CASSESE Sabino, Il buon governo. L’età dei doveri, Mondadori, 2020. Indice del libro e recensione di Carlo Melzi d’Eril e Giulo Enea Vigevani

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Il buon governo. L’età dei doveri di Sabino Cassese (Mondadori). Un estratto, dal Corriere della Sera: «Sono le istituzioni che dettano le regole del gioco: disegnano l’organizzazione, distribuiscono compiti e responsabilità, dettano i tempi. Dalle istituzioni dipende il benessere di una società. Quando la Commissione europea fa raccomandazioni all’Italia (e ad altri Paesi) per stimolare lo sviluppo, aumentare la produttività e ridurre il debito pubblico, suggerisce modificazioni istituzionali, quali accelerazione delle procedure amministrative, minore durata dei processi, digitalizzazione. L’attuale assetto istituzionale italiano presenta cinque caratteri peculiari, che sono emersi a pieno negli ultimi anni, ma sono andati sviluppandosi da qualche decennio. Il primo è costituito dalla sostituzione delle decisioni fondate sulla forza del dibattito e della ragione con le decisioni fondate sulla forza dei numeri. […] Questa modificazione dei modi di decisione si connette a tre fenomeni importanti: l’illusione della democrazia digitale, la fuga dai partiti e il declino della competenza. Lo sviluppo della cultura digitale fa nascere domande del tipo: perché delegare e non votare direttamente? Perché contare su reti territoriali e non su reti digitali? Il declino della membership partitica è legato alla perdita di importanza della politica come processo di formazione progressiva di orientamenti popolari diffusi, con la conseguenza che i partiti conservano solo il legame con lo Stato, rompendo quello con la società. L’assenza o insufficienza di offerta politica da parte dei partiti provoca una dispersione nella società, i cui membri preferiscono impegnarsi in attività alternative (la partecipazione sociale attiva è tre volte superiore a quella politica). Iato annunci-realizzazioni, inefficacia della politica, estraneazione dei cittadini, marginalità della politica, diminuzione del consenso per le istituzioni sembrano produrre una crisi strutturale di fiducia, minacciare le basi della democrazia (non rafforzata dalle democrazie locali o dal troppo modesto ricorso ad autorità parzialmente epistocratiche, come le autorità indipendenti), nutrire la richiesta della concentrazione del potere (l’“uomo forte”). Della competenza non c’è bisogno, se basta affermare: il popolo mi ha votato. Infatti, il personale politico attuale è in larga misura entrato negli organi di decisione semplicemente sull’onda del successo di movimenti di protesta, senza precedenti esperienze di partecipazione ad attività della collettività. Lo sviluppo della cultura digitale genera domande: perché delegare e non votare direttamente? Contare su reti territoriali e non digitali?» (leggi qui).

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