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L’assassinio di Yara: Bossetti e le motivazioni della condanna. la Corte d’assise d’appello riassume le 376 di motivazioni – Corriere.it, 17 ottobre 2017


il delitto, «posto in essere vigliaccamente nei confronti di una ragazzina indifesa lasciata morire in preda a spasmi e inaudite sofferenze». Lui «ha continuato a vivere con assoluta indifferenza» e «ha continuato ostinatamente a negare assumendo la posizione di chi sfida l’inquirente a provare la sua colpevolezza».

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Sorgente: Omicidio Yara, Bossetti e le motivazioni della condanna – Corriere.it

BECK Aaron, La psicoterapia cognitiva, a cura di Barbara Cacciola, Hachette Fascicoli. PSICOLOGIA N.53, 2017, p. 140


PSICOLOGIA N.53

Sorgente: Hachette Fascicoli. PSICOLOGIA N.53

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BASAGLIA FRANCO, Il riformatore della salute mentale, a cura di Silvia Niro, Hachette Fascicoli. PSICOLOGIA N.48, 2017, p. 140


PSICOLOGIA N.48

Sorgente: Hachette Fascicoli. PSICOLOGIA N.48

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Lembo Maria Sabina, Bullismo e cyberbullismo dopo la L. 29 maggio 2017, n. 71, Maggioli editore, 2017


• Le disposizioni della nuova legge 71/2017
• Gestore del sito internet
• Oscuramento, rimozione e blocco dei dati personali del minore dalla rete
• Condotte violente e penalmente rilevanti
• Reati con procedibilità a querela/di ufficio
• Imputabilità del bullo minorenne
• Responsabilità civile del minore
• Responsabilità dei genitori, culpa in educando e in vigilando
• Danni risarcibili
• Responsabilità dell’amministrazione scolastica e degli insegnanti
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Un approfondimento sintetico ma completo sul fenomeno dilagante del Bullismo, che aiuta ad inquadrarne correttamente i confini, anche alla luce delle nuove disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo (Legge 29 maggio 2017, n. 71).

Strutturato in forma di quesiti e risposte, questo utile fascicolo esplica la disciplina vigente in materia e supporta il lettore nell’individuazione delle responsabilità (del minore, dei genitori, dell’amministrazione scolastica, ecc.) e nella definizione delle condotte penalmente rilevanti in relazione al tipo di danno subito.

Completato dalla giurisprudenza più significativa, il testo analizza la materia in sole 82 pagine, così articolate:

Quesito 1. Cosa si intende per bullismo e quali sono gli elementi che lo caratterizzano?
1.1. Cosa si intende per bullismo
1.2. Gli elementi che caratterizzano il bullismo
1.3. Gli ambiti del diritto che coinvolgono il bullismo e assenza di una fattispecie tipica incriminatriceQuesito 2. Quali sono le condotte violente e penalmente rilevanti e quando i reati ascrivibili al bullismo sono procedibili a querela o di ufficio?
2.1. Le condotte violente e penalmente rilevanti
2.2. Reati con procedibilità a querela/di ufficio
2.3. Aggravante specifica art. 61 n. 11 c.p.
2.4. Gli obblighi degli insegnanti in qualità di pubblici ufficiali

Quesito 3. Quando il bullo minorenne è imputabile e quali sono gli istituti previsti nel procedimento minorile?
3.1. L’imputabilità del bullo minorenne
3.2. I compiti del Tribunale per i Minorenni
3.3. Le misure precautelari e le misure cautelari personali applicabili ai minorenni
3.4. I procedimenti speciali alternativi al dibattimento
3.5. La sentenza di non luogo a procedere (improcedibilità) per irrilevanza del fatto
3.6. La sospensione del processo con messa alla prova, istituto giuridico speciale del processo minorile
3.7. La sentenza di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale

Quesito 4. In quali casi è prevista la responsabilità civile del minore, dei genitori e dell’amministrazione scolastica?
4.1. Casi di responsabilità civile del minore
4.2. Casi di responsabilità dei genitori, la culpa in educando e in vigilando. I danni risarcibili
4.3. La responsabilità dell’amministrazione scolastica e degli insegnanti

Quesito 5. In cosa consiste il cyber bullismo?
5.1. Il cyberbullismo: in quali azioni e comportamenti si concretizza?
5.2. I social media utilizzati dai giovani
5.3. Il lavoro e la specializzazione della Polizia Postale
5.4. Il codice di autoregolamentazione

Quesito 6. Cosa prevede la legge 29 maggio 2017, n. 71 sul cyber bullismo?

Quesito 7. Quali Regioni hanno disciplinato interventi per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del bullismo?

Quesito 8. Personale esperienza vissuta come facilitatore in una scuola media di Potenza. Risultati?
8.1. Personale esperienza come facilitatore e presidente di associazione di volontariato con i ragazzi della scuola media G. Leopardi
8.2. Le strategie adottate in altri Paesi
Il KiVa programma anti-bullismo utilizzato in Finlandia
Il KiVa in Italia
8.3. Le Life Skills


Marina Sabina Lembo, Avvocato penalista.


BULLISMO E CYBERBULLISMO
DOPO LA L. 29 MAGGIO 2017, N. 71
Maggioli Editore – Novità Luglio 2017
f.to 21×29,7 – pp. 82 – codice 8891624314 – euro 17,00

Educatori in sociopsichiatria … che follia?, a cura del SUPSI, Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale, martedì 14 novembre, ore 8 e 45, al Teatro Centro Sociale di Mendrisio (Svizzera)


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I miei genitori si dividono. E io?, di A. Cecatiello e C.A. Clerici, Red edizioni, 2017 – recensione in Bye Bye Cupid


I miei genitori si dividono. E io? Autori: Armando Cecatiello, Carlo Alfredo Clerici Casa editrice: RED

Sorgente: Recensione: “I miei genitori si dividono. E io?” di A. Cecatiello e C.A. Clerici – Bye Bye Cupid

Vita di condominio


Sorgente: Vita di condominio

Claudio Negro, Disoccupazione Giovanile: dimensioni reali, cause e cure – in Mercato del lavoro news n.20, 2017


Mercato del lavoro news n.20
Disoccupazione Giovanile: dimensioni reali, cause e cure

Per mettere a fuoco la questione dell’occupazione giovanile è opportuno fare il punto sui dati reali dai quali partire, nonché sulle tendenze della domanda di lavoro.
Innanzitutto è opportuno scomporre la fascia che nella consuetudine statistica identifica i “giovani” in coloro che stanno tra i 15 e 34 anni in due fasce più precise: 15-24 e 25-34. Ciò fatto i dati più recenti (ISTAT primo semestre 2017) ci dicono che l’occupazione nella fascia 15-34 è del 40,7%, la disoccupazione del 20,8% e il tasso di inattività ( i cosiddetti NEET, coloro che non sono inseriti in un percorso istruzione-formazione) è del 48,7%. Scomposti nelle due sottoclassi il tasso di occupazione risulta essere il 16,8% per la fascia 15-24 e il 61,6% per quella successiva. Il tasso di inattività rispettivamente del 74,5% e 25%. Un tasso di inattività così assurdo, e un altrettanto assurdo tasso di occupazione, devono ovviamente mettere in discussione la statistica. Come fanno notare Del Boca e Mundo il tasso di disoccupazione è calcolato dividendo i disoccupati di una determinata classe di età per la corrispondente forza di lavoro. Per tutte le classi di età over 24 la forza di lavoro rappresenta una percentuale molto alta della corrispondente popolazione, tra il 70-80%, mentre fa eccezione la classe di età 15-24 anni nella quale la forza di lavoro nel 2016, rappresenta solo il 26,6% della popolazione di pari età, poiché la maggior parte dei ragazzi studia ed è ancora a scuola o all’università. Un denominatore così basso, rispetto a quello delle altre fasce di età, produce valori gonfiati anche con un numero basso di disoccupati reali. Del Boca e Mundo propongono di utilizzare un dato più oggettivo: l’incidenza della disoccupazione (cioè di coloro che cercano lavoro senza trovarlo) rispetto alla popolazione di ogni fascia di età. Ed ecco che il panorama cambia: il 10% di disoccupati per la fascia 15-24, contro il 7,8% della media UE. Peggio il dato della fascia 25-34, che presenta un 12,9% di disoccupati contro il 7,5% dellEuropa.
Questa statistica ci dice che il numero dei giovani che cercano lavoro ma non lo trovano in Italia è superiore alla media dell’UE ma non in modo drammatico. Tuttavia, e questo spiega l’aumentare del numero dei disoccupati rispetto alla popolazione nella fascia 15-35, il numero dei giovani NEET nella fascia 15-29 anni tocca il 24,3%. In sostanza molti giovani non cercano lavoro, e questo “migliora” le statistiche sulla disoccupazione, che fanno riferimento a chi il lavoro lo cerca ma non lo trova. Il dato sui NEET in questa fascia di età è calato dal 26% del 2013 al 24,3% del 2016: è probabile che in buona parte ciò dipenda da Garanzia Giovani, che ha coinvolto a vario titolo 344.000 giovani, confermando di essere uno strumento utile ma insufficiente. Da notare che se in questa fascia di età sommiamo i disoccupati ai NEET arriviamo al 27%, superati (dato OCSE) solo dalla Turchia.

I motivi della disoccupazione dei giovani sono in larga parte strutturali e possono essere ricondotti alla qualità dei percorsi formativi, la cui modestia è ben nota: L’Italia è il Paese Ocse con la maggior percentuale di giovani in età lavorativa (16-29 anni) e adulti (30-54) con scarse competenze di lettura, rispettivamente il 19,7% e il 26,36%. L’Italia ha inoltre la percentuale più elevata di persone con scarse abilità in matematica tra gli adulti, il 29,76%, e, l’aspetto più allarmante, la seconda tra i giovani in età lavorativa, il 25,91%. In generale, riferisce la tabella Ocse per la misurazione dell’ “occupabilità” dei giovani, il nostro Paese è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.
A questo dato consolidato si aggiungono le tendenze della domanda di lavoro nella fase post crisi e col dilagare della rivoluzione digitale (Industry 4.0): la domanda di lavoro si polarizza con forte aumento della domanda di professionalità scientifiche e tecniche, calo della domanda di professioni intermedie (impiegati, operai specializzati, conduttori di impianti) e incremento della domanda di professioni non qualificate. Il sistema di istruzione-formazione non è in grado di rispondere a questa domanda di lavoro. Troppe lauree sono fini a sé stesse, il servizio di orientamento per gli studenti inefficiente, la comunicazione tra università,e istituti superiori e sistema delle imprese è largamente insufficiente, anche se bisogna riconoscere che recentemente con i programmi di alternanza scuola- lavoro e la costituzione degli Istituti Tecnici Superiori si sono fatti passi in avanti non trascurabili.
La bassa quantità di laureati (25,3% delle persone tra 30 e 35 anni, contro il 38,7% della media europea) contribuisce a penalizzare l’occupazione dei giovani: basti considerare che tra chi ha conseguito una laurea triennale nel 2011 il 72,8% nel 2015 era occupato, così l’80,3% di chi aveva una laurea quadriennale e l’84,5% di chi aveva una laurea specialistica (si tratta ovviamente di un dato medio: si va da un 54% dei laureati in psicologia al 93,7% degli ingegneri); molto più basso il dato dei diplomati: il 62,6% di chi nel 2011 aveva concluso un percorso di formazione professionale, il 56,7% dei diplomati agli Istituti Tecnici e e il 26,8% dei diplomati a un Liceo (in questo caso bisogna però dire che il 53,4% di costoro nel 2015 erano ancora impegnati in un percorso universitario): pochi laureati, pochi giovani occupati!
Ma il discorso sulla formazione merita un approfondimento particolare, che non faremo ora. Un ultimo dato per rappresentare il mismatch tra formazione e mercato del lavoro: Confartigianato Lombardia mette periodicamente in rete le ricerche di personale di piccole aziende lombarde; si tratta di profili quasi mai eccelsi: panificatori, calzolai, baristi, camerieri, idraulici, elettricisti, antennisti, legatori di libri, ecc. L’assunzione è offerta con contratto a tempo indeterminato da subito. Ciononostante le candidature sono di gran lunga inferiori rispetto alle richieste, in una regione dove la disoccupazione giovanile tra i 15 e i 29 anni è del 18,7%.

Gli interventi sul sistema formativo richiedono ovviamente tempi ragionevoli (anche se per esempio un servizio serio di orientamento per gli studenti rispetto al mercato del lavoro potrebbe essere attivato immediatamente). Giustamente il Governo si pone il problema di come favorire l’occupazione dei giovani qui e ora, e la risposta più ovvia è quella degli incentivi coniugati alla flessibilità, strumenti entrambi messi in gioco dal Jobs Act con buoni risultati. Se si interverrà con un taglio importante del costo del lavoro, da rendere almeno in parte permanente, mirato all’assunzione a tempo indeterminato dei giovani, il risultato sarà indubbiamente positivo, visto che la domanda di lavoro è in crescita. Indirizzarla verso una specifica classe di età non è scorretto: rimette in corsa un’offerta di lavoro spesso considerata “povera” dalle aziende perché priva di formazione specifica ed esperienza.
Un’obiezione è che una misura di questo tipo sia superflua, quando le imprese possono avvalersi dell’apprendistato professionalizzante, che concede sconti contributivi di tutto rispetto ( e che infatti ha ripreso fortemente quota quando è terminato l’incentivo del Jobs Act sulle assunzioni a tempo indeterminato). Crediamo però che sia opportuno fare una riflessione sull’apprendistato. In Germania, Svizzera ed altri Paesi è un istituto dall’efficacia formidabile, in quanto consente al giovane di studiare e fare un’esperienza lavorativa allo stesso tempo. Tra il corso di studio e l’esperienza lavorativa c’è coerenza e il dialogo impresa-scuola è strettissimo. La cosa che in Italia ci assomiglia di più è il cosiddetto apprendistato di primo livello, in cui il giovane frequenta in alternanza studio-lavoro un percorso che lo porta al diploma ma contestualmente gli apre la porta dell’assunzione. L’apprendistato cosiddetto professionalizzante è tutt’altra cosa: si tratta di una riedizione sostanzialmente anacronistica del vecchio apprendistato delle botteghe artigiane. Il giovane viene assunto e si suppone che l’impresa lo formi, con modalità estremamente elastiche: dalla formazione formale (…stai lavorando ma ti dico che in questo momento sei in formazione…) a quella trasversale, che riguarda prevalentemente questioni quali i diritti dei lavoratori o la sicurezza, che può venire erogata dalle Provincie. Il forte ricorso da parte delle imprese a questo tipo di contratto è da ricondurre ai vantaggi della decontribuzione, mentre la parte formativa è a mala pena sopportata nelle sue procedure formali, che comportano pratiche burocratiche invise alle piccole imprese. Si potrebbe ipotizzare di eliminare l’apprendistato professionalizzante sostituendolo con gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminati di giovani, e spostare risorse sull’apprendistato di primo livello e di terzo livello (conseguimento della laurea o del diploma in alternanza studio lavoro, oggi scarsamente praticato ma fondamentale per la continuità tra percorsi universitari e di lavoro).

Come dice E. Moretti (La nuova geografia del lavoro): “…per la prima volta nella storia, il fattore economico più prezioso non è il capitale fisico, o qualche materia prima, ma il capitale umano e la sua capacità creativa”. Se non si investirà adeguatamente in questo, il gap di produttività che oggi ci separa dall’Europa non verrà mai superato e il treno della rivoluzione digitale verrà perduto.
(a cura di Claudio Negro)

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Claudio Negro, Il fantasma del precariato: il lato oscuro della ripresa? – Mercato del Lavoro News – n.21


Mercato del Lavoro News – n.21

Il fantasma del precariato: il lato oscuro della ripresa?

La ricerca della Fondazione Di Vittorio del 7 ottobre, peraltro bella e ben documentata, paga però dazio all’esigenza politica della CGIL di dimostrare che comunque le cose continuano ad andare male (sarà perché nessuno si è filato il Piano Straordinario per l’Occupazione..?).
Innanzitutto è curioso che confronti i dati 2017 con quelli 2004, cioè un anno ancora lontano dai picchi di occupazione pre crisi e anche dai flessi massimi osservati durante la crisi. Perchè allora il confronto con il 2004? Perchè è stato l’ultimo anno in cui i contratti a termine sono diminuiti (così il paragone rifulge meglio…); e diminuirono perché a partire da quell’anno vennero a terminare modalità di assunzione quali il contratto di formazione-lavoro. Nel 2004 i contratti a tempo definito furono 1,909,000, pari a 8,5% del totale degli occupati. Già dall’anno successivo questi contratti cominciarono ad aumentare: al 9% nel 2005, al 9,8% (con un numero assoluto di 2.269.000) nel 2007, al 9,9% (2.323.000) nel 2008. Da notare che in questi anni i contratti di collaborazione (quindi a termine) erano rispettivamente 497.000, 490.000 e 465.000, con percentuali che vanno dal 2,2% al 2%. Dopo una leggera flessione in numero assoluto nel 2009 il dato ricomincia a crescere: per il 2011 disponiamo solo dei dati aggregati che mescolano contratti subordinati a termine e collaborazioni, per un totale di 2.719.000 pari all’11,8% che possiamo confrontare con l’analogo aggregato del 2008: 2.788.000 e 11,7% (è chiaro che anche se il numero assoluto di contratti scende aumenta l’incidenza percentuale perchè diminuisce l’occupazione globale); dunque l’incidenza dei contratti a termine torna al livelli 2008 e li supera. Per il 2012 e 2013 torniamo alla rilevazione dei soli contratti subordinati a termine: sono rispettivamente 2.083.000 pari al 9,49% e 2.229.000 pari al 9,94%, quindi in entrambi i casi superiori (in incidenza percentuale) al dato 2008.
Nel 2014 i dipendenti a termine sono 2.277.000 pari al 10,2%, se li sommiamo alle collaborazioni arriviamo a 11,9%.. Nel primo semestre 2017 dipendenti + collaborazioni assommano a 2.800.000 unità, pari al 12,15.
Dunque osserviamo una costante e sostanzialmente uniforme crescita dal 2005 a oggi: dall’11,2% del 2005 al 12.1 di oggi. Una crescita senz’altro, ma non travolgente e comunque radicata negli ultimi 12 anni di storia del mercato del lavoro, senza nessuna variazione evidente in relazione alla crisi o alla ripresa post crisi. Del resto è del tutto omogenea alle dinamiche in atto nell’UE, dove l’incidenza dei lavoratori temporanei sul totale dei dipendenti si attesta al 14,2 per cento,
nella Uem al 15,6 per cento e in Italia al 14,0 per cento (ricordiamo che questi ultimi dati sono calcolati soltanto sui lavoratori subordinati, e non tengono conto delle collaborazioni).
Quel che cambia è la composizione interna all’aggregato dei tempi determinati: diminuisce il numero delle collaborazioni aumenta quello dei dipendenti; è troppo sperare che anni di lotta contro i finti parasubordinati abbiano prodotto un qualche effetto di trasformazione di collaborazione in contratti di lavoro dipendente?
Anche il titolaccio ad effetto “contratti a termine: un milione in più dal 2004” si basa su un confronto del tutto sbagliato sul piano metodologico: se confrontiamo i 2.800.000 rapporti a termine (dipendenti e collaboratori) del 2017 e li sommiamo con i soli dipendenti a termine del 2004 (1.909.000) otteniamo sì una differenza di 900.000, ma se invece facciamo un confronto omogeneo, considerando dipendenti e collaboratori per entrambi gli anni, vediamo che l’aumento si riduce a 152.000 unità (2.800.000 – 2.648.000). Vero è che se confrontiamo solo i dipendenti (operazione fattibile solo per gli anni 2004-2016) la differenza è di 516.000 contratti a termine in più, ma come detto sopra sulla base di dati disaggregati dipendenti-collaboratori, riteniamo che una quota significativa di questo aumento derivi da trasformazioni di contratti di collaborazione.
Sembra in sostanza eccessivo l’allarme lanciato dalla CGIL nei confronti di un fenomeno che nulla ha a che vedere con il Jobs Act e le politiche occupazionali del Governo; anzi, a dire il vero si è dimostrato sostanzialmente impermeabile anche ai provvedimenti ad hoc: il Decreto Poletti non ha determinato nessuna differenza significativa nel ritmo di crescita dei contratti a termine. Caso mai c’è da ragionare per quale motivo in tutta Europa, sia pure in presenza di legislazioni che vincolano in modo diverso il licenziamento di un dipendente a tempo indeterminato, vi sia un ricorso diffuso e omogeneo al contratto a termine. Un ragionamento che si può fare efficacemente soltanto se si evita di partire dalla dicotomia posto fisso – precariato.

Un po’ allarmistico sembra anche l’atteggiamento verso il part time: è vero che è in aumento a partire dal 2004, ma si tratta di un aumento che, a parte un picco nel 2008, è graduale e abbastanza uniforme anno per anno. Anche qui verrebbe da credere che non si tratti di un portato della crisi, ma di una dinamica storicamente determinata, in linea con quanto accade in Europa: infatti la percentuale di part time in Italia soltanto ora raggiunge quella europea: 18,8% contro 18,9%. E occorre anche notare come resti inferiore a quella di molte delle economie più sviluppate: Germania, Olanda, Regno Unito, Svizzera, Norvegia. Anche il fatto che coinvolga prevalentemente le donne non è anomalo: in Italia il part time femminile è il triplo di quello maschile, un rapporto quindi di 3 a 1. In Germania il rapporto è 4 a 1, in Svizzera 6 a 1,5, in Olanda addirittura 7 a 2, in Francia Danimarca e Svezia circa 3 a 1 come da noi.
Ciò che veramente è diverso in Italia rispetto al resto d’Europa è l’incidenza del part time involontario, e lo è storicamente: era al 40,6% nel 2008 ed è aumentato rapidamente fino a superare il 70%. Per la verità nel 2016 e 2017 è sceso a precipizio, tanto che adesso sta a 60,6%. E’ molto, naturalmente, a fronte di medie europee che viaggiano tra il 20% e 25%. Tuttavia merita una riflessione specifica, che in parte può spiegare il fenomeno, almeno per quanto concerne il picco durante il periodo di crisi: il part-time involontario è stato spesso l’alternativa alla CIG, che all’impresa sarebbe costata di più, o ai contratti di solidarietà, complessi da gestire e incerti nella concessione da parte del Governo. E’ opportuno constatare che anche grazie a quest’operazione l’occupazione femminile negli anni della crisi non è diminuita significativamente, ed ha cominciato rapidamente a crescere ai primi segnali di ripresa, fino a toccare il massimo storico del tasso di occupazione nel primo trimestre 2017. Questa ipotesi viene confermata dall’osservazione, di cui abbiamo detto, che già nel 2016 le assunzioni in part-time involontario calano verso lo zero, non esercitando più la funzione di difesa dell’occupazione.

Il problema vero, e qui la Fondazione Di Vittorio ha ragione, sta nel fatto che, pur crescendo, le ore lavorate non raggiungono ancora il monte ore pre crisi. In gran parte ciò è dovuto al fatto che, pur essendo le posizioni lavorative ormai non molto inferiori a quelle del 2008, nella loro composizione sono aumentati i part time, e comunque la ripresa italiana è in ritardo a quella europea. Ma sarebbe sbagliato illudersi che il ritorno alle condizioni pre crisi debba incardinarsi sul ritorno a quelle percentuali di contratti a termine e part time: quest’impostazione afferma implicitamente che occorra tornare al monte ore lavorato ante crisi. Il problema è invece che già adesso, a ripresa iniziata, le ore effettivamente lavorate settimanali in Italia sono superiori a quelle delle economie più avanzate: siamo a 33 ore settimanali (dato 2016 – OCSE), che tengono conto di ferie, assenze, straordinari, ecc., come la Spagna, mentre in Francia se ne lavorano 28, in Olanda 27, in Germania 26. Il problema vero non è tanto aumentare le ore lavorate, ma aumentare la produttività del lavoro. Ma questa è una questione complessa, e non si presta a slogan facili o a promuovere lotte…
(a cura di Claudio Negro)

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Senso e possibilità di pianificazione del territorio nel nostro tempo – Il metodo e il tempo per le scelte. Dibattito, a partire dal volume di Salvatore Settis: Architettura e democrazia  – Paesaggio, città, diritti civili, a cura della Università Cattolica del Sacro Cuore – Dipartimento di Sociologia – Urban Life and Territorial Research Agency (ULTRA). 27 ottobre  2017 ore 14.30 – 17.30 nell’Università Cattolica, Sede di Via Nirone 13, Aula 111


Università Cattolica del Sacro Cuore

Dipartimento di Sociologia – Urban Life and Territorial Research Agency (ULTRA)

Il 27 ottobre  2017 ore 14.30 – 17.30 nell’Università Cattolica, Sede di Via Nirone 13, Aula 111

si terrà un seminar sul tema

Senso e possibilità di pianificazione del territorio nel nostro tempo – Il metodo e il tempo per le scelte

Dibattito, a partire dal volume di Salvatore Settis, Architettura e democrazia  – Paesaggio, città, diritti civili 

Introduce  Enrico Maria Tacchi, Direttore di ULTRA Università Cattolica del Sacro Cuore 

Relatori

Roberto Ripamonti, Architetto Urbanista, componente del direttivo INU Piemonte e Valle d’Aosta e di commissioni locali del paesaggio dei laghi Maggiore e d’Orta

Sergio Scotti Camuzzi, Avvocato, già Docente di Diritto dell’economia nell’Università Cattolica di Milano

Pierluigi Roccatagliata, Architetto Urbanista, Già Direttore del Piano Intercomunale Milanese (PIM)

Andrea Villani, ULTRA, Università Cattolica del Sacro Cuore 

 

Dibattito

 

Università Cattolica del Sacro Cuore

Dipartimento di Sociologia

Urban Life and Territorial Research Agency (ULTRA)

 

  1. Nell’attuale situazione di sconvolgente trasformazione della città e della società alla scala italiana e mondiale, mentre vengono avanzate molteplici e anche contraddittorie letture della crisi, e ancor più variegate linee di proposte culturali e politiche sulle linee da seguire e sulle prospettive progettuali, il Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica si propone di affrontare – attraverso l’Urban Life and Territorial Research Agency (ULTRA) – i nodi più gravi presenti sulla scena, nella prospettiva e nella visione della città e del territorio da considerare come bene comune.
  2. L’obiettivo esplicito è di continuare il lavoro sul tema che nell’arco di mezzo secolo è stato svolto dall’Università Cattolica nelle sue diverse facoltà e istituti, attraverso ricerche, pubblicazioni, convegni. Ora come nel passato l’iniziativa è finalizzata non solo alla ricerca scientifica quale valore in sé, ma anche ad esprimere analisi e proposte rivolte alle comunità locali, che giocano una parte rilevante nel governo della città e del territorio e che hanno indubbiamente una non piccola responsabilità per la conclamata situazione di crisi. E insieme portando un’attenzione profonda anche al modo di essere dei livelli superiori di governo.
  3. Il metodo di lavoro consisterà nell’osservare, leggere, esaminare la realtà urbana e del territorio:
  • individuando quelli che nel dibattito pubblico sono sentiti come i fondamentali problemi;

–  prendendo in considerazione le risposte e le soluzioni nell’elaborazione teorica e nella prassi più rilevante e di maggiore successo alla scala nazionale e internazionale;

  • sviluppando nel modo più originale possibile una riflessione critica su tali teorie e prassi, e costruendo proposte operative;

  • stabilendo un rapporto di dialogo, collaborazione o confronto con soggetti e istituzioni interessate a questi temi, sia nella riflessione teorica che concretamente operanti nell’ambito della città.

  1. Il modo operativo di procedere consiste in Seminari scientifici, in cui i relatori presenteranno l’esito delle loro riflessioni sulla loro attività, su importanti opere teoriche o pratiche, o sugli esiti di ricerche su città, territorio, ambiente.

FRANCESCO CARINGELLA, 10 lezioni sulla giustizia per cittadini perplessi, Mondadori, 2017


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Eurostat, In Italia si va prima in pensione, Italia Oggi 21 settembre 2017


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Caro Marziano – Pif incontra Antonio, un ragazzo di 22 anni nato e cresciuto a Barra, uno dei quartieri più a rischio di Napoli. Antonio ha creato un’alternativa alla vita di strada grazie al parkour che, oggi, insegna ad altri ragazzi del quartiere – 24/05/2017 – video – RaiPlay


Pif incontra Antonio, un ragazzo di 22 anni nato e cresciuto a Barra, uno dei quartieri più a rischio di Napoli. Antonio ha creato un’alternativa alla vita di strada grazie al parkour che, oggi, insegna ad altri ragazzi del quartiere.

Pif segue Antonio e i suoi allievi che, tra un allenamento e l’altro, svelano gli aspetti positivi della loro esperienza di ‘parkour napoletano’

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Sorgente: Caro Marziano – Parkour napoletano – 24/05/2017 – video – RaiPlay

Cyberbullismo (Legge 71 del 29 maggio 2017) : ecco come difendersi | in Moduli.it


l’iter legislativo della nuova legge di contrasto al cyberbullismo si è finalmente concluso: il 3 giugno, infatti, è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge 71 del 29 maggio 2017 “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”. Prima di annunciare il voto finale sul provvedimento, la presidente della Camera Laura Boldrini ha ricordato Carolina Picchio, considerata la prima vittima di cyberbullismo, e quelle che dal 2013 fino ad oggi sono rimaste vittima di questo odioso fenomeno.

Nonostante le iniziative promosse dal Miur per la sensibilizzazione dei ragazzi nelle scuole (le abbiamo riassunte brevemente nell’articolo “Bullismo e Cyberbullismo: un piano per combatterli”), gli episodi di violenza in rete non sono stati sufficientemente arginati. Ecco perché l’entrata in vigore di questa legge è così importante. Nei paragrafi che seguono, ti illustreremo le novità introdotte con la Legge 71/2017, come difendersi da bulli e cyberbulli, ma anche come denunciare eventuali episodi di violenza.

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Hikikomori: gli adolescenti chiusi in una stanza Il disagio giapponese dilaga in Italia – articolo di Luciana Grosso, in l’Espresso 22 giugno 2015


Hikikomori: gli adolescenti chiusi in una stanza Il disagio giapponese dilaga in Italia

Le stime parlano di 30mila casi ma potrebbero essere di più i giovani che non vogliono uscire dalla loro camera per mesi, a volte anche per anni. Tra i sintomi del malessere, avversione per la società, fobia scolastica e fuga in Rete.  Lo psicoterapeuta Piotti: «Più che di depressione si tratta di un sentimento di vergogna»

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Elaborare una strategia condivisa sulla transitività delle persone disabili o svantaggiate all’interno delle cooperative B: il caso de La Sfera, articolo di Bruna Penasa e Sergio Bevilacqua, dal blog slosrl.wordpress.com


post sul tema della transitività delle persone disabili o svantaggiate all’interno delle cooperative B: quindi una presa in carico “a tempo determinato” con l’obiettivo di migliorare l’occupabilità della persona e di non aumentare a dismisura la dimensione delle coop. Si tratta di un’originale modalità di gestione del modello operativo elaborato da una coop che ha coinvolto le diverse funzioni presenti.

 

…. la transitività dovrebbe costituire una soluzione interessante per le cooperative sociali di tipo B perché dovrebbe prevedere il passaggio di persone in situazioni di svantaggio dal contesto protetto garantito dalla cooperativa stessa al mercato del lavoro ordinario. Un passaggio impegnativo per la cooperativa che prende in carico la persona. Un passaggio che implica la valutazione del rapporto con la dimensione del lavoro: la capacità di tenuta rispetto ad orari, relazioni, al compito di lavoro assegnato. E poi la formazione di competenze specialistiche, ma anche di quelle trasversali. Il lavoro sulla consapevolezza dei vincoli con cui la persona deve fare i conti. E infine il supporto alla ricerca di un nuovo lavoro e la gestione del passaggio dalla cooperativa all’azienda.

Tutto questo è la transitività. Azioni articolate e connesse fra loro che implicano un’organizzazione capace di gestire vari servizi: valutazione, formazione, orientamento, supporto alla ricerca del lavoro. Ma anche relazione con i servizi invianti e con i centri per l’impiego. …

Sviluppo Lavoro Organizzazione

Transitività-LaSferaIl post descrive il percorso che tra maggio e luglio di quest’anno ha portato la cooperativa sociale La Sfera alla definizione del proprio modello di transitività. Gli autori sono Bruna Penasa, Presidente della cooperativa con delega alla direzione, e Sergio Bevilacqua che ha gestito il laboratorio che ha accompagnato il percorso.

La transitività è una chimera? Se ne parla tanto e in effetti la transitività dovrebbe costituire una soluzione interessante per le cooperative sociali di tipo B perché dovrebbe prevedere il passaggio di persone in situazioni di svantaggio dal contesto protetto garantito dalla cooperativa stessa al mercato del lavoro ordinario. Un passaggio impegnativo per la cooperativa che prende in carico la persona. Un passaggio che implica la valutazione del rapporto con la dimensione del lavoro: la capacità di tenuta rispetto ad orari, relazioni, al compito di lavoro assegnato. E poi la formazione di competenze specialistiche, ma anche di…

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L’Alzheimer Fest di Gavirate: un bilancio” – Il contributo di Marco Trabucchi – dal sito della Fondazione Leonardo


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Stati Uniti: Strage a Las Vegas, almeno 58 morti – rimando a Giorgio Dell’Arti in Cinquantamila.it


Da ieri la bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti sventola sulla Casa Bianca mestamente a […]

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Regione Lombardia, Delibera X/6164 del 30 gennaio 2017 “Governo della domanda: avvio della presa in carico di pazienti cronici e fragili. Determinazioni in attuazione dell’art. 9 della legge 23/2015


delibera X/6164 del 30 gennaio 2017 “Governo della domanda: avvio della presa in carico di pazienti cronici e fragili. Determinazioni in attuazione dell’art. 9 della legge 23/2015

 

qui il testo in formato Dbf (76 pagine):

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Qui il link alla ricerca tramite google:

Sorgente: delibera X/6164 del 30 gennaio 2017 “Governo della domanda: avvio della presa in carico di pazienti cronici e fragili. Determinazioni in attuazione dell’art. 9 della legge 23/2015 – Cerca con Google

radiografia aggiornata al 31 luglio 2017 dei reati commessi dagli stranieri


Sul tototale delle «segnalazioni riferite a persone denunciate/arrestate» nel periodo 1° agosto 2016-31 luglio 2017 (dati del Viminale «non consolidati»), pari a 839.496, quelle che riguardano stranieri sono 241.723. La percentuale è del 28,8%. Poco differente dal 30% dei dodici mesi precedenti. Il punto decisivo non è tanto la comparazione nel tempo: c’è un calo generale dei reati e gli stranieri non fanno differenza. Sgombrata ogni tentazione politica strumentale, resta il peso specifico della criminalità straniera.

Rapportato il numero di denunce/arresti alla popolazione residente, nel caso degli stranieri siamo al 4,78% contro l’1,07% degli italiani.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

ANTONIO SPALLINO (1925.2017), il sindaco (1970-1985) e cittadino di Como che ha lasciato traccia


DEATH STUDIES & THE END OF LIFE for the intervention of support and the accompanying – STUDI SULLA MORTE E IL MORIRE PER IL SOSTEGNO E L’ACCOMPAGNAMENTOVIII, Edizione Master 2016. La presentazione di Ines Testoni


DEATH STUDIES & THE END OF LIFE

for the intervention of support and the accompanying

STUDI SULLA MORTE E IL MORIRE PER IL SOSTEGNO E L’ACCOMPAGNAMENTO

MASTER DI PRIMO LIVELLO

FISPPA  Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata – Università degli studi di Padova

PRESENTAZIONE

di Ines Testoni 

In Occidente, l’allungamento dei tempi di vita è proporzionale non solo all’occultamento della morte, all’abbandono del sofferente e al protrarsi dei tempi in agonia e in solitudine, ma anche all’incapacità di considerare le esperienze di perdita e lutto come una parte essenziale nella costruzione del senso della vita.
Il Master, giunto alla VII edizione, è unico nel suo genere nel panorama universitario italiano, in quanto affronta il tema della morte in modo interdisciplinare, disponendosi come luogo di incontro di saperi e di competenze diverse per creare e diffondere conoscenza su questo aspetto importante dell’esistenza, ovvero lo spazio che sta tra la vita e ciò che le è ulteriore. Uno dei territori di studio e ricerca più significativi a livello internazionale su questi temi è quello della “Death Education”, volto a offrire i contenuti e le strategie più idonee affinché le persone imparino a gestire le consapevolezza della morte, nelle diverse situazioni della vita. Il Italia solo il Master Death Studies & The End of Life offre una tale opportunità formativa. Infatti, l’obiettivo primario di questo percorso post-lauream è quello di offrire ai professionisti dei servizi alla persona (psicologi, medici e infermieri), operatori sociali e insegnanti, una formazione completa affinché acquisiscano competenze idonee ad affrontare la morte e il lutto nelle loro espressioni socio-culturali, situazionali concrete e individuali. In tal senso, il Master Death Studies & The End of Life risponde certamente alle istanze della legge 38/2010 per i temi della palliazione e del fine-vita, ma vuole anche definire uno spazio di studio e riflessione ulteriore, perché non si muore solo in determinate condizioni, quali sono appunto quelle indicate dalla legge. Infatti, la presenza della morte nella vita quotidiana travalica le condizioni della malattia terminale e del suo contenimento in ospedali e hospice. Per prendere coscienza di questo è necessario garantire una formazione completa, che sappia illustrare come le dimensioni individuali, sociali e relazionali entrino in gioco nei rapporti tra morte, cultura e storia; tra situazioni sociali e biografie individuali; tra condizioni di malattia e vita quotidiana; tra perdite ed elaborazioni nelle diverse età della vita; tra interiorità e codici comportamentali condivisi … Se l’esperienza del lutto comincia quando si comincia a morire, ovvero, qualcuno dice, fin dalla nascita, è certo che la competenza su questa sostanziale condizione umana risulta essere fondamentale. Il Master dunque mette in gioco diverse discipline specialistiche di tre fondamentali campi del sapere: filosofico e religioso; medico-infermieristico; psicologico, sociologico e antropologico. I contenuti che vengono considerati riguardano:

  • la significazione della morte e del morire;
  • le diverse forme del morire;
  • il morire in diverse culture e situazioni;
  • il lutto e processi psicologici relativi alla perdita e alla sua elaborazione;
  • la death education tra prevenzione primaria/secondaria/terziaria;
  • la morte nel ciclo di vita;
  • la gestione del fine-vita tra questioni di bioetica e di biodiritto;
  • la consulenza e il sostegno a chi muore e a chi accompagna;
  • la tanatologia e le scienze mediche, psicologiche, filosofiche, giuridiche e religiose.

Una particolare attenzione viene offerta all’elaborazione personale da parte dei corsisti delle loro opinioni e degli atteggiamenti relativi alla morte e alla paura di morire, affinché le competenze relative alle rappresentazioni individuali e socio-culturali della morte in tutte le sue espressioni concrete e simboliche vengano operazionalizzate e impostate per progettare interventi finalizzati alla promozione della vita e della sua qualità nelle diverse situazioni di sofferenza e di crisi. Come è evidente, interdisciplinarità e transdisciplinarità caratterizzano l’intero curriculum formativo, pur mantenendo una cogente unità dei saperi, nel rispetto della centralità della persona e dell’attenzione alla relazione che nella cura e nell’educazione restituiscono la morte all’esperienza della vita. I contenuti vengono quindi declinati mantenendo presente la ricerca di senso da parte di chi muore e di chi resta, nonché di chi aiuta a gestire il passaggio. Il sapere dell’irreversibilità viene dunque affrontato per restituire ai professionisti che operano nel campo della salute e dell’educazione la capacità di superare la tendenza all’elusione per acquisire la capacità di imparare a parlare senza reticenze, attraverso la sintassi parola-silenzio-ascolto che caratterizza la comprensione e l’accompagnamento.

Sorgente: VIII Edizione Master 2016

Consiglio di Stato e Regione Veneto: obbligo vaccinale per nidi e scuole d’infanzia – DottNet


Il Consiglio di Stato ‘boccia’ la Regione Veneto e, in un parere richiesto dallo stesso governatore regionale Luca Zaia, si pronuncia a favore dell’obbligo vaccinale per l’iscrizione a nidi e scuola dell’infanzia “già a decorrere dall’anno scolastico in corso” presentando la documentazione che provi l’avvenuta vaccinazione.

Sorgente: Consiglio di Stato, obbligo vaccinale per nidi e scuole d’infanzia – DottNet

Raffaella Feola, Contratto di convivenza: come funziona, in Studio Cataldi, settembre 2017


Raffaella Feola – Il contratto di convivenza è una delle novità introdotte dalla legge sulle unioni civili e sulle convivenze di fatto, la legge 20 maggio 2016, n.76 (c.d. Legge Cirinnà).

Il contratto in esame, è quell’accordo con cui la coppia definisce le regole della convivenza, regolamentando i rapporti patrimoniali e alcuni rapporti personali.

È un contratto che può essere stipulato da coppie legate da un vincolo affettivo che, decidono di vivere insieme stabilmente

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Sorgente: Contratto di convivenza: come funziona

Ghezzi Giulia, L’assistente sociale e l’area della marginalità, in: Teresa Bertotti (a cura di), Il SERVIZIO SOCIALE IN COMUNE, Maggioli editore, 2016, pagine 267-288  


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Stefanini Pietro, L’assistente sociale e le persone con disabilità, in: Teresa Bertotti (a cura di), Il SERVIZIO SOCIALE IN COMUNE, Maggioli editore, 2016, pagine 235-266


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Tilli Cristina, L’assistente sociale e il lavoro con i minori e le loro famiglie, in: Teresa Bertotti (a cura di), Il SERVIZIO SOCIALE IN COMUNE, Maggioli editore, 2016, pagine 175-206


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Raffaele Mantegazza, Finire un po’ prima. Riflessioni pedagogiche sul suicidio, Castelvecchi editore – intervista all’autore in blog WalterBrandani.it


Un libro prezioso che affronta un tema poco trattato. Leggi l’intervista a Raffaele Mantegazza

Sorgente: Finire un po’ prima. Riflessioni pedagogiche sul suicidio – WalterBrandani.it

Quando la malattia oncologica entra nella nostra vita. Il valore e i contributi della Psiconcologia, incontro a cura della ASST Lariana e Centro di Riferimento Oncologico “Tullio Cairoli”, 20 Ottobre 2017, ore 17, 30, Auditorium Camera di Commercio di Como, Via G. Parini, 16. Relatori: Pierluigia Verga, Luigi Valera, Anna Berna, Beatrice Bianchi, Giada Bartocetti, Chiara Mauri, Paola Zavagnin, Erica Segat


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Iscrizione online http://www.scuolastudiolavoro.it

 

iscrizione via mail: info@scuolastudiolavoro.it

Quando la Malattia Oncologica entra nella nostra vita:
il valore e i contributi della Psico-oncologia
Como, Camera di Commercio, 20.10.2017

 

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Nome: __________________________________________

Data e Luogo di Nascita:____________________________

Codice fiscale: ____________________________________

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U.O. / Specialità: __________________________________

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Firma___________________________________________

 

 

Alzheimer: alle RSA della Ca’ d’Industria aiuti alle famiglie, 21 settembre 2017


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