Scrivere la malattia, di Andrea Tomasini e Damiano Abeni • in Le parole e le cose², 5 agosto 2019

Scrivere la malattia

di Damiano Abeni

di Andrea Tomasini e Damiano Abeni

 

Le metamorfosi, rubrica a cura di Damiano Abeni e Andrea Tomasini

[Dal 1° al 25 agosto LPLC2 va in vacanza. In questi giorni ripubblicheremo alcuni articoli usciti da febbraio a oggi, con qualche sorpresa occasionale. Il post di oggi è uscito il 28 febbraio 2019. Buone vacanze!

Con questo intervento suo e di Andrea Tomasini, apparso in una prima versione nel numero 82 (aprile-giugno 2018) di «Nuovi Argomenti», Damiano Abeni inaugura Le metamorfosi, una rubrica tenuta insieme a Tomasini che si occuperà dei rapporti tra salute o malattia e letteratura].

 

Ci rimase male, quando l’accoglienza che il direttore diede al suo saggio fu tiepida. Era convinta si trattasse di un buon lavoro. Ma Thomas S. Eliot, che dirigeva la rivista The New Criterion, non s’entusiasmò affatto per quel testo così denso che Virginia Woolf aveva dedicato all’essere malati. Il punto di vista da cui era partita nella sua breve ma ricca esposizione era che, per quanto sia comune la malattia, è ben strano che “non figuri insieme all’amore, alle battaglie e alla gelosia tra i temi principali della lettura”. Si sarebbe creduto che romanzi interi venissero dedicati alle diverse malattie, e invece “no; salvo poche eccezioni […] la letteratura fa del suo meglio perché il campo di indagine sia la mente; perché il corpo rimanga una lastra di vetro liscio”. Al contrario, sostiene la Woolf, “il corpo interviene giorno e notte […], la creatura che vi sta rinchiusa può solo vedere attraverso il vetro, imbrattato o roseo; non può separarsi dal corpo come il coltello dalla guaina, il seme dal baccello, per un solo istante […]. Ma su questo dramma quotidiano non si trova traccia scritta. La gente non fa che raccontare le imprese della mente […]. Secondo loro la mente nella sua torre d’avorio ignora il corpo”, e in particolar modo il corpo imperfetto, colpito dalla malattia. Poi, registrando i modi del rapporto medico-paziente, nota che se quest’ultimo “tenta di spiegare a un medico la sofferenza che ha nella testa” il linguaggio si prosciuga di colpo: “Non c’è nulla di pronto all’uso”, e il paziente sarà costretto “a coniare qualche parola e, tenendo il suo dolore in una mano e un grumo di puro suono nell’altra, […] a pressarli insieme in modo tale che alla fine ne salti fuori una parola del tutto nuova”.

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