Archivi categoria: Sartori Giovanni
Giovanni Sartori su LEGGE ELETTORALE e RIFORMA COSTITUZIONALE. Il trappolone di Berlusconi
Giovanni Sartori, meno male che Napolitano c’è. Meno male che ci sono i due Letta
Giovanni Sartori: «I rappresentanti rappresentano la nazione»: è la rappresentanza politica dei moderni. Altrimenti si ricadrebbe nella rappresentanza medioevale – Corriere.it, 17 aprile 2013
il divieto del mandato imperativo è stato formulato dai costituenti della Rivoluzione francese, e che da allora si ritrova in tutte le Costituzioni ottocentesche e in buona parte anche in quelle del Novecento. Perché? Semplicemente perché istituisce la rappresentanza politica (di diritto pubblico) dei moderni. Senza questo divieto si ricadrebbe nella rappresentanza medioevale, nella quale, appunto, i cosiddetti rappresentanti erano ambasciatori, emissari, portavoce che «portavano la parola» dei loro padroni e signori. Il loro mandato era imperativo perché dovevano solo riferire senza potere di trattare. Esattamente come pretendono oggi Grillo e il suo guru.
Mi sembra chiaro che della ragion d’essere costituzionale (ineliminabile) del divieto del mandato imperativo (la cui formula è: «I rappresentanti rappresentano la nazione») Grillo-e-Guru non sanno nulla. Ma questo non li giustifica né li legittima. Fanno finta di praticare una nuova democrazia diretta (telematica). Ma la verità è che nel loro macchinario ha voce, e parla, solo la loro voce. Confesso che non riesco a capire come la nostra Corte costituzionale non abbia sinora veduto una così macroscopica violazione costituzionale.
Giovanni Sartori definisce il POPULISMO, Corriere della Sera 7 marzo 2013
Giovanni Sartori sui giornalisti al servizio del comico #grillo, corriere della sera 7 marzo 2013
Giovanni Sartori sulle ELEZIONI del 24 febbraio 2013
Giovanni Sartori, per decenni ho sostenuto che mentre il maggioritario a un turno avrebbe frantumato il nostro sistema partitico, era invece il maggioritario a due turni che ci avrebbe avvicinati al bipartitismo – in Corriere.it
…
tra gli anni 50 e 60, abbiamo avuto un Gianburrasca, per l’esattezza Marco Giacinto Pannella, che si impadronì dal 1967 in poi, e oramai si direbbe a vita, del Partito radicale e che affascinò, tra i tanti, anche Mariotto Segni. Pannella riuscì a persuadere Segni (e molti altri, si intende) che l’Italia doveva adottare un sistema maggioritario secco (puro e semplice) che avrebbe immancabilmente prodotto un sistema bipartitico all’inglese. Mai tesi fu più campata in aria. Ho scritto e riscritto senza sosta, nei decenni, che Pannella e i suoi si sbagliavano di grosso. E per decenni ho sostenuto che mentre il maggioritario a un turno avrebbe frantumato il nostro sistema partitico, era invece il maggioritario a due turni che ci avrebbe avvicinati al bipartitismo.
Ma come resistere alla prepotenza e ai digiuni di Pannella? Vinse anche la viltà della Dc che, sfaldandosi, preferì il meno pericoloso (ritenne) Mattarellum , un sistema misto, maggioritario secco per tre quarti e proporzionale per un quarto. Con il Mattarellum cominciò così la nostra scivolata elettorale verso il peggio e la ingovernabilità. L’alibi invocato dai difensori del Mattarellum è di addebitare la moltiplicazione dei partiti al quarto proporzionale di quella legge. Ridicolo. Quella moltiplicazione fu dovuta alle «desistenze»: i partitini che non potevano vincere nella contesa uninominale ricattavano i partiti maggiori chiedendo in cambio dei loro voti una serie di collegi sicuri per sé.
Grazie al Mattarellum siamo così arrivati alla frantumazione partitica che si è conclusa nella grande ammucchiata del secondo governo Prodi. E il rimedio fu ancora peggiore del male che si doveva curare, fu l’ancor vigente legge Calderoli, il Porcellum .
Nel frattempo erano tornate alla ribalta le preferenze che poco più di 20 anni prima avevamo ripudiato a furor di popolo. Fortuna vuole che ora si scopra che i voti di preferenza si comprano anche a Milano. Aggiungi che le preferenze ricreano i partiti di corrente, o di fazioni, addetti appunto a catturare le preferenze che poi, in realtà, il popolo non sa dare o a chi dare.
Eppure un sistema che consente e anzi produce una genuina espressione delle preferenze degli elettori esiste: è il maggioritario a doppio turno. L’ho proposto più volte. Ma no; i nostri legislatori non lo vogliono. Né vogliono capire che il doppio turno è anche un indicatore di preferenze. Lo debbo rispiegare? Per amor di patria (si dice ancora?) forse sì.
Comincio dal ricordare che il sistema maggioritario a doppio turno (che funziona bene da sempre nella V Repubblica francese) è, al primo turno, come un sistema proporzionale: ogni elettore esprime liberamente la sua prima preferenza e, così facendo, immette la sua scelta nel meccanismo elettorale. Meccanismo che conta i voti, che scarta le preferenze dei meno, e che ovviamente non è comprabile.
Supponiamo, per esempio, che la mia prima preferenza sia Marco Giacinto Pannella. So benissimo che il mio sarà un voto perduto. Ma lo voto lo stesso e nessuno potrà dire che non mi è stata data la libertà di preferire e di scegliere. Al secondo turno, la seconda volta, mi toccherà invece scegliere un candidato di mia seconda preferenza, o anche il meno sgradito. Ma anche questa è una scelta mia, non del partito o della mafia. In nessun caso sono mai un sovrano spodestato. Dunque, se le preferenze si vogliono le possiamo avere così. Ma il maggioritario a doppio turno (proposto, ma a sprazzi e senza troppa convinzione, soltanto dal Pd) non piace a nessun altro. Forse per ignoranza, non infrequente nei nostri legislatori; ma soprattutto, sospetto, perché manderebbe troppa gente a casa.
…
Giovanni Sartori: come mai nessuno (o quasi) propone una unione doganale europea?, Globalisti sì ma non troppo – Corriere.it
…. nessuno ha pensato a una unione doganale dell’eurozona. Nessun dazio, nessuna dogana, all’interno di eurolandia. Ma, occorrendo, dazi e protezioni per salvare, in Europa, quel che non ci possiamo permettere di perdere.
Vale ricordare che il primo Paese industriale è stato l’Inghilterra. E tutti gli altri hanno protetto la creazione del proprio sistema industriale. Allora nessuno disse che questa protezione era una cosa orrenda. Era necessaria e fu benefica. Mi chiedo: come mai nessuno (o quasi) propone una unione doganale europea?
tutto l’articolo qui: Globalisti sì ma non troppo – Corriere.it.
Giovanni Sartori su: il modello francese, un sistema elettorale a doppio turno coronato da un semipresidenzialismo
In questo momento gli italiani si interessano poco o anche punto del sistema elettorale. Si interessano di sopravvivere. Eppure il sistema elettorale resta importante. Costruisce il sistema politico «vivente», i partiti (quanti e quali) e la governabilità. Finora abbiamo avuto, specie nel corso della Seconda Repubblica, cattivi sistemi elettorali, e anche per questo cattivi governi e cattivo governare. E ci teniamo ancora il peggiore di tutti, il Porcellum, impudicamente inventato per consentire all’alleanza Berlusconi-Bossi di stravincere con una maggioranza assoluta in Parlamento. Ma ora quest’alleanza che pareva inossidabile non c’è più, e le stesse sorti della Lega bossiana sono in forse. Il Porcellum resta così come una mina vagante che tutti a parole sconfessano. E allora?
Improvvisamente Berlusconi (che di fiuto ne ha da vendere e che non si rassegna certo a stare in panchina) tira fuori dal cappello il modello francese: un sistema elettorale a doppio turno coronato da un semipresidenzialismo (bisogna sempre specificare così, perché il presidenzialismo americano è tutt’altra cosa). Questa volta Berlusconi fa sul serio? Nessuno lo sa, forse nemmeno lui. Certo è che del modello in questione sa poco, visto che ci ha infilato dentro anche le primarie, che non c’entrano per niente ma che oggi suonano bene all’orecchio del colto e dell’inclita.
Il doppio turno è già, a suo modo, una primaria. È anche uno dei pochissimi sistemi nei quali l’elettore è davvero messo in grado di scegliere con cognizione di causa. Al primo turno gli elettori esprimono liberamente la loro prima preferenza. Ma al secondo turno i candidati potrebbero essere soltanto quattro (è la proposta che feci anni fa per evitare il tira e molla sulla soglia di esclusione che è oggi, in Francia, del 12,5 per cento; una soglia che scatenerebbe in Italia una furibonda reazione dei partitini). Ma è prematuro entrare in questo dibattito. Il punto è che con due settimane di tempo e pochissimi candidati, l’elettore serio ha tempo e modo di studiarli. E se non lo fa, peggio per lui: è un cattivo elettore.
Primarie e consimili sciocchezze a parte, quali sono gli inconvenienti del semipresidenzialismo? Il più citato è che se il presidente non vince anche la maggioranza in Parlamento, allora il «maggior potere» passa a un primo ministro che, appunto, ha la maggioranza in Parlamento. Questa eventualità viene detta «coabitazione»; e viene demonizzata da chi non vuole il sistema francese. Ma questa coabitazione è avvenuta, in Francia, due volte; e non è successo niente di tragico. D’altro canto anche i presidenti Usa si trovano sempre più spesso in minoranza nel Congresso (è il cosiddetto devided government ) e anche lì il sistema funziona lo stesso. D’altronde se la coabitazione del semipresidenzialismo spaventa, per renderla altamente improbabile basta far coincidere l’elezione del corpo legislativo con quella del presidente.
Ma aspettiamo a vedere se Berlusconi è serio e se Bersani non vorrà fare troppo il furbo (il premio di maggioranza del Porcellum sembra tentarlo). Forse è vero che non c’è più tempo per riforme costituzionali. Ma c’è abbondantemente tempo per una riforma elettorale che adotti il doppio turno. (corrieredellasera)
Giovanni Sartori, uno scenario per il Governo Monti
Giovanni Sartori ha quindi ricordato di avere proposto, gia’ ai tempi della Bicamerale, un sistema francese che faccia passare al secondo turno 4 o anche 5 candidati
Sartori ha ricordato di avere proposto, gia’ ai tempi della Bicamerale, un sistema francese che faccia passare al secondo turno 4 o anche 5 candidati per non radicalizzare troppo il sistema. I primi 2 candidati non dovrebbero avere diritto a ritirarsi, al contrario degli altri due o tre che potrebbero desistere e accedere ad una riserva di seggi del 15 per cento. Il pregio di questo sistema per Sartori e’ che non lascia vuoti di potere: se la maggioranza e’ coerente con la presidenza della Repubblica si avrebbe un sistema piu’ presidenziale, se invece non c’e’ corrispondenza il motore di governo diventerebbe il premier.
da Legge elettorale: uscire dal Porcellum? Le ricette di Sartori e D’Alimonte
Giovanni Sartori analizza l’attuale situazione politica, 19 aprile 2012
dopo la lettura di Tommaso Vitale, Les intellectuels italiens et l’islamophobie, captato mediante twitter
egregio professor tommaso vitale
twitter mi ha fatto captare questo suo/tuo articolo:
sono un ammiratore del coraggio intelligente di oriana fallaci (per nulla, di magdi allan, ma solo perchè è passato da un fondamentalismo ad un altro fondamentalismo) e uno dei miei “maestri” è giovanni sartori (che vedo glossato nel testo)
probabilmente non sono un intellettuale, secondo le categorie classificatorie delle accademie universitarie, ma probabilmente sono un “islamofobo”, ammesso che questa tipologia spieghi alcunchè della transizione socioculturale geopolitica di questo ormai decennio e dei terribili anni a venire.
derivo questa mia propensione innanzitutto dalla esperienza storica (l’11 settembre e relativo contesto: http://mappeser.com/2011/01/26/elenco-degli-attentati-terroristici-islamici-dall11-settembre-2001-al-2010/) e da due radici:
una è la visione che delle religioni, e in particolare delle “fedi”, ha emanuele severino come “violenza originaria”.
l’altra è la visione del mio contemporaneo Christopher Hitchens (1948-2011): dio non è grande, come la religione avvelena ogni cosa, einaudi
chissà se, estendendo l’analisi agli intellettuali tedeschi, anche enzensberger sarebbe incluso in questa tipologia:
mi piacerebbe che la “sociologia critica” una volta tanto facesse i conti con questo bel programmino politico per la vecchia europa:
grazie per la lettura
e buon futuro
———————————————————–
risposta alla risposta:
egregio professore, grazie per la risposta
il tuo/suo era proprio per segnare l’incrinatura
a parte il dissenso cognitivo su questo tema ritengo che la sociologia critica dovrebbe indagare prima sulle ragioni della “paura” e poi , semmai elaborare le proprie classificazioni tipologiche
le etichette appiccicate ad oriana fallaci appartengono a quella decisiva teoria, importantissima in tempi flussi comunicativi accentuati dalle tecnologie internettiane, della “deturpazione morale”. Peraltro già ampiamente praticata nelle culture totalitarie del novecento, per esempio nei processi staliniani.
comunque saranno gli anni a venire a validare questa dissonanza cognitiva
in genere concludo una lettera con i saluti
dunque ripeto
grazie per la lettura
e buon futuro
paolo f
la nozione di “politica”: GIORGIO NAPOLITANO SU GIOVANNI SARTORI
…
Giovanni Sartori ci ha insegnato che la nozione di politica si qualifica in rapporto a strutture e istituzioni qualificabili come politiche e a partire da quando queste si definiscono distinguendosi da altre, economiche, religiose e sociali. L’inoltrarsi nel cammino della politica conduce all’impegno nelle istituzioni : questa è stata anche la mia esperienza, dopo essersi, nella fase iniziale, qualificata come scelta di un orizzonte politico-ideale, adesione e partecipazione attiva a un’organizzazione politica, e dunque militanza di parte nelle sue molteplici forme. Imparai presto che il banco di prova della capacità di un’organizzazione politica di perseguire obbiettivi di efficacia generale sta nel suo calarsi nelle logiche e nelle regole delle istituzioni rappresentative.
E dunque, se vogliamo riflettere sulla crisi della politica dobbiamo ragionare contemporaneamente sullo stato delle istituzioni ; e più specificamente dei sistemi politici. Lo dico riferendomi all’Italia ma non soltanto ad essa.
…
Giovanni Sartori – Discutere la democrazia – Conversazioni Serali alla Luiss Guido Carli
Giovanni Sartori, Homo videns
“Uditi i critici ha ragione Oriana” di Giovanni Sartori
“Uditi i critici ha ragione Oriana”
di
Giovanni Sartori
(Corriere della Sera, 15 ottobre 2001)
Oriana Fallaci deve aver ragione, visto che i suoi assaltanti hanno abbondantemente torto. All’inizio mi sono lasciato un po’ incantare dal flauto di Terzani, dal suo dire che «dubitare è una funzione essenziale del pensiero, il dubbio è il fondo della nostra cultura». Oddio, questo è il fondo della cultura di Amleto. Cartesio non scriveva «dubito quindi sono», ma cogito ergo sum. Il dubbio deve dunque essere inserito nel cogito , nel pensare. E il dubitare di Terzani – come vedremo – non lo è. Umberto Eco dice su Repubblica che lui si preoccupa «dei giovani perché tanto ai vecchi la testa non cambia più». Sarei curioso di sapere qual è la categoria nella quale Eco colloca se stesso, se tra i vecchi o no. Comunque sia, io di me stesso lo so: per i giovani sono uno stravecchio. Il che non toglie – sorpresa, sorpresa – che la mia testa sia tutta un frullo di cambiamenti.
Nel ’68 scrivevo – proprio sul Corriere - che la cosiddetta rivoluzione studentesca preparava l’avvento della asinocrazia, del trionfo degli asini. Il che mi costringeva, nella mia testa, a vedere con diminuitissimo ottimismo il progredire della democrazia. Subito dopo la caduta del Muro di Berlino notavo che la «democrazia senza nemico» era molto più difficile da gestire della democrazia minacciata da un nemico. Il che mi induceva a riorientare la mia testa su questo nuovo problema. E siccome già scrivevo della altissima vulnerabilità della società tecnologica negli anni Settanta, l’11 settembre non mi ha preso del tutto alla sprovvista. Mi sono subito detto: questa è Hiroshima Due; ancora un inedito, e un inedito ancora più terrorizzante di Hiroshima Uno. Nel 1945 c’era la guerra e si sapeva con certezza che la resa (del Giappone) fermava anche il bombardamento atomico americano. Oggi i confini tra guerra e pace si sono annebbiati, e oggi nulla ferma più niente. La polverizzazione delle due torri di Manhattan prefigura un orripilante scenario di «atomiche di pace» (per così riassumere) che ci possono colpire ogni giorno e che massacrano alla cieca.
Dunque, da un mese io mi sto rifacendo – bene o male – una testa nuova che cerca di capire e di fronteggiare una nuovissima (nonché orribilissima) realtà. Invece per la Maraini e Terzani è quasi come se non fosse successo niente di nuovo. In entrambi ripassa il déjà vu di sempre, ripassano i ritornelli di sempre. Saranno anche giovani, certo più giovani in anni di me; ma per il criterio di Umberto Eco la loro testa è già vecchia assai.
Dacia Maraini è una bravissima scrittrice di romanzi che leggo sempre con piacere; ma nel suo discettare etico-politico ritrovo soltanto gli stanchi luoghi comuni del terzomondismo politicamente corretto. Tiziano Terzani ci ha raccontato con finezza e bravura dell’Asia; ma quando cita – come ricette di salvezza – San Francesco d’Assisi, Gandhi e poi, scendendo di parecchi chilometri, padre Balducci e il mio collega (alla Columbia University) Edward Said, allora cita a sproposito.
Personalmente io preferisco i Domenicani ai Francescani. Concedo che Il Cantico di Frate Sole è un testo di un candore commovente. Ma quel candore non può essere trasferito da una età davvero primitiva all’età ultracomplicata del terzo millennio. Quanto a Gandhi, lui aveva a che fare con gli inglesi, e noi non abbiamo a che fare con dei Gandhi. E padre Balducci? Pochi sanno chi fosse. Ma a Firenze negli anni nei quali padre Balducci affascinava il colto e l’inclita (e anche, a quanto pare, Terzani) c’ero anch’io; e ricordo un dibattito nel quale lui attaccò così smodatamente il Papa da costringere il sottoscritto, laico abbastanza catafratto, a fare il papalino, il papofilo. Bel personaggio quel padre Balducci! Ma sempre più bello del cupissimo Edward Said, che scrive bene ma razzola malissimo. Il fatto che Said sia palestinese lo legittima nel suo essere pro palestinesi. Ma non mi risulta che Said abbia mai condannato i suoi uomini-bomba, ed esiste una fotografia che lo coglie, in zona Gaza, che lancia un sasso «intifadico» contro gli israeliani. Lui sarebbe un fautore di «campi di comprensione invece di campi di battaglia»? On aura tout vu , se ne vedono (e sentono) proprio di tutte.
Terzani scrive: «A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto, invece». Dopodiché cita i giapponesi che hanno dato origine al nome, le tigri Tamil, i palestinesi di Hamas. Fine lì. Terzani è troppo vecchio, direbbe Eco, per afferrare che i kamikaze di New York sono animali del tutto diversi da quelli che lui sta ancora studiando. I kamikaze all’antica – diciamo – si immolano per una loro patria, sono «locali». La loro causa è concreta e circoscritta. I suicidi di New York e del Pentagono, e quelli che verranno nella loro scia, sono «globali» e la loro patria è il Corano, è una fede religiosa. Non si battono per una loro madrepatria, per la patria nella quale sono nati, ma per un mondo islamizzato che combatte e punisce gli infedeli. Fa una bella differenza. Che però a Terzani sfugge.
Il Nostro prosegue così: «Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi ma eliminando le ragioni che li rendono tali». Sante parole, ma soltanto parole. Asserire che il problema del terrorismo non si risolve uccidendo i terroristi è come asserire che il problema della criminalità non si risolve arrestando e condannando i criminali. Vero; ma quale sarebbe l’alternativa? Eliminare le prigioni e rinviare i criminali a uno «studio Terzani» nel quale possono essere studiati e compresi? Se Terzani ci sta, io ci sto. Mi fornisca l’indirizzo e io proporrò (alla Basaglia) che le prigioni vengano abolite e che i loro inquilini lo vadano a trovare nella sua baita nell’Himalaya. Poi veda lui.
Il punto serio è, comunque, che il problema del terrorismo deve essere spiegato dalle ragioni che lo motivano. Ma Terzani lo spiega asserendo che l’attacco alle Torri Gemelle «certo non è l’atto di una guerra di religione degli estremisti musulmani». Per una persona che esordisce dichiarando di non avere certezze e che per lui la nostra civiltà è la civiltà del dubbio, questa asserzione è stonata. Ed è anche infondata. Perché Terzani la sostiene citando un collega americano di nessuna particolare eminenza (uno tra centomila) per il quale gli «assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America ma la politica estera americana», colpevole, tra l’altro, di aver mantenuto, nonostante la fine della guerra fredda, «circa 800 installazioni militari nel mondo». Davvero formidabili questi fondamentalisti addestrati da Bin Laden. Sapevano, sanno, cose che non sapevo nemmeno io. Faccio ammenda. Dopodiché passo lo stesso a dichiarare che questa è una spiegazione risibile. Come ho già spiegato su questo giornale, chi capisce così non capisce nulla.
Terzani osserva che «se alla violenza dell’attacco alle Torri Gemelle noi rispondiamo con ancora più terribile violenza… alla nostra ne seguirà una loro ancora più orribile e così via». Certo, la violenza chiama violenza. Ma, intanto,non è lecito equiparare la violenza di chi inizia con la violenza di chi si difende. Uno mi spara addosso. Io, dopo, gli rispondo contro-sparando. È la stessa cosa? Ovviamente no. Ciò fermato, qual è l’alternativa? Subire la violenza, farsi violentare senza reagire, fermare la violenza? Non è mai successo. Né succederà, questo è sicuro, con il terrorismo islamico.
A proposito, i terroristi chi sono? Cosa li caratterizza? E, quindi, come li dobbiamo definire? Dopo aver menzionato i kamikaze giapponesi, i Tamil e i palestinesi di Hamas, Terzani scopre le sue carte: dobbiamo accettare – dichiara – che anche il presidente della Union Carbide (il richiamo è alla esplosione della fabbrica chimica di Bhopal, in India, nel 1984) sia percepito come un terrorista. Perché dobbiamo accettare che «per altri» (il Nostro non si scopre e non lascia capire se lui si includa nei suddetti altri; ma sospetto di sì) il terrorista «possa essere l’uomo di affari che arriva in un Paese povero del Terzo Mondo» per fare, come fa, soltanto i suoi sporchi affari. Terzani si rende conto di averla sparata grossa, e mette le mani avanti. Questo – avverte – «non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo come modo di usare la violenza può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche». Difatti questo non è relativismo; è pasticciare tutto, è incapacità di distinguere, incapacità di usare (come prescritto da Cartesio) idee chiare e distinte. E fa specie che Terzani si lanci all’attacco di Oriana Fallaci accusando lei di attentare «al meglio della testa umana, alla ragione». Perché qui è lui che va in clamoroso autogol. L’Union Carbide come (quasi come) Al Qaeda? Gianni Agnelli come (quasi come) Bin Laden? Alla stregua di questa logica anche Terzani sarebbe un terrorista, perché «usa violenza» alla logica. Il punto è che il terrorismo non può essere definito soltanto come «modo di usare violenza». A metterla così tutto è terrorismo, e perciò stesso (nota Mario Pirani) nulla è terrorismo. Ma per chi ragiona e sa ragionare queste sono soltanto sciocchezze.
Vengo a Dacia Maraini. Che addirittura si appella al Papa: «Nel momento in cui tutti, dal Papa al presidente degli Stati Uniti cercano di distinguere tra Islam e terrorismo, tu te la prendi con chi non è pronto a buttarsi in una guerra di religione. Per te chi distingue tra terrorismo e Islam è un ipocrita, un fottuto intellettuale. Con questo criterio anche il Papa sarebbe un ipocrita». Ma occorre davvero arrivare a un combattimento a colpi bassi, a colpi di Papa? Rileggiamo assieme il testo incriminato, che dice: «Qui è in atto una guerra di religione, forse voluta e dichiarata soltanto da una frangia di quella religione, ma comunque una guerra di religione». D’accordo, a livello diplomatico dobbiamo essere prudenti, dobbiamo sottacere. Ma Galli della Loggia (Corriere del 4/10) ha benissimo spiegato che le prudenze diplomatiche sono una cosa e la verità dei fatti un’altra. E il fatto è che l’ostilità dei cosiddetti Stati arabi «moderati» verso il terrorismo «non nasce da un loro supposto moderatismo, nasce dalla paura del radicalismo militante».
Difatti i governi in questione non sono in grado di «tradurre la loro paura dell’estremismo in una qualunque battaglia ideologico-culturale a favore di una versione moderata dell’Islam… Dalle società del fronte cosiddetto moderato non è mai venuta una condanna esplicita contro la sentenza di morte dei mullah iraniani a carico di Salman Rushdie, contro le pene degradanti e inumane… contro la bestiale persecuzione di cristiani in Sudan…». Il fatto è, allora, che il fanatismo fondamentalista non può essere messo in discussione in nessuno Stato musulmano «perché ciò equivarrebbe a mettere in discussione in modo pubblico il Corano». Il che è tutto esatto.
Allora, quale sarebbe il terribile, vergognoso sbaglio di Oriana Fallaci? Forse sta nell’aver detto «forse». Invece avrebbe dovuto dire: qui è in atto una guerra di religione «anche se» voluta e dichiarata soltanto da una frangia di quella religione. Ma l’ira di Dacia Maraini non può essere stata scatenata da così poco. Potrebbe essere stata innescata dall’attacco di Oriana Fallaci a una Italia «stupida, vigliacca… imbelle, senza anima»? Non vorrei mai che la Maraini si sia sentita in qualche modo inclusa in quel ritratto. Sarebbe peccato.
Sia come sia, qui mi interessa la Maraini che ci leziona su come le culture e/o le civiltà siano o non siano da paragonare. L’attacco è questo: Tu (Oriana) «con foga impaziente sostieni che non vuoi nemmeno sentire parlare di due culture, perché le si metterebbero sullo stesso piano… E parti come un ciclone a fare quel che chiunque abbia un briciolo di buon senso ti direbbe che non si può fare: una comparazione fra civiltà». Fermi: qui stiamo parlando di culture o di civiltà? Dacia Maraini evidentemente confonde le due cose. Il che, vedremo, è una grave «fallacia». Ma prima continuiamo a citare: «Non c’è bisogno di aver studiato antropologia per sapere che ogni confronto tra culture è insensato. In quanto la civiltà è in movimento… sfugge al concetto di bene e di male. Ogni cultura… vive di valori, di regole… che non possono essere disprezzate mai, per nessuna ragione». E dunque, conclude la Nostra, «lasciamo stare il discorso sulla civiltà. Dopo millenni di odi e di guerre dovremmo perlomeno avere imparato che il dolore non ha bandiera».
Sì, certo, il dolore non ha bandiere. Come qualmente le lacrime sono tutte eguali. Ma cosa c’entra, in questo bel dire, la civiltà? C’entra se osserviamo che queste sono massime di alta civiltà (che non sono condivise, vedi caso, dalla «bassa civiltà» di chi esulta per il massacro di Manhattan). Però perché dobbiamo abbandonare il discorso sulle civiltà per scoprire che il dolore non ha bandiere? Il nesso mi sfugge. E mi sfugge perché proprio non c’è. E temo che tutto il succitato argomentare di Dacia Maraini sia del tutto sconnesso.
Il guaio è – già notavo – che la Nostra non distingue, non sa distinguere, tra cultura e civiltà. Tra l’altro la sua sola pezza d’appoggio è l’antropologia culturale (l’antropologia senza aggettivi è un’altra cosa); e l’antropologia culturale non ha, come suo concetto portante, il concetto di civiltà. Lévy-Bruhl e gli altri padri fondatori della disciplina hanno esplorato la «mentalità primitiva» e la sua distanza-differenza dalla nostra (e dalla nostra logica). E se io mi travestissi da antropologo culturale sarei prontissimo a sostenere che gli antropofaghi che mangiano i nemici che uccidono sono molto più «razionali» di chi non lo fa. Se non lo sostengo è perché la mia sensibilità etica si ascrive ad un’altra civiltà. Appunto, civiltà. Ma anche a questo proposito ci dobbiamo intendere. Se io difendo, come difendo, la civiltà occidentale non lo faccio in sede estetica e nemmeno religiosa. L’architettura, la letteratura e l’arte di molte civiltà non-occidentali sono, a mio giudizio, di straordinaria bellezza. E se mi venisse chiesto di scegliere una religione, io passerei al buddismo (anche se sono attratto dal nitore e dalla compostezza dello shintoismo).
Dunque, e venendo al nocciolo, qual è la civiltà che io difendo, e della quale la Maraini e Terzani non danno mostra di accorgersi? È la civiltà nell’accezione etico-politica del concetto. È la civiltà che ha conseguito più di ogni altra – sì, al paragone con ogni altra – la «buona città», la città politica più umana, più vivibile, più libera, più aperta di ogni altra.È, questo, un paragone «insensato»? È una tesi che lascio agli insensati che la sostengono. Terzani scrive che l’intolleranza di Oriana lo inquieta. A me inquieta molto di più, confesso, la cecità di chi fruisce di una «buona vita» (etico-politica) che non vede perché non sa vedere in contrasto.Per Oriana Fallaci, «se crolla l’America crolla l’Europa. Crolla l’Occidente, crolliamo noi. Blair l’ha capito…». Evidentemente Terzani e la Maraini no. Perciò sono davvero spaventato.
Giovanni Sartori, Pluralismo multiculturalismo ed estranei (2000), scheda di Paolo Ferrario
C’è una frase carpita da un film in linea con la riflessione sul Carpe diem:
“ Vediamo di superare la prossima ora“, detto a proposito di conflitti coniugali o amicali.
Oggi (1 gennaio 2007) la sincronicità mi faceva girare per la testa questa frase: “Abbiamo un problema”.
Certo: di problemi ne abbiamo più di uno. Per esempio oggi era una giornata molto primaverile. Solo che siamo al 19 gennaio. Credo che sia proprio un problema.
Questa premessa che vorrebbe essere ironica (non ho stile per l’ironia, lo so, scusa caro lettore!) è per introdurre una coda al saggio spesso e tosto di Lee Harris evocato ieri.
Abbiamo un problema non della prossima ora, ma dei prossimi trent’anni.
Il problema è che il nostro “quanto siamo buoni”, “quanto siamo razionali”, “quanto siamo etici”, ha a che fare ed avrà a che fare a lungo e con qualche sofferenza fisica intermedia con lo spirito di conquista del fanatismo di cultura islamica. Ogni giorno, ogni settimana, ogni anno sempre di più. Non torno alle più durature e convincenti argomentazioni di Lee Harris
Il problema, all’osso, è questo: il nostro pensiero critico di matrice illuminista, colorato di solidarismo cattolico, ci fa credere che siamo noi a non volere l’integrazione dei migranti (non di tutti i migranti, ma di di questi migranti, soprattutto i più colti ed istruiti).
In realtà le cose stanno diversamente: sono questi altri a non volere l’integrazione.
Il pensiero di Lee Harris è spesso e tosto. Ma è uno yankee.
Allora vediamo Giovanni Sartori, che è di Firenze, è un liberale da anni ’50 e che, se non è spesso e tosto, è sicuramente colto e brillante:
“i nuovi venuti che oggi entrano in Europa entrano in un contesto diversissimo da quello degli immigrati che hanno creato la nazione americana.
Gli Stati Uniti non sono nati come una nazione che ha accolto e assorbito altre nazioni: sono costitutivamente una “nazione di nazionalità”.
Invece gli Stati europei sono oggi nazioni costituite (sia pure con qualche frangia non assimilata come i Fiamminghi, o anche vieppiù ribelle, come i Baschi) che si stanno imbattendo in contro-nazionalità, in immigrazioni sempre più massicce che ne negano l’identità nazionale.
E quindi il precedente americano non ci aiuta ad affrontare il problema.
Gli europei (dell’Ovest) sono preoccupati, si sentono invasi e stanno diventando reattivi.
Razzismo? È un’accusa sbrigativa, superficiale, che generalizza troppo, e che rischia di essere altamente controproducente. Chi viene denunziato come razzista senza esserlo si infuria, e magari finisce per diventarlo davvero. Non dobbiamo generalizzare, ma invece precisare. Lo spettro delle reazioni ai nuovi venuti è vario e complesso. molti casi la reazione è soprattutto difesa del posto di lavoro e del salario. È eminentemente il problema posto dagli immigrati dall’Est (europeo). Poi vengon casi di xeno-paura: un sentirsi insicuri e potenzialmente minacciati. Infine ci imbattiamo in reazioni di rigetto (xenofobia). Ed è solo a quel punto e da quel punto che ci imbattiamo in un vero e proprio razzismo.
In concreto, oggi in Europa la xenofobia si concentra sugli immigranti africani e islamici.
È tutta e soltanto da spiegare come un rigetto di tipo razziale? Sicuramente no.
In termini etnici gli asiatici (cinesi, giapponesi, coreani etc.) non sono meno diversi dai bianchi di quanto lo siano gli africani. E nemmeno gli indiani (che provengono dall’India) sono “come noi”: non lo sono per niente. Eppure né gli asiatici né gli indiani suscitano, di solito, reazioni di rigetto, nemmeno dove sono oramai numerosi (gli asiatici negli Stati Uniti, gli indiani in Inghilterra). Vale anche notare che gli asiatici non si lasciano assimilare più di quanto accada agli africani.
Dal che si deve ricavare che la xenofobia europea si concentra sugli africani e sugli arabi soprattutto se e quando sono islamici. Cioè a dire, si tratta soprattutto di una reazione di rigetto culturale-religiosa. La cultura asiatica è anch’essa lontanissima da quella occidentale, ma è pur sempre laica nel senso che non e caratterizzata da nessun fanatismo o comunque militanza religiosa.
Invece la cultura islamica lo è. E anche quando non c’è fanatismo, resta che la visione del mondo islamica è teocratica e che non accoglie la separazione tra Stato e Chiesa, tra politica e religione. Che è invece la separazione sulla quale si fonda oggi – in modo davvero costitutivo – la città occidentale. Del pari, la legge coranica non conosce i diritti dell’uomo (della persona) come diritti individuali universali e inviolabili; un altro cardine, soggiungo, della civiltà liberale.
E questi sono i veri nodi del problema. L’occidentale non vede l’islamico come un “infedele”. Ma per l’islamico l’occidentale lo è.
Excusez du peu, scusate se è poco.”
Giovanni Sartori, Pluralismo multiculturalismo ed estranei, Rizzoli, 2000 (sic: 2000!), pagg. 48-49















