Luca Ricolfi: i giovani disoccupati non sono affatto 1 su 3, come da mesi si sente ripetere senza tregua, ma 1 su 14. Per l’esattezza: non il 33%, bensì il 7,1% della popolazione nella fascia dai 15 ai 24 anni, Da La Stampa del 05/02/2012

Disoccupazione giovanile, articolo 18. Prima di discuterne, forse bisogna ricordare alcune verità.
La prima è che

  • i giovani disoccupati non sono affatto 1 su 3, come da mesi si sente ripetere senza tregua, ma 1 su 14. Per l’esattezza: non il 33%, bensì il 7,1% della popolazione nella fascia dai 15 ai 24 anni.

Più o meno quanti erano nel 2006-2007 quando l’economia cresceva, molti di meno che negli Anni Novanta e nei primi Anni Duemila. In Spagna, i giovani disoccupati sono circa il triplo che da noi (20%), nel Regno Unito il doppio (14%), in Grecia e Portogallo sono il 12%, in Svezia e Danimarca il 10%, in Francia, Finlandia e Belgio l’8%.
Fra i Paesi con cui di solito ci compariamo, solo la Germania sta meglio di noi, con il suo 4,8% di giovani disoccupati.

Da dove salta fuori l’idea che «un giovane su tre è senza lavoro»? Deriva dal fatto che, anziché prendere come base il numero totale di giovani, si prende il numero di giovani «attivi» sul mercato del lavoro (occupati o in cerca di lavoro), che in Italia sono appena il 25% del totale, mentre in Paesi come la Germania o il Regno Unito sono più del doppio. Poi, nel fare i titoli su giornali e televisioni, ci si «dimentica» che si sta parlando di una minoranza attiva (1 giovane su 4), e si parla del tasso di disoccupazione giovanile come se descrivesse la condizione dei giovani in generale, anziché quella dei giovani che hanno scelto di lavorare.

E qui veniamo alla seconda verità che, a quanto pare, non incontra il favore dei media.

  • L’anomalia dell’Italia non è che i suoi giovani non trovano lavoro, ma il fatto che non lo cercano.

Fortunatamente non sono presidente del Consiglio, e quindi non sarò costretto a smentire quella che – detta da un politico – suonerebbe come una tremenda gaffe, ma che invece è la pura verità: nel confronto internazionale i nostri giovani si distaccano da quelli della maggior parte dei Paesi avanzati non certo perché più colpiti dalla tragedia della disoccupazione, ma precisamente per la ragione opposta:

  • perché ritardano enormemente il loro ingresso nel mercato del lavoro.

Nei Paesi normali ci si laurea intorno ai 22-23 anni, e si comincia a lavorare relativamente presto, spesso contribuendo al bilancio familiare e alle spese dell’istruzione, che non sono basse come da noi. In Italia ci si laurea tardi, spesso in prossimità dei 30 anni, e si comincia la ricerca di un lavoro a un’età in cui negli altri Paesi si è accumulata una cospicua esperienza professionale. E quel che è ancora più drammatico è che, nonostante la loro relativa assenza dal mercato del lavoro, i giovani italiani sono molto indietro nei livelli di apprendimento già a 15 anni (vedi i risultati dei test Pisa), e hanno maggiori difficoltà a conseguire una laurea, per quanto a lungo ci provino. E infatti

  • la gioventù italiana un primato ce l’ha: è quello del numero di giovani perfettamente inattivi, in quanto non lavorano, né studiano, né stanno apprendendo un mestiere (sono i cosiddetti Neet: Not in Education, Employment or Training).

Questo, sfortunatamente, è lo scenario sul quale si sta aprendo la discussione sul mercato del lavoro. Uno scenario di cui i giovani non sono direttamente responsabili, perché – come ha giustamente osservato Antonio Polito qualche giorno fa sul Corriere della Sera –

  • se le cose sono arrivate a questo punto lo si deve innanzitutto «a noi, la generazione dei baby boomer, la prima generazione ad aver disobbedito ai padri e la prima ad aver obbedito ai figli».
  • Siamo noi che, con i nostri partiti e sindacati, abbiamo edificato un sistema per garantire il lavoro, l’inamovibilità, la pensione ai più organizzati fra noi stessi.
  • Siamo noi che, nella scuola e nell’università, abbiamo permesso che si abbassasse drammaticamente l’asticella del livello degli studi, trasformando istituzioni un tempo funzionanti in vere e proprie fabbriche di ignoranza.
  • E siamo sempre noi che, nella famiglia, «invece di fare i genitori ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti della nostra prole, sempre pronti a batterci perché venga loro spianata la strada verso il nulla» (sono sempre parole di Polito).

Ed eccoci al punto. Io spero e confido che il governo Monti non perda per strada la determinazione che finora lo ha indotto a promettere una vera riforma del mercato del lavoro.

  • Ma nessuna riforma cambierà davvero le cose se anche noi, tutti noi, giovani e adulti, non ci renderemo conto che un intero modo di pensare, un’intera mentalità tipica del nostro Paese è giunta al capolinea.
  • Continuare come in passato non è più possibile. Far credere ai giovani che potranno godere degli stessi privilegi della nostra generazione significa solo prolungare l’inganno che ci ha condotto alla situazione attuale.

Una situazione retta da un patto scellerato fra due generazioni: la generazione dei padri e delle madri, iperprotettiva e per nulla esigente, e la generazione dei figli, spensierata finché l’età e le risorse familiari glielo consentono, e disperata quando deve cominciare a marciare sulle proprie gambe.

  • Il mercato del lavoro italiano, da decenni diviso fra garantiti e non garantiti, è il luogo nel quale il patto scellerato ha preso forma e si è cristallizzato. Di quel patto scellerato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è il tassello principale, ma solo il simbolo.

Farlo lentamente evaporare non potrà produrre né le devastazioni previste dai sindacati, né la crescita immaginata dagli imprenditori. E tuttavia non toccarlo per niente, oltre a mandare un segnale negativo ai mercati, rischierebbe di rimandare ancora una volta il momento in cui – finalmente – cominceremo a fare un vero bilancio e ad affrontare a viso aperto i nostri figli.

I quali hanno tutto il diritto di entrare in un mercato del lavoro più dinamico e più equo, in cui ci siano più opportunità e l’inamovibilità dei padri non sia pagata dalla precarietà dei figli. Ma hanno anche il diritto di sapere quel che finora gli abbiamo nascosto: che studiare sotto casa, poco, male, e irragionevolmente a lungo conforta le loro mamme ma non spiana loro alcuna strada.

Da La Stampa del 05/02/2012


LUCA RICOLFI: L’opposizione neo-romantica, La Stampa 22 giugno 2011

 

A dieci giorni dai referendum, con un governo che ha ammesso la sconfitta e riconosciuto la propria crisi di consenso, è forse possibile cominciare a ragionare con serenità della «vittoria» referendaria e del suo significato.

 

Personalmente sono sbalordito dalla convergenza dei commenti di tanti osservatori, siano essi politici, giornalisti, intellettuali. Secondo la visione prevalente, la schiacciante vittoria dei quattro sì al referendum segnerebbe non solo la sconfitta del berlusconismo (e fin qui nulla da dire), ma una sorta di risveglio democratico degli italiani, anzi del «popolo» italiano. Per Barbara Spinelli, ad esempio, con la vittoria referendaria sarebbe nientemeno che «una filosofia politica a franare, come la terra che d’improvviso si stacca dalla montagna e scivola». Il voto del 13 giugno rappresenterebbe «il futuro che d’un tratto irrompe», perché «il popolo è uscito dai dogmi», «ha deciso di occuparsi lui dei beni pubblici, visto che il governo non ne ha cura». Sulla stessa lunghezza Roberto Saviano, per il quale «un popolo si è messo in marcia», e «quello che sta avvenendo è una sorta di mutazione dell’indifferenza», qualcosa che «ha un sapore rivoluzionario»; qualcosa che «sa di rivoluzione liberale così come la intendeva Gobetti». Né si sottrae alla tentazione di evocare il popolo il solitamente assai sobrio Massimo Mucchetti, che – dopo avere denunciato sul Corriere della Sera la demagogia dei referendum sull’acqua – ora riconosce nell’esito di quei medesimi referendum l’espressione della «cultura di un popolo», che prende congedo dai miti del pensiero unico liberista, e «manifesta la sua preoccupazione per l’influenza enorme che conserva l’industria finanziaria».

 

Se si tolgono alcune eccezioni, fra cui quelle di Luigi la Spina (La Stampa del 18 giugno) e Giuseppe De Rita (Corriere della Sera del 20 giugno), la chiave dei commenti è per lo più quella. Dopo un lungo letargo, gli italiani sarebbero finalmente tornanti alla politica, la società civile si sarebbe risvegliata, la domanda di partecipazione sarebbe risorta. E alla base di tanti ritorni, risvegli e risorgimenti ci sarebbe lei, la rete, con la sua straordinaria capacità di fare politica, animare le discussioni, alimentare la comunicazione, muovere le coscienze, suscitare rivoluzioni più o meno silenziose, più o meno cruente.

 

Ma ne siamo sicuri? Non c’è un tantino di overstatement in questa pioggia di analisi concordanti?

 

Non ho molti dubbi sul fatto che gli elettori si siano stancati di Berlusconi, se non altro perché non ho mai creduto al mito degli italiani incantati da lui (una mia vecchia stima del numero effettivo di fan del Cavaliere dava: 6% del corpo elettorale); perché era almeno un anno che tutti i sondaggi registravano l’inesorabile erosione della fiducia nel premier; perché, secondo i medesimi sondaggi, il sorpasso della sinistra nei confronti della destra si era già consumato nelle settimane prima del voto amministrativo. Il congedo da Berlusconi era nell’aria, e credo sia non solo incontrovertibile, ma anche definitivo. Quello su cui ho dei dubbi è che un’opinione pubblica che fino a ieri veniva descritta come carente di spirito civico, apatica, anestetizzata, manipolata dai giornali e dalle tv, si sia improvvisamente trasformata in una comunità virtuosa di cittadini preoccupati del bene comune. I miei dubbi, lo confesso, in parte riposano su convinzioni (indimostrabili) sul carattere degli italiani, sulla lentezza dei processi di maturazione dello spirito civico, sui tempi lunghi che i cambiamenti culturali – quelli veri e profondi – richiedono per affermarsi. In parte, però, i miei dubbi riposano su semplici, elementari dati di fatto: i referendum su cui eravamo invitati a votare erano quattro, diversissimi fra loro nel contenuto, ma la percentuale di sì è risultata sostanzialmente la stessa, il 95%. Come è possibile se l’opinione pubblica è critica, informata, riflessiva, capace di valutare i pro e i contro delle varie scelte?

 

Qualcuno dice che è il meccanismo del quorum. Ma perché mai? Se non fosse stato essenzialmente un voto contro Berlusconi, avremmo avuto tantissimi sì sul legittimo impedimento (sacrosanti), tanti sì sul nucleare (comprensibilissimi, dopo Fukushima), ma sull’acqua e sui servizi pubblici locali avremmo avuto delle percentuali normali, quelle che si registrano sempre quando su un tema controverso discutono cittadini ben informati, secondo i principi della democrazia deliberativa lanciati da James Fishkin. Quando un tema è complesso e ci sono molti argomenti pro e molti contro, gli esiti sono del tipo 60-40, oppure 70-30, al limite 80-20. Ma mai 95-5. Se succede così, vuol dire che – per un complesso più o meno evidente di cause – il contesto della discussione è stato poco democratico: i media latitavano, i partiti non hanno saputo fare il loro mestiere, le informazioni erano insufficienti o unilaterali, la gente non aveva tempo o voglia di documentarsi, le pressioni di gruppo a conformarsi all’opinione della maggioranza erano soverchianti. Sulle questioni importanti, sui problemi veri, le «percentuali bulgare» non sono mai un bel segnale, un segnale di vitalità della democrazia. E anche ammesso che le percentuali bulgare (95 a 5) si spieghino con il fatto che chi era per Berlusconi è stato a casa, resta il fatto che la maggioranza democratica che è andata a votare ha mostrato una sorprendente incapacità di distinguere, ragionare sulle cose, valutare i pro e i contro delle varie opzioni. Tutte capacità che, a mio parere, costituiscono il nucleo portante di una opinione pubblica democratica, informata, esigente con la politica e con sé stessa.

 

Spero di sbagliarmi, ma la mia sensazione è che quello cui stiamo assistendo sia sì un risveglio, ma non della democrazia e della partecipazione. Un risveglio dal sonno dell’era berlusconiana, che tuttavia sembra sospingerci in un nuovo sonno, quello di un’opposizione neo-romantica, in cui la gente esprime umori, sentimenti, emozioni, stati d’animo, credenze, convinzioni morali, ma non si preoccupa granché di valutare le conseguenze delle proprie scelte. Per dirla con Max Weber, una sorta di primato dell’etica della convinzione su quella della responsabilità.

 

E’ questa, a mio parere, l’eredità più negativa dell’era berlusconiana. Aver trasformato la politica in uno scontro di fazioni, in cui conta solo annientare l’avversario, e nulla valgono le idee, i contenuti, le proposte, i dettagli. E mi preoccupa molto che nel principale partito di opposizione, in nome della spallata a Berlusconi, tanti riformisti siano finiti in minoranza, schiacciati da un apparato sempre pronto a cambiare linea e parole d’ordine non appena le circostanze lo rendano conveniente. Può anche darsi che, passata l’euforia del momento, il Partito Democratico torni sui suoi passi, e – pagato pegno alla piazza – ricominci a parlare di liberalizzazioni, efficienza dei servizi, costi dell’energia, mercato del lavoro, senza tabù e senza schemi ideologici. Ma mi sembra più probabile che Bersani sia travolto dai fantasmi che ha evocato, e la deriva neo-romantica dell’opposizione prenda il sopravvento. In quel caso la soddisfazione di avere chiuso l’era berlusconiana ci consolerà per un po’, ma ben presto potremmo accorgerci che i problemi dell’Italia sono rimasti quelli di sempre, e non c’è ancora una classe politica all’altezza di essi.

 

Luca Ricolfi – LA STAMPA – 22 giugno 2011



Luca Ricolfi, DURANTE QUESTA GRAVISSIMA RECESSIONE IL TASSO DI OCCUPAZIONE DEGLI STRANIERI IN ITALIA È NOTEVOLMENTE CRESCIUTO, NON SOLTANTO PER EFFETTO DELLE REGOLARIZZAZIONI, MA PERCHÉ LA NOSTRA ECONOMIA CREA PREVALENTEMENTE POSTI DI LIVELLO PROFESSIONALE MEDIO-BASSO CUI LE NUOVE LEVE ITALIANE NON SONO DISPONIBILI, La Stampa del 2 aprile 2011

l’Istat ha comunicato i dati definitivi sull’andamento dell’occupazione nel 2010, nonché i dati provvisori dei primi due mesi dell’anno. Ebbene, quei dati ci forniscono un quadro del mercato del lavoro tutt’altro che sorprendente per gli studiosi, ma in forte contrasto con molte credenze diffuse nel mondo della politica e dei media. Proviamo a sintetizzare. Nei primi tre anni della crisi, ossia fra la fine del 2007 e la fine del 2010, l’occupazione in Italia è diminuita di circa 400 mila unità (senza contare la cassa integrazione).
Quella variazione, tuttavia, è il saldo fra un crollo dell’occupazione degli italiani, che hanno perso quasi 1 milione di posti di lavoro, e un’esplosione dell’occupazione degli stranieri, che ne hanno conquistati quasi 600 mila. Nel 2007, prima della crisi e dopo quasi vent’anni di immigrazione, gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e mezzo, tre anni dopo erano diventati 2 milioni 145 mila, quasi il 40% in più. Un boom di posti di lavoro nel pieno della più grave crisi dal 1929.
Come è possibile? In parte lo sappiamo: gli italiani, pur non essendo molto più istruiti degli stranieri regolarmente residenti in Italia, non sono disposti a fare tutta una serie di lavori che gli stranieri invece accettano. Ma questa non è una novità. La novità è che durante la crisi l’occupazione straniera è esplosa, e continua a crescere a un ritmo elevatissimo.
Anche nell’ultimo anno, con i primi timidi segnali di ripresa, gli italiani hanno perso qualcosa come 166 mila posti di lavoro, mentre gli stranieri ne hanno guadagnati ben 179 mila (+9,1%).
È possibile che una parte dei nuovi posti di lavoro siano state semplici regolarizzazioni, soprattutto relative a «badanti» già occupate. Ma questo meccanismo può spiegare solo una parte dell’aumento, visto che – nonostante la drammatica crisi dell’edilizia – l’occupazione degli stranieri maschi è aumentata di quasi il 30% in soli 3 anni, e continua ad aumentare anche in questi mesi.
La realtà, forse, è un’altra, più difficile da digerire per noi italiani. Nella crisi, il nostro sistema produttivo è diventato ancor meno capace di prima di generare posti accettabili per gli italiani. È per questo che gli immigrati regolari stanno lentamente, ma implacabilmente, diventando uno dei segmenti più dinamici e attivi della società italiana, come mostrano l’andamento del tasso di disoccupazione (in calo per gli stranieri ma non per gli italiani), il contributo al Pil, il valore delle rimesse verso i Paesi d’origine, il moltiplicarsi in ogni parte d’Italia delle partite Iva e delle micro-imprese gestite da immigrati: negozi, bar, officine, aziende di trasporti e di servizi. È triste ammetterlo, ma gli stranieri occupati in Italia sono diversi da noi non già perché «loro» sono meno istruiti e meno ricchi, ma perché somigliano a quel che noi stessi eravamo negli Anni 50: un popolo uscito da mille difficoltà e determinato a conquistarsi un futuro a colpi di sacrifici e duro lavoro.

da: http://www.pietroichino.it/?p=13767


Luca Ricolfi: Il primato della cornice – LASTAMPA.it, 24 febbraio 2011

Può darsi che la stagione di Berlusconi sia al tramonto, e che lo sia inesorabilmente. Immagino che, mese più mese meno, si tornerà a votare ad aprile dell’anno prossimo. In quel momento la cosiddetta curva di Schmitt, che descrive il ciclo del consenso al governo entro la legislatura, non sarà più al suo minimo com’è oggi: in genere il terz’anno è l’anno peggiore per il governo in carica, e il migliore per l’opposizione, mentre nell’ultima parte della legislatura la popolarità del governo tende a risalire, e l’opposizione perde colpi (per questo Berlusconi sta cercando di non farci votare subito). E può benissimo essere che, a quel punto (nel 2012), la risalita della curva del consenso non basti a riportare Berlusconi al governo. In tal caso, a meno di un cambio di leadership nel centro-destra (Tremonti?), dovremmo prepararci a una vittoria elettorale del centro-sinistra.

Ma è realistico questo scenario?
Difficile dirlo, ma esiste anche uno scenario alternativo: il governo prova a fare qualcosina, ovvero modeste dosi di arrosto in mezzo a cospicui segnali di fumo; l’opinione pubblica si stufa di sentir parlare sempre e solo delle ragazze del premier; i processi vanno avanti a singhiozzo, senza lasciar emergere alcuna verità definitiva. Dopodiché si va a votare, il centro-destra ripropone Berlusconi, le opposizioni sono confuse e divise, e non riescono a trovare un leader accettato da tutti. Le urne, per un soffio, consegnano la Camera al centro-destra e il Senato alle opposizioni. Il polo di centro, o terzo polo, si divide, con una parte che sta con la sinistra e un’altra che appoggia il centro-destra. Si forma un nuovo governo di centro-destra, si ricomincia a parlare di giustizia, intercettazioni e Costituzione. L’opposizione di sinistra si indigna, il governo governicchia, e la commedia si ripete. Stesso film, stessi attori, solo un po’ più vecchi e prevedibili di prima.

Perché parlo dello scenario alternativo?
Perché, a mio parere, il ceto politico che guida le cinque opposizioni (Pd, Sel, Udc, Idv, Fli) lo sta preparando accuratamente. Può darsi che non ci riescano a riportare Berlusconi al governo, ma certo stanno facendo il massimo per ottenere il risultato. Non mi riferisco qui al fatto che mantenere in vita cinque (!) opposizioni distinte è già una follia. O al fatto che non darsi un capo è autolesionismo puro. Ciò che mi colpisce è quella che Mario Calabresi, qualche giorno fa su questo giornale, ha descritto come l’incapacità di «archiviare» Berlusconi. Una capacità che Barack Obama seppe mostrare nei confronti di Bush prima ancora di diventare presidente, e di cui i nostri leader – specialmente quelli di sinistra – appaiono del tutto sprovvisti.

I leader della sinistra, e segnatamente quelli del Pd, il maggior partito di opposizione, non solo appaiono ossessionati da Berlusconi, per cui raramente riescono a parlar di qualcosa senza tirarlo in ballo, ma appaiono afflitti da una vera e propria malattia politica, contratta fin da piccoli, ossia da quando militavano (la maggior parte di essi) nel partito comunista. Questa malattia si chiama «primato della cornice», e consiste in questo: di fronte a un provvedimento, a un’ipotesi, a una legge, non si è capaci di giudicarla in sé, valutandone (laicamente!) i pro e i contro, ma la si giudica in base alla cornice in cui si colloca, cioè – essenzialmente – in base a chi è al governo in quel momento. Succedeva negli Anni 60 e 70 per cose come la costruzione di autostrade, lo Statuto dei lavoratori, la tv a colori. Succedeva in anni più recenti per la guerra in Iraq e il ponte sullo stretto. E risuccede oggi tutti i giorni, su problemi che meriterebbero di essere discussi e affrontati con tutt’altra libertà mentale.

E’ così che può accadere che Pd e Italia dei valori, pur favorevoli al federalismo, decidano di bloccarlo perché è un’occasione per indebolire Berlusconi. Pronti a discutere di tutto, purché venga rimosso Berlusconi. E indisponibili a tutto finché rimane al suo posto. Perché quel che conta non è se una legge è buona o cattiva, ma a quale parte politica giova in quel momento.

Lo stesso era accaduto qualche mese fa per la riforma universitaria, sistematicamente usata per dimostrazioni di forza, senza alcun riguardo per i contenuti, fino al paradosso del voto contrario sull’articolo 18 del disegno di legge: un articolo voluto dal senatore del Pd Ignazio Marino, votato dal Pd stesso al Senato, ma bocciato dal medesimo Pd alla Camera, al solo scopo di mettere in difficoltà il governo. Un episodio che lo stesso senatore Marino, in un intervista, ebbe a commentare così: «Ciò che è accaduto (il voto contrario del Pd) lascia una macchia perché dimostra che in Parlamento si prescinde spesso dai contenuti di ciò che si vota. Sarebbe meglio che in Parlamento si votasse più spesso ciò che si ritiene giusto e non ciò che si pensa sia conveniente».

Lo stesso accade per i rapporti fra giustizia e politica: se qualcuno osa porre il problema dell’immunità parlamentare, di nuovo il «primato della cornice» scatta implacabile, come un riflesso pavloviano. Prima di qualsiasi valutazione di merito, conta il fatto che «sarebbe l’ultima risorsa cui il premier vorrebbe far ricorso per sottrarsi ai suoi giudici» (così Anna Finocchiaro nell’intervista rilasciata martedì a «La Stampa»). Certo, si ammette, se ne può anche parlare, ma non ora. Di certi temi «si potrebbe discutere» ma solo «in una situazione normale», e «s’intende, dopo aver parlato di molto altro».

Eccoli lì, i riflessi condizionati. Se una legge può giovare al nostro avversario (federalismo), noi diventiamo contrari a prescindere: è il primato della cornice. Se un tema ci imbarazza (immunità parlamentare), allora «sono ben altre le priorità»: è l’arma del benaltrismo. Ma così si conferma soltanto quanto la sinistra e il suo gruppo dirigente siano lontani dal modello Obama, che di fronte alla richiesta dei suoi stessi simpatizzanti di punire Bush per le sue malefatte, rispondeva: io non voglio punire Bush, io voglio archiviarlo.

Stregati da Berlusconi, incapaci di non rinnovare quotidianamente, e più di una volta al giorno, il rito dell’indignazione, incapaci di pensare i problemi dell’Italia senza l’ossessivo riferimento al destino del premier, i dirigenti della sinistra non si avvedono che così noi cittadini possiamo, al più, convincerci della loro dirittura morale, ma non riusciamo a persuaderci della cosa più importante sul piano politico: e cioè che un vasto schieramento di forze, guidato da un leader riconosciuto, ha una propria idea del futuro dell’Italia, un’idea chiara, un’idea positiva, e come tale un’idea che prescinde da Berlusconi, da Ruby e da tutte le altre. Un’idea che non guarda all’Egitto, o alla Libia, dove è la furia popolare, con il suo corredo di violenza e di sangue, a far cadere i dittatori. Ma guarda all’America, dove i cattivi governanti vengono rimossi e sostituiti in libere elezioni. E dove Obama non sognava di punire Bush, ma soltanto di voltare pagina: di iniziare una nuova era, di costruire un’altra America.


Luca Ricolfi, Ma l’Italia è davvero berlusconiana? (la sindrome della “minoranza virtuosa”), La Stampa 15 febbraio 2011

Da quando nella politica italiana è entrato Silvio Berlusconi, ossia dal 1994, la cultura di sinistra ha sviluppato un suo peculiare racconto dell’Italia. Secondo questo racconto chi vota a sinistra sarebbe «la parte migliore del Paese», mentre la parte che sceglie il centrodestra sarebbe la parte peggiore, evidentemente maggioritaria.

La teoria delle due Italie scattò subito, nel 1994, allorché la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto fu inaspettatamente sconfitta dal neonato partito di Silvio Berlusconi.

E da allora mise radici, costruendo pezzo dopo pezzo una narrazione della storia nazionale al centro della quale vi è l’idea di una vera e propria mutazione antropologica degli italiani, traviati fin dagli anni 80 dal consumismo e dalla tv commerciale. Una narrazione che, nel 2001, si arricchirà di un nuovo importante tassello, con la teoria di Umberto Eco secondo cui gli elettori di centrodestra rientrerebbero in due categorie: l’Elettorato Motivato, che vota in base ai propri interessi egoistici e a propri pregiudizi contro stranieri e meridionali, e l’Elettorato Affascinato, «che ha fondato il proprio sistema di valori sull’educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni, e non solo da quelle di Berlusconi». Due elettorati cui non avrebbe neppure senso parlare, visto che non si informano leggendo i giornali seri e «salendo in treno comperano indifferentemente una rivista di destra o di sinistra purché ci sia un sedere in copertina».

Vista da questa prospettiva, la vittoria del 1994, come tutte quelle successive, non sarebbe un incidente di percorso, ma l’amaro sbocco di processi di degenerazione del tessuto civile dell’Italia iniziati molti anni prima. Uno schema, quello dell’Italia traviata dal consumismo e dai media, apparentemente nuovo ma in realtà già allora vecchio di trent’anni. Era stato infatti Pasolini, molti anni fa, a denunciare – ma senza disprezzo, e con ben altra umanità – la «scomparsa delle lucciole», immagine con cui soleva descrivere la dissoluzione dell’umile Italia fin dai primi anni 60, con l’estinzione delle culture popolari sotto l’incalzare del benessere e delle migrazioni interne.

Insomma, voglio dire che è mezzo secolo che «alla sinistra non piacciono gli italiani», per riprendere il titolo del saggio con cui, fin dal 1994, lo storico Giovanni Belardelli (sulla rivista «il Mulino») fissò la sindrome della cultura di sinistra, incapace di darsi una ragione politica dei propri insuccessi, e perciò incline a dipingere l’Italia come un Paese abitato da una maggioranza di opportunisti, di malfattori, o di ignavi. E tuttavia ora, forse per la prima volta, qualcosa si sta muovendo. Qualcosa, molto lentamente, sta cambiando. Non già nei piani alti della politica, nelle segreterie dei partiti, nei palazzi del potere, bensì fra la gente comune, e fra le energie più giovani del Paese. Roberto Saviano, ad esempio, l’altro giorno al Palasharp, alla manifestazione per chiedere le dimissioni del premier, ha sentito il bisogno di dire: «Smettiamo di sentirci una minoranza in un Paese criminale, siamo un Paese per bene con una minoranza criminale». Se Saviano ha sentito il bisogno di esortare il popolo di sinistra a «smettere di credere» di essere una minoranza, vuol dire che quella credenza ancora c’è, sopravvive, nelle menti e nei cuori: una sorta di «pochi ma buoni», una rabbiosa riedizione del «molti nemici, molto onore» di mussoliniana memoria.

La sindrome della «minoranza virtuosa» è tuttora molto radicata nella cultura politica della sinistra. Ma anche qui, persino fra i politici di professione, qualcosa si sta muovendo. L’alibi dell’indegnità degli italiani comincia a scricchiolare. Matteo Renzi, sindaco di Firenze, rimproverato da un po’ tutti i suoi compagni di partito (compreso il giovane «rottamatore» Pippo Civati) per essersi contaminato incontrando Berlusconi ad Arcore, ha risposto ai suoi critici più o meno così: se vogliamo vincere non possiamo partire dall’assunto che l’altra metà degli italiani, quella che non ci vota, sia costituita da cittadini irrecuperabili, dobbiamo rispettarli e conquistarli.

Saviano e Renzi hanno ragione. Così come hanno ragione quanti, in piazza o non in piazza, non si stancano di ripetere che l’Italia non è quella che emerge dai festini di Arcore e dalle intercettazioni, o quella che la cultura di sinistra si figura ogni volta che l’esito del voto punisce i progressisti. L’Italia non è berlusconiana quanto si pensa sul piano del costume (un recente sondaggio di Mannheimer certifica che il sogno di una carriera nel mondo dello spettacolo attira effettivamente solo 1 ragazza su 100). Ma non lo è neppure sul piano del consenso elettorale. Contrariamente a quanto molti credono, il berlusconismo – inteso come fiducia incondizionata nei confronti di Berlusconi – è sempre stato un fenomeno marginale. Fatto 100 il corpo elettorale, il voto al partito di Berlusconi non è mai andato oltre il 20%, e il sostegno esplicito al leader, espresso in un voto di preferenza (come alle ultime Europee), si aggira intorno al 6%. Per non parlare del trend più recente, che mostra un Pdl che attira circa il 18% del corpo elettorale, e un premier che ottiene la sufficienza da meno di un cittadino su tre.

Se questa è la realtà, occorre che la sinistra faccia un serio esame di coscienza. Che provi a inventare un altro racconto degli ultimi trent’anni. Un racconto senza alibi e autoindulgenze, un po’ più rispettoso degli italiani e un po’ più abrasivo su sé stessa. Perché se l’Italia non è, né è mai stata, il Paese moralmente degradato tante volte descritto in questi anni. Se il consenso al leader Berlusconi non è mai stato plebiscitario. Se i suoi fan non sono mai stati tantissimi. Se oggi 2 italiani su 3 non danno la sufficienza a Berlusconi, e appena 1 su 20 lo promuove a pieni voti. Se, a dispetto di tutto ciò, i sondaggi rivelano che il giudizio dei cittadini sull’opposizione è ancora più negativo – molto più negativo – di quello sul governo. Beh, se tutto questo è vero, allora vuol dire che i problemi politici dell’Italia non stanno solo nei comportamenti del premier e nelle insufficienze del suo governo, ma anche nella difficoltà dell’opposizione di trovare, finalmente, un’idea, un programma e un volto che convincano quella metà dell’Italia che non è berlusconiana ma, per ora, non se la sente di votare a sinistra. (la Stampa)

da: centrodestra: Ma l’Italia è davvero berlusconiana? Luca Ricolfi.


“Federalismo, i nuovi oppositori”, di Luca Ricolfi, La Stampa 31.01.11

“Federalismo, i nuovi oppositori”, di Luca Ricolfi

«Item di tipo Thurstone». Nella disciplina alquanto esoterica che insegno all’università (Analisi dei dati) si parla di «item di tipo Thurstone» quando, su un certo tema, si può essere ostili a qualcosa per ragioni opposte. In politica, ad esempio, fascisti e comunisti erano entrambi ostili alla Dc, ma su sponde antitetiche. E oggi, per fare un altro esempio, chi è contro l’Unione europea può esserlo perché rimpiange gli Stati nazionali indipendenti, o viceversa perché vorrebbe un vero governo sovrannazionale, con più e non meno poteri dell’attuale Parlamento europeo.

Da qualche giorno questo genere di pensieri mi ronza nella mente, e non solo perché sto per iniziare il mio corso. È la traiettoria del federalismo che me li sta imponendo. Presi dal caso Ruby non ce ne stiamo accorgendo, ma sotto i nostri occhi si sta delineando un nuovo tipo di opposizione al federalismo. Un’opposizione diversa da quella classica, perché basata su argomenti non semplicemente diversi, ma del tutto antitetici a quelli degli anti-federalisti tradizionali. Il federalismo sta diventando un «item di tipo Thurstone».

Vediamo un po’. Finora il nucleo dell’opposizione al federalismo è sempre stato di matrice sudista-solidarista. I nemici del federalismo, più che combatterlo, cercavano di frenarlo, mitigarlo o temperarlo. Il timore era che il federalismo potesse funzionare fin troppo bene, con la conseguenza di spostare risorse dai territori attualmente privilegiati (Mezzogiorno e regioni a Statuto speciale del Nord) verso le grandi regioni del Nord, attualmente gravemente penalizzate dagli sprechi e dall’evasione fiscale di quasi tutte le altre.

Oggi non è più così. Da alcune settimane, accanto a questa opposizione classica al federalismo fiscale se ne sta costituendo una nuova, di segno del tutto opposto. Gli alfieri di questa nuova opposizione non sono i nemici storici del federalismo, ma alcuni fra i suoi più convinti sostenitori. Persone che da anni si occupano del problema, che hanno sempre difeso le buone ragioni del progetto federalista, ma ora vedono con raccapriccio che quello che si sta consumando a Roma, fra infinite riunioni, tavoli tecnici, negoziati non è l’ultimo passaggio di un lungo cammino, ma è una mesta, lenta e non detta agonia del sogno federalista. I dubbi degli studiosi sulla legge 42 e sui decreti delegati non sono una novità, e sono stati espressi più volte in questi anni nelle sedi più diverse (alcuni dei miei sono raccolti sul sito www.polena.net). A tali dubbi, nelle ultime settimane, se ne sono aggiunti molti altri, e due in particolare hanno allarmato un po’ tutti: il timore che l’esigenza, tutta politica, di ottenere l’ok dell’Anci (l’associazione dei Comuni) porti a un ulteriore aumento della pressione fiscale; l’obbrobrio anti-federalista per cui i comuni si finanzieranno con tasse pagate dai non residenti (imposta di soggiorno e Imu sulle seconde case), con tanti saluti al principio del controllo dei cittadini sui loro amministratori. Un frutto avvelenato, quest’ultimo, dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, provvedimento demagogico voluto dal governo Prodi e completato dal governo Berlusconi.

Dunque oggi fra coloro che si oppongono ai decreti sul federalismo ci sono, è vero, i «soliti noti» di sempre, a partire dai partiti del Terzo polo, tutti insediati più al Sud che al Nord, ma ci sono per la prima volta anche i veri federalisti, coloro che al federalismo hanno sempre creduto più della Lega stessa. Politici, amministratori, studiosi, commentatori politici, il cui timore non è che il federalismo possa funzionare, eliminando ogni forma di parassitismo e assistenzialismo, ma che il federalismo possa non funzionare affatto, lasciando le cose così come sono, o addirittura peggiorandole, ad esempio con più tasse e più spese, o semplicemente con una selva di norme ancora più barocche e intricate di quelle che cerchiamo di lasciarci alle spalle. Oggi capita sempre più frequente di leggere e di sentir dire, non già «sono contro il federalismo, quindi mi oppongo al decreto sul federalismo municipale», ma piuttosto, «sono federalista, quindi non posso votare questo decreto».

Naturalmente mi rendo conto che, dietro all’appoggio come dietro all’opposizione al federalismo, ci possono essere e ci sono le ragioni meno nobili. I comuni possono approvarlo solo perché sono riusciti a strappare più quattrini allo Stato centrale, il Pd può affossarlo solo perché la cosa può aiutare a far cadere Berlusconi (come ha velatamente riconosciuto Sergio Chiamparino in un’intervista a Repubblica). E tuttavia vorrei fare presente che, accanto a chi strumentalizza la questione a fini politici, esistono anche i federalisti sinceramente, disinteressatamente e motivatamente preoccupati.

Preoccupati che la riforma non passi, ma anche preoccupati che non funzioni, o che dia frutti perversi. Perché la novità è questa: oggi chi è veramente federalista non può non chiedersi se sia meglio (meno peggio) che il federalismo «à la Calderoli» passi, o sia meglio che tutto venga affossato per l’ennesima volta. Io, che ho sempre difeso il federalismo, il dubbio ce l’ho. E vi posso dire che altri federalisti convinti, almeno in privato, confessano di augurarsi che tutto si blocchi, tali e tante sono le concessioni che gli artefici del federalismo sono stati costretti a fare alla rivolta degli interessi costituiti e alla miopia del ceto politico locale.

È una conclusione amarissima. Perché non è dettata da alcuna convinzione specifica pro o contro l’idea federalista, ma solo dalla constatazione che la classe politica non è capace di discutere una riforma così cruciale per il futuro di tutti noi sollevandosi, almeno un pochino, al di sopra dei propri meschini interessi di bottega. Pensando per un attimo solo al bene dell’Italia, di cui pure si appresta a celebrare il 150esimo anno dall’Unità.

No, purtroppo i nostri parlamentari non ce la faranno a guardare un po’ oltre. È inutile farsi illusioni. Sia il decisivo voto di giovedì sul federalismo municipale, sia gli appuntamenti parlamentari successivi, saranno governati dai calcoli del governo per restare in sella, e da quelli delle opposizioni per disarcionarlo. È triste ammetterlo, ma anche su questo, su una riforma che aspettiamo da vent’anni, siamo nelle mani di Ruby.

La Stampa 31.01.11

 

da: Manuela Ghizzoni – Deputata della Repubblica » Blog Archive » “Federalismo, i nuovi oppositori”, di Luca Ricolfi.


Luca Ricolfi, Fini può essere un problema nel terzo polo – LASTAMPA.it

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La credibilità di Casini e quella di Fini sono del tutto diverse. Casini ha iniziato la sua battaglia da molti anni, fin da quando era Presidente della Camera (legislatura 2001-2006). Il suo comportamento, sia come terza carica dello Stato, sia come leader dell’Udc, è stato sempre corretto, e fondamentalmente leale verso gli alleati. Quando non è stato più in sintonia con Berlusconi, ha scelto di correre da solo, ed è stato all’opposizione sia contro il centro-sinistra sia contro il centro-destra. La sua opposizione è stata quasi sempre costruttiva. Le cose che dice ora le ripete da molti anni.

Non così Fini. Il suo punzecchiamento nei confronti di Berlusconi è iniziato poco dopo lo scioglimento di An nel Pdl. I motivi del suo passaggio all’opposizione sono stati troppo evidentemente strumentali, tardivi, e difficili da conciliare con le sue scelte passate, sempre largamente in sintonia con quelle di Berlusconi. Una certa mancanza di pudore, o di buon gusto, gli ha impedito di arrossire al momento di denunciare cose da lui stesso ampiamente approvate (l’orribile legge elettorale) o giustificate (le leggi ad personam).

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Di qui un problema grande per il Terzo Polo. Molte cose che i suoi esponenti dicono sono più che sensate. Diverse critiche a Berlusconi e al berlusconismo sono preziose per uscire dalle secche in cui siamo incagliati. La loro visione della politica e del futuro dell’Italia merita rispetto e considerazione. Però il modo in cui i temi cari al Terzo Polo sono stati portati nel dibattito politico da Fini e dal suo partito rischiano di bruciarli. La spregiudicatezza dell’operazione condotta da Futuro e Libertà rischia di gettare discredito su una visione della politica e del mondo che tanti altri, con più pazienza e più rispetto per gli avversari, difendono da anni e anni.

Non resta che augurarsi che l’opinione pubblica non getti il bambino con l’acqua sporca. E che il bambino – l’idea di una destra diversa da quella che abbiamo conosciuto – riesca a fare qualche passo nella politica italiana.

Fini può essere un problema nel terzo polo – LASTAMPA.it.


FEDERALISMO FISCALE/Luca Ricolfi: i tre motivi per cui non funzionerà

Luca Ricolfi, dalle pagine de La Stampa, elenca i principali difetti del federalismo fiscale.

Ha Ragione Emma Marcegaglia che chiede di applicare subito il federalismo alle regioni virtuose, o Susanna Camusso che mette in guardia dal rischio di un Italia a due velocità? Luca Ricolfi, dalla pagine de La Stampa da la sua interpretazione. «Non so se le due «signore del mondo delle imprese italiane», come le chiama il Corriere della Sera, abbiano seguito la vicenda del federalismo fiscale negli ultimi tre anni, o abbiano trovato il tempo di leggere la Legge 42 e i successivi decreti legislativi», afferma. «Ho l’impressione di no. Perché, se lo avessero fatto, forse si sarebbero accorte di alcuni problemi, che provo ad elencare». Secondo Ricolfi, anzitutto, «la legge che, volendo, avrebbe permesso di far partire un «federalismo a due velocità» non c’è più». La legge proposta dalla regione Lombardia nel 2007, infatti, è stata sostituita da «un nuova legge (legge 42 del 2009, o legge Calderoli)» che «risulta molto meno coerente e incisiva della prima, se non altro perché è il frutto di negoziazioni politiche estenuanti». Il secondo motivo, consiste nel fatto che «L’entrata a regime del federalismo è stata ripetutamente spostata avanti nel tempo, ed ora è prevista al 2019».

SEGUE QUI:

FEDERALISMO FISCALE/ Ricolfi: i tre motivi per cui non funzionerà | Pagina 1.


Luca Ricolfi, L’Italia immaginaria della sinistra – LASTAMPA.it

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Insomma, mi pare che il manifesto veltroniano, a dispetto del riformismo radicale di alcuni suoi firmatari, non ci fornisca una diagnosi dei mali del Paese poi tanto diversa da quella che – con malinconica monotonia – il centro-sinistra ripete dal 2001, e il Pd di Bersani continua meccanicamente a fare propria. Eppure, se quella diagnosi è giusta, se la maggior parte dei nostri mali discendono dalla disastrosa conduzione del governo da parte di Berlusconi e Tremonti, allora il problema numero uno dell’Italia è togliere il tappo del berlusconismo, e la linea sostanzialmente frontista di Bersani, alleanze le più larghe possibile per liberarci del tiranno, è la linea che logicamente ne consegue.

Ma se invece si ritiene che Bersani sbagli, allora forse bisogna avere il coraggio di riconoscere un’altra immagine dell’Italia, di esplicitare un’altra diagnosi dei nostri mali. Una diagnosi in cui, ad esempio, non si abbia timore di indicare i lussi che non possiamo più permetterci: andare in pensione a 60 anni, spendere 100 per servizi che potremmo produrre con 70, stabilizzare centinaia di migliaia di precari per mantenere il consenso politico ai governanti, di destra o di sinistra che siano. Il problema è che una diagnosi più realistica, che non riconducesse tutti i mali economico-sociali del Paese alla devastazione del berlusconismo, avrebbe sì il pregio di rendere evidente il semplicismo della linea attuale del Pd, ma renderebbe anche molto più difficile tenere unito il partito. Dopo vent’anni di analisi a senso unico, ci sono verità che al popolo di sinistra non si possono dire, e infatti non vengono dette. E ci sono terapie che si possono sussurrare nei seminari, nei convegni, nelle commissioni parlamentari, ma non si possono proporre nei comizi, nelle piazze, nelle feste di partito. Quali verità e quali terapie?

Ad esempio, che la spesa pubblica va ridotta ancora di più di quanto abbia fatto Tremonti, altrimenti non abbasseremo mai le tasse sui produttori. Che il lavoro che fanno Brunetta e Gelmini in materia di pubblico impiego può essere fatto meglio, forse molto meglio, ma comunque va fatto. Che il Mezzogiorno non può continuare ad assorbire risorse che non produce, se non altro perché i quattrini sono finiti. E che, sulla mafia, quel che ci auguriamo è che un futuro governo di centro-sinistra non faccia rimpiangere Maroni.

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LUCA RICOLFI, Il tassello che manca al federalismo fiscale – LASTAMPA.it

Apparentemente, il cammino del federalismo fiscale procede spedito. Sono già quattro i decreti delegati varati dal governo, ultimo quello sul «fedealismo municipale», in via di definizione in questi giorni. Altri decreti seguiranno a breve, a completamento di una riforma che è la ragion d’essere della Lega.

C’è un problema, però. Per quanto quasi tutti i politici si esercitino in giudizi (positivi per la maggioranza, negativi per l’opposizione), la realtà è che il cammino del federalismo fiscale è semplicemente N.C. (non classificabile), come certi allievi a fine quadrimestre, quando hanno un numero di interrogazioni e compiti in classe troppo esiguo per consentire all’insegnante di calcolare una media.

Perché è difficile formulare un giudizio?

Perché il federalismo va avanti per scatole vuote di numeri. La legge delega (5 maggio 2009) era naturalmente e giustamente una scatola vuota, perché conteneva solo principi generali, come si addice a una legge delega. Ma anche la Relazione sul Federalismo Fiscale presentata dal Governo il 30 giugno scorso, assolutamente meritoria per lo sforzo di dipanare in qualche modo la giungla della finanza pubblica, era tuttavia di nuovo una scatola sostanzialmente vuota, perché – pur piena zeppa di utilissime tabelle – non conteneva né costi standard né obiettivi di bilancio precisi per Regioni, Province e Comuni, bensì solo vaghe indicazioni di metodo, nonché la specificazione di quali Enti dovranno in futuro fare i calcoli.

In questo caso la mancanza di indicazioni quantitative precise era assai meno giustificata. Il grave, però, è venuto con i primi decreti delegati, anch’essi vuoti di numeri e pieni di rimandi a passaggi successivi. Qui l’assenza di cifre precise e di regole stringenti non era prevista e non è giustificata, anche se non è difficile comprenderne le ragioni: quasi nessuno, fra i politici, sembra aver capito in tempo che per decollare sul serio il federalismo fiscale avrebbe dovuto essere studiato nei minimi dettagli per almeno 2-3 anni.

Stante questa assenza di indicazioni quantitative non me la sento di dare alcuna valutazione sull’ultimo decreto delegato, quello relativo al fisco municipale, che dovrebbe dettare le regole di finanziamento delle spese dei comuni, ma in realtà ancora una volta rinuncia a mettere dei numeri precisi nelle caselle chiave. Eppure è quello che avrebbe dovuto fare. Se non fossimo terribilmente indietro, leggendo il decreto delegato sul fisco municipale il cittadino di ogni singolo comune dovrebbe venire a conoscenza di almeno due cifre: quanto il comune è autorizzato a spendere (y), quante imposte dovrebbero versare i suoi cittadini (x). Queste due cifre non si sanno, e chissà quanti mesi o anni dovranno passare prima che si conoscano.

Ma non è tutto. Se il federalismo fosse oggi qualcosa di più che una manifestazione di intenti, i decreti delegati avrebbero già sciolto i due nodi fondamentali della sua applicazione, che chiamerò nodo della perequazione e nodo della chiusura.

Nodo della perequazione. E’ ragionevole che i territori più poveri, avendo un gettito potenziale minore, ricevano una sorta di contributo di solidarietà da un fondo perequativo, alimentato dal gettito dei territori più ricchi. Ma non è mai stato chiarito in modo esplicito se la perequazione dovrà colmare la capacità fiscale mancante, dovuta al fatto che il territorio debole ha redditi più bassi, o dovrà colmare invece il gettito mancante, che spesso dipende anche, in misura tutt’altro che trascurabile, dalla maggiore evasione fiscale.

Esempio: il comune X ha un fabbisogno standard di 100, una capacità fiscale di 70, un gettito di 40 (perché l’evasione fiscale è molto alta). Il fondo perequativo gli assegna solo 30 (100-70=30) o gli assegna 60 (100-40=60) ? Nel primo caso si crea un incentivo a combattere l’evasione fiscale, nel secondo caso l’evasione fiscale è premiata. Il primo meccanismo è virtuoso, ma difficile da mettere a punto perché presuppone la conoscenza della capacità fiscale di un territorio relativamente a uno specifico gruppo di imposte (quelle immobiliari, nel caso dei comuni). Il secondo meccanismo è vizioso, ma facile da applicare perché il gettito, a differenza della capacità fiscale, è perfettamente noto. Il rischio è che si vada verso una soluzione ibrida, in cui il meccanismo vizioso (basato sul solo gettito) viene corretto con un meccanismo premiale, che dà qualche contentino ai comuni che riescono a dimostrare di aver contribuito alla lotta all’evasione fiscale. Sarebbe una vera sciagura, se non altro perché la determinazione delle cifre spettanti a ogni comune – anziché essere automatica – avrebbe una componente negoziale molto rilevante, con conseguente aumento dell’arbitrarietà e dell’incertezza legate ai capricci della politica.

Nodo della chiusura. Contrariamente al governo, non penso che il difetto principale della “finanza derivata”, ossia del sistema che è stato in vigore in Italia negli ultimi 40 anni, sia il peso eccessivo dei trasferimenti statali rispetto alle entrate proprie delle amministrazioni locali. E conseguentemente non penso che, riducendo i trasferimenti dal centro e aumentando i tributi locali, Regioni, Province e Comuni si metteranno in quadro. Il vero difetto del vecchio sistema, che potrebbe benissimo riprodursi nel nuovo, è la mancanza di un meccanismo automatico – fissato da una norma perentoria e inaggirabile – che specifichi come si chiudono i conti. Un meccanismo che escluda l’intervento salvifico dello stato centrale e obblighi l’amministratore locale responsabile del deficit a far pagare ai suoi cittadini un’imposta specifica, esplicitamente collegata al deficit stesso. Una sorta di “imposta di ripiano” (IdR), che scatta immediatamente e inesorabilmente dopo la pubblicazione del bilancio consuntivo di ogni anno. Un’imposta che potrebbe anche, in caso di avanzo di bilancio, capovolgersi in un’imposta negativa, ossia in un assegno (beneficio) staccato a ogni cittadino a certificazione del buon governo.

Conclusione ?

Nessuna, per ora. Solo la convinzione che senza numeri precisi, senza meccanismi automatici – primo fra tutti l’imposta di ripiano – la nostra fiducia nei benefici del federalismo fiscale resta un puro atto di fede.

Il tassello che manca al federalismo fiscale – LASTAMPA.it.


Luca Ricolfi, Governatori in bilico tra vizi e virtù – LASTAMPA.it

Sono giorni decisivi per la manovra del ministro Tremonti. Quello che si sta decidendo, infatti, è su quali enti dovranno gravare gli ingenti tagli di spesa che la manovra prevede per i prossimi due anni: 8 miliardi nel 2011, 15 miliardi nel 2012. Nessuno, fra i rappresentanti di Stato, Regioni, Enti locali (Province e Comuni) mette in discussione l’entità complessiva dei tagli, pari a 23 miliardi in due anni, ma un po’ tutti sottolineano che i sacrifici richiesti al proprio comparto sono eccessivi. Soprattutto gli enti territoriali, ossia Regioni, Province e Comuni, hanno espresso il loro disappunto. Non senza ragione, a mio parere: le spese di tali enti assorbono circa 1/3 della spesa pubblica corrente, mentre la manovra chiede loro di sostenere ben 2/3 dei sacrifici.

Per contro le Amministrazioni centrali, essenzialmente lo Stato e gli Enti di previdenza, contribuiscono per circa 2/3 alla spesa complessiva, ma sono chiamate a sopportare solo 1/3 dei sacrifici.

vai all’intero articolo: Governatori in bilico tra vizi e virtù – LASTAMPA.it.


Luca Ricolfi, La sinistra difende i ceti più «deboli»? Solo una leggenda

[...] lettura del quotidiano la Repubblica. Qui ho trovato la seguente definizione degli elettorati di destra e di sinistra: «È di destra chi vota avendo per guida i propri interessi, di sinistra chi vota pensando all’interesse collettivo» (Michele Serra). Un esempio perfetto di credenza metafisica, ossia di quel tipo di affermazioni che – non potendo essere confermate né falsificate – facevano andare in bestia il filosofo della scienza Karl Popper.Per controllare la verità della credenza di Serra, infatti, dovremmo poter conoscere:• qual è l’interesse collettivo (i migliori cervelli del ’900, compreso Kenneth Arrow, si sono arresi di fronte al problema);• in che cosa consistono gli interessi di ogni individuo (ammesso che esistano, che lui li conosca, e che qualcuno li possa accertare);• che cosa effettivamente farebbero i politici dei due schieramenti una volta al governo, e quale impatto le loro decisioni avrebbero sulle nostre vite (questioni che vanno ben oltre le capacità dei migliori analisti e futurologi).Quel che possiamo fare, invece, è rispondere a una domanda assai meno ambiziosa: quali sono i gruppi sociali meno propensi a votare a destra (e quindi più inclini a votare Pd e Idv) e quali sono quelli più propensi a votare a destra (e quindi a scegliere Pdl e Lega)? La risposta, basata su una indagine nazionale condotta dall’Osservatorio del Nord Ovest nel 2008, è che Pd e Idv attirano laureati e diplomati, pensionati, dipendenti pubblici, lavoratori con contratto a tempo indeterminato, mentre Pdl e Lega attirano lavoratori autonomi, precari, disoccupati, giovani lavoratori, casalinghe.Tendenzialmente, il Pd rappresenta la società delle garanzie, ossia l’insieme dei soggetti che già possono contare su varie forme di tutela, e sono quindi primariamente interessati a non perderle. Il Pdl, invece, rappresenta la società del rischio, ossia l’insieme dei soggetti più deboli o più esposti alle incertezze del mercato, per lo più dimenticati dalle organizzazioni sindacali.

l’intero articolo qui:

Editoriali & altro …: La sinistra difende i ceti più «deboli»? Solo una leggenda

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Alberto Papuzzi recensisce: Luca Ricolfi, Illusioni tattiche, Mondadori, in LASTAMPA.it

Che cosa riusciamo veramente a conoscere della realtà che ci circonda? Quali precise consapevolezze ispirano i nostri comportamenti? Nell’epoca della massima diffusione di media, dai giornali alla rete, ai social network, bombardati di informazioni di minuto in minuto, quanto possiamo capire il mondo in cui viviamo e quanto invece ci illudiamo di capirlo, prigionieri di stereotipi? In particolare quando ci occupiamo dei problemi italiani, dagli immigrati alla criminalità, dal precariato alla sanità, dal federalismo all’istruzione, fino a questioni mai risolte come il divario Nord-Sud, siamo sicuri di approdare a certezze o non finiamo piuttosto preda di credenze, da quelle ideologiche al politicamente corretto?Sono gli interrogativi con cui si confronta, sorretto da una buona dose di anticonformismo, il sociologo e politologo Luca Ricolfi, dell’Università di Torino, nel nuovo libro dal titolo sintomatico Illusioni italiche (Mondadori, pp. 169, e18).

segue qui:

Libri – LASTAMPA.it

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Luca Ricolfi: Federalismo fiscale | Tempi

[...] Come fare in modo che gli abitanti del Sud dell’Italia non sentano il federalismo fiscale come un’imposizione o un fattore negativo, ma invece ne colgano anche per loro gli aspetti positivi?

Sarà quasi impossibile, a meno che alcuni governatori e amministratori del Sud accettino la sfida del federalismo, e siano essi stessi a difendere l’idea che il federalismo non contrappone il Nord al Sud ma le amministrazioni efficienti (non tutte al Nord) a quelle inefficienti e sprecone (non tutte al Sud: si pensi alle tre Regioni a statuto speciale del Nord, che sono largamente sovrafinanziate). Il Sud ha molto da guadagnare dal federalismo fiscale, ma per apprezzarne i benefici dovrà cambiare radicalmente mentalità, cosa che difficilmente potrà avvenire in pochi anni  [....]

segue:

Luca Ricolfi: Federalismo fiscale | Tempi

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Ricolfi: Il vero tenore di vita degli italiani – Opinioni – Panorama.it

Possiamo concluderne che il tenore di vita dell’Italia è più basso di quello della maggior parte dei paesi europei?

Se per tenore di vita intendiamo il potere di acquisto pro capite, è senz’altro così, almeno se ci fidiamo dei calcoli dell’Ocse sulle parità di potere di acquisto. Ma il potere di acquisto è solo un aspetto del tenore di vita. Se due paesi hanno la stessa popolazione e possono acquistare lo stesso stock di merci, ma nel primo si lavora mediamente 40 ore la settimana mentre nel secondo se ne lavorano 20, sembra irragionevole dire che il tenore di vita è il medesimo: il secondo paese sta meglio del primo perché riesce a comprare gli stessi beni e servizi lavorando la metà del tempo.

Se guardiamo le cose da questa prospettiva la condizione dell’Italia è tutt’altro che drammatica: fatto 100 il potere di acquisto per ora lavorata dei paesi dell’Europa a 15, precediamo non solo la Spagna, ma anche la Germania e il Regno Unito, e solo la Francia sta meglio di noi.

Se poi teniamo conto non solo della quantità di lavoro erogato, ma anche della sua qualità, ossia del livello di qualificazione della forza lavoro, facendo pesare di più le ore di lavoro degli occupati più istruiti, scopriamo che l’Italia sta addirittura meglio della Francia: per quanto e per come lavoriamo, il nostro potere di acquisto è addirittura eccessivo. Fatto 100 il potere di acquisto di un’ora di lavoro «astratto» (reso omogeneo dal punto di vista della qualità), la Germania è a quota 92,7, il Regno Unito a 93,5, la Spagna a 99,6, la Francia a 108,3, l’Italia a 111,6.

Se infine consideriamo tutti i paesi dell’Europa a 15, ci accorgiamo che la posizione dell’Italia, disastrosa in termini di potere di acquisto per abitante (solo Grecia e Portogallo fanno peggio di noi), diventa eccellente in termini di potere di acquisto per ora di lavoro astratto (solo Irlanda e Lussemburgo fanno meglio di noi).

INTERO ARTICOLO QUI. Ricolfi: Il vero tenore di vita degli italiani – Opinioni – Panorama.it

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presentazione del volume Il SACCO DEL NORD Saggio sulla giustizia territoriale di Luca Ricolfi, Martedì 2 marzo 2010, ore 18 Circolo dei Lettori Palazzo Graneri della Roccia Via Bogino, 9, Torino

Martedì 2 marzo 2010, ore 18

Circolo dei Lettori

Palazzo Graneri della Roccia

Via Bogino, 9, Torino

 

 

presentazione del volume

 

 

Il SACCO DEL NORD

Saggio sulla giustizia territoriale

 

di Luca Ricolfi

edito da Guerini e Associati

 

 

 

discutono con l’autore:

 

 

 

Sergio Chiamparino

Sindaco di Torino

 

 

 

Franco Reviglio

Senatore

 

 

 

modera:

 

 

Luigi La Spina

La Stampa

 

 

 

Ingresso libero fino a esaurimento posti

 

                                                                                                               

 

 

                                                                                              

www.guerini.it

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RICOLFI LUCA, No alla guerra santa del nord – LASTAMPA.it

Quando ho iniziato a ricostruire gli squilibri fra le regioni italiane, a raccogliere le cifre per il mio libro, non mi aspettavo un risultato così clamoroso: 50,6 miliardi all’anno è una cifra grossa, è l’equivalente di due o tre finanziarie.Eppure è questo l’ordine di grandezza del flusso di risorse che, silenziosamente, ogni anno lascia le regioni del Nord e si dirige prevalentemente verso il Sud e il Lazio.Di questi 50 miliardi, 20 sono dovuti al fatto che il resto del Paese è meno efficiente nell’erogazione dei servizi pubblici; 18 sono dovuti al fatto che il resto del Paese si permette una maggiore evasione; e 12 sono dovuti al fatto che nel resto del Paese la spesa pubblica discrezionale è eccessiva. La somma di queste tre voci fa, appunto, 50 miliardi di euro all’anno, che il Nord potrebbe recuperare se ci fosse un po’ più di giustizia territoriale

segue qui:
No alla guerra santa del nord – LASTAMPA.it

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Se l’economista non ci azzecca più, Luca Ricolfi

Oggi non c’è grande istituzione o centro di ricerche economiche che non abbia il suo modello econometrico, spesso un mostro matematico fatto di migliaia di equazioni. Le tecniche statistiche si sono evolute, le basi di dati sono molto più ricche, le serie su cui si lavora sono spesso trimestrali, anziché annuali come ai tempi eroici di Sylos Labini. E i modelli sfornano a getto continuo previsioni, a breve e a medio termine, su tutto: prezzi, produzione, consumi, investimenti, e chi più ne ha ne metta.Eppure le previsioni sono estremamente imprecise, spesso errate addirittura nel segno: si prevede un aumento di x, ma x diminuisce, si prevede una diminuzione di y, ma y aumenta. Quanto ai grandi interrogativi, sulle svolte del ciclo o il sopraggiungere di crisi, la risposta tipica è la delineazione di «scenari» possibili, più o meno ottimistici, più o meno ravvicinati nel tempo. Scenari le cui parole chiave immancabili sono «opportunità», «incertezza», «rischio».

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Luca Ricolfi, La scuola ha smesso di insegnare – LASTAMPA.it

… La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano …

… Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività) …

… La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.

Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare …

per l’intero articolo Vai a:

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LUCA RICOLFI, Perché il decreto sicurezza è solo una grande illusione, La Stampa 15 maggio 2009

Un maledetto irrisolvibile problema idraulico. È triste dirlo, ma al 90% il problema della sicurezza non è un problema politico, ma un problema di flussi e di stock, di capienze e di velocità. Per capire come mai, bisogna mettere da parte il 10% politico del problema, su cui ovviamente ognuno ha le sue preferenze e le sue sensibilità (a me, ad esempio, non piacciono le ronde). E occorre munirsi di santa pazienza e ripassare qualche numero, senza pretese di precisione ma giusto per farci un’idea degli ordini di grandezza.

Le persone denunciate in Italia sono oltre 500 mila all’anno, ossia circa 1 cittadino su 100. Un quarto circa, quasi interamente costituito da persone con precedenti penali, viene condannato da un giudice a una pena detentiva. Ma le probabilità di scontare la pena in carcere sono minime, per un complesso di ragioni istituzionali ben spiegato dal procuratore Bruno Tinti in un suo fortunato libro (Toghe rotte, Chiarelettere). La ragione più importante, però, è di natura materiale: non ci sono abbastanza posti nelle carceri. A meno di tre anni dall’indulto (estate 2006), i detenuti sono già 20 mila più di quanti le carceri potrebbero contenerne: 62 mila persone per 43 mila posti.

Equasi 2 posti su 3 non sono occupati da persone condannate, ma da imputati in attesa di giudizio o sottoposti a misure cautelari. La conseguenza è che i pochi detenuti che effettivamente scontano una pena liberano pochissimi posti all’anno, proprio perché la loro pena è lunga (chi ha una pena breve di norma non la sconta in carcere). In poche parole: le condanne a pene detentive sono più di 100 mila all’anno, ma i posti che si liberano effettivamente sono poche migliaia.

Si potrebbe pensare che, almeno per quanto riguarda gli immigrati, una soluzione potrebbero essere i centri di permanenza temporanea (Cpt), ora ridenominati Cie (Centri di identificazione ed espulsione). A parte il fatto che un Cie non è un luogo deputato a scontare una pena, è di nuovo l’idraulica a lasciare senza speranze: con meno di 2000 posti disponibili, le persone che possono transitare nei Cie sono meno di 10 mila all’anno, e diminuiranno drasticamente con l’allungamento dei tempi massimi di permanenza da 2 a 6 mesi deciso in questi giorni.

È strano che il ministro Maroni, che pure da molto tempo sta progettando di allungare i tempi di permanenza nei Cie per rendere possibili le operazioni di identificazione ed espulsione, non abbia provveduto – prima – ad almeno triplicare la loro capienza. Lì per lì non ci si pensa, ma la regola idraulica è implacabile: se il tempo di permanenza in una struttura aumenta di N volte, la sua capacità annua di accoglienza si riduce nella stessa proporzione. Se prima potevi ricevere 300 nuove persone al mese tenendole 2 mesi ciascuna, adesso puoi immetterne solo 100 al mese, perché ciascuna di esse si fermerà il triplo del tempo, ossia 6 mesi anziché 2. Insomma le stanze restano 300, ma più a lungo le si occupa meno nuove persone potranno transitarvi in un dato intervallo di tempo: se vuoi che il transito resti costante, allora devi triplicare la capienza della struttura. L’aritmetica dei flussi non lascia scampo.

Si potrebbe pensare che, comunque, un passo avanti sia stato fatto con l’accordo con la Libia, grazie al quale gli sbarchi in Italia dovrebbero diminuire drasticamente. Questo è vero, ma ancora una volta sono gli ordini di grandezza che fanno riflettere. Gli immigrati, specie se clandestini, sono indubbiamente più pericolosi degli italiani, ma occupano solo 1/3 dei posti in carcere, e soprattutto non vengono dal mare: gli ingressi con i barconi sono circa 1/7 del totale degli ingressi (o permanenze) irregolari. Il «respingimento in mare» degli stranieri è senz’altro utile, ma è solo una piccola frazione del problema della criminalità in Italia, diciamo un 5 per cento. Ricordo queste cifre non certo per svalutare l’azione del governo, o per minimizzare il ruolo della criminalità straniera in Italia.

Contrastare gli sbarchi illegali e rendere possibili le identificazioni sono provvedimenti ragionevoli, anche per il loro potere deterrente, e secondo me Maroni ha fatto bene a tenere duro su entrambi. Quello di cui dovremmo renderci conto, tuttavia, è che alla lotta contro il crimine mancano ancora i due tasselli fondamentali: una giustizia molto più efficiente, un piano di edilizia carceraria ben più incisivo di quello prospettato dal governo alcuni mesi fa (13 mila posti entro il 2012). Un calcolo prudente suggerisce che tra ristrutturazioni delle carceri esistenti (spesso indegne di un Paese civile) e costruzione di nuove carceri occorra prevedere almeno 50 mila posti aggiuntivi, con un costo che è dell’ordine di 5 miliardi di euro. Finché ciò non avverrà – ed è difficile pensare che, anche con la migliore volontà politica, occorrano meno di una decina d’anni – nessun inasprimento di pena, nessun nuovo reato, nessun giro di vite potrà produrre risultati apprezzabili. Meno che mai possiamo aspettarci miracoli dall’introduzione del reato di immigrazione clandestina, giusto ieri sancita dal voto della Camera. Anzi, il rischio è che proprio i continui annunci di misure drastiche ma materialmente inattuabili rendano ancora meno credibili le nostre istituzioni.

Ma di tutto questo ci renderemo conto, probabilmente, solo fra qualche anno. Solo allora, quando avremo assistito a un’ennesima rivolta nelle carceri, quando saremo stati costretti a varare l’ennesimo indulto o amnistia, quando avremo constatato che l’idraulica del circuito della sicurezza non permette a nessun governo, di qualsivoglia colore politico, di ottenere risultati tangibili in pochi anni, solo allora questa stagione ci apparirà in tutta la sua paradossalità. Perché quello di questi giorni, il «respingimento» dei barconi e l’approvazione del disegno di legge sulla sicurezza, è probabilmente il massimo successo mediatico del governo Berlusconi, ma potrebbe rivelarsi anche, alla lunga, la più grande illusione (l’ultima) che il Cavaliere ha consegnato agli italiani.

“Sicurezza, l’ultima illusione” di Luca Ricolfi su “La Stampa” del 14 maggio 2009.


Luca Ricolfi, La sinistra degli snob – LASTAMPA.it

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L’importanza di avere un leader Luca Ricolfi, La Stampa, 06-04-2009

L’importanza di avere un leader
Luca Ricolfi, La Stampa, 06-04-2009

Che la nostra libertà di voto, ormai, si sia ridotta a una scelta tra due nomenklature conservatrici, quella del Pdl e quella del Pd, lo riconoscono ormai un po’ tutti gli osservatori. Lo ha scritto Eugenio Scalfari su Repubblica, subito dopo il congresso fondativo del Popolo della libertà. Lo ha ammesso Vittorio Feltri su Libero, che ha parlato di un centro-destra costretto a muoversi a zig-zag per non perdere voti. Lo ripete da anni Piero Ostellino, che giusto questa settimana è balzato in cima alla classifica delle vendite con il suo pamphlet Lo Stato canaglia (Rizzoli), in cui denuncia il deficit di liberalismo di entrambi gli schieramenti.
Anche Pier Ferdinando Casini, chiudendo l’assemblea nazionale dell’Udc, ha sostenuto la stessa tesi, salvo aggiungere che per fortuna un partito non conservatore esiste, ed è il suo, l’Unione di centro (attualmente al 6-7% secondo i sondaggi). Curioso davvero, viste le prove dell’Udc al governo, nel 2001-2006; viste le prove del suo personale politico, specie nel Mezzogiorno; visto, soprattutto, quel che l’Udc ha combinato nei giorni scorsi, quando – con un emendamento – è riuscita a rendere ancora più illiberale una legge come quella sul testamento biologico. E tuttavia c’è un punto su cui l’analisi di Casini, a mio avviso, merita di essere ripresa e fatta oggetto di un’attenta riflessione. È quando si sofferma sul binomio «Popolo e Leader» e dice che a destra «tutto si riassume in questo rapporto», per poi lanciarsi in un ardito parallelo tra Berlusconi e Gheddafi, che adombra un ulteriore possibile svuotamento della funzione parlamentare: «c’è il colonnello Gheddafi che fa lo stesso discorso e infatti ha abolito il Parlamento».

Quel che Casini dice lo pensano e spesso lo ripetono in molti. C’è una parte del ceto politico che, tutto sommato, ha un discreto senso delle istituzioni, mostra di rispettare le forme, cerca di evitare i conflitti istituzionali; e c’è un’altra parte che, viceversa, non esita a scherzare con il fuoco, assumendo atteggiamenti irrituali, alimentando o accettando il conflitto fra istituzioni, tenendo comportamenti non precisamente protocollari. Nella seconda Repubblica i massimi campioni del primo modo di atteggiarsi sono stati i Ds, la Margherita (ora riuniti nel Pd), l’Udc, Alleanza nazionale (ora confluita nel Pdl); i massimi campioni del secondo sono stati la Lega, l’Italia dei Valori, Forza Italia (ora confluita nel Pdl). Il primo gruppo è formato dai partiti eredi delle tre grandi famiglie politiche del dopoguerra, ossia il comunismo, il fascismo e il cattolicesimo; il secondo gruppo è formato da partiti nuovi, privi di una tradizione o che hanno dovuto inventarsene una più o meno credibile, e che proprio per questo fanno tutt’uno con il proprio leader-fondatore: difficile pensare la Lega senza Bossi, l’Italia dei Valori senza Di Pietro, Forza Italia senza Berlusconi.
Con il suo ragionamento contro il binomio «Popolo e Leader» Casini delinea una sorta di alleanza, metodologica prima ancora che politica, dei politici-aplomb contro i politici populisti: un comune sentire in cui dal lato degli aplomb si verrebbero a trovare l’Udc (centro), il Pd (sinistra), il presidente della Camera e i nostalgici di An (destra), tutti coalizzati contro le intemperanze dei leader populisti.
Ho un grande rispetto per le preoccupazioni di Casini, e per il senso delle istituzioni degli aplomb. Ma temo che la loro visione non colga il punto. Che a mio modo di vedere è il seguente: la democrazia è cambiata, le istituzioni democratiche come siamo stati abituati a pensarle non esistono più, non solo in Italia ma in tutto l’Occidente. Oggi, come notava già una decina d’anni fa il politologo Colin Crouch, viviamo in un mondo post-democratico, in cui i partiti contano sempre di meno e le identità politiche si forgiano innanzitutto nel rapporto fra elettori e leader. Da questo punto di vista continuare a irridere Berlusconi per i suoi modi spicci e le sue gaffe significa eludere il problema. Forse un piccolo partito come l’Udc, che gestisce una nicchia elettorale, può anche permetterselo, ma un grande partito come il Pd, che aspira a governare l’Italia, non può continuare a raccontarsi la solita favoletta: noi sì che siamo bravi, noi sì che sappiamo che cos’è la democrazia, da noi sì che si discute, da noi sì che c’è vero dibattito, da noi non ci sono padri-padroni, e via autolodandosi. Quelle che, agli occhi dei politici-aplomb, appaiono virtù, a molti elettori paiono difetti. Potrà sembrare paradossale, ma se tanti italiani hanno preferito la destra è anche perché il ceto politico di sinistra è così democratico, così aperto, così capace di riflessione-elaborazione-discussione-dialogo-confronto. Già, perché è precisamente questo tipo di «apertura» inconcludente, che dibatte sempre e non decide mai, quel che ha fatto cadere Prodi nel 1998, lo ha fatto ricadere nel 2008, e ha regalato all’Italia governata dalla sinistra ben 5 governi in 7 anni (Prodi I, D’Alema I, D’Alema II, Amato, Prodi II), quasi come ai tempi della Dc. La sinistra ha avuto due legislature per dimostrare di che cosa era capace, e ha saputo mostrare una cosa soltanto: che la mancanza di un leader la conduce alla paralisi.
Qualcuno, specie a sinistra, pensa che la gente abbia votato a destra perché illusa dalle promesse di Berlusconi, e quindi crede che – svelato l’inganno – quella stessa gente non potrà che tornare sui suoi passi e premiare la serietà delle opposizioni aplomb, di sinistra (Pd) e di centro (Udc). Ma l’elettore non è stupido. Non ha votato il Messia, ma quello che riteneva il male minore. Sa che Berlusconi non farà miracoli, ma sa distinguere tra democrazia, oligarchia e dispotismo. La differenza tra sinistra e destra, oggi in Italia, non è tra uno schieramento a guida democratica e uno a guida dispotica. La destra e la sinistra sono entrambe due oligarchie, in cui gli elettori contano quasi niente e le segreterie di partito sono onnipotenti. Con l’unica, fondamentale differenza che a destra c’è un signore che – in caso di dissenso – decide per tutti, mentre a sinistra non solo quel signore non c’è, ma non c’è neppure un metodo che ne faccia le veci.

Libertà e Giustizia

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Oltre il populismo Pier Ferdinando Casini La Stampa 10-04-2009

Oltre il populismo
Pier Ferdinando Casini
La Stampa
10-04-2009

Caro direttore,
esistono differenti visuali da cui osservare e analizzare una realtà complessa come la politica italiana. Se mi ponessi da quella del sociologo e dell’editorialista, ad esempio, devo ammettere che difficilmente potrei scattare una fotografia più nitida nella sostanza di quella immortalata nel fondo di Luca Ricolfi pubblicato in prima pagina sulla Stampa lo scorso lunedì 6 aprile.
Ricolfi osserva come la politica e la democrazia italiane siano cambiate negli ultimi anni, entrando in una fase «post-democratica» in cui «i partiti contano sempre di meno e le identità politiche si forgiano innanzitutto nel rapporto tra elettori e leader». E aggiunge che Pdl e Pd oggi sono praticamente la stessa cosa, «due nomenklature conservatrici», «due oligarchie in cui gli elettori contano quasi niente e le segreterie di partito sono onnipotenti». Concludendo che l’unica fondamentale differenza è che la destra vince perché c’è Berlusconi che «in caso di dissenso decide per tutti», mentre a sinistra la mancanza di un leader, e quindi di decisionismo, allontana gli elettori.
Fotografia perfetta, appunto. Credo però che Ricolfi comprenderà che nell’ottica del politico non ci si possa accontentare di fotografare l’esistente, ma sia necessario spingersi oltre, tentando di indicare una direzione alla società in cui si vive e di trovare soluzioni ai problemi della comunità. Quello che voglio dire è che probabilmente Ricolfi ha ragione: se il centrosinistra negli ultimi quindici anni fosse stato meno litigioso e più decisionista, se avesse avuto un leader capace di zittire ogni dissenso interno alla sua coalizione con un carisma analogo a quello berlusconiano, forse oggi non esisterebbe uno scarto tanto ampio di consensi tra Pdl e Pd. Ma di sicuro ora ci ritroveremmo con due nomenklature conservatrici, due oligarchie «in cui gli elettori contano quasi niente» in grado di contendersi il governo del Paese, anziché una sola.
E allora? Già, la domanda che mi pongo, nell’ottica del politico, almeno nella mia, ma credo anche in quella del cittadino comune, è proprio questa: potremmo accontentarci di uno scenario così cupo per la politica italiana, di un’alternativa tra padella e brace con due grandi contenitori equivalenti, leaderistici, conservatori, populisti, in clamoroso deficit di liberalismo? Contenitori che con la stessa facilità con cui promettono rivoluzioni liberali, grandi riforme, riduzioni di imposte, snellimenti della macchina statale, abolizione delle province, riforma dei servizi pubblici locali, si rimangiano tutto pochi giorni dopo le elezioni. Soggetti politici che votano, o non ostacolano, un federalismo vuoto di contenuti e dannoso nella sostanza perché la confusione di competenze e tra centri di spesa andrà a paralizzare lo Stato centrale senza affiancargliene uno federale in grado di funzionare, solo per inseguire altri ancora più populisti come la Lega.
Personalmente ho deciso di non accontentarmi più, e sono convinto che molti italiani la pensino allo stesso modo e molti altri lo comprenderanno prima o poi.
Populismo e leaderismo in questa fase di «post democrazia», come sostiene Ricolfi, sono armi vincenti per aggiudicarsi la maggioranza. Ma se non producono una buona politica sono armi da abbandonare. Il decadimento economico, vorrei aggiungere anche sociale e morale, del Paese nella Seconda Repubblica non è forse il prodotto dell’utilizzo di quelle armi?
Per questo un anno fa, sapendo a cosa rinunciavamo – una vittoria certa assieme a Berlusconi – e non sapendo a cosa andavamo incontro, abbiamo abbandonato la barca del bipolarismo populista e ci siamo schierati da soli contro i due grandi contenitori. Per questo lavoriamo da un anno al cantiere di un nuovo partito, aperto, democratico, con regole interne, un partito vero insomma, che prende atto del fallimento del sistema attuale e quindi della necessità di chiudere e superare anche l’esperienza dell’Udc, che in quel sistema ha operato, con molti buoni risultati e inevitabilmente anche con diversi errori, per aprirne entro l’anno una nuova e differente, un partito che non dovrà essere né leaderista né populista, ma plurale, ovvero capace di esprimere più voci e più leader che si riconoscano però attorno ai medesimi valori di fondo, del riformismo, del liberalismo economico, del cattolicesimo democratico e popolare e della laicità dell’impegno politico.
Un nuovo soggetto, consapevole dell’esigenza di decisione che il Paese avverte, ma che non incorra nell’errore di identificarsi con il governo anziché di rappresentare le istanze e i problemi della società in cui vive, che non mortifichi le istituzioni e non trascuri il ruolo essenziale del Parlamento. Già Luigi Sturzo, lo stesso che anche Pdl e Pd non perdono occasione di richiamare a parole, scriveva che «bisognerebbe semplificare la procedura parlamentare e spazzare via molte questioni tecniche che potrebbero essere vantaggiosamente affidate a commissioni speciali». Aggiungendo subito dopo: «Ma sarebbe esagerato biasimare troppo severamente la lentezza dei parlamentari. Sono spesso più utili per le leggi che rigettano, che differiscono o rivedono, che per quelle che votano a tamburo battente».
E poco male se non seguiremo anche noi la moda di oggi. Siamo pazienti e tenaci. Quando prima o poi la maggioranza del Paese si accorgerà che populismo e leaderismo sono abiti troppo stretti, almeno ci sarà qualcuno che avrà confezionato un vestito diverso. Sarà stata pure, almeno fino a quel momento, una minoranza, ma forse non così tanto minoranza come si vorrebbe far credere. E in ogni caso le mode, per fortuna anche quelle sbagliate, passano.

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Conservatori e liberali, di LUCA RICOLFI

Da oggi Forza Italia e Alleanza nazionale non ci sono più, e al loro posto esiste un unico partito della destra, il Popolo della Libertà: lo sta creando ancora una volta Silvio Berlusconi, che proprio ieri – davanti a una platea entusiasta – ha inaugurato a Roma la tre giorni che sancirà la definitiva unificazione fra il partito del premier e il partito del presidente della Camera. Ha fatto bene Berlusconi, ha fatto bene Fini. Soppesati i pro e i contro, la fusione fra Forza Italia e Alleanza nazionale mi sembra un evento positivo un po’ per tutti.È positivo per il partito di Fini, altrimenti votato a un destino di subalternità a Forza Italia: a differenza della Lega, An non ha un insediamento territoriale forte, né alleati possibili diversi da Forza Italia. È positivo per il partito di Berlusconi, perché senza la «trasfusione di militanza» assicurata dai nuovi venuti, Forza Italia correrebbe il rischio di un drastico ridimensionamento al momento dell’uscita di scena di Berlusconi.

Conservatori e liberali, La Stampa sabato 28 marzo 2009, di LUCA RICOLFI

Agenzia Radicale – Conservatori e liberali

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Gli stranieri e la mecca del crimine. Luca Ricolfi

Gli stranieri e la mecca del crimine. Luca Ricolfi

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Luca Ricolfi, Il decreto Gelmini è stato convertito in legge …

Facebook | Note di Luca Ricolfi

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Luca Ricolfi, Le parole tra noi leggere

Le parole tra noi leggere – LASTAMPA.it.


Da dova arriva il bisogno di sicurezza, di Luca Ricolfi, 22 maggio 2008


Polizia costretta a intervenire a Napoli per evitare il linciaggio di una rom sospettata di aver tentato di rapire una bambina. Baracche (fortunatamente vuote) di un campo rom incendiate nel quartiere Ponticelli di Napoli. Molotov contro un altro campo nomadi a Novara. Ronde di ogni specie e colore che sorgono un po’ dappertutto per proteggere i cittadini da ladri e malviventi. È bastato che il centro-destra vincesse le elezioni, e il clima del Paese è cambiato quasi all’istante. Anziché aspettare il varo dei provvedimenti del governo, molti sembrano aver deciso di fare da sé. Né si può dire che a questo spirito vagamente autoreferenziale si sottragga completamente il governo stesso, almeno a giudicare dal semplicismo di varie ricette di cui si sente parlare in questi giorni.

Non sono buone notizie, perché la giustizia «fai da te» non risolve i problemi, è pericolosa, spesso porta con sé abusi, prevaricazioni, vendette private, in breve genera altra ingiustizia. Ma proprio perché è una strada sbagliata, dobbiamo capire che cosa la alimenta. Il modo migliore per farlo, a mio parere, è leggersi Non sulle mie scale (ed. Donzelli 2001), un piccolo libro in cui Italo Fontana, psicoanalista torinese, racconta come, alla fine degli Anni 90, la vita della sua famiglia sia stata devastata da una doppia calamità: l’installarsi di decine di criminali immigrati nelle soffitte del suo condominio, e la completa sordità delle istituzioni cittadine.

Perché è utile leggere o rileggere quel testo? Perché vi si trova una spiegazione profonda di quanto sia difficile, per chi crede nella legalità, nella democrazia, nella solidarietà, nella libertà individuale, mantenere nel tempo l’animo sereno e la mente aperta, senza farsi prendere dalle peggiori pulsioni. Il cocktail micidiale, che richiede sforzi disumani per non esplodere, è fatto di tre ingredienti:
a)la scoperta che molti immigrati clandestini non sono poveretti alla ricerca di un lavoro dignitoso ma persone arroganti, prepotenti, violente;
b)la scoperta che le attività criminali e i luoghi del loro esercizio sono perfettamente noti alle autorità;
c)la scoperta che, anche di fronte alle vessazioni più drammatiche, le autorità non intervengono e non rispondono, opponendo il classico «muro di gomma».

Se ci riflettiamo un attimo, non è difficile rendersi conto che i tre ingredienti sono tutti presenti nella situazione attuale. I cittadini sono esasperati perché le attività criminali si svolgono sotto i loro occhi, perché si sa perfettamente dove si spaccia, dove si arruolano manovali in nero, dove si viene derubati, dove non si può camminare senza pericolo, ma si sa pure che – per i motivi più diversi – le istituzioni non interverranno.

Le istituzioni talora non intervengono perché le leggi non glielo consentono, e da questo punto di vista non si può che augurare al nuovo governo di riuscire a cambiare le norme che impediscono di perseguire efficacemente il crimine. Ma nella maggior parte dei casi le istituzioni non intervengono per due altri ordini di motivi, che ben poco hanno a che fare con le leggi. Il primo è l’inerzia amministrativa, ossia l’incapacità di capire che la libertà di espressione diventa una presa in giro se non c’è anche il diritto dei cittadini a ottenere risposte. Il secondo è la mancanza di risorse organizzative, fisiche, materiali: personale, uffici efficienti, banche dati, processi rapidi, carceri all’altezza di un paese civile. Il rischio, in questo momento, è che il governo si illuda che l’azione chiave sia l’inasprimento delle pene. Non è così: se c’è un risultato solido della ricerca empirica sulla devianza è che la gravità delle pene ha un effetto deterrente minimo, mentre ne ha uno molto più incisivo la probabilità di essere condannati, catturati o anche semplicemente disturbati. Ciò è tanto più vero in una situazione in cui è noto a tutti, e in primis ai criminali, che in Italia le pene sono e resteranno ancora a lungo puramente virtuali, visto che la magistratura è ingolfata di pratiche e mancano almeno 30 mila posti nelle carceri. È per questo che il nostro Paese è diventato la mecca del crimine.

Ecco perché oggi, con la gente che tende ad autorganizzarsi, la capacità delle istituzioni di «esserci» diventa la variabile fondamentale. Ma esserci come?

In attesa che i processi diventino più brevi e l’edilizia carceraria faccia il suo corso, a me pare che le uniche strade che possono dare risultati immediati siano il ripristino del controllo del territorio (non solo nelle regioni di mafia, ma anche in tante aree del Nord) e una massiccia opera di interferenza negli affari illegali della criminalità, dalla chiusura di attività al sequestro di beni alla confisca di patrimoni. Senza questa nuova visibilità dello Stato e delle istituzioni temo che il cambiamento delle leggi darà ben pochi risultati, e la «giustizia fai da te» verrà sempre più percepita come l’unica strada percorribile. Perché la «giustizia fai da te», come la mafia, prospera dove lo Stato si ritira o non fa il suo dovere. Abbiamo già un primo Stato, quello legale, e un secondo Stato, la criminalità mafiosa. Forse non è il caso di preparare le condizioni che potrebbero far sorgere il terzo Stato, quello dei cittadini esasperati.
Luca Ricolfi