Trecentomila profughi stanno per riversarsi sulle coste italiane, ha detto ieri il ministro degli Esteri Frattini al Corriere della Sera, e ha aggiunto: «Sono stime al ribasso» . Numeri confermati dal discorso tenuto poi a Montecitorio e ribaditi dalla Lega Araba e dal ministro dell’Interno Maroni,da Altri Mondi


Come potremmo sopportare un esodo simile?
Dove sono i centri di accoglienza, i campi necessari per metter su le tendopoli? E di quante barche avranno bisogno quei poveretti per tentare la traversata? Ieri si sono riuniti i ministri dell’Interno di Italia, Francia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta. Anche se l’impatto maggiore sarà sulle nostre coste, gli altri Paesi affacciati sul Mediterraneo sanno che quote consistenti di fuggitivi si riverseranno anche da loro. S’è fatto dunque un minimo di fronte comune. I sei Paesi porteranno oggi al Consiglio dei ministri dell’Interno dei 27, riuniti a Bruxelles, la richiesta di costituire un fondo per fornire aiuti economici alle nazioni interessate, la realizzazione di un sistema europeo di asilo comune e sostenibile, la creazione di una nuova partnership con i Paesi meridionali del continente per l’attuazione di riformepolitico economiche. In base a quello che ho capito io, sono richieste che troveranno un ascolto scarso: i nostri partner europei diranno molte belle parole, ma per ora non intendono impegnarsi.
Ma quanta gente è arrivata finora?
Dall’inizio della crisi in Nord Africa sono arrivate 6300 persone. Sono quasi tutti tunisini e pochissimi hanno presentato domanda d’asilo. Il loro destino — stando a quello che ha detto Maroni— è di essere rimpatriati. Un possente esodo è peraltro già in atto: Egitto e Tunisia stanno tenendo aperte le frontiere, soprattutto per accogliere i loro emigrati in Libia. In Libia— un Paese che ha 6,5 milioni di abitanti— lavoravano fino a ieri un milione e mezzo di immigrati, tutti africani. Gheddafi li teneva alla fame, quelli sopportavano tutto per raccogliere i mille dollari necessari a comprarsi un posto su un qualche traghetto. Finora sono tornati in Egitto, attraverso il valico di Sallum, ventimila lavoratori. In Tunisia, 5700. Sono dati forniti da Al Jazeera.
Questa posizione degli egiziani e dei tunisini non è la prova che la Libia è isolata, e che Gheddafi è oramai finito?
Sì. Oltretutto il Consiglio supremo delle forze armate egiziane ha chiesto alla Libia di porre fine allo spargimento di sangue e ha fatto sapere di avere messo a disposizione dei profughi 270 autobus e 8 treni speciali. I militari del Cairo hanno detto di esser pronti ad aiutare anche i profughi libici, ma questa per ora è solo una dichiarazione politica. Gheddafi resiste ancora. In questo momento la vecchia Libia è un territorio formato da due Paesi: la Tripolitania, dove Gheddafi ha ancora un certo potere, e la Cirenaica dove sventolano ovunque, a quanto si capisce, i tricolori verde, rosso e nero che costituivano la bandiera libica prima dell’era Gheddafi. La guerra civile è già cominciata, perché il colonnello la Cirenaica la vuole riconquistare.
Che cosa si deve fare per buttar giù Gheddafi?
Per buttarlo giù, a quanto sembra, bisognerebbe mettergli le mani addosso. L’ex ministro dell’Interno Abdul Fatah Yunis ha detto che un uomo della sua guardia del corpo gli ha sparato, ma ha mancato il bersaglio, colpendo un’altra persona. Il rais non intende arrendersi a nessun costo. Ha continuato a bombardare il suo stesso popolo anche ieri. La televisione Al Arabiya ha detto che i morti sono a questo punto diecimila e i feriti cinquantamila. Su tutte le televisioni del mondo è passato un video in cui si mostra l’allestimento di un cimitero sul lungomare di Tripoli (in alto, nella foto Ansa). Fosse ampie, dove buttare più di un corpo, e che poi sono ricoperte da uno strato di cemento. Ci sono cadaveri anche per le strade, e un rischio sempre più alto di infezioni. Mancano acqua, cibo, medicine. Alla catastrofe della guerra civile, ormai in atto, si aggiunge quella del disastro umanitario.
Che cosa può fare il mondo per aiutare la Libia a uscire da questa tragedia?
Il mondo è molto incerto sul da farsi. Gliela dico chiara: il mondo non ha ancora deciso se gli conviene disfarsi di Gheddafi o no. A parte il fatto che tutti hanno qualche interesse in comune con la Libia del colonnello, c’è il pericolo di Al Qaeda, che potrebbe far nascere uno o più emirati islamici. La stessa Cirenaica è forse già adesso una teocrazia religiosa, forse addirittura sul modello di quella iraniana. L’Iran conta di avvantaggiarsi molto dalla crisi nordafricana. Le sue due navi, partite l’altro giorno verso la Siria, sono adesso nel canale di Suez. Un tratto di mare che, all’epoca di Mubarak, non avevano mai potuto attraversare.

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