Corte Costituzionale: sentenza sul SUICIDIO ASSISTITO, 26 settembre 2019

La Corte Costituzionale – che depositerà la sua sentenza nelle prossime settimane – con la sua decisione, presa in attesa di un “indispensabile intervento del legislatore”, ha ritenuto “non punibile” chi “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

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EUTANASIA. SUICIDIO ASSISTITO, LA CONSULTA APRE. CAPPATO, SIAMO TUTTI PIU’ LIBERI

di redazione

 Dopo ore di camera di consiglio, arriva l’attesa sentenza della Corte Costituzionale che apre al suicidio assistito, ammesso solo talune condizioni. Al centro della decisione dei giudici costituzionali la questione della legittimità dell’articolo 580 del Codice penale – che punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio con pene tra i 5 e i 12 anni di carcere – sollevata dalla Corte d’Assise di Milano nell’ambito del processo Cappato/Dj Fabo.

La Consulta a ottobre scorso aveva dato un anno di tempo al Parlamento per emanare una legge, ma la discussione da allora non è mai decollata. Nel vuoto normativo, con l’ordinanza n. 207 del 2018 la Corte costituzionale un anno fa ha tentato di rispondere in modo nuovo rispetto al passato dando delle indicazioni e parlando già di “prospettata incostituzionalità della norma vigente”. In quell’ordinanza i giudici hanno richiamato il concetto di dignità della persona e la sua autodeterminazione. Il ‘giudice delle Leggi’ in quell’ordinanza ha scritto che “il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce per limitare la libertà di autodeterminazione del malato” in presenza di quattro condizioni: se la persona è affetta “(a) da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. In questi casi specifici “si tratta di ipotesi nelle quali l’assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita può presentarsi al malato come l’unica via d’uscita per sottrarsi, nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare”. Condizioni, si potrebbe sintetizzare, in cui il reato di aiuto al suicidio viene meno.

Marco Cappato, accusato di istigazione al suicidio per aver accompagnato Fabiano Antoniani, Dj Fabo, tetraplegico in seguito a un incidente, a morire in una clinica svizzera, attende da un anno la sentenza del giudice penale. Il processo a suo carico era stato sospeso in attesa della sentenza. Il 24 ottobre dello scorso anno, la Consulta aveva fissato la data dell’udienza che si è svolta ieri. La difesa di Cappato ha chiesto ai giudici della Corte di dichiarare l’incostituzionalità parziale dell’articolo 580 c.p., mentre dalla parte opposta l’avvocatura dello Stato aveva chiesto l’inammissibilità in quanto “sul tema c’è bisogno di una disciplina generale”.

La Corte Costituzionale ha deciso la non punibilità, a determinate condizioni, dell’aiuto al suicidio, una decisione storica presa dai giudici “in attesa di un indispensabile intervento del legislatore”, sottolinea la stessa Consulta. Undici mesi infatti non sono bastati: il periodo di tempo concesso dalla Corte Costituzione al Parlamento per legiferare in materia di suicidio assistito e fine vita è trascorso invano.

Complice anche la crisi del governo giallo-verde, che ha portato alla nascita del nuovo esecutivo Pd-M5S, nessun provvedimento è stato adottato per colmare un vuoto normativo tutto italiano. Così il caso di Marco Cappato è tornato all’esame della Corte Costituzionale. L’udienza pubblica si è tenuta martedì 24 settembre, poi la decisione. Il nodo giuridico da sciogliere era quello della legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicido che, per una norma che risale al 1930, nel Codice penale italiano è equiparato a quello di istigazione al suicidio. Furono i giudici della Corte d’Assise di Milano, al termine del processo contro l’esponente, a sollevare davanti alla Consulta una questione di legittimità costituzionale sull’articolo 580 del Codice penale. Ma, a sorpresa, nell’udienza del 24 ottobre 2018, anzichè affrontare la questione nel merito, i giudici costituzionali decisero di rimettere il caso nelle mani della politica.

Sospendendo il giudizio per un periodo di 11 mesi – termine scaduto, appunto, il 24 settembre – proprio “per consentire in primo luogo al Parlamento di intervenire con un’appropriata disciplina” sul fine vita, rivedendo “l’attuale assetto normativo” che “lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti”. Ecco perchè la decisione fu quella “di rinviare la trattazione della questione di costituzionalità dell’articolo 580 codice penale all’udienza del 24 ottobre 2019”. Un appello ignorato dalla politica e dunque caduto nel vuoto. Oggi la Consulta ha deciso la non punibilità, a determinate condizioni, di “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Anticipando alcuni punti chiave prima del deposito della sentenza, la Consulta ha anche indicato alcune condizioni e modalità specifiche, desumibili dalle norme dell’ordinamento, quali quelle sul consenso informato, le cure palliative, la sedazione profonda, ma ha sottolineato “in attesa di un indispensabile intervento del legislatore”, sollecitando quindi ancora una volta il Parlamento, che ora però avrà la guida delle indicazioni della sentenza della Corte Costituzionale da rispettare.


La Consulta apre al suicidio assistito e assolve Cappato
«Non è punibile chi, a determinate condizioni, agevola il proposito di suicidio». Con questa sentenza la Consulta apre al suicidio assistito e di fatto assolve Marco Cappato per aver accompagnato Dj Fabo a morire. Tornato in Italia Cappato si autodenunciò e la procura di Milano lo accusò di aiuto al suicidio. Per lui iniziò il processo, arrivato fino alla Consulta. Lo scorso anno la Corte suprema aveva chiesto al Parlamento di intervenire e colmare il vuoto legislativo ma, dato che in undici mesi la politica non ha fatto (quasi) nulla in materia, è stata la Corte a dover mettere un punto fermo. Lo ha fatto ma non senza imporre una serie di requisiti fondamentali. La Consulta parla di pazienti tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetti da una patologia irreversibile, sottoposti a dolori insopportabili ma pur sempre in grado di decidere liberamente. Per chiudere il suo processo Cappato, che rischiava 12 anni di galera, dovrà aspettare la sentenza definitiva della corte di assise di Milano ma ora può considerarsi assolto: «Da oggi in Italia siamo tutti più liberi, anche quelli che non sono d’accordo». Esultano anche Mina Welby e Peppino Englaro che chiedono al Parlamento di legiferare al più presto. Si dividono i politici. Insorge il mondo cattolico. In una nota la Conferenza episcopale italiana fa sapere che «la  preoccupazione maggiore è relativa soprattutto alla spinta culturale implicita che può derivarne per i soggetti sofferenti a ritenere che chiedere di porre fine alla propria esistenza sia una scelta di dignità». I medici cattolici si preparano all’obiezione di coscienza. Altri chiedono che sia «un pubblico ufficiale rappresentante dello Stato e non un medico».

[…] Quali passi dovrà fare chi vuole essere aiutato a morire?
«È chiaro che questa persona potrà chiedere l’aiuto necessario soltanto quando si troverà nelle condizioni inderogabili fissate dalla Corte: se non fossero presenti, infatti, l’aiuto al suicidio sarebbe ancora un reato. Non basta. La verifica di queste condizioni spetterà esclusivamente alle strutture sanitarie pubbliche».
Quindi un medico cattolico, come per l’aborto e per la fecondazione assistita, potrà fare obiezione? E che succede?
«La Corte non parla affatto di questo problema ed è anche per questo che il legislatore dovrà comunque intervenire: la Corte stessa ritiene che una legge sia ancora ‘indispensabile’. Sarà proprio il caso che stavolta il Parlamento, ormai preso per mano dalla Corte, faccia finalmente il proprio lavoro».
E finché non lo fa cosa accade?
«Toccherà ai giudici stabilire, caso per caso, anche per le vicende precedenti a partire da quella di dj Fabo, se le condizioni e le modalità stabilite dalla Consulta ricorrono in concreto oppure no».
Non sarà più necessario andare all’estero?
«Non lo sarà più, ma si potrà morire in Italia con l’aiuto di qualcuno solo nelle rigorose ipotesi che abbiamo visto» [Milella, Rep.].

«Il fronte politico è tagliato trasversalmente dall’argomento. Che può diventare, per esempio, l’ennesima frattura tra un Berlusconi sempre più in fase liberale e Salvini che ha schierato da tempo il suo partito sulla barricata confessionale da cui non intende affatto scendere […]. Il presidente della Commissione Giustizia del Senato è il leghista Andrea Ostellari, e quello sarà l’epicentro della resistenza catto-lumbard: «Non faremo passare nessuna legge contro la vita», è il grido di battaglia. Anche di Fratelli d’Italia. Il coro del “subito una legge” si scontrerà proprio con questo insieme di tante sensibilità difficili da ricondurre a una. Basti pensare che dentro il Pd le sensibilità di un liberale doc a-confessionale di provenienza Pli, come il presidente dei senatori Andrea Marcucci, il quale ha subito gioito per il pronunciamento dei giudici costituzionali, non collima con quella del cattolico democratico Delrio, suo pari grado alla guida del gruppo della Camera. E se nei 5Stelle la linea permissiva sul fine vita è prevalente, anche lì si è decisi a fare di tutto per non aggiungere un tema così delicato alla delicatezza dei rapporti interni e di quelli tra alleati» [Ajello, Mess.].


Filomena Gallo

sono commossa e fiera di quanto accaduto.

Oggi gli italiani sono un po’ più liberi, grazie anche a noi.

Senza la fiducia dei tanti- da Piero Welby a Dj Fabo- che hanno lottato con l’Associazione Luca Coscioni, senza il coraggio di Marco Cappato e della sua disobbedienza civile con Mina Welby, non saremmo arrivati fin qui. E’ un onore per me coordinare la loro difesa, e un’emozione che non scorderò.
La decisione della Corte costituzionale entra nella storia di questo Paese, e sarà da modello in tutta Europa e oltre. Voglio ringraziare ciascuna e ciascuno di coloro che hanno contribuito a fare questa storia, con una firma, un contributo, o destinando una parte del proprio tempo e della propria passione civile.
Ogni successo è energia preziosa per andare avanti più forti, verso nuovi obiettivi e azioni.
Voglio dare a tutti l’appuntamento del XVI Congresso dell’Associazione Luca Coscioni, che si terrà a Bari dal 3 al 6 ottobre. La tua presenza o un tuo contributo saranno ancora una volta speranza per questo Paese e non solo.
Un grande abbraccio,


vedi anche:

http://www.fedcp.org/news-menu/1377-pronuncia-della-corte-costituzionale-sull-aiuto-al-suicidio.html?fbclid=IwAR3sEzrvg3_StFMiRnQdkSWmBlSrQ9domgxfHOo73pzLjtD7GjTJDe-1lls

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