Corte costituzionale: chiamata a deliberare in merito alla configurazione sotto il profilo penale del cosiddetto suicidio assistito, 24 settembre 2019

Suicidio assistito
Pubblica udienza, a Roma, presso la Corte costituzionale, chiamata a deliberare in merito alla configurazione sotto il profilo penale del cosiddetto suicidio assistito.

Luigi Manconi su la Repubblica: «La Consulta dovrà esprimersi sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d’assise di Milano il 14 febbraio 2018 in occasione del processo a carico di Marco Cappato, accusato di aver sostenuto il proposito di togliersi la vita di Fabiano Antoniani e di aver materialmente agevolato il compimento di quell’atto.

In discussione è la legittimità costituzionale dell’art. 580 del Codice penale, laddove viene equiparata la condotta di istigazione e quella di aiuto al suicidio, prevedendo la medesima sanzione (dai 5 ai 12 anni di reclusione). E ciò anche quando l’agevolazione materiale al suicidio non abbia in alcun modo influito sulla volontà dell’interessato.

La Corte costituzionale, un anno fa, decise di posticipare l’udienza di 11 mesi, così da “consentire al Parlamento di intervenire con un’appropriata disciplina”. […] Ciò non è stato fatto perché il Parlamento non ha avuto la capacità di raggiungere una minima intesa su un testo».
Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera: «Il Parlamento è rimasto fermo, inadempiente, e a un anno di distanza difficilmente può essere considerata sufficiente una telefonata della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati al presidente della Consulta, Giorgio Lattanzi, per provare a chiedere altro tempo. Anche perché, nell’ordinanza numero 207 del 2018, che Lattanzi ha definito di “prospettata incostituzionalità” della norma vigente, la Corte ha già disegnato il perimetro di una possibile pronuncia. […] Quattro condizioni – evidentemente riscontrate nel caso di Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo – necessarie alla eventuale non punibilità del suicidio assistito: una “patologia irreversibile”, che sia causa di “sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili” per il malato, in grado di sopravvivere solo attraverso “trattamenti di sostegno vitale” ma comunque “capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Solo con la presenza contemporanea di queste quattro situazioni si può aprire la strada alla depenalizzazione per chi aiuti il malato a morire o lasciarsi morire. Confini ristretti e ben definiti, come si vede. E da qui la Corte ripartirà, dopo aver ascoltato ancora una volta le parti; a cominciare dai difensori di Marco Cappato, […] e dall’Avvocatura dello Stato, in rappresentanza del governo. […] In teoria l’Avvocatura potrebbe chiedere un nuovo rinvio, di cui però al momento non si intravedono i presupposti. […] E forse, com’è già successo su temi ugualmente complessi e divisivi quali furono a suo tempo l’aborto e la fecondazione assistita, è lo stesso legislatore – preso atto dell’attuale incapacità di decidere – ad auspicare un intervento della Corte che indichi una strada percorribile».

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