Il dramma dello spread e la via europea, di Roberto Palea, Presidente del Centro Studi sul Federalismo, 2012

Il dramma dello spread e la via europea
di Roberto Palea *
Il dramma dello spread tiene la scena in Italia ed allarma, giustamente, i politici, gli economisti e frotte di investitori.

I partiti d’opposizione criticano le (necessarie) misure di risanamento finanziario e ne chiedono la mitigazione.

Tutti invocano misure di stimolo della crescita e propongono provvedimenti che, quando condivisibili (lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, riduzione dei costi della politica,spending review, imposte sui grandi patrimoni, riforma della giustizia, ecc.), non considerano i tempi medio-lunghi entro cui gli effetti si produrrebbero né le conseguenze, sociali e finanziarie, di decisioni troppo radicali in una situazione di riduzione generalizzata dei redditi reali e di regime di libertà di trasferimento dei capitali all’estero.

Alcuni si spingono più in là, concludendo che la moneta comune non dà alcun beneficio e che nell’Unione europea conviene essere stati, ma non conviene più restare in futuro.

Questi ultimi, irresponsabili, non considerano il costo tremendo che le persone, soprattutto quelle economicamente più deboli, dovrebbero sopportare per l’esplosione dell’inflazione, la perdita di valore dei patrimoni personali e pubblici e l’impoverimento generale che ne deriverebbe.

La verità è che gli investitori non sono convinti che l’Italia sia in grado di ripagare i titoli che emette e di uscire dalla spirale della recessione in cui si trova.

Esaminando lo scenario europeo si riscontra che problemi molto simili attanagliano anche tutte le altre economie dell’area euro.

La stessa Germania non cresce più, nonostante gli eccezionali exploit di alcuni suoi “campioni nazionali” (quali il gruppo Volkswagen) i quali battono la concorrenza sulla base della “non price competitiveness”, fondata su qualità e tecnologia superiori.

In realtà le difficoltà di bilancio che gravano sui paesi dell’area euro limitano pesantemente la possibilità di mettere in atto un’efficace politica di rilancio dell’economia.

D’altra parte, la misure di solidarietà europee messe in campo dai governi non convincono ancora della reale volontà di salvare l’euro e portare a compimento il processo di unificazione europea.

I passaggi obbligati per evitare il disastro collettivo sono due, ineludibili; essi passano entrambi per l’Europa.

- Il primo venne già indicato chiaramente da Tommaso Padoa-Schioppa quando scriveva: “Agli Stati il rigore, all’Unione la crescita e il dinamismo”.

Il problema dello stimolo allo sviluppo va affrontato insieme da tutti i paesi dell’eurozona, mediante il lancio di un vigoroso Piano europeo di sviluppo sostenibile che metta in campo risorse aggiuntive (almeno “nuovi” 100 miliardi di euro all’anno, mediante l’introduzione, a livello europeo, di una Tassa sulle transazioni finanziarie e una carbon taxeuropea).

Con dette risorse aggiuntive si potrebbe finanziare l’emissione di Euro project bond per 400/500 miliardi da erogare entro tre/cinque anni(1).

Detto piano dovrebbe essere basato su investimenti pubblici nel settore delle infrastrutture, della ricerca e sviluppo, della formazione superiore e nella produzione di beni pubblici non soddisfatti dal mercato.

- Il secondo richiede che gli Stati (almeno quelli dell’eurozona) manifestino la loro volontà di portare a conclusione il processo di unificazione europea, mediante una nuova, solenne “Dichiarazione Schuman” e la messa in cantiere di una nuova riforma dei Trattati, da cui risulti chiara la direzione di marcia e chiaro l’approdo.

Non mi nascondo la difficoltà della proposta, ma essa è semplicemente inevitabile, da realizzarsi con decisione, in tempi brevi, in preparazione delle ormai prossime elezioni europee del 2014.

(1) Si vedano i Discussion Paper del CSF: A. Iozzo, Per un piano europeo di sviluppo sostenibile, ottobre 2011; A. Majocchi, Finanziare il bilancio dell’UE con una sovrimposta sulle imposte nazionali sul reddito, ottobre 2011; Idem, Carbon-energy tax e permessi di inquinamento negoziabili nell’Unione europea, ottobre 2011 (www.csfederalismo.it/index.php/it/pubblicazioni/discussion-paper).


file Pdf : 2345_CommentoCSF3_Palea_Spread e Ue


 * Presidente del Centro Studi sul Federalismo

(Le opinioni espresse sono dell’autore e non impegnano necessariamente il CSF).

Il programma degli islamisti in Europa: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo” (1999), da Informazione Corretta (a sua volta da Seconda Assemblea Speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi)

Recupero una vecchia traccia informativa (del 1999 !), dopo gli assassinii compiuti da Mohammed Merah in Francia

Ho il “vizio della memoria”

Questo post è icastico. Le argomentazioni sono nei tre link contenuti nel testo.

Paolo Ferrario

Marzo 2012

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dalle parole  di “S.E. Mons. Ernesto Vecchi, Vescovo Ausiliare, Vicario Generale, Moderatore della Curia” di Bologna.

“Durante la Seconda Assemblea Speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, S.E. Mons. Giuseppe Germano Bernardini, Arcivescovo di Izmir in Turchia, dove è rimasto per oltre 40 anni e dove i musulmani sono il 99,9%, ha messo in evidenza la persuasione di tanti autorevoli personaggi musulmani così formulata:

“Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.

Tale persuasione fu espressa anche al Cardinale Oddi di v.m., durante il suo servizio diplomatico, da un noto Capo di Stato islamico che gli disse:

“Voi ci avete fermato a Lepanto nel 1571 e a Vienna nel 1683. Noi invaderemo l’Europa, senza colpo ferire, grazie alla vostra democrazia”.

da Informazione Corretta.


Siamo diventati terra di conquista degli integralisti, estremisti e terroristi islamici con cittadinanza europea

Siamo diventati terra di conquista degli integralisti, estremisti e
terroristi islamici con cittadinanza europea non solo senza rendercene
conto ma addirittura aiutandoli, giustificandoli e persino condividendo la
loro diabolica strategia volta a …
<http://www.ilgiornale.it/esteri/cosi_stiamo_armando_chi_ci_vuole_eliminare/22-03-2012/articolo-id=578703-page=0-comments=1>


Romano Prodi | ROMANO PRODI, Europa: quali risposte alla crisi?, Genova, Palazzo Ducale, 2011


“A noi Schettino. A voi Auschwitz”, di Alessandro Sallusti| da l’Occidentale

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A noi Schettino. A voi Auschwitz

Con questo provocatorio titolo è uscito ieri, nella Giornata della Memoria, Il Giornale. L’editoriale del direttore Sallusti è bene, poi, citarlo letteralmente:

È vero, noi italiani alla Schettino abbiamo sulla coscienza una trentina di passeggeri della nave, quelli della razza di Jan Fleischauer, di passeggeri ne hanno ammazzati sei milioni. Erano gli ebrei trasportati via treno fino ai campi di sterminio. E nessuno della razza superiore tedesca ha tentato di salvarne uno … Per la loro bravura e superiorità hanno fatto scoppiare due guerre mondiali che per due volte hanno distrutto l’Europa … Questi tedeschi sono ancora oggi arroganti e pericolosi per l’Europa. Se Dio vuole non tuonano più i cannoni, ma l’arma della moneta non è meno pericolosa. Per questo non dobbiamo vergognarci. Noi avremmo pure uno Schettino, ma a loro Auschwitz non gliela toglierà mai nessuno.

L’editoriale di Sallusti è una risposta all’articolo di Jan Fleischhauer, columnist dello Spiegel Online, che recentemente ha attaccato l’Italia e gli italiani definendoli, con disprezzo, tutti quanti degli Schettino. Se il tono delle parole di Sallusti era inutilmente esagerato, più diplomatico non è stato certamente il giornalista tedesco, che anche è bene citare letteralmente:

Mano sul cuore, ma vi sorprendete che il capitano fosse un italiano? Vi potete immaginare che manovre del genere e poi l’abbandono della nave vengano decise da un capitano tedesco o britannico? … Conosciamo tipi del genere dalle vacanze al mare, maschi bravi con grandi gesti, capaci di parlare con le dita e con le mani, in principio gente incapace di fare del male, ma bisognerebbe tenerli lontani da macchinari pesanti e sensibili, com’è evidente.

da  l’Occidentale


islamisti: Il Genocidio Armeno (1915-1917) negato dalla Turchia

la Francia sta approvando una legge che punisce la negazione del genocidio armeno

e la Turchia grida all’oltraggio, annulla visite bilaterali, cooperazione politica, economica e militare e afferma si tratta di un insulto alla nazione

paolo ferrario

23 dicembre 2011

In un congresso segreto dei “Giovani Turchi”, tenutosi a Salonicco nel 1911, fu deciso di sopprimere totalmente gli armeni residenti in Turchia. L’occasione per realizzare questo piano di sterminio si presentò con lo scoppio del Primo Conflitto Mondiale allorquando le potenze europee, impegnate nella guerra, non potevano interferire nelle faccende interne della Turchia.

 Inizialmente furono chiamati alle armi tutti gli Armeni validi che, dopo esser stati separati dai loro reparti,  ed inquadrati per costituire i cosiddetti “Battaglioni operai” vennero uccisi. Furono quindi arrestati ed in seguito uccisi tutti gli intellettuali, i sacerdoti, i dirigenti politici. Nelle città e nei villaggi abitati da Armeni rimasero quindi solo donne, vecchi e bambini. Per loro venne decretata la deportazione. Adducendo come pretesto la prossimità della zona di guerra, vennero costretti ad abbandonare le loro abitazioni per trasferirsi, così fu detto, in zone più sicure. Ma furono deportate anche le comunità armene residenti  a centinaia di chilometri dal teatro bellico, segno evidente che l’allontanamento dalle zone di guerra era solo un pretesto per lo sterminio. Per strada le carovane dei deportati venivano sistematicamente assalite da bande di malfattori, fatti uscire appositamente dal carcere per costituire la cosiddetta “Teskilate maksuse” (Organizzazione Speciale) il cui compito era lo sterminio degli Armeni.

I mezzi usati per compiere questo sterminio furono di un’inaudita ferocia e di un sadico accanimento contro le vittime. Chi riusciva a sfuggire almassacro periva per la fame, la sete, le malattie e gli stenti del lungo viaggio compiuto a piedi per centinaia di chilometri. Perirono così circa 1.500.000 di persone: la  quasi totalità degli Armeni di Turchia. Furono risparmiati solo quelli residenti a Istanbul e Smirne, perchè troppo vicini a sedi diplomatiche straniere. Si salvarono pure gli abitanti  di alcune province in prossimità del confine russo, che  si misero al riparo fuggendo oltre frontiera o  furono salvate dall’avanzata dell’esercito russo.

“In precedenza è stato comunicato che il Governo, su ordine del Partito (Unione e Progresso), ha stabilito di sterminare completamente tutti gli Armeni residenti in Turchia. Coloro i quali si oppongono a questo ordine non possono continuare a rimanere  negli organici dell’amministrazione dell’Impero. Bisogna   dar fine alla loro esistenza, per quanto siano atroci le misure adottate , senza discriminazioni per il sesso e l’età e senza dar ascolto a considerazioni legate alla coscienza”. Così recita il telegramma del ministro dell’interno turco, Talaat pascià, del 15 settembre 1915.

 … 

Il Genocidio Armeno.

Secondo l’Armenia sono circa circa un milione e mezzo gli armeni uccisi durante la Prima Guerra Mondiale in quella che oggi è la Turchia orientale, in una politica di genocidio deliberata. 


È morto all’età di 75 anni Vaclav Havel (1936-2011), l’ultimo presidente cecoslovacco e il primo presidente ceco dopo la caduta dell’ex regime comunista nel 1989 – LASTAMPA.it

Scrittore, drammaturgo, attivista
è stato il primo presidente ceco.
Guidò il suo Paese dopo la caduta
nel regime comunista nel 1989

È morto all’età di 75 anni Vaclav
Havel, l’ultimo presidente cecoslovacco e il primo presidente ceco dopo la caduta dell’ex regime comunista nel 1989.

Havel lo scrittore presidente, drammaturgo e uomo politico, leader della Rivoluzione di velluto ceca, ha guidato l’opposizione intellettuale cecoslovacca durante l’occupazione sovietica.
Era conosciuto anche come l’eroe di ‘Charta77′, il primo documento di opposizione al comunismo, trasformato poi nel Forum civico, un organismo che mise sottosopra il potere con manifestazioni pacifiche e diffondendo clandestinamente testi che inneggiavano alla rivoluzione non violenta.

Tra questi documenti, anche il suo saggio più famoso, tradotto in tutto il mondo, dal titolo “Il potere dei senza potere”.

Protagonista incontrastato del dissenso nella Cecoslovacchia, Havel, dopo la “Rivoluzione di velluto” e la svolta democratica nel 1989 in cui ebbe un ruolo centrale, divenne il primo presidente della Cecoslovacchia post-comunista e poi, con la separazione consensuale dalla Slovacchia nel 1993, della Repubblica Ceca. Per i cechi e ben oltre i confini nazionali, è stato il simbolo del dissenso e della lotta contro l’oppressione del regime comunista nel suo Paese e delle dittature in tutto il mondo.

Artefice della Rivoluzione pacifica dell’89 e attivista dei diritti umani. Per il suo impegno per i diritti civili e la libertà, Havel è stato ripetutamente incarcerato in Cecoslovacchia: quasi cinque anni in tutto, un’eternità che gli costò peraltro anche la salute, ma un periodo in cui produsse anche capolavori letterari come le famose lettere dal carcere alla moglie Olga.

Havel era nato il 5 ottobre 1936 in una famiglia benestante di imprenditori ed intellettuali di Praga: una “colpa” mai perdonata dal regime comunista del dopoguerra che l’accusò di avere collaborato coi nazisti durante l’occupazione. Nonostante gravi difficoltà a portare avanti gli studi liceali e poi universitari, Havel riuscì a seguire i corsi serali all’Università tecnica di Praga. Negli anni ’60, dopo il servizio militare, cominciò a lavorare come macchinista in alcuni piccoli teatri, fra cui il Teatro alla Ringhiera, dove poi andarono in scena alcune delle sue prime opere, come Festa in Giardino (1963). Parallelamente studiava per corrispondenza drammaturgia. In quegli anni scrisse due opere di rilievo, Il memorandum (1965) e Difficoltà di concentrazione (1968).

La Primavera di Praga nel 1968 e le repressioni seguite all’invasione sovietica indussero Havel, cacciato dal teatro, a impegnarsi nella lotta contro il regime: quasi cinque gli anni trascorsi dietro le sbarre. Nel 1989 in veste di leader del Forum Civico fu eletto primo presidente della Cecoslovacchia e riconfermato nella Repubblica ceca nel 1993. Nonostante la precaria salute e numerosi interventi chirurgici, nel 1998 fu rieletto per un secondo mandato.

Filoamericano, Havel fu il principale fautore dell’entrata della Repubblica Ceca nella Nato (12 marzo 1999). Nel 2003 gli successe Vaclav Klaus, suo acceso avversario, e Havel annunciò di lasciare la politica per dedicarsi alla sua professione di drammaturgo. Dopo 20 anni di pausa scrisse la piece “Gli Addii”, su un politico incapace di accettare la perdita del potere. La prima si tenne a maggio 2008 al Teatro Arca di Praga. Nella primavera scorsa uscì la versione cinematografica di “Addii” con la sua regia.

stralci da Addio Havel, rivoluzionario di velluto – LASTAMPA.it.


Speciale Srebrenica 8372, la strage del 1995 su La7 con Antonello Piroso, 14 settembre 2001

Luglio 1995. Mancano pochi mesi alla fine della guerra nella ex Jugoslavia. Le truppe paramilitari serbe guidate dal generale Ratko Mladic entrano nell’enclave musulmana-bosniaca di Srebrenica. Le famiglie vengono separate: donne e bambini allontanati con pullman e camion, gli uomini passati per le armi. Ben 8372 le vittime accertate fino ad oggi, i loro resti sparpagliati in un centinaio di fosse comuni. Il più grande crimine di genocidio in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Mercoledì 14 settembre, alle ore 23.00 su LA7 Antonello Piroso torna con i suoi monologhi in nome del “vizio della memoria” con Srebrenica 8372, uno speciale che ripercorre a distanza di sedici anni un episodio atroce, considerato tra i più controversi della storia europea recente e che diede una svolta decisiva al successivo andamento della guerra in ex Jugoslavia.

Registrato nella Centrale di Fies, in occasione del meeting di Vedro’ – L’Italia al Futuro, Antonello Piroso coniuga ricostruzione giornalistica e racconto teatrale per non dimenticare un avvenimento divenuto un simbolo del male serbo, ma che continua a sollevare pesanti interrogativi circa le responsabilità della politica e della diplomazia internazionale.

Dopo gli Speciali Walter Tobagi, giornalistaTortora – Dove eravamo rimastiCalabresi, un delitto annunciato e “Mi scusi, avvocato Ambrosoli”, Antonello Piroso torna così a scavare nella storia recente questa volta andando oltre i confini del nostro Paese, per sottolineare il valore della memoria, come monito per le generazioni future.

L’evento anticipa il ritorno di Piroso alla conduzione di un nuovo programma L’avvocato del diavolo, prossimamente in prima serata su LA7.

Lo speciale sarà visibile in replica on demand su www.la7.tv 

da Speciale Srebrenica 8372, la strage del 1995 su La7 con Antonello Piroso – Digital-Sat Magazine.


Piano da 109 miliardi, semaforo verde dell’Eurogruppo sugli aiuti alla Grecia – Il Sole 24 ORE

«Concordiamo di sostenere un nuovo programma di aiuti per la Grecia e, insieme con il Fondo monetario e la partecipazione volontaria del settore privato, a coprire pienamente il ‘gap’ di finanziamento”. Così l’ultima versione della bozza di documento sottoposta al vaglio dei capi di stato e di governo. Dalla bozza é sparito qualsiasi riferimento preciso alle modalità dell’intervento dei privati (scambio di bond, ‘rollover’ e ‘buyback’).

Nella bozza si afferma che il Fondo salva-stati sarà messo in condizioni di agire secondo le nuove modalità «come veicolo finanziario il più presto possibile». Il programma per la Grecia «sarà disegnato, in particolare attraverso tassi di interessi più bassi e l’allungamento delle scadenze (dei titoli, ndr), in modo tale da migliorare la sostenibilità del debito e il profilo di rifinanziamento della Grecia». Sull’aiuto alla Grecia si afferma che gli stati e la Commissione europea «mobiliteranno tutte le risorse necessarie per fornire assistenza tecnica adeguata per aiutare la Grecia ad attuare le riforme». 

da Piano da 109 miliardi, semaforo verde dell’Eurogruppo sugli aiuti alla Grecia – Il Sole 24 ORE.


Patto di stabilità: pubblicato il testo del Dpcm che riequilibra gli obiettivi per il 2011

Il testo del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di revisione degli obiettivi del Patto di stabilità interno 2011 è stato pubblicato nella G.U. n.120 del 25 maggio 2011.

Il testo del Dpcm prevede l’introduzione di una clausola di salvaguardia per i Comuni, che stabilisce che l’obiettivo del patto di Stabilità per i Comuni non può essere, in rapporto alla spesa media corrente del triennio 2006-2008, superiore a una determinata soglia, individuata nel 5,4 per cento per gli enti sotto i 10mila abitanti e nel 7 per cento per i Comuni con popolazione compresa tra 10 e 200mila abitanti.

Per approfondimenti


L’UE in sintesi – L’Europa in 12 lezioni

Cosa rappresenta, di cosa si occupa e come funziona l’Unione europea: le risposte in 12 lezioni, direttamente sul sito ufficiale dell’UE.

Ogni lezione fornisce risposte a quesiti importanti, come ad esempio:

• Perché c’è bisogno dell’UE?
• Come influisce sulla nostra vita?
• Quali sono i suoi poteri?
• Quale futuro si prospetta per l’UE?

Vai a: L’UE in sintesi – L’Europa in 12 lezioni.


Ricordando Tommaso Padoa-Schioppa, di Antonio Padoa-Schioppa, scritto raccolto da Anna Tempia

Antonio Padoa-Schioppa, Milano, Chiesa di San Marco, 20 gennaio 2011

Ricordando Tommaso Padoa-Schioppa

Se Tommaso avesse dovuto programmare l’annuncio della sua morte, credo che gli sarebbe tornata alla mente la procedura immaginata in un breve racconto di Campanile, il suo diletto Campanile tante volte letto e citato agli amici, il racconto intitolato “il povero Piero”. Per non ferire la sensibilità dei parenti, la notizia del decesso dello zio viene data con un telegramma il cui testo, che nella prima versione suonava crudo, fu modificato con successive attenuazioni sulla gravità del male, sino alla redazione finale, nella quale, dopo aver comunicato che “lo zio Piero sta bene”, sempre per non allarmare i parenti, inizialmente convocati, si concludeva con la frase: “restate pure dove siete”.

Noi stasera invece siamo qui: per ricordare, attraverso l’ascolto di una musica sublime che Tommaso molto amava, la sua vita e la sua persona. Una persona che molti dei presenti hanno conosciuto: alcuni di noi per una vita, altri negli anni di studio milanesi ormai lontani, altri solo più tardi, attraverso i suoi articoli, i suoi libri, le sue interviste degli ultimi anni.

Tommaso, lo sappiamo bene, era ormai divenuto un personaggio di spicco non solo nazionale, ma europeo e internazionale. La traccia che egli lascia nella vita pubblica italiana ed europea è profonda. La dimostrazione della necessità della moneta unica, l’euro, al quale egli ha dato un impulso decisivo, ormai riconosciuto. Il rifiuto della politica di breve respiro in favore di un’azione di governo lungimirante, che guardi al futuro e prepari valide condizioni di vita per chi verrà dopo di noi, a cominciare dai giovani di oggi: un obbiettivo da lui tenuto ben fermo con mano sicura nei due anni in cui è stato al governo, pur nel frastuono assordante e desolante di un’Italia politica dalla veduta corta.

L’iniziativa, alla quale ha lavorato sino agli ultimi giorni della sua vita, di una riforma degli standards delle monete a livello planetario, concepita come risposta della politica agli squililbri indotti dalla globalizzazione. Sono, queste, alcune soltanto tra le imprese di rilievo storico alle quali Tommaso ha dato un contributo essenziale di pensiero e di azione.

L’efficacia indiscutile (lo dicono i fatti) del suo operare era legata ad almeno due elementi. Da un lato, ad una capacità eccezionale di analisi e di sintesi concettuale (un autorevole commentatore ha parlato a suo proposito di “cristal clear intellect”), e questo su temi anche tecnicamente complessi: che si trattasse di sistema dei pagamenti o di vigilanza bancaria, di mercati finanziari o di sistemi contabili, di borse o di derivati, Tommaso era in grado di descrivere con un limpido linguaggio comune la realtà dei fatti, i difetti del sistema, i rimedi necessari.

Anche i suoi articoli e i suoi libri sono modelli di chiarezza e di profondità. D’altro lato, Tommaso aveva un autentico dono per il rapporto con chi doveva e poteva decidere, al livello tecnico come al livello politico: che si trattasse di convincere un collegio o invece di colloquiare con un politico, Tommaso sapeva come condurre il discorso, con logica impeccabile, con convinzione, con realismo, con pacatezza, lungo i canali che avrebbero portato al consenso dell’interlocutore. Due doni ben rari a trovarsi in una stessa persona. A ciò si aggiungeva, nei rapporti di lavoro con i tanti collaboratori di ogni grado, un rispetto e un’attenzione per la persona di chi lavorava con lui che suscitava in ciascuno di loro entusiasmo e dedizione commoventi, che duravano poi immutati nel tempo. Sapeva, d’altronde, anche essere severo, caustico, sferzante; ma sempre con i forti, mai con i deboli, mai con chi riteneva in buona fede.

Se ora ci chiediamo se vi sia un filo conduttore, un filo rosso che lega tra loro questi caratteri distintivi della sua opera, la risposta è semplice e complessa ad un tempo. Non di un solo filo si tratta, ma di un intreccio di fili. La convinzione che non gli uomini, ma le istituzioni possano diventare più sagge se si abbia la capacità di adeguarle alla realtà che muta. La fiducia che un’argomentazione razionale, spiegata con chiarezza tale da essere intesa senza bisogno di ricorrere a tecnicismi, sia in grado di convincere un interlocutore capace di ascolto, purchè chi argomenta creda davvero in ciò che dice. La concezione del potere come servizio e del servizio pubblico come altissima funzione civile, a favore del cittadino: un’idea, quest’ultima, alquanto inusuale in Lombardia, che egli maturò giovanissimo ispirandosi ai modelli di altri paesi, in particolare della Francia, conosciuta e amata attraverso amicizie di una vita. La consapevolezza che in un mondo di violenze e di guerre solo il superamento delle sovranità nazionali nella prospettiva del federalismo politico possa preparare un futuro di pace, secondo l’intuizione che fu già di Dante, più tardi del Kant cosmopolitico e dei federalisti americani. E che nel Novecento, dopo la tragedia immane delle due guerre mondiali, nutrì il pensiero e l’azione politica di uomini come Altiero Spinelli e Jean Monnet. E’ l’ideale che ha generato l’Unione europea, dalla Ceca del 1950 sino all’Euro dei nostri giorni: una costruzione grandiosa, anche se tuttora incompiuta, alla quale Tommaso ha dato un luminoso apporto di pensiero e di azione. Credo di non sbagliare se affermo che egli ha esercitato, negli anni dell’euro, un ruolo analogo a quello che Altiero Spinelli, Jean Monnet e Mario Albertini hanno svolto nei decenni della genesi della Comunità europea, dell’istituzione del Parlamento europeo e del Mercato unico.

Perché per lui l’euro costituiva, al fondo, una via maestra, una tappa potenzialmente decisiva per raggiungere l’unificazione politica dell’Europa. Per questo si è battuto con successo per la moneta unica. Tommaso riteneva che la politica, la politica alta, la sola che lo interessasse, non sia l’arte del possibile ma sia invece la capacità di rendere possibile ciò che è giusto e necessario. Alla radice, alla fonte di un’attività senza soste dispiegata da Tommaso nell’arco di quattro decenni, sta una concezione precisa dell’uomo e della vita, che spiega tante cose di lui, della sua carriera, della sua opera. Alla base vi era la convinzione che il fine non giustifica mai i mezzi. E che pertanto non bisogna in nessun caso, per nessuna ragione al mondo, derogare alla correttezza personale e al rigore etico per conseguire posizioni di potere o vantaggi di quasiasi natura. Alla base vi era inoltre in lui la fiducia che la parte sana e morale di un individuo e di un popolo possa prevalere sulle pulsioni distruttive dell’egoismo e dell’interesse, che pure (egli lo sapeva bene) fanno parte della natura umana individuale e collettiva.

Un atteggiamento, questo, che il cittadino comune capiva molto meglio di tanti esponenti dell’élite: quanto spesso, negli ultimi anni – decine di volte, e rammento solo le occasioni in cui eravamo insieme nelle vie di una città itaiiana – ho assistito alla scena di persone che (sorprendendosi che egli andasse a piedi, senza auto e senza scorta) lo fermavano in strada, sempre e soltanto per dirgli semplicemente “grazie”. Questo era per lui, credetemi, più gratificante di ogni elogio pubblico, che peraltro in Italia gli è stato largamente risparmiato, almeno sino a un mese fa.

Mentre dall’estero, i riconoscimenti e i messaggi di questi giorni sono commoventi perché esprimono concordemente il rimpianto per una perdita che molti in Europa (ma anche negli Stati Uniti, in Cina, in Giappone, in Brasile e in altri Paesi) ritengono grave, quando non addirittura irreparabile: in tanti messaggi si legge, in varie lingue, a proposito della sua scomparsa, la parola “tragedia”.

La fonte vera della sua azione scaturiva dunque da un sostrato di valori alti.

Anche il rapporto straordinario con i figli e con il padre, anche il legame profondo con il fratello e con le sorelle, anche il valore dell’amicizia erano per lui aspetti essenziali dell’esistenza. La sua vita, negli ultimi tredici anni Tommaso la ha vissuta in comunione perfetta con la persona incomparabile che è Barbara Spinelli, che stasera saluto qui con commozione. E’ stata, quella di Tommaso, una vita intessuta di vere sofferenze ma anche di vera felicità. Una vita nutrita, pur nel ritmo incalzante del suo lavoro, di ininterrotte riflessioni personali e di quotidiane letture e meditazioni sui grandi del pensiero, della religione e dell’arte.

Tommaso amava la vita. Si rideva spesso, con lui. E certo non solo leggendo Campanile. Anche per questo abbiamo scelto, con Barbara, una fotografia di Tommaso sorridente, accompagnata – nel cartoncino che avete trovato all’ingresso – dalla citazione di tre frasi da lui dettate in ricordo di Paolo Baffi, ma che a me paiono molto appropriate anche per descrivere alcuni aspetti di lui.

La sua vita è stata interrotta. Bruscamente, drammaticamente, quasi con un misterioso simbolismo preordinato dal destino, in una sera in cui avevamo contemplato per sua iniziativa il grandioso Michelangelo della Sistina e mentre egli si accingeva a salutare gli amici. Tommaso non sapeva di dover morire proprio ora.

Era al culmine delle sue capacità intellettive e costruttive. Ma era anche preparato alla morte. Chi lo ha conosciuto bene lo sa. Era cosciente di “aver combattuto la buona battaglia” e di “aver conservato la fede”, come ha scritto San Paolo. Era in pace con se stesso e col mondo.

Ora dobbiamo continuare senza di lui. E non sarà mai più la stessa vita,

almeno per alcuni di noi. Mai più. Ma la sua opera resta. Il suo esempio morale e civile resta. E resterà. La stessa sua fine prematura già comincia a mostrare segni di fecondità: da tante parti, anche inattese, non si vuole che le sue idee periscano con lui.

Stiamo per ascoltare il capolavoro di Mozart. Come sappiamo, è l’ultima

opera della sua vita, chiusa ad appena 35 anni. E le ultime note che egli ha scritto sono le prime note del Lacrymosa del Requiem. Avrei voluto che l’orchestra per un momento si fermasse. Ascoltiamo, pensando che, scritte quelle note, la vita del sommo artista si è spenta. Anche la vita di Tommaso si è spenta alle prime parole di saluto agli amici, quella sera.

Ma la musica del Requiem è stata completata. E l’opera di Tommaso continuerà.

Tommaso, non hai vissuto invano. Non sarai dimenticato.

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Caro Paolo

ecco il testo del ricordo di TPS fatto da suo fratello Antonio. Come vedi é un discorso che mescola vari piani tra il pubblico e il privato, e che io sento si deve portare a conoscenza di chi lo desidera ricevere.

Anna Tempia


Svizzera: revoca automatica del diritto di soggiorno a tutti gli stranieri condannati, con sentenza passata in giudicato, per aver commesso reati quali omicidio, rapina, traffico di esseri umani, stupri, effrazione e altri reati violenti

Ginevra – Via libera alla legge che regola l’espulsione degli stranieri responsabili di gravi reati, proposta dal partito della destra populista Unione di centro (Udc) di Cristoph Blocher. La Svizzera ha detto sì al referendum approvando la nuova legge con il 52,9% delle preferenze.

Per il governo e per i grandi partiti che avevano fatto campagna contro la proposta dell’Udc/Svp si tratta di una grave sconfitta. Il sì al testo contro gli stranieri criminali è tuttavia un sì meno convinto di quel clamoroso e inatteso 57,5% di consensi registrato un anno fa dal referendum sul divieto di costruire nuovi minareti, sostenuto anche allora dall’Udc/Svp contro tutti.

L’iniziativa approvata introduce nella Costituzione un articolo che stabilisce la revoca automatica del diritto di soggiorno a tutti gli stranieri condannati, con sentenza passata in giudicato, per aver commesso reati quali omicidio, rapina, traffico di esseri umani, stupri, effrazione e altri reati violenti. Saranno puniti da espulsione anche gli stranieri colpevoli di “percepito abusivamente” prestazioni dell’assistenza sociale o di assicurazioni sociali. Il divieto di entrata varia dai 5 ai 15 anni, fino a 20 per i recidivi.

Spetterà ora al parlamento elaborare la legge di applicazione.


Eurostat: annuario statistico 2010

(regioni.it) Eurostat ha presentato giovedì 9 settembre l’annuario statistico 2010 dell’Unione Europea; nelle 664 pagine della pubblicazione sono contenuti oltre 450 fra tabelle, grafici e mappe.
L’annuario è scaricabile, sia integralmente che per capitoli, nella versione in lingua inglese, al seguente indirizzo:


La popolazione europea rimarrà stazionaria fino al 2020 e comincerà a perdere oltre un milione di persone l’anno dopo quella data

Nelle più recenti statistiche demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Europa nel suo complesso è valutata a circa 730 milioni, Russia compresa (circa 450 se si considera soltanto l’Europa Occidentale); gli abitanti dell’Africa «nera», ossia dell’Africa sub sahariana sono circa 860 milioni. C’è quindi poco più di un africano «nero» per ogni europeo, mentre sessant’anni fa c’erano quasi tre europei per ogni africano. Intorno al 2030, secondo proiezioni statistiche attendibili, gli africani «neri» per ogni europeo saranno quasi due.

La popolazione africana «nera» cresce infatti di oltre 20 milioni l’anno e per conseguenza raggiungerà il miliardo nel 2017, nel 2020 sarà attorno a un miliardo e 80 milioni, nel 2030, in un’ipotesi media di crescita, circa 1300 milioni. La popolazione europea rimarrà stazionaria fino al 2020 e comincerà a perdere oltre un milione di persone l’anno dopo quella data. Queste cifre già lasciano supporre che la popolazione dell’Africa sub-sahariana sia, dal nostro punto di vista, incredibilmente giovane, e le cose stanno effettivamente così: circa il 60 per cento degli africani «neri» ha meno di 25 anni mentre appena l’8 per cento ne ha più di 65; in Europa i dati corrispondenti sono pari a circa la metà per i giovani – che sono quindi il 30 per cento del totale – e circa il doppio per gli anziani, pari al 16 per cento del totale. Questo divario è destinato a peggiorare in maniera abbastanza sensibile nei prossimi due o tre quinquenni.

Questi sono i dati difficili da digerire

Mario Deaglio su - LASTAMPA.it.


Vietare il velo per legge può dare buoni risultati di Khaled Fouad Allam, in Il Sole 24 Ore» del 7 aprile 2010

Molti paesi europei si apprestano a legiferare sulla questione del velo islamico; tra questi il Belgio, che ha già votato per il divieto di indossarlo in pubblico. Il governo francese, che è stato il primo a porre il problema del velo integrale (burqa), si è visto rispondere dal Consiglio di stato di affrontare il problema con più prudenza e di non vietarlo totalmente. Il Italia la questione approderà tra poco in Parlamento.

La disparità nel trattamento giuridico della questione del velo tra i diversi paesi europei dimostra la complessità e la difficoltà di trovare una soluzione definitiva alla questione. In effetti, il trattamento giuridico del velo – nella sua ipotetica accezione di simbolo religioso dell’islam – pone in contraddizione libertà pubblica e libertà religiosa: come non far apparire il divieto del velo come una legge contro l’islam e le popolazioni musulmane? Sul piano dei protagonisti, il paesaggio è molto diviso: alcuni, come ad esempio Tarek Ramadan, affermano che una legge in proposito sarebbe controproducente, e che la migliore soluzione sia quella di un lavoro sociale e pedagogico presso le popolazioni musulmane. Ma il lavoro pedagogico è lento, richiede tempo, un’organizzazione capillare e la formazione del personale di culto che oggi è quasi inesistente in Europa; mentre la questione è urgente, perché si assiste alla crescita esponenziale dell’uso del burqa nelle grandi agglomerazioni urbane europee.
Il velo suscita dunque una grande questione per l’Europa, perché pone il problema della riformulazione dell’assetto democratico; ed è su questa base che si deve ragionare. Perché la democrazia non consiste soltanto nel diritto di voto e nell’alternanza tra i diversi segmenti politici: uno dei fondamenti della democrazia moderna è l’eguaglianza, non limitata alla sfera economica ma estesa ai rapporti di genere. Almeno su questo punto gli esperti sono d’accordo: il velo non è un simbolo religioso. Il corpus dei testi dell’islam – il Corano e la Sunna (tradizione profetica) – non lo menziona mai in tal senso.
Quello del velo è un codice culturale che ho vissuto personalmente: a casa di mio nonno uomini e donne mangiavano in luoghi separati; e quando le donne dovevano uscire, quasi come un riflesso condizionato, indossavano un velo bianco chiamato hayk. Da bambino non capivo il significato di tutto ciò, lo accettavo passivamente perché è proprio di una tradizione culturale il fatto di ripetersi inesorabilmente nel tempo. Solo in seguito, con gli anni, capii che il velo rappresentava una frontiera: non solo una frontiera tra pubblico e privato, ma anche una frontiera che incarnava un rapporto di dominazione, il potere degli uomini sulle donne.
Nella cultura patriarcale, come ci ha insegnato Germaine Tillion nel suo saggio L’harem et les cousins, i rapporti di dominazione si basano sulla paura, e il contatto con il mondo esterno rappresenta la possibilità di perdere il controllo sull’universo femminile. Il controllo sulla sessualità è dunque di primaria importanza: la donna deve nascondersi per non suscitare il desiderio. Mantenere l’uso del velo significa dunque riprodurre la catena perversa di un rapporto di dominazione, un rapporto che spezza il fondamento della democrazia, vale a dire l’eguaglianza tra gli esseri umani al di là del sesso e dell’origine etnica.
In alcuni casi il diritto può avere una virtù pedagogica, può aiutare i popoli a cambiare, ad adattarsi alle condizioni socioculturali di un altro luogo: perché la democrazia richiede il vivere insieme, e il diritto è uno strumento per costruire il vivere insieme. Operò in questo senso, oltre cinquant’anni fa, un politico tunisino: nel 1956 l’allora presidente Habib Burghiba, richiamandosi ad un principio e dovere del l’islam – l’igtihad – vietò il matrimonio poligamico promulgando un legge in tal senso. All’epoca egli infranse un tabù, aprendo alle donne del suo paese uno spazio di libertà e una nuova condizione di eguaglianza.
«Il Sole 24 Ore» del 7 aprile 2010

Editoriali & altro …: Vietare il velo per legge può dare buoni risultati

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Eurostat: sempre più disoccupazione, in Regioni.it Newsletter n. 1537 del lunedì 15 marzo 2010

Eurostat: sempre più disoccupazione

 
(regioni.it) In Europa nel quarto trimestre del 2009 c’è un calo dell’occupazione del -0,3%. Sono stati persi complessivamente 583mila posti, di cui 347 mila in Eurolandia.
Nel terzo trimestre del 2009 l’occupazione era caduta dello 0,5% nelle due zone con una perdita di un milione di posti di lavoro.
In Italia da ottobre a dicembre 2009 il calo dell’occupazione e’ stato dello 0,1% (lo stesso livello della Francia) contro un -0,6% del trimestre precedente. La Germania ferma l’emorragia di perdita di posti di lavoro registrando lo 0,0% di variazione nel quarto trimestre del 2009 rispetto a quello precedente. Situazione critica in Grecia e Spagna con entrambe -0,8%.
 
 

 
Percentage change compared to the previous quarter
Percentage change compared to the same quarter of the previous year
2009
2009
 
Q1
Q2
Q3
Q4
Q1
Q2
Q3
Q4
 
EA16
-0.8
-0.5
-0.5
-0.2
-1.3
-1.9
-2.2
-2.0
 
EU27
-0.8
-0.6
-0.5
-0.3
-1.1
-1.8
-2.1
-2.1
 
Member States
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Belgium
-0.4
-0.3
-0.3
-0.3
0.5
-0.2
-0.9
-1.4
 
Bulgaria
:
:
:
:
-0.3
-1.8
-3.7
-5.8
 
Czech Republic
-0.7
-1.0
-0.4
0.2
0.0
-0.9
-1.9
-1.9
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Denmark
-1.9
-0.7
-1.6
:
-2.1
-2.3
-4.5
:
 
Germany
-0.1
-0.2
-0.1
0.0
0.5
0.1
-0.2
-0.4
 
Estonia
-7.2
-1.9
-0.7
:
-7.2
-10.2
-10.7
-11.9
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ireland
-3.7
-1.5
-2.0
c
-7.5
-8.3
-8.7
c
 
Greece
-0.6
-0.2
-0.5
-0.8
-0.2
-1.0
-1.2
-2.2
 
Spain
-2.5
-1.3
-1.5
-0.8
-6.4
-7.1
-7.2
-6.0
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
France
-0.4
-0.4
-0.2
-0.1
-0.7
-1.2
-1.3
-1.1
 
Italy
-0.6
-0.4
-0.6
-0.1
-1.1
-1.6
-2.1
-1.8
 
Cyprus
:
:
:
:
1.4
-0.5
-2.0
:
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Latvia
-3.2
-5.4
-5.7
:
-8.2
-13.2
-16.5
-16.5
 
Lithuania
-4.0
-1.5
-0.4
-2.3
-5.1
-6.7
-7.5
-8.3
 
Luxembourg
-0.2
-0.1
0.0
:
2.3
1.2
0.3
:
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Hungary
-1.6
-1.5
-0.1
-0.5
-2.7
-4.4
-3.8
-3.5
 
Malta
:
:
:
:
0.4
-0.5
-1.5
-0.7
 
Netherlands
-0.4
-0.6
-0.5
c
0.3
-0.8
-1.5
c
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Austria
-0.9
-0.1
0.0
0.1
-0.4
-1.1
-1.2
-0.9
 
Poland
-0.5
0.3
0.1
-0.4
1.0
1.1
0.3
-0.8
 
Portugal
-1.1
-1.0
-0.8
0.0
-1.6
-2.7
-3.1
-2.8
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Romania
:
:
:
:
:
:
:
:
 
Slovenia
-0.8
-1.0
-1.1
-1.0
0.4
-1.7
-3.4
-4.0
 
Slovakia
-1.8
-0.7
-0.8
-0.6
-0.4
-1.3
-3.7
-4.0
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Finland
-0.9
-1.5
-1.1
-0.7
-1.2
-3.1
-3.5
-4.1
 
Sweden
:
:
:
:
-1.2
-2.2
-2.6
-2.1
 
United Kingdom
-0.6
-0.8
0.0
0.0
-1.1
-2.1
-1.7
-1.4
 
EFTA countries
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Norway
-0.5
-0.3
-0.3
0.1
0.9
-0.1
-1.4
-0.9
 

 Employment down by 0.2% in the euro area and by 0.3% in the EU27

Newsletter n. 1537 del lunedì 15 marzo 2010

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Francia, negata cittadinanza a chi porta il burqa, Immigrazione.biz

Niente cittadinanza a chi porta il velo. Lo ha dichiarato il ministro francese dell’immigrazione Eric Besson, dopo che ha rifiutato la concessione della cittadinanza ad un uomo che obbligava la moglie ad indossare il velo islamico. E proprio questo sarà uno dei temi fondanti della nuova norma francese sulla concessione della cittadinanza che terrà conto anche di altri fattori etnici e culturali. Si sa, la Francia e il buqua ormai sono del tutto incompatibili. Lo scorso gennaio, infatti, una commissione aveva vietato l’uso del velo in tutti i locali pubblici, nelle scuole, negli ospedali e perfino negli autobus. Oggi arriva questa notizia che fa il giro del mondo, e rimbombano anche le parole del presidente francese Sarkozy: “Burqa e niqab non sono i «benvenuti in Francia, in quanto contrari ai valori del Paese”.

Immigrazione.biz – Francia, negata cittadinanza a chi porta il burqa

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Alice Kessler-Harris, Maurizio Vaudagna (edited by) Democracy and Social Rights 2009, 354 pagine

Alice Kessler-Harris, Maurizio Vaudagna (edited by)
Democracy and Social Rights in the
ISBN 978-88-95285-17-7
Anno di pubblicazione 2009, 354 pagine, 2500 Kb

“All history is contemporary history” famously said Italian philosopher Benedetto Croce
as he hinted at the present concerns and dreams that guide historians in focussing their
scholarly interests and selecting subjects of research. The history of social rights aptly
responds to Croce’s maxim. Different from earlier decades when the subject was mainly
treated by sociologists and political scientists, historians have entered the field in the last
twenty-five years. They have given much more attention to the twentieth-century development
of what is alternately called social provision, the welfare state, the social service
state, or the social rights of citizenship. An abundant crop of new books has appeared
in the historical literature, many of them written from a comparative or international
perspective.
Two trends best explain the new historical focus. On the one hand the blooming
of women’s history has generated interest in previously marginalized subjects such as the
perpetuation of family and community; the meaning of household work; the nature of
paid and unpaid “caring” duties; and the provision of services for the poor, the elderly,
children and the sick. Women’s historians have also fostered a debate over the role of the
state in relationship to these social issues. On the other hand the so called “crisis of the
welfare state” that emerged in the late seventies, has led historians to take a new look at
the political and economic sources of modern social rights. While, in different degrees,
these had been seen as givens for most Western industrial countries in the post-World-
War-II years, they are increasingly in jeopardy.
To find out why, social scientists, including historians, have turned to the past,
looking for the development of a sometimes contradictory, but definitely relevant, achievement
of the otherwise troubled twentieth century. Their search should lead to proposals
for how best to rethink the place and the nature of social rights in the context of new
demands for democratic participation. This book takes its place in that literature.
Institutionally this book is born out of the cooperation between the Department of
History of Columbia University and CISPEA, the consortium of Italian Americanist
historians at the Universities of Bologna, Florence, Triest and Eastern Piedmont.
The papers presented here are the products of a conference held in Vercelli and Torino
in the spring of 2008. That conference was the third in a series on the history of social
rights held in New York and Italy in 2006 and dealing first with the transatlantic welfare
states between democracy and totalitarianism and then with the history and the future
of social justice.
We are grateful to the sponsors and contributors that have supported our conferences: at
Columbia University we thank the Office of the Provost, the Department of History, the
Herbert H. Lehman Center for American History and the Italian Academy for Advanced
Studies in America; in Italy, in addition to CISPEA, the University of Eastern Piedmont
and its Department of Human Studies, and the “Piero Bairati” Center for American and
European-American Studies.
We are equally grateful to colleagues from many transatlantic countries for the
wide range of issues and nations that their essays have covered. The large scholarly terrain
considered in this book responds to the civic concern that is so visible in this area of
historical studies. At the same time we intend this publication as an intermediate step.
We hope that our joint efforts will continue to produce an enriching exchange of ideas
and continuing scholarly work. We dedicate this book to new cooperative efforts.

Indice del volume

Alice Kessler-HarrisMaurizio Vaudagna, Preface
Alice Kessler-Harris, Democracy, Liberty and Social Rights: An Introduction
Maurizio Vaudagna, Social Rights and Changing Definitions of Liberty: America, Europe and the Dictators
Ruth Lister, Poor Citizenship: Social Rights, Poverty and Democracy in the Late Twentieth and Early Twenty-First Centuries
Volker R. Berghahn, American Social Scientists and the European-American Dialogue on Social Rights, 1930-1970
Pat Thane, Women, Democracy and Social Rights in the Twentieth Century
Michael Freeden, Democracy and Paternalism: The Struggle Over Shaping British Liberal Welfare Thinking
Marco Mariano, The Liberal Dilemma. Social Rights, Civil Rights, and the Cold War in “Vital Center” Liberalism
Wilfried Loth, Social Rights and Democracy in European Catholic Thought
Robin Blackburn, Pension Rights and Pension Finance in the Ageing Society
Marcus Gräser, The German Welfare State and Its Transformation, 1900-1945
Bo Stråth, Social Rights and the Social State in Democratic Countries during the Interwar Years: The Case of Sweden
Gro Hagemann, The Value of Domestic Work: Economic Citizenship in Early Postwar Norway and Sweden
Danielle Tartakowsky, In the Name of Liberty: Foreign Influence on the French Popular Front
Axel R. Schäfer, The Liberal State and Conservative Social Policy: The Politics of Growth, Subsidiarity, and Moral Categorizing in the United States after 1945
Simone Cinotto, Italian Americans and Public Housing in New York, 1937-1941: Cultural Pluralism, Ethnic Maternalism, and the Welfare State
Béla Tomka, Social Security in Postwar East Central Europe
Chiara Giorgi, The Origins and Development of the Welfare State: Democracies and Totalitarianisms Compared

Prezzo Modalità di acquisto
12.00 € versione digitale metti nel carrello
25.00 € versione a stampa apeiron
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Fondazione Nord Est, I modelli di evoluzione demografica: regioni dell’Unione Europea a confronto, 2009

I modelli di evoluzione demografica: regioni dell’Unione Europea a confronto

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Ue: la popolazione straniera nei 27 paesi membri


Al 1° gennaio 2008 sono 30,8 milioni i cittadini stranieri residenti nei 27 paesi membri dell’Unione europea, con un’incidenza sulla popolazione totale del 6,2%. Lo ha rilevato il rapporto dell’Eurostat – l’Ufficio statistico delle Comunità europee – pubblicato in occasione della Giornata internazionale dei migranti del 18 dicembre scorso. 
Leggi tutto all’indirizzo:

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27 Gennaio 2009: nel Giorno della Memoria Carlo Rivolta legge ed intrepreta I sommersi e i salvati di Primo Levi


L’Eternità?

L’eternità esiste nella Voce di Carlo Rivolta che legge ed interpreta, in una serata unica sulla faccia della terra:


I sommersi e i salvati
di Primo Levi

Devi immaginare una sala che improvvisamente si fa buia …. dal fondo Carlo Rivolta, vestito di leggerissimi indumenti bianchi, avanza con una candela in mano … e poi, dal silenzio, questa voce:

I sommersi e i salvati

Vai al sito in memoria di Carlo Rivolta, curato dalla moglie Nuvola de Capua

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P. Gregg, Centre for Market and Public Organisation, Bristol, CMPO working paper, n° 08/196, 43 Pagine.

P. Gregg, Centre for Market and Public Organisation, Bristol, CMPO working paper, n° 08/196, 43 Pagine.

Ricostruzione delle principali fasi di sviluppo dello Stato sociale nel Regno Unito dagli anni ‘60 e ‘70 al thatcherismo, con i suoi tagli, fino al welfare attivo di Blair inaugurato a metà degli anni Novanta. Ne emerge come il sistema britannico si sia progressivamente allontanando da quello europeo occidentale, per avvicinardi a quello tipico di realtà extraeuropee come la Nuova Zelanda, l’Australia e il Canada.

Scarica il documento in formato PDF (545 k)

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Il crocifisso, i giudici e Natalia Ginzburg di Giuseppe Fiorentino e Francesco M. Valiante, L’OSSERVATORE ROMANO Edizione quotidiana 5 novembre 2009

La sentenza della Corte di Strasburgo

Il crocifisso, i giudici
e Natalia Ginzburg



di Giuseppe Fiorentino e Francesco M. Valiante

Tra tutti i simboli quotidianamente percepiti dai giovani, la sentenza emessa ieri dalla Corte di Strasburgo – che proibisce l’esposizione del crocifisso dalle aule scolastiche italiane perché sarebbe contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e al diritto dei bambini alla libertà di religione – ha colpito quello che più rappresenta una grande tradizione, non solo religiosa, del Continente europeo. “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana che ha sparso per il mondo l’idea dell’eguaglianza tra gli uomini fino allora assente”. A scrivere queste parole, il 22 marzo 1988, era Natalia Ginzburg sulle pagine de “l’Unità”, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, allora organo del Partito comunista italiano.
Le parole della scrittrice, a oltre vent’anni di distanza, esprimono un sentimento ancora ampiamente condiviso in Italia. Ne sono dimostrazione le tante reazioni seguite al pronunciamento della Corte europea. Mentre il Governo italiano ha annunciato di aver presentato ricorso contro la sentenza, il mondo politico ha evidenziato quasi unanimemente la mancanza di buon senso insita nel provvedimento, ribadendo come la laicità delle istituzioni sia un valore ben diverso dalla negazione del ruolo del cristianesimo. “Stupore e rammarico” sono stati espressi in particolare dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il gesuita Federico Lombardi, in una severa dichiarazione trasmessa dalla Radio Vaticana e dal Tg1. “È grave – ha affermato – voler emarginare dal mondo educativo un segno fondamentale dell’importanza dei valori religiosi nella storia e nella cultura italiana”. E ha continuato:  “Stupisce poi che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all’identità storica, culturale e spirituale del popolo italiano. Non è per questa via che si viene attratti ad amare e condividere di più l’idea europea, che come cattolici italiani abbiamo fortemente sostenuto fin dalle sue origini”. Di “visione parziale e ideologica” ha parlato la Conferenza episcopale italiana, sottolineando che nella decisione della Corte “risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, che non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale”.
Va ricordato che in Italia il Consiglio di Stato nel 2006 aveva già ritenuto legittime le norme che prevedono l’esposizione del crocifisso nelle scuole, affermando che questo non assume valore discriminatorio per i non credenti perché rappresenta “valori civilmente rilevanti e, segnatamente, quei valori che soggiacciono e ispirano il nostro ordine costituzionale”.
In effetti la sentenza della Corte di Strasburgo, con l’intento di voler tutelare i diritti dell’uomo, finisce per mettere in discussione le radici sulle quali quegli stessi diritti si fondano, disconoscendo l’importanza del ruolo della religione – e in particolare del cristianesimo – nella costruzione dell’identità europea e nell’affermazione della centralità dell’uomo nella società. Sotto altro profilo, la decisione dei giudici di Strasburgo sembra ispirata a un’idea di laicità dello Stato che porta a emarginare il contributo della religione alla vita pubblica. Si potrebbe così prefigurare un futuro non tanto lontano fatto di ambienti pubblici privi di qualunque riferimento religioso e culturale nel timore di offendere l’altrui sensibilità. In realtà, non è nella negazione, bensì nell’accoglienza e nel rispetto delle diverse identità che si difende l’idea di laicità dello Stato e si favorisce l’integrazione tra le varie culture. “Il crocifisso rappresenta tutti” – spiegava Natalia Ginzburg – perché “prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti,  ebrei  e  non  ebrei  e  neri  e bianchi”.

(©L’Osservatore Romano – 5 novembre 2009)

L’OSSERVATORE ROMANO Edizione quotidiana 5 novembre 2009

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Abitare Anziano. Le nuove esigenze abitative al tempo dell’invecchiamento demografico, pubblicato dall’Associazione Ticinese Terza Età,

Rapporto Abitare Anziano. Le nuove esigenze abitative al tempo dell’invecchiamento demografico, pubblicato dall’Associazione Ticinese Terza Età, è la difesa dell’autonomia della persona anziana e dei suoi spazi di libertà. A livello europeo e svizzero la problematica di condizioni abitative che rispondano alle nuove esigenze poste dall’invecchiamento demografico della popolazione è stata affrontata con studi, ricerche, progetti e realizzazioni che riguardano l’alloggio, l’edificio, il quartiere e il contesto urbano. La sintesi (non esaustiva) dei risultati di questi studi viene esposta nel secondo capitolo del rapporto, che passa poi ad analizzare la situazione ticinese relativa alle attuali condizioni abitative degli anziani. Viene poi anal izzato quanto viene fatto in Ticino per il mantenimento della persona anziana al proprio domicilio, confrontato con la soluzione alternativa della casa per anziani medicalizzata. Il rapporto chiude con un elenco di proposte che riguardano i quattro punti (contesto urbano, quartiere, edificio, alloggio) e i servizi di mantenimento a domicilio.
Il Rapporto può essere richiesto a
Segretariato ATTE – via Olgiati, 38 – Casella postale 537
CH-6512 Giubiasco Tel. 0041 (0)918500550

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Finanziare il sistema sanitario dell’Unione Europea

Finanziare il sistema sanitario dell’Unione Europea (Centro Maderna) I sistemi sanitari dell’Unione Europea svolgono una funzione di vitale importanza per i cittadini e contribuiscono al benessere non solo socio-sanitario, ma anche economico dei diversi Paesi. Pertanto, l’Ue deve affrontare la questione della sostenibilità finanziaria degli investimenti per la salute pubblica evitando di indebolire i sistemi sanitari, cioè garantendo la copertura sanitaria universale, la solidarietà finanziaria, l’equità nell’accesso ai servizi e la disponibilità di cure di alta qualità. Alla luce di queste necessità, l’Osservatorio europeo sui sistemi e sulle politiche sanitarie ha pubblicato il rapporto Financing health care in the European Union. Challanges and policy responses, relativo al finanziamento dei sistemi sanitari europei. Il documento illustra in particolare:
- la natura del problema della sostenibilità
- l’adeguatezza delle attuali scelte finanziarie
- le recenti riforme finanziare
- le raccomandazioni per migliorare la situazione.

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European Commission (DG ECFIN) and the Economic Policy Committee (AWG, Underlying Assumptions and Projection Methodologies for the EU-27 Member States (2007-2060)

The 2009 Ageing Report:
Underlying Assumptions and Projection Methodologies for the EU-27 Member States (2007-2060)
Report prepared by the European Commission (DG ECFIN) and the Economic Policy Committee (AWG

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Marco Brunazzo Come funziona l’Unione Europea Le istituzioni, i processi decisionali, le politiche

Marco Brunazzo

Come funziona l’Unione Europea
Le istituzioni, i processi decisionali, le politiche

Edizione   2009
Collana   Manuali Laterza [280]
ISBN   9788842089926
Argomenti   Scienza politica e sistemi politici contemporanei
 
Clicca per ingrandire   
pp. 248 | € 22,00 |  Acquista | Controlla il carrello

In breve

L’Unione Europea è diventata sempre più importante nella vita dei suoi cittadini, mettendo in discussione la sopravvivenza degli Stati nazionali e dei loro confini. Eppure è ancora poco conosciuta. Cos’è l’UE? Come funziona? Attraverso un approccio multidisciplinare, questo libro risponde a queste e ad altre domande.

Indice

Introduzione – I. Cos’è l’Unione Europea? – II. Il sistema istituzionale comunitario: il triangolo istituzionale – III. Il sistema istituzionale comunitario: le altre istituzioni – IV. Il processo decisionale comunitario – V. Le politiche intergovernative – VI. Le politiche quasi-intergovernative – VII. Le politiche quasi-sovranazionali – VIII. Le politiche sovranazionali – Conclusioni – Riferimenti bibliografici

Laterza

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Tony Judt L’età dell’oblio Sulle rimozioni del ’900 trad. di P. Falcone

Tony Judt

L’età dell’oblio
Sulle rimozioni del ’900
trad. di P. Falcone

Edizione   2009
Collana   i Robinson / Letture
ISBN   9788842088806
Argomenti   Attualità politica ed economica
Attualità culturale e di costume
Storia contemporanea
 
Clicca per ingrandire   
pp. 494 | € 20,00 |  Acquista | Controlla il carrello

In breve

Un lavoro superbo di sintesi, analisi e riflessione. Timothy Garton Ash, “The Times Literary Supplement”

Davvero superbo, un’opera magnifica. È difficile immaginare come scrivere meglio – e in modo più comprensibile – la storia della rinascita dell’Europa dalle ceneri del 1945. Un vero e proprio capolavoro. Ian Kershaw, autore di Hitler e l’enigma del consenso

Questa è storia dal volto umano. Un’opera insuperabile. Norman Davies, “The Guardian”

Un libro davvero notevole, lucido ed energico. Talmente vasto da lasciare ammirati. Marina Warner, “The Observer”

Magistrale e coinvolgente. Uno splendido libro cui nessuna recensione potrà mai rendere giustizia. Geoffrey Wheatcroft, “The Spectator”

Indice

Ringraziamenti – Introduzione. Il mondo che abbiamo perduto – Parte prima: Il cuore di tenebra – I. Arthur Koestler, l’intellettuale esemplare – II. Le verità elementari di Primo Levi – III. L’Europa ebraica di Manès Sperber – IV. Hannah Arendt e il male – Parte seconda: La politica del compromesso intellettuale V. Albert Camus: «l’uomo migliore di Francia» – VI. Elucubrazioni: il «marxismo» di Louis Althusser – VII. Eric Hobsbawm e il fascino del comunismo – VIII. Addio a tutto quello? Leszek Ko¢akowski e l’eredità marxista – IX. Un «papa di idee»? Giovanni Paolo II e il mondo moderno – X. Edward Said: il cosmopolita senza radici Parte terza: «Lost in transition»: luoghi e memorie XI. La catastrofe: la caduta della Francia, 1940 – XII. «A` la recherche du temps perdu»: la Francia e il suo passato – XIII. Lo gnomo in giardino: Tony Blair e il «patrimonio» britannico – XIV. Lo Stato senza Stato: perché il Belgio è importante – XV. La Romania tra Europa e storia – XVI. Una vittoria oscura: Israele e la Guerra dei sei giorni – XVII. Il paese che non voleva crescere – Parte quarta: Il (mezzo) secolo americano XVIII. Una tragedia americana? Il caso di Whittaker Chambers – XIX. La crisi: Kennedy, Krusciov e Cuba – XX. L’illusionista: Henry Kissinger e la politica estera americana – XXI. Di chi è questa storia? La Guerra Fredda in retrospettiva – XXII. Il silenzio degli innocenti: sulla strana morte dell’America liberale – XXIII. La buona società: Europa contro America – Congedo. La questione sociale rediviva – Note – Fonti dei saggi – Indice analitico

Laterza

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Sergio Luzzatto, Europa: avvenire dell’America, recensione di Tony Judt, L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ’900, Laterza

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Sandro Brusco, Le elezioni europee: un’analisi.

I risultati nazionali

Il sistema politico italiano ha subito importanti modificazioni negli ultimi anni, con continue aggregazioni e disaggregazioni delle forze politiche. Disgraziatamente questo costringe l’analista a operare scelte soggettive quando si tratta di comparare i risultati elezione su elezione, dato che le forze politiche che si presentano sono diverse.

In alcuni casi le cose sono facili. Le forze del PD si presentarono nel 2004 come ”Uniti nell’Ulivo”, e i risultati appaiono perfettamente confrontabili. Lo stesso vale per Italia dei Valori (si presentava nel 2004 come Di Pietro-Occhetto; quest’ultimo è sparito ma era chiaro già allora che era abbastanza irrilevante), Radicali, UDC e Lega Nord, tutte forze che nel 2004 si presentarono sostanzialmente con lo stesso simbolo. È semplice anche per la ”lista comunista”. Comparo in questo caso i risultati 2009 con con la somma di PRC e PdCI nel 2004.

Per il PdL il discorso è un po’ più complicato. Chi ha comparato i risultati 2009 con quelli del 2004 ha semplicemente guardato alla somma di Forza Italia e AN. Questo trascura il fatto che la Mussolini, ora organicamente inserita nel PdL, capeggiava nel 2004 una lista (Alternativa Sociale) che prese lo 1,23%. Inoltre in questa tornata il PdL ha candidato Mastella, la cui lista (UDEUR) prese lo 1,29% dei voti nel 2004. È giusto sommare questi voti a quelli di FI e AN per il 2004? Ho abbastanza pochi dubbi che sia giusto farlo per Mastella. Si tratta di voti personalistici e clientelari che sicuramente Mastella si è portato dietro da una elezione all’altra. Meno chiaro è il caso di Alternativa Sociale. Non voglio però fare ipotesi su quanta parte del voto neofascista ha seguito la Mussolini nel PdL, quindi lo aggiungerò tutto. Chi pensa che questo sia eccessivo, riduca di un punto il risultato 2004 del PdL.

Complicato è anche il discorso per Sinistra e Libertà. Nel 2004 si presentarono alle elezioni le liste dei Verdi e dei Socialisti Uniti. I Verdi sono confluiti in S&L, ma seguire i turbinosi movimenti delle varie correnti socialiste è cosa che va al di là delle mie capacità. Ho semplicemente ipotizzato che i voti della lista socialista 2004 si riversassero in S&L. Peraltro, il capolista e figura più visibile, Nichi Vendola, nel 2004 militava in Rifondazione, quindi in nessuna delle due formazioni. Prendete quindi con le pinze la comparazione con il 2004.

Con grosse pinze va anche considerato il risultato del cartello MpA-Destra-Pensionati. Ho comparato con la somma di Pensionati e Lista Sgarbi (il quale ha aderito, in una delle tante giravolte, a questa lista). Ma è ovvio che il grosso del voto viene dal MpA, che nel 2004 non esisteva. Ha quindi poco senso comparare, ma metterò i numeri per completezza.

2009 2004 Differenza
PdL 35,27 34,95 0,32
Lega Nord 10,20 4,97 5,23
PD 26,13 31,09 -4,96
IdV 8,00 2,13 5,87
UDC 6,52 5,89 0,62
Prc-Pdci 3,39 8,48 -5,09
Sin e Lib. 3,13 4,49 -1,37
MpA-Destra.Pens. 2,23 1,87 0,36
SVP 0,47 0,45 0,02
AutLibDem (V. Aosta) 0,09 - 0,09
Vallee (v. Aosta) 0,11 - 0,11
Radicali 2,43 2,25 0,18
Part. Com. Lav. 0,54 - 0,54
Fiamma 0,80 0,73 0,07
Forza Nuova 0,48 - 0,48
Lib Dem (ex diniani) 0,23 - 0,23

(Nota: la somma delle percentuali 2004 non è 100 perché non riporto i risultati di varie liste minori che non si sono ripresentate)

segue qui: noiseFromAmeriKa : Le elezioni europee: un’analisi.

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Kosovo e Padania libera

A due battute di elicottero e 3 ore di motoscafo dalla Puglia c’è un’area geopolitica, il cui presidente Thaci è capocordata di traffico della droga, che si chiama Kosovo e che da qualche giorno si è proclamata in modo unilaterale stato indipendente.
La prima reazione è del nazilocalista Borghezio che ha dichiarato: la prossima tappa sarà la Padania.
Ricordo che ad innescare il bagno di sangue genocida nella ex Jugoslavia fu la proclamazione unilaterale da parte del consiglio d’Europa della Slovenia.
Non  sarà indifferente avere a giro d’orizzonte uno stato che farà da base per i vari traffici criminali della attuale congiuntura storica (prostituzione, forza lavoro, droga).
Non ho una cultura di politica internazionale sufficiente per osservare e valutare questi passaggi.
Ma ho un consulente personale. Sì: un consulente personale che già mi aiutò a dipanare qualche filo della matassa sul terreno Israele e palestinesi. Si chiama Silendo: e consiglio di interpellarlo quando è necessario.
Gli ho chiesto una scheda sulla situazione.
La riporto qui, sul blocco degli appunti.

Ciao Silendo. Mi fai una scheda sulla situazione del Kosovo?

Il Kosovo è una provincia a maggioranza albanese inserita in uno stato slavo, la Serbia appunto.
Sicuramente ricorderai il recente passato fatto di scontri, vittime, vendette, pulizia etnica.
Maurizio Molinari  ha perfettamente ragione. Il Kosovo è di fatto uno Stato-mafia con un sistema economico legale ridotto al lumicino ed un sistema economico illegale di proporzioni consistenti.
La dirigenza è nella sostanza fatta di criminali, Thaci in primis.
Gli USA (e l’Unione Europea al seguito) spingendo (ed accettando) l’indipendenza hanno commesso un errore di cui pagheremo le conseguenze negli anni futuri.
Innanzitutto perchè viene meno il principio di sovranità statale che è alla base del sistema internazionale moderno. Si afferma, invece, il principio di auto-determinazione dei popoli. Questo implica che teoricamente tutte le minoranze (e l’Europa è un mosaico di minoranze) si potrebbero sentire legittimate a dichiarare la propria indipendenza.
Chi potrebbe, in via di principio, opporsi dopo il Kosovo ?
Ma non solo. Si sta venendo a creare uno Stato autonomo stile “Tortuga” alle porte di casa nostra con evidenti implicazioni riguardanti la sicurezza.
E’ un errore strategico di tali proporzioni che ancora stento a crederci.

E perchè gli Stati Uniti (presidenza Clinton) hanno promesso e poi sostenuto questa indipendenza unilaterale?

Perchè gli americani hanno spinto per avere un Kosovo indipendente ? Per frammentare la Serbia filo-russa.
Divide et impera, hai presente ?
A questo poi si legano interessi vari ma la motivazione di base, sia per l’Amministrazione Clinton che per quella Bush, è questa. A riprova, per inciso, che gli interessi geopolitici sono costanti e non variano a seconda delle Amministrazioni e dei Presidenti.
Sulla questione della razionalità, e più in generale, del processo decisionale, in materia di politica estera sono stati scritti fiòr di trattati e tanti ne verranno ancora scritti.
Il punto è che le scelte politiche non sono razionali. Sono frutto di un bilanciamento/scontro di interessi, di soggetti e di istituzioni diversi. Il risultato finale, quindi, non è quasi mai il “più giusto”, diversamente da quello che la maggior parte delle persone è portata a credere.
Tieni anche presente che l’orizzonte temporale sul quale ragionano i decisori non è quasi mai quello lungo. E’ quasi sempre, invece, quello medio o corto.
In sostanza si ragiona sulla base dell’interesse (quasi) immediato o comunque non sulla base di eventuali interessi di lungo periodo.
Gli USA, ad esempio, hanno tutto l’interesse ad avere una Serbia incapace e supina. Prestano poca attenzione al fatto che l’indipendenza del Kosovo potrebbe portare contraccolpi negativi in un futuro. E per giunta non a loro ma agli europei.
Mi spiego ?

I serbi, secondo me, possono fare poco. Tranne qualche dimostrazione diplomatica.
Per la Russia, invece, la situazione è più complessa e prescinde da elementi contigenti.
Mi spiego. La dirigenza moscovita non è anti-occidentale. Soprattutto non è anti-americana.
Solo che non ragiona in termini di subalternità. I russi si vedono ancora come un potenza internazionale. Puntano a condividere tale status con gli USA e non ad affermarlo in contrapposizione ad essi.
Il fatto è che la strategia di Bush (ed in parte anche quella di Clinton) punta invece a frammentare il più possibile la Russia, limitandone la forza e restringendone il campo d’azione.
Ora, questa cosa del Kosovo ovviamente viene letta dalla dirigenza come l’ennesimo rifiuto delle offerte (di condivisione) russe.
A prescindere quindi dalle contromosse contingenti il punto rilevante è l’effetto che questo avrà nell’atteggiamento, nel comportamento, da parte moscovita.
Tieni presente, infatti, che la dirigenza russa non è “monoblocco” granitico. Anche lì ci sono correnti di pensiero “imperiali” che vedono gli americani come nemici e non come partner.
Washington, negli ultimi anni, sta erodendo le posizioni filo-occidentali a vantaggio di quelle “imperiali”.

Eccoci al punto: l’Italia non produce energia per i suoi bisogni. La compera dalla Russia, dalla Libia, dalla Francia, perfino dalla Svizzera.
Ecco il futuro prossimo venturo.
Ed ecco un ottimo motivo per ridurre la natalità e non per aumentarla, come grida Maurizio Ferrara.


intervista di Giulio Meotti al filosofo americano Lee Harris

Martedì scorso mi è capitato di leggere un articolo spesso e tosto. Spesso di pensiero e tosto di argomenti.
Si tratta delle recenti riflessioni del filosofo americano Lee Harris. Non mi risulta ci siano suoi libri già tradotti in italiano. Ma un prezioso articolo-intervista pubblicato sul Foglio del 16 gennaio colma il mio limite.
Se le cose andranno come Lee pensa è dura. Forse non ancora per la mia generazione, che gode ancora di qualche vantaggio biografico: quello di vivere in Europa, che non ama più le guerre, nemmeno quelle per la legittima difesa, e l’altro di essere ancora indirettamente protetto dagli sceriffi americani, che per mia fortuna fanno lo “sporco lavoro” di difendere la sicurezza internazionale. Sotto gli sputi della opinione politically correct della sinistra-centro. Ma per le prossime generazioni potrebbe essere piuttosto duretta.
Ricordo quando negli anni ’70 ero sulle barricate a polemizzare con i democristiani nel consiglio di quartiere (ah come mi sentivo fiero della mia identità “altra”!). Li vedevo come dei preti travestiti. Domani le generazioni future avranno a che fare con gli improvvisati “imam” invasati che vorranno imporre la religione alla politica (ce ne è uno che era amico e sodale dell’ieri citato Scalzone e che oggi dirige una forte associazione islamica). Il loro compito sarà molto più duro. Altroché i democristiani di allora.
Il tema di fondo di Lee Harris è quello che la nostra cultura è debolissima davanti ad un attacco politico, militare e demografico sostenuto da un’altra cultura compatta e ben aggressivamente aggrappata ai suoi valori religiosi.
Di più: non abbiamo neppure l’energia morale di riconoscere che questa cultura ci è nemica e ci odia. Per loro noi siamo il nemico, ma noi non i li riconosciamo come nemici. E non solo non reagiamo, ma neppure ci difendiamo. Tranne gli americani, che però noi europei odiamo, dimostrando avversità e bruciando simbolicamente la loro gloriosissima bandiera.

L’articolo di Harris è qui sotto. Le sottolineature sono mie, a futura memoria.

Dal FOGLIO del 16 gennaio 2007, un’intervista di Giulio Meotti al filosofo americano Lee Harris:

E’ sulle Stone Mountain, la catena rocciosa nello stato della Georgia dove vive, che il filosofo americano Lee Harris ha imparato a lavorare sui fondamentali. Demografia e relativismo, significato del Corano e concetto di nemico, neosecolarismo e razionalismo, matrimonio e sionismo. Temi apparentemente distanti tra di loro, ma che Harris da molti anni descrive come basamenti della tensione alla sopravvivenza della civiltà occidentale. In “Civilization and its enemies” (Free press), un’opera salutata anche dai liberal come un indispensabile tour de force intellettuale sull’11 settembre, Harris si era spinto a denunciare la perdita dell’istinto di difesa in occidente. Quest’anno Harris torna in libreria con “The suicide of reason”, un pamphlet sul crollo del “fronte interno” e del neorazionalismo di fronte all’attacco del fanatismo islamico.

In questa lunga intervista al Foglio, Harris anticipa i contenuti di un’opera concepita come risposta alla domanda: “Quale nemico stiamo affrontando?”. Il “filosofo dell’11/9”, come è stato ribattezzato, democrat per formazione prestato ai repubblicani dopo che il terrore islamico ha svelato il suo volto, non edulcora lo scontro di civiltà, ritiene che sia in gioco qualcosa di più: il fallimento della nostra civiltà. “Decadenza oggi descrive un certo tipo di caffè. Una volta era un concetto importante, indicava il pericolo per il futuro della sopravvivenza. L’islam radicale è una rivolta contro la decadenza occidentale”.

Questo Carl Schmitt americano, pensatore laico cresciuto nel sud dei battisti evangelici, risale alle origini del progetto illuminista: “Con l’avvento del secolarismo si intendeva creare persone che si sarebbero comportate come ‘attori razionali’. Abbiamo dimenticato il fanatismo. Questa dimenticanza è approdata all’idea seduttiva secondo cui sarebbe naturale comportarsi in modo razionale: l’uomo razionale è libero di realizzare quelli che John Stuart Mill chiamava ‘esperimenti di vita’. Cerca di minimizzare il nemico, spiegarlo e negarlo. Vuole essere lo ‘spettatore disinteressato’ di Adam Smith.

Ci sono due grandi minacce alla sopravvivenza dell’occidente: una esagerata fiducia nel potere della ragione e una profonda sottovalutazione del potere del fanatismo”. Due secoli fa l’esploratore inglese E.W. Lane in Egitto scrisse che il contatto con la cultura occidentale non solo aveva fallito nella modernizzazione dei musulmani, li aveva resi ancora più fanatici. “Il fanatismo islamico è una formidabile arma nella guerra per la sopravvivenza e ha dato all’islam la capacità di espansione territoriale, attraverso la conquista di cuori e menti”, ci spiega Harris. “E’ difficile immaginare un Egitto o un Iran preislamico”. Il mutismo della ragione nasce dallo scacco relativista. “Sono un ammiratore di Joseph Ratzinger. In occidente giudichiamo il successo di una cultura attraverso standard materiali e utilitaristici. La posizione relativista collassa nell’oscurantismo reazionario che dice: tutte le culture sono incommensurabili, è impossibile giudicare. Lo scopo dell’educazione laicista diventa ‘liberare’ tutto, la fede sulla superiorità dell’occidente è sostituita dal multiculturalismo, dal sofisticato nonsense del relativismo. Per noi l’uomo razionale non è più il risultato di ciò che Norbert Elias chiamava ‘processo civilizzatore’: nasciamo razionali. I nostri figli vengono al mondo civilizzati. La società viene organizzata intorno alla massimizzazione del piacere individuale. E’ all’indifferenza per il futuro. Lo zenit delle società del ‘carpe diem’ è espresso dal ritornello ‘don’t worry, be happy’. Gli uomini hanno bisogno invece di una tradizione profonda che inizia dalla nascita. La cristianità è stata necessaria per raggiungere una genuina libertà [qui dissento, ma solo in parte: la cristianità ha introdotto il concetto di “persona nella cultura, ma poi no ne è stata sempre rispettosa. Amalteo] . Ma la libertà di un ethos del carpe diem ci invita a cogliere l’attimo senza pensare alle generazioni future. Se siamo liberi dalle tradizioni di chi ci ha preceduto, perché i nostri figli non dovrebbero avere il diritto di liberarsi di noi? Una civiltà persiste quando c’è un diffuso senso della necessità etica della presente generazione per la terza, i nipoti, i non nati. E’ questo il più alto contributo etico della famiglia: la promozione di un ideale etico nella forma del nostro destino. Il matrimonio non ha niente a che fare con la biologia: è un’elaborata costruzione sociale eretta contro l’anarchia dell’identità umana, allo scopo di trasformare la natura in alto ideale etico. E’ l’istituzione più liberale che l’uomo abbia mai conosciuto” [anche qui dissento, sempre solo in parte: accanto alla famiglia storico-biologica la nostra cultura ha elaborato altre forme di convivenza, forse più fragili, ma comunque capaci di elaborare nuovi sentimenti. Amalteo].

Quando confrontiamo il nostro ethos con il fanatismo islamico, dobbiamo rispondere alla domanda: “Il nostro strumento di giudizio deve essere il momento presente o quella che lo storico Fernand Braudel chiamava ‘la lunga durata’ nel tempo? Se l’occidente si fonda sull’ethos di John Maynard Keynes, teorico di un welfare deresponsabilizzante, quale possibilità di sopravvivenza abbiamo nel confronto con una cultura capace di morire e di uccidere? Come hanno detto i terroristi ceceni durante l’assedio del teatro di Mosca: ‘Alla fine vinceremo, siamo disposti a morire, voi no’”. La stessa frase che un giovane arabo disse ad André Gide.

Le élite occidentali hanno creato un mito autoprotettivo: la modernità. “Sarebbe per l’umanità ciò che la maturità è per l’individuo. Quando ci confrontiamo con il fanatismo ceceno, ci consoliamo pensando che sia una fase di passaggio di uno sviluppo inevitabile. La modernità diventa la cura dell’arretratezza islamica. La nostra profonda riluttanza ad affrontare una simile guerra sulla vita e sulla morte è comprensibile, quando assume la forma della negazione e del wishful thinking diventa una predisposizione al suicidio”. Abbiamo mistificato la ragione disconoscendo l’odio di chi ha portato la morte nelle nostre strade. “L’occidente è unico nel preservare la tradizione della razionalità critica. Ma è unico anche nel fare della ragione un feticcio virtuale. Il concetto illuministico di ragione è pericolosamente errato. Nella Francia del 1793 la ragione divenne un dio che tagliava teste. Il concetto di nemico sfida quest’insistenza illuministica sulla supremazia della ragion pura”. La ragione può salvarci? “No, ma una eccessiva fiducia nella ragione, il razionalismo, può distruggerci. Possiamo e dobbiamo accettare l’unicità dell’occidente e la sua superiorità etica, ma senza lasciare inevasa una domanda: rappresenta uno sviluppo irresistibile? O una configurazione culturale che avrà il suo giorno al sole per poi scomparire dalla storia? Se il mito della modernità è corretto, il peggio che possiamo aspettarci è una serie di guerre fra l’occidente e l’islam che tenta futilmente di resistere alla modernizzazione. Ma se non è corretta, affronteremo un tracollo della civiltà”.

Il decano del postmodernismo, Stanley Fish, in un articolo su Harper’s ha riconosciuto la profonda convinzione che ha motivato i terroristi dell’11 settembre. “La posizione di Fish è più realistica di coloro che non hanno dato credito al coraggio dei terroristi. Non riusciamo ad afferrare cosa abbia spinto diciannove uomini a suicidarsi con dei jumbo. Ci rifiutiamo di attribuire all’altro caratteristiche che troviamo deplorevoli e finiamo per costruire un altro illusorio che si veste e mangia come noi. Noi liberali d’occidente siamo stati abituati a guardare ai nuovi Tamerlani con orrore e repulsione, cerchiamo di spiegarci come i terroristi islamici possano uccidere i bambini di Beslan e gli iracheni che giocano a pallone. La sinistra cerca di spiegare l’islamismo come movimento di liberazione, altri lo hanno bollato come ‘fascismo islamico’. Sono interpretazioni etnocentriche che riducono l’islamismo a modello occidentale per renderlo meno alieno. Ma l’islamismo non è altro che il revival della brutale strategia di conquista originaria”. Come è stato possibile che l’Iraq, promessa della riforma democratica in medio oriente, si sia trasformato nel girone infernale in cui i jihadisti uccidono ragazzi in shorts, venditori di ghiaccio e barbieri che osano radere i figli di Allah? “L’intervento americano in Iraq, come quello in Vietnam, è avvenuto nello spirito della ‘giusta crociata’, non per sfruttare il popolo vietnamita e iracheno, ma per liberarli. In Iraq l’America sta spendendo miliardi di dollari e migliaia di vite americane per creare una società democratica indipendente. Bush avrebbe potuto imporre un governo fantoccio, ma ha lasciato gli iracheni liberi di scegliersi il leader. Ciò che cercava non era un impero, ma la ‘fine della storia’. Era uno scenario di ottimistico progresso derivato da Karl Marx. E’ stata una avventura di ingegneria sociale guidata dallo spirito che animava la Rivoluzione francese: tutto smantellato, esercito e polizia; libere elezioni e assemblea parlamentare; l’Iraq sarebbe prosperato nella libertà”. Il destino della missione in Iraq dipende allora da una domanda: chi è il nostro nemico? “Se sono i seguaci di Saddam, più una manciata di sciiti e di terroristi importati, per l’Amministrazione Bush sarà possibile eliminare questi elementi tossici dal corpo politico iracheno. Ma se il nostro nemico è virtualmente l’intera popolazione maschile sotto i 25 anni, lo scenario è meno ottimistico. ‘Conosci il tuo nemico’ è una ammirevole massima della prudenza. Il nemico è colui che è disposto a morire per ucciderti. Gli obiettivi di al Qaida non sono militari, ma simboli del potere americano riconoscibili dalla strada araba. Gli ingegneri anglosassoni i cui corpi sono stati smembrati non volevano ‘le stesse cose’ della folla che li ha linciati. Erano in Iraq per aiutare il popolo, come i coraggiosi soldati americani. Non immaginavano che la loro morte sarebbe stata occasione di balli per le strade. Il miglior modo per cogliere l’orrore di questo veleno è ascoltare una madre palestinese che offre il figlio di quattro anni come vittima della propria agghiacciante fantasia”.

Dobbiamo tornare alle origini dell’islam. “Fu attraverso una devozione fanatica alla religione di Allah che l’islam ha potuto combattere la tendenza naturale a convertirsi. La sfida al mito della modernità oggi viene dal fanatismo dell’islam. L’islam non parla il linguaggio dell’equilibrio dei poteri, ma della conquista. Se l’occidente fallirà, il destino dei razionalisti sarà oscuro. In nessun’altra parte del mondo i missionari cristiani hanno fallito nel fare conversioni quanto nell’islam. Perché i musulmani dovrebbero rinunciare a un’istituzione, il jihad, che è stato ed è ancora l’agente storico dell’espansione nel pianeta? Così come ci sono i negazionisti dell’Olocausto, esiste una tendenza a negare la realtà del jihad. L’11 settembre non è stato un atto di terrore clausewitziano, ma un grande rituale dimostrazione del potere di Allah. Una manciata di musulmani, uomini la cui volontà era assolutamente pura, come ha dimostrato il loro martirio, si abbatterono contro le torri erette dal Grande Satana. C’era un’altra dimostrazione che Allah stava dalla parte dell’islam radicale e che la fine del Grande Satana era vicina? L’islam radicale vuole che l’occidente cessi di esistere”.

Bush ha introdotto la parola “male” nel vocabolario politico. “Gli americani oggi sono angosciati benignamente dalla domanda: ‘Perché gli islamici ci odiano?’. E tendono a pensare perché abbiamo fatto qualcosa. Il vero obiettivo dell’attacco non era Bush, siamo noi. Bandire la parola ‘male’ è un atto di imperdonabile disonestà morale. Gli americani usavano questa parola contro schiavitù, nazismo, comunismo, segregazione, orrori di Auschwitz. L’intellighenzia, diventata nemica della civiltà rifiutandosi di accettare l’idea che la civiltà possa avere un nemico, non ha idea delle conseguenze che avrebbe la perdita nell’americano medio della sua semplice fede in Dio. Le loro virtù e pensieri fatti in casa sono il basamento della decenza e dell’integrità nella nostra nazione. Queste sono le persone che danno i propri figli per difendere il bene e sconfiggere il male. Se ai loro occhi questa chiara distinzione viene offuscata dalla disseminazione del relativismo morale e di una estetica della frivolezza etica, dove altro la decenza umana troverà simili difensori?”.

E’ la natura del Corano a differire radicalmente dagli altri libri sacri. “Il Corano è coeterno con Allah, è sempre esistito ed esisterà sempre. E’ in profondo contrasto con il concetto cristiano di Pentecoste. Il jihad riconosce un solo status quo, il Dar elislam, la terra della pace, al di fuori della quale c’è solo la terra della guerra. E’ l’obiettivo del jihad: espandere il dominio dell’islamL’islam ha una missione e non è quella di creare imperi: è la diffusione dell’islam. E lo scopo del jihad non è solo di conquista, ma di conversione. Un confronto con le guerre di conquista di Hitler illumina l’unicità del jihad. Un ebreo russo sotto il dominio tedesco non aveva possibilità di convertirsi all’arianesimo. Nel caso del jihad, c’è l’opzione della sottomissione. Al Zarkawi mandò a Bush una lettera in cui lo invitava a convertirsi e tutto sarebbe finito”. Il revival del jihad è l’essenza dell’islam radicale. “Il jihad ha dimostrato una grande capacità di adattamento nell’epoca del post 11 settembre, non c’è ragione per pensare che non possa adattarsi ai cambiamenti della modernità. I jihadisti non sono interessati a vincere, nel senso che noi diamo alla parola. Si ritengono vittoriosi anche solo rendendo invivibile il mondo. Non usano spade e scimitarre, ma il terrore: New York, Madrid, Londra, Amsterdam. Gli islamisti hanno un nemico, la democraziaE hanno la demografia: la fine del testosterone non culminerà nella fine della storia, ma dell’occidente così come noi lo conosciamo.

L’islam radicale è un ritorno allo spirito delle tribù originarie”. E’ fallita ogni strategia con l’islam. “Primo fallimento, il conversionismo. Dovremmo fare dei musulmani dei secolaristi laici e liberal. Ma i musulmani sono educati al rifiuto di tutto ciò che minaccia di sovvertire la supremazia dell’islam. Possiamo ricostruire oledotti, edifici e infrastrutture della società islamica, ma non possiamo farlo con il codice d’onore della mentalità. Il conversionismo si è rivelato una falsa promessa”.

Poi c’è l’assimilazionismo. “Si dà per scontato che i musulmani possano essere assimilati nell’ambiente secolarizzato. Ma è il contrario: chiedono alla cultura di adeguarsi a loro. Un codice etico intollerante trionferà sempre su un codice etico del carpe diem. I nuovi iconoclasti islamici hanno il potere di distruggere qualsiasi immagine in disaccordo con il loro malinconico fanatismo. Stiamo perdendo questa guerra. Dalle foto di chi si gettò dalle Twin Towers allo scannamento di Nick Berg, il nemico ci ha sommerso di immagini che ci tormenteranno fino alla fine dei nostri giorni. Anziché noi assimilare loro, siamo noi ad assimilarci a loro”.

Terzo fallimento, il seduzionismo. “I musulmani saranno sedotti a diventare moderni. Goebbels e Hitler pensavano che fosse stato un errore lasciare i soldati a Parigi troppo a lungo. Mohammed Atta e gli altri dell’11 settembre sembrava, per come vivevano, che fossero stati sedotti dalla cultura del carpe diem. E’ come il serial killer dello Yorkshire, confessò di aver ucciso le prostitute perché lo avevano tentato. In realtà erano educati a essere santi guerrieri, difficile sedurli con l’ethos edonista”.

Harris crede nella necessità dell’eccezione americana. “Gli Stati Uniti rappresentano la principale fonte di legittimazione dell’ordine nel mondo e se venisse sovvertita, entreremmo in quel genere di crisi della legittimità della Prima guerra mondiale, con il collasso di quattro imperi e l’Olocausto alla fine della Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti devono essere primi fra eguali, riservarsi di intervenire unilateralmente, non per sovvertire le regole del liberalismo internazionale, ma per rinnovarle”.

Ma Harris resta pessimista. “L’occidente è completamente sulla difensiva. Possiamo avere una enorme capacità militare e un benessere diffuso, ma abbiamo perso il senso di fiducia nella superiorità della nostra civiltà. Il fanatico islamico è guidato dalla convinzione di avere una missione sacra. Gli stati moderni non possono rispondere come vorrebbero al terrore senza violare i principi umanitari che sono le conquiste della civiltà occidentale. Per questo il ‘contenimento’ non ha alcuna rilevanza al giorno d’oggi. L’Unione Sovietica era costretta a considerare le conseguenze. Oggi invece anche se una bomba nucleare venisse fatta esplodere a Chicago, gli Stati Uniti non potrebbero rispondere con un attacco nucleare su una grande città islamica”. Il benessere del welfare ha come reso l’occidente impermeabile alla minaccia. “Noi pensiamo in termini di pensione, loro di secoli e secoli. Quali figli domineranno la terra? Se c’è una ‘roadmap’ nella cacciata israeliana dei coloni dalle proprie case è quella che informa i terroristi che ciò che serve per sconfiggere l’occidente è un po’ di pazienza e il sangue dei martiri”.

Perché ci odiano? “Fu la rivelazione di Theodor Herzl quando in qualità di inviato fu mandato a seguire il processo Dreyfus. Da studente pensava che la soluzione alla ‘questione ebraica’ fosse la completa assimilazione. Ma la reazione delle folle francesi alla condanna del colonnello pose fine a questa illusione: ‘Morte agli ebrei’. Ma perché, si domandò Herzl, vogliono uccidere tutti gli ebrei? Herzl capì che persino in Francia, una delle nazioni più civilizzate al mondo, gli ebrei assimilati erano odiati in quanto ebrei. Una verità che faceva eco a Karl Lueger, il demagogo antisemita eletto sindaco di Vienna un anno dopo l’arresto di Dreyfus: ‘Decido io chi è ebreo e chi non lo è’. Herzl abbandonò il sogno illuminista e si volse al sionismo”. La democrazia senza spada non ha difeso gli ebrei dai nazisti e gli spagnoli dagli islamisti ad Atocha. “Il popolo spagnolo ha votato per abbandonare la dignità nazionale e compiacere il fanatismo. Hanno votato le forze dell’anticiviltà. La democrazia non ha salvato la Spagna e non salverà noi dal terrorismo, può essere usata dai nemici della civiltà per raggiungere i loro scopi”.

Harris chiude sull’esempio della resistenza olandese all’invasione francese, dimenticato dagli epigoni multiculturali dell’Aia. “Dobbiamo imparare dagli olandesi, pronti in caso di attacco a inondare il paese, come avvenne quando le armate di Luigi XIV cercarono di occuparlo. Sapevano che la loro indipendenza era un’anomalia senza quel potente sistema di dighe. Per loro la libertà era qualcosa per cui valeva la pena battersi. Sarebbero sopravvissuti se avessero pensato, come accade a noi, che ‘vogliamo tutti le stesse cose’?

L’occidente deve imparare a difendere la rara cultura della ragione, così come gli islamici ferocemente difendono la loro. Se il tuo nemico è composto da uomini che non si fermano di fronte a niente, disposti a morire e uccidere, devi trovare uomini dalla tua parte disposti a fare lo stesso. Una società senza nemici non ha bisogno di insegnare ai propri figli come combattere e come correre quando qualcuno vuole ucciderli. Ma una società che ne ha deve fare tutto questo e deve farlo bene, altrimenti perirà.

Non abbiamo alternativa dal combattere questa guerra. E’ stato il nemico, non tu, ad aver deciso cosa è questione di vita e di morte”. Da Socrate all’illuminismo, la ragione è stata concepita come una panacea cognitiva. “Questa fede nella ragione come soluzione universale ai conflitti umani è stata la pietra fondativa dell’ottimismo occidentale sul futuro dell’uomo. Oggi non accettiamo più questa visione della ragione. O è un pregiudizio etnocentrico oppure la ragione è meramente ciò che fa la scienza. Il neosecolarismo e il multiculturalismo non sono in grado di spiegarci perché dovremmo attaccare gli islamisti, anche quando loro attaccano i nostri figli”. Il culto del dubbio può condurre all’autodistruzione.

Nella guerra fra fanatici e dubitaristi non è difficile immaginare chi vincerà.L’unica speranza è che la ragione umiliata riscopra la propria legittimità nel confronto con il fanatismo, riconoscendo se stessa come nemica dei fanatici.Uno dei più bizzarri paradossi del relativismo è che non possiamo dire che la nostra religione e cultura è meglio di altre. Una gloria dell’occidente è stato lo sradicamento del virus del fanatismo. Forse lo abbiamo raggiunto al prezzo della nostra sconfitta”.

Dobbiamo ricordare il modo in cui i greci esprimevano passato e futuro. “Noi diciamo che il passato è dietro di noi e il futuro davanti. Per i greci il passato era ‘prima’ di loro, era il territorio che avevano attraversato. Era il futuro a essere ‘dietro’ di loro, furtivo come un ladro nella notte. Niente può penetrare questa tenebra tranne i rari istanti di previdenza che chiamavano sophos, sapienza. Questi lampi dipendono dalla capacità di ricordare ciò che è eterno e non cambia, ciò che invece noi abbiamo dimenticato”. L’errore della ragione astratta è la dimenticanza. “Civiltà nascono e tramontano e in ciascun caso la caduta non era inevitabile, ma conseguenza di una decisione o della mancanza di decisione. Gli esseri umani avevano dimenticato il segreto di come preservarla per i propri figli. Ci stiamo pericolosamente avvicinando a questo punto. Il passato dice che non può esserci pace perpetua, chi è convinto di questa illusione mette in gioco la propria sopravvivenza, ci sarà sempre un nemico e il conflitto sarà fra due modi di vivere che non possono coesistere. Ma il passato non dice come finirà. Franklin D. Roosevelt sapeva di avere solo due scelte: resa o guerra. Se la ragione tollera coloro che si rifiutano di giocare secondo le regole della ragione, il risultato sarà il suicidio della ragione”.