Paolo Mieli sulle prospettive delle elezioni del 2013
Il commento migliore è di Marco Follini: Paolo Mieli su Twitter «è un po’ come Beethoven alla chitarra elettrica». Ma è solo una delle manifestazioni di quella irrazionale euforia che ha sconvolto Twitter appena si è saputo che l’ex direttore del Corriere della Sera e attuale presidente di Rcs Libri ha aperto un proprio profilo sul social media. L’incredula attesa è alimentata dal fatto che Mieli, da quando sabato 28 gennaio ha fatto il suo ingresso nel sito di microblogging, ha prodotto un solo tweet in risposta ai suoi fan che si chiedevano se quel @paolomieli fosse da attribuire a lui o a un mitomane. «Sì, sono io», ha risposto ad una precisa domanda di Anna Masera de La Stampa. Mancava le dicesse di mettere le mani nel costato e la rivelazione sarebbe stata perfetta. A quel punto Anna Masera ha diffuso il lieto evento: «È ufficiale: anche Paolo Mieli twitta. Proprio lui? Proprio lui«. Immediatamente è scattata la corsa: pochi giorni e i follower di Mieli sono diventati 540, tutti in attesa del suo secondo tweet anche se per ora Mieli, come direbbe Leopardi, non favella. Non twitta.
Mieli e Ferrara su Twitter: poche parole e tanti seguaci – PRIMO PIANO – Italiaoggi.
… Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, ha fatto il suo debutto su Twitter. Qual è il suo rapporto con i social network?
Riconosco la forza di questi strumenti. Preferisco, però, non utilizzarli perché mi farei coinvolgere troppo.
A fine Ottocento, grazie all’abolizione della censura preventiva, i giornali, per la prima volta, diventarono strumento di informazione, come – oggi – potrebbero essere i social network. Ma è veramente così?
La Rete permette la circolazione delle informazioni e della conoscenza. È l’informazione veloce che genera cambiamento. Gli Usa hanno concentrato l’attenzione delle sedi diplomatiche sui percorsi del Web. In Italia, la politica sottovaluta il fenomeno, non lo comprende. ….
LA SCELTA DEL 9 APRILE di PAOLO MIELI, dal Corriere - 8 marzo 2006
A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto.
È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra. Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l’intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent’anni di vita.
La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione.
Innanzitutto il giudizio sull’esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all’esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese.
In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l’alternanza a Palazzo Chigi — già sperimentata nel 1996 e nel 2001 — faccia bene al nostro sistema politico.
Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento.
Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra.
Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale.
Piero Fassino, l’uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra.
I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale.
Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005.
Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l’intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l’opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun’altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare.
Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero.