Un’ora d’attesa
Le sale d’attesa offrono sempre spunti di osservazione sul funzionamento delle interazioni sociali tra sconosciuti che si trovano a condividere un breve lasso di tempo. Una sala d’attesa formata da soli introversi non produrrà nulla d’interessante, ma basta che ci siano un paio d’estroversi affinché si metta in moto qualcosa. Come un paio di giorni fa.
Luogo: una clinica milanese. Protagoniste: una signora attempata e imbragata in una specie di busto, accompagnata da una figlia molto milanese e dall’aria sbrigativa e affaccendata, un’altra donna di mezza età, con un paio di occhiali dalla montatura rossa e dal tono di voce più dimesso. Una serie di comprimari che assistono e si limitano a una battuta qua e là, come a punteggiare la tessitura del dialogo principale.
La sala d’attesa è affollata, c’è da aspettare molto per l’accettazione. La figlia guarda il numero che ha estratto e quello attualmente indicato sul display luminoso: davanti a sé ha almeno una settantina di persone. Incomincia a sbuffare e ad agitarsi, va su e giù e si rivolge alla madre: “Eh no, ma non si può, non veniamo più qui, negli altri posti non è così. Non è possibile! Ma perché non fanno come nelle Asl di zona? Hanno scaricato un pullman di fuori!”. La madre: “Eh, se hanno scaricato un pullman…” “Ma mamma, dai, è un modo di dire!”. Il coro degli astanti interviene per confermare che lì è sempre così e per di più bisogna fare due code: la prima quando si prenota l’esame – e io mi domando, tra me e me, perché non la facciano al telefono come ho fatto io – e la seconda per l’accettazione. E per di più non si può andare il giorno prima, no, bisogna andare lo stesso giorno dell’esame.
La madre, seduta, alza il tiro: “La sanità in Lombardia è tutta in mano a Formigoni. Sono quindici anni che a Milano governa la destra e questi sono i risultati”. “Ma sì, mamma, cosa c’entra? Ma lascia perdere, dai, non fare questi discorsi!”. Intuisco già gli sviluppi del dramma. Sulla panchina di fronte a me c’è un uomo, anziano e distinto, che legge La Repubblica: immagino sarà d’accordo con la signora, però tace. La donna con l’imbragatura prosegue: “Loro invece portano i soldi all’estero, eh, e non hanno di questi problemi. Anche la Moratti…” Lascia la frase in sospeso, ma il tono è sufficientemente allusivo. “Mamma, adesso basta!” sbotta la figlia, impaziente, ma non capisco se è perché non è d’accordo o perché ritiene indecente esporre così, a voce alta e in pubblico, le proprie inclinazioni politiche, cose che andrebbero tenute nascoste come le pudenda. Il battibecco continua per un po’ e a me le due ricordano la Teresa e la figlia Mabilia dei Legnanesi, soprattutto per la lombarda sbrigatività della seconda, tanto che mi aspetto che da un momento all’altra se ne esca con un dialettale: “Ma su, ‘ndèm, màma!”. Al nome del sindaco di Milano, la signora dagli occhiali rossi si riscuote dal suo torpore e con un filo di voce rassegnata spiega: “Albertini aveva lasciato trentaquattro milioni per il Seveso e la Moratti li ha usati per comprarsi i collier di diamanti, perché alla Moratti piacciono i diamanti”. L’accusa, che cade nel silenzio come una piccola bomba atomica, mi sembra così assurda che devo trattenermi per non scoppiare a ridere. Ormai entrambe sono lanciate sul piano inclinato del qualunquismo che contraddistingue ogni discussione politica estemporanea, in cui come passeri si salta da un ramo all’altro, di sentito dire in sentito dire, da approssimazione in approssimazione. “Ma va’?” dice l’imbragata, “e lei come lo sa?”. “Ehhh, signora… ero anch’io in politica, una volta, poi ho smesso, guardi, uno schifo”. La figlia cerca di smorzare le polemiche suggerendo che era meglio se andavano alla Santa Rita. Figurarsi: “Alla Santa Rita?” interviene un’altra. “Con quello che facevano quelli là che ti operavano un polmone per farsi dare più soldi dallo Stato?”. “Ma sì, santo cielo, per un esame cosa vuole che sia… almeno là fanno più in fretta” la liquida la finta Mabilia, fuggendo poi in cerca di qualche infermiere o di qualche medico con cui lamentarsi.
Forse per par condicio, l’occhiale rosso aggiunge: “E Pisapia? Sa che vent’anni fa gli ho chiesto una consulenza? Dieci minuti ci ha messo. E ha voluto duecentomila lire, le parlo di vent’anni fa. Anche lui attaccato ai soldi”. “Senza fattura, magari” l’imbecca l’altra. “Ovviamente”. Insomma, è tutto un magna magna e non c’è più neanche la mezza stagione.
“Be’ – riprende l’imbragata -, a forza di venire in questi ospedali si stringono delle amicizie… dei rapporti di lunga durata, solidi… se poi una è a casa da sola…” A questo punto mi accorgo che la conversazione si sta spostando su altri lidi. “A casa io ho un cagnolino che mi fa compagnia. E’ un bastardino” dice l’ex politica. “Sono i più affettuosi, i bastardini”, commenta la vecchia imbragata. “Io no, perché poi ci si affeziona e quando muoiono è un lutto vero”. “Non mi ci faccia pensare – dice l’altra, con aria affranta -, a me ne è morto uno e ne ho preso subito un altro, non ci sto senza”. “Sono meglio degli uomini!” E credo che qui si riferisca ai bipedi di sesso maschile, non all’umanità in generale. L’altra si illumina e conferma: “Ah sì, sì, certo. Io sono stata sposata con un uomo che i primi cinque anni mi apriva anche la porta, poi è arrivata un’altra e sono stati diciassette anni d’inferno, guardi”. “Eh, doveva lasciarlo!” “Lo so, lo so, come ha ragione, ma ero innamorata, lo amavo… avevo proprio le fette di salame sugli occhi” conclude sconsolata l’occhialuta.
Dopo un’ora di attesa squilla il mio numero e abbandono a malincuore lo spettacolo gratuito. Per chi ama la casualità con cui si manifestano gli umori popolari, le sale d’attesa sono fonte di incessante ispirazione. Varrebbe quasi la pena d’intrattenervisi anche se non si ha niente da fare, per passatempo o come un cercatore d’oro a caccia di pepite preziose.
da: cadavrexquis: Un’ora d’attesa.
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