Il “Laboratorio cooperazione e volontariato” della Valle Seriana, promosso dal Centro Servizi Bottega del Volontariato, dal Consorzio Il Solco del Serio e dal bando Volontariato 2012, organizza per mercoledì 24 ottobre il convegno “Generare risorse di comunità in Val Seriana”. Interverrà Franca Olivetti Manoukian, sociologa e socio fondatore dello Studio APS (di Analisi PsicoSociologica) di Milano, società di consulenza che opera presso aziende sanitarie locali, enti pubblici, aziende private. Da circa trent’anni svolge attività di formazione, consulenza organizzativa e ricerca, in particolare presso organizzazioni che producono servizi. Il convegno si terrà all’Auditorium di Albino (viale Aldo Moro 2/4) alle 18. Tra gli ospiti Mauro Carrara, Associazione Anteas, Simonetta Rinaldi, Rete GAS, Nicola Gritti, direttore HR RadiciGroup,Eugenio Cavagnis, ex Sindaco di Nembro.
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Franca Olivetti Manoukian: profilo biografico – Studio APS Analisi PsicoSociologica
Franca Olivetti Manoukian
La mia storia lavorativa è costruita entro due orientamenti, due propensioni che tuttora mi animano: da un lato affezione per i problemi più che per i metodi, ovvero attrazione per questioni sfidanti e complesse che richiedono trasgressioni delle tradizionali partizioni scientifiche e professionali; d’altro lato impegno per lo sviluppo di capacità di capire le difficoltà di azione e interazione a partire dal quotidiano, ovvero investimento nel collegare teoria e pratica, non tanto per mettere in pratica la teoria ma per cercare di concettualizzare la pratica.
vai a tutto il profilo biografico:, Franca Olivetti Manoukian – Studio APS Analisi PsicoSociologica.
Franca Olivetti Manoukian, SMARRIRE IL PROPRIO FUTURO, in Spilli, APS Analisi Psicosociale, Milano
Osservatorio/Laboratorio sul malessere lavorativo: sperimentazione di co-costruzione conoscitiva, Studio APS
Nella Giornata di Studio tenuta a Milano lo scorso novembre era stato proposto di avviare un “Osservatorio/Laboratorio sul malessere lavorativo”.
A seguito della segnalazione da parte di varie persone di un interesse positivo per una iniziativa di questo genere è stata messa a punto una proposta che viene illustrata in allegato.
Ne diamo comunicazione perché ci sembra una iniziativa particolarmente collegata alle vicende più generali che oggi attraversano le condizioni lavorative e perché costituisce una sperimentazione di co-costruzione conoscitiva piuttosto originale.
Chi fosse interessato a prendere parte al lavoro che viene prospettato è pregato di segnalarlo alla segreteria dello Studio.
Con i migliori saluti,
Franca Olivetti Manoukian e Achille Orsenigo
Dove ci porta l’indignazione? di Franca Olivetti Manoukian, StudioAPS AnalisiPsicoSociologica
Franca Olivetti Manoukian al Convegno “Disegnamo il Welfare di Domani” – Milano, 29.09.2011
Vai a: : Franca Olivetti Manoukian a “Disegnamo il Welfare di Domani” – Milano, 29.09.2011 on Vimeo.
Interventi di:
- Valerio Onida, Presidente emerito della Corte Costituzionale: http://vimeo.com/32136328
- Paolo Bosi, Università di Modena e Reggio Emilia: http://vimeo.com/31780468
- Ugo De Ambrogio e Emanuele Ranci Ortigosa: http://vimeo.com/30732025
OLIVETTI MANOUKIAN FRANCA, Pubblicazioni segnalate in ForSer
“Gestire le organizzazioni: dal malessere organizzativo alla costruzione di senso” (di F.Olivetti Manoukian e C.D’Agostino) in “Spunti”, rivista semestrale a cura dello Studio APS Srl, n.12, Milano, ottobre 2009, pp. 1-11
“Perché oggi lavorare con le parole? Annotazioni sull’importanza di elaborare e scrivere nel lavoro sociale” in “Animazione Sociale” n. 1, 2009, Gruppo Abele, pp. 80-87
“Per non farsi travolgere dalle emergenze. Giocarsi la possibilità di agire”. Intervista a Franca Olivetti Manoukian a cura di Roberto Camarlinghi e Francesco d’Angella in ”Animazione Sociale” n. 4, 2009, Gruppo Abele, pp. 3-14
“Attrezzarsi a lavorare con storie di grave marginalità. Alcune ipotesi per i servizi” in “Animazione Sociale” n. 232, ed. Gruppo Abele, Torino, Aprile 2009, pp 44-52
“Cambiamento, operatori, servizi. A partire dalle due parole chiave proposte nel N17/09 di PSS,
cambiamento e relazione d’aiuto, diventa cruciale interrogarsi sul senso del lavoro dei servizi e di quanti che si occupano del malessere altrui. Aiutare significa cambiare? E cambiare significa migliorare?” in “Prospettive Sociali e Sanitarie”, rivista quindicinale a cura di I.R.S. – Istituto per la Ricerca Sociale, anno XL, n. 4, Milano, 1 marzo 2010, pp 3-5
“Quale formazione per lavorare nel sociale? Ineludibile è riconoscere i miti che guidano le nostre menti£”, in “Animazione Sociale”n.239 gennaio 2010, ed. Gruppo Abele, Torino, pp 24-33
Welfare e Piani sociali di comunità. Fretta cattiva consigliera

IL TERZO SETTORE
“La pianificazione a livello di comunità sta muovendo i suoi primi passi”, ha osservato Silvano Deavi (intervento allegato) non solo a nome del Consolida di cui è presidente ma anche di numerosi altre associazioni non profit presenti alla consultazione. “Il quadro di indicazioni metodologiche e statistiche è ancora troppo poco definito. Il sistema informativo delle politiche sociali è in fase di cantierizzazione e, ad oggi, la base statistica su cui sviluppare l’analisi dei bisogni e dei servizi esistenti è deficitaria e disomogenea”.
Solo da poco diverse comunità hanno costituito i Tavoli necessari per realizzare l’analisi dei bisogni ed elaborare i Piani. Il lavoro di mappatura dei bisogni è quindi necessariamente parziale ed approssimativo. “L’utilità e la validità del lavoro realizzato fino ad oggi – ha proseguito Deavi – deve perciò considerare queste oggettive condizioni di limitatezza dei risultati a cui arriveranno le comunità. Considerazione necessaria se sulla base di tali risultati saranno formulate le decisioni in ordine al riparto delle risorse finanziarie ed organizzative da assicurare alle comunità nel 2012″.
IL COMUNE DI TRENTO
La stessa preoccupazione è emersa dall’assessore alle politiche sociali del comune di Trento, Violetta Plotegher. “La pianificazione sociale – ha avvertito – è un processo lungo che ha bisogno di essere partecipato e condiviso. Oggi non è quindi possibile per le comunità recentemente costituite definire una pianificazione sociale che tenga conto dei bisogni dei cittadini”. Per arrivarci “servono strumenti informativi comuni a tutti i territori”. Cio nonostante “Trento – ha assicurato – farà la sua parte con Aldeno, Cimone e Garniga, ma per un vero Piano sociale di comunità ci vorrebbe come minimo tutto l’anno prossimo”. Come i rappresentanti del Terzo settore anche Plotegher ha inoltre chiesto alla Provincia di garantire un ampio coinvolgimento dei soggetti interessati nella fase dell’elaborazione dei regolamenti attuativi della legge 13.
L’ASSESSORE ROSSI
“In questo percorso potremo sicuramente commettere degli errori ai quali assieme si dovrà porre rimedio”, ha risposto l’assessore alle politiche sociali Ugo Rossi, anch’egli intervenuto alla consultazione. Tuttavia – ha proseguito – non possiamo permetterci di fermarci ad aspettare di avere un modello ideale. Non decidere e non mettere in campo sperimentazioni potrebbe avere un effetto ancor più dirompente in questo settore”. Tre, ha concluso Rossi, sono le linee di azione che il governo provinciale è deciso a portare avanti: valorizzare le reti sociali (famiglie associazioni volontariato) per migliorare la flessibilità e personalizzazione degli interventi (qui arrivano inevitabilmente prima il privato sociale e i cittadini); pianificare con politiche diverse rispetto al passato, abituando i territori ad individuare le priorità in una fase di risorse scarse, il che vuol dire lasciare fuori ciò che serve di meno; e infine integrare pubblico e privato, comunità locali, comuni e Provincia, sanità e sociale.
IL CONTRIBUTO DEGLI ESPERTI
L’audizione della quarta commissione presieduta da Mattia Civico (introduzione allegata) è stata una sorta di convegno (per ospitare a Palazzo Trentini tutti i partecipanti, oltre alla sala Lenzi è stata aperta e attrezzata con maxischermo anche la sala di fronte), convegno voluto per approfondire la complessa questione del rapporto tra politiche e interventi sociali a tutela dei soggetti deboli, il cui costo è andato crescendo in modo esponenziale negli ultimi decenni, e l’attuale crollo delle risorse pubbliche messe a disposizione del settore. Un po’ come cercare la quadratura del cerchio, insomma. Per capire meglio i termini del problema la commissione ha chiesto una riflessione a tre studiosi esperti nel campo di protezione sociale: Franca Olivetti Manoukian del Centro Aps di Milano; Flaviano Zandonai, sociologo di Euricse; e Fabio Folgheraiter, docente all’università cattolica di Milano.
Franca Olivetti Manoukian
Manoukian ha evidenziato come l’immagine di welfare cui siamo ancora attaccati “fa parte di un mondo che non esiste più. Non si può pensare che ogni problema umano o familiare possa avere risposta, o che – come nonostante tutto i programmi politici continuano a promettere – i disagi sociali saranno risanati fino a soddisfare tutte le aspettative di benessere e felicità individuali”. Il grave è che credere in questo welfare non è senza conseguenze: moltiplica le difficoltà e impedisce di riconoscere la vera natura dei disagi, inducendo la gente a fidarsi dei primi imbonitori che trova. Anziché parlare di welfare occorre sforzarsi di comprendere la vera natura dei problemi, che vanno riconosciuti e rappresentati “in modo convergente”. I problemi non si possono eliminare o semplificare (ad esempio medicalizzandoli): vanno gestiti”. Come? “Tutelando i diritti soggettivi delle persone, che anche quando sono anziane hanno una loro storia e dignità da rispettare pienamente. Ma questo può accadere – ha concluso Manoukian – solo costruendo legami, connessioni e sinergie”. Un approccio metodologico di questo tipo permette di risparmiare risorse.
Flaviano Zandonai (sliede allegate)
Il modo di intendere il proprio ruolo e quello degli altri soggetti attivi nel welfare che si ha nell’ente pubblico e nelle imprese sociali, è stato analizzato da Fabiano Zandonai a partire da un’indagine del 2006 e tuttavia proprio per questo libera dall’assillo dell’attuale dibattito sulla riforma istituzionale. La ricerca metteva a confronto rappresentazioni e pratiche degli addetti ai lavori negli enti locali (122 i comuni sentiti) e nelle organizzazioni non profit produttive (imprese sociali, 51 interviste). Rivelando che le amministrazioni comunali si considerano in grado di gestire in modo trasparente le risorse rispettando regole e procedure (garanzia dei diritti) e vedono nel terzo settore un interlocutore capace di leggere i bisogni e pianificare interventi più flessibili. Il non profit si considera invece in possesso di competenze superiori a quelle degli enti locali (percependosi come il “sistema esperto” nel campo del welfare). Di convergente tra pubblico e Terzo Settore vi è un approccio relativamente unitario alla qualità del welfare incentrato sulla risposta ai bisogni degli utenti caso per caso, la professionalità degli operatori (formazione), la capacità di leggere i bisogni emergenti (metodo), l’integrazione degli interventi (innovazione). In conclusione, per Zandonai, i capisaldi di un possibile nuovo welfare comunitario che vedono una sostanziale concordanza tra comuni e soggetti non profit sono: la responsabilizzazione della cittadinanza, la ricerca di risorse aggiuntive, la razionalizzare della spesa e la diversificazione della domanda.
Fabio Folgheraiter
“Quando si vuole giocare la partita del welfare con una presunzione risolutiva dei problemi sociali – ha osservato Fabio Fologheraiter – l’esito non è solo negativo in termini di risorse ma si ritorce contro gli stessi operatori dei servizi erogati”. Qual è allora l’alternativa? “In una provincia come la nostra in cui i sistemi di welfare sono ben strutturati, ragionare per standard minimi vorrebbe dire battere in ritirata, significherebbe riconoscere che il nostro welfare attuale è più ricco di quello che ci si può permettere e che occorre arretrare verso linee di confine più realistiche. Il tema dello standard minimo è stato introdotto dalle politiche liberiste per le quali bisogna lasciare al mercato la gestione dei servizi più personalizzati, la care. Si tratta allora di decidere se cedere al mercato la cura e assistenza della persona è adeguato o meno. Il Trentino – ha concluso Folgheraiter – ha nel dna della propria tradizione di welfare comunitario i propri anticorpi a questa deriva. Una tradizione di esperienze di cui non siamo sufficientemente consapevoli, che ci dicono che il welfare comunitario è una possibile via d’uscita dai guai in cui ci troviamo”. In che senso? Nel senso che “il welfare non significa più affrontare le situazioni con il ‘laser’, ma favorire nelle persone l’interesse per il proprio miglioramento, affinché questo interesse trasferisca nelle situazioni l’energia tipicamente umana indispensabile perché le cose possano migliorare. Il sistema dovrebbe concentrarsi sulle preoccupazioni consapevoli delle persone, perché si rendano conto dei loro problemi e si attivino per cercare una soluzione. Questa è una risorsa fondamentale”.
GLI AMMINISTRATORI LOCALI
Numerosi gli ospiti che hanno seguito i lavori e sono intervenuti. Tra questi ultimi l’assessore alle politiche sociali del Consiglio delle autonomie locali Sergio Menapace (intervento allegato), che ha sottolineato la necessità di una ristrutturazione del welfare a fronte del problema dei costi. Per sostenere con risorse calanti la buona qualità dei servizi nella nostra provincia, occorre acquisire la consapevolezza che serve un “riequilibrio solidale delle risorse”. Fiducioso nella capacità del Trentino di affrontare questo momento difficile si è detto l’assessore della comunità delle Giudicarie Luigi Olivieri. Le comunità già strutturate hanno già maturato una certa pianificazione sociale e la Provincia non intende tagliare ma anzi aumentare le risorse per i servizi sociali. Quanto alle norme, occorre sincronizzare meglio le prospettive della legge sul welfare (13 del 2007) e la riforma sanitaria (la 16 del 2010). Serve un federalismo amministrativo asimmetrico, perché la realtà provinciale non è tutta eguale e le politiche sociali cambiano mutare dal Primiero alle Giudicarie e al comune di Trento.
ASSOCIAZIONI NON PROFIT E UPIPA
Per il comitato esecutivo del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca), Mauro Tommasini ha identificato l’obiettivo comune da perseguire in un welfare neocomunitario. Anna Michelini della Fondazione Famiglia Materna ha messo in guardia dalle trappole che nella fase di attuazione della legge 13 potrebbero presentarsi perché “è facile scivolare magari per la fretta in scelte contraddittorie rispetto al risultato al quale si voleva arrivare. Un’attenzione particolare va posta nella capacità del regolamento attuativo di valorizzare e mettere a sistema le risorse che già ci sono: risorse finanziarie ma anche intangibili come il capitale sociale, le relazioni che non si colgono perché vige ancora il vecchio modello in cui lo Stato eroga servizi e gli altri ne usufruiscono”.
Secondo Osvaldo Filosi, presidente della cooperativa sociale Villa Maria le nuove politiche sociali si possono realizzare solo grazie alla partnership fra pubblico, privato e società civile. L’Upipa è intervenuto con Graziano Bacca (Upipa), che ha concordato sulla necessità, pensando al futuro, di passare sempre più dalla logica dei posti letto a quella dell’assistenza domiciliare. Se ne parlerà giovedì – ha preannunciato – in occasione del confronto da noi organizzato alla sala della cooperazione tra gli assessori alle politiche sociali dell’Euregio Tirolo.
LINGUAGGIO COMUNE PER COESIONE SOCIALE
La parola è poi passata ai consiglieri. Sono intervenuti
- Mario Magnani del gruppo misto (“sul tema della domiciliarità può esserci l’opportunità di mobilitare il terzo settore purché questo sappia attivare nuove risorse di volontariato e non si riduca anche a causa dell’accreditamento a erogare prestazioni in termini di impresa”),
- Claudio Eccher della Lista Civica (“i 4.500 posti letto delle rsa non sono in grado di soddisfare tutte le domande in attesa di risposta: occorre utilizzare strutture intermedie”),
- Bruno Firmani dell’Idv (“la domande che dobbiamo porci rispetto ad un intervento pubblico nel sociale è quanto costa e se ce lo possiamo permettere. La compatibilità economica è essenziale. La sfida di un’amministrazione è garantire i servizi abbassando i costi. Bisogna affrontare i problemi con molto pragmatismo”),
- Walter Viola capogruppo del Pdl (“la questione della sanitarizzazione del sociale va approfondita perché se si affronta il sociale in quest’ottica alla fine la risposta rischia di essere inadeguata. Cosa significa che il welfare comunitario deve mettere al centro il territorio? L’accreditamento è un’applicazione importante della riforma? La scadenza del 31 ottobre per la consegna delle priorità dei Piani sociali di comunità: nel terzo settore c’è affanno ma sembra che la Giunta non capisca”)
- Mario Casna della Lega (“abbiamo parlato poco dei destinatari del servizio sociale. Occorrerebbe mettere in luce l’esigenza di un approccio più umano ad esempio nei confronti degli anziani”);
- Sara Ferrari del Pd (“la sostenibilità economico-finanziaria è indispensabile ma non può essere l’unico faro delle nostre scelte. Giusto ridurre gli sprechi e garantire maggiore efficienza, ma quali altri fari potranno illuminarci per individuare le priorità. Serve un approccio diverso alla questione sociale che non può essere risolta solo dal punto di vista economico-finanziario”).
RISPOSTE FINALI DEGLI ESPERTI
Fabio Folgheraiter.
“Le nuove risorse su cui portare sono quelle che si reperiscono negli stessi ambiti umani nei quali si trovano i problemi. Umanità che invece tendiamo a stigmatizzare nel momento in cui lo prendiamo in cura. Questo brucia risorse e capitale umano. Noi dobbiamo pensare che quelle stesse persone che hanno problemi possono anche avere risorse energie per migliorare la loro condizione. Per questo gli operatori e i policy maker devono mettersi nell’ottica per cui le persone e le famiglie che hanno problemi, questi destinatari possono aiutare gli operatori i servizi e le organizzazioni ad aiutare le stesse persone. L’energia maggiore viene dai problemi. Dal letame – cantava De Andrè – nascono i fiori, non dai diamanti. I diamanti sono la tecnica, la soluzione clinica; il letame sono i problemi umani. Ancora: un’organizzazione del terzo settore deve destinare almeno il 50% del suo tempo a fare attivazione sociale. Un processo di welfare comunitario (come dimostrano le esperienze avviate a Milano per sostenere famiglie multiproblematiche) che inizia tempestivamente con un approccio coordinato (conferenze di famiglia) e pluridisciplinare, superando la logica degli interventi disorganici, evita l’80% degli accompagnamenti”.
Floriano Zandonai.
“Le rappresentazioni hanno conseguenze pesanti: il terzo settore non può essere considerato come un subfornitore della pubblica amministrazione perché questo abbassa la qualità dei servizi. In Trentino vi sono attuazioni e sperimentazioni di questo welfare comunitario ci sono già e andrebbero ascoltate (come nel caso dell’esperienza di pianificazione sociale del comune di Trento, o dei punti integrati d’accesso dell’associazione Andicrea per le disabilità. Occorre sforzarsi di capire cosa ci possono insegnare queste realtà, perché i dati non sono solo le statistica ma vengono anche dall’esperienza”.
Franca Olivetti Manoukian.
“Non possiamo rimuovere tutti i mali del mondo ma cercare di tutelare i diritti evitando di escludere qualcuno apriori. La coerenza economica è un dato di realtà purtroppo molto sottovalutato nel passato. Questioni di metodo.. Non si può partire dalla rilevazione dei bisogni perché la gente vuole di tutto e di più. Occorre allora muoversi con delle ipotesi su come affrontare i fenomeni e chiedere ai rappresentanti dei cittadini e alle organizzazioni sociali cosa ne pensano. Partecipazione non vuol dire chiamare tutti a raccolta per parlare insieme di un problema, ma avere un’ipotesi rispetto alla quale si sollecita a portare ragionamenti, esperienze ed istanze. Preferisco la parola progettazione al termine pianificazione, perché implica il pensiero di chi la utilizzerà. La rilevazione delle questioni richiede un forte investimento nella elaborazione e nell’interpretazione per poter restituire alle persone qualcosa di significativo e permettere loro di capire. Chi sta peggio è meno in grado di capire di che cosa ha bisogno. Esempio: adolescenti problematici: il problema non sono loro ma il fatto che siano saltate le relazioni intergenerazionali. Da qui dipendono interventi sociali diversi. Per garantire un minimo di protezione a tutti occorre muoversi in maniera dinamica. Non fare la fotografia di tutto, ma tener d’occhio quello che succede. Il capitale sociale non è statico ma può essere accresciuto o diminuito a seconda dagli interventi che si mettono in campo. Per questo è importante rivolgersi alle famiglie e riconoscere le differenze. Nelle politiche sociali è molto più facile e utile intervenire sulle situazioni di disagio più lievi perché possano uscire rapidamente dalla tutela dei servizi e diventare a loro volta risorse per il sociale aiutando ad affrontare altre situazioni più gravi. Sotto questo profilo è forte tra gli operatori sociali la resistenza ad un cambiamento.
C’è più attenzione alle realtà legislative istituzionali che alla dimensione orizzontali, alle esperienze che ci muovono sul territorio. Un nuovo approccio al sociale è possibile a partire dalle piccole esperienze.”
CONCLUSIONI
Soddisfatto del momento di studio il presidente della quarta commissione Mattia Civico. “La questione della coesione sociale – ha detto in chiusura – è strettamente legata a quella delle rappresentazioni dei problemi, vale a dire di un linguaggio comune a tutti soggetti coinvolti. Abbiamo molto bisogno di confrontarci per puntare all’obiettivo di tutti che è la coesione sociale”.
Allegati pdf:
PAURE, FATICHE, SOFFERENZE E ILLUSIONI: IPOTESI D’INTERVENTO NELLE SITUAZIONI DI LAVORO Azioni per costruire condizioni più sostenibili nelle organizzazioni lavorative, Giornata di Studio, venerdì 18 novembre 2011, Milano, C.so Buenos Aires n. 33, a cura dello Studio APS di Milano
Paure, fatiche, sofferenze e illusioni: ipotesi d’intervento nelle situazioni di lavoro
Azioni per costruire condizioni più sostenibili nelle organizzazioni lavorative
Giornata di Studio
Venerdì 18 novembre 2011
Elfo Puccini teatro d’arte contemporanea – Sala Shakespeare
Corso Buenos Aires n. 33, Milano (MM1 – fermata LIMA)
La ricerca e la costruzione di piste di lavoro alternative
In questa giornata intendiamo proporre piste di lavoro per gestire in modo più efficace stress, fatiche e sofferenze, elementi che attraversano la vita delle organizzazioni e dei soggetti che ne sono parte o con loro interagiscono. Ciò a partire da riflessioni e orientamenti che aiutino a riconoscere le diverse modalità con cui organizzazioni e individui cercano di affrontarle.
Sono pensieri e spunti maturati dalla nostra esperienza, da quelle di alcuni studiosi particolarmente significativi e, più in specifico, dal lavoro di ricerca che lo Studio APS ha realizzato nei mesi che ci separano dalla Giornata di Studio realizzata nel 2010. Quella era stata un’occasione per presentare e analizzare situazioni lavorative differenti in cui, per varie ragioni, gli individui si ritrovavano demotivati, frustrati, affaticati e a volte sofferenti. In quell’occasione s’era cercato di comprendere meglio quali fossero alcune delle origini di quei malesseri, quali rapporti esistessero tra fatiche, desideri di benessere e illusioni di soluzioni esaustive.
Questa nuova giornata è stata pensata per dibattere, mettere in discussione, confrontare e arricchire riflessioni e ipotesi di comprensione e di azione. È stata preparata attraverso varie iniziative che hanno coinvolto accanto a soci e collaboratori dello Studio diversi interlocutori, alcuni con cui abbiamo da tempo contiguità di lavoro e altri contattati per la prima volta: abbiamo realizzato un seminario di due giornate in marzo e aprile, una serie di focus group con partecipanti appartenenti a diversi contesti lavorativi, dalle aziende private, agli ospedali, ai servizi territoriali nella prima metà di settembre e alcune interviste a testimoni privilegiati. A tutti coloro che abbiamo coinvolto va un sincero e vivo ringraziamento. Gli incontri hanno portato sguardi compositi e differenziati ed elaborazioni suggestive che ci proponiamo di riportare e sviluppare nella sede più ampia costituita appunto dalla Giornata di Studio prevista per il 18 novembre Soprattutto ci auguriamo che possa essere un incontro dedicato a quanti si misurano con le altrui e proprie paure, fatiche e sofferenze nelle situazioni di lavoro e che non credono in panacee, tecniche risolutive, ma ipotizzano che trattare queste dimensioni faccia parte di ogni impegno lavorativo e richieda un importante investimento in termini di pensiero.
Fatiche e sofferenze
Il lavoro è ricercato perché fonte di reddito, ma anche perché nella nostra società è una delle principali fonti di riconoscimento. Noi tutti abbiamo bisogno di rispecchiarci negli altri, nelle relazioni e nei prodotti. Il lavoro è dunque fonte di gratificazioni, può essere occasione di soddisfazioni fondamentali, ma è anche una scommessa, una sfida: ce la farò, ce la faremo?
Negli anni pare accresciuta la sua valenza simbolica. Così, mentre le fatiche e le sofferenze fisiche sono diminuite, paiono aumentate quelle emotive, psichiche ed è accresciuta la sensibilità in questa direzione.
Differenti e complesse sono parse le origini di fatiche e sofferenze. Da un lato la società, il mercato possono generare queste condizioni e riversarle nell’organizzazione e nelle persone che le compongono. Dall’altro si hanno richieste di cambiamenti, ritmi più stringenti, riduzioni di risorse, e soprattutto i modi con cui sono proposti/imposti questi mutamenti possono far soffrire persone e gruppi di lavoro. Anche i singoli soggetti importano, a volte, nelle organizzazioni tensioni, stress e dolori dalla loro vita privata, ansie collegate a conflitti interiori, delusioni e amarezze connesse a vicende familiari e sentimentali. Pensiamo che sia opportuno e interessante distinguere a che cosa siano riconducibili le diverse sofferenze per poter mettere a punto interventi mirati in grado di tutelare l’efficacia delle organizzazioni e la salute degli individui.
La nostra ipotesi è che fatiche e sofferenze siano, in una certa quota, intrinsecamente, parte del lavoro, che sia quindi illusorio pensare alle organizzazioni come a luoghi di benessere, depurati da queste condizioni. È possibile tuttavia investire per cercare di migliorare le condizioni di lavoro, per verificare se si tratti di fatiche sensate, se siano tutte effettivamente inevitabili. Per far ciò è fondamentale distinguere stress e fatiche. Possiamo in tal senso considerare la fatica come uno degli esiti dell’impiego di energie, del lavoro volto a modificare la realtà, trasformare oggetti e problemi, comprendere persone, analizzare questioni. Mentre possiamo rappresentarci le sofferenze come fatiche sproporzionate alle risorse disponibili o, più specificatamente, frustrazioni e lacerazioni dell’immagine di sé collegate a imposizioni di cui s’è perso il senso o di cui non si condivide per nulla la finalità.
I mondi in cui e con cui organizzazioni e singoli si trovano ad operare
Una delle fonti di stress e sofferenze sono quindi i contesti. Le nostre organizzazioni (servizi pubblici e privati, scuole, ospedali e aziende) operano in ambienti caratterizzati da crescenti incertezze. I mercati, ma più ampiamente i contesti socio-economici evidenziano diffuse situazioni di crisi. Crisi che spesso non sembrano la premessa alla realizzazione di cambiamenti desiderati. Gli scenari appaiono dinamici o turbolenti, ma anche nebbiosi: è assai difficile vedere che cosa ci attende nel futuro, a quali scenari stiamo andando incontro o stiamo/stanno costruendo. È difficile individuare modelli di società, modelli economici, soluzioni ai problemi macroeconomici e di governo credibili, capaci d’attrarre, appassionare, convincere.
Ciò significa che, se guardiamo fuori dalle organizzazioni in cui e con cui lavoriamo, lo scenario è spesso ansiogeno; spesso non troviamo consolazione per le fatiche che il lavoro comporta. In questa fase esso prevalentemente induce paure, fatiche e sofferenze. A queste le organizzazioni debbono far fronte cercando di non sfaldarsi, di non perdere l’orientamento, costruendo condizioni per continuare ad esistere e svilupparsi.
Molti in questi ultimi anni si confrontano poi con la paura che il proprio servizio, la propria azienda non ce la faccia, con l’ansia di perdere il posto di lavoro o di non poterlo conservare per i propri collaboratori, con le gravi difficoltà di molti giovani a entrare nel mondo del lavoro.
A volte si ha l’impressione di un impazzimento di cui non si comprende il senso. Il mondo, in questi ultimi anni, pare essere più minaccioso che rassicurante.
Gli individui: i clienti, i colleghi, i capi
Una quota importante di fatiche e di sofferenze è anche generata dai clienti: più o meno legittimamente riversano richieste, bisogni, fantasie sulle organizzazioni con cui interagiscono; spesso presi da esigenze e malesseri, richiedono attenzione, cura, aiuto. Questo accade non solo nei confronti delle organizzazioni specificatamente deputate a questa funzione – si pensi a ospedali, servizi sociali e sanitari, scuole – ma anche aziende istituzionalmente orientate a produrre beni e servizi d’altra natura si misurano con i problemi che clienti o fornitori riversano su di loro. Gestire le relazioni con i clienti è d’importanza cruciale, è una parte nodale del lavoro. Anch’essa genera soddisfazioni, ma anche fatiche e, a volte sofferenze.
A volte sono i colleghi stessi che riportano nell’organizzazione bisogni soggettivi e tensioni competitive che appesantiscono il clima. Circolano richieste di riconoscimento, di rassicurazione, di benessere che non possono trovare risposte. Delusioni e risentimenti aggravano le fatiche e le sofferenze di tutti.
A volte coloro che esercitano ruoli direttivi, risucchiati da attese di autoaffermazione e da spinte di acquisizione di maggior potere/consenso, finiscono per fare richieste esorbitanti ai collaboratori o a evitare di rispondere a richieste di relazioni ravvicinate vissute come pericolose.
Come vengono trattate fatiche e sofferenze nelle organizzazioni lavorative
Le organizzazioni lavorative sono sistemi complessi solo in parte riconoscibili nei disegni formali dei processi e degli organigrammi. Dirigenti, manager, gruppi, singole persone collegate tra di loro da relazioni formali, processi di lavoro e reti relazionali più ampie, cercano di erogare servizi, produrre beni e nel contempo di far fronte a situazioni relazionali difficili. Vengono date direttive, introdotti, imposti, proposti cambiamenti: nuove procedure, spostamenti, riduzioni del personale, … Tutto ciò espone le diverse componenti a incertezze, stress, speranze, paure. A generare fatica, piuttosto che sofferenza, in base alla nostra esperienza è risultato essere come non solo e non tanto il cosa si muta per attrezzarsi al futuro nelle organizzazioni, ma il come lo si fa. Ciò che genera sofferenza sembra essere soprattutto il non avere informazioni credibili, il non comprendere il senso di ciò che viene richiesto o imposto. Presi dall’ansia dell’introdurre e realizzare nuovi prodotti o servizi, nuovi processi, stressati da urgenze di efficienza ed efficacia, sembra non si riservi un adeguato spazio per condividere prospettive, ipotesi, fatiche e così si generano, spesso inconsapevolmente, sofferenze. Sofferenze che riducono paradossalmente e generalmente efficacia ed efficienza dell’organizzazione. Ciò, mentre abbiamo osservato come persone coinvolte, responsabilizzate, circa gli scenari, le necessità, le paure, gli stress, le fatiche richieste e necessarie, siano orientate ad investire consistentemente sulla loro organizzazione.
Possiamo osservare come queste dimensioni siano trattate in maniera assai diversa. In alcuni e diffusi casi esse sono semplicemente negate: non sono viste e sentite. Questa è una modalità che preclude la possibilità di valorizzare i segnali di stress, le fatiche e ipotizzare quindi interventi per farne qualcosa. È una modalità che espone a forti rischi di deterioramento non solo le persone, ma l’organizzazione stessa. Si possono osservare casi in cui le persone stesse sembra non siano viste.
Altre volte le si affronta illudendosi ed illudendo, con ciò si cerca di dipingere o rappresentarsi la situazione in un modo meno minaccioso. Ci si può illudere che la situazione non sia così difficile o che la soluzione sia a portata di mano: il capo, il consulente, la nuova tecnologia, …
Altre volte ancora si rileva come sia negata o minimizzata la dimensione emotiva, la profondità delle sofferenze anche a livello affettivo. Persone e team sembrano trasformarsi in oggetti, cose. La sofferenza negata peraltro riemerge in varie forme distruttive: somatizzazioni, malattie, conflitti distruttivi tra persone e parti dell’organizzazione, demotivazioni. La sofferenza non pensata, non accolta si sposta generando nuovi malesseri.
Ancora si osserva come un importante malessere sia ridotto, a volte, a fenomeno, patologia, difficoltà individuale. La sofferenza è vista semplicemente come una debolezza, una fragilità individuale. Allora si fa ricorso al farmaco, al medico, al counselor. Supporti pur utili, ma assai riduttivi, se solo individuali, se non sono indagate le connessioni organizzative.
Va pure sottolineato che in diverse organizzazioni alcuni tra coloro che occupano ruoli di direzione e di coordinamento, che hanno responsabilità gestionali o che sono negli staff delle risorse umane cercano di affrontare sofferenze di colleghi e soprattutto di collaboratori supportando e sollecitando comprensioni più attente e articolate per permettere ai singoli e all’organizzazione nel suo complesso di far decantare reazioni emotive e di vedere le situazioni in modo più articolato e lucido, considerando vincoli e perdite, ma anche opportunità e potenzialità. Essi testimoniano la possibilità di coniugare la consapevolezza delle difficoltà con la speranza di contribuire al progresso di individui e organizzazioni.
Orientamenti e ipotesi per costruire condizioni di lavoro più vivibili
Dalla nostra esperienza di lavoro e di ricerca ci pare di poter individuare alcune ipotesi interessanti e degli orientamenti da assumere per affrontare nelle organizzazioni fatiche e sofferenze. Linee d’intervento che vorremmo esplorare nella Giornata di Studio.
Per prima cosa è necessario prendere atto di queste dimensioni della vita lavorativa, avvicinarle per comprenderle, sviluppare, anche attraverso la decostruzione, ipotesi sulla loro origine. Si tratta di cercare, da un lato, d’evitare che le fatiche e lo stress si trasformino in sofferenze, quindi in fatiche rappresentate come insensate, fuori luogo e misura, e dall’altro lato costruire condizioni per ricondurre la sofferenza ad uno stato di fatica, di lavoro sostenibile e coniugato col piacere di costruire qualcosa in cui riconoscersi, qualcosa di utile. Come cercheremo di mettere a fuoco nella Giornata di Studio, ciò significa lavorare sul senso di ciò che accade e vogliamo realizzare, sulla fiducia, sull’equilibrio tra risorse (fisiche, professionali, mentali, emotive) e obiettivi. Significa riflettere e riconoscere i limiti e valorizzare le possibilità. La costruzione di condizioni di lavoro sostenibili passa attraverso la consapevolezza del limitato potere e delle responsabilità proprie e altrui.
da: http://www.studioaps.it/servizi_studio/pressostudio_giornate.html
LE DEMENZE: I LUOGHI DELLE CURE E LA SFIDA ORGANIZZATIVA, Convegno 25 maggio, alle 9.00 alla Sala della Cooperazione
Convegno domani, mercoledì 25 maggio, alle 9.00 alla Sala della Cooperazione
LE DEMENZE: I LUOGHI DELLE CURE E LA SFIDA ORGANIZZATIVA
Le demenze, in particolare la malattia di Alzheimer, per la dimensione epidemiologica e la lunga durata della malattia, rappresentano un’importante sfida per la società, la famiglia, il sistema sanitario e il sistema assistenziale sociosanitario. E’ necessario un approccio che faccia della multidisciplinarietà e della multidimensionalità la sua caratteristica centrale. La Legge provinciale n. 8 del 22 luglio 2009 si fa carico di stimolare la gestione e il sostegno alle famiglie nell’ambito delle malattie neuro degenerative. Il convegno si propone di aumentare le conoscenze riguardo queste malattie e individuare gli strumenti organizzativi ed operativi più idonei per conquistare piccoli, ma significativi, spazi di salute per l’ammalato e la sua famiglia.
Il convegno è rivolto a medici, infermieri, fisioterapisti, terapisti della riabilitazione psichiatrica, psicologi, educatori professionali, assistenti sociali, dietisti, OSS, nonché ai famigliari di persone con diagnosi di demenza/Alzheimer. E’ anche aperto ai cittadini che vogliono approfondire il tema.
PROGRAMMA
9.00 Saluti e introduzione
Ugo Rossi
Paola Maccani
Direttore della Direzione per l’integrazione sociosanitaria dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari
9.30 Saluti
Silvia Oswald
Presidente Associazione AIMA di Rovereto
Marco Brazzali
Presidente Associazione Alzheimer Trento
Moderatori: Paola Maccani, Massimo Giordani
10.00 Gli scenari del futuro
Marco Trabucchi
Presidente Associazione Italiana di Psicogeriatria
e Direttore scientifico del Gruppo di ricerca geriatrica
10.30 Modelli organizzativi e linguaggi
nelle situazioni complesse
Franca Olivetti Manoukian
Studio Analisi Psico Sociologica e autrice di parecchie
pubblicazioni sui servizi per anziani e sulla cronicità – Milano
11.00 La famiglia come luogo naturale di cura
Sebastiano Porcu
Sociologo, docente presso l’Università di Macerata
11.30 Pausa caffè
Moderatori: Gabriele Noro, Gabriele Miceli
11.45 La rete dei servizi: motivazioni e strutture
Stefano Boffelli
Responsabile della Sezione di Riabilitazione Generale Geriatrica dell’Ospedale S.Orsola di Brescia
12.15 Una prospettiva concreta:
dal domicilio alle residenze
Antonio Guaita
Medico geriatra e direttore della “Fondazione Golgi Cenci
per la ricerca sull’invecchiamento” di Abbiategrasso
12.45 I costi della rete
Ketty Vaccaro
Responsabile settore Welfare della Fondazione Censis
13.15 Conclusioni
Franca Olivetti Manoukian, Marco Trabucchi
Franca Olivetti Manoukian, Dare e prendere forme: una lettura del senso politico della formazione, StudioAPS AnalisiPsicoSociologica
Dare e prendere forme: una lettura del senso politico della formazione
di Franca Olivetti Manoukian
Franca Olivetti Manoukian, Lettera di ringraziamento ai partecipanti della Giornata APS del 29 ottobre
Ai clienti, ai colleghi, agli amici dello Studio APS,
un vivo e caloroso ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato alla giornata del 29 ottobre scorso.
Il tema che ci siamo proposti di affrontare era molto interessante – e l’elevato numero di iscritti ce l’ha confermato – e al tempo stesso molto difficile da trattare. Ci sembra di aver avviato delle riflessioni, forse un po’ frammentate e forse un po’ troppo aperte rispetto alle aspettative di molti, orientate a raggiungere anche chiarificazioni traducibili in strategie organizzative e in azioni individuali. Per questo, ri-pensando a quanto è emerso e a quanto è suggerito da confronti, connessioni e distinzioni, organizzeremo ai primi di marzo e ai primi di aprile due seminari di una giornata ciascuno, rivolti ad un numero limitato di partecipanti, finalizzati alla presentazione e discussione di alcuni percorsi di intervento rispetto ai malesseri lavorativi.
Da qui potremo anche identificare più chiaramente delle questioni su cui ritornare nella giornata di Studio del 2011.
Con questa modalità tentiamo di continuare a dare maggiore spazio e importanza all’ascolto dei nostri clienti, di coloro che sono interessati ad interagire con noi per co-costruire e de-costruire intorno a dei problemi che riteniamo vadano posti in primo piano, per rendere più efficace il funzionamento delle organizzazioni lavorative e più soddisfacente il lavoro dei singoli.
In questa direzione intende specificamente qualificarsi tutta l’offerta di attività che lo Studio si propone ed è in grado di realizzare. Vorremmo cioè essere sempre più vicini alle difficoltà e a come sono vissute, per riuscire a identificare insieme con i protagonisti ciò che realisticamente consente di gestirle e di contenerne i condizionamenti. Daremo più spazio all’organizzazione di consulenze mirate, anche rivolte a singoli o a piccoli gruppi, e alla predisposizione di seminari, corsi e riunioni progettati ad hoc per Servizi, Enti, Aziende sanitarie, Aziende industriali e di servizi, Cooperative.
Le attività formative programmate presso la nostra sede (come potrete vedere nel calendario che vi sarà inviato prossimamente) saranno soltanto quelli che riteniamo possano facilitare l’acquisizione di alcune strumentazioni basilari per chi è chiamato a esercitare ruoli direttivi e gestionali, ruoli di coordinamento e professioni come quelle del formatore o del consulente di organizzazione. Per le iniziative a cui finora abbiamo dato il nome di “Cicli” stiamo ipotizzando delle evoluzioni per impostarle in modo sempre più pertinente e congruente con le nuove esigenze che le grandi trasformazioni generali inducono all’interno delle organizzazioni di lavoro.
La rivista SPUNTI sarà resa disponibile on-line gratuitamente, ma per chi lo volesse continuerà ad essere possibile acquistare il volumetto stampato.
A fronte delle difficoltà di varia natura che si stanno incontrando, il gruppo di soci e collaboratori dello Studio si propone di lavorare e far lavorare meglio, in un contesto sociale in cui il buon lavoro va continuamente scoperto e costruito. In tempi abbastanza brevi sul nostro sito saranno specificate le differenti novità. Ci auguriamo che sia facile accedervi anche per rendere possibili più ampi e frequenti dialoghi.
Un caro saluto
a nome dello Studio APS,
Franca Olivetti Manoukian
Studio APS: Politiche della formazione: opzioni, iniziative, esiti, Milano 29-30 Ottobre 2009
POLITICHE DELLA FORMAZIONE:
OPZIONI, INIZIATIVE, ESITI
Giornate di Studio 2009 a cura dello studio APS: http://www.studioaps.it/
giovedì 29 e venerdì 30 ottobre 2009
Palazzo delle Stelline, Corso Magenta n. 61, Milano
Le Giornate di Studio 2009 intendono continuare e arricchire la riflessione aperta nelle Giornate 2008 sulla valenza politica dell’agire nelle organizzazioni lavorative e si propongono di svilupparla prendendo in considerazione in particolare ciò che accade nel campo della formazione.
Perché questa scelta? Perché la crisi finanziaria globale, la contrazione negli investimenti e nella produzione, il contenimento dei consumi ad essa collegati hanno imposto negli ultimi mesi scelte che mettono in evidenza opzioni politiche non immediatamente interpretabili, incerte tra esigenze di innovazione e spinte alla conservazione, preoccupate di squilibri sociali e insieme rivolte al mantenimento di poteri e privilegi. Gli assunti di principio che tradizionalmente hanno qualificato gli schieramenti partitici (ad esempio auto-regolazione del mercato o garanzia della sicurezza urbana) sembrano messi in discussione, paiono attenuarsi e confondersi. Orientarsi è sempre più necessario, ma anche sempre più difficile.
In questo quadro come viene vista e come viene praticata la formazione?
A livello di dichiarazioni (anche contenute in varie leggi e direttive istituzionali) è continuamente invocata come strada opportuna e necessaria – quella più sensata e ragionevole – per far fronte alle trasformazioni sociali, agli sconvolgimenti e alle ristrutturazioni organizzative, alle sfide tecnologiche, alle esigenze di costruire nuove imprese e nuovi contenuti lavorativi, ma anche per reagire al venir meno di posti di lavoro e a disorientamenti e smarrimenti generalizzati.
Nella realtà che cosa accade? Si incontrano atteggiamenti disillusi e scettici che portano ad astenersi da qualsiasi iniziativa o a realizzarne alcune in modo rituale per assolvere a degli adempimenti o per assorbire qualche finanziamento disponibile. Contemporaneamente vengono proposte delle “nuove” invenzioni che introducono metodi e strumenti insoliti, a volte “stupefacenti” di cui sono poco verificati gli esiti sia a livello dei singoli che dell’organizzazione. È comunque poco chiaro come la formazione possa accompagnare dei processi di ricollocazione tra singoli e organizzazione, tra attese e obiettivi degli uni e degli altri.
Lo Studio APS lavora da quarant’anni nella formazione e oggi più che mai ci sembra cruciale interrogarci sul senso della formazione e delle scelte, teoriche, metodologiche e operative che la sostengono.
Nelle giornate del 29 e 30 ottobre vorremmo farlo attraverso un confronto aperto, soprattutto con altri che si pongono domande analoghe e che ricercano prospettive innovative, più rispondenti ai travagli del contesto sociale, alla complessità dei problemi e delle richieste che pongono i singoli e le organizzazioni.
In allegato proponiamo un documento con una prima traccia di riflessione e di interrogazione e una bozza di programma. A metà settembre verrà inviato il programma definitivo delle Giornate e la scheda di iscrizione.
Vi saremo grati se vorrete segnalare l’iniziativa anche ad altre persone che ritenete possano essere interessate.
Ringraziamo per l’attenzione: siamo a disposizione per informazioni, chiarimenti e per suggerimenti e eventuali segnalazioni.
Buona estate e a presto
Per lo Studio APS
Franca Olivetti Manoukian
Documento, con una prima traccia di riflessione
Riparliamo di “politica”
Le giornate di studio del 2009 si propongono più che altre volte di costituire una continuazione e un approfondimento delle questioni che abbiamo cercato di affrontare lo scorso anno.
Il titolo “Politiche della formazione” richiede alcune precisazioni preliminari per delimitare il campo: non ci occupiamo della formazione di base, universitaria o scolastica, né della formazione professionale; non intendiamo portare l’attenzione sulle molteplici e reiterate prescrizioni e sollecitazioni che vengono inserite nei testi legislativi e nei documenti di programmazione e neppure considerare i finanziamenti messi a disposizione dagli organi di governo nazionale e locale o le opportunità di accesso ai vari fondi istituzionalmente attribuiti alla formazione. Sarebbero queste delle analisi di scenario che richiederebbero delle ricognizioni accurate e che forse più che offrire suggestioni rispetto alla formazione potrebbero mettere in luce degli aspetti del funzionamento del mondo politico/partitico. Riprendendo l’ipotesi che l’agire politico non sia soltanto quello di chi ha ruoli politici (ma che sia anche – e in modo consistente – quello che si gioca, a cui si è sottoposti o che si cerca di imporre, quello con cui ci si misura nelle interazioni lavorative) ci proponiamo piuttosto di sviluppare delle analisi e delle riflessioni sulle attività formative che vengono progettate e realizzate nei luoghi di lavoro e di interrogarci sui loro collegamenti con il contesto sociale più ampio, su come e quanto interagiscano con le trasformazioni che travagliano la vita quotidiana.
La formazione è vista per lo più come necessaria per l’acquisizione di competenze specifiche richieste dall’introduzione di nuovi processi produttivi, di nuove tecnologie, di nuove configurazioni organizzative (fusioni e ristrutturazioni) ma la funzione che di fatto riveste va ben al di là di questo: secondo un’opinione largamente diffusa, costituisce una “leva gestionale” ovvero si pensa che possa mantenere i singoli attivamente e positivamente collegati ai compiti di lavoro, offrire delle opportunità di evoluzione professionale, di sviluppo di carriera, di assunzione di nuovi ruoli, e anche migliorare il clima organizzativo e sostenere motivazioni e identificazioni con l’organizzazione nel suo insieme.
I modi con cui la formazione viene considerata e impostata sono influenzati da scelte “politiche” riguardanti la collocazione dei singoli rispetto all’organizzazione e in particolare l’esercizio del potere e l’uso del sapere: al tempo stesso concorrono all’interno e all’esterno delle organizzazioni ad affermare e a rinforzare delle culture lavorative (pregnanti anche rispetto al contesto sociale complessivo), dei modelli di comportamento di pensiero e di relazione, variamente allineati alla cultura dominante, paralleli o distanziati.
Le domande da cui partire per avviare la riflessione potrebbero articolarsi attorno ad alcune questioni di sfondo: le iniziative formative a cui prendono parte coloro che sono collocati a vari livelli nelle organizzazioni lavorative private e pubbliche, quali assetti sociali tendono a promuovere? quali rapporti tra diverse appartenenze e posizioni? quali saperi vanno a privilegiare e diffondere? quali esigenze e quali attese mettono in primo piano? quali rappresentazioni veicolano delle trasformazioni sociali e degli spazi di affermazione delle soggettività individuali?
La formazione come considera e interpreta i rapporti tra singoli e organizzazione?
Ogni attività formativa che viene organizzata nelle situazioni lavorative fa riferimento a rappresentazioni differenti e specifiche dei rapporti tra singoli e organizzazione; impatta in modo consistente con le idee circolanti su come i singoli debbano interagire con l’organizzazione e su come l’organizzazione debba considerarli e trattarli; ripropone tuttora la questione sollevata dalle critiche alle scienze classiche dell’organizzazione rispetto al considerare gli individui variabile dipendente o indipendente; riapre delle incertezze su quali siano le potenzialità da sviluppare e su dove e come possano essere rinvenute e sostenute. Spesso la formazione viene collegata a dei cambiamenti, assumendo l’ipotesi – piuttosto diffusa – che modificazioni strutturali necessarie, spesso inevitabilmente disegnate dai vertici o da interventi esterni (leggi, fusioni, avvicendamenti nella proprietà, riassetti istituzionali) difficilmente possono trovare effettiva realizzazione se i singoli non le acquisiscono e non se ne fanno portatori nella operatività, in particolare per le organizzazioni che producono servizi. I singoli vanno coinvolti in modo che sviluppino capacità e competenze per ricollocarsi e per attrezzarsi rispetto alle nuove attese che l’organizzazione ha nei loro confronti. A volte considerandoli capaci in quanto contenitori da riempire, variabili dipendenti per la realizzazione di obiettivi e strategie predefinite.
Nella realtà per avviare e promuovere dei processi di cambiamento che sono comunque faticosi è importante poterli investire positivamente e vederli in prospettiva, guardando a un futuro possibile da costruire. All’interno delle situazioni lavorative il futuro appare nebuloso ed incerto, soprattutto non prevedibile e forse non immaginabile. Ci si rifugia nel presente e nelle identificazioni con il proprio particolare lavoro mentre le identificazioni con l’organizzazione nelle sue diverse articolazioni e nei suoi vertici sembrano sempre più fragili. La fiducia in qualcosa che verrà e che potrà essere frutto dei cambiamenti appare debole sia da parte dei singoli chiamati a partecipare alle attività formative che da parte di responsabili e capi che le promuovono. Non è così chiaro e condiviso che il nuovo disegno organizzativo sia valido, sia pienamente soddisfacente e sia da assumere fino in fondo, chiedendo ai singoli anche attraverso la formazione una adesione piena e convinta: si pensa che i singoli in definitiva debbano piegarsi alle richieste dell’organizzazione (o di chi in essa detiene potere), ma le richieste non sono così chiare e non è neppure chiaro se siano quelle più vantaggiose. I singoli che possono o potrebbero avere delle idee rispetto ai cambiamenti si chiedono se e come esporle e esporsi, a chi e a che cosa far riferimento: forse esistono delle opportunità per valorizzare la propria esperienza, affermare la propria soggettività, prendere parola e potere, ma non si sa bene questo a che cosa porti.
Chi progetta e realizza iniziative di formazione come si misura con queste situazioni? Come si colloca quando emergono scissioni sia da parte dei committenti che dei partecipanti tra quanto viene proposto e trattato nelle attività formative e quanto viene messo in pratica e sperimentato nella quotidianità lavorativa? Come affronta le oscillazioni esistenti nei singoli e nell’organizzazione (in coloro che la dirigono) tra il considerare vitale, proprio nelle condizioni di incertezza, dare spazio e legittimazione ai singoli, alle loro attese e proposte e il ritenere prioritario implementare comunque un modello razionalmente definito, che mantiene ordine, rassicura e sostiene?
La formazione come si colloca tra razionalità e emotività?
La formazione è rappresentata come ambito in cui vengono accresciute e perfezionate le competenze che i singoli devono possedere per svolgere attività, esercitare ruoli, contribuire a produrre beni e servizi in modo adeguato. Per acquisirle, rinnovarle o arricchirle si può tendenzialmente considerare più rilevante investire per fornire contenuti e metodi, per sollecitare la appropriazione di aspetti più sistematizzati e razionalmente fondati, insistendo sull’importanza e la centralità delle componenti cognitive nello svolgimento delle attività lavorative e delle evoluzioni che le caratterizzano. I corsi di formazione vengono previsti e confezionati ma anche frequentati come prosecuzioni della preparazione scolastica universitaria, suddivisi per argomenti presentati da docenti esperti e definiti nei tempi e nei modi a partire dalle esigenze di esposizione e trattazione. Si pratica una sorta di standardizzazione delle iniziative formative (a volte in gergo denominate “pacchetti”) che fa sì che possano essere predisposte in astratto e attuate in modo analogo nelle situazioni più varie, utilizzando più o meno le stesse slides, gli stessi questionari, le stesse dispense.
Questo tipo di formazione non riscuote presso i partecipanti elevato gradimento a meno che non sia offerta da istituzioni prestigiose o si avvalga di maestri con grande reputazione. Mantiene comunque una consistente considerazione da parte dei vertici organizzativi che ne apprezzano solidità e garanzie. In ogni caso da tempo accanto ad essa e a volte in modo giustapposto se non persino del tutto separato vengono proposte e realizzate attività formative che tendono a privilegiare, a dare spazio e importanza alle dimensioni emotive e relazionali, considerandoli fattori preminenti e condizionanti per il benessere dei singoli da cui dipende anche un buon adattamento dei singoli al lavoro e un soddisfacente impegno nei processi di produzione. Come è noto questi seminari o incontri possono assumere le configurazioni più varie: rivolgersi a piccoli gruppi o a grandi numeri. In ogni caso i formatori assumono posizioni fascinatorie e seduttive che permettono si riscuotere ammirazione, riscaldare gli animi e suscitare spinte fusionali. Potrebbe essere questa una strada entro cui possono trovare ascolto e legittimazione quelle domande di riconoscimento di sé che tanto affannosamente oggi ricorrono anche nelle situazioni lavorative?
Più in generale ritornano alcuni interrogativi. A che cosa si ricollega la tendenza (sintetizzata in uno slogan tutt’oggi frequentemente richiamato, “sapere, saper fare, saper essere) a scindere i fattori che favoriscono negli esseri umani i processi di apprendimento? Anche le più recenti scoperte delle neuroscienze non indurrebbero a ricomporre le modalità con cui possono essere acquisiti nuovi comportamenti e adattamenti?
Per i formatori le attese dei partecipanti di essere ascoltati, valorizzati e riconosciuti non rischiano di essere viste come improprie, ignorate o respinte, oppure di essere dilaganti e di essere prese in toto per poter garantirsi consenso e soddisfazione?
Che cosa implica sul piano politico la separazione nella formazione tra dimensioni razionali e dimensioni emotive? quale esercizio di potere e quali dipendenze si giocano? quali dissimmetrie tendono a fissare?
La formazione rivolta al singolo o rivolta a gruppi collocati in uno specifico contesto?
Il moltiplicarsi di evoluzioni tecnologiche e organizzative ha fatto emergere nel contesto sociale complessivo nuovi ruoli professionali o nuove declinazioni di ruoli professionali tradizionali. Da più parti vengono sollecitate e proposte attività formative finalizzate ad attrezzare i singoli all’assunzione di tali ruoli, ipotizzando delle diverse opzioni e dei diversi percorsi.
Si può investire nella individuazione e caratterizzazione di un modello di ruolo professionale o organizzativo, dotato delle competenze metodologiche e delle prerogative teoricamente congruenti e adeguate a garantire un esercizio ottimale del ruolo. La formazione conduce e sostiene i singoli nella assunzione e interiorizzazione dei diversi modelli per cui, con varie e differenti modalità, offre loro la possibilità di diventare manager o dirigente, oppure formatore o consulente, ecc… Ci si muove all’interno di una visione atomistica, in cui viene messo in primo piano l’investimento nell’individuo e il suo individuale percorso di identificazione con il modello proposto, che può essere anche relativamente distante dalle situazioni reali ma proprio per questo ha una propria intrinseca validità e può essere legittimato nelle condizioni più diverse. Chi diventa “formatore” o “manager”, potrà lavorare in modo professionalmente appropriato in un’azienda sanitaria o in un’azienda commerciale, in un ente locale o in una cooperativa. Si ipotizza che possa arrivare a possedere una strumentazione ma anche una identità professionale che gli consente di rispondere in modo positivo e soddisfacente alle richieste che gli verranno poste.
Assumendo una differente opzione si può invece dare priorità e rilevanza ai contesti entro cui i ruoli vengono esercitati e alle relazioni entro cui sono collocati, considerando che il confronto con le diverse realtà e con altri soggetti impegnati per l’assunzione di ruoli analoghi, costituisce fonte significativa di apprendimenti. L’acquisizione di competenze è collegata alla possibilità di misurarsi rispetto a problemi specifici, che vanno identificati e riconosciuti per poter distinguerli e affrontarli individuando degli obiettivi pertinenti, limitati, collegati a risorse e vincoli. Il lavoro formativo in quest’ottica va molto al di là dell’impegno in aula, perché si tratta di predisporre condizioni preliminari che rendano possibile ai singoli il riferimento alla loro esperienza e la rielaborazione di quanto via via si sperimenta.
Rispetto alla cultura dominante nella nostra società, marcata da forti spinte all’individualismo e da frantumazioni che aggravano vari disagi, che cosa implicano le opzioni formative che sono state richiamate? Quali identità lavorative tendono a sviluppare? Le competenze che sembrerebbe importante mettere in campo a fronte delle problematiche complesse e di incerta natura possono essere promosse attraverso l’interiorizzazione di modelli? A che cosa ricollegare l’insistente richiesta di definire e possedere modelli professionali e operativi e come interagire con essa?
La formazione tra trasmissione di saperi costituiti e costruzioni di conoscenze…
Nelle varie forme e declinazioni che può assumere in molteplici contesti organizzativi e sociali, la formazione interagisce comunque con il sapere e la conoscenza e può appoggiarsi, sostenere e promuovere in diverse direzioni e con diverse modalità opportunità e capacità di acquisirli e utilizzarli.
A partire dalle radici etimologiche delle parole possiamo convenzionalmente intendere il sapere come insieme di concetti, di teorie, patrimonio stratificato nei secoli grazie all’espandersi e all’evolversi delle scienze, che è stato progressivamente consolidato e sistematizzato, anche per poter essere adeguatamente trasmesso e diffuso. La conoscenza può essere intesa come processo dinamico che i singoli, individualmente o in gruppo, sviluppano per accostarsi alla comprensione della realtà che li circonda e anche ai saperi che in essa sono incardinati e praticati.
A seconda dei contesti, delle attese, degli obiettivi, delle problematiche che ci si propone di affrontare con e nelle attività formative si può optare per fare in modo che i partecipanti siano principalmente sollecitati ad accedere a informazioni e contenuti depositati nelle diverse discipline, ipotizzando che l’appropriarsi di alcuni saperi, anche spesso rafforzato da indicazioni rispetto alle traduzioni operative, porti a migliorare competenze e a lavorare in modo più adeguato. D’altro lato ci si può orientare a creare le condizioni perché i singoli accanto al riferimento ai saperi consolidati, attivino attenzioni e considerazioni su dati incerti e provvisori presenti nei contesti operativi e investano nella ricerca di conoscenze più specifiche, non collaudate ma potenzialmente feconde. È questa l’opzione che viene sintetizzata nello slogan “imparare ad imparare” (traduzione da “learn to learn”) di cui da tanti anni si parla, ma di cui anche da altrettanti anni si sperimenta la distanza dalla realtà.
Quale valenza politica ha il ricorso prevalente o predominante al sapere costituito? Come il sapere finisce per essere collegato al potere che si esercita anche nelle micro-relazioni quotidiane?
IL PROGRAMMA DELLE GIORNATE DI STUDIO
Primo giorno
* Mattina
All’inizio della mattinata vi sarà un contributo introduttivo di Achille Orsenigo finalizzato a rinominare le ipotesi condivise nelle giornate di studio dell’anno scorso “Senso e valore politico dell’agire nelle organizzazioni”. Successivamente gli interventi di Franca Olivetti Manoukian e di Sergio Manghi presenteranno alcune questioni di fondo per avviare un confronto sul senso politico delle attività formative nelle organizzazioni. Seguirà il dibattito.
* Pomeriggio
Nel pomeriggio verranno costituiti dei laboratori finalizzati ad analizzare alcune esperienze caratterizzate dal ricorso a metodologie e strumenti formativi che si presentano come innovativi e originali nel panorama degli interventi di formazione come ad esempio e-learnig, la scrittura autobiografica, il teatro di impresa, out door…
In ciascun laboratorio verranno presentate due esperienze diverse in modo da avviare il confronto tra i diversi partecipanti. La presentazione e la discussione di queste esperienze saranno orientate a esplorare gli orientamenti politici che ciascun metodo e strumento formativo sostiene o intende sostenere, le domande che vengono intercettate, i valori che sono veicolati, le premesse teoriche implicite, gli esiti attesi e inattesi.
Secondo giorno
Si prevede una tavola rotonda che cercherà di promuovere un confronto e un dialogo tra diverse politiche della formazione attraverso alcuni interrogativi cruciali: quali sono le rappresentazioni circolanti nel contesto sociale rispetto alla formazione? perché fare formazione nelle organizzazioni? chi chiede e chi propone interventi formativi quale senso e quale valenza politica attribuisce alla formazione? quali impatti ha la formazione rispetto alle problematiche sociale e ai cambiamenti nelle organizzazioni?
Alla tavola rotonda saranno invitate persone che hanno un ruolo e una funzione diversa nei processi formativi: committente, formatore, consulente, partecipante. Si prevede anche la partecipazione di una voce fuori campo per apportare sguardi e letture divergenti.
Iscrizione
Le iscrizioni verranno raccolte a partire da settembre attraverso una scheda di iscrizione che verrà successivamente spedita con il programma più dettagliato.
Per informazioni rivolgersi alla segreteria dello Studio APS telefonicamente (02-4694610) o via e-mail (studioaps@studioaps.it).
Quota di iscrizione :
1. partecipazione sostenuta dall’organizzazione: Euro 240,00 (IVA compresa);
2. partecipazione a titolo individuale: Euro 144,00 (IVA compresa);
3. partecipazione in gruppo (composto da minimo 4 persone): Euro 72,00 (IVA compresa).
Le modalità di pagamento verranno specificate in seguito, in occasione dell’invio della scheda di iscrizione.
SCUOLA E TERRITORIO: UNA RELAZIONE VITALE Bologna, 10 febbraio 2005 B. Franca Olivetti Manoukian – Studio APS
SCUOLA E TERRITORIO: UNA RELAZIONE VITALE
Bologna, 10 febbraio 2005
B. Franca Olivetti Manoukian – Studio APS
LA DOMANDA DI SICUREZZA PUO’ NON INVESTIRE I SERVIZI? Tracce per una discussione pubblica di FRANCA OLIVETTI MANOUKIAN (Animazione Sociale -8 maggio)
LA DOMANDA DI SICUREZZA PUO’ NON INVESTIRE I SERVIZI? Tracce per una discussione pubblica
di FRANCA OLIVETTI MANOUKIAN (Animazione Sociale -8 maggio)
Franca Olivetti Manoukian, Modelli organizzativi dei servizi di Salute Mentale
Modelli organizzativi dei servizi di Salute Mentale
La funzionalità dei diversi modelli rispetto agli obiettivi di Salute Mentale.
Culture e pratiche dell’integrazione socio-sanitaria: la ricerca dei rapporti di interazione, di connessione, di intersettorialità con altri servizi.
III SEMINARIO, 28 — Marzo – 2007
RELAZIONE D’APERTURA
Prof.ssa Franca Olivetti Manoukian
(Studio A.P.S. – Analisi Psico-Sociologica, Milano)
© POL.it 2007 PROGETTO OBIETTIVO 2008 / DOCUMENTO










