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Category Archives: CULTURE

La donna che canta | di Denis Villeneuve, con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Rémy Girard, 2010


La donna che cantaIncendiesCan.Fr. 2010GENERE: Dramm. DURATA: 130′ VISIONE CONSIGLIATA: GCRITICA: PUBBLICO: 3REGIA: Denis VilleneuveATTORI: Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Rémy Girard

Alla lettura del testamento della madre, i gemelli Jeanne e Simon scoprono di avere un fratello di cui ignoravano l’esistenza e un padre che credevano morto. Decisa a ritrovarli entrambi e a dare finalmente una spiegazione ai silenzi delle ultime settimane di vita di sua madre, Jeanne decide di partire dal Canada dove è cresciuta per il Medio Oriente, contro il parere di Simon, che ancora non riesce a perdonare la durezza e la mancanza di affettività della madre. Il viaggio di Jeanne, raggiunta in un secondo tempo dal fratello, sarà doloroso e scioccante. Tratto dall’omonima pièce di Wajdi Mouawad, è un film teso e potente come una tragedia greca trasposta nella drammatica situazione del Libano moderno, quello degli anni della guerra civile tra cristiani maroniti e arabi musulmani. Ottimi interpreti dai volti intensi, ben diretti da un Villeneuve che sa quel che fa

da La donna che canta | Il film del giorno | Zanichelli Dizionari più.

ALTRE SCHEDE:

http://it.wikipedia.org/wiki/La_donna_che_canta

http://www.mymovies.it/film/2010/ladonnachecanta/

http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1436

http://www.cinecriticaweb.it/film/la-donna-che-canta-incendies

http://www.paoline.it/Effetto-cinema/GENITORI-E-FIGLI/articoloRubrica_arb1372.aspx

http://www.semprelastessastoria.com/la-donna-che-canta-incendies/

Arabia Saudita. Sposa moglie a distanza, la guarda in faccia…e chiede divorzio | Blitz quotidiano


ROMA – Prima ha sposato la moglie, ordinandola a distanza. Poi nel giorno delle nozze, e proprio durante i festeggiamenti, ha chiesto alla sposa di togliersi il velo e quello che ha visto non è stato di suo gradimento. Appena lo sposo ha visto il volto della neo-sposa ha subito inoltrato la su richiesta di divorzio, scatenando ansia e panico tra i parenti degli sposini in Arabia Saudita.

Arabia Saudita. Sposa moglie a distanza, la guarda in faccia…e chiede divorzio | Blitz quotidiano.

Un bambino di 7 anni e suo padre sono morti nella notte in un incidente stradale alle porte di Roma. A travolgerli una Opel Tigra guidata da un romeno quarantenne con due connazionali a bordo di 37 e 20 anni, 22 ottobre 2014


Un bambino di 7 anni e suo padre sono morti nella notte in un incidente stradale alle porte di Roma intorno alle 23.30 di martedì. Il loro scooter è stato travolto su via Nomentana, a Fonte Nuova, da un’auto che ha invaso la carreggiata opposta forse per la troppa velocità. A quanto ricostruito dai carabinieri, tornavano a casa dalla partita all’Olimpico. Il padre Stefano De Amicis 38enne, era uno steward dello stadio. Avrebbe compiuto otto anni la prossima settimana, invece, il piccolo Cristian (che portava lo stesso nome del figlio del capitano della Roma, Francesco Totti). A travolgerli una Opel Tigra guidata da un romeno quarantenne con due connazionali a bordo di 37 e 20 anni.

da Nomentana, scooter travolto da auto muoiono padre e figlio 7 anni – Corriere.it.

Umberto Eco, MONOTEISMI E POLITEISMI, in l’Espresso, 9 ottobre 1914


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Chihade Abboud: i musulmani e l’adozione, lezione tenuta a Cucciago (CO),19 Ottobre 2014


«l’adozione per i musulmani è proibita fin da quando Maometto, il Profeta, invaghitosi della moglie del figlio adottivo, per poterla sposare decise di annullare l’adozione. Per quanto riguarda l’eredità, la donna nel mondo musulmano vale la metà dell’uomo, e questo vale anche per le divisioni ereditarie».

da Il Corriere di Como 19 ottobre 2014  Chihade Abboud, Isis, minaccia mondiale, Cucciago (CO),19 Ottobre 2014 « POLITICHE SOCIALI e SERVIZI.

Chihade Abboud è dottore in diritto canonico e parroco di nostra signora ad Harasta, in Damasco

Chihade Abboud, Isis, minaccia mondiale, ospite a Cucciago (CO),19 Ottobre 2014



ora anche il parroco Bergoglio ha capito che il pericolo è mondiale.

dovrà spiegarlo ai “pacifisti” di assisi


 

«Il dialogo con i musulmani in Siria non è possibile»
Il dialogo con i musulmani in Siria non è possibile».
È secco, chiaro e conciso, il giudizio di Padre Dottore Chihade Abboud, riguardo la situazione nel Paese mediorientale da anni, ormai, in preda ad una guerra interna, nata come rivolta nei confronti del regime di Assad, trasformatasi poi nella più classica “Guerra Santa” da parte dei musulmani radicali, che vogliono impiantare uno Stato islamico. E in parte ci sono anche riusciti, visto che ampie zone della Siria e del vicino Irak sono nelle loro mani.

Perché anche prima non è che i cristiani, di qualunque confessione, avessero vita facile.
«I problemi erano legati a temi quali l’adozione, l’eredità, il matrimonio», dice Chihade. Che spiega, senza troppi fronzoli diplomatici, che «l’adozione per i musulmani è proibita fin da quando Maometto, il Profeta, invaghitosi della moglie del figlio adottivo, per poterla sposare decise di annullare l’adozione. Per quanto riguarda l’eredità, la donna nel mondo musulmano vale la metà dell’uomo, e questo vale anche per le divisioni ereditarie». 

da Il Corriere di Como 19 ottobre 2014  Isis, minaccia mondiale.

Chihade Abboud è dottore in diritto canonico e parroco di nostra signora ad Harasta, in Damasco

la chiesa cattolica su gay e divorziati, 19 ottobre 2014


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un classico della antropologia culturale: EDWARD T. HALL, Il linguaggio silenzioso (1959), Garzanti, 1969


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Premio Nobel per la Pace a MALALA: per i talebani “la Sharia dice che anche un bambino può essere ucciso se fa propaganda contro l’Islam”, Fiamma Nirenstein in Informazione Corretta


Finalmente ce l’ha fatta la sussiegosa giuria del premio Nobel. Mentre l’anno scorso l’aveva snobbata nonostante Malala avesse quasi dato la vita per aprire la strada verso le scuole a tutte le bambine in un mondo di Talebani assassini, quest’anno il Premio Nobel per la Pace le è stato assegnato.

Anche a Oslo si sono accorti che è ormai difficile sopportare la violenza islamista contro le donne, la proibizione di tutte le libertà sin dall’infanzia, sono tempi in cui ogni giorno giungono notizie di donne rapite, stuprate, uccise. E così Malala è tornata all’attenzione della giuria come eroina di tutte le ragazze che vogliono studiare. Ha ancora 17 anni nonostante la sua vita piena di traumatiche esperienze, e il suo visino rotondo ci ricorda che ha avuto un’infanzia negata.

Malala è rimasta a lungo fra la vita e la morte, si è ripresa in Inghilterra dove si trova. IL suo premio irrita i conservatori pachistani: il leader del partito religioso Liaqat Baloch ha rilevato che la ragazza “è molto seguita all’estero… e questo insospettisce”.Dal Pakistan si è suggerito che l’attentato sia opera della CIA. I talebani, hanno definito Malala “una spia americana”. Ma spiegano anche che “è il Corano che impone di uccidere chi fa propaganda contro l’Islam ” e che “la Sharia dice che anche un bambino può essere ucciso se fa propaganda contro l’Islam”.

da Informazione Corretta.

Islamismo. Sul libro: Michael Cook, Ancient Religions, Modern Politics: The Islamic case in comparative perspective, edito da Princeton University Press, 2014


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su Amazon: http://www.amazon.it/Ancient-religions-modern-politics-Comparative/dp/0691144907/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1412924406&sr=8-4&keywords=Michael+Cook

Che cosa distingue l’Islam dalle altre religioni? Cosa lo rende diverso e in qualche modo unico nel panorama mondiale, soprattutto per quanto attiene al rapporto con la politica? Un autorevole studioso inglese, Michael Cook, ha appena pubblicato un libro su questo tema: Ancient Religions, Modern Politics: The Islamic case in comparative perspective, edito da Princeton University Press. Riccardo Chiaberge ne discute con l’islamista Massimo Campanini e con il direttore di Limes Lucio Caracciol

A MIGHTY HEART – UN CUORE GRANDE, di Michael Winterbottom, con Angelina Jolie, 2007. Scheda su CHI HA UCCISO DANIEL PEARL, di Bernard -Henry Levy, Rizzoli 2007


Trama:

Il 23 gennaio 2002 il mondo di Mariane Pearl cambiò per sempre. Suo marito Daniel, responsabile per il Sud dell’Asia del Wall Street Journal, stava facendo delle ricerche sulla storia di Richard Reid, l’uomo che aveva cercato di far saltare un aereo imbottendosi le scarpe di esplosivo. La storia lo aveva portato a Karachi, dove un intermediario aveva promesso l’accesso ad una fonte preziosissima. Quando Danny è uscito per andare all’appuntamento ha detto a Mariane che forse sarebbe arrivato tardi per la cena. Non è più tornato. A dispetto della morte, lo spirito di sfida e la risoluta fede di Danny nel potere del giornalismo, hanno portato Mariane a scrivere della sua scomparsa e del profondo sforzo per ritrovare lui e il suo possibile assassino nel suo libro di memorie “Un cuore grande: La vita e la morte coraggiose di mio marito Danny Pearl”. Incinta di sei mesi quando tutto è cominciato, Mariane portava in grembo il figlio che Danny avrebbe voluto chiamare Adam. Ha scritto il libro per presentare ad Adam il padre che non avrà mai la possibilità di conoscere. Trascendendo religione, razza e nazionalità il coraggioso desiderio di Mariane di superare l’amarezza e l’odio che continuano a tormentare questo mondo post 11/9, si presenta come la più pura espressione della gioia di vivere che lei e Danny avevano in comune

da FilmUP – Scheda: Un cuore grande.

 

il giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl rapito, imprigionato e brutalmente assassinato nel gennaio 2002 per tre concomitanti motivi:

era americano,

era ebreo

e stava raccogliendo informazioni sulla collusione fra Al Quaeda e il Pakistan per l’uso delle armi atomiche e biologiche. Come dessert, dopo l’antipasto delle torri gemelle.

Mi appunto qui un estratto dello straordinario libro di filosofia/giornalismo:
Bernard – Henry Lévy, Chi ha ucciso Daniel Pearl?, Rizzoli 2003.
Tanto per ricordarmi con chi abbiamo a che fare a partire dal ciclo 11 settembre 2001 – ?.

Tanto per ricordarmi, nel caso me lo dimenticassi, perché preferisco gli sceriffi americani ai pacifisti.
«Ripeti con me» gli dice allora Bukhari estraendo un foglio dalla tasca. Fa cenno di alzarsi a uno degli yemeniti, che ha in mano una videocamera che Danny, infastidito dal su­dore che gli cola tra le ciglia e si mescola alle lacrime acce­candolo, scambia inizialmente per l’arma che dovrà ucci­derlo.

«”Mi chiamo Daniel Pearl, sono un ebreo americano e vivo a Encino, in California.”»

Daniel ripete. È indolenzito e senza fiato, ma ripete.

«Devi dire: “Per parte di padre provengo da una famiglia di sionisti, mio padre è ebreo, mia madre è ebrea, io sono ebreo”.»

Dunque questa frase, dettata da un Bukhari improvvisa­mente comprensivo, quasi umano, con la mano sul mento come se tutta la scena fosse per lui motivo di riflessione.

«Noi americani non possiamo continuare a pagare per la politica del nostro governo.»

Poi quest’altra sequela, una a una, con pazienza, come si fa con un bambino: «L’appoggio incondizionato a Israele… Ventiquattro veti per giustificare i massacri di bambini in­nocenti… L’appoggio ai regimi dittatoriali del mondo arabo e musulmano… La presenza americana in Afghanistan…».

Eccoci. È finita. Lo yemenita spegne la videocamera.

Gli permetteranno di sedersi, adesso? Gli daranno un po’ d’acqua? Sta tanto male.

È a quel punto che si verifica un evento straordinario.

Bukhari va a regolare la fiamma dei lumi a petrolio che di colpo proiettano una luce molto più viva.

Da un ordine perentorio a Fazal che, da quando erano entrati nella stanza, si era collocato nell’angolo insieme agli yemeniti, rannicchiato su se stesso come se avesse freddo. Subito l’uomo si alza e va a piazzarsi direttamente alle sue spalle, con gli occhi fissi e spalancati.

A un suo segnale, anche gli altri pachistani si alzano in si­lenzio, ed escono. Danny intravede appena, dietro la porta subito richiusa, un bagliore d’alba, un grande cielo in movi­mento, un volo d’uccelli che si disperdono. Percepisce ap­pena, sul proprio corpo tumefatto dai colpi, la benefica fre­schezza della prima brezza che annuncia il sorgere del sole.

Oltre a Fazal Karim, nella stanza restano soltanto il ca­meraman yemenita, che si affanna intorno alla videoca­mera, e gli altri due yemeniti, che estraggono il pugnale dal fodero e si alzano in piedi: uno va a collocarsi alle sue spalle, accanto a Fazal Karim, l’altro alla sua sinistra, vicinissimo, quasi incollato a lui, con l’arma nella mano destra.

Di colpo Danny la scorge.

Fino a quel momento non aveva potuto vederla perché era in ombra, e comunque senza occhiali non ha mai visto a più di due metri di distanza.

Vede gli occhi dell’uomo brillanti, febbrili, troppo affos­sati nelle orbite, stranamente supplichevoli: per un attimo si chiede se non sia stato drogato anche lui.

Vede il mento fiacco, le labbra agitate da un lieve tre­molio, le orecchie troppo grandi, il naso ossuto, i capelli radi e neri, color catrame.

Vede la mano, grande, vellutata, con le nocche nodose, le unghie nere e una lunga cicatrice, granulosa, che corre dal pollice al polso e sembra tagliare la mano in due.

Infine vede il coltello. Non aveva mai guardato un coltello così da vicino, pensa tra sé. Il manico di corno di ‘ vacca. Il cuoio. Una scheggiatura in prossimità del manico. Un po’ di ruggine. E poi un’altra cosa: lo yemenita tira su con il naso. Strizza l’occhio e contemporaneamente, come se tenesse il tempo, non smette di tirare su con il naso. Che abbia il raffreddore? No, è un tic. Pensa: «Che strano, è la prima volta che vedo un musulmano con un tic». Pensa anche tra sé: «Gli antichi carnefici… era una buona idea mascherare gli antichi carnefici, incappucciarli…». Fa caldo. Gli duole la testa. Ha una gran voglia di dormire.

La spia verde della videocamera si accende.

Fazal gli si pone di fronte, gli lega i polsi, e poi, tornato alle sue spalle, gli afferra saldamente i capelli.

La nuca, pensa Danny scuotendo il capo per tentare di divincolarsi. Il centro della voluttà, il peso del mondo, l’oc­chio nascosto del Talmud, l’ascia del boia.

Gli occhi di quest’uomo, pensa ancora mentre guarda lo yemenita con il coltello. Per una frazione di secondo i loro sguardi si incrociano, e capisce, in quell’istante, che quel­l’uomo sta per sgozzarlo.

Quando lo yemenita gli afferra il colletto della camicia e lo strappa, pensa per un istante ad altre mani. Alle carezze. Ai giochi della sua infanzia. Nadour, l’amico egiziano di Stanford, con cui giocava a fare a botte tra una lezione e l’altra: cosa ne è stato di lui? Pensa a Mariane, l’ultima sera, così desiderabile, così bella: cosa vogliono in fondo le donne? La passione? L’eternità? Era così orgogliosa, Ma­riane, del suo scoop con Gilani! Ne sentiva tanto la man­canza! Era stato davvero imprudente? Avrebbe dovuto dif­fidare di più di questo Ornar? Ma come avrebbe potuto

Un istante di vertigine.

Il sudore che si raffredda.

Il pomo d’Adamo che lotta nel collo fragile.

Viene colto da un terribile singhiozzo, e vomita.

«Rimettetelo in piedi!» intima lo yemenita assassino. L’al­tro, alle sue spalle, lo prende sotto le ascelle, come un pacco, e lo raddrizza.

«Tenetelo meglio!» insiste, mentre si discosta leggermente, con l’aria dell’artista che indietreggia per osservare meglio il suo quadro. Tocca, allora, a Karim sollevargli la testa …

Perché è arrivato il momento. Il coltello è entrato nella carne.

Piano, molto piano, ha iniziato sotto l’orecchio, molto arretrato verso la nuca. Alcuni mi hanno detto che era quasi un rituale. Altri che è il metodo tradizionale per tranciare immediatamente le corde vocali e impedire alla vittima di gridare. Ma Pearl ha reagito. Ha cercato furiosa­mente l’aria attraverso la laringe squartata. E il movimento che ha fatto è stato così violento, la forza che gli è tornata così grande, che sfugge alla presa di Karim, urla come una bestia e crolla rantolante tra il sangue che gli cola a fiotti. Si mette a urlare anche lo yemenita con la videocamera. A metà dell’opera, il carnefice, con le mani e le braccia coperte di sangue, lo guarda e si ferma. La videocamera non ha fun­zionato. Per le riprese, bisogna fermare tutto e ricominciare.

Trascorrono venti secondi, forse trenta, il tempo che basta perché lo yemenita riavvii l’apparecchiatura e rifaccia l’inquadratura. Pearl adesso è disteso bocconi. La testa, mezza recisa, è spostata dal tronco, all’indietro, lontana dalle spalle. Le dita delle mani sono infilate come artigli nel terreno. Non si muove più. Geme. Singhiozza. Respira an­cora, ma a scossoni, emettendo un rantolo rotto da gorgo­glii e gemiti come quelli di un cucciolo.

Karim infila, al­lora, le dita nella ferita per schiuderne le labbra e preparare il terreno al ritorno del coltello. Il secondo yemenita inclina una delle lampade per vedere meglio, estrae il proprio col­tello e taglia febbrile la camicia, poi la strappa, quasi ine­briato dalla vista, dall’odore, dal gusto del sangue caldo che sfugge dalla carotide come da una tubatura forata e gli schizza sul viso. A quel punto l’assassino porta a termine il suo duro compito: il coltello accanto alla prima ferita; le vertebre cervicali scricchiolano; un nuovo spruzzo di san­gue gli arriva negli occhi e lo acceca; la testa, rotolando avanti e indietro quasi godesse ancora di vita propria, fini­sce per staccarsi, e Karim la impugna come un trofeo da­vanti alla videocamera.

Il viso di Danny sgualcito come un cencio. Nell’istante in cui la testa si stacca, le labbra sembrano animate da un’ultima contrazione. E un liquido nero cola, come previ­sto, dalla bocca. Ho visto spesso persone assassinate, ma per quel che ne so, nessuna di loro riuscirà a eclissare questo viso che non ho visto e che sto solo immaginando.
Da: Bernard – Henry Lévy, Chi ha ucciso Daniel Pearl?, Rizzoli 2003, pagg. 48-56


la confessione di Khalid Sheik Mohammed, l’organizzatore dell’11 settembre
Maurizio Molinari
Dalla STAMPA del 16 marzo 2007:

Regista degli attentati dell’11 settembre, boia di Daniel Pearl, ideatore di 31 stragi e pianificatore di agguati contro Carter, Clinton, Musharraf e Giovanni Paolo II: deponendo al tribunale militare di Guantanamo Khalid Sheik Mohammed si è descritto come la mente logistica della campagna di terrore di Al Qaeda. Nato in Pakistan nel 1965, cresciuto in Kuwait e con alle spalle anche tre anni di studi in North Carolina, Khalid Sheik Mohammed è il super-terrorista titolare di 27 falsi nomi educato al fondamentalismo dai Fratelli musulmani e divenuto dall’inizio degli anni ‘90 l’autore delle più efferate operazioni di Bin Laden. Fino alla cattura da parte della Cia nel marzo del 2003 nella città pakistana di Rawalpindi.
Da allora è stato detenuto in una prigione della Cia fino alla scorsa estate, quando la Casa Bianca ne ordinò il trasferimento nella base di Guantanamo per affrontare il processo militare che si è aperto proprio con la lunga testimonianza nella quale rivendica con orgoglio di essere una sorta di demiurgo del terrore. A cominciare dagli attacchi dell’11 settembre 2001 «per i quali sono responsabile dalla A alla Z» ovvero dalla progettazione alla realizzazione da parte del commando guidato da Mohammed Atta.
La confessione più spietata riguarda l’esecuzione di Daniel Pearl, il giornalista del Wall Street Journal sequestrato e ucciso in Pakistan nel 2002: «Con la mia benedetta mano destra ho tagliato la testa dell’ebreo americano Daniel Pearl nella città di Karachi, in Pakistan, e per coloro che hanno bisogno di una conferma vi sono le foto su Internet in cui sono ritratto tenendo la sua testa nelle mani».
Sono 31 nel complesso gli atti di terrorismo dei quali Khalid Sheik Mohammed rivendica la paternità e includono le più efferate gesta di Al Qaeda: il primo attentato alle Torri Gemelle nel 1993, gli oltre 3mila morti dell’11 settembre, l’aggressione contro due soldati americani in Kuwait, l’attentato nella discoteca di Bali, gli attacchi di Mombasa contro un hotel frequentato da israeliani ed il quasi contemporaneo lancio di un missile Stinger contro un jet dell’El Al in fase di decollo dal Kenya. Rivendicare migliaia di morti è un tutt’uno con l’ammissione di essere stato il regista di piani altrettanto feroci ma falliti: dal piano «Bojinka» per far esplodere in volo 12 aerei di linea sui cieli del Pacifico ad una seconda ondata di attacchi kamikaze contro l’America che avrebbe dovuto investire le maggiori metropoli, dal progetto di affondare navi americane a Gibilterra fino all’esplosone della Sears Tower di Chicago ed al lancio di aerei-missile sauditi contro la città israeliana di Eilat.
In alcuni casi si tratta di piani noti ma vi sono anche rivelazioni inedite come il progetto per assassinare Giovanni Paolo II nelle Filippine oppure gli attentati contro Bill Clinton, Jimmy Carter e il presidente pakistano Pervez Musharraf. Anche sul fallito tentativo di far esplodere un aereo Parigi-Miami grazie ad una bomba nelle scarpe del kamikaze Richard Reid vi sono novità: il piano prevedeva l’esplosione contemporanea di due jet sull’Atlantico.
La trascrizione della confessione – resa nota dal Pentagono – è lunga 26 pagine e lascia trasparire anche la convinzione ideologica di Mohammed, che dice di «essere uguale a George Washington», definisce «inevitabile» lo spargimento di sangue fra popoli, afferma che «la guerra è iniziata quando Caino uccise Abele e ha per linguaggio il numero delle vittime» e spiega la propria militanza con la scelta di «risvegliare l’America» per «bloccare la sua politica nelle nostre terre». Esalta Bin Laden come proprio leader e gli riconosce il merito di «aver condotto la migliore conferenza stampa di sempre quando nel 1998 annunciò che dichiarava guerra all’America», e di aver creato in Al Qaeda un’organizzazione che «segue la dottrina dell’Islam e rispetta i Dieci Comandamenti».
Acquisita una deposizione destinata a far testo negli imminenti processi sull’11 settembre a 14 leader di Al Qaeda, toccherà ora agli investigatori americani appurare quanto le rivendicazioni siano vere oppure costituiscano il tentativo di ritagliarsi un ruolo di primo piano nel gotha del terrorismo islamico.

Dipak R. Pant, Into the Extreme Lands, in search of Sustainability (sottotitoli in italiano)


Trailer del docufilm “Into the extreme lands, in search of sustainability” (sottotitoli in italiano) sulle spedizioni scientifiche in Mongolia per missioni di osservazione, ricerca e formazione sul campo ed in itinere per comprendere gli assetti ambientali, socio-culturali ed economici dei popoli e per elaborare immagini alternative del futuro dei contesti osservati (field survey and scenario planning). Le spedizioni si pongono tre obiettivi principali:
1.l’osservazione diretta di sistemi economici ed i loro contesti sociali ed ambientali;
2.la formazione inter-disciplinare sui metodi di ricerca sul campo e sull’elaborazione degli scenari futuri;
3.la formazione inter-culturale alla capacità di adattamento e leadership in condizioni non ordinarie;

L’ Extreme Lands Program è un programma che si pone come obiettivo la ricerca e la progettazione sperimentale per lo sviluppo locale sostenibile nelle comunità delle aree più remote e marginali del pianeta (tundra, taiga, alture, deserti, steppe, savana, foreste, paludi, etc…), zone di frontiera tra territori antropizzati e spazi senza presenze umane (no man’s land).

Le terre estreme svolgono funzioni vitali per la conservazione degli eco-sistemi e degli assetti idrogeologici. Contengono concentrazioni di bio-diversità e residui di arcaicità culturale (etno-diversità). Sono una testimonianza di strategie adattive in condizioni avverse, da cui è possibile trarre ipotesi scientifiche ed indicazioni metodologiche per principi e pratiche di sostenibilità. Nelle terre estreme vivono comunità vulnerabili che, se non supportate, tendono a spopolarsi, facendo venire meno il presidio umano del territorio e la preservazione di forme culturali e di saperi antichi. L’Extreme Lands Program intende anche implementare progetti per lo sviluppo sostenibile in collaborazione con le organizzazioni locali in base alle loro esigenze e richieste

 

The Boxer, di Jim Sheridan, con Daniel Day-Lewis, Emily Watson, 1997


The BoxerIrl.USAGB 1997GENERE: Dramm. DURATA: 114′ VISIONE CONSIGLIATA: TCRITICA: PUBBLICO: 3REGIA: Jim SheridanATTORI: Daniel Day-Lewis, Emily Watson, Brian Cox, Ken Scott, Gerard McSorley, Eleanor Methven, Ciaran Fitzgerald
Ex membro dell’IRA, l’irlandese Danny esce dal carcere dopo 14 anni e torna nel quartiere cattolico di Belfast dove Maggie, sua ex ragazza, ha sposato un suo amico, anch’egli carcerato per motivi politici, ed è madre di un ragazzino. Il loro è l’incontro tra due prigionieri (delle leggi tribali, del dovere, dell’intolleranza, del sospetto), due solitudini, due vittime. Il film ripropone il trio J. Sheridan regista-Terry George sceneggiatore-D.Day-Lewis interprete che aveva fatto Nel nome del padre. Con un’azione che si svolge all’interno della fazione cattolica dell’Ulster, ambisce a una posizione equidistante tra le due parti, sottolineando il desiderio del protagonista di una loro pacifica convivenza e invocando un ritorno alle regole. Discutibile a livello pubblico, è più convincente su quello privato nel racconto dell’amore tra Danny e Maggie, disapprovato dal mondo in cui vivono. “È qui che il film acquista la sua più intima, e dirompente, valenza politica.” (G. Rinaldi) Contribuiscono al risultato l’ottimo Day-Lewis ed E. Watson che conferma le qualità rivelate in Le onde del destino.

 

La recensione del film è tratta da:
il Morandini 2013
a cura di Laura Morandini, Luisa Morandini, Morando Morandini
Zanichelli editore

Rotherdham, Regno Unito, abusi sessuali su 1.400 bambini. Gli aggressori però non erano preti cattolici o star dell’establishment, ma membri delle comunità pachistana e islamica


“Le autorità hanno fallito per paura di essere tacciate di ‘razzismo’”. Anche Paul Valley del Guardian ci va giù duro sull’incredibile caso di Rotherham, una città di 117 mila abitanti nel nord dell’Inghilterra famosa per il carbone, teatro di abusi e violenze sessuali dal 1997 al 2013. Le vittime erano bambini da undici a sedici anni con problemi mentali, emozionali o familiari. Sarebbero oltre mille. Gli aggressori però non erano preti cattolici o star dell’establishment come Jimmy Savile, ma membri delle comunità pachistana e islamica. Così era stato tutto messo a tacere. Ieri il politico laburista Denis MacShane ha detto di non aver voluto indagare, sebbene fosse a conoscenza degli abusi, perché, “da lettore del Guardian e liberal di sinistra”, aveva paura di “affondare il barcone multiculturale”. Alexis Jay, incaricata dalle autorità di far luce su quanto era successo, ha trovato responsabilità di polizia, politici e assistenti sociali che non hanno voluto, pur sapendo, fermare le violenze. I funzionari “temevano di denunciare l’origine etnica di chi era coinvolto” col timore di essere definiti come “razzisti”. da http://www.ilfoglio.it/articoli/v/120436/rubriche/il-pedofilo-politicamente-corretto.htm

la notizia qui: Rotherdham, Regno Unito, abusi sessuali su 1.400 bambini in una sola città – Corriere.it, 2014 « POLITICHE SOCIALI e SERVIZI

ANNOTAZIONE DI PAOLO FERRARIO:

il termine RAZZISMO è da riferire alla seguente definizione oggettiva:

ricondurre il comportamento dell’individuo alla razza cui cui esso appartiene e indurre alla credenza della superiorità di una razza rispetto alle altre

dal Dizionario di politica diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino,Utet

 

Pertanto informare, denunciare, prendere le distanze, combattere comportamenti che sono del tutto estranei ai criteri di convivenza corrispondenti ai livelli raggiunti dalla civiltà dei diritti (libertà, rispetto degli esseri viventi, eguaglianza) non è razzismo

DA https://mappeser.com/2014/08/19/razzismo-la-definizione-oggettiva/

RAZZISMO: la definizione razionale ed oggettiva oggettiva sulla base dei criteri delle scienze politiche


il termine RAZZISMO è da riferire alla seguente definizione oggettiva:

ricondurre il comportamento dell’individuo alla razza cui cui esso appartiene e indurre alla credenza della superiorità di una razza rispetto alle altre

dal Dizionario di politica diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino,Utet

 

Pertanto informare, denunciare, prendere le distanze, fa valere il principio di legalità e combattere comportamenti che sono del tutto estranei ai criteri di convivenza corrispondenti ai livelli raggiunti dalla civiltà dei diritti (libertà, rispetto degli esseri viventi, eguaglianza) non è razzismo.

Maometto il profeta di dio…chi era veramente – da Bubblews


vai a: Maometto il profeta di dio…chi era veramente – Bubblews.

Agorà, di Alejandro Amenábar, 2009


AgoràAgoraSp. 2009GENERE: Stor. DURATA: 124′ VISIONE CONSIGLIATA: TCRITICA: 2,5 PUBBLICO: 3REGIA: Alejandro AmenábarATTORI: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom, Michael Lonsdale
Protagonista assoluta di Agorà (= piazza, assemblea) è Ipazia (375?-414 d.C.), celebre filosofa neoplatonica, matematica e astronoma, inventrice del planisfero e dell’astrolabio in Alessandria d’Egitto.

Nel marzo 414 fu linciata da una folla di cristiani fanatici, seguaci del vescovo Cirillo. In Declino e caduta dell’impero romano, lo storico Gibbons scrive che la sua uccisione resta “una macchia indelebile” sul cristianesimo.

Cirillo fu proclamato santo e dottore della Chiesa nel 1882 da papa Leone XIII.

Soprattutto nel ‘900 Ipazia divenne simbolo anche della provata capacità delle donne di saper pensare e addirittura eccellere nelle scienze matematiche. Scritto e diretto da Amenábar, prodotto ad alto costo con buoni incassi in Spagna, girato a Malta. È un film nobile nei contenuti, …..

 

La recensione del film è tratta da:
il Morandini 2013
a cura di Laura Morandini, Luisa Morandini, Morando Morandini
Zanichelli editore

Eurabia e medioevo prossimo venturo: gli obiettivi degli islamisti


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10.08.2014 E’ il Califfato l’obiettivo delle guerre islamiste
di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 10 agosto 2014
Pagina: 14
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Tante guerre un solo obbiettivo: dall’Himalaya all’Oceano Atlantico creare un grande Califfato islamico»

 

Riprendiamo da SHALOM di luglio-agosto 2014, a pagg. 14-15, l’articolo di Ugo Volli dal titolo “Tante guerre un solo obbiettivo: dall’Himalaya all’Oceano Atlantico creare un grande Califfato islamico “:http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=157&sez=120&id=54763

Il califfato è una forma di governo, a capo della quale si trova il califfo. Il termine proviene dall’in arabo: خلافة (khilāfa), che significa “successione”, “luogotenenza” e si riferisce al sistema di governo adottato dal primissimo Islam, il giorno stesso della morte di Maometto e intende rappresentare l’unità politica dei musulmani, ovvero la Umma.

 

Come se fosse la prima volta che gli arabi tentano di costituire una “Grande Siria” dall’Iraq fino a Israele, passando per Siria Libano e Giordania. In realtà ci provarono appena sollevati dal giogo turco durante la prima guerra mondiale, spinti anche dalla Gran Bretagna (era il piano di Lawrence d’Arabia, che Londra continuò a perseguire prima in funzione antifrancese e poi antisraeliana fino agli anni Cinquanta). Quell’ ʿIzz al-Dīn al-Qassām da cui prendono nome le “brigate” terroriste di Hamas e anche i razzi che usano contro i civili israeliani, per esempio, era un terrorista di origini siriane, formato religiosamente in Egitto e militarmente nell’esercito turco, che sostenne la guerra contro l’Italia in Libia, poi combatté contro i francesi in Libano, partecipò alle stragi contro gli ebrei del mandato britannico e fu ucciso dagli inglesi a Jenin negli anni Trenta. I percorsi sono gli stessi, solo con un notevole ampliamento fino all’Himalaya da un lato e all’Oceano Atlantico dall’altro. Uguale è l’ideologia, la crudeltà dei metodi di lotta, il fanatismo, l’odio per i non musulmani. Uguali le linee strategiche, spesso anche le basi e gli avversari.

l’idea che nei musei si debba cambiare il concetto di “biglietto singolo” trasformandolo in un “abbonamento annuale”, Lettera aperta di Livia Cornaggia del Museo Tattile a Philippe Daverio , da Press-IN


Se il museo avesse un biglietto annuale?

Lettera aperta di Livia Cornaggia del Museo Tattile a Philippe Daverio 

Gentile Professor Daverio,
ieri sera ero una delle oltre 600 persone che si trovavano al teatro Fraschini di Pavia per ascoltare la sua conferenza. Al di là di condividere sostanzialmente tutte le riflessioni che lei ha fatto nel corso della serata e di ritenere che sia stata una straordinaria opportunità per tutti noi presenti per imparare da lei come si dovrebbe parlare e ‘pensare’ in materia di arte, di urbanistica, di gestione museale, ecc. credo che l’elemento sul quale riflettere sia lo spunto che lei ha dato in merito a come si dovrebbe permettere ai visitatori di accedere ad un museo. 
Suggerendo l’idea che nei musei si debba cambiare il concetto di “biglietto singolo” trasformandolo in un “abbonamento annuale” che permetta al visitatore di tornare tutte le volte che vuole, non solo si aprirebbe la strada ad una fruizione più approfondita e ‘sensata’ delle opere che sono contenute nei musei italiani, ma soprattutto si creerebbero le condizioni perché i musei venissero vissuti come degli spazi ‘amichevoli’, da frequentare come si trattasse di una casa di amici, tali da dar vita a delle conversazioni del tipo: “Senti, ti va oggi pomeriggio di venire a fare un salto con me al Poldi Pezzoli? Ho voglia di andare a trovare il ritratto di giovane dama del Pollaiolo…”. Parlo per esperienza quasi diretta. Tre anni e mezzo fa, insieme ad altri due soci, ho creato il Museo Tattile Varese, un esempio per adesso unico di conservazione di modelli tattili in legno a prevalente soggetto artistico ed architettonico. Quando abbiamo avuto questa idea, tutti ci hanno detto che pensare di realizzare un progetto così a Varese era da perfetti visionari. Visionari lo saremo anche stati, ma il Museo Tattile Varese (grazie anche ad una amministrazione comunale che ha talmente creduto nella nostra ‘visionarietà’ da metterci a disposizione una sede straordinaria) )esiste da 3 anni, viene visitato da più o meno 3000 persone all’anno e ha ospitato altrettanti bambini che hanno partecipato ai laboratori museali. E nel nostro museo – e qui torniamo al punto – le persone ritornano. E ritornano più volte, magari da sole, magari in compagnia, magari per vedere qualcosa che sembra loro di non avere visto bene….e quando qualcuno ritorna non viene penalizzato con un nuovo biglietto, in genere lo ringraziamo, semmai.

Insomma, da questo spunto che lei ieri sera ci ha dato, faccio io a lei una proposta: perché non pensa di creare una ‘rete’ di musei che siano disposti ad avere ‘visitatori annuali’ e non visitatori usa-e-getta? Probabilmente all’inizio aderirebbero a questa “rete museale” solo i musei piccolini, oppure quelli un po’ ‘strani’ come il nostro, ma poi sono convinta che arriverebbero anche i ‘grandi’, cioè anche quei musei che per eccesso di storia e di bellezza si portano appresso anche un po’ di spocchia.

da Press-IN.

Rawan, sposa bambina in Yemen, Muore a 8 anni, durante la prima notte di matrimonio per emorragia interna


ISLAMICI/CULTURA DELLA FAMIGLIA:

Si chiamava Rawan, viveva ad Al Hardh, regione nord orientale dello Yemen al confine con l’Arabia Saudita ed aveva 8 anni, di più non sappiamo. Ha perso la vita durante la prima notte di matrimonio con uno sposo la cui età era cinque volte la sua, a causa di un’emorragia interna, secondo alcuni attivisti.

Gli attivisti stanno chiedendo che lo sposo, che dovrebbe avere intorno ai 40 anni, e la famiglia della bambina, vengano arrestati e portati a giudizio. Purtroppo non è il primo caso e anzi ricorda un’altra storia recente, simile in tutto se non per l’età della vittima, Ilham, che in questo caso era una tredicenne. Mentre nel 2010, una bimba di 12 anni è morta durante il travaglio del parto.

da Rawan, sposa bambina in Yemen, Muore a 8 anni, durante la prima notte di matrimonio

VAI ANCHE A: http://attivissimo.blogspot.it/2013/09/antibufala-la-sposa-di-8-anni-morta.html

Svezia, una scuola (nella civilissima Svezia che ha appena eletto la prima eurodeputata femminista e rom) in cui tutte le bambine di una classe sono state sottoposte alla mutilazione genitale. Per 28 di queste piccole la mutilazione è avvenuta nella sua forma peggiore: l’infibulazione | da Blitz quotidiano, 24 giugno 2014


C’è una scuola, nella civilissima Svezia che ha appena eletto la prima eurodeputata femminista e rom, in cui tutte le bambine di una classe sono state sottoposte alla mutilazione genitale. Per 28 di queste piccole la mutilazione è avvenuta nella sua forma peggiore: l’infibulazione, con asportazione della clitoride e delle grandi labbra e la cucitura quasi totale della vulva, in modo da rendere molto dolorosi i rapporti sessuali.

A scoprirlo sono stati i servizi sanitari di Norrköping, città di 80 mila abitanti della Svezia orientale: durante i colloqui periodici con le studentesse è venuto fuori che 60 bambine tra i 4 e i 14 anni hanno subito queste mutilazioni, e la metà di loro frequenta la stessa classe.

Nella Svezia meta di migranti da tutto il mondo, la pratica è vietata dal 1982: chi trasgredisce rischia dai quattro e i dieci anni di carcere. E dal 1999 è reato anche quando viene praticata quando icittadini svedesi sono in altri Paesi. E’ frequente che gli immigrati africani sottopongano le proprie figlie a questa menomazione quando tornano nei propri Paesi d’origine, magari durante le vacanze. Le conseguenze sono pesanti: gravi infezioni, disturbi psichici, sterilità, crampi e il piacere sessuale annientato.

Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono 125 milioni le bambine e le donne che sono state sottoposte a mutilazioni genitali femminili nei 29 Paesi di Africa e Medio Oriente, dove questa pratica è più frequente. L’età più frequente in cui avvengono le mutilazioni è sotto i 15 anni.

da Svezia, in una scuola 60 bambine sottoposte a mutilazione genitale femminile | Blitz quotidiano.

UNA SEPARAZIONE, di Asghar Farhadi, 2011


fettolini1102Una separazione Jodái-e Nader az SiminIran 2011 GENERE: Dramm. DURATA: 123′ VISIONE CONSIGLIATA: TCRITICA: 3,5 PUBBLICO: 3 REGIA: Asghar Farhadi. ATTORI: Peyman Moadi, Leila Hatami, Sareh Bayat, Shahab Hosseini, Sarina Farhadi
Il cinema iraniano continua a stupire. Col suo 5° film Farhadi, sceneggiatore e produttore dei propri progetti, ha vinto a Berlino 2011 l’Orso d’oro e un Orso d’argento per i 2 protagonisti, e poi l’Oscar 2012 per il miglior film straniero. Intenso e complesso, il film entra subito nel tema del titolo. Una coppia di colti benestanti, con una figlia 11enne, è sull’orlo del divorzio: mentre Simin ha già i documenti per espatriare con la famiglia e non vuole vivere più “nelle circostanze di questo paese”, il marito Nader non vuole lasciare il padre, malato di Alzheimer. In attesa delle decisioni del giudice, lei si trasferisce dai suoi genitori; lui assume una domestica, molto religiosa, sposata e incinta, e si trova coinvolto in una spirale di bugie e accuse. “È un film sottile che vive e respira nelle sfumature, nelle zone d’ombra del contrasto tra uomo e donna, tra ceto borghese e proletariato, tra cittadini ‘moderni’ e tradizionalisti religiosi” (C. Paternò). Non a caso le norme della fede spesso mascherano un tornaconto personale. Questa matassa di contraddizioni ne fa un film di suspence psicologica che emoziona lo spettatore. Distribuisce Sacher. David di Donatello per il film straniero

India, un’altra ragazza impiccata Donna resiste a stupro: uccisa – Corriere.it


India, un’altra ragazza impiccata Donna resiste a stupro: uccisa – Corriere.it.

Ilaria Simonelli, Maria Giovanna Caccialupi, Le mutilazioni genitali femminili. Rappresentazioni sociali e approcci sociosanitari, “i Quid” n.11, Prospettive Sociali e Sanitarie, 2014 | da Scambi di Prospettive


Ilaria Simonelli, Maria Giovanna Caccialupi, Le mutiliazioni genitali femminili. Rappresentazioni sociali e approcci sociosanitari, “i Quid” n.11, Prospettive Sociali e Sanitarie, 2014.

vai a:  Le mutiliazioni genitali femminili | in Scambi di Prospettive.

 

immagini e foto di Mutilazioni genitali femminili

BARNARD Alan , Antropologia sociale delle origini umane, Il Mulino, 2014


A. BARNARD

Antropologia sociale delle origini umane

Collana “Saggi”

pp. 264, € 25,00
978-88-15-25104-6
anno di pubblicazione 2014

in libreria dal 13/03/2014

Copertina 25104


Proprio perché l’essere umano nasce quale animale sociale, la ricostruzione delle sue origini non può prescindere dal contributo di una scienza come l’antropologia sociale. Le conoscenze che questa disciplina ha accumulato sui diversi tipi di società sono essenziali per comprendere appieno le prime forme di produzione e scambio, la conquista di manufatti e tecnologie, le strutture della famiglia e della parentela, l’origine del linguaggio e dell’arte, dei rituali e delle credenze. Attraverso una limpida esposizione, l’antropologia sociale e culturale ritrova voce in questo saggio nell’esuberante dialogo tra le discipline – archeologia, paletnologia, linguistica, genetica – che studiano l’affascinante vicenda dell’evoluzione umana.

Alan Barnard è docente di Antropologia nell’Università di Edimburgo. Con J. Spencer ha curato l’«Encyclopedia of Social and Cultural Anthropology» (1996). Il Mulino ha pubblicato la sua «Storia del pensiero antropologico» (2001).

Volumi – A. BARNARD, Antropologia sociale delle origini umane.

Domenico Quirico, Pierre Piccinin Da Prata, IL PAESE DEL MALE. 152 giorni in ostaggio in Siria, Neri Pozza, 2014


Un approccio transculturale al cittadino globale: teorie e strumenti per la relazione di cura, Ciclo di Seminari Transculturali, Milano


per il 2014 proponiamo come evento aperto a tutti gli operatori del territorio, il ciclo di Seminari con ECM:

 

“Un approccio transculturale al cittadino globale: teorie e strumenti per la relazione di cura”

Abbiamo chiesto l’accreditamento per  l’evento con ECM per psicologi, psicoterapeuti, medici psichiatri, educatori professionali e infermieri e Crediti formativi per gli Assistenti sociali: siamo riusciti a proporre un buon numero di crediti ad un costo davvero competitivo, in modo da rimanere attrattivi sia come costi sia come qualità dell’offerta e permettere così al maggior numero di persone interessate di iscriversi.

Si tratta di una vera novità per noi e vi chiediamo un aiuto nel diffondere l’iniziativa  ai vostri colleghi e nei  Servizi di cui fate parte, con diffusione ove lo riteniate necessario anche personalizzata.

Non esitate a chiamarci per ogni ulteriore informazione, alleghiamo depliant e scheda di iscrizione.

Cordialmente,

Rosalba Terranova-Cecchini

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Prof. Rosalba Terranova-Cecchini

 

Premio Minerva 2013, per l’Impegno sociale.

Premio Milano Donna 2009, Comune di Milano.

Libero Docente in Clinica delle Malattie Nervose e Mentali

Presidente emerito della Fondazione Cecchini Pace

Direttore del Corso di Specializzazione in Psicoterapia transculturale

 

via Molino delle Armi 19 – 20123 Milano

tel.02.58310299 – fax 02.58311389

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La religione cattolica e le nuove forme della famiglia e della sessualità: questionario per il sinodo del 2014


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Io sono Li – di Andrea Segre, 2011


Locandina Io sono Li

Shun Li confeziona quaranta camicie al giorno per pagare il debito e i documenti che le permetteranno di riabbracciare suo figlio. Impiegata presso un laboratorio tessile, viene trasferita dalla periferia di Roma a Chioggia, città lagunare sospesa tra Venezia e Ferrara. Barista dell’osteria ‘Paradiso’, Shun Li impara l’italiano e gli italiani. Malinconica e piena di grazia trova amicizia e solidarietà in Bepi, un pescatore slavo da trent’anni a bagno nella Laguna. Poeta e gentiluomo, Bepi è profondamente commosso dalla sensibilità della donna di cui avverte lo struggimento per quel figlio e quella sua terra lontana. La loro intesa non sfugge agli sguardi limitati della provincia e delle rispettive comunità, mettendo bruscamente fine alla sentimentale corrispondenza. Separati loro malgrado, troveranno diversi destini ma parleranno per sempre la stessa lingua. Quella dell’amore

tutta la scheda qui  Io sono Li – MYmovies.

Ogni giorno 20mila bambine diventano mamme: Una su quattro è ancora adolescente


Il rapporto dell’Onu

Ogni giorno 20mila bambine diventano mamme

Una su quattro è ancora adolescente, mentre la maggior parte proviene da Paesi in via di sviluppo. Le cifre nel rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa)Ogni giorno 20mila bambine diventano mamme.

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