Dipak R. Pant, SCENARI PER UN FUTURO SOSTENIBILE, Como 7 marzo 2013, All’interno del programma di conferenze CHE FINE HA FATTO L’AVVENIRE? IDEE PER UN FUTURO DESIDERABILE, a cura del prof. Claudio Fontana e organizzato dal Liceo Scientifico e Linguistico Paolo Giovio dal gruppo giovani industriali Confindustria


          

Dipak Pant , docente di sistemi economici comparati e antropologia applicata,  Università Liuc  Castellanza                             

dipak pant136

geopolis163Audio della lezione e delle risposte alle domande:







Diapositiva1 Diapositiva2 Diapositiva3 Diapositiva4 Diapositiva5 Diapositiva6 Diapositiva7 Diapositiva8 Diapositiva9 Diapositiva10 Diapositiva11 Diapositiva12 Diapositiva13

INTO THE EXTREME LANDS, IN SEARCH OF SUSTAINABILITY, Trailer ufficiale del film documentario del progetto in Mongolia del professor DIPAK PANT


Ricevo dal professor Dipak Pant

Salve Dr. Ferrario!

Il 2013 è sicuramente l’anno buono per le anime buone (poiché il mondo
non è finito, come prevedeva il calendario astrologico dei Maya, il 21
Dicembre 2012).

Intanto guardi questo link (video) e condivida con chi altro vuoi:

Trailer ufficiale del film documentario sul mio progetto in Mongolia,
il mio primo esordio come regista; il film completo di 40 minuti uscirà
all’inizio del Maggio 2013.

Inoltre, in YouTube potrà trovare diversi brevi filamti che riguardano
il mio lavoro, in particolare due su “Leadership” e “crisi”

Un caro saluto, buona giornata.

drp

Dipak Pant, www.sustainable-economy.net


la nostra Unità di Studi compie 10 anni di attività.
Abbiamo raccolto le nostre idee, prospettive e proposte all’interno di un nuovo sito web con l’obiettivo di consolidare, informare ed allargare la nostra rete di amici, collaboratori e sostenitori; il sito è: www.sustainable-economy.net.

Abbiamo inoltre l’idea di sviluppare un progetto editoriale sul “sistema–Italia” ed i suoi scenari prospettici (evitabili, indesiderabili, probabili od auspicabili).
Il 150° anniversario dell’Unità nazionale potrebbe essere la giusta occasione per pubblicarlo.
Avremmo pensato di raccogliere il vostro contributo di idee, al fine di avere maggiore chiarezza sull’impostazione da dare al progetto.
In quest’ottica vi chiederemmo un piccolo sforzo intellettuale per compilare il documento allegato (v. “Raccolta_di_idee.doc”), nei modi che ritenete più opportuni (con un elenco, una breve narrazione…a vostra discrezione).
Ogni ulteriore commento, suggerimento e contributo libero è benvenuto.
Se siete interessati alla nostra iniziativa ed avete quesiti, saremo lieti di rispondere e condividere ulteriori informazioni su di essa.

Ringraziandovi anticipatamente,
un caro saluto

Prof. Dipak R. Pant
Dr. Mark Brusati

Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile
Università Carlo Cattaneo
C.so Matteotti, 22
21053 – Castellanza (VA)
Tel.: +39 0331 572 277/315
Cell.: +39 347 438 9862

e-mail: mbrusati@liuc.it
www.sustainable-economy.net

Sustainable Economy Net è una rete di relazioni internazionali, inter-culturali ed inter-disciplinari che promuove attività di ricerca, riflessioni, formazione e divulgazione di teorie e  di pratiche di economia eco-socio-compatibile: reddito ed occupazione assieme alla massima considerazione per tutte le forme di vita, per tutti gli eco-sistemi, per il futuro della civiltà umana e del pianeta Terra.

Dipak R. Pant e le terre estreme (“Extreme Lands Program”): resoconto di viaggio in Mongolia


da una EMail ricevuta oggi:

Egregio Professor  Paolo Ferrario,
mi ricordo di Lei con piacere; ringrazio per il Suo interesse nei miei lavori.
Sto per raccontare una mia recente spedizione scientifica.

Sponsor economici della spedizione:

  • Gessi SpA (Serravalle Sesia, Piemonte),
  • GEA Spa (Brindisi, Puglia),
  • MielePiù SpA (Salerno, Campania)
  • Gelosmino SpA (Foggia, Puglia).


Ulaan Baatar (Ulan Bator), 25 Agosto 2010.

Eccomi qui nella capitale della Mongolia di nuovo, dopo un lungo e tortuoso itinerario di sopralluogo (field survey) tra le steppe, le alture ed il deserto, con due soste in due luoghi remoti per una ricognizione approfondita (habitat, community and household survey).

Questa spedizione scientifica è stata resa possibile grazie alla fiducia, all’amicizia ed alla generosità dei miei sostenitori italiani: gli esponenti di alcune imprese italiane che eccellono sia per la bravura nei loro affari sia per la loro illuminata responsabilità sociale e leadership culturale: Gessi SpA (Serravalle Sesia, Piemonte), GEA Spa (Brindisi, Puglia), MielePiù SpA (Salerno, Campania) e Gelosmino SpA (Foggia, Puglia).

Constato con piacevole sorpresa che tra le nuove generazioni degli imprenditori ed alti dirigenti d’impresa italiani, del nord e del sud, esistono anche quelli che potremmo chiamare illuminati e lungimiranti, che si interessano di scienza, cultura, umanità e pianeta e che si distinguono da coloro che sponsorizzano solo le squadre di sport, le barche per le regate, i rallies, gli spettacoli o le gare di grandi visibilità televisiva, le sfilate di moda, gli eventi mondani ed i concorsi di bellezza (la mercificazione dei giovani corpi femminili) o altre cose effimere. I miei sostenitori-imprenditori italiani hanno dato a me, un semplice professore che si occupa di economia sostenibile, tanto incoraggiamento e molti consigli pratici oltre a disporre di un finanziamento adeguato per tutto il ciclo del lavoro di ricerca in questa fase.

In questa spedizione scientifica: tre settimane di movimento in compagnia di 5 persone mongole (accademici e tecnici mongoli che riescono bene a comunicare in inglese parlato e scritto) ed un percorso di circa 3600 km. di cui circa 3000 km. di strade (si fa per dire ‘strade’) sterrate e di tracciati a malapena carrozzabili con due veicoli abbastanza robusti (una fuoristrada russa, la Uaz 69, ed una fuoristrada giapponese, la Toyota Land Cruiser) caricati di mappe, strumenti di ricerca ed osservazione, viveri, medicinali, pezzi di ricambio e ruote di scorta, attrezzature ed arnesi meccanici, tende, fornelli da campo ed altre cose di utilità logistica – attraverso le steppe relativamente umide (con fiumi, torrenti, laghi e laghetti) tra 1200 e 1800 metri sopra il livello del mare, poi le steppe verdi di altura a ridosso delle foreste di conifere tra 1800 e 3000 m.s.l.m. sulla catena dei monti Khangai, poi le steppe aride di pianura a ridosso del grande deserto (Gobi) tra 1000 e 1700 m.s.l.m. e, infine, le steppe aride di altura delle propaggini della grande catena dei monti Altai che partono dai confine Kazakhistan-Russia-Cina-Mongolia e che finiscono nel grande deserto mongolo (Gobi-Altai) tra 1700 e 2800 m.s.l.m.

Le comunità ed i loro ecosistemi osservati e studiati in questa missione sono tra i più remoti del mondo con un’economia primaria (agro-silvo-pastorale, nomade e transumante) di sussistenza oltre, naturalmente, ad essere tra i luoghi meno facilitati dal punto di vista delle infrastrutture e dei servizi.
Le grandi zone (AIMAG, equivalente alla ‘regione’ in Italia) transitate sono: Tov, Bulgan, Arkhangai, Ovorkhangai, Bayankhongor, Gobi-Altai e Arvakheer. I contatti ufficiali e le partnership istituzionali sono con i governi di due AIMAG: Arkhangai e Gobi-Altai.
I due contesti approfonditi in collaborazione con le amministrazioni locali di otto BAG (equivalente al ‘comune’ in Italia) che fanno parte di due SOUM (equivalente alla ‘provincia’ italiana) sono: il SOUM di Olziit nell’AIMAG (regione) di Arkhangai ed il SOUM di Darvi nell’AIMAG di Gobi-Altai.
Olziit (Arkhangai) fa parte di un territorio di steppe relativamente umide, poco distante dalla taiga (la foresta di conifere) del nord che poi prosegue verso il confine con la Siberia (Federazione Russa). Darvi (Gobi-Altai) ha invece un territorio di steppe aride di altura dove le propaggini della catena degli Altai incontrano il grande deserto dei Gobi nel sud-ovest della Mongolia (verso i confini con la Cina).

Prima di questa ricerca sul campo sono state effettuate ricerche bibliografiche preliminari ed è stata ottenuta una serie di informazioni geografiche, demografiche, sociali ed economiche. Una buona parte delle informazioni è già stata ottenuta in precedenza, durante i lavori del precedente progetto di sviluppo sostenibile in Mongolia e Cina (nella regione della Mongolia Interna), con il supporto dell’Unione Europea (“EU-TransMongolia Partnership for Sustainable Development of Tourism and Related Businesses”, 2008-2010). Il sottoscritto è stato l’ideatore ed il suo team (Unità di Studi Interdisciplinari per l’economia Sostenibile, LIUC) è il partner scientifico di quel progetto internazionale in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano, con la Camera di Commercio & Industria della Slovenia, con l’amministrazione della regione autonoma della Mongolia Interna (Cina), con un’ONG della Mongolia (Rural Investment Support Centre) e con il governo mongolo.

Il focus della presente ricerca è la comprensione della situazione economica, sociale ed ambientale; la valutazione della vulnerabilità/resilienza delle comunità locali e della sostenibilità/insostenibilità del sistema economico attuale. Più nello specifico: la quantificazione dei fabbisogni formativi degli operatori economici locali per un’eventuale sviluppo sostenibile. E’ uno studio interdisciplinare all’incrocio tra l’ecologia umana e l’economia territoriale – contestualizzato in un progressivamente più ampio quadro delle dinamiche nazionali (Mongolia), regionali (l’Asia settentrionale-orientale), internazionali (la globalizzazione) e planetarie (i cambiamenti ambientali e le incertezze climatiche).

Lo scopo dello studio è di elaborare un progetto di sviluppo del capitale umano locale (capacity building) per il miglioramento della situazione di reddito, occupazione, cura/protezione degli eco-sistemi locali e degli assetti culturali. Nel concreto si tratterebbe di un progetto di formazione itinerante (la “scuola-carovana”) per servire i fabbisogni pratici dei pastori nomadi delle terre estreme (steppe ed altura). Il lavoro è stato fatto con massima cura con un metodo empirico rigoroso e senza particolari incidenti o problemi, grazie alla collaborazione seria ed amichevole degli esperti mongoli: il personale accademico della Mongolia State University of Agriculture (Ulan Bator) ed il personale tecnico della Rural Investment Support Centre (Ulan Bator), e grazie anche alla grande disponibilità da parte dei partners istituzionali: le amministrazioni dei due AIMAG (Arkhangai e Gobi-Altai) e dei due SOUM (Olziit e Darvi).

Sarebbe superfluo parlare delle difficoltà fisiche, mentali e materiali di un ricercatore straniero in contesti come questi (forse non sarebbe nemmeno immaginabile per uno che vive e opera nel contesto italiano ed europeo).

Adesso sono qui nella città capitale della Mongolia (Ulan Bator), moderatamente caotica, in una stanza comoda di albergo di livello medio-alto (ma la connessione internet non sempre funziona), a poco più di 100 metri dalla piazza principale del centro-città. Insieme con il partner principale (Rural Investment Support Centre, un’ONG tecnico-economica di Ulan Bator) sto per elaborare i risultati della ricerca sul campo appena compiuta. In seguito prepareremo due documenti: la relazione finale dello studio sul campo (field survey report) e un progetto-proposta di sviluppo del capitale umano nei territori studiati per i prossimi anni, da sottoporre, per eventuali beneplaciti e finanziamenti, alle istituzioni nazionali mongole ed agli organismi internazionali (Unione Europea, ONU, World Bank, Asian Development Bank…) oppure ai generosi sponsors privati. Speruma! Sperem!!

Eravamo partiti dall’Italia io e mia figlia Sara (19 anni compiuti) alla fine di luglio, appena 5 giorni dopo il mio rientro dall’Africa occidentale dove ero impegnato insieme al mio collaboratore stretto (Dr. Mark Brusati) in una pianificazione di sviluppo di un nuovo ateneo (Makeni, Sierra Leone), durante quasi tutto il mese di luglio, subito dopo la conclusione del secondo semestre (febbraio-giugno) dell’anno accademico 2009-‘10. Mia figlia, una studentessa del primo anno di scienze biologiche presso l’University College London, attualmente in ferie estive, è stata con me in tutto questo giro delle terre estreme di Mongolia. Mi sembra che si sia “divertita” di questa avventura durissima insieme al suo babbo e che abbia anche imparato qualcosa di buono. Ha collaborato attivamente sia come una studentessa-osservatrice degli eco-sistemi (la biodiversità locale) di queste terre estreme, sia come la fotografa amatoriale della spedizione scientifica. Adesso sta per rientrare in Italia per passare le restanti due settimane di ferie estive con i suoi nonni piemontesi prima di riprendere gli studi a Londra nel mese di Settembre.

Io invece resterò qui ancora un paio di settimane per completare i lavori di stesura (relazione finale, nuovo progetto-proposta) e per partecipare alle varie riunioni ed incontri (e salamalecchi) ufficiali. Verso metà settembre andrò in Cina (Mongolia Interna e Beijing) per altri incontri ufficiali (e altri salamalecchi) nell’ambito del progetto EU-TransMongolia che sta per concludersi (entro fine 2010). Dalla Cina rientrerò in Italia, transitando dal Nepal per 3 o 4 giorni (per un fugace saluto alla mia mamma anziana, 84 anni, che vive a Kathmandu). Penso che sarò in Italia prima della fine di settembre siccome avrei bisogno di una settimana – tra riposo e  preparazione – prima che si inizino le lezioni del primo semestre dell’anno accademico 2010-’11, nei primi giorni del mese del ottobre.

Ogni ricercatore serio sente il dovere di diffondere i risultati delle sue ricerche oltre ad esporre i suoi valori (nella mia etica: pro-Natura, pro-Umanità, pro-business), di condividere il metodo (nel mio lavoro: osservazione empirica, analisi critica, elaborazione degli scenari prospettici e formulazione di strategie sostenibili) e di sensibilizzare le menti dei giovani e meno giovani (nel mio caso: le tematiche della ‘prosperità sostenibile’ e del ‘wellness’). Perciò fare il professore presso un’università è il posizionamento operativo più appropriato per uno come me; e non penso che fare il professore sia una roba da rango professionale o da status sociale.

La mia passione principale rimane la ricerca sul campo e la pianificazione strategica per l’economia sostenibile, in particolare per le comunità marginali e remote e per le terre estreme, ma in generale per tutte le imprese, istituzioni ed organizzazioni che mirano alla sostenibilità.

Il mio campo di ricerca da (oramai) tanti anni sono le terre estreme (“Extreme Lands Program”). Però sono disponibile a servire anche le comunità, i territori, le istituzioni e le imprese delle terre meno estreme e più vicine ai miei affetti/amicizie (in Italia ed altrove).

Il mio vero essere è di un’aquila selvaggia e solitaria. Però sono disponibile anche a diventare (sporadicamente e temporaneamente) un compagno umano, tenero e conviviale, alle persone compassionevoli ed illuminate – like You.

A presto.
Cari saluti.

Professor Dipak R. Pant Ph.D.,

Direttore – Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile  (Head, Interdisciplinary Unit for Sustainable Economy)

Docente-titolare di Economia Sostenibile e di Sistemi Economici Comparati  (Professor, Sustainable Economic Policy and Management and Comparative Economics)

Universita’ Carlo Cattaneo (LIUC)

Vedi anche:

da: Tracce e Sentieri

DIPAK R. PANT, ABITARE BENE LA TERRA, testo a cura di Paolo Ferrario, dagli appunti della lezione


Un ottimo esempio di integrazione fra ricerca socio-economica e concrete azioni di politica locale è stata la lezione del professore di antropologia economica

DIPAK PANT

in tema di ABITARE BENE LA TERRA

Al ciclo di conferenze GEOPOLIS 2010, organizzato dal dipartimento Storia e Filosofia del Liceo Scientifico Paolo Giovio di Como in collaborazione con il Gruppo Giovani Industriali di Confindustria di Como, il 25 febbraio 2010

L’apprendimento basico tratto da questo formidabile “attore dello sviluppo locale” (anche come relatore) della nascita e radicamento di una nuova economia in sintonia alle sfide del tempo è che

“IL LOCALISMO E’ UN VALORE”

Se lo avesse detto un leghista nordico (anche a causa della loro antipatia personologica e violenza linguistica) ci sarebbe stata qualche resistenza fra quel pubblico, viste alcune presenze ideologizzate. Ma il fatto che a parlarne – con competenza e con i dati di un quarto di secolo di esperienze sul campo – sia stato un professore nato nel Nepal nel 1958 e docente all’Università Carlo Cattaneo (LIUC) di Castellanza (Varese) ha dato credibilità all’analisi ed ha fatto intravedere le formidabili potenzialità di quel pensiero.

Dopo questa premessa vengo alla mia schedatura della lezione, basata sugli appunti presi in aula.

Per chi volesse ascoltare la viva voce di Dipak Panta allegherò anche l’audio, raccolto col mio piccolo e prezioso Olympus.

1. IL PRINCIPIO DELLA SOSTENIBILITA’

Le terre impervie, estreme, marginali sono quelle che stanno al confine fra le zone molto antropizzate ed i luoghi vuoti, non ancora occupati dalla specie umana. Si tratta di territori del Nord America abitati da pochi pellirosse, delle Ande, dell’Amazzonia, del Lago Titicaca, dell’Asia centrale, del Caucaso, dell’Armenia, dell’Himalaya, del deserto dl Gobi. Ma anche delle nostre vicine Alpi.

Queste terre, le terre estreme, hanno molto da insegnare ai viventi dei territori civilizzati, congestionati, occupati dalla produzione e dall’urbanità che la produzione si porta con sé.

Qui l’uomo non è soggetto/padrone, ma deve imparare ad adattarsi alle condizioni fisiche, climatiche, topiche più avverse.

Rispondendo alla domanda “come hanno fatto e come fanno a sopravvivere?” si risponde anche alle possibilità di sopravvivenza futura nelle zone consumate dalla demografia umana.

In questi luoghi si è fatta esperienza di strategia adattiva per la sopravvivenza e la trasmissione culturale.

Da cui la parola-chiave sostenibilità e le azioni di sviluppo locale conseguenti.

“Sostenere” deriva dal latino “sustinere” a sua volta derivato da “tenere” col prefisso sus (variazione di sub, “sotto”).

Dice il Vocabolario della lingua italiana Treccani: “tenere una cosa o una persona in una determinata posizione sopportandone il peso”

Il principio della sostenibilità ha tre implicazioni

  1. la sostenibilità non è naturale. Non è automatica: dove c’è già stato l’intervento umano occorre agire consapevolmente per svolgere la funzione della sostenibilità ambientale e socioeconomica
  2. occorrono sforzi calibrati e conseguenti per fare sostenibilità
  3. la sostenibilità non è ricerca della perfezione, ma ormai è una strategia di prevenzione del collasso del sistema terra

Il principio della sostenibilità (riassunto come pensiero ecologico dei limiti delle risorse) è databile alla seconda metà degli anni ’80. Tuttavia in quel periodo si trattava di agire sugli stock delle risorse: suolo agricolo, riserve idriche, presenza ittica, patrimonio forestale.

Oggi il problema ha cambiato qualità: oggi la questione primaria è lo shock ambientale.

A questo rischio gli ambientalisti massimalisti e retorici rispondono con il linguaggio terroristico della paura. Drammatizzano ed estremizzano e così si mettono nelle condizioni di perdere le sfide, come è avvenuto a Copenhagen, dove l’esito decisionale è stato pari a zero.

Ci sono evidenze storico-metereologiche che i cambiamenti climatici sono stati ciclici: non è la prima volta che aumenta la temperatura, le tendenze al cambiamento non vanno per sempre nella stessa direzione. La terra e la biosfera seguono il ritmo delle pulsazioni, piuttosto che quello delle sirene.

Sulle Alpi le comunità Walzer coltivavano grano e miglio a 1200 metri sul livello del mare. Dunque la temperatura doveva essere più alta. E lì non c’erano solo i ghiacciai, ma terre verdi.

Dunque: l’allarmismo degli ambientalisti massimalisti non solo è scientificamente sbagliato, ma lo è anche agli effetti pratici. Le loro invocazioni alla riduzione globale delle emissioni al fine di ridurre la temperatura non sortiscono effetti.

Insomma Dipak Pant è scettico sulle soluzioni globali e queste visioni così generaliste contrappone progetti locali dentro sagge e ragionevoli proposte di sviluppo e salvaguardia dei valori locali, che già hanno dimostrato le loro virtù.

Certo nell’epoca attuale c’è un sovrappiù di disequilibrio (in primo luogo la bomba demografica dei sei miliardi e mezzo di abitanti umani), c’è un’accelerazione che va affrontata. Anche perché uno sviluppo futuro con i consumi dell’occidente degli stati nazionali è la distruzione della terra stessa.

2. LE STRATEGIE DELLA SOSTENIBILITA’

Questo Grafico va a rappresentare i temi chiave della sostenibilità

La sostenibilità è una mediazione fra tre fattori:

  1. Equità nella distribuzione delle risorse. Equità non vuol dire eguaglianza, bensì spalmare i costi su una pluralità di attori, risparmiando sulle cose inutili (spese di rappresentanza, automobili costose, stipendi eccessivi, privilegi per i boiardi di stato …). Questo evidentemente è un compito dello Stato. Il principio da affermare è che: “la legalità è conveniente” e che senza equità nulla è sostenibile. Sono le leadership culturali che debbono dare l’esempio, come Bill Gates, che ha vincolato ad una fondazione l’80% delle sue risorse economiche di prevecchiaia.
  2. Sicurezza: anche questo è un compito sia dei governi sia dei mercati. Il principio “legge e ordine” non è affatto conservatore o autoritario, bensì mira a offrire con buone condizioni alle persone le risorse per i loro bisogni primari, ad esempio l’accesso all’acqua, al gas, al cibo.
  3. La qualità dell’ambiente: ci si riferisce alla “godibilità del paesaggio” che deve essere bello, ma soprattutto fruibile. La sola bellezza senza la possibilità di utilizzarla non è qualità ambientale. Si può fare l’esempio di città come Copenhagen che, anche se collocate in ambiente molto freddo, sanno mediare con intelligenza e concretezza fra esigenze di mobilità, residenza, produzione, tempo libero. Non si può dire altrettanto purtroppo di un paese come l’Italia, che indubbiamente è molto bella, ma spesso poco fruibile.

3. LE “TERRE ESTREME” COME METAFORA DELLA SOSTENIBILITA’

DipaK Pant ha non solo visitato ma ha realizzato progetti in zone del Nord America, delle Ande,

dell’Amazzonia,

del lago Titicaca,


dell’Asia Centrale, del Caucaso, dell’Armenia, dell’Himalaya,

della Mongolia,

della Taiga siberiana,


della Cina occidentale  e anche delle Alpi europee. Per terre estreme intende zone non ancora distrutte dalla modernizzazione degli Stati nazione. Si tratta di luoghi da preservare in quanto insegnano e trasmettono grandi valori. Tali luoghi che potremmo definire di un “Altro mondo” rischiano sempre di diventare “Terzo mondo” sotto le spinte di una modernizzazione vorace e distruttiva.

Perché sono rilevanti questi luoghi?

Perché insegnano che oggi le azioni “globali” possono e devono partire dalle situazioni territoriali locali: “il locale è globale”. Le terre estreme sono una potente metafora della possibilità di migliorare la nostra geo-economia. Questo perché sono depositari di biodiversità e di comportamenti umani e produttivi necessariamente virtuosi e rispettosi delle condizioni ambientali. Si può fare l’esempio della lana cachemire che arriva dalle steppe della Mongolia. E’ la capra hircus laniger, il cui sottopelo costituisce la materia prima delle pregiatissime lane cachemire che vengono vendute nei negozi più chic del mondo.


E’ evidente che se si indeboliscono le loro condizioni ambientali, se si provoca una moria del loro bestiame, se si mutano drasticamente le loro condizioni di vita, questi popoli che producono un bene unico e pregiato, diventano dei profughi. Altri esempi di ottime produzioni delle terre estreme sono alcune erbe farmaceutiche, pietre preziose, …

Ma quali sono i criteri che ci consentono di definire un luogo estremo?

Sono questi:

  1. la marginalità. Le politiche non si occupano di loro. Il turismo non ne fa un’attrazione. Non creano lobbies e gruppi di pressione.
  2. Si trovano sempre in posizioni di frontiera, cioè fra le zone di anche blanda civilizzazione e quelle ancora oggi totalmente non abitate dall’uomo e dunque totalmente selvagge
  3. difficoltà fisica: qui ogni atto dei viventi è difficile. E’ difficile piantare una tenda, coltivare, costruirsi una casa. E’ persino difficile talvolta respirare.
  4. vulnerabilità: sono zone attualmente “protette” (nel senso che si auto proteggono per la loro impervietà), ma rischiano sempre di essere danneggiate dalla modernizzazione.

Quest’ultimo punto porta a fare una considerazione sulle calamità naturali e loro conseguenze. Il disastro di per se stesso non discrimina fra gruppi sociali, tuttavia un disastro naturale diventa danno rilevante per cause umane. Il disastro è naturale, mentre i suoi esiti negativi sono sociali.

Pensiamo ai due recenti esempi dei terremoti di L’Aquila ed Haiti. Nella città di L’Aquila c’è un’istituzione che ha funzionato (la Protezione Civile). Oggi ci sono polemiche su questa istituzione, ma ha funzionato. C’è stata mobilità sociale, sono intervenuti volontari, gruppi, aiuti economici. Ha funzionato la coesione sociale. I danni sono stati contenuti. Dunque il disastro c’è stato ma le conseguenze sono state affrontate. Ad Haiti è successo esattamente il contrario: c’è stato solo il disastro, senza alcuna progettazione e preventiva e capacità organizzativa di contenimento del danno. L’esempio dimostra che è vero che le calamità sono naturali, ma che le conseguenze complessive sulle persone, gli animali, l’ambiente sono solo causate da una politica irrazionale e che non ha a cuore il bene della terra.

Cosa si impara nelle terre estreme? Sono tanti gli apprendimenti che si possono effettuare in questi luoghi:

  1. la postura interiore (inward posture) ossia la capacità di concentrarsi sulla propria interiorità
  2. la “creazione di una narrativa” (outward vigilance): in questi luoghi si interpretano i segni del mondo perché è tenendo conto di questi segni che si può sopravvivere. Lì ogni essere umano è una sentinella del luogo e quindi il tempo, l’aria, i rumori vengono ascoltati allo scopo di auto correggere i propri comportamenti e prevedere il futuro
  3. minimalismo: questo vuol dire “fare molto con meno”, e “fare bastare poco”
  4. non medicalizzazione dell’invecchiamento (well-aging and well-dying). In questi luoghi l’autunno della vita è un processo graduale. La società diventa gradualmente compensativa della riduzione delle capacità individuali delle persone che invecchiano
  5. solidarietà a tre dimensioni: intendiamo la solidarietà orizzontale, ossia fra contemporanei: ciò che vuol dire aiutarsi l’un con l’altro per sopravvivere in un ambiente tendenzialmente ostile. Ma si manifesta con intensità anche la solidarietà intergenerazionale: l’atteggiamento dei padri è sempre quello di lasciare risorse fruibili ai loro figli e nipoti. E’ molto sviluppata la consapevolezza che l’ambiente deve essere preservato sia per il presente sia per il futuro. E infine si manifesta anche una solidarietà biocosmica, ossia un rapporto intenso con la terra, l’acqua, gli animali.

4. LA NUOVA GEO- ECONOMIA

Siano abituati nella nostra cultura a mettere quasi in una prospettiva piramidale: le zone del benessere, le periferie e le terre estreme. Occorrerebbe invece rovesciare la prospettiva e mettere al centro le terre estreme e sviluppare una politica di preservazione locale  dei valori di questi luoghi. Molto all’esterno di queste limitate terre estreme esistono le periferie antropizzate ed esauste per l’eccesso produttivo. Queste periferie tendono a crescere e alla lunga a danneggiare le condizioni di vita nelle zone di benessere. Anche perché fra le cosiddette terre estreme e le periferie esistono le zone che vengono sfruttate per ricavare risorse energetiche. Noi tendiamo a manomettere anche le zone di sopravvivenza. La geo-economia ci mostra che sono finite le guerre degli Stati Nazione che erano finalizzate al dominio e alla estensione degli Stati. Oggi il problema non è più quello dei confini, bensì quello dello sfruttamento delle risorse energetiche.

Anche i criteri di analisi della economia vengono messi in crisi da questa prospettiva. Ad esempi il PIL prodotto interno lordo è una misura molto grossolana che è capace di misurare solo le quantità e non la qualità della vita. Un esempio è dato dalla sottovalutazione del lavoro di cura fatto da nonne nonni ai loro figli e nipoti, completamente assorbiti dal lavoro e dall’organizzazione della vita quotidiana. Il baby care dei nonni non è misurato dal PIL, non compare neppure come misura economica, eppure è di sicuro un prodotto di valore. Occorre sostituire al grossolano PIL (e non è facile per una scienza economica che comunque continua ad utilizzare queste misure ormai sempre meno efficaci) con altri criteri. Dipak Pant si sforza, nella sua ricerca, di elaborare altri indicatori, come gli “indici del valore di un luogo” basati sulla bellezza, fruibilità, facilità dell’accesso, sobrietà nel consumo ambientale.

5. PROGETTI E PROPOSTE

Due esempi di ricerca-intervento.

Invece che organizzare centri di formazione nelle città (azione che incentiverebbe una mobilità che provoca la fuga) nella steppa hanno sperimentato “scuole – carovana” che seguono i movimenti delle persone e nello stesso tempo trasferiscono saperi e materiali utili per mantenersi in vita e in produzione in queste zone impervie.

Un secondo esempio è un “centro servizi” molto tecnologico e di alta qualità (ma spartana) che sul grande lago Titicaca (fra Bolivia e Perù).

Stanno progettando azioni di “ritorno” sui  monti europei abbandonati per le valli.

Nei primi due casi si tratta di sviluppo locale. Nell’ultimo caso si tratta di rinascita.

Forse la recessione globale sta dando più opportunità per queste scelte di sviluppo: il recupero dei valori delle civiltà contadine “stanno tornando di moda”

Sono scelte che non implicano un’abiura dei valori della cultura europea.

Anzi: prima occorre decidere di investire sui valori resistenti che qui sono nati e cresciuti.

È importante difendere l’ assetto identitario di ogni luogo: innanzitutto decidere che è importante e conseguentemente tutelarlo. In primo luogo il valore della sfera privata.

Dunque sviluppo locale orientato alla sostenibilità e tolleranza zero nei confronti delle lotte identitarie è una strategia applicabile in ogni situazione .

Scheda rielaborata da Paolo Ferrario tratta dagli appunti scritti in aula

che ringrazio moltissimo per il suo insegnamento e la sua intelligenza progettuale comunicata con verve e in perfetta lingua italiana.

Vedi anche:

Il nuovo “Rinascimento” italiano ricomincia dai piccoli centri: Dipak Pant illustra il concetto di Bussola Eco-Tech

Professor Dipak R. Pant Ph.D.,

Direttore – Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile  (Head, Interdisciplinary Unit for Sustainable Economy)

Docente-titolare di Economia Sostenibile e di Sistemi Economici Comparati  (Professor, Sustainable Economic Policy and Management and Comparative Economics)

Universita’ Carlo Cattaneo (LIUC)

Corso Matteotti – 22

21053 Castellanza (VA)

ITALY

Blogged with the Flock Browser

Dipak Pant parla delle sue ricerche economiche e antropologiche nelle TERRE ESTREME


Dipak Pant parla delle sue ricerche economiche e antropologiche nelle TERRE ESTREME

Consiglio di associare questa vivissima conversazione, che mostra l’intelligenza scientifica e progettuale di Dipak Pant, a questa lezione che ha tenuto a Como:

DIPAK PANT in tema di ABITARE BENE LA TERRA al ciclo di conferenze GEOPOLIS 2010, organizzato dal Liceo Scientifico e la Confindustria di Como, il 25 febbraio 2010

Professor Dipak R. Pant Ph.D.

Direttore – Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile  (Head, Interdisciplinary Unit for Sustainable Economy)

Docente-titolare di Economia Sostenibile e di Sistemi Economici Comparati  (Professor, Sustainable Economic Policy and Management and Comparative Economics)

Universita’ Carlo Cattaneo (LIUC), Castellanza (VA)