giampaolo, pansa: Il coraggio di Enrico Letta contro la viltà di tanti


Giorno dopo giorno, stiamo vivendo una storia surreale che vale la pena di ricordare in estrema sintesi.  Febbraio 2103: elezioni senza un risultato certo. Inutili tentativi del Pd, nella persona  di Bersani, per costituire un governo con Grillo. Il Palazzo precipita nel marasma. Grazie a Santa Scarabola, la santa delle imprese impossibili, al Quirinale c’è Napolitano. Ha già preparato il trasloco, ma accetta di farsi rieleggere. E impone la nascita di un governo che veda insieme il Pd e il Pdl, o se vi piace di più il Pdl e il Pd.

A Palazzo Chigi arriva Enrico Letta. Qui debbo fermarmi per ribadire la mia gratitudine di italiano a questo leader politico coraggioso che ha deciso di non tirarsi indietro e di accettare un compito quasi impossibile. Non è soltanto quello di impedire il crac economico e sociale dell’Italia, ma di aiutare il paese a ritrovare un minimo di pacificazione e di concordia. Per non precipitare nel baratro dell’anarchia e del disordine senza scampo. 

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Giampaolo Pansa a Luciano Violante nel 2006: «Avete già conquistato le presidenze di Camera e Senato. Anche il presidente del Consiglio è vostro. Perché volete prendervi tutto il piatto, compreso il Quirinale?»


Ritorniamo al passato. La mattina dell’8 maggio 2006, primo giorno di votazioni sul nuovo presidente della Repubblica, a Montecitorio c’ero anch’io. Dovevo scrivere un diario di quanto sarebbe accaduto e m’imbattei subito in chi ne sapeva molto: Luciano Violante, big progressista, oggi uno dei dieci saggi. Gli dissi: «Avete già conquistato le presidenze di Camera e Senato. Anche il presidente del Consiglio è vostro. Perché volete prendervi  tutto il piatto, compreso il Quirinale?».  Violante alzò le spalle: «Se le elezioni le avesse vinte il centrodestra, farebbe la stessa cosa». Provai a ribattergli: «Sostenete sempre di essere diversi dagli altri. E invece…». Lui mi fece capire che non aveva tempo da perdere e se ne andò. Del resto avevo già compreso da anni che i partiti erano tutti uguali. Nel 2006 come adesso, vigilia di un’altra elezione presidenziale. 

Il centrosinistra, guidato da Romano Prodi, aveva vinto le politiche per una manciata di voti. Eppure si era pappato gran parte del piatto. Al Senato aveva piazzato Franco Marini e alla Camera Fausto Bertinotti. Adesso era arrivato il momento di prendersi il Quirinale.

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Giampaolo Pansa:“Il soprannome ‘Morfeo’ a Napolitano? #Grillo è un cazzone“ – Video Il Fatto Quotidiano TV


Quando uno, che per di più guida un partito politico, si esprime in questo modo nei confronti di un signore che potrebbe essere suo padre e che è il capo dello Stato, si dovrebbe vergognare, come avrebbe detto anche mia nonna”

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Giampaolo Pansa: Anche chi non ama le grandi coalizioni, dovrà arrendersi di fronte a questa faticosa realtà (prima del risultato delle elezioni 24/25 febbraio 2013)


Anche chi non ama le grandi coalizioni, dovrà arrendersi di fronte a questa faticosa realtà. Sarà inevitabile che sinistra, destra e centro trovino un accordo su un governo di salvezza nazionale. Guidato da chi? Dal leader del partito con più voti, ma con l’obbligo di respingere l’arroganza di fare da solo. Grillo tenterà di opporsi grazie a una truppa robusta di parlamentari? Ci provi  e toccherà a lui essere accolto dai forconi degli italiani senza potere.

Questa è la strada suggerita dal buonsenso. Ma potrebbe risultare impossibile da percorrere. Qualcuno già sostiene che in quel caso dovremmo ritornare al voto in autunno, sperando che emerga un partito leader. A mio parere sarebbe una follia. L’Europa ci metterebbe al bando. I mercati finanziari ci farebbero a pezzi. E il rischio di ridurci come la Grecia busserebbe con un ghigno alle nostre porte.

In un’Italia allo sfascio può spuntare davvero un nuovo Mussolini? Non lo escludo. Il disordine produce sempre un eccesso di ordine. Può imporlo chiunque. Un grande imprenditore dal pugno duro. Un militare ribelle che ama il rischio. Un politico imprevedibile. Rispetto alle cariatidi della Casta, sarà un giovane nato per comandare. Fanatico del buon governo. Capace di usare al meglio le armi letali di oggi: il web, la tivù, la piazza, il marketing. Basteranno queste, senza ricorrere alla violenza fisica. Ma la violenza apparirà comunque. E nulla vieta che sfoci in una guerra civile. 

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Giampaolo Pansa: qualche dato anagrafico a proposito del vero Mussolini


Cominciamo da qualche dato anagrafico a proposito del vero Mussolini. Era un politico molto giovane rispetto ai matusalemme odierni. Nato nel 1883, a 29 anni dirigeva l’“Avanti” da socialista rivoluzionario. Nel novembre 1914, a 31 anni, fondò “Il Popolo d’Italia”, il giornale poi diventato la bandiera del fascismo. Nel 1919, a 36 anni, iniziò a guidare i Fasci di combattimento. Aiutato dagli errori delle sinistre durante il Biennio rosso tra il 1919 e il 1920, mandò all’assalto le squadre in camicia nera. E nell’ottobre 1922, con la marcia su Roma, conquistò il potere. Aveva appena 39 anni, compiuti in luglio

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Giampaolo Pansa: “Bersani, pensi di aver vinto, ma finirai come la gioIosa macchina da guerra di Occhetto, nel 1994″


La coppia B&V è certissima di trionfare. Qualcuno sostiene che abbiano già pronta la lista  dei ministri che comporranno il governo delle sinistre. Ma andrà davvero così? Dal 1948 a oggi, gli eredi del Pci hanno vinto soltanto due volte, nel 1996 e nel 2006. E in entrambi i casi a portarli al successo è stato Romano Prodi, un cattolico cresciuto nella Democrazia cristiana. Nel 1994 Achille Occhetto non aveva saputo battere Silvio Berlusconi. Nel 2001 la coppia Francesco Rutelli e Piero Fassino era uscita dal voto con le ossa rotte. E lo stesso era accaduto nel 2008, l’elezione del trionfo per il Cavaliere e della sconfitta di Walter Veltroni. Sono precedenti che dovrebbero allarmare Bersani. Oggi il fronte delle sinistre non ha un Prodi da offrire agli elettori. Per di più, nelle file dei democratici si insinua il ricordo di un flop storico. È quello della Gioiosa macchina da guerra capeggiata da Achille, lo sfortunato Baffo di ferro. Lunedì sul Corriere della sera è apparsa una lettera di un gruppo di «Democratici per Monti» che sostengono: «Il Pd ha rimesso indietro le lancette dell’orologio. Dov’è sostanzialmente la differenza tra il Bersani di oggi e l’Occhetto del 1994?».

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Giampaolo Pansa: meglio, molto meglio, un Monti 2 che un’alleanza caotica tra parrocchie della Casta. A cominciare da quella che per ora sembra maggioritaria, un agglomerato che vedrebbe insieme soggetti rischiosi. Come il Pd di Bersani, la Cgil della Camusso, la Sel di Vendola


meglio, molto meglio, un Monti 2 che un’alleanza caotica tra parrocchie della Casta. A cominciare da quella che per ora sembra maggioritaria, un agglomerato che vedrebbe insieme soggetti rischiosi. Come il Pd di Bersani, la Cgil della Camusso, la Sel di Vendola e chi più ne ha più ne metta.  Perché bisogna auspicare l’avvento del Monti bis? Per una serie di motivi che sono ben chiari nella testa di tanti italiani qualunque. Gente pratica che diffida dei partiti di oggi, non si appassiona al dibattito sulla democrazia sospesa e bada al sodo. Il sodo è la tenuta della baracca Italia, da salvare a tutti i costi. Evitando un crollo che potrebbe distruggere quel che resta del nostro benessere: le aziende in grado di offrire lavoro, i risparmi conservati nelle banche, un minimo di rispetto per figli e nipoti, vittime incolpevoli di un fallimento del sistema paese. 

TUTTO L’ARTICOLO QUI  Pansa: Meglio un Monti bis di Bersani e Camusso – giampaolo pansa, pansa libero, pansa bestiario, pansa monti bis, mario monti, bersani camusso – Libero Quotidiano.

Giampaolo Pansa su: Bersani “Oggi dentro di lui ha preso il sopravvento un partitocrate arrogante, anche nel linguaggio”


Il leader del Partito democratico non sembra più l’uomo di un tempo. Quando appariva un politico con i piedi per terra, concreto, attento ai passi falsi, consapevole che i partiti hanno  limiti ferrei e non possono decidere  tutto.

Oggi dentro di lui ha preso il sopravvento un partitocrate arrogante, anche nel linguaggio. Nel colloquio con Massimo Giannini, apparso su Repubblica venerdì,  ha usato nei confronti del governo tecnico di Mario Monti un’immagine sprezzante: «È una parentesi irripetibile». Avete letto bene. Una parentesi, quindi una faccenda da nulla. Irripetibile come si dice di un errore da evitare di qui all’eternità.

Chi l’avrà suggerita a Bersani questa dicitura altezzosa? 

tutto l’articolo è qui: Giampaolo Pansa Bersani è il capofila dei morti della Casta :: VIP.

Giampaolo PANSA presenta: TIPI SINISTRI, i gironi infernali della casta rossa, Rizzoli, 2012


Il dinosauro Cgil sbranerà Bersani e il PD – di Giampaolo Pansa in liberoquotidiano.it


È il sindacato rosso il convitato di pietra nella plancia di comando di un ipotetico governo di sinistra. La linea politica resa esplicita in questi giorni dalla rocciosa Susanna è di una semplicità elementare. E si fonda su due convinzioni conclamate. Primo: il governo Monti è nemico dei lavoratori. Secondo: la nostra forza è assai più grande e coesa di quella del Pd. 

Può sembrare assurdo, ma in questo tormentato 2012 l’unico a non avere paura del futuro è il sindacato rosso. Gli analisti politici si erano distratti nel seguire i problemi del governo tecnico. Senza rendersi conto di una verità: la Cgil è un dinosauro che poteva apparire in sonno, ma non era affatto estinto. Il dinosauro è vivo e vegeto. Lo tiene in vita e in battaglia un gruppo dirigente inchiodato al passato, anche al proprio passato personale. È sufficiente osservare i volti dei capi Cgil che hanno ripreso a mostrarsi nei talk show televisivi . ..

Il viagra di Camusso e compagni è l’aver ritrovato il nemico e, insieme, le battaglie della propria giovinezza. Il governo Berlusconi era soltanto un avversario di serie C. Ma nei confronti del governo Monti la musica può finalmente essere diversa. E lanciare segnali di guerra.  La Cgil sente di avere una nuova missione: mandare a picco l’esecutivo dei padroni del vapore, ossia le imprese, le banche e la finanza europea. Sostenuto da un ex comunista come Giorgio Napolitano, un compagno troppo paralizzato dal timore che l’Italia vada a ramengo. Ma dei rischi che corre il paese, allo squadrone rosso guidato da Camusso & C. non importa nulla. Oggi la Cgil è pronta a scendere in battaglia per dare voce a tutti gli scontenti che la crisi sta moltiplicando. Temo che vedremo la versione italiana di un sindacato greco, pronto a mobilitarsi in tutti i modi e in tutte le sedi. Rilanciando il vecchio slogan di Rifondazione comunista: «Anche i ricchi devono piangere». In realtà, dietro la tutela dei diritti dei lavoratori, si nasconde la difesa intransigente della casta del sindacalismo professionale.

…. Che cosa pensa di Bersani e dei democratici il dinosauro di corso d’Italia? È ancora troppo presto per comprenderlo sino in fondo. Ma nella nebbia che avvolge le strategie delle sinistre italiane, si fa largo un fantasma: Bersani si troverà faccia a faccia con la strapotente Cgil. E dovrà farci i conti. Un incubo per le notti del compagno Pier Luigi.

Ma l’incubo vero sarà un altro. Che cosa faranno i tanti elettori moderati di fronte al rischio di vedere al governo il trio di Vasto a braccetto con una padrona esigente quanto madama Camusso? Se volete un’ipotesi, eccola: invece di astenersi, correranno in massa alle urne per sbarrargli il passo. E nel caso che trovino come alleato il professor Monti sceso in politica, per Bersani & C. non sarà facile vincere.

qui l’intero articolo: Pansa: Il dinosauro Cgil sbranerà Pierluigi e tutti i democratici – cgil, bersani, camusso, riforma del lavoro, partito democratico, pd, sinistra, giampaolo pansa – liberoquotidiano.it.

Giampaolo Pansa: Salvate il soldato Umberto Bossi. Dai suoi Colonnelli e dalla loro mancanza di umanità


Il sovversivismo localista fondato sull’analfabetismo ha radici tenaci.

Tuttavia spero abbia ragione Giampaolo Pansa

Auguro ancora breve vita alla lega nord (in minuscolo)

Paolo Ferrario, 8 marzo 2012

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Pansa Qualcuno salvi Bossi e lo mandi a casa E' fuori di testa e ostaggio dei Colonnelli
liberoquotidiano.it

Salvate il soldato Umberto Bossi dai suoi Colonnelli e dalla loro mancanza di umanità,  e dalla bieca tenacia nell’esporre il corpo del Senatùr per farsene scudo. Abbiatene pietà e mandatelo a riposo, scrive oggi Giampaolo Pansa su Libero in edicola oggi, giovedì 8 marzo. A colpire è soprattutto il viso di Umberto: la faccia di uno che ha visto la morte da vicino, l’ha sconfitta, ma ha pagato un prezzo alto. I capelli sono una selva ribelle. Gli occhi due fari dilatati. La bocca va per conto suo. Le mosse del corpo sono rallentate. I leghisti non corrono il rischio di essere l’unico partito in Europa guidato da un uomo fuori di testa? Proprio per questo, anche alla luce dello scandalo tangenti in Lombardia, scrive Pansa, è facile immaginare che presto nel Carroccio verranno le Idi di marzo

da Pansa Qualcuno salvi Bossi e lo mandi a casa E’ fuori di testa e ostaggio dei Colonnelli – pansa, libero, bossi, lega, colonnelli, carroccio, maroni – liberoquotidiano.it.

Giampaolo Pansa sui No Tav: sono tutt’altro che “resistenti”: in Val di Susa “stanno nascendo i nuovi terroristi”


 In una delle puntate più faziose condotte da Santoro che si possano ricordare (e già questo di per sé è un record), i manifestanti No Tav sono diventati “pecorelle” e i poliziotti “criminali”. Secondo il teletribuno Santoro, quella in Valsusa, non è guerriglia, ma resistenza: i No Tav come modelli partigiani, impegnati nella battaglia per la difesa del territorio. Nell’accorata difesa dei violenti condotta dal teletribuno, hanno parlato anche Alberto Perino – leader dei No Tav – e Marco Bruno, il manifestante diventato famoso per il filmato in cui insultava il poliziotto, impassibile, dandogli della “pecorella”, del “malato”, del “pezzo di m…”. In un’intervista grottesca, da brividi, Bruno ha spiegato di aver insultato il poliziotto perché aveva paura, perché “mangio pane e No Tav da quando sono nato”, “per dafrmi la forza”. Il provocatore ha anche avuto il coraggio di paragonarsi a Peppino Impastato, il giovane siciliano ucciso negli anni ’80 dalla mafia per la sua lotta contro i clan. Troppo. Decisamente troppo anche per Servizio Pubblico e per il braccio destro di Santoro, Sandro Ruotolo, che ha ricordato al No Tav quanto il caso di Impastato fosse differente dal suo. Ma il tema che farà discutere della trasmissione di giovedì sera resta la presa di posizione di Santoro, che ha magnificato i violenti con l’etichetta di “resistenti”. Secondo Giampaolo Pansa sono tutt’altro che “resistenti”: in Val di Susa “stanno nascendo i nuovi terroristi”.

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Giampaolo Pansa, Se avessi vent’anni saprei chi picchiare


Giampaolo Pansa, Se avessi vent’anni saprei chi picchiare


Saprei bene con chi prendermela, e chi picchiare, se fossi un ragazzo italiano sui venticinque anni. Uno di quelli davvero sfigati. Senza un lavoro vero. Con l’unica prospettiva di fare il precario a vita. E di mutare in peggio questa condizione diventando un disoccupato stabile. Privo di un alloggio decente. Con pochi soldi in tasca. Costretto a sperare sempre nell’aiuto economico dei miei famigliari.

  • Per primi me la prenderei proprio con loro: il papà, la mamma, forse anche i nonni. Sono cresciuti in una società dove trionfava il mito del figlio laureato. Volevano il figlio dottore, nella convinzione che un pezzo di carta sarebbe bastato a renderlo benestante per la vita.

Ero uno studente svogliato, ma a tutti i costi hanno voluto mandarmi all’università.

Mi hanno lasciato andare avanti, anche se vedevano che tardavo a dare gli esami e i miei voti erano sempre mediocri. Si consolavano dicendo che prima o poi avrei messo la testa a posto. E dopo la laurea, anche se ben poco brillante, un lavoro comunque l’avrei trovato. Sono dei disgraziati, questi miei genitori. Dei truffatori che hanno ingannato il loro amato figliolo. Quando si sono resi conto che non mi piaceva studiare, che odiavo i libri e gli esami, avrebbero dovuto prendermi per il collo e dire: adesso basta con l’università, devi imparare un mestiere che ti aiuti a campare.

Sarei stato d’accordo anch’io. C’era un lavoro che avrei fatto volentieri: il falegname che costruisce porte, finestre, mobili e li ripara quando si guastano. Quando l’ho detto in famiglia, è successo il finimondo. La mamma ha strillato: il falegname? Impossibile, è un mestiere da poveracci, sempre in mezzo al legno, alla polvere, con il rischio di tagliarsi una mano. Il papà ha aggiunto: nessuna ragazza per bene vorrai mai mettersi con un falegname, non potrai farti una famiglia. Gli ho replicato che esistevano altri mestieri che avrei provato a fare con piacere: il fabbro, l’idraulico, l’elettricista. Quelli che conoscevamo avevano sempre molto lavoro, guadagnavano bene, lo si vedeva dai conti che ci presentavano. Chiamare un antennista perché migliorasse la ricezione del nostro televisore era come convocare un chirurgo: lunghe liste d’attesa e parcelle salate. Non c’è stato verso di convincerli. I miei cari genitori mi rispondevano: prima prendi la laurea, poi vedremo. Comunque, un posto in banca o in un ufficio pubblico lo troverai.

  • Dopo aver pestato per bene papà e mamma, dovrei picchiare i capi di molte università. Hanno lasciato ingrossare corsi che servivano soltanto a mantenere delle cattedre e dei professori.

Non hanno bloccato gli studenti che correvano ad iscriversi, avvertendoli: guardate che qui fabbrichiamo soltanto disoccupati. Laurearsi in storia, lettere e filosofia, psicologia, scienze della comunicazione, sociologia, per fare soltanto qualche esempio, non vi aiuterà mai a trovare un lavoro.
È stato così che migliaia di ragazze e di ragazzi si sono iscritti a un corso qualsiasi, di solito quello che li attraeva di più. E non sono mai stati messi di fronte alla realtà brutale che oggi li schiaccia:

  • non hanno imparato nessun mestiere vero, sono usciti dall’università nudi e crudi come ci erano entrati, con la condanna a non avere niente in tasca che li aiuti a vivere in modo decente.
  • Altri soggetti da pestare di brutto sono i partiti e i sindacati. Quando vedo i loro capi gridare alla televisione che è stato rubato il futuro ai giovani, mi verrebbe voglia di aspettarli sotto casa. Quasi nessuno dei bonzi politici e sindacali si è mai occupato sul serio di noi. Vogliono soltanto il nostro voto, ma in cambio non ci danno nulla.

Non avvertono neppure i diciottenni di oggi che è meglio rifiutare l’università e scegliere qualche buon istituto tecnico che li addestri a un mestiere. Stanno tutto il giorno a rompersi le corna sull’articolo 18 sì o no. E non sprecano un po’ di fiato a spiegarci una verità che ho imparato anch’io, a mie spese. La verità è la seguente.

  • Il problema numero uno non consiste nel trovare un posto di lavoro qualsiasi, ma nel conoscere bene un mestiere.

Che può essere molto diverso: dal falegname che avrei voluto diventare, al tecnico che sa tenere i conti di un’azienda. Se possiedi al meglio una professione, puoi anche perdere il posto di lavoro. Ma prima o poi lo troverai da un’altra parte.

  • I posti di lavoro non si creano per magia, soprattutto in quest’epoca di crisi. Però se hai conquistato un mestiere e sai farlo davvero bene, nessuno te lo porterà mai via.

Avete mai incontrato un idraulico o un elettrotecnico disoccupati? Io mai. E un esperto di coltivazioni agricole, uno che sa tutto di uliveti e di vigneti, l’avete mai visto a mani vuote? Io no.

Purtroppo, i partiti e i sindacati sono vecchie cattedrali zeppe di celebranti superati: cardinali, vescovi, parroci rimasti fermi a un tempo che non esiste più. Dovrebbero spiegare ai loro iscritti e ai loro elettori che anche l’Italia, come il resto del mondo, è coinvolta in una gigantesca rivoluzione culturale. Che cambierà il senso di parole antiche: lavoro, posto fisso o mobile, pensione, titolo di studio, attitudine a svolgere una professione piuttosto che un’altra. Da quel poco che capisco alla mia giovane età, e senza sapere che cosa mi aspetta, credo che cambierà anche la scala di valori oggi dominante nella società. Un bravo falegname verrà stimato quanto un bravo avvocato, e forse sarà pure pagato di più. Un infermiere esperto avrà più mercato di un medico generico. Mio padre e mia madre sbagliano nel dire che nessuna ragazza vorrà sposare uno che costruisce porte o ripara mobili. Quando la ragazza si renderà conto che il moroso guadagna quanto tre impiegati all’anagrafe municipale, farà di tutto per portarlo all’altare o dinanzi al sindaco. Ho immaginato che potrebbe parlare così un giovane tra i venti e venticinque anni. Ma dal momento che sono ben più vecchio, ho due spiccioli di esperienza da offrire ai ragazzi di oggi. Il primo riguarda la conquista dell’eccellenza in una professione. Quasi tutti credono che ai buoni posti di lavoro, e ai buoni stipendi, di solito si arrivi per vie traverse: amicizie importanti, padrinaggi politici, raccomandazioni di vario genere. Ma non è affatto così.

L’eccellenza si conquista sin da ragazzi, con lo studio, la voglia di darsi da fare, la fatica continua, giorno per giorno. Emergere in qualsiasi professione comporta molti sacrifici anche nella vita privata. Se ti sposi o convivi in giovane età, augurati che la tua compagna sia tanto intelligente e generosa da accettare di vederti più al lavoro che in casa. E non ti mandi a quel paese nel sentirti dire: «Scusami, ma ho da fare!». L’altra esperienza rimanda alla polemica sulla battuta del premier Mario Monti, a proposito della noia del posto fisso. Il presidente del Consiglio è stato sommerso da una valanga di rimproveri. Ma non ha detto una cosa priva di senso. Nel corso di una vita bisogna sempre essere disposti a cambiare posto di lavoro, non il mestiere che si è scelto di fare. Mio padre Ernesto, operaio del telegrafo, sosteneva : «È meglio, ogni tanto, cambiare padrone». In molti decenni di giornalismo, sono passato da un editore all’altro. A tutt’oggi ne ho collezionati ben nove. Credo di essere titolare di un record. E mi è rimasto impresso quanto mi disse il primo direttore che lasciai. Era Giulio De Benedetti, che guidava la “Stampa”, un signore anziano che la sapeva lunga. Era il marzo 1964 e non avevo ancora 29 anni. Sul momento, De Benedetti si infuriò perché avevo accettato l’offerta di un quotidiano più piccolo, il “Giorno” di Italo Pietra. Quando l’incavolatura gli passò, mi disse: «Ma sì, fa bene andarsene. Non faccia come i suoi colleghi che sono sempre rimasti qui e adesso nessuno li vuole più!»

per la serie CATTIVI (loro) MAESTRI: Giorgio Bocca


Giorgio Bocca

“Oggi è un antifascista d’acciaio, ma prima di fare il partigiano è stato un fascista scaldato e anche un razzista antisemita. Oggi è tra i più aspri nemici di Silvio Berlusconi, ma ha lavorato per la televisione del Cavaliere e con ottimi contratti: ‘L’ho fatto per i soldi’, ha spiegato in un’intervista a Oreste Pivetta per ‘l’Unità’ del 14 marzo 2006. Oggi è antileghista, ma ha tifato per la Lega di Umberto Bossi: li chiamava i nuovi partigiani. Oggi difende i post-comunisti, ma è stato un loro avversario molto polemico. E sempre con lo stesso stile umano. Nei tanti mutamenti, l’Uomo di Cuneo ha sempre conservato intatto un connotato, quello iniziale, di quando era un giovane fascista: il carattere arrogante, del tipo pronto a manganellare con le parole chi non la pensa come lui o lo disturba con articoli e libri che lui non è in grado di scrivere. Con il passare degli anni, è diventato un vecchio signore che vuole sempre azzannare e farsi temere. L’Uomo di Cuneo è l’esatto contrario del tipo generoso. Per lui, gli altri contano meno di nulla. Il suo mondo professionale ha sempre avuto un solo abitante con diritto di parola: lui stesso.”

Giampaolo Pansa in La grande bugia

Giampaolo Pansa


Giampaolo Pansa prova a tradurre il messaggio lanciato da Nichi Vendola: “Attenzione, compagni e avversari: Pisapia è un mio sindaco. E non soltanto perché è un militante di Sel, il partito che ho fondato e dirigo. Abbiamo una lunga storia in comune, che inizia da Rifondazione comunista. Le nostre radici sono identiche …


Pansa racconta di come il governatore della Puglia sia corso lunedì pomeriggio in Piazza del Duomo a festeggiare la vittoria di Giuliano Pisapia, ma non solo. Da ottimo conoscitore dei media, spiega Pansa, Vendola ha voluto lanciare un preciso messaggio politico. Pansa prova a tradurre il messaggio laicato da leader di Sinistra ecologia libertà: “Attenzione, compagni e avversari: Pisapia è un mio sindaco. E non soltanto perché è un militante di Sel, il partito che ho fondato e dirigo. Abbiamo una lunga storia in comune, che inizia da Rifondazione comunista. Le nostre radici sono identiche. La borghesia milanese che l`ha votato, a cominciare dalle grandi famiglie e dal top della finanza capitalista della città, non s`illuda. Pisapia sarà un sindaco rosso, il primo dei miei compagni a Milano. E da compagno si comporterà”. Pisapia dice come nello stesso momento in cui Vendola parlava, Pisapia affermava di aver vinto con il sorriso e l’ironia. Pansa si domanda: riuscirà il nuovo sindaco a liberarsi della sudditanza nei confronti di Vendola? Per Pansa non sarà una cosa facile, per Pansa ci sono essenzialmente tre motivi per cui questa sudditanza potrebbe non accadere. “Il primo è un connotato atavico di Rifondazione comunista” dice Pansa, la patria politica di Pisapia. Quel partito ha un solo elemento nel proprio dna, cambiare la società, quella che una volta si chiamava rivoluzione comunista. Chi guidava questo pensiero era Fausto Bertinotti, maestro di Nichi Vendola.

Pansa riprende una citazione dell’ex segretario comunista pubblicata nel 1997 sul Corriere della Sera: «Il mito della governabilità è figlio di una cultura politica senza valori, che ha completamente abdicato alla voglia di cambiare la società. L`idea che comunque bisogna governare, per me è un disvalore».

da: LIBERO/ Giampaolo Pansa: “Il nuovo boss rosso”

L’argomentazione di Giampaolo Pansa è collegata a qyesti eventi:

«A Nichi Vendola voglio bene. Ma quando va in una città che non conosce dovrebbe ascoltare più che parlare»: il neosindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha commentato così a Telenova le parole di lunedì del leader di Sel venuto a Milano per festeggiare la vittoria dell’avvocato.

BOTTA E RISPOSTA – Vendola era salito sul palco di piazza Duomo, lunedì pomeriggio (guarda il video), e aveva parlato alla folla chiedendo subito «elezioni anticipate, perché finisca un incubo». Con toni accesi, il governatore della Puglia in trasferta aveva spiegato che «finisce la pornografia al potere con una bocciatura senza appello. È stato un terremoto politico che chiude un ciclo durato un quindicennio. L’Italia migliore si è riappropriata della propria storia civica». Un intervento e un protagonismo che molti avevano considerato fuori luogo nel giorno della festa per la nuova amministrazione cittadina. E già lunedì, a stretto giro di dichiarazioni, Pisapia gli aveva replicato sottolineando che «a Milano si è vinto perché abbiamo parlato dei problemi di Milano»

Giampaolo Pansa, Fausto Bertinotti, il parolaio rosso torna alla lotta – Libero-News.it


La sua ricomparsa nel mondo magico dei talk show ha spinto qualche amico a domandarmi perché, nella sua età precedente, l’avessi sempre chiamato il Parolaio rosso. Ho spiegato che l’idea mi era venuta nel lontano 1995,  mentre leggevo (…)
(…)  l’autobiografia del compagno Fausto: “Tutti i colori del rosso”, scritta con Lorenzo Scheggi Merlini per la Sperling & Kupfer. Nelle pagine iniziali, Bertinotti rivelava di essere stato un formidabile chiacchierone sin dall’infanzia. Il padre Enrico, ferroviere, non appena salivano su un tram o in treno, gli diceva: «Fausto, mi raccomando: parla poco, sai che la gente s’infastidisce!».
Purtroppo, i figli se ne impipano dei saggi consigli di papà. Anche Bertinotti si comportò così e divenne presto un formidabile parolaio. La prima volta che lo vidi in azione fu nell’autunno 1977, dopo l’assassinio di Carlo Casalegno, ucciso dalle Brigate rosse. In quel momento, Fausto era il segretario della Cgil piemontese e organizzò un dibattito fra i cronisti che avevano raccontato il delitto e le reazioni dell’ambiente operaio di Torino. Lui doveva fare l’arbitro dell’incontro. Invece scese in campo, concionando di tutto e di tutti. Con una loquela straripante, impossibile da frenare.

Tre anni dopo, sempre come leader della Cgil in Piemonte, fu uno degli artefici della sconfitta operaia nei 35 giorni del blocco alla Fiat. Quando la Triplice sindacale fu messa al tappeto dalla marcia dei quarantamila che volevano ritornare al lavoro a Mirafiori. Ma parlando a un convegno del Manifesto al teatro Lirico di Milano, Fausto descrisse quel disastro con l’enfasi del trionfatore. Spiegando che si era perso soltanto perché i sindacati non avevano deciso di occupare tutte le fabbriche torinesi del gruppo Agnelli. E fu allora che molti capirono quale fosse la filosofia suicida del Parolaio: la vittoria non conta, l’unico scopo esistenziale è la battaglia, combattere, combattere, combattere.

Bertinotti applicò la stessa linea quando divenne il leader di Rifondazione comunista. Il partitino l’aveva inventato Armando Cossutta, dopo il tramonto del Pci sul finire del 1989. L’Armandone lo affidò a Sergio Garavini, ma non era contento di come girava la baracca. Allora prelevò Bertinotti dal comando generale della Cgil e nel gennaio 1994 lo insediò alla testa dei rifondaroli. Con la disinvoltura dei presidenti delle squadre di calcio che, se un bomber non funziona, ne arruolano un altro.
Cominciò allora il periodo d’oro del Parolaio. Diventato uno dei leader della sinistra italica, mise subito in mostra la sua attitudine a distruggere. Il primo a farne le spese fu Romano Prodi, costretto a dimettersi da premier nell’ottobre 1998 per il voto contrario deciso da Bertinotti, il suo alleato di sinistra. Ma l’appoggio del rifondaroli era indispensabile al centro-sinistra. E Prodi si trovò accanto il Parolaio anche nelle elezioni del 2006.

Dopo la nuova vittoria sotto il simbolo dell’Unione, il Professore si scontrò con il primo di tanti aut aut di Bertinotti. Il Parolaio gli intimò: voglio la presidenza della Camera, oppure due super ministeri: l’Economia e gli Esteri, in caso contrario daremo al tuo governo soltanto l’appoggio esterno. Prodi gli consegnò Montecitorio, forse pensando: se lo metto su quella poltronissima, non mi romperà i corbelli ed eviterà di pugnalarmi come fece nell’ottobre rosso del Novantotto.

Ma il Professore s’illudeva. Bertinotti cominciò subito a esternare, spiegando in che modo l’Unione avrebbe governato. Tagli alla spesa pubblica? Nessuno, non siamo mica la signora Thatcher. La legge Biagi? Va rasa al suolo. La Mediaset del Berlusca? Deve dimagrire. La Rai? Ha da restare così com’è. Esempi da seguire? Il compagno Lula in Brasile e il compagno Chavez in Venezuela. E quello non fu che l’inizio.

Il Parolaio presidente mostrò sino in fondo le proprie virtù. Un logorroico imbattibile. Un vanitoso. Un egocentrico. Un cultore del birignao, tutto di erre arrotate. Un costruttore infaticabile di bastoni fra le ruote. E infine uno convinto che l’Italia fosse uguale a Rifondazione, dove i guai si risolvevano parlando a macchinetta. In realtà, nel 2007 proprio il suo partito andò a fondo nelle elezioni amministrative. Il segretario, Franco Giordano, fu lapidario: “Ci hanno sradicato dall’Italia del nord”.
Bertinotti pensò di sostituirlo con Nichi Vendola, il suo pupillo politico. Però al congresso di Rc, il delfino del Parolaio venne sconfitto da Paolo Ferrero. Era il 2008 e il trionfo di Berlusconi segnò la fine dei rifondaroli e di Fausto. Il Parolaio sembrava fuori gioco per sempre. Ma era un’illusione.

Oggi sta ritornando sul campo, sempre accanto a Vendola. È lui lo stratega segreto del capo di Sinistra e libertà. Il dettaglio che abbia sempre perso, non incrina l’immagine di Bertinotti. Alle prossime elezioni, lo rivedremo in Parlamento. Convinto che le sorti della sinistra dipendano da lui. Bersani & C. tocchino ferro.

da: Fausto Bertinotti, il parolaio rosso torna alla lotta e non ne azzecca una – fausto bertinotti, giampaolo pansa, bestiario, libero, comunista, chiacchierone – Libero-News.it.

Giampaolo Pansa sulla Fiat


Come mio padre Ernesto, classe 1898, guardafili del telegrafo e dunque dipendente delle Regie Poste. Lo stesso facevano i miei zii e le donne di casa, a cominciare da mia madre Giovanna. Si usava dire: il tale è andato a lavorare alla Feroce, spera di entrare nella Feroce, si è trovato bene alla Feroce.Veniva naturale definirla così la fabbrica della famiglia Agnelli. Un impero spaziale e, insieme, una gigantesca caserma. Dominata dall’ossessione di produrre a qualunque costo, anche a quello della crudeltà. Con una disciplina militare e una gerarchia di capi inflessibili. E tuttavia in tanti desideravano arrivarci.

Il Riformista

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per la serie CATTIVI (loro) MAESTRI: Sandro Curzi


E per equilibrare la galleria delle persone che illuminano con la loro “personalità autentica” i percorsi della nostra vita culturale annoto nel mio diario un ricordo di un cattivo maestro:



Quello che io ricordo di Sandro Curzi
, di Giampaolo Pansa
in Il Riformista 25 novembre 2009

Troppo buonismo in molti coccodrilli per Sandro Curzi. Non sarebbero piaciuti nemmeno a lui.
“Kojak” poteva sembrare un dirigente politico bonario e accomodante. In realtà era un comunista di quelli duri. Intollerante. E pronto a qualsiasi asprezza pur di dare addosso a chi la pensava in modo diverso. Li ho sperimentati anch’io i suoi sistemi, quando pubblicai il “Sangue dei vinti”, un libro sulle mattanze compiute dai partigiani dopo il 25 aprile. In quel caso, Curzi si comportò da vero Gendarme della Memoria. Sapeva bene che quanto raccontavo era tutto vero, via era vietato dirlo. In base al dogma che fare le bucce il Pci significava diffamare la Resistenza.
Il nostro fu uno scontro impari. Lui dirigeva Liberazione e aveva alle spalle un partito, Rifondazione Comunista. Io ero un giornalista che non dirigeva nulla e non aveva nessuno dietro di sé. Anche per questo, Curzi cominciò a pestarmi. E cominciò subito, prima che il libro apparisse, dunque senza neppure averlo letto.
Il venerdì 10 ottobre 2003, “Kojak” vide su un lancio dell ‘agenzia Adkronos una bordata di Giorgio Bocca contro di me, sparata dopo le anticipazione dei giornali. E decise di approfittarne. Incaricò un redattore, Beppe Lopez, di intervistare l’Uomo di Cuneo. Ne uscì una requisitoria allucinata. Dove si sosteneva persino che avevo scritto “II sangue dei vinti” per diventare il direttore del Corriere della sera.
Il sabato 11 ottobre, Curzi stampò l’intervista su Liberazione, con un grande titolo che strillava: “Libro vergognoso di un voltagabbana“. “Kojak” definiva il mio libro «un romanzo»,etichetta falsa per schernire un’inchiesta. Sempre falsa era la presentazione di tutto l’affare Pansa. Curzi scrisse: «Di fatto questo libro contribuisce alla parificazione delle forze allora in campo: i nazi-fascisti da un canto e i partigiani e le forze democratiche e antifasciste dall’altro».
Non soddisfatto della forsennata esternazione di Bocca, “Kojak” riprese subito a darmi botte in testa nella pagina più importante di Liberazione, quella della posta. La domenica 12 ottobre mi preparò un nuovo pacchetto al veleno. Sotto un titolone che domandava: «Perché Pansa tira fuori proprio ora quelle storie?», c’erano tre lettere arrivate con la velocità della luce.
Erano vere o false, nel senso che ci aveva pensato Curzi a fabbricarle? Penso che almeno un paio fossero false. Anche perché il libro il stava sempre nei magazzini so della  Sperling  &  Kupfer. “Kojak”, o un suo alter ego, mi accusava di volermi riciclare con Berlusconi. E di dare una mano al Polo di centrodestra, diffamando i poveri comunisti
La terza lettera era una caronata diretta a Miriam Mafai, colpevole di un giudizio equilibrato sul mio lavoro. La firmava una signora che dichiarava di avere la tessera dei Ds. E di sentirsi amareggiata per le parole di Miriam, «iscritta al mio stesso partito e già compagna di Giancarlo Pajetta». La conclusione era da tribunale politico: «Spero che dai Ds venga una risposta degna».
Il 17 ottobre Curzi si decise a prendere la parola. Scrisse: «In tema di revisionismo storico credevo che avessimo raggiunto il fondo con la cinica operazione editoriale di Pansa, libro vergognoso di un voltagabbana». Ma purtroppo non era così: «Non passa giorno senza che qualche fascista sdoganato o qualche ex comunista passato a Berlusconi non si riempia la bocca con i gulag e le foibe…».
Nei mesi successivi, Curzi continuò a pubblicare lettere contro di me. E a prendermi a schiaffi nella rubrica “Giornali & Tv”. Poi smise, perché si era accorto di essere diventato lo sponsor più efficace del mio libro. Ma “Kojak” aveva la testa dura. E tornò a farsi vivo su Liberazione nell’autunno del 2004, forse disturbato da un altro mio lavoro, “Prigionieri del silenzio”.
Curzi sostenne che continuava a ricevere molte missive contro “II sangue dei vinti”: «Lettere di indignata sorpresa per l’indirizzo che il collega Pansa, per citare solo il nome più popolare, ha preso e che viene vissuto come esempio di revisionismo storico».
Uscito da Liberazione, Curzi entrò nel consiglio d’amministrazione della Rai. Ma non si scordò di me. Nel giugno 2005, intervistato da Roberto Cotroneo dell’Unità, si lagnò dell’ariaccia che tirava in viale Mazzini: «Qui c’è un degrado culturale. Ti faccio un esempio: stanno preparando una fiction tratta dal ‘Sangue dei vinti’ di Pansa. ..».
Mi fermo qui. E riconosco che, in fondo, “Kojak” ha vinto. Nelle librerie no, ma alla Rai sì. La fiction verrà trasmessa soltanto nel dicembre del prossimo anno. Dall’aldilà dei Gendarmi della Memoria, Curzi sorriderà. Pensando: io ci sapevo fare, non i voltagabbana alla Veltroni”

Vai, Cretino d’Agosto! Rifondazione è con te di Giampaolo Pansa Nel chiamare ‘assassini’ Biagi e Treu, Caruso si è limitato a interpretare quel che pensano molti elettori di Rc


Vai, Cretino d’Agosto! Rifondazione è con te

di Giampaolo Pansa

Nel chiamare ‘assassini’ Biagi e Treu, Caruso si è limitato a interpretare quel che pensano molti elettori di Rc.

Francesco Caruso, deputato di
Rifondazione comunista

Il deputato Francesco Caruso ha sbagliato a sospendersi dal gruppo di Rifondazione comunista. E Rifondazione ha sbagliato ad accettare, o a fingere di accettare, la sua sospensione. Il motivo è lampante: Caruso rappresenta meglio di tanti big del partito di Fausto Bertinotti l’opinione media del militante rifondarolo. Nel chiamare ‘assassini’ Marco Biagi e Tiziano Treu si è limitato a interpretare quel che pensano molti elettori di Rc. Nella sua mezza marcia indietro (“Assassine sono le leggi” che risalgono a quei due), Caruso si è dimostrato anche più sottile. Indicando alla sinistra regressista l’obiettivo della campagna d’autunno: sbaragliare il precariato e le norme che lo sostengono.

Insomma, il Cretino d’Agosto, come lì per lì lo ha definito per convenienza ‘Liberazione’, non è affatto uno sciocco sbruffone. Certo, da Caruso non comprerei un’auto usata. Ed è arrivato alla Camera come capolista di Rc in Calabria non per scelta degli elettori. Bensì perché il vertice del partito, e in primis il Parolaio, l’aveva nominato, in virtù della legge Calderoli, la famosa ‘porcata’. Detto questo, il caso Caruso va osservato da una prospettiva tutta diversa da quella di tanti giornali. Sulla stampa è prevalsa l’indignazione per le parole scellerate. Ma indignarsi non serve a capire quel che è accaduto e ciò che presto avverrà.

Per riuscirci, bisogna partire dall’ultimo test elettorale: le amministrative del 27-28 maggio. Le sinistre arretrano, ma Rifondazione sprofonda. In molte aree ha un’emorragia di voti. Tanto che il segretario, Franco Giordano, dirà: “Ci hanno sradicato dal Nord”. È da quel momento che Rc comincia a temere il crack del partito. E inizia a domandarsi se le convenga o no restare dentro la maggioranza di centro-sinistra. Certo, se Rifondazione abbandona Romano Prodi, il governo cadrà. Ma a Bertinotti e C. del governo non importa nulla. Per loro, prima di tutto, viene la salvezza della parrocchia e la salvaguardia dei voti che la sorreggono.

Ed ecco la prima mossa di un piano evidente. All’inizio dell’estate, i capi di Rc annunciano che, in autunno, si terrà un referendum tra i loro elettori. Con un quesito solo: dobbiamo rimanere dentro il governo del Professore? È una consultazione bizzarra, mai vista nell’Italia dei partiti. Si terrà? Non si terrà? Questo lo vedremo, dicono i big di Rc. Quel che importa è brandire la proposta come un’arma contro il governo, per renderlo più disposto ad accettare le richieste rifondarole.

La seconda mossa è di indire una campagna d’ottobre, da concludere con una manifestazione di piazza a Roma, il sabato 20, sei giorni dopo le primarie del Partito democratico. Lo slogan agitatorio dice tutto: ‘Il governo così non va, uniamoci e diamogli una scossa’. Anche il tema numero uno della campagna è chiarissimo: la lotta al precariato. Ecco una scelta astuta. Che fa presa su milioni di giovani e sulle loro famiglie.

Che cosa accadrà dopo il 20 ottobre nessuno può prevederlo. Ma una lettura attenta di ‘Liberazione’ rivela che la exit strategy dal governo Prodi ha già una base teorica. Domenica 12 agosto l’ha esposta in modo limpido il direttore del quotidiano, Piero Sansonetti. E proprio partendo “dall’offensiva dei conservatori di entrambi gli schieramenti sul caso Caruso”. In Italia, scrive, esistono due destre. Una sta nella Casa delle libertà, l’altra nel centrosinistra, “e forse non è minoritaria”. “La vera anomalia italiana è questa”, conclude Sansonetti. Le due destre “si sovrappongo perfettamente, per le proprie posizioni politiche-economiche, e spesso culturali”. Anche se “non si amano e non coincidono nel ceto politico”. Almeno per ora, aggiungo io.

Ecco la torta al veleno preparata dai cuochi del Parolaio. A metterci la ciliegina ci ha pensato un deputato di Rc, Massimiliano Smeriglio, segretario della federazione romana di Rc. La ciliegia riguarda il probabile leader del Pidì, Walter Veltroni. Lui non è soltanto un gollista, come l’aveva definito ‘Liberazione’. È assai di più e di peggio: “È un conservatore, un oligarca. E vuole cambiare la politica per un’alternanza neoliberista”.

(23 agosto 2007)

La lettura del libro Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, p. 130, se appena si fa agire un pochino il principio della intermittenza del cuore, suscita tanta commozione, ma subito dopo ha un benefico potere curativo


La lettura del libro Mario Calabresi, Spingendo la notte più in làStoria della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, p. 130, se appena si fa agire un pochino il principio della intermittenza del cuore,  suscita tanta commozione, ma subito dopo ha un benefico potere curativo.

Innanzitutto cura i sopravvissuti ai crimini del terrorismo politico.

Perché ora un involontario protagonista indiretto di quell’orribile decennio comincia a restituire la memoria di chi era morto:

“Spararono a mio padre alle 9.15 mentre apriva la portie­ra della Cinquecento blu di mia madre. Era appena uscito di casa, dopo vari tentennamenti che lo avevano portato a rientrare per ben due volte, la prima per sistemarsi il ciuffo, la seconda per cambiarsi la cravatta. Era uscito con una cra­vatta rosa, se la sfilò per metterne una bianca, e a mamma che lo guardava scuotendo la testa e prendendolo in giro ri­spose: «Preferisco questa perché ha il colore della purezza». Lei richiuse la porta senza dare peso a quelle parole.”  (Pag. 32)

Dentro di me questo libro cura la cultura storica e il connesso desiderio di giustizia.

Di rado si accosta una scrittura così densa di sé.

In questo libro c’è un controllo di sè che suscita ammirazione.

Come quando, in una recente manifestazione a favore della Palestina cui partecipa anche l’esponente della  sinistra comunista Oliverio Diliberto, un gruppo di ragazzi scrive ancora  sui muri “Calabresi assassino”. O quando, per le vie di Genova, presso un centro sociale trova un volantino con scritto: “Basta menzogne! Luigi Calabresi era un torturatore”. Ecco, Mario si interroga sulla persistenza di questa falsità storica, nonostante la verità processuale chiarita dal giudice, e dice:

“Con gli anni ho capito l’efficacia di quella campagna di stampa cominciata proprio nei giorni in cui nascevo. Conia­rono uno slogan che appare inossidabile, semplice, chiaro, capace di attraversare le generazioni. Tanto ben costruito da far pensare a una di quelle operazioni di marketing che og­gi riescono a imporre un marchio. Non c’era però un pubbli­citario dietro la campagna, ma molte teste, tra le più illustri del giornalismo, del teatro, della cultura e dei movimenti, accomunate da una furia vendicatrice che le portò a costrui­re un mostro, a dispetto di evidenze, buon senso e dati di realtà. La benzina che alimentò il motore fu l’indignazione per la morte di Giuseppe Pinelli detto Pino.

Molte volte mi sono chiesto come mi sarei comportato se fossi stato un giornalista allora. E la risposta è netta: mi sarei indignato. La polizia e la questura avevano il dovere di spiegare cos’era successo, senza opacità, senza reticenze, dovevano accertare con severità e chiarezza come era stato possibile che un uomo arrivato in questura sul suo moto­rino e rimasto sotto interrogatorio per tre giorni fosse ca­duto da una finestra, morendo poco dopo. Invece ci furono ambiguità, chiusure, quel pezzo di Stato per il quale lavora­va mio padre, che faceva capo al Viminale e aveva sede in via Fatebenefratelli a Milano, diede una pessima prova di sé e con le sue reticenze insulto il Paese e avallò i più ter­ribili sospetti” (pag 43)

Certo fa impressione la continua idealizzazione di quel periodo e la persistenza dell’odio.

Entrambi alimentati da una imponente letteratura che esalta la cultura e le azioni terroristiche come “inevitabili”, “necessarie”, “giustificate” da quella congiuntura politica. Se ne è avuta prova nella ambigua, falsa, fuorviante trasmissione di Gad Lerner.

Qui si respira tutta un’altra aria.

Mario intende restituire l’onore a suo padre Luigi Calabresi.

E nello stesso tempo riesce a dare voce ai sopravvissuti. Mogli (già, perche gli assassinati sono stati prevalentemente uomini) , figli, fratelli, nipoti.

I silenziati di questi ultimi 25 anni. In cui a scrivere la storia del terrorismo politico sono stati gli autori dei delitti.

E’ come se avessero dovuto diventare grandi ed adulti quei piccolini di 3 e 5 anni diventati orfani perché un gruppetto di terroristi fondamentalisti di sinistra e di destra avevano deciso di sparare o a singole persone inermi o a caso, nelle piazze o alle stazioni:

“La curiosità di capire, di scoprire cosa si diceva e si scri­veva di mio padre, esplose quando avevo quattordici anni. In quarta ginnasio cominciai a saltare la scuola per anda­re a leggere i giornali dell’epoca nell’emeroteca della bi­blioteca Sormani, a poche centinaia di metri dal palazzo di Giustizia. Continuai a farlo per molto tempo, a volte con pause di mesi, almeno fino alla fine della prima liceo. Ar­rivavo presto la mattina, in anticipo sull’apertura del por­tone, per essere tra i primi a entrare. Mi fiondavo a fare la richiesta dei microfilm e, per evitare code e attese, spesso mi preparavo il foglietto giallo della domanda in anticipo. Prima affrontai il «Corriere della Sera». Partii dalla stra­ge di piazza Fontana per arrivare al giorno dell’omicidio. Era un lavoro solitario e metodico, che cavava gli occhi, ma che mi rapì. Mi immergevo in un’altra epoca, perde­vo il senso del tempo e del presente. Dimenticavo comple­tamente i problemi scolastici, le interrogazioni, il greco, i compagni di classe. Era un’esperienza totalizzante.

… Ancora oggi quando leggo cosa scrivevano, anche con­testualizzando ogni cosa, anche di fronte a uno Stato opa­co e «nemico», non mi capacito di frasi come questa del 6 giugno 1970: «Questo marine dalla finestra facile dovrà ri­spondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito». O una pagina come quella uscita il 1° ottobre 1970, una settimana prima del­l’inizio del processo per diffamazione contro «Lotta Con­tinua», che presto si trasformò in un processo a mio padre: «Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquil­lamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato a odiarlo. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara». (pag. 9-11)

C’è poi il tema della responsabilità.

L’eterno tema della responsabilità.

La questione per la quale, nel nome dei fattori esterni, quelli economici e “strutturali”, si mette in ombra il filone più fecondo in tema della responsabilità.

Ossia quello soggettivo che fa dire:

“Ma cosa ho fatto io?

Cosa ho provocato con la mia azione”

E’ una questione che viene elusa in più modi.

C’è quella dell’ex terrorista che neppure se lo pone questo problema. Costoro dicono: “quegli anni erano così. Abbiamo fatto quello che credevamo fosse giusto e corrispondente allo spirito del tempo”. “Non ho nulla di cui pentirmi”. Mentre scrivo queste righe ne vedo davanti a me uno che vive dalle mie parti. Crede di lavarsi la coscienza dedicandosi al recupero dei tossicodipendenti e ha lo sguardo torvo di chi ancora oggi giustifica ai propri occhi e a quelli del mondo le sue scelte. Credo che Stephen King si ispiri a concrete persone così quando ricostruisce le sue incarnazioni del Male.

C’è poi l’opinione pubblica, in genere di sinistra, che usa, ieri e oggi, lo slogan “Né con le brigate rosse, né con lo Stato”

E’ la linea della indifferenza morale.

Linea molto rassicurante per le loro psicologie superficiali. Perché li tira fuori dal gorgo della eterna e storica questione della responsabilità individuale.

“Io”, non la “Società”

“Io”, non la “Legge”.

C’è poi la posizione degli assassini (e usiamola questa parola sinistra che suona e sibila: assassini) protagonisti dei loro delitti.

Costoro dicono: “abbiamo pagato con la giustizia”.

E’ una posizione importante. Perché pone le cose sul terreno della legge.

Ebbene questa è la posizione che maggiormente addolora i sopravvissuti agli assassini dei loro parenti od amici.

Perché se li vedono blaterare nei loro libri. Li vedono saccenti e prepotenti come allora alle televisioni.

Su questo tema il libro di Mario Calabresi apre uno squarcio importante, decisivo, moralmente saldo e forte:

la responsabilità individuale resta,

anche dopo le pene scontate,

fino a quando ci sono i sopravvissuti

delle vittime

Un conto è la responsabilità penale, scontata con la pena (ma soprattutto con gli sconti di pena).

Tutto un altro scenario psicologico ed esistenziale è la responsabilità individuale che permane anche dopo avere pagato (ma soprattutto sotto-pagato) con la giustizia.

Su questo tema ci sono pagine solide e durature nel libro di Mario Calabresi (sottolineature mie):

Bisogna partire dalle vittime, dalla loro memoria e dal bisogno di verità.

«Farsi carico» è la parola chiave.

Delle ri­chieste di giustizia, di assistenza, di aiuto e di sensibilità.

Lo dovrebbero fare le istituzioni, la politica, ma anche le televisioni, i giornali, la società civile. Un Paese capace di voltare pagina in modo sereno e giusto conviene a tutti, non certo e non solo a chi è stato colpito.  ….

I terroristi in carcere sono ormai assai pochi, la gran parte è uscita, basti pensare ai delitti più importanti e fare l’appel­lo. È diffusa la sensazione che abbiano goduto dei benefici di legge e siano usciti senza dare fino in fondo un contributo alla verità. Lo Stato avrebbe dovuto scambiare la libertà anticipata con un netto impegno alla chiarezza e alla defi­nizione delle responsabilità”. …

“C’è una donna che più di altre ha ragionato sull’incapa­cità italiana di elaborare un lutto collettivo. Carole Beebe, americana, conobbe a Boston Ezio Tarantelli, al centro degli studenti del Massachusetts Institute of Technology, dove lui studiava con Franco Modigliani e dove lei lo raggiungeva per ballare i balli popolari. Si sposarono, poi lo seguì in Ita­lia. Tarantelli venne ucciso a Roma all’università, dove in­segnava Economia, il 27 marzo 1985. Spararono in due, ma uno solo è stato individuato e condannato. «L’altro potrei anche trovarmelo seduto accanto al cinema una sera.»

Terapeuta e docente alla Sapienza di Letteratura inglese e Psicoanalisi, Carole Tarantelli è stata anche parlamentare per tre legislature, prima con la sinistra indipendente, poi con i Ds.

«Questo Paese non solo non è stato capace di ela­borare un lutto ma neanche un pensiero.

Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina sen­za farsi carico delle vittime è nettissima:

«In Italia si è fatta strada un’illusione, che corrisponde alla fantasia dei terro­risti, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo.

Ma non può essere così.

Pagata la pe­na si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà.

E non è questione di volon­tà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso.

Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni.

Gli effetti negativi continuano nella vita tutti i giorni, non ce lo si può dimenticare». (pag 96-100)

Su questo libro c’è stata una delle più belle puntate di Otto e mezzo.

Si sentiva una corrente di commozione in tutti i partecipanti.

Infine, il libro di Calabresi tocca solo incidentalmente il cosiddetto caso Sofri. Questo intellettuale che scrive su tutti i giornali immaginabili e che è stato condannato a 22 anni di reclusione per concorso nell’omicidio di Luigi Calabresi . Sentenza del 2 maggio 1990, confermata in Cassazione il 27 gennaio 1997.

Luigi ne parla solo in relazione ai suoi dubbi se accettare o no di diventare giornalista de La Repubblica, su cui scrive Adriano Sofri.

Dubbio risolto, con pacata intelligenza e vigoroso atto di fede nella vita che deve continuare, dalla sua straordinaria madre, Gemma Capra.

Io però non corro via su questo passaggio.

E tiro fuori dal mio archivio questo più che convincente articolo di Giampaolo Pansa, altro scampato ad assassinio per puro caso (sottolineature mie):

La grazia del Cavaliere? Sì
Ogni essere umano vive più vite. E quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura del carcere di Pisa

di Giampaolo Pansa

Adriano Sofri mi è sempre piaciuto poco. Forse perché mi sono imbattuto in lui tanti anni fa, quando era al culmine della sua vicenda politica. Parliamo degli anni Settanta, un’era tragica, segnata dall’emergere del terrorismo rosso e nero. E da un estremismo ideologico e nei comportamenti che avrebbe connotato per sempre più di una generazione.
In quel tempo, Sofri aveva meno di trent’anni (oggi ne ha sessanta giusti), ma mi sembrava un poco più anziano, come un ragazzo che si truccasse da vecchio. Piccolo, smilzo, lo sguardo febbrile, una carica inesauribile di intelligenza gelida che lo rendeva sideralmente lontano dagli altri capi di Lotta continua. Lo trovavo arrogante, gonfio di disprezzo per chi la pensava diverso, spesso pervaso da un odio politico così assoluto da farmi paura. Al tempo stesso, mi appariva tanto doppio e triplo che il mio giudizio su di lui risultava difficile da mettere a fuoco sino in fondo. E tutto si complicava alla luce di quegli occhi freddi o inespressivi, la spia di pensieri quasi tutti cattivi.
Attorno a lui ribolliva il magma di Lotta continua, un piccolo mondo abitato da caratteri e da intelligenze che si sarebbero rivelati compiutamente soltanto negli anni a venire. Erano ragazzi e ragazze spesso del tutto speciali. Dei primi della classe che, per furore politico e spirito di fazione, si erano rinchiusi in un mondo irreale nel quale progettavano costruzioni fantastiche che, alla fine, si sarebbero disfatte e li avrebbero travolti. Ma tutti erano comprimari che pesavano poco al confronto di Sofri. Lui era il monarca assoluto del reame di Lc. L’unico a contare. Il solo a decidere. Un leader dal carisma totale. E anche un giudice inappellabile.
Me ne resi conto di persona per un microscopico incidente che mi capitò nell’estate del 1971. Lotta continua aveva deciso di riunirsi a convegno in una città rischiosa per l’estremismo di sinistra, la placida, compatta e ostile Bologna. «Vai a vedere e racconta quel che succede» mi ordinò Alberto Ronchey, direttore della “Stampa”. Obbedii senza entusiasmo. Il congresso vero Lc l’aveva tenuto il 10 e 11 luglio a Pavia. Quella al Palazzetto dello sport di Bologna era soltanto una parata di militanti, più o meno duemila, per ratificare scelte già decise, a cominciare dalla mutazione di Lc in un movimento organizzato, un quasi-partito.
Così, quel sabato 24 luglio entrai presto al Palasport con il mio quaderno e una cartocciata di pesche comprate a un banchetto politico che diffondeva a tutto volume “Il cuore è uno zingaro” cantato da Nicola Di Bari. Mi vide subito un dirigente che conoscevo, Franco Bolis, di Pavia, da poco coordinatore nazionale di Lc con Giorgio Pietrostefani, allora per niente famoso. Dal palco, Bolis mi chiese: «Hai pagato?». Gli risposi di no, che non avevo versato la tassa prevista per la stampa borghese, ma in compenso mi ero comprato tanta della loro carta stampata: opuscoli, giornali, manifesti, cartoline.
Bolis sembrava incline ad accontentarsi dei miei acquisti, pesche comprese. Ma alle sue spalle comparve un robustone per niente cordiale. Ringhiò: «Quella roba non conta. Paga. Devi pagare. Fatelo pagare. Almeno 50 o 100 mila lire» (un quotidiano, allora, costava 90 lire). «Non credo che pagherò» annunciai, piccato. Cominciò una contesa verbale che si trascinò per un pezzo, sino a quando si affacciò dal palco Sofri. Mi guardò ed emise la sentenza su di me: «Io mi sono già espresso su questo qui». Non ci fu Cassazione né legittimo sospetto a salvarmi. Sofri aveva deciso e dovevo alzare i tacchi. Così, venni accompagnato alla porta con ruvida cortesia da un giovanotto in camicia verde e rettangolo rosso (come si vede Umberto Bossi non ha inventato niente).
Quell’episodio da nulla mi ritornò in mente tanti anni dopo, quando emerse lo schema del delitto Calabresi, secondo la confessione del pentito Leonardo Marino: lo stesso Marino che guida l’auto dell’agguato, Ovidio Bompressi che spara, Pietrostefani che organizza l’omicidio e Sofri che dà il suo assenso.Avrà detto a Marino: «Su quel poliziotto mi sono già espresso», o qualcosa di analogo? Non lo so. Ma, a questo punto, per me non conta più molto come siano andate le cose allora. Sono e resto un colpevolista, per usare una parola spiccia. Però…
Il però l’ho già descritto tante volte su queste colonne. Dall’assassinio di Luigi Calabresi sono trascorsi trent’anni e sei mesi. L’Italia di quel tempo non c’è più. Siamo un altro paese, migliore o peggiore non lo so. Anche gli uomini che io penso responsabili di quel delitto non sono più gli stessi. Per di più, soltanto uno di loro, Sofri, sta in carcere. Marino è libero. Bompressi è a casa, ammalato. Pietrostefani è uccel di bosco, a Parigi o chissà dove.
Dunque, un solo problema pesa su di noi o su quel che resta dell’opinione pubblica italiana: Sofri, appunto. Da quando sta in carcere, non ci siamo mai parlati né scritti. Ma ho stampato molte parole su di lui e ho letto le parole che lui stampa su “Repubblica”, su “Panorama”, sul “Foglio”. A poco a poco, il tempo e i suoi scritti me lo hanno reso quasi un amico. Beninteso, è una faccenda che riguarda me, e non lui nei miei confronti. Ma è una faccenda seria che è cominciata quasi dieci anni fa. Quando Sofri, sull’”Unità” di Walter Veltroni, scriveva il suo “Diario” da una Jugoslavia straziata da una pazzesca guerra insieme civile ed etnica.
Voglio dirlo: in ogni puntata di quel diario, l’arrogante, il doppio, il gelido Sofri scoccava una freccia che mi centrava il cuore. E mi faceva sentire quel che ero: un italiano apatico e menefreghista. Che per anni, quattro anni!, aveva cancellato l’orrore del ghetto di Sarajevo, chiudendo gli occhi della pietà e della ribellione. E che non sapeva neppure collocare sulla carta geografica mentale dove fosse Vukovar, e dove Tuzla, e dove Mostar est…
Ogni essere umano vive più vite. Quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura di un carcere. La grazia è possibile, se non vogliamo continuare a essere una nazione in stivali di ferro, sempre pronta a schiacciare i vinti. Anche il Sofri degli anni Settanta è uno sconfitto. E chi se ne importa se a chiedere la grazia è, buon ultimo, Silvio Berlusconi! Ben venga anche la voce del Cavaliere. Forse ci aiuterà a tirare fuori dal carcere pure i vecchi terroristi rossi e neri che ancora vi stanno.
E a una certa sinistra, la sinistra dei Vattimo e dei Pancho Pardi, che chiede a Sofri di restarsene in prigione, voglio dire: attenti alla vostra faziosità cieca. Rischiate di diventare uguali a quella Lotta continua che, trent’anni fa, costruiva i roghi sui quali si bruciò e scomparve.

L’Espresso, 21 novembre 2002