Il fallimento degli Stati e l’assunzione di responsabilità individuale, Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 22 agosto 2011, www.ilmattino.it

Più o meno tutti, torniamo al lavoro. Un rientro strano, per molti il primo di questo genere. Si ritorna a lavorare con la consapevolezza di essere più poveri, e con la quasi certezza che i guai non siano affatto finiti qui.

E’ tutto diverso dall’ultimo “rientro in piena crisi”, quello del 2008. Allora a non avere più soldi, e a rischiare di fallire, erano le grandi banche d’affari (la più nota: Lehman). Oggi sono gli Stati. E la reazione psicologica delle persone è molto diversa.
Pochi credono che tutto dipenda da aspetti tecnici, come i mutui subprime all’origine della crisi di tre anni fa, o da oscure cricche finanziarie internazionali. Anche nelle prime sedute terapeutiche post vacanze, le persone sono preoccupate per gli enormi debiti pubblici, e la banalità dei discorsi dei governanti occidentali, titolari degli stessi.
Questa consapevolezza, che ispira le preoccupazioni delle persone che lavorano, crea in esse un atteggiamento psicologico nuovo. Anche se tutti hanno paura di tasse, balzelli, disordine, emerge l’intuizione che non si tratta di un “momento” ma di un vero e proprio passaggio, forse destinato a cambiare profondamente i sistemi economici e dunque la stessa vita dell’Occidente. Ciò conferisce alle persone anche più forza e determinazione.
Pochi si aspettano che i politici estraggano dal cappello un coniglio miracoloso, e i più preferiscono invece contare su di sé. Il pericolo fa sì che l’assumersi ogni responsabilità in prima persona appaia come l’unica mossa possibile, e la sola che potrebbe davvero cambiare la situazione.
Infatti, anche se il linguaggio della politica ha coperto questa realtà con ragioni ideologiche di vario tipo, la psiche umana sa bene, per un’intuizione elementare, che contare su ciò che non si ha (energie non tue, denari che non hai guadagnato, eventi che non si sono prodotti), mette chi lo fa in una posizione molto pericolosa, che può portare alla rovina. E’ la reazione elementare per la quale il generale De Gaulle, non un vero politico né un economista, ma dotato di buon senso contadino, richiamato al potere dai francesi, pretese il saldo in oro, con periodicità fissa, dei debiti prodotti nel periodo in dollari, moneta che già negli anni 60 del secolo scorso riteneva troppo indebitata.
Cinquant’anni dopo scoppia (come molti prevedevano già allora) la “bolla” dei debiti sovrani. E le persone, in Italia come negli altri paesi, più o meno a malincuore, ricominciano a progettare contando soprattutto sulle proprie forze.
I fallimenti degli Stati che hanno assunto ormai da tempo la fisionomia ambigua di genitori scialacquatori e disordinati, corrotti come quasi sempre accade ai bancarottieri, richiamano i cittadini ad assumersi le proprie responsabilità.
A differenza delle “crisi tecniche” (di origini poco comprensibili), quella attuale, dalla natura assai più chiara, non sembra suscitare reazioni di tipo depressivo, o lamentoso, ma operativo. Quando le navi si incrinano pericolosamente, è più interessante capire come salvarsi che indagare sulle colpe degli ufficiali. E’ questo l’atteggiamento, piuttosto spregiudicato e vitale, che sembra presiedere al nostro rientro. Tra le tante difficoltà si fa strada una quasi-certezza: sbaglia chi conta su forze e risorse che non ha.
L’antico sapere del padre di famiglia condiviso istintivamente dall’animale impegnato nella lotta per la vita, ritrova la sua secolare dignità. Non è certo la fine dei problemi, ma è un inizio.


Claudio Risè, Diario di bordo, Ecoterapie contro la depressione

La riscoperta della relazione tra degrado e carattere artificiale dell’ambiente in cui si vive, e sviluppo di forme depressive segna un cambiamento rispetto agli orientamenti terapeutici degli ultimi quarant’anni, che avevano guardato alla depressione come a una malattia di natura organica e biologica. Secondo questi nuovi orientamenti si torna a osservare anche l’aspetto sociale di questi disturbi, derivante dal modello di cultura delle società postindustriali e dagli stili di vita proposti.

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intero articolo qui:

Diario di bordo :: Ecoterapie contro la depressione :: April :: 2011.


Claudio Risè, Liberare l’amico di Facebook

Facebook è il diavolo? Ai sospetti presenti fra genitori già iperpreoccupati s’è aggiunto adesso il parere dell’importante filosofo inglese Roger Scruton. In un saggio pubblicato sul bimestrale culturale cattolico Vita e Pensiero, infatti, il filosofo accusa il network più amato dagli adolescenti (ed anche dai grandi), di “demolizione radicale della relazione personale”.
La questione è veramente così grave? È arrivato il momento di allontanare i ragazzini anche da Facebook?
L’argomento principale di Scruton è che “gli amici” di Facebook non sono veramente tali. Spesso, infatti, non si conoscono neppure personalmente, a volte è il titolare della pagina che ha richiesto l’amicizia, a volte è l’”amico” che chiede di essere accettato come tale. Tutta questa “facilità” nel diventare amici su Facebook toglierebbe però consistenza alla relazione virtuale, ben diversa dalla “vera” amicizia.
Tutto ciò, naturalmente, è verissimo. Ma non è esclusiva “colpa” di Facebook, e neppure del “mondo virtuale” e della rete Internet. Infatti ogni amicizia, maturata in una qualsiasi comunità, la scuola, il lavoro, un determinato gruppo sociale, dovrà fare le sue prove prima di rivelarsi veramente tale.

da: Diario di bordo :: Liberare l’amico di Facebook :: April :: 2011.


Le rivolte nordafricane e l’inconscio collettivo, di Claudio Risè

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Nelle immagini provenienti dal Nord Africa la forza più evidente trasmessa a chi le osserva è quella del movimento. In piazze rimaste a lungo immobili, ad eccezione del traffico di auto, persone e piccoli commerci, si riversano di colpo grandi masse, che chiedono cambiamenti profondi in regimi rimasti pressoché uguali da molti decenni.
Queste persone emozionate, arrabbiate, desiderose di trasformazioni che probabilmente neppure loro intravedono con chiarezza al di là dell’immediato bisogno di cibo a minor prezzo, fanno risuonare dentro di noi due aspetti contrastanti. Da una parte l’istinto di conservazione, la paura di venire travolti da qualcosa di irrazionale e distruttivo, che potrebbe sconvolgere le nostre vite. Dall’altra si fa avanti il bisogno di cambiamento, presente in noi con intensità e direzioni diverse in ogni fase della vita, e sostenuto anche dal processo biologico di continua distruzione e contemporanea rigenerazione delle nostre cellule cerebrali, e quindi della nostra stessa personalità. Non è possibile star fermi, non cambiare, senza cadere nella malattia psichica, o fisica, od entrambe.
Questo fatto, che caratterizza ogni vita umana, nella quale il benessere è legato al riconoscere l’ineluttabilità del movimento e del cambiamento, e all’impegno personale nel realizzarlo, appare anche nella vita delle grandi organizzazioni degli uomini:

da: Diario di bordo :: Le rivolte nordafricane e l’inconscio collettivo :: March :: 2011.


Claudio Risè, Tecnica e artigianato per l’occupazione

Non è chiaro se il più pericoloso difetto degli italiani sia la vanità o l’astrattezza. Solo, infatti, con la vanità, o la testa nelle nuvole si spiega come mai mentre in Inghilterra, Spagna e Scandinavia il 50% degli studenti sceglie una formazione tecnica, da noi non si arriva neppure al 40%. Peccato, però, che soprattutto di tecnici hanno bisogno le industrie, il commercio, e i servizi: l’anno scorso cercavano 235 mila diplomati tecnici o professionali, ne hanno trovato la metà.
In compenso, migliaia di neolaureati rimangono disoccupati, o vengono assunti in posizioni precarie e sottopagate. Decine di migliaia, poi, si perdono nell’iter di studi faticosi e spesso per loro incomprensibili (licei e università), finendo con l’ingrossare un esercito di giovani che non lavorano, né studiano, drammatica incognita per il futuro del paese, oltre che per il loro.
A poco servono i richiami delle associazioni di imprenditori, indeboliti dalla mancanza di maestranze formate, e quelli degli stessi sindacati, paralizzati dall’assenza di personale che corrisponda al sistema produttivo.
Il mito del “pezzo di carta” (la laurea) rimane saldo, sostenuto soprattutto (a quanto risulta da ogni ricerca sul campo), dalle convinzioni delle famiglie, che preferiscono un figlio laureato dopo un lunghissimo iter scolastico, col rischio di restare disoccupato per anni, ad un figlio diplomato, e autonomo già prima dei 18 anni.

segue qui:


Claudio Risè, La tecnica al servizio della regressione

Una messicana cinquantenne ha partorito la settimana scorsa un bambino concepito col seme del proprio figlio. Non si tratta però, tecnicamente, di incesto, ma delle possibilità dell’ingegneria genetica di realizzare i desideri. Il figlio della madre-nonna, infatti, è un imprenditore trentunenne omosessuale, e il bimbo è stato concepito in provetta con il suo seme e con un ovocita donato da un’amica. La donna ha offerto il proprio utero per farlo nascere. Una storia di dono e generosità.
La nonna voleva un nipotino, e l’ha avuto. L’uomo voleva un figlio, ed è accontentato. L’amica ha donato il suo uovo con piacere. Lo scenario, molto postmoderno, è quello di una molteplicità di desideri in sé difficili, realizzati attraverso la cooperazione di persone che si vogliono bene e della sapiente ingegneria riproduttiva.
In questa fiaba tecnoscientifica, che la nonna-mamma ha detto di essere ansiosa di poter raccontare al bambino per mostrargli questa sua storia così speciale e meravigliosa, c’è però un furto. Inequivocabile, sicuro, per certi versi autonomo delle variegate obiezioni morali che molti muoveranno a questo evento, e ai suoi protagonisti. Si tratta del furto della madre.

segue qui:


Claudio Risè, Come allontanare i giovani dalla droga :: September :: 2010

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Anche in Italia (come negli altri grandi paesi europei), nell’ultimo anno si è finalmente registrato un significativo calo dei consumi di tutti i principali stupefacenti. Si è così invertita quella costante tendenza all’aumento all’uso di droga che preoccupava molti, dai genitori più attenti alla Ue.
Sono dati che danno speranza. Per la cannabis, ad esempio, la droga di «decollo» verso tutte le altre (oltre che la più usata nel mondo), il consumo negli ultimi 12 mesi è diminuito nella popolazione generale del 63%, ed in quella degli studenti dai 15 ai 19 anni del 21% (per l’eroina il calo è stato del 15.4, e per la cocaina del 16.7). Non è solo per la crisi; altri consumi ”ricreativi“ giovanili non sono diminuiti. È qui evidente, invece, l’effetto dei drug test per i lavoratori con mansioni rischiose, per chi chiede la patente o patentino; dei test su strada (finalmente si fanno in più di 30 dei maggiori comuni italiani: ma non basta).
Questi interventi hanno mostrato alla popolazione che lo Stato (non solo a parole) è davvero contrario a che le persone si droghino, e determinato a controllare il fenomeno non solo con saltuarie operazioni di polizia, ma con controlli sistematici sulla vita dei cittadini. Come era già accaduto in altri Paesi, a cominciare dagli Usa, la popolazione ha reagito, cominciando ad allontanarsi dai comportamenti vietati.

vai all’intero articolo:

Diario di bordo :: Come allontanare i giovani dalla droga :: September :: 2010.


Claudio Risè, Il maschio è debole e la donna divorzia


I dati statistici mostrano però una realtà ben diversa: nel 2008 nel 75% dei casi (tre su quattro) la separazione è stata chiesta dalle donne. Una percentuale in rapido aumento: dieci anni fa erano il 65%.

Questi dati mostrano come separazione e divorzio vengano utilizzati nel quadro di una crescente sicurezza femminile rispetto all’uomo. Le probabilità dell’uomo di venire lasciato aumentano quando il miglioramento della posizione della donna coincide con difficoltà del maschio, sia nel suo sviluppo formativo e professionale che nelle sue vicende lavorative.
La debolezza maschile spesso si manifesta anche nel carattere gravemente esasperato e infantile delle sue proteste, come nelle aggressioni alle donne che lo hanno abbandonato, seguite a volte da atti suicidali. Lei non vuole vivere con lui, e lui non può accettare che lei viva, né di sopravviverle dopo essere stato lasciato.

Non è tanto il miglioramento della posizione economica delle donne nella società (ancora molto relativo) a spiegare la loro maggiore iniziativa nelle separazioni e divorzi. L’origine del fenomeno va piuttosto vista nell’indebolimento complessivo dell’iniziativa, dell’autorevolezza e anche del fascino maschile, e nella crisi della figura paterna che ne è all’origine.
Dalla fine della prima guerra mondiale in poi, per complesse vicende storiche, politiche e antropologiche, i padri non hanno più trasmesso ai figli un codice, un saper fare ed essere maschile che è andato via via perdendosi. Ciò ha reso gli uomini più confusi e meno attraenti, costringendoli a ricercare una nuova maschilità, autentica, senza più limitarsi ad opporsi all’autoritarismo patriarcale, ma esprimendo una capacità di visione e di azione positiva.

vai all’intero articolo:

Diario di bordo :: Il maschio è debole e la donna divorzia :: August :: 2010.


Diario di bordo :: Divorziare da vecchi :: July :: 2010

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Oggi invece continua ad aumentare il numero degli sposati che, fra i 40 e i 50 anni, decidono di uscire dal matrimonio.
A giudicare dalle ultime rilevazioni dell’ISTAT, relative al 2008, separazione e divorzio sono sempre meno misure riparatrici di un errore giovanile, e sempre di più “mature” decisioni di uscire dal legame coniugale e dalla famiglia che si era costruita nella prima metà della vita.

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l’intero articolo qui: Diario di bordo :: Divorziare da vecchi :: July :: 2010.


Claudio Risè, Austerità e cambiamento 2010

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Le resistenze dell’Italia ad accettare uno scenario di austerità non sono strane. La ricchezza e il benessere italiano sono troppo recenti per lasciar spazio senza difficoltà a una visione più austera. D’altronde il mondo intero stenta ad accettare che questa crisi chiuda davvero l’epoca della ricchezza costruita sui debiti, per costruirne una più solida e più giusta.
Ora, però, anche da noi lo scenario è tracciato, e lo sforzo di cambiamento può cominciare.

l’intero articolo qui:

Diario di bordo :: Austerità e cambiamento


Claudio Risè, Ronaldo, papà solo. O solo papà? :: July :: 2010

Nel dibattito pubblico sembra che non sia necessaria la presenza di un padre e di una madre, per educare. Sono considerati come dei ruoli.
È in atto da anni una massiccia campagna di persuasione sull’inutilità della coppia genitoriale. La sua funzione può essere svolta, secondo questa tesi, da una o più persone, non importa di quale sesso, e non necessariamente legate al processo che ha portato alla generazione del bimbo. La tesi è essenzialmente funzionale all’avvento della società post-naturale, con elementi sempre più spesso ed ampiamente “fabbricati” (anche riferiti all’essere umano), e organizzata sempre più secondo dispositivi burocratici (autorizzazioni amministrative, legislative, o giudiziarie). Piuttosto che secondo i processi naturali e simbolici, che hanno tradizionalmente ed universalmente presieduto alla trasmissione della vita e della crescita dell’essere umano.

Diario di bordo :: Ronaldo, papà solo. O solo papà?


Claudio Risè, La nostalgia d’amore degli adolescenti :: July :: 2010

Forse il cinismo ha davvero stancato le nuove generazioni. Le strade delle città sono piene di: «Ti amo, mia principessa», di scritte-ricordo del primo bacio tra i due, di scuse di maschi forse anche troppo inginocchiati.
Comunque il bullo, il menefreghista, il villano, va poco, e solo tra le ragazze un po’ problematiche. Le altre vogliono amore, fedeltà, sentimento, come quelli offerti dai fidanzati-vampiri degli ultimi, gettonatissimi, film. È corsa all’innocenza anche tra i maschi.
Anche fra i ragazzi, infatti, tramonta l’interesse per le mini-vamp, e torna il fascino della ragazzina acqua e sapone.

l’intero articolo qui:

Diario di bordo :: La nostalgia d’amore degli adolescenti :: July :: 2010.


Claudio Risè, L’equivoca “empatia” e la caccia ai vampiri

….. L’empatia in cui sono cresciuti ha loro impedito di trovare veri argomenti contro l’autorità; ma quindi anche verso le proprie debolezze o passività. Facendo spazio «empaticamente» alla posizione di insegnanti e genitori, non hanno più spazio per sé: per credere nelle proprie trasgressioni, e in questo modo riconoscerne le criticità, consumarle, e poi gettarle via.

Non a caso il cinema e la letteratura di fantascienza da più di vent’anni presenta (con sempre maggior successo) questi personaggi invasivi, i Cyborg, gli Avatar, che ti entrano dentro e poi ti controllano. Anche la nuova popolarità della figura del vampiro, che cibandosi di te ti rende simile a lui, ripresenta questa situazione, che è contemporaneamente un desiderio ed una grande paura: l’amore come fusione con l’altro, dove tu perdi la tua identità e diventi immortale, ma anche morto alla vita della luce, acquisendo un’identità fredda e notturna  …..

vai a: Diario di bordo :: L’equivoca “empatia” e la caccia ai vampiri :: June :: 2010.


Claudio Risè, L’effetto degli scandali nella psiche individuale e collettiva, in Il Mattino di Napoli

Che effetto ha sulla psiche individuale e collettiva l’enfasi data dai media alle storie di corruzione, e agli usi e costumi dei corrotti o supposti tali?A giudicare da sogni e vissuti riferiti in psicoterapia parrebbe che trascrizioni di conversazioni senza scrupoli, ricostruzioni dettagliate di abitudini perverse e illegali generino soprattutto un vissuto depressivo. Le persone si sentono come accerchiate dal male, ed hanno l’impressione che non ci sia nulla da fare per cambiare la situazione.Questa sensazione è generata sia dal ripetersi incessante di questo tipo di episodi, sia dal fatto che finora la maggior parte delle persone presentate inizialmente come colpevoli è stata poi assolta nei diversi livelli di giudizio. Ciò crea spaesamento e depressione un po’ in tutti  …. segue qui:  Editoriali & altro …: L’effetto degli scandali nella psiche individuale e collettiva

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Claudio Risè, in quanto maschio, tuo figlio dovrà identificarsi, attraverso un processo (“di identificazione”, appunto), nel quale l’aspetto sessuale è fondamentale | in Psiche lui

[...] con te, in quanto maschio, tuo figlio dovrà identificarsi, attraverso un processo (“di identificazione”, appunto), nel quale l’aspetto sessuale è fondamentale. Dunque tu devi presentare il tuo corpo ( per ora il modello del suo), in tutta naturalezza, come qualcosa di bello e importante, di cui aver cura ed essere fieri. In tutto ciò poi il pene-fallo è essenziale, perché produttore della vita e centrale nella simbolica maschile, esattamente come la vulva (la mandorla delle immagini sacre), lo è di quella femminile.

l’intero spunto di riflessione e la conversazione con Claudio Risè qui:

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Claudio Risè, Lavorare tutta la vita, godendosela

Tra le industrie in pieno sviluppo, c’è quella della seconda metà della vita: come prepararvisi, cosa farne, come organizzarla. In poco più di mezzo secolo, questo periodo dell’esistenza, è diventato, da geniale intuizione dello psicologo Carl Gustav Jung (il primo che l’ha nettamente distinto dal resto della vita), un fenomeno economico, sociale, mediatico.Comincia a circa 35 anni, e va avanti fino alla fine, cioè (con le attuali aspettative di vita), ben più del doppio della prima. Jung la «scoperse», notando che i pazienti da quell’età in poi sviluppano problemi diversi da quelli dei ventenni. Mentre i giovani sono proiettati verso l’esterno (la carriera, la coppia, la casa, il successo, lo status sociale), dai trentacinque anni (circa) in poi la psiche presenta, in modi diversi per ognuno, una domanda di senso dell’esistenza, che pone problemi, e inquietudini diverse.

SEGUE:

Diario di bordo :: Lavorare tutta la vita, godendosela :: April :: 2010

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Claudio Risè, Zygmunt Bauman: l’individuo tra comunità e solitudine

[..] La rappresentazione della realtà globale proposta da Bauman contiene anche confusioni, e a volte semibanalità. Ben diversa, sugli stessi temi, la precisione di Serge Latouche (di cui Arianna pubblica ora: L’invenzione dell’economia, con postfazione di Pietro Montanari), cui manca, però, il sostegno del network editoriale e universitario anglosassone, di cui dispone Bauman. Ciò non toglie, come ha osservato lo junghiano Etienne Perrot su Etudes, che “La tesi fondamentale di Bauman, vale a dire la mondializzazione vista come sovversione dei territori per opera dello spazio mercantile, rimane solida”, anche se non l’ha scoperta lui. Bauman l’ha illustrata, tra l’altro, anche in Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza.Questa “sovversione dei territori”, non solo e non tanto fisici, quanto psicologici, e culturali, e i rischi da essa prodotti sull’individuo (un tema già impostato, con minor drammaticità, nei lavori di Anthony Giddens), porta Bauman ad affrontare la questione cui sono dedicati in buona parte i suoi ultimi lavori.Come quella Voglia di comunità (Missing Community, nel testo inglese), pubblicato ora da Laterza. In esso Bauman, fedele alla vocazione utilitaristica della sua riflessione, propone un ritorno, dall’ anarchia postmoderna, ad “una comunità intessuta di comune e reciproco interesse”. Gli interessi però, come sapeva bene non solo Ferdinand Tönnies, ma anche Max Weber, non bastano a convincere gli individui ai sacrifici necessari alla comunità. Quest’opus assai più impegnativo richiede la condivisione di un sistema simbolico. Una questione che Bauman non può affrontare davvero,

l’intero articolo qui: Diario di bordo :: Zygmunt Bauman: l’individuo tra comunità e solitudine :: April :: 2010

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Claudio Risè, Serge Latouche: l’economia che ammala

[...]  All’incrocio di queste diverse discipline, e di altre, come la filosofia e l’epistemologia, si colloca l’opera di Serge Latouche, di cui è stato ora pubblicato da Arianna L’invenzione dell’economia, mentre Bollati Boringhieri, suo editore abituale, aveva pubblicato alla fine dello scorso anno: La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea. I saggi di Latouche pubblicati in L’invenzione dell’economia andrebbero accuiratamente studiati, tra gli altri, dagli psicoterapeuti, per comprendere come fare a liberare il contemporaneo nevrotico “oeconomicus” dalle sue ossessioni dominanti  [...]

[...] La progressiva autonomia dell’economia dalla vita nel suo complesso è dovuto secondo Latouche allo sviluppo unilaterale manifestatosi da un certo punto in poi nella ragione occidentale. Egli ricorda che la ragione aveva presso i greci due aspetti: il logos, e la phronesis, la saggezza. Latouche pensa che nel pensiero dell’Occidente moderno, il logos sostituisce del tutto la phronesis e diventa “razionalità calcolante”: quella del calcolo economico. Che tuttavia, avendo perso di vista la saggezza, e la vita nel suo complesso, è sempre meno in grado di spiegarla e rappresentarla. Se non cercando disperatamente di ridurre la vita a calcolo: e quanto innaturale e produttiva di malessere sia quest’operazione è appunto ciò che l’operatore della psiche attento deve constatare ogni giorno …

l’intero articolo qui: Diario di bordo :: Serge Latouche: l’economia che ammala :: April :: 2010

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Claudio Risè, Come imparare dai fallimenti

[..]  È proprio quando ci dimentichiamo, infatti, del passaggio amaro del fallimento, che incorriamo poi nei disastri più difficili da rimediare.
Ogni volta che l’economia ha creduto di poter evitare il ciclo depressivo (il ristagno e la discesa dei guadagni e dei corsi di Borsa), è entrata in crisi solo lentamente rimediabili: e noi siamo in una di quelle. Ogni volta che un impero ha creduto nella propria eternità, è poi franato miseramente, anche in tempi rapidi.
Soprattutto però, come si ripeteva negli esercizi del venerdì di passione, è a livello psicologico che l’insegnamento della sconfitta e della perdita dà i suoi frutti più preziosi.
La formazione della personalità è una sequela di perdite. Il bimbo deve lasciare l’infanzia per diventare adolescente; poi anche l’adolescenza dovrà essere abbandonata per diventare giovani; quindi la giovinezza verrà persa per ottenere la maturità, e così fino alla fine.
Se si pretende di aggirare il dolore della perdita, la nuova condizione psicologica non verrà mai veramente raggiunta, e avremo quell’ibrido di adulto infantilizzato e capriccioso che domina le cronache e la vita quotidiana di oggi.[..]

Diario di bordo :: Come imparare dai fallimenti :: March :: 2010

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Claudio Risè, Sessualità a rischio nella coppia

L’amore nella coppia è in difficoltà. Secondo una società inglese specializzata in sondaggi comportamentali il 27 per cento degli uomini a letto ricorre a scuse diverse per evitare l’incontro sessuale proposto più o meno esplicitamente dalla compagna. La percentuale delle “astensioni con menzogna” scende invece tra le donne al 18 per cento. Abbastanza per mettere in forse l’immagine dei maschi come ossessionati dal sesso, e delle donne come perennemente in fuga. Ma non è tutto qui.
La situazione delle coppie conviventi, a quanto risulta in psicoterapia, è peggiore, perché moltissime donne non hanno neppure l’opportunità di mostrare i propri desideri. Il compagno, infatti, le prende (per così dire) per sonno, piazzandosi davanti alla TV (dove a volte si addormenta) e affacciandosi poi alla camera da letto solo quando lei sta già dormendo.
Il quadro, però, è più complicato. L’uomo, infatti, non esaurisce la sua sessualità con la sonnolenza televisiva, o dichiarando mali (l’emicrania), che una volta mascheravano l’assenza di desiderio della donna. Al di fuori della coppia ufficiale, infatti, come provano infiniti fatti di cronaca oltre all’intensa attività delle “chat” internettistiche, l’uomo spesso si sveglia e recupera capacità di iniziativa a volte eccessive, e spesso imprudenti.
Grazie alla connessione alla rete anzi, questa trasformazione dell’uomo da compagno annoiato a cacciatore spregiudicato si realizza spesso a pochi metri dalla camera da letto rifiutata  [ ....]

Coppie che non riescono nell’intimità a liberarsi dell’aspetto impegnativo, ripetitivo e necessariamente limitato, della loro vita quotidiana. E’ come se le donne disponibili delle chat, le “escort” e professioniste di vario tipo e di diverse provenienze, distraessero con la loro presenza costante, dal progetto d’amore paziente e profondo della coppia. Una seduzione simile è, del resto, esercitata sulla donna dai “maschi della rete”, sorta di sirene al maschile appostati in cerca di conquiste (e spesso prede essi stessi).
La coppia che sopravviverà sarà più forte, e più allegra. Ma deve farcela.

L’INTERO ARTICOLO QUI: Diario di bordo :: Sessualità a rischio nella coppia :: February :: 2010

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Claudio Risè: Libri


Gli ultimi libri


C. Risé – M. Paregger
Donne selvatiche. Forza e mistero del femminile
Sperling & Kupfer, 2006

Maschio amante felice
Sperling & Kupfer, 2005

La crisi del dono.
La nascita e il no alla vita

San Paolo Ed. 2009
ultimo libro

Cannabis. Come perdere la testa
e a volte la vita

San Paolo Ed. 2007

Il mestiere di padre
San Paolo Ed. 2004
terza edizione

Felicità è donarsi
contro la cultura del narcisismo
e per la scoperta dell’altro

Sperling & Kupfer Ed. 2004
quarta edizione


Il padre
l’assente inaccettabile

San Paolo Ed. 2003
settima edizione

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“Donne selvatiche” dopo sei edizioni italiane è stato tradotto in tedesco

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Claudio Risé, Capitalimo, recessione criminalità, da “Il Giornale”, 9 gennaio 2010, www.ilgiornale.it

Claudio Risé, da “Il Giornale”, 9 gennaio 2010, www.ilgiornale.it

Con la recessione aumentano (negli Stati Uniti e altrove) poveri e disoccupati, ma crollano i crimini. Con grandissimo stupore di criminologi e sociologi che fin dai primi licenziamenti del 2008 avevano previsto il contrario. In realtà, negli Usa, con più di 7 milioni di posti di lavoro persi, il livello di criminalità è arrivato al punto più basso da cinquant’anni.
Il Wall Street Journal ha dedicato all’evento una pagina, decretando la morte di una delle teorie sociologiche più diffuse, che spiega come la causa della criminalità siano l’ineguaglianza dei redditi e la povertà. È accaduto invece che ineguaglianze e livelli di povertà sono aumentati, e i crimini diminuiti. Come mai?
Perché la teoria: povertà uguale criminalità, era sbagliata …

Non solo però per muovere guerra, ma anche per delinquere, ci vogliono soldi, energie. ….. Se la ricchezza si contrae, anche l’azienda-crimine riduce le attività.

Anche il terrorismo internazionale, che costa un mucchio di soldi, ha potuto svilupparsi quando i Paesi che lo ispirano hanno cominciato a disporre di ingenti capitali, tanto da poterli buttar via. Quando non c’erano i petrodollari il terrorismo era affidato a qualche anarchico, che in genere pagava di tasca sua singoli attentati a sfortunati sovrani, recandosi in terza classe sul luogo del delitto.
E i poveri, allora? I poveri non c’entrarono mai nulla, con l’incremento del crimine. …

Certo, i poveri cercano di diventare ricchi, ma raramente perdono la testa quando devono fare un passo indietro, in una condizione già nota, e di cui riconoscono la dignità (in genere sconosciuta all’intellettuale radical-borghese che la filtra attraverso i propri sensi di colpa).
Si sa da tempo: il popolo è più onesto e più coraggioso dei suoi paladini.

in:

Fonte: [Il Giornale]

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Claudio Risè, Maternità e lavoro

… Il fatto è che si è fatta strada nelle donne, ma prima ancora nel modello presentato da media e dibattiti pubblici, l’idea che l’impegno professionale, e l’attività di crescita dei bambini siano due lavori equiparabili. Coi loro classici parametri professionali: obiettivi, capacità di raggiungerli, tempi impiegati, costi, ricavi. Di qui frustrazioni infinite per le mamme.
Con i figli, infatti, gli obiettivi si rivelano difficili da ottenere in tempi stabiliti. I bambini sono spesso riluttanti a collaborare. Soprattutto però, diversamente dal lavoro, la cura materna è piena di aspetti non calcolabili: malattie, interazioni con altri (bimbi, i loro genitori, i propri stessi familiari, gli educatori), che rappresentano variabili imprevedibili, a differenza dell’ufficio, dove si è tenuti a comportamenti più o meno standard.
Il fatto è che stare e crescere i bambini è una situazione completamente diversa dalla professione. Il lavoro è caratterizzato dal fare: si compiono delle operazioni, sulla base delle proprie competenze, per ottenere risultati concreti: aumenti di stipendio, carriera, visibilità, prestigio. Accogliere e crescere i bambini ha invece al proprio centro non un fare, ma un essere: essere con loro, per loro, trasmettergli questa consapevolezza, su cui si fonderà poi tutta la loro sicurezza nello stare con gli altri, nella società (gli altri bambini, gli educatori, i maestri).
Nell’essere con i bambini (non il «lavorare» per loro), ogni risultato dipende innanzitutto da quanto pienamente tu sei con loro, ed essi lo percepiscono. Se il bimbo avverte con certezza la sensazione che tua madre è con te, ti ama per come sei e non a seconda di quanto ti mostri plasmabile dalle sue richieste, ogni problema prima o poi si risolve …

vai a:
Maternità e lavoro

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Claudio Risè, Adattarsi e reagire, la forza degli italiani

Il narcisista non vuole affatto adattarsi, ma vincere, sbaragliare. Non calcola, preferisce giocare, e rischiare. La grande crisi è nata da questa passione per scommesse finanziarie diventate sistema, per il disprezzo verso ogni attenzione al limite, al dato di realtà, alla misura. Tutte cose che il narcisista non sopporta perché lo costringono a fare i conti anche coi propri limiti, a preferire la mediocrità al disastro, insomma a dare spazio alla realtà, agli altri, invece di guardare solo a sé stesso, ed a quelli che lui crede essere i propri desideri (e invece non sono spesso che manie di grandezza, nel tentativo di bilanciare profonde insicurezze).L’italiano di cui il rapporto Censis descrive comportamenti e preoccupazioni è molto diverso da questo personaggio, che ha inventato i meccanismi che hanno prodotto la crisi, e vi ha anche affidato risorse e risparmi, propri e degli altri. L’italiano adattativo-reattivo non si abbatte, ma neppure nega la realtà: se perde il lavoro se ne inventa un altro (accettando anche un «lavoretto»), tira i remi in barca, chiede aiuto alla famiglia, fa debiti modesti, per finanziare spese altrettanto modeste.Anche le tensioni sociali si adattano alla circostanze: per esempio calano gli scioperi, che si scontrerebbero con interlocutori deboli, non in grado di fare concessioni significative. Ed aumentano, invece, le liti condominiali, dove si può scaricare aggressività senza correre troppi rischi.

Diario di bordo :: Adattarsi e reagire, la forza degli italiani :: December :: 2009

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Claudio Risè, La natura è cattiva?

….. Oggi, gli «attacchi della natura matrigna», come le bombe d’acqua che hanno sconvolto pochi giorni fa l’entroterra di Messina, sono solo il risultato dell’incuria e del disprezzo che l’uomo ha mostrato verso l’ambiente in cui abita, che lo nutre e lo fa respirare.
Alla base di questo disprezzo c’è una scissione psicologica, sviluppatasi nella modernità fino ad arrivare a quelle contemporanee malattie della passione settimanalmente segnalate da questa rubrica, e per certi versi annunciate e celebrate proprio da Sade, con i suoi corpi sottomessi al potere della mente, delle idee.
Il fatto è che la natura non è altro, diverso da noi; noi stessi siamo, anche, natura. La manipolazione e sottomissione dei corpi, desiderata e praticata dalla filosofia sadiana, è una delle forme della manipolazione e sottomissione della natura praticata dalla modernità. Lo comprese perfettamente Pasolini, che denunciò la «scomparsa delle lucciole» nella natura avvelenata, e (nel suo Salò, o le 120 giornate di Sodoma), la manipolazione e sfruttamento dei corpi da parte del potere delle ideologie.
La natura è il corpo della terra vivente, così come il nostro corpo è il luogo in cui si sviluppa la natura umana, coi suoi affetti, i suoi desideri, le sue sensibilità ……

tutto l’articolo qui:

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L’infelicità femminile Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 28 settembre 2009, www.ilmattino.it

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 28 settembre 2009, www.ilmattino.it

Diario di bordo :: L’infelicità femminile :: September :: 2009

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Claudio Risè, La droga e il declino

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Come salvare i «ragazzi né-né» Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 20 luglio 2009, www.ilmattino.it

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Claudio Risè, L’identità nel cognome

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Susanna Dolci intervista Claudio Risé su “La crisi del dono. La nascita e il no alla vita“, per “il Fondo Magazine” di Miro Renzaglia

Susanna Dolci intervista Claudio Risé su “La crisi del dono. La nascita e il no alla vita“, per “il Fondo Magazine” di Miro Renzaglia

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Claudio Risé: La crisi del dono. La nascita e il no alla vita (San Paolo Edizioni, 2009)

Claudio Risé: La crisi del dono. La nascita e il no alla vita (San Paolo Edizioni, 2009)

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Claudio Risè, La crisi economico-sociale e le virtù dell’etica

La passione per l’etica, tuttavia, è molto diversa dal moralismo, che fiorisce anche in persone corrotte. Il moralista condanna i vizi privati degli altri, che spesso rispecchiano propri aspetti inaccettabili e inconfessati, anche a se stesso. Caratteristica del moralista, è, ad esempio, l’apparente disprezzo per i ricchi: sintomo frequente della propria inconfessata avidità.La personalità etica invece non si interessa delle debolezze individuali, sapendo che ben pochi ne sono privi, ma è fortemente interessata all’interesse pubblico, che condiziona la felicità, o il malessere, di tutti quanti.

  1. Diario di bordo :: La crisi economico-sociale e le virtù dell’etica :: March :: 2009
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Claudio Risè: L’impossibilità di prevedere il futuro

Diario di bordo :: L’impossibilità di prevedere il futuro :: January :: 2009

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Il senso della sconfitta di Claudio Risè

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 21 aprile 2008, www.ilmattino.it

Che fare della sconfitta? Per ognuno di noi, si tratta di un’esperienza non evitabile. Anche la persona di maggior successo, ogni tanto subisce il gusto amaro della sconfitta. Churchill, uno dei vincitori del secolo scorso, fu sconfitto più volte. Anche i vincenti di oggi, politici, sportivi, scienziati, a volte vengono clamorosamente battuti nelle loro prove. A ben guardare, anzi, si scopre che ciò che fa di qualcuno un vincitore è proprio la sua capacità di perdere, e di rialzarsi.
Cos’è, però, che aiuta a trasformare la sconfitta in un momento di potente ricarica? Il primo fattore, indispensabile, è l’amore per la vita. Chi ama la vita in quanto tale, è aiutato nel volgere in positivo ogni esperienza, perché, dato che è la vita che gliela offre, la considera sempre un dono, di qualsiasi cosa si tratti, sconfitta compresa. Chi ama la vita così com’è non sta a discuterla in continuazione. Egli sa bene che ogni cosa se l’è meritata, e gli capita per insegnargli qualcosa. Come un generale lucido, non perde tempo ad esecrare il nemico vincitore, ma analizza con cura l’elenco dei propri errori.
La sconfitta, che arriva spesso dopo un periodo di vittorie e successi, diventa così un prezioso riequilibratore dell’umore e del senso della realtà del soggetto, che prima tendeva a sbilanciarsi dal lato dell’euforia e dell’ottimismo, camminando nelle nuvole dei propri sogni, e dimenticando di verificarli con la dura realtà.
Per amare la vita così com’è, con le sue difficoltà, e non come vorremmo che fosse, per mettere a frutto le esperienze di scacco che la vita quotidiana ci offre, è necessario uscire dal mito moderno secondo il quale la vita sarebbe una successione di acquisizioni, di vittorie, e che quando così non è ciò significa che sei soltanto un “perdente”. Teoria falsa e diseducativa (anche se molto in voga nella psicologia troppo facile), che quando va bene ti ubriaca col successo e ti fa perdere il contatto con la realtà, e quando poi arriva l’inevitabile legnata ti precipita nella depressione.
In realtà, più che le acquisizioni e le vittorie, ciò che ti tempra più saldamente sono appunto le sconfitte e le perdite. E’ nel confronto con quei momenti difficili che la personalità cresce davvero, e che le tentazioni del narcisismo (se affronti la situazione con coraggio e realismo) si sciolgono una volta per tutte. E’ allora, tra l’altro, che si costruisce una vera e salda autostima, in grado di sorreggerti stabilmente.
Da questo punto di vista, una sconfitta elaborata positivamente è molto più utile e formativa di tante terapie, con il loro rischio di farti vedere che, in fondo, sei tu che hai ragione (il che può anche essere, ma tanto è la sconfitta la vera prova di realtà), impedendoti così di cambiare e di addestrarti per bene per la prossima occasione.
Nella vita di ognuno di noi, la figura più adatta a trasmetterci il sapere della perdita è il padre, così come la madre ci trasmette il sapere opposto: quello dell’avere, dell’ottenere, di soddisfare i nostri bisogni. E’ anche per questo che, nel nostro mondo occidentale di padri assenti, o allontanati da casa dalle separazioni e divorzi, è sempre più difficile trovare chi sa trasformare la sconfitta in un’esperienza positiva.
Tuttavia, in ogni momento di sconfitte diffuse, come ad esempio il dopo elezioni, consola vedere che qualcuno che sa perdere bene c’è sempre. Come riconoscerlo? E’ chi non dà la colpa ai vincitori, o alla gente che non l’ha votato, ma, senza parlar tanto, si mette a pensare, e cerca di capire. Sono tipi così, quelli che in futuro potranno vincere.


«Dimmi, cosa ti strugge?» Claudio Risé, da “Tempi”, 10 gennaio 2008, www.tempi.it

Scrive Claudio Risè in tema di fragilità e amore:

«Dimmi, cosa ti strugge?»

Claudio Risé, da “Tempi”, 10 gennaio 2008, www.tempi.it

Scrivere – mi è più evidente adesso, mentre riprendo questa rubrica dopo l’interruzione di fine anno – è questione delicata. Tu scrivi, le persone leggono, vivono le tue emozioni, le tue simpatie, la tua aggressività, seguono i tuoi ragionamenti: nuove risorse per loro, ma anche potenziali nuove gabbie, e possibili occasioni di nuove sordità (se si convincono, e poi incontrano cose diverse, anche autentiche, magari le ascoltano meno).
Anni fa seppi che avevano trovato il mio “Parsifal” nello zaino di un ragazzo annegato, non si sa se per incidente o volontariamente. Qualche mese fa il figlio di un mio attento lettore si è ucciso: sembra perché da qualche tempo gli impedivano di vedere il padre. Ma è comunque una tragedia che, quanto meno, non ho potuto impedire.
Questa sproporzione tra la forza (delle idee, delle convinzioni, ma a volte anche dei toni che usiamo, o della sordità con cui non ci apriamo) e la fragilità di chi le legge, le ascolta, o non viene ascoltato (che poi, naturalmente, non è diversa dalla nostra fragilità), mi spinge a parlare, in questo inizio di anno, della delicatezza dell’umano.
A Capodanno un figlio uccide la madre, una scrittrice, un’intellettuale, nel mezzo – pare di capire – di un delirio paranoide, in atto già da qualche giorno. La madre scrittrice e il padre professionista non si erano accorti, nei loro civili e separati percorsi, che qualcosa, in quel figlio, si era rotto, e che qualcos’altro, forse irreparabile, si stava preparando. Come per quell’altro ragazzo, anche quello di genitori colti, separati, che qualche mese fa si è buttato dalla finestra.
Certo, è difficile capire, ma non credo per ragioni tecniche. Non perché il delirio sia una categoria clinica, che solo chi l’ha studiata può riconoscere. Il punto vero è quello del dolore dell’altro e del nostro ascoltarlo, del nostro assumerne la responsabilità. Perché altrimenti, se non lo facciamo, l’altro si spezza, si rompe. E magari, in una crisi incontenibile, ci spezza. Perché l’altro, come noi del resto, è fragile, è delicato. Il suo equilibrio dipende da tante cose, che hanno nomi clinici e complicati. Ma alla fine una sola è quella decisiva: l’amore. Se non ce n’è abbastanza, o l’altro non lo percepisce, qualcosa, dentro, si spezza.
Il fatto è che il dolore dell’altro, come del resto il nostro, noi lo ascoltiamo sempre meno. Anche perché questo ascolto non ci viene presentato come così importante: l’accento del sistema di comunicazioni è sempre sulla forza, il successo, la realizzazione, l’assertività.
Tutto giusto, ma il balbettio, la parola smozzicata, la frase cominciata e non finita, chi li ascolta più? Chi si chiede cosa significano? Al marcire inesorabile del Re pescatore, degli infiniti Re pescatori che ci circondano (e noi stessi siamo), chi ci bada, nel delirio delle vacanze smaglianti, delle donne bellissime, degli uomini quasi onnipotenti di cui il sistema di comunicazioni ci riferisce eccitato ogni mossa, ogni sguardo volitivo? Quanto tempo deve passare, quante tragedie devono accadere attorno a noi, perché l’ottuso Parsifal dentro di noi finalmente si svegli e osi porre all’altro accanto a sé (che poi è anche se stesso) la domanda decisiva, la parola davvero risanante: «Dimmi, cosa ti strugge»?


 Claudio Risé, Una delle passioni del nostro tempo è quella della visibilità. La prova del tuo valore non viene tanto da ciò che tu sei, dal tuo modo di comportarti, ma dalla tua popolarità… , da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 19 marzo 2007


Una delle passioni del nostro tempo è quella della visibilità. La prova del tuo valore non viene tanto da ciò che tu sei, dal tuo modo di comportarti, ma dalla tua popolarità. Dal fatto che gli altri ti conoscano. Una passione, tuttavia, accompagnata dalla paura, altro tratto distintivo della nostra società avanzata, ma anche insicura. In questo caso, la paura è sia quella di perdere la visibilità ottenuta, sia quella di essere visto “troppo”, anche quando, dove, e con chi non vorresti.
Il bisogno di visibilità deriva dal tratto narcisistico del nostro modello di cultura: è dall’approvazione degli altri (lo specchio in cui Narciso ricerca la propria immagine), che dipende la tua identità, della quale, altrimenti, sei incerto, insicuro. Le società in veloce mutamento tolgono di mezzo le strutture (la scuola, la famiglia, la religione) che tradizionalmente “certificavano” l’identità di qualcuno, producendo così insicurezza, e quindi anche un crescente bisogno, narcisistico, di conferma.
Nella “società della comunicazione”, dove la produzione e la diffusione di informazioni è base perfino dell’economia, i diversi media sono, oltre che il motore dell’economia e della politica, anche lo strumento che può realizzare il sogno dei più: essere famosi, e possedere quindi un’identità, nota e certificata dal sistema informativo. Il desiderio, dichiarato in ogni sondaggio da ampie fette giovanili, di diventare veline, calciatori, o comunque personaggi dello spettacolo deriva da questo fondamentale bisogno di “essere qualcuno”. Che una volta poteva derivare dal 110 e lode, oggi viene certificato dalla fama.
La costruzione e vendita di notorietà è diventata dunque, come prova anche l’ultima inchiesta della Procura della Repubblica di Potenza, un servizio estremamente richiesto, e molto ben pagato. Chi lavora bene con foto, vendita di “memoriali”, e gossip, può rendere nota e popolare una persona prima sconosciuta, che lo remunererà lautamente. Con qualche ragione: le ha dato, infatti, un’identità. E’ una specie di secondo padre/madre sociale.
Il potere di questo servizio, la costruzione dell’immagine sociale, prosegue, e si rovescia nel suo contrario: distruggerla. Come tutti i veri poteri (compreso quello tradizionale dei genitori), anche quello delle pubbliche relazioni si realizza lungo una gamma affettiva che va dalla riconoscenza, alla paura. Come ti ho creato, posso distruggerti. Questa alimentazione di paura è un tratto centrale della postmodernità, riconosciuto da tutti i suoi grandi pensatori.
Una società dove tutto viene “costruito” e fabbricato, dalle identità ai valori cui esse si riferiscono, è una società terrorizzata dal timore che queste costruzioni si rivelino fragili, e vengano distrutte con altrettanta rapidità. Ecco dunque gli stessi gruppi (in questo le inchieste in corso sono davvero istruttive), specializzati nel costruire popolarità, esercitarsi a distruggerle, le stesse, o quelle di altre persone. Il meccanismo è molto simile. Anche qui occorre una visibilità, un potere di qualche tipo (ma interno al sistema delle comunicazioni), che renda l’altro interessante, e capace di suscitare l’attenzione degli altri. A quel punto gli stessi elementi che in altri casi servono a costruire la fama (la vita personale dell’individuo, il suo potere, il gossip sulle sue trasgressioni), diventano invece elementi della distruzione che si abbatte sul malcapitato.
C’è una via d’uscita? Forse togliere il potere ai costruttori-distruttori di celebrità, costruendo le proprie identità su competenze reali, e non sugli spot della scena mediatica.


Commento a : La coppia libera da figli Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 29 gennaio 2007

Lettera a M.R.
avevo letto l’articolo di risè ma avevo sorvolato.
ora l’ho riletto e ti dico quello che penso. distinguendo, come si dovrebbe sempre fare sempre, fra contenuto di uno scritto (o anche di una frase orale) e giudizio sulla persona che lo ha scritto.
La tendenza è vera e chiara. Lo dice la demografia, lo dice la sociologia. e lo dicono gli psicologi. l’osservatorio di uno studio psicanalitico è straordinario: in quelle stanze c’è indubbiamente uno spaccato della società. quindi occorre prendere sul serio quanto dice:
“figli del boom economico, ben riusciti, ben nutriti, e generalmente ben vestiti”
“coscienza è identificata con un ideale di bellezza e di aproblematicità” (anche se qui ci vedo un giudizio morale che non condivido: “aproblematici”?)
“programma di bellezza, benessere ed armonia, conta molto nella decisione di queste persone di non avere figli …Continuano poi a portare con sé, oltre che fatica e preoccupazioni per i genitori, sporcizia, rischi, malattie”
“la loro decisone di non avere figli ha spesso una motivazione razionale. Quella economica c’è, ma non è la più diffusa”
“L’origine profonda della paura dei bambini è nell’intuizione che la loro presenza spodesterebbe la centralità che questa coppia bella e smagliante “
Vero, tutto (abbastanza) vero
Per esempio è vero nella scelta di avere figli conta molto la rete di supporto alla loro crescita (parenti, asili, gruppi di amici con figli cui appoggiarsi). e questa è una motivazione che il testo non prende in considerazione. Fare un figlio richiede un attimo: un amplesso senza precauzioni, nove mesi di rituali procreativi che soddisfano il sè di sè e di chi sta intorno. Ma poi c’è il costo della crescita. Il costo della conciliazione fra tempi di lavoro e tempi di vita.
Io credo che sia molto responsabile porsi anche questo problema.. Quello delle condizioni ed opportunità della crescita
il difetto dell’articolo è di vedere solo delle responsabilità individuali, quando ci sono anche condizionamenti sociali e socio-culturali altrettanto profondi.
L’articolo non dice che negli stati uniti la tendenza è opposta: si fanno figli. Perchè? perchè quella è una società che si da obiettivi generali. si cimenta con le sfide del futuro. offre un quadro entro cui anche le scelte procreative hanno un posto. Nei paesi scandinavi si fanno figli: lì le tasse toccano il 70% dei redditi e la politica vince quando si dice: più tasse per servizi migliori. lì è il welfare a offrire la chance in più
Il non investire sui figli in europa e ancor più in italia è il segnale di un continente che non ha più una missione. ed infatti  sta retrocedendo davanti alla espansione della cultura islamica.
Quindi l’articolo mette in ombra le altre variabili storico-sociologiche. O meglio è un ottimo articolo che mette in evidenza lucidamente solo alcune variabili.
Poi non accetto nel modo più assoluto il giudizio morale di cui è intriso. come se i responsabili sono quelli che mettono su famiglia e fanno figli e gli altri sono tutti irresponsabili
Un bambino di un anno dovrà vedersela con gli effetti dell’aumento della temperatura e di mutazioni climatiche che altereranno l’economia. Lo stesso bambino dovrà verdersela non solo con i preti della cei ma con imam cha armano i fedeli contro gli infedeli e che insegnano l’uso del coltello. ne consigli comunali, nei consigli di quartiere.
per me è responsabile non far vivere nessuno in questo inferno prossimo e venturo.
Ma questo fa parte della mia pessimistica visione del futuro nel ciclo storico 11 settembre-? . Ciclo che sto prendendo molto sul serio.
Ma ci sono anche motivazioni personali da aggiungere a quelle della irresponsabilità di cui parla risè. Faccio il mio caso: io sarei un ottimo padre nella fase pannolini e risposta ai perchè. diciamo fino ai 10-12 anni. Ma un pessimo padre nella fase della adolescenza  e dei conflitti connessi. Sono certo , conoscendomi a fondo, che vedermi in casa un quaindicenne con la coda di cavallo, le borchie i piercing attiverebbe in me la pulsione del figlicidio. Di questo sono assolutamente certo. e quindi sono fiero della responsabilità che mi sono assunto, consciamente ed inconsciamente: chiudere con i geni dei ferrario. forse il principale contributo che ho dato nella mia vita.
Insomma: l’articolo vede solo una parte. e da quella sola parte trae conclusioni generali.
E’ inaccettabile innanzitutto come metodo.
Vengo alla seconda parte del ragionamento. quello sulla persona che lo ha scritto.
Da tempo risè mostra una cosa che mi piace molto. è una persona che è molto cambiata nella vita. Ora è un devoto cattolico che stima la lega ed è iscritto a forza italia.
E questo lo fa diventare un giornalista-politico. Non il grande psicanalista che era e rimane.
Il suo articolo è intriso di quell’insopportabile fetore dei cattolici giudicanti. Di quei cattolici che si sentono interpreti unici dei “valori”.
Di quei cattolici che dicono: siamo rimasti solo noi a scopare per fare figli. Tutti gli altri scopano per edonismo.
Beh: sono vostre opinioni.
cara M. a me fa piacere chiarirmi le idee nella conversazione. Adoro il blog e i miei amici di blog con cui affilo e confronto i miei fili argomentativi proprio per questo
quindi ti ringrazio davvero molto di avermi offerto l’occasione per dirti cosa ne penso
fra l’altro il tema di oggi mi rumina dentro da tempo
ciao e grazie ancora
paolo

La coppia libera da figli

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 29 gennaio 2007

Tra i protagonisti della diminuzione degli italiani c’è un nuovo tipo di coppia. Silenziosa, senza grandi proclami, da non molto tempo ha un nome, anglosassone naturalmente. Sono i “childfree”, la coppia senza figli. Qualche convegno comincia ad occuparsene, come quello, a loro dedicato, appena concluso presso l’Università di Padova. Non si tratta, ricordiamolo subito, di persone che, per varie ragioni, non “possono” avere figli. No, i childfree, i figli proprio non li vogliono.
Chi sono dunque queste persone, di cui finalmente anche sociologia e demografia cominciano ad occuparsi? Ne possiamo fornire un ritratto perché, malgrado la loro intenzione di divertirsi, in realtà da anni frequentano gli studi di psicoterapia, che quindi li conoscono piuttosto bene. Un tratto evidente è la bellezza: sono figli del boom economico, ben riusciti, ben nutriti, e generalmente ben vestiti, ed al loro aspetto piacevole tengono molto. Non si tratta di una questione secondaria: i childfree sono proprio, molto spesso, degli emuli di Dorian Gray, il personaggio di Oscar Wilde che voleva rimanere per sempre giovane e bello, e che relega nella soffitta il ritratto su cui invece si imprimono le rughe ed i segni dell’invecchiamento, e dei vizi cui l’essere umano è (in misura maggiore o minore), fatalmente soggetto.
Anche loro hanno, del resto, il loro spietato ritratto, nel quale lo stesso Wilde rappresentava l’inconscio. Il loro, di inconscio, è popolato da immagini che appaiono regolarmente nei loro sogni, e sono tanto più mostruose ed inquietanti quanto più la coscienza è identificata con un ideale di bellezza e di aproblematicità.
Questo programma di bellezza, benessere ed armonia, conta molto nella decisione di queste persone di non avere figli. I figli infatti sono stupendi per chi li ama, ma ad un occhio allenato a guardare soprattutto se stesso appaiono alla nascita bruttarelli e sporchi di sangue. Continuano poi a portare con sé, oltre che fatica e preoccupazioni per i genitori, sporcizia, rischi, malattie, tutte cose ingombranti e poco desiderabili nell’universo asettico e patinato del childfree, letteralmente il: “libero da figli”.
Naturalmente, la loro decisone di non avere figli ha spesso una motivazione razionale. Quella economica c’è, ma non è la più diffusa, dato che in genere si tratta di persone che sanno amministrarsi abbastanza bene: il benessere economico è infatti un tratto importante del loro ideale di vita. Frequente è la dichiarazione di non voler contribuire alla sovrappopolazione di un mondo già affollato. L’argomento, anche quando è in buona fede, non tiene comunque conto della tendenza alla diminuzione della popolazione con l’aumentare del reddito, in atto in gran parte del mondo. In realtà, è il travestimento razionale della mancanza di un desiderio, e della presenza di una paura: quella dei figli, che i Childfree non vogliono.
L’origine profonda della paura dei bambini è nell’intuizione che la loro presenza spodesterebbe la centralità che questa coppia bella e smagliante vuole occupare nella propria vita. Le vacanze sarebbero più complicate, il tempo libero ne verrebbe sconvolto, ed anche la vita lavorativa, la carriera, le relazioni sociali, dovrebbero tenere conto di questi “nuovi arrivati”.
I due della coppia childfree sono di solito figli unici, o comunque prediletti, abituati da sempre all’attenzione esclusiva, soprattutto della madre, che ha di solito dominato la loro infanzia. Se va bene, riescono ad accudire l’altro (oltre a se stessi) come una madre attenta, un po’ pignola. Ma per i figli non rimane nulla.


Claudio Risè, Che tipo di passione è mai l’odio?

Che tipo di passione è mai l’odio? Viene naturale porsi questa domanda, alla vigilia della settimana di Passione di Cristo. Alla quale arriviamo, quest’anno, dopo una campagna elettorale quasi feroce, durante la quale si è fatto gran uso di odio, e di disprezzo. Siamo reduci da una “full immersion” nella violenza contingente, del tempo, e stiamo entrando in quella rappresentazione di violenza archetipica, senza tempo, illustrata nei giorni della Passione, e della finale Resurrezione. Una buona occasione, dunque, per cercare di capire meglio l’odio, che in entrambe ha una parte da protagonista. 
Si tratta di un sentimento da sempre potente nell’uomo. Tanto da provocare, nella narrazione evangelica, l’incarnazione del Figlio di Dio, che viene appunto per sconfiggere l’odio con l’amore. Quando l’odio si manifesta, dunque, non siamo di fronte ad un incidente di percorso, o solo a cattiva educazione. L’uomo odia, intensamente, a partire già da Caino (figlio di Adamo, il primo uomo), che uccide il fratello. Una storia seria dunque, quella dell’odio, tanto da provocare, appunto, la venuta di Dio tra gli uomini, per modificare la situazione.
Questo sentimento fosco, che tende alla distruzione dell’altro, non viene dall’esterno, dalle contingenze, ma ha le sue radici (spiega con precisione Paolo di Tarso) “nel cuore dell’uomo”. Come dire proprio nel centro dei suoi sentimenti. E’ dunque una passione profondamente umana, e molto potente, da sempre. Ma cosa la suscita? Al di fuori delle spiegazioni metafisiche (come quelle che l’attribuiscono ai demoni), sulle quali la psicologia non ha competenza, l’osservazione della psiche può però notare alcune correlazioni. Di solito, ad esempio, l’odio non viene da solo, ma appare come il potenziamento di altri sentimenti negativi, di altre emozioni aggressive. Una di queste è, appunto, l’invidia.
Fin dall’episodio biblico, caposaldo dell’odio, vediamo che Caino finisce con l’odiare Abele perché i suoi sacrifici (cruenti), sono preferiti da Dio a quelli (fatti con i frutti della terra), offerti dallo stesso Caino. Lo stesso capita con Gesù: egli dispone di poteri, come quelli di guarigione, che i grandi sacerdoti non hanno. Essi invidiano Gesù per la sua evidente intimità con una dimensione superiore cui loro non hanno accesso, e finiscono con l’odiarlo. In entrambi i casi, è una superiorità in parte misteriosa a scatenare una forte invidia, che sfocia poi nell’odio vero e proprio.
L’altro sentimento che apre la strada all’odio, è la paura. Paura, essenzialmente, di un cambiamento che ci superi, ci marginalizzi. L’abbiamo visto a Natale, con Erode che uccide i bambini nel timore che tra loro vi sia il “nuovo re” che accantoni il suo regno. In fondo, è la paura dello scorrere del tempo, che vada oltre a noi stessi, ci “faccia morire”. Per questo si cerca di uccidere il portatore del nuovo. Che nella simbologia del Natale è appena nato, qui invece è una giovane vita che, nella primavera dei suoi anni, ha già avuto modo di esprimersi, e viene uccisa proprio per arrestare il rinnovamento.
In quanto paura del cambiamento continuo, l’odio è la traduzione emotiva della pulsione più ciecamente conservatrice: il rifiuto di cambiare, di abbandonare il nostro vecchiume, anziché sognare di uccidere l’altro. Un rifiuto generatore di odio, ma alla fine comunque perdente. Perché il tempo nuovo, il Gesù che è venuto a portare l’amore, non può che risorgere. La vita deve continuare, e la terra, la realtà, non può che rinnovarsi. Come ci mostrano le nuove erbe della primavera, che crescono attorno a noi
.

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 10 aprile 2006

Da: Blog di Claudio RiséChe tipo di passione è mai l’odio? | Tracce e Sentieri.