiducia di quattro elettori del centrosinistra su dieci


Tra meno di una settimana il Parlamento verrà sciolto e si aprirà anche ufficialmente la campagna elettorale. Bersani si mostra sempre più accigliato. È preoccupato. E lo si può capire: vede delinearsi al centro dello schieramento un competitor molto più pericoloso di quanto non sia oggi Berlusconi: un Mario Monti capace di raccogliere non soltanto l’appoggio del mondo intero (che ai fini elettorali in Italia conta poco), ma – secondo i dati offerti da Mannheimer sul Corriere della Sera – anche l’interesse e la fiducia di quattro elettori del centrosinistra su dieci.

Pietro Ichino |  IL PD E MONTI.

Pietro Ichino, il vero spartiacque corre tra chi è convinto che la via più sicura per uscire dalla crisi sia costituita dalla strategia europea disegnata per il nostro Paese da Mario Monti, e chi è convinto invece che il rigore finanziario richiesto da quella strategia sia la vera causa dei nostri problemi, da LA SCELTA DI BERSANI


L’attacco forsennato di Berlusconi contro il Governo mostra chiaramente dove sta in questo momento il discrimine politico fondamentale nel nostro Paese: oggi, come un anno fa, il vero spartiacque corre tra chi è convinto che la via più sicura per uscire dalla crisi sia costituita dalla strategia europea disegnata per il nostro Paese da Mario Monti, e chi è convinto invece che il rigore finanziario richiesto da quella strategia sia la vera causa dei nostri problemi. Su quest’ultimo versante della politica nazionale si collocano ora, insieme a Berlusconi, anche Grillo e ahimè Vendola. Sul versante opposto Napolitano, Monti, Prodi, Renzi e i per ora sfortunati costruttori del Terzo Polo. Il precipitare della situazione politica rende estremamente urgente che Bersani – candidato del centrosinistra a guidare il Paese nella prossima legislatura – dica con molta chiarezza da che parte sta rispetto a questo spartiacque. Il problema è che il suo responsabile nazionale per l’Economia Fassina indica esplicitamente la causa prima dei nostri mali in questa strategia europea

da   Pietro Ichino |  LA SCELTA DI BERSANI.

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Pietro Ichino |  oggi, come un anno fa, il vero spartiacque corre tra chi è convinto che la via più sicura per uscire dalla crisi sia costituita dalla strategia europea disegnata per il nostro Paese da Mario Monti, e chi è convinto invece che il rigore finanziario richiesto da quella strategia sia la vera causa dei nostri problemi.


L’attacco forsennato di Berlusconi contro il Governo mostra chiaramente dove sta in questo momento il discrimine politico fondamentale nel nostro Paese: oggi, come un anno fa, il vero spartiacque corre tra chi è convinto che la via più sicura per uscire dalla crisi sia costituita dalla strategia europea disegnata per il nostro Paese da Mario Monti, e chi è convinto invece che il rigore finanziario richiesto da quella strategia sia la vera causa dei nostri problemi. Su quest’ultimo versante della politica nazionale si collocano ora, insieme a Berlusconi, anche Grillo e ahimè Vendola. Sul versante opposto Napolitano, Monti, Prodi, Renzi e i per ora sfortunati costruttori del Terzo Polo. Il precipitare della situazione politica rende estremamente urgente che Bersani – candidato del centrosinistra a guidare il Paese nella prossima legislatura – dica con molta chiarezza da che parte sta rispetto a questo spartiacque. Il problema è che il suo responsabile nazionale per l’Economia Fassina indica esplicitamente la causa prima dei nostri mali in questa strategia europea

da  Pietro Ichino |  LA SCELTA DI BERSANI.

Audio del discorso di Matteo Renzi sulla sconfitta alle primarie del PD


Finalmente un politico che unisce stile e contenuti:


PRIM1
PRIM2

PRIM3

Bersani Ha stravinto il secondo turno. Non può e non deve sperare che Renzi gli dia una mano per riconquistare quel 40 per cento di elettorato di centrosinistra. Ha fatto il pieno dei voti di Vendola, e il rischio è che debba essergli troppo grato, spostando l’asse della coalizione eccessivamente a sinistra. Con ogni probabilità, vista la condizione disastrosa del centrodestra, Bersani potrà puntare agevolmente a Palazzo Chigi. Ma per durare e avere credibilità in Italia e nel mondo non potrà cedere a chi considera l’esperienza del governo Monti, lealmente sostenuto da oltre un anno anche dal Pd, come un cedimento al «liberismo», come ossessivamente viene ripetuto anche all’interno del Pd dalle sue componenti più diffidenti verso le politiche di un riformismo moderno.

da Il salto necessario di Pierluigi Battista, in Il Corriere della sera http://www.corriere.it/editoriali/12_dicembre_03/battista-salto-necessario_b439c558-3d0f-11e2-ab92-9e1ea30a782c.shtml

“Riconosco lealmente la vittoria di Bersani e dico che io ho perso.
Già. Perché noi non abbiamo fatto questo lungo viaggio (video) per fondare una correntina dentro il PD. Neanche se questa correntina ha il 40% dei consensi dell’intero centrosinistra. No! Noi volevamo governare l’Italia. Per cambiarla come abbiamo detto fin dal primo giorno. Non ce l’abbiamo fatta. Allora è giusto riconoscere la sconfitta, senza troppi giri di parole in un Paese in cui tutti vincono e nessuno cambia. Chi ha vinto ha l’onore e l’onere di rappresentare anche gli altri, senza alcun inciucio e impiccio. Chi ha perso deve dimostrare di saper vivere la dignità e l’onore proprio quando la maggioranza sta da un’altra parte.”

Matteo Renzi

 

“Se vuole vincere le elezioni, e più ancora se vuole poi governare il Paese, Bersani non può permettersi di sottovalutare questo quaranta per cento, che diventa poi il cinquanta se vi si aggiungono i molti liberal che hanno comunque votato per lui. Può fare a meno di Matteo Renzi, ma non può ignorare le sue idee e non può fare a meno delle energie che quelle idee hanno messo in moto. Quanto a quest’ultimo, ha commesso qualche errore, ma ha dimostrato di avere un coraggio da leone e un’intelligenza politica straordinaria. Ieri sera, nel discorso della sconfitta, ha mostrato anche tutta la propria statura morale. E il tempo è dalla sua parte.”

Pietro Ichino

da http://www.pietroichino.it/?p=24417

Pietro Ichino |  IL BILANCIO IN ROSSO DELLA VECCHIA SINISTRA E IL PROGETTO DELLA NUOVA, intervento svolto alla convention per Matteo Renzi, alla Leopolda di Firenze, il 15 novembre 2012


Video e testo dell’intervento svolto alla convention per Matteo Renzi, alla Leopolda di Firenze, il 15 novembre 2012 – In argomento v. anche il mio intervento all’inaugurazione della campagna elettorale per le primarie del Comitato milanese per Matteo Renzi, 14 ottobre 2012

g
A me sembra che chi rappresenta da anni – se non da decenni – la sinistra italiana, prima di dare lezioni al mondo intero su come si è davvero “di sinistra”, dovrebbe rendere conto dei risultati conseguiti fin qui.

Se sinistra in politica significa essenzialmente costruire un sistema capace di grarantire pari dotazioni di partenza e pari opportunità per tutti, chi ha guidato la sinistra nell’ultimo mezzo secolo, snobbando le grandi socialdemocrazie del nord-Europa (vi ricordate? “noi non ci accontentiamo di redistribuire la ricchezza: vogliamo controllare i mezzi e i modi in cui la si produce”) dovrebbe render conto, per esempio, dei risultati conseguiti nel nostro Paese sul piano della riduzione delle disuguaglianze: nel nord-Europa su questo terreno hanno raggiunto risultati enormemente migliori dei nostri e noi abbiamo uno degli indici di disuguaglianza più alti del continente. Dovrebbe render conto anche di un tasso di occupazione complessivo che è tra i più bassi del mondo: se da noi lavorasse la stessa percentuale di persone in età attiva che lavora in Gran Bretagna, avremmo cinque milioni in più di italiani nel mercato del lavoro, di cui quattro milioni donne; e se il tasso fosse quello dei Paesi scandinavi, sarebbero sette milioni in più, di cui cinque e mezzo donne. Avremmo il doppio di occupati nella fascia tra i 18 e i 30 anni; e il doppio nella fascia tra i 55 e i 70. Dovrebbe render conto, ancora, di un diritto del lavoro che si applica soltanto a metà dei lavoratori dipendenti, escludendo dal proprio campo di applicazione un’intera nuova generazione.

tutto l’intervento qui   Pietro Ichino |  IL BILANCIO IN ROSSO DELLA VECCHIA SINISTRA E IL PROGETTO DELLA NUOVA

A me sembra che chi rappresenta da anni – se non da decenni – la sinistra italiana, prima di dare lezioni al mondo intero su come si è davvero “di sinistra”, dovrebbe rendere conto dei risultati conseguiti fin qui.

Se sinistra in politica significa essenzialmente costruire un sistema capace di grarantire pari dotazioni di partenza e pari opportunità per tutti, chi ha guidato la sinistra nell’ultimo mezzo secolo, snobbando le grandi socialdemocrazie del nord-Europa (vi ricordate? “noi non ci accontentiamo di redistribuire la ricchezza: vogliamo controllare i mezzi e i modi in cui la si produce”) dovrebbe render conto, per esempio, dei risultati conseguiti nel nostro Paese sul piano della riduzione delle disuguaglianze: nel nord-Europa su questo terreno hanno raggiunto risultati enormemente migliori dei nostri e noi abbiamo uno degli indici di disuguaglianza più alti del continente. Dovrebbe render conto anche di un tasso di occupazione complessivo che è tra i più bassi del mondo: se da noi lavorasse la stessa percentuale di persone in età attiva che lavora in Gran Bretagna, avremmo cinque milioni in più di italiani nel mercato del lavoro, di cui quattro milioni donne; e se il tasso fosse quello dei Paesi scandinavi, sarebbero sette milioni in più, di cui cinque e mezzo donne. Avremmo il doppio di occupati nella fascia tra i 18 e i 30 anni; e il doppio nella fascia tra i 55 e i 70. Dovrebbe render conto, ancora, di un diritto del lavoro che si applica soltanto a metà dei lavoratori dipendenti, escludendo dal proprio campo di applicazione un’intera nuova generazione. E poi perché questi troppo pochi italiani che lavorano devono avere retribuzioni che sono mediamente, a parità di mansioni, la metà di quelle degli svizzeri e dei tedeschi, pagando su queste retribuzioni le tasse più alte d’Europa già nella fascia dei mille euro al mese?

Se chiedete conto di questi risultati a uno qualsiasi dei dirigenti della nostra sinistra, potete stare sicuri che vi risponderà: “ma noi non ne siamo responsabili, perché siamo stati al governo complessivamente per poco tempo e solo per periodi brevissimi”. Non si rendono conto che anche questo dato concorre al bilancio fallimentare della stessa sinistra: perché tanta difficoltà a raccogliere il consenso della gente? Non sarà, per caso, che proprio la parte più povera del Paese a 60 anni dalla Liberazione non si è ancora convinta della nostra capacità di fare davvero i suoi interessi?

Se chi ha guidato la sinistra italiana per questi 60 anni, dal Pci al Pds ai Ds, fino al Pd di oggi, si ponesse questa domanda con un minimo di umiltà – che in politica si chiama capacità di autocritica – e quindi cercasse davvero risposte vere e credibili, forse si accorgerebbe che i più deboli e i più poveri non votano più a sinistra da molto tempo, che sei operai italiani su dieci che votano scelgono partiti di destra o di centro, che le roccheforti elettorali della sinistra non sono tra i precari, ma nell’impiego pubblico e tra i pensionati; non tra i più giovani, ma tra i più vecchi; non tra chi rischia di più, ma tra chi rischia di meno.

Non potrebbe essere diversamente; perché da anni ormai questa sinistra, a ben vedere, al di là delle grandi enunciazioni astratte pratica soprattutto una parola d’ordine: “difendere”, e se si va a vedere da vicino si constata che è sempre un difendere l’esistente. Difendere prioritariamente i diritti esistenti – anche se sono piccole rendite – senza chiedersi mai se questo renderà più facile o più difficile l’accesso a quegli stessi diritti da parte di chi ne è escluso. Ma difendere anche vecchie norme, vecchie strutture amministrative, vecchie strutture produttive, vecchi posti di lavoro regolari; mai una volta che, in concreto, venga messa al primo posto per davvero la costruzione delle pari opportunità, cioè l’interesse di chi da quei diritti, da quel tessuto produttivo è permanentemente escluso.

Questa è la sinistra che negli anni ’70 difendeva a spada tratta il modello esclusivo del lavoro a tempo pieno opponendosi al riconoscimento del part-time; che negli anni ’80 e ’90 difendeva come un baluardo fondamentale di civiltà il monopolio statale dei servizi di collocamento (come se in questo campo il discrimine tra buono e cattivo fosse quello che passa tra pubblico e privato, e non quello che passa tra servizio efficiente fornito alla luce del sole e servizio inefficiente o fornito clandestinamente); la sinistra che fino al giugno 2011 ha difeso come chiave di volta irrinunciabile per la protezione dei diritti fondamentali dei lavoratori la regola della rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale da parte del contratto aziendale (salvo cambiare idea nel giugno dell’anno scorso, dieci anni dopo rispetto alla sinistra tedesca e a quella svedese, senza chiedere scusa per il ritardo); la sinistra che fino al luglio scorso ha difeso fino alla morte il vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come garanzia irrinunciabile della dignità e libertà dei lavoratori. Ma non abbastanza irrinunciabile perché quella stessa sinistra si preoccupasse di una metà abbondante dei lavoratori dipendenti italiani che ne era permanentemente esclusa; e negli ultimi tre decenni la quota di lavoratori protetti sul totale era andata costantemente riducendosi.

È la stessa sinistra che di fronte a qualsiasi crisi aziendale si schiera sempre, a priori, inflessibilmente, non in difesa della sicurezza economica e professionale dei lavoratori, ma in difesa della conservazione delle strutture esistenti, incurante del fatto che conservare sistematicamente strutture obsolete e rapporti di lavoro ormai poco o per nulla produttivi ha necessariamente un effetto depressivo sulle retribuzioni. È la sinistra che ha difeso fino allo stremo il diritto della mia generazione di andare in pensione a cinquant’anni o anche prima, pur essendo perfettamente consapevole della insostenibilità di quel regime, che infatti è stato debitamente riformato già nel 1995, ma solo per le nuove generazioni. E che, più in generale ha considerato perfettamente “di sinistra” (pardon: keynesiano), per finanziare le pensioni della mia generazione, prendere a prestito per un quarto di secolo l’equivalente di 30 miliardi l’anno, lasciando il debito da ripagare a figli e nipoti.

Nei seminari internazionali ciascuno degli studiosi che incontro può presentare, magari per criticare, qualche cosa che la sinistra del suo Paese ha sperimentato nell’ultimo mezzo secolo: che porti il marchio Mitterrand, Zapatero, Blair, Schroeder,  Clinton od Obama; che porti un segno più liberal o più socialdemocratico, o persin0 vetero-socialista, ma pur sempre qualche cosa che ha connotato il governo di quel Paese per almeno una stagione. La nostra vecchia sinistra è bravissima nel pontificare e nel criticare le altre, ma quanto a  fatti di governo del Paese ha un palmarès desolatamente vuoto. Non può vantare neppure la nazionalizzazione dell’energia elettrica degli anni ’60 o lo Statuto dei Lavoratori del 1970, perché non li ha votati: era all’opposizione. L’achievement più rilevante che può vantare è l’aver smontato lo “scalone Maroni” nel 2007, ponendo le premesse per rendere più traumatica la riforma delle pensioni che il Governo Monti ha dovuto fare a rotta di collo quattro anni dopo per rimettere il Paese in linea di galleggiamento.

È la sinistra che – come ha osservato Abravanel – ha tacitamente accettato di dividersi i compiti con la destra lasciando a questa la difesa delle grandi rendite e riservando a se stessa la difesa di quelle piccole. Non c’è proprio da stupirsi che questa sinistra abbia perso da tempo sia il sostegno degli esclusi, dei più poveri, sia quello dei più produttivi.

Se è così, per favore, che i rappresentanti di questa sinistra abbiano almeno il buon gusto di non impancarsi ad arbitri su chi e che cosa sia “di sinistra” e chi e che cosa “di destra”: hanno mostrato di avere le idee confusissime in proposito. E, soprattutto, non si mettano di traverso se una nuova generazione si propone di costruire una sinistra diversa: meno verbosa e retorica, più pragmatica e attenta ai dati di fatto, più capace di confrontarsi con le migliori esperienze straniere (dalle quali abbiamo moltissimo da imparare, invece di giudicarle, come usiamo fare, dall’alto in basso), più esigente riguardo ai risultati.

Questa nuova sinistra si porrà per primo il problema di riunificare il mercato del lavoro, smettendo di difendere con le unghie e coi denti le 2000 pagine della nostra legislazione attuale, ipertrofica, caotica, letteralmente illeggibile per coloro che devono applicarla quotidianamente, e varando un nuovo statuto della materia – il Codice del Lavoro semplificato – che, come lo Statuto dei Lavoratori del 1970 sia conciso, semplice, immediatamente leggibile e comprensibile da tutti. Quando fu varato – lo ricordo bene perché erano i primi anni della mia vita adulta -  riproducemmo lo Statuto dei Lavoratori in milioni di copie, lo distribuimmo in ogni angolo d’Italia, e dopo tre mesi lo avevano letto e capito benissimo tutti; e cambiò la cultura del lavoro nel nostro Paese. Ecco, con questo nuovo Codice del Lavoro di 59 soli articoli vogliamo compiere la stessa operazione. E a chi ci accusa di aver messo insieme un programma raccogliticcio, solo in vista di queste primarie, rispondo che Matteo fu tra i primi, nel 2010, a organizzare a Firenze un seminario su questo disegno di legge, che avevo presentato da poco in Senato, con altri 54 senatori del Pd; ed esso è stato poi affinato attraverso centinaia di incontri con i sindacati, con gli imprenditori, nelle università di tutta Italia. Un nuovo statuto capace di applicarsi a tutti, e non soltanto a metà dei lavoratori dipendenti italiani: tutti a tempo indeterminato, a tutti le protezioni fondamentali, di cui oggi un’intera nuova generazione è privata, ma nessuno inamovibile; la sicurezza economica e professionale non si può fondare sull’ingessatura del posto di lavoro, ma sulla garanzia di continuità del reddito e professionale, in caso di perdita del posto. Un nuovo statuto allineato ai migliori standard internazionali e suscettibile di essere agevolmente tradotto in inglese: un biglietto da visita formidabile per dare agli investitori stranieri il segno di un cambiamento profondo del nostro Paese, della nostra volontà di aprirlo ai migliori piani industriali.

Questo dell’apertura del Paese agli investimenti stranieri è un punto fondamentale della nostra strategia per la crescita, che la vecchia sinistra non ha mai capito. Se soltanto fossimo capaci di allinearci per questo aspetto alla media europea, questo significherebbe un maggior flusso di investimenti in entrata nel nostro Paese pari a 50-60 miliardi ogni anno: centinaia e centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, con piani industriali capaci di valorizzarlo, il nostro lavoro, mediamente molto meglio di quanto avviene comunemente nelle nostre aziende. Certo, ci sono anche i settori in cui abbiamo noi gli imprenditori eccellenti; e lì non abbiamo alcun bisogno di proteggerli. Ma nella maggior parte dei casi l’eccellenza imprenditoriale dobbiamo imparare a importarla; dobbiamo imparare a ingaggiare il meglio dell’imprenditoria mondiale per portarla in casa nostra. Nella cultura della nostra vecchia sinistra, invece, le multinazionali sono ancora il braccio operativo dell’imperialismo, sono soggetti pericolosi, da cui tenersi alla larga. Certo, ci sono anche tra gli stranieri dei pessimi imprenditori dai quali tenerci alla larga; ma se per paura di questi ci chiudiamo ermeticamente, finiamo col subire tutto il peggio (per noi) della globalizzazione, in particolare la concorrenza della manodopera dei Paesi emergenti, privandoci dei suoi aspetti per noi potenzialmente più positivi. Guardiamo come è andata con l’ultimo grande investimento di una multinazionale in Italia: quello deciso da Ciampi e Prodi nel 1993, con la vendita del Nuovo Pignone alla General Electric: in quindici anni il fatturato dell’azienda è quadruplicato e i suoi dipendenti hanno retribuzioni che sono del 50 per cento superiori a quelle degli altri metalmeccanici italiani, a parità di mansioni.

Per aprirci agli investimenti stranieri, certo, non basta semplificare il nostro sistema delle relazioni industriali e allinearlo rispetto ai migliori standard europei. Occorre anche migliorare le nostre infrastrutture, tra le quali metterei anche il nostro senso civico diffuso, quella civicness della quale noi italiani difettiamo rispetto agli altri popoli del centro e nord-Europa; e migliorare molto le nostre amministrazioni pubbliche, incominciando da quella della giustizia. Anche questo è un capitolo del programma di Matteo Renzi che nasce da anni di osservazioni comparatistiche, di studi e di elaborazioni: vogliamo amministrazioni organizzate prioritariamente in funzione degli interessi degli utenti, e non – come accade oggi – in funzione degli interessi dei propri addetti. Amministrazioni i cui dirigenti vengano ingaggiati in funzione del raggiungimento di obiettivi precisi, specifici, misurabili, collegati a scadenze temporali ben definite; e vengano immediatamente valutati in relazione al raggiungimento o no di quegli obiettivi, controllabile immediatamente on line da tutta la cittadinanza. Amministrazioni sottoposte in modo capillare al controllo immediato della cittadinanza su ciascun loro atto, anche quello di minimo rilievo, mediante l’applicazione rigorosa del principio della full disclosure, della trasparenza totale, cioè dell’accessibilità in rete di ogni atto e ogni documento, anche di uso soltanto interno, di ciascun ufficio. Come da tempo si fa in Svezia, in Gran Bretagna e negli U.S.A. sulla base dei Freedom of Information Acts.

Anche su questo terreno si misurerà la nuova sinistra che vogliamo costruire: sulla sua capacità di perseguire, attraverso l’efficienza e la trasparenza delle amministrazioni,  l’interesse dell’ultimo dei cittadini, del più debole, più e prima rispetto all’interesse, pur legittimo, degli addetti alle amministrazioni stesse. Con la piena consapevolezza che i primi a soffrire dell’inefficienza di queste sono i più poveri e i più deboli.

Queste sono le sfide che ci attendono. Buon lavoro a tutti noi. E buona fortuna, Italia!