MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Zoon politikon: Le origini della polis


“Quel che i greci intendevano per “politica” è diverso da quel che intendiamo noi: polis è cosa diversa da stato o da società civile (che per i greci tendono a sovrapporsi). Credo però si possa sostenere che la domanda, il problema che sta alla base dell’invenzione della forma politica di convivenza (in particolare di quella sperimentata dai greci tra il VII e il IV secolo a.C., ovvero la democrazia), siano i medesimi, fatte le debite proporzioni demografiche o riguardanti la complessità sociale”

La Botte di Diogene - blog filosofico

Il senso di questi incontri – in netta controtendenza con la nostra epoca – è quello di scavare nelle parole, di andare alla ricerca dei significati originari e delle loro successive stratificazioni, di portare alla luce ciò che la superficie nasconde, in un’epoca in cui tutto è apparenza e i nomi vengono spesso usati in maniera superficiale se non a caso, senza cognizione di causa. Questo vale in particolare per l’ambito politico.
La lingua e la cultura greca designano per la prima volta con grande forza la “politicità” di homo sapiens: egli, dice Aristotele, è zoon politikon, essere (vivente, animale) eminentemente politico.
È di questo che ci occuperemo in questo ciclo, di questo elemento essenziale, delle forme che storicamente ha assunto e del loro destino in Occidente, alla luce dell’attuale crisi dell’idea stessa di politica.
Personalmente credo che non vi sia un eccesso, semmai una carenza di politica…

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L’assassinio di Yara: Bossetti e le motivazioni della condanna. la Corte d’assise d’appello riassume le 376 di motivazioni – Corriere.it, 17 ottobre 2017


il delitto, «posto in essere vigliaccamente nei confronti di una ragazzina indifesa lasciata morire in preda a spasmi e inaudite sofferenze». Lui «ha continuato a vivere con assoluta indifferenza» e «ha continuato ostinatamente a negare assumendo la posizione di chi sfida l’inquirente a provare la sua colpevolezza».

vai all’articolo:

Sorgente: Omicidio Yara, Bossetti e le motivazioni della condanna – Corriere.it

POLITICHE LEGISLATIVE E SERVIZI SOCIALI: METODI DI ANALISI. A cura di Paolo Ferrario. DISPENSA DIDATTICA 17 ottobre 2017


Diapositiva1


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Qui la dispensa in formato pdf:

metodi leggi politiche 2017


Politiche dei SERVIZI SANITARI, BIBLIOGRAFIA aggiornata del capitolo 3 di: Paolo Ferrario, Politiche sociali e servizi, Carocci Faber, 2014


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SERVIZI SANITARI, BIBLIOGRAFIA aggiornata del capitolo 3

Percorsi formativi a cura dell’Istituto Innocenti: 1. Valutare le competenze genitoriali (IV edizione); 2. Crescere con bambini ragazzi e famiglie: il lavoro educativo nell’accoglienza – 17 ottobre 2017


si segnala che sono aperte le iscrizioni al percorso formativo Valutare le competenze genitoriali (IV edizione) . Il corso intende fornire conoscenze esaustive per effettuare un’ adeguata valutazione psico-sociale delle competenze genitoriali nei casi di famiglie che presentano difficolta’ ad occuparsi correttamente dei loro figli. Docenti:  Crediti: 12  crediti formativi per ogni modulo presso Ordine Assistenti Sociali. Durata: 3 moduli da 12 ore (tot. 36 ore). Docenti: Marco Chistolini, Beatrice Bessi, Sibilla Santoni, Giorgia Battiloni,  Beatrice Zambenetti. Scadenza iscrizioni 30 ottobre 2017. Periodo di realizzazione 14 novembre- 13 dicembre 2017. E’ possibile partecipare ai singoli moduli. Scarica la brochure informativa e la scheda di iscrizione.
I prossimi percorsi formativi a catalogo di area psicosociale in programmazione a settembre ottobre:
Istituto degli Innocenti e CNCM  propongono insieme un percorso articolato di iniziative di aggiornamento, rivolto al personale delle comunita’ di accoglienza  e non solo,  nato da un confronto sui bisogni formativi espressi dagli operatori stessi. Il programma prevede l’alternarsi di seminari di approfondimento e workshop con attivita’ a forte valenza laboratoriale. Periodo di realizzazione settembre 2017 – marzo 2018. Sono previste tariffe scontate nel caso in cui il pagamento sia sostenuto da una comunità  associate al CNCM e in caso di partecipazioni multiple da parte di una stessa organizzazione.  Sede: Istituto degli Innocenti. Scarica la brochure informativaScheda di iscrizione.
Ulteriori informazioni sono disponibili su http://www.formarsi.istitutodeglinnocenti.it , ricordiamo infine che è attiva la nostra pagina facebook www.facebook.com/Formarsi.agli.Innocenti   sulla quale può trovare informazioni e aggiornamenti sulle nostre iniziative formative e altre notizie di interesse per i professionisti impegnati nel mondo dell’infanzia.

ENTI NON PROFIT. PRONTUARIO OPERATIVO, VII edizione completamente rivista e aggiornata con i Decreti attuativi della Legge di riforma del terzo Settore • Disciplina civilistica • Profili gestionali • Trattamento fiscale • Registrazioni contabili, di Cinzia De Stefanis e Antonio Quercia, Maggioli editore 2017


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VII edizione per questo apprezzatissimo Prontuario operativo, completamente rivisto e aggiornato con le novità dei Decreti attuativi della Legge di riforma del Terzo Settore, recentemente emanati:

• Codice del Terzo settore
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• Istituzione e disciplina del servizio civile universale.

Ricca di schemi ed esempi, l’Opera analizza tutti gli aspetti civilistici e fiscali dei vari enti che fanno parte del Terzo Settore, senza tralasciare quelli concernenti l’attività di controllo contabile e di rendicontazione e fornisce al Professionista efficaci spunti di riflessione che ne facilitano la consultazione: le f.a.q., le avvertenze, il cavillo, le tabelle riassuntive e la casistica.

Con un dettagliato Formulario, scaricabile on line, di 165 atti personalizzabili e stampabili e la principale modulistica di settore, il testo è così articolato:

Indice del libro
Parte I – La riforma del terzo settore e dell’impresa sociale
1 Il codice del terzo settore
1 Principi generale del codice
2 Le novità più importanti del codice del terzo settore
3 Soggetti riconosciuti e non del terzo settore
4 Le attività di interesse generale.
5 Le attività diverse.
6 Destinazione patrimonio e assenza di scopo di lucro
7 Scritture contabili e bilancio
8 Personalità giuridica
2 Le nuove organizzazioni di volontariato
1 Nuove norme per le associazioni di volontariato
2 Definizione di volontario
3 Promozione della cultura del volontariato
4 Centri di servizio di volontariato
3 Le associazioni e le fondazioni del terzo settore
1 La costituzione
2 Acquisto della personalità giuridica
3 Ammissione degli associati
4 L’assemblea
4.1 Competenze inderogabili dell’assemblea
5 Amministrazione e organi di controllo
5.1 Revisione legale dei conti
4 Gli altri enti del terzo settore
1 Le associazioni di promozione sociale
2 Enti filantropici
3 Reti associative
5 Il Registro unico del terzo settore
1 Il Registro unico del terzo settore
2 La fase di scioglimento e cancellazione
3 Funzionamento del Registro
4 Abrogazioni
6 Aspetti fiscali
1 Le novità fiscali
2 Social bonus
3 Imposte di bollo, registro, ipotecarie, catastali e tassa di concessione governativa
4 Rendiconto della raccolta fondi.
5 Attività commerciale e non commerciale.
6 Bilancio e rendiconto
Parte II – Le associazioni riconosciute e non e le diverse tipologie di associazioni
7 Le associazioni
1 Definizione ed elementi costitutivi
2 Le due tipologie di associazioni
3 Fonte giuridica
4 L’artbonus e agevolazioni fiscali
4.1 Cos’è l’artbonus
8 L’associazione riconosciuta
1 Come costituire un’associazione
2 Il contratto d’associazione
2.1 La forma del contratto di associazione
2.2 Il contenuto del contratto di associazione secondo il codice civile
2.3 Il contenuto del contratto secondo il d.lgs. n. 460/1997
3 Gli adempimenti legati alla nascita dell’associazione riconosciuta
3.1 Istituzione dei libri sociali
3.2 Obbligo di bilancio o rendiconto
3.3 Domanda di attribuzione del codice fiscale e di partita iva
3.4 Iscrizione al Repertorio economico amministrativo
3.5 Il riconoscimento giuridico e l’iscrizione nel Registro delle persone giuridiche
3.6 Ufficio registri – Atti privati dell’Agenzia delle entrate
3.7 Invio modello EAS
4 Il riconoscimento giuridico
4.1 Il riconoscimento giuridico alla luce del nuovo regolamento n. 361/2000
4.2 La natura del decreto di riconoscimento
4.3 Condizioni e requisiti per il riconoscimento
4.4 Iter procedurale per il riconoscimento
4.5 Effetti giuridici del riconoscimento
4.6 Iscrizione nel Registro (prefettizio o regionale) delle persone giuridiche
5 L’attività dell’associazione
5.1 La capacità giuridica dell’associazione
6 Gli organi delle associazioni riconosciute
6.1 L’assemblea
6.2 Gli amministratori
6.3 Il potere di rappresentanza
6.4 La responsabilità
6.5 Gli organi eventuali
7 La posizione dell’associato nell’associazione riconosciuta
7.1 Il rapporto associativo
7.2 La posizione dell’associato
7.3 Diritti, poteri e facoltà
7.4 Obblighi
7.5 Condizione per l’ammissione degli associati
7.6 Scioglimento del rapporto associativo
9 Le associazioni non riconosciute
1 Principi generali
2 Differenze fra associazioni riconosciute e non riconosciute
3 Struttura delle associazioni non riconosciute
4 Fonti giuridiche
5 Costituzione dell’associazione non riconosciuta
5.1 Il contenuto e la forma del contratto secondo il codice civile
5.2 Formazione dell’atto costitutivo
5.3 Il contenuto del contratto secondo il codice civile
5.4 Il contenuto del contratto secondo il d.lgs. n. 460/1997
5.5 Gli altri adempimenti legati alla nascita dell’associazione non riconosciuta
6 Il fondo comune
7 La posizione dell’associato
8 Gli organi delle associazioni non riconosciute
9 Scioglimento del rapporto associativo
9.1 Le cause di scioglimento
9.2 L’estinzione e la liquidazione
10 Le regole da seguire nell’ipotesi di fusione per incorporazione di associazione non riconosciuta in associazione riconosciuta
10 Le associazioni musicali
1 Disciplina generale
11 Associazione senza fine di lucro che esercita attività di scuola di ballo o palestra a favore degli associati
1 Disciplina generale
12 Le associazioni religiose
1 Disciplina generale
2 Singole categorie di enti ecclesiastici
3 Riconoscimento della personalità giuridica
4 La modalità del riconoscimento
5 Gli enti ecclesiastici ONLUS
Parte III – Le fondazioni riconosciute e non e le diverse tipologie di fondazioni
13 Le fondazioni
1 Principi generali
1.1 Istituto della fondazione
1.2 Differenze e analogie tra fondazioni e associazioni
2 La costituzione della fondazione per atto tra vivi
2.1 Il contenuto dell’atto costitutivo secondo il codice civile (art. 16)
2.2 La forma del negozio di fondazione
2.3 Disposizione di fondazione per testamento
3 Atto di fondazione
3.1 Disciplina generale
3.2 Invalidità e inefficacia dell’atto di fondazione
3.3 Revoca dell’atto di fondazione
3.4 Modificazioni dell’atto di fondazione
4 Gli adempimenti legati alla nascita della fondazione
4.1 Istituzione dei libri sociali
4.2 Obbligo di bilancio o rendiconto
4.3 Domanda di attribuzione del codice fiscale e di partita iva
4.4 Iscrizione al Repertorio economico amministrativo
4.5 Il riconoscimento giuridico e l’iscrizione nel Registro delle persone giuridiche
4.6 Ufficio registri – Atti privati dell’Agenzia delle entrate
4.7 Invio modello EAS
5 Il riconoscimento giuridico
5.1 Il riconoscimento giuridico alla luce del nuovo regolamento n. 361/2000
5.2 La natura del decreto di riconoscimento
5.3 Condizioni e requisiti per il riconoscimento
5.4 Iter procedurale per il riconoscimento
5.5 Effetti giuridici del riconoscimento
5.6 Iscrizione nel Registro (prefettizio o regionale) delle persone giuridiche
6 Gli amministratori della fondazione
6.1 Disciplina generale
6.2 Nomina nell’atto di fondazione
6.3 Competenze e poteri
6.4 Rappresentanza
6.5 Responsabilità
7 L’attività della fondazione
8 I controlli pubblici
9 Classificazione
10 Estinzione
14 Le fondazioni non riconosciute
1 Legislazione
2 Fondazione in attesa di riconoscimento
3 Fondazione condizionata al riconoscimento
15 Gli altri tipi di fondazione
1 La fondazione di partecipazione
1.1 Aspetti generali
1.2 Costituzione
1.3 Contenuto dell’atto costitutivo e dello statuto
1.4 I soggetti che partecipano alla costituzione della fondazione
1.5 Gli organi della fondazione di partecipazione
2 Le fondazioni di famiglia
2.1 L’ammissibilità delle fondazioni di famiglia nell’ordinamento giuridico vigente
2.2 Linee guida per la predisposizione dell’atto costitutivo e dello statuto di una fondazione di famiglia
2.3 La costituzione della fondazione di famiglia per atto tra vivi
2.4 Disposizione di fondazione per testamento
3 Fondazioni universitarie
3.1 Disciplina generale
3.2 La deduzione delle liberalità alle università dipende dalle finalità perseguite
4 Le fondazioni liriche
4.1 Disciplina generale
4.2 Deposito del bilancio d’esercizio delle fondazioni di diritto privato
che operano nel settore musicale
4.2.1 Adempimenti legati al deposito del bilancio d’esercizio
4.3 Redazione, approvazione e deposito del bilancio secondo le disposizioni degli artt. 2423 e ss. c.c.
Parte III – I comitati, le organizzazioni non governative e le organizzazioni per l’adozione internazionale
16 I comitati
1 Principi generali
2 Natura giuridica del comitato
2.1 Costituzione del comitato
3 L’annuncio dello scopo e le oblazioni
4 Gli organi del comitato
4.1 Disciplina organizzativa
4.2 L’assemblea
4.3 Gli organizzatori
4.4 Il presidente
4.5 Responsabilità dei componenti
5 Estinzione
6 Comitati riconosciuti
17 Attività di cooperazione allo sviluppo
1 Aspetti generali
1.1 Iniziative in ambito multilaterale
1.2 Le organizzazioni non governative
Parte V – ONLUS e impresa sociale
18 La disciplina delle ONLUS
1 Le novità per le ONLUS da la riforma del terzo settore
2 Principi generali
3 Requisiti soggettivi
4 Enti che possono assumere la qualifica di ONLUS
5 Enti che sono considerati automaticamente ONLUS
6 Enti che possono assumere la qualifica di ONLUS limitatamente ad alcune attività
7 Enti che non possono in ogni caso assumere la qualifica di ONLUS
8 I requisiti statutari
8.1 L’area o le aree di attività
8.2 Problemi legati alla mancanza di una definizione precisa relativa alle singole attività
8.3 L’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale
8.4 Le attività connesse
8.5 Il divieto di distribuire gli utili
8.6 Devoluzione del patrimonio a fini di pubblica utilità in caso di scioglimento dell’ente
8.7 Gli altri requisiti statutari delle ONLUS: la trasparenza e la democraticità della struttura
9 Le nuove ONLUS di beneficenza
10 L’Anagrafe delle ONLUS
9.1 Obblighi di comunicazione e rispettivi termini
11 Sanzioni e responsabilità dei rappresentanti legali e degli amministratori
12 Eliminate le agevolazioni per l’acquisto di immobili
19 L’impresa sociale
1 Aspetti generali
2 Le tipologie di impresa sociale
3 La costituzione dell’impresa sociale
4 Le due tipologie di imprese: forme non imprenditoriali e imprenditoriali
5 Scritture contabili e organo di controllo
6 Coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti
7 Trasformazione, fusione, scissione, cessione d’azienda e devoluzione del patrimonio
8 Lavoro nell’impresa sociale
9 Procedure concorsuali
10 Funzioni di monitoraggio, ricerca e controllo
11 Fondo per la promozione e lo sviluppo delle imprese sociali
Parte VI – Disciplina comune agli enti non profit
20 L’amministratore di sostegno
1 Gli istituti per la protezione degli incapaci
2 Istituzione dell’amministratore di sostegno
2.1 I criteri per la scelta e per la revoca dell’amministratore di sostegno
2.2 Compito dell’amministratore di sostegno
2.3 Applicazione della legge 9 gennaio 2004, n. 6
2.4 Amministratore di sostegno: l’Emilia-Romagna vara l’elenco speciale
21 Il ruolo dell’ente non profit nell’istituto del trust
1 Le caratteristiche del trust
2 L’introduzione del trust in Italia
22 Enti non profit: fondazione responsabile sulla base del d.lgs. n. 231/2001
1 La responsabilità della fondazione sulla base del d.lgs. n. 231/2001
23 Decreto sulla competitività, nuove norme sulla disciplina ereditaria e legge casa
1 La disciplina ereditaria alla luce del decreto sulla competitività
2 Legge casa e cedolare secca per enti non profit
24 Nuova social card
25 Per una rete di enti non profit
1 Aspetti generali
2 I soggetti del contratto in rete
3 La forma del contratto e gli adempimenti pubblicitari
4 Quali sono i contenuti del contratto
5 I contenuti obbligatori
6 I contenuti facoltativi
7 La definizione del programma di rete
8 Come si istituisce il fondo patrimoniale
9 Come si gestisce la rete
10 Il regime delle responsabilità nel contratto di rete
10.1 La responsabilità nei rapporti interni
10.2 La responsabilità verso i terzi
10.3 La responsabilità dell’organo comune
Parte VII – Disciplina contabile e fiscale
26 Disciplina contabile e fiscale degli enti non profit
1 Nozione di ente non commerciale
2 Individuazione dell’oggetto esclusivo o principale dell’attività
3 Reddito complessivo degli enti non commerciali
4 Determinazione dei redditi degli enti non commerciali e contabilità separata
5 Regimi di determinazione del reddito di impresa degli enti non commerciali
5.1 Regime ordinario
5.2 Regime semplificato
5.2.1 Il nuovo regime semplificato introdotto dalla Legge di Bilancio 2017
5.3 Regime forfetario di cui all’art. 145 del d.P.R. n. 917/1986
5.4 Regime forfetario di cui alla l. n. 398/1991
6 Scritture contabili degli enti non commerciali
7 Il regime tributario di favore degli enti di tipo associativo
7.1 Le agevolazioni in materia di imposte dirette
7.2 Disciplina generale degli enti associativi
7.3 Regime agevolativo per particolari tipologie di enti associativi
7.4 Le agevolazioni in materia di imposta sul valore aggiunto
8 La determinazione dell’IRAP
9 Perdita della qualifica di ente non commerciale
10 Il regime tributario delle ONLUS
10.1 Trattamento delle ONLUS in materia di imposte sui redditi
10.2 Agevolazioni fiscali in materia di imposta sul valore aggiunto
10.3 Altre agevolazioni in materia di imposta di bollo e tasse di CC.GG.
10.4 Novità fiscali in materia di ONLUS
10.4.1 Premessa
10.4.2 Organizzazioni di volontariato ONLUS di diritto
10.4.3 Attività di beneficenza svolta da ONLUS
10.4.4 Agevolazione in materia di imposta catastale per le ONLUS
10.5 Il regime forfetario di cui alla l. n. 398/1991
10.5.1 Requisito soggettivo
10.5.2 Requisito oggettivo
10.5.3 L’esercizio dell’opzione e suoi effetti
10.5.4 La determinazione forfetaria del reddito imponibile ai fini IRES
10.5.5 La determinazione dell’IRAP
10.6 Le agevolazioni fiscali e non
10.6.1 Caratteristiche generali del regime IVA forfetario ex l. n. 398/1991 e determinazione forfetaria dell’imposta
10.6.2 Adempimenti contabili e fiscali ai fini IVA
10.6.3 Imposta di registro
10.6.4 Imposta di bollo
10.6.5 Tasse di concessione governativa
10.6.6 Incentivi per l’acquisto di beni mobili strumentali per favorire la distribuzione gratuita di prodotti alimentari e non alimentari a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi
10.7 Cooperative sociali e di produzione: esenzione totale IRES
10.8 La determinazione della quota del 30% dei lavoratori disabili per le cooperative sociali
10.9 Niente IVA agevolata per l’attività di “informa-giovani/lavoro” svolta da cooperativa sociale
10.10 La deduzione delle liberalità alle università dipende dalle finalità perseguite
10.11 Dal 1° giugno 2010: nuovi modelli INTRA 12 e INTRA 13 per gli enti non profit
10.12 Nuovi adempimenti introdotti dalla Legge di Bilancio 2017
11 Comunicazione dei dati e notizie rilevanti ai fini fiscali (modello EAS)
11.1 Premessa
11.2 Natura ed effetti della comunicazione
11.3 Requisiti qualificanti per fruire dei regimi agevolativi dell’art. 148 del TUIR e dell’art. 4 del d.P.R. n. 633/1972
11.4 Modello EAS
11.4.1 Soggetti tenuti alla presentazione del modello di comunicazione dei dati e delle notizie rilevanti ai fini del controllo fiscale
11.4.2 Soggetti esonerati dalla presentazione del modello di comunicazione dei dati e delle notizie ai fini del controllo fiscale
11.4.3 Soggetti esclusi dalla presentazione del modello per mancanza dei presupposti
11.4.4 ONLUS
11.5 Modalità di trasmissione e contenuti della comunicazione
12 L’attività di controllo degli enti non profit
12.1 Premessa
12.2 Il riscontro analitico-normativo di attività beneficiarie di regimi fiscali agevolativi
12.3 Check list per il riscontro analitico-normativo di attività beneficiarie di regimi agevolativi
12.4 Controllo della reale natura dell’ente, con particolare riguardo alle associazioni sportive dilettantistiche
13 Obblighi di rendicontazione per gli enti non profit
13.1 Obbligatorietà della rendicontazione in base al codice civile e allo statuto
13.2 Obbligatorietà della rendicontazione in base a leggi speciali
13.3 Obbligatorietà della rendicontazione in base alla normativa tributaria
13.4 Obbligatorietà della rendicontazione per gli enti iscritti al registro del 5 per mille
13.4.1 Novità in materia di rendicontazione del 5 per mille introdotte dal d.P.C.M. 7 luglio 2016
13.5 Controllo contabile da parte del professionista
Parte VIII – La riforma del terzo settore: aspetti contabili e fiscali
27 La riforma del terzo settore di cui al d.lgs. 117/2017. Novità in ambito contabile e fiscale
1 Premessa
2 Definizione di ente del terzo settore ed attività di interesse generale
3 Scritture contabili e bilancio
3.1 Bilancio sociale
3.2 Libri sociali obbligatori
4 Regime fiscale degli enti del terzo settore
4.1 Disposizioni in materia di imposte sui redditi
4.2 Regime forfetario degli enti del terzo settore non commerciali
4.3 Social bonus
4.4 Disposizioni in materia di imposte indirette e tributi locali
4.5 Detrazioni e deduzioni per erogazioni liberali
4.6 Disposizioni sulle organizzazioni di volontariato e sulle associazioni di promozione sociale
4.7 Regime fiscale delle organizzazioni di volontariato
4.8 Regime fiscale della associazioni di promozione sociale
4.9 Regime forfetario per le attività commerciali svolte dalla associazioni di promozione sociale e dalle organizzazioni di volontariato
4.10 Tenuta e conservazione delle scritture contabili degli enti del terzo settore
5. Controlli sugli enti del terzo settore
5.1 Controlli e poteri sulle fondazioni del terzo settore
5.2 Sanzioni a carico dei rappresentanti legali e dei componenti degli organi amministrativi
5.3 Controlli
5.4 Controlli fiscali


Cinzia De Stefanis, Giornalista economica, collabora con la testata Italia Oggi ed è autrice di numerose pubblicazioni con le più importanti Case Editrici del settore.
Antonio Quercia, Dottore Commercialista e revisore contabile in Bari. Si occupa, in particolare, di consulenza aziendale e tributaria. Esplica incarichi di consulente tecnico presso il Tribunale di Bari. È autore di testi di diritto tributario e societario.


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Gruppo Facebook  di DOCUMENTAZIONE in tema di: POLITICHE SOCIALI e SERVIZI SOCIALI ed EDUCATIVI, a cura di Paolo Ferrario. Aggiornamento sugli obiettivi e contenuti, 17 ottobre 2017


Gruppo di DOCUMENTAZIONE
in tema di: POLITICHE SOCIALI e SERVIZI SOCIALI ed EDUCATIVI

Benvenuta o Benvenuto
Questo è un gruppo di studio ed è pensato per STUDENTI E PROFESSIONISTI dei servizi ed è aperto a coloro che si interessano alle 
POLITICHE SOCIALI APPLICATE AI SERVIZI ALLA PERSONA E ALLA COMUNITA’.(art. 112-157 del Decreto Legislativo 31 marzo 1998 n. 112).

Dal punto di vista dei contenuti, è un laboratorio di documentazione finalizzato alle professioni sociali (assistenti sociali, educatori, psicologi, infermieri, operatori socio assistenziali, … ).
Questo spazio mette a disposizione materiali informativi provenienti da:
1. Blog https://mappeser.com/: spazio web di ricerca e analisi sulle politiche e il sistema dei servizi
2. Libro POLITICHE SOCIALI E SERVIZI. Metodi di analisi e regole istituzionali, 2014, Carocci Faber, Roma, p. 457
3. Blog http://aulevirt.com/, che aggiorna in tempo reale il libro indicato al punto 2
4. Blog http://antemp.com/: pagine antologiche di saggistica e letteratura
5. Blog https://emanueleseverino.com/: dedicato alla analisi del pensiero del filosofo Emanuele Severino
6. Blog http://cinrac.com/: trame di film che si connettono al tema cultura/individui/società
7. Blog http://coatesa.com/: dedicato a Como e alla frazione Coatesa nel Comune di Nesso

E’ un ambiente che vorrebbe essere simile ad una Biblioteca o a un Centro di Documentazione.
Qui ci sono scaffali ed un tavolo dove sono disponibli:
– FONTI DI STUDIO,
– BIBLIOGRAFIE TEMATICHE
– DISPENSE DIDATTICHE,
– SCHEDE,
– rimandi a TESTI PROFESSIONALI,
– AUDIO e VIDEO a contenuto formativo
– PAGINE di particolare rilievo cognitivo
– segnalazione di CONVEGNI

Non vengono pubblicate qui le segnalazioni di CORSI, per le quali suggerisco la consultazione di : https://www.facebook.com/groups/876205509069735/?fref=ts

Il gruppo è centrato su DATI E INFORMAZIONI e non su OPINIONI (tranne rari casi). Infatti: “Soltanto chi non ha approfondito nulla può avere delle convinzioni”, Émile M. Cioran (1911-1995)

Quello che c’è ciascuno può prenderlo ed usarlo per la propria FORMAZIONE (che è PERMANENTE, cioè utile e necessaria in ogni fase del ciclo di vita).

Ogni componente del gruppo può, a sua volta:
– iscrivere persone interessate usando il box nella colonna di destra “aggiungi persone al gruppo”
– proporre materiali di studio
– oppure può cancellarsi dalla lista.
Per ricevere gli aggiornamenti clicca su Notifiche e scegli “tutti i post”.

Nel gruppo non sono accolte persone anonime o profili facebook nei quali non siano riconoscibili l’identità e gli interessi per i temi proposti.
Questo gruppo NON è un supermercato di prodotti indifferenziati con scritto OPEN. Qui sono ospitate solo informazioni per la formazione selezionate in base a criteri qualitativi.

grazie per l’attenzione
Spero sia di tuo interesse formativo
Buon futuro personale e professionale
Paolo Ferrario, Como, 17 ottobre 2017
biografia: https://mappeser.com/paolo-ferrario-2/

bisogni, istituzioni, organizzazioni, professioni
MAPPESER.COM

Sorgente: (8) Servizi sociali ed educativi: informazioni

CARDANO MARIO, ORTALDA FULVIA, Metodologia della ricerca psicosociale. Metodi quantitativi, qualitativi e misti, Utet, 2016


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Legge di Stabilità 2018 approvata: Sgravi assunzione giovani, incentivi 4.0 con superammortamento al 130%, credito d’imposta formazione, APe Social donne con figli, ecobonus 36% …- in PMI.it 16 ottobre 2017


Legge di Bilancio 2018: lavoro, imprese, pensioni
Sgravi assunzione giovani, incentivi 4.0 con superammortamento al 130%, credito d’imposta formazione, APe Social donne con figli, ecobonus 36%: Legge di Stabilità 2018 approvata

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Sorgente: Legge di Bilancio 2018: lavoro, imprese, pensioni – PMI.it

Regione Lombardia: L’attuazione della riforma sociosanitaria e le aree di innovazione del welfare. A cura di Valentina Ghetti | in Lombardia Sociale 4 ottobre 2017


L’attuazione della riforma sociosanitaria e le aree di innovazione del welfare

A cura di

3 ottobre 2017

La riforma avviata con l.r. 23/2015, dopo una prima fase caratterizzata da diverse enunciazioni circa il processo di cambiamento che il legislatore avrebbe inteso generare, è entrata nel vivo. Presentiamo qui un vademecum, scaricabile in allegato, che raccoglie i principali articoli e contributi pubblicati durante l’anno riguardo l’evoluzione del processo di riforma sociosanitaria, le prime ricadute riguardo i cambiamenti introdotti nella vita dei cittadini, degli operatori dei servizi e negli assetti di governance. Un’ultima parte rivolge l’attenzione alle innovazioni che stanno interessando i territori sul tema del welfare di comunità

segue

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BECK Aaron, La psicoterapia cognitiva, a cura di Barbara Cacciola, Hachette Fascicoli. PSICOLOGIA N.53, 2017, p. 140


PSICOLOGIA N.53

Sorgente: Hachette Fascicoli. PSICOLOGIA N.53

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BASAGLIA FRANCO, Il riformatore della salute mentale, a cura di Silvia Niro, Hachette Fascicoli. PSICOLOGIA N.48, 2017, p. 140


PSICOLOGIA N.48

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Lembo Maria Sabina, Bullismo e cyberbullismo dopo la L. 29 maggio 2017, n. 71, Maggioli editore, 2017


• Le disposizioni della nuova legge 71/2017
• Gestore del sito internet
• Oscuramento, rimozione e blocco dei dati personali del minore dalla rete
• Condotte violente e penalmente rilevanti
• Reati con procedibilità a querela/di ufficio
• Imputabilità del bullo minorenne
• Responsabilità civile del minore
• Responsabilità dei genitori, culpa in educando e in vigilando
• Danni risarcibili
• Responsabilità dell’amministrazione scolastica e degli insegnanti
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Un approfondimento sintetico ma completo sul fenomeno dilagante del Bullismo, che aiuta ad inquadrarne correttamente i confini, anche alla luce delle nuove disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo (Legge 29 maggio 2017, n. 71).

Strutturato in forma di quesiti e risposte, questo utile fascicolo esplica la disciplina vigente in materia e supporta il lettore nell’individuazione delle responsabilità (del minore, dei genitori, dell’amministrazione scolastica, ecc.) e nella definizione delle condotte penalmente rilevanti in relazione al tipo di danno subito.

Completato dalla giurisprudenza più significativa, il testo analizza la materia in sole 82 pagine, così articolate:

Quesito 1. Cosa si intende per bullismo e quali sono gli elementi che lo caratterizzano?
1.1. Cosa si intende per bullismo
1.2. Gli elementi che caratterizzano il bullismo
1.3. Gli ambiti del diritto che coinvolgono il bullismo e assenza di una fattispecie tipica incriminatriceQuesito 2. Quali sono le condotte violente e penalmente rilevanti e quando i reati ascrivibili al bullismo sono procedibili a querela o di ufficio?
2.1. Le condotte violente e penalmente rilevanti
2.2. Reati con procedibilità a querela/di ufficio
2.3. Aggravante specifica art. 61 n. 11 c.p.
2.4. Gli obblighi degli insegnanti in qualità di pubblici ufficiali

Quesito 3. Quando il bullo minorenne è imputabile e quali sono gli istituti previsti nel procedimento minorile?
3.1. L’imputabilità del bullo minorenne
3.2. I compiti del Tribunale per i Minorenni
3.3. Le misure precautelari e le misure cautelari personali applicabili ai minorenni
3.4. I procedimenti speciali alternativi al dibattimento
3.5. La sentenza di non luogo a procedere (improcedibilità) per irrilevanza del fatto
3.6. La sospensione del processo con messa alla prova, istituto giuridico speciale del processo minorile
3.7. La sentenza di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale

Quesito 4. In quali casi è prevista la responsabilità civile del minore, dei genitori e dell’amministrazione scolastica?
4.1. Casi di responsabilità civile del minore
4.2. Casi di responsabilità dei genitori, la culpa in educando e in vigilando. I danni risarcibili
4.3. La responsabilità dell’amministrazione scolastica e degli insegnanti

Quesito 5. In cosa consiste il cyber bullismo?
5.1. Il cyberbullismo: in quali azioni e comportamenti si concretizza?
5.2. I social media utilizzati dai giovani
5.3. Il lavoro e la specializzazione della Polizia Postale
5.4. Il codice di autoregolamentazione

Quesito 6. Cosa prevede la legge 29 maggio 2017, n. 71 sul cyber bullismo?

Quesito 7. Quali Regioni hanno disciplinato interventi per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del bullismo?

Quesito 8. Personale esperienza vissuta come facilitatore in una scuola media di Potenza. Risultati?
8.1. Personale esperienza come facilitatore e presidente di associazione di volontariato con i ragazzi della scuola media G. Leopardi
8.2. Le strategie adottate in altri Paesi
Il KiVa programma anti-bullismo utilizzato in Finlandia
Il KiVa in Italia
8.3. Le Life Skills


Marina Sabina Lembo, Avvocato penalista.


BULLISMO E CYBERBULLISMO
DOPO LA L. 29 MAGGIO 2017, N. 71
Maggioli Editore – Novità Luglio 2017
f.to 21×29,7 – pp. 82 – codice 8891624314 – euro 17,00

Educatori in sociopsichiatria … che follia?, a cura del SUPSI, Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale, martedì 14 novembre, ore 8 e 45, al Teatro Centro Sociale di Mendrisio (Svizzera)


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Regione Lombardia: Referendum del 22 ottobre 2017 e federalismo differenziato. L’impegno del PD


La Lombardia avrebbe potuto, senza chiedere nessuna ulteriore autorizzazione e senza alcun costo per i cittadini:
– predisporre un progetto di autonomie rafforzate, indicando con precisione le materie;
– avviare il confronto con gli Enti locali;
– approvare in Consiglio Regionale il progetto di autonomia “rafforzata”;
– chiedere al Governo l’immediata apertura di un tavolo di confronto.

Nulla di questo è avvenuto. Il Presidente della giunta regionale in quattro anni non ha mai chiesto al Governo di aprire la trattativa per il federalismo differenziato. Ha ignorato la disponibilità più volte espressa dal Governo di essere pronti al negoziato. Ha sprecato la disponibilità delle opposizioni di centrosinistra, dei Sindaci dei Comuni capoluogo e dei Presidenti di provincia di affiancarlo in questa fase per dare più forza all’iniziativa della Regione. Ha invece deciso di buttare al vento un’irripetibile condivisione trasversale tra le forze politiche e gli amministratori locali e ha indetto un referendum consultivo basato su un quesito ovvio:

“Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”

Questo referendum andava evitato e per questo ci siamo battuti in Consiglio Regionale. E con lo stesso impegno ora ci batteremo affinché questa consultazione non venga strumentalizzata da Maroni e dai partiti che compongono la sua maggioranza. Ci batteremo affinché la campagna referendaria non si trasformi in una campagna elettorale pagata con i soldi dei cittadini. In queste settimane abbiamo assistito a dichiarazioni roboanti sul tema del residuo fiscale, ad annunci sulla sicurezza e ad una campagna di comunicazione sul referendum senza precedenti, già costata un milione e mezzo di euro. Maroni parla di trattenere 54 miliardi in Lombardia, una cifra che è più del doppio del bilancio dell’intera Regione e della legge di stabilità 2016 per l’intero Paese.

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Sondaggi elettorali SWG: il declino dell’area a sinistra del PD, 13 ottobre 2017


Termometro Politico

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I miei genitori si dividono. E io?, di A. Cecatiello e C.A. Clerici, Red edizioni, 2017 – recensione in Bye Bye Cupid


I miei genitori si dividono. E io? Autori: Armando Cecatiello, Carlo Alfredo Clerici Casa editrice: RED

Sorgente: Recensione: “I miei genitori si dividono. E io?” di A. Cecatiello e C.A. Clerici – Bye Bye Cupid

La progettazione di interventi psicosociali. Linee guida ed esempi applicativi – Cristiano Inguglia, Carocci Faber


Cosa è un progetto di intervento psicosociale? Quali sono i passi fondamentali che portano alla sua stesura? Che forma può assumere e quali destinatari può raggiungere? Questi sono alcuni degli interrogativi a cui il volume cerca di trovare una risposta. Nato a partire da anni di pratica professionale nel campo della progettazione, il libro si rivolge a psicologi, assistenti sociali, educatori, animatori e si pone l’obiettivo di fornire linee guida, indicazioni operative ed esempi applicativi utili per la stesura di progetti di intervento nel campo delle scienze psicologiche e sociali. Il libro è suddiviso in due parti. Una prima sezione mira ad analizzare, in generale, i concetti e i termini chiave del project management, nello specifico, quelli relativi alla fase di elaborazione e redazione di un’idea progettuale. Una seconda parte è dedicata alla presentazione di esempi applicativi che seguono le linee guida fornite nella prima sezione. In particolare, vengono descritti dieci progetti di intervento che si riferiscono ad azioni di diverso tipo (organizzazione di corsi di formazione e aggiornamento, creazione di strutture e/o servizi, realizzazione di attività educative e ricreative) e sono rivolti sia a varie tipologie di destinatari (bambini, adolescenti, giovani adulti, insegnanti, medici ecc.) sia a contesti differenti (scuole, comunità, quartieri, stadi, aziende, enti di formazione ecc.).

La parola del giorno:  STORYTELLING, 13 ottobre 2017


Storytelling

Arte del raccontare storie impiegata come strategia di comunicazione persuasiva, specie in ambito politico, economico ed aziendale

voce inglese, composta di [story] ‘storia’ e di un derivato del verbo [to tell], ‘dire, raccontare’.

C’era una volta l’arte più antica del mondo, quella di raccontare storie. Per mezzo di questa pratica, come sappiamo, si è costituita una parte fondamentale del patrimonio culturale mondiale, tramandatoattraverso fiabe, racconti e leggende, che agivano sul coinvolgimento emotivo di chi ascoltava e rimanevano così indelebilmente impresse nelle menti. A distanza di millenni, lo scopo di chi racconta storie, aprescindere dal mezzo (orale o scritto) o dal medium (inteso come mezzo di comunicazione utilizzato, è sempre quello di catturare l’attenzione, di suscitare i sentimenti più disparati e, perché no, di venire ricordato il più a lungo possibile.

Lo storyteller vuole incantare il suo pubblico, ma dall’incantareall’ingannare il passo non è poi così lungo. Così lo storytelling, che in inglese indica in maniera molto generica l’attività consistente nello scrivere o raccontare storie – spesso in un contesto di celebrazioneculturale e folkloristica, di spettacolo e quindi di finzione -, nella nostra lingua cavalca quel labile confine tra incanto e inganno assestandosi nell’ambito della comunicazione persuasiva, quella della pubblicità, del marketing e della politica. Le storie, anche in questi casi, vengono sempre sfruttate per agire sui sentimenti e non sul raziocinio, per affascinare l’interlocutore e per convincerlo di qualcosa che spesso non corrisponde alla realtà, o corrisponde a una realtà parziale, artefatta. Ma l’accezione piuttosto negativa deriva anche dal fatto che a trasmetterle siano individui da cui dovrebbe invece essere preteso un resoconto puntuale dei fatti.

Vera e propria tecnica di convincimento affinata attraverso anni di studi e di pratica, lo storytelling politico ed economico trasforma il genio creatore in un contastorie nel senso di contafrottole, di un bugiardo che si nasconde dietro la seduzione di una favola per illudere chi gli presta attenzione. In italiano, come corrispettivo, si è spesso parlato di narrativa dei politici, ma anche di affabulazione, in cui il riferimento alla volontà di ammaliare e sedurre è probabilmente più esplicito.


Con Eleonora Mamusa, linguista e lessicografa, a venerdì alterni sviscereremo un nuovo anglicismo

Sorgente: La parola del giorno [Storytelling] – pamalteo@gmail.com – Gmail

Vita di condominio


Sorgente: Vita di condominio

Stephen King (1947): Il lato meno bello di Twitter e che mi piace meno, è – come dice Clint Eastwood che “i pareri sono come il buco del culo, tutti ne hanno uno”, e chiunque sdottora su qualunque cosa”in Corriere della Sera – Lettura, 8 ottobre 2017 il lato 


il mio contemporaneo Stephen King (1947) dice: “Twitter mi piace tanto perchè mi fa sforzare, mi costringe a comprimere una idea in una riga e poco più. Il lato meno bello, che mi piace meno, è – come dice Clint Eastwood che “i pareri sono come il buco del culo, tutti ne hanno uno”, e chiunque sdottora su qualunque cosa”in Corriere della Sera – Lettura, 8 ottobre 2017

Sorgente: Paolo Ferrario

la nuova legge elettorale approvata alla Camera dei Deputati, ora passa al Senato, 12 ottobre 2017


Piero Dominici : “La società interconnessa è una società ipercomplessa, in cui il trattamento e l’elaborazione delle informazioni e della conoscenza sono ormai divenute le risorse principali … “, già pubblicato nel gruppo facebook Servizi sociali ed educativi: informazioni


Il dominio della macchina ha cercato di negare l’esistenza di questa dimensione spirituale, mentre ciò che rende l’uomo veramente umano è la sua abilità a proiettare se stesso nel mondo attraverso la tecnica e le forme d’arte. Tentare di castrare gli attributi della soggettività equivale a ridurre l’uomo all’impotenza, a farne il trastullo di forze capricciose in un mondo assurdo, a renderlo, in altre parole, una creatura e non un creatore

(Lewis Mumford)

La società interconnessa è una società ipercomplessa, in cui il trattamento e l’elaborazione delle informazioni e della conoscenza sono ormai divenute le risorse principali; un tipo di società in cui alla crescita esponenziale delle opportunità di connessione e di trasmissione delle informazioni, che costituiscono dei fattori fondamentali di sviluppo economico e sociale, non corrisponde ancora un analogo aumento delle opportunità di comunicazione, da noi intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza che implica pariteticità e reciprocità (inclusione). […] La tecnologia, i social networks e, più in generale, la rivoluzione digitale, pur avendo determinato un cambio di paradigma, creando le condizioni strutturali per l’interdipendenza (e l’efficienza) dei sistemi e delle organizzazioni e intensificando i flussi immateriali tra gli attori sociali, non sono tuttora in grado di garantire che le reti di interazione create generino relazioni, fino in fondo, comunicative, basate cioè su rapporti simmetrici e di reale condivisione. In altre parole, la Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione (1996) ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco.

(Piero Dominici)

Economia e società della condivisione (Dominici, 1996) sono “oggetti” e fenomeni complessi che pongono alla nostra attenzione diverse questioni e diversi livelli di analisi che non possono essere banalizzati o, comunque, ridotti semplicemente alla natura economica e razionale (?) degli scambi e di certe dinamiche sociali: eppure, l’errore (e il rischio) è stato/è/sarà quello di continuare a pensare, gestire, provare a normare la cd. Sharing Economy senza pensare/immaginare/comprendere la Sharing Society e le potenzialità che la contraddistinguono e che – bene precisarlo – non riguardano soltanto la dimensione tecnologica e digitale. Un approccio e un’impostazione che, peraltro, fanno coincidere la Persona e il Cittadino – con i relativi diritti/doveri e le libertà/responsabilità – esclusivamente con la “figura” del Consumatore, con preoccupanti derive e possibili cortocircuiti per la cittadinanza, l’inclusione, la stessa democrazia (si pensi anche alle questioni cruciali della profilazione, della trasparenza e, più in generale, della sorveglianza) che, evidentemente, non gode di un buono stato di salute; un approccio e un’impostazione che, con poca consapevolezza, non considerano adeguatamente la rilevanza strategica della fiducia, meccanismo e “dispositivo” fondamentale per la stessa esistenza del legame sociale, oltre che vero “fattore” abilitante della sharing economy. Questioni di cui tutti parlano ma pochi ne hanno effettivamente compreso le implicazioni. A ciò si aggiunga che, come affermato più volte in passato, economia e società della condivisione ci costringono a ripensare anche la nostra idea di “contratto sociale”(2000 e sgg.), lo spazio dei saperi e delle competenze, il nostro stare insieme, lo spazio relazionale e comunicativo, le Comunità locali e globali che, d’altra parte, non è assolutamente scontato siano “aperte” e inclusive. Non bisogna dimenticare, in tal senso, come la cosiddetta sharing economy richieda altresì Persone e Cittadini educati alla libertà ed alla responsabilità, capaci di rigenerare, almeno in parte, quei legami sociali indeboliti e, perché no, quello Stato sociale, letteralmente collassato sotto le macerie di una crisi finanziaria globale che, con grave ritardo, si è compreso non essere soltanto di tale natura. Anche da questo punto di vista, la molteplicità e la pluralità delle “nuove” forme di condivisione e cooperazione, ma anche di scambio economico (e penso, su tutte, all’economia del dono), sono difficilmente circoscrivibili e inquadrabili dalla norma giuridica, per quanto complessa e articolata: il vero problema è costruire una cultura della condivisone, della cooperazione e della collaborazione, tuttora quasi del tutto assente nonostante le narrazioni su cittadinanza e democrazia digitale e le grandi aspettative ingenerate dalla rivoluzione digitale, anche in termini di partecipazione. L’errore di fondo è – e continua ad essere – quello di volere gestire (=controllare) l’economia della condivisione (Sharing Economy) senza aver immaginato e compreso fino in fondo la società della condivisione (Sharing Society).

Come abbiamo avuto modo di sostenere anche in passato, la progressiva, oltre che pervasiva, diffusione delle tecnologie della connessione (cit.), ad alto tasso di innovazione tecnologica, sta riconfigurando architetture sociali e politiche, favorendo l’affermazione di un nuovo modo di produzione economica interamente basato, più che sul possesso, sulla capacità di elaborazione e di diffusione delle informazioni e delle conoscenze. La cosiddetta società/economia della conoscenza, sostituendo progressivamente le risorse materiali con quelle immateriali, determina e rende possibili nuove forme di scambio sociale e reciprocità (in particolare, scambio e condivisione di conoscenze, competenze e tempo) le cui potenzialità e implicazioni sono ancora difficilmente immaginabili, definibili, prevedibili; una società della conoscenza che, guidata nei suoi percorsi evolutivi dalla rivoluzione digitale, porta con sé anche nuove asimmetrie sociali (per questo ho proposto la definizione di “Società Asimmetrica”) che la Politica, sempre più ridimensionata a livello della prassi dall’economia e dalla finanza, non sembra assolutamente in grado di affrontare e gestire.

L’economia globale della conoscenza continua a mantenere al suo interno due spinte (Dominici 1998, 2003, 2005) che si affrontano dialetticamente in campo aperto senza lasciare intravedere la possibilità di una sintesi: da una parte l’interdipendenza (e interconnessione) economica e tecnologica, dall’altra, la frammentazione sociale, politica e culturale. Alla base di queste dinamiche vi è, in ogni caso, la ben nota consapevolezza della crisi del pensiero – ma anche dei saperi e dei sistemi interpretativi prodotti – non più in grado di fornire modelli di problemi e soluzioni accettabili (Kuhn). Dentro la Società Interconnessa, le dimensioni globali della comunicazione e della produzione sociale di conoscenza hanno assunto una rilevanza senza precedenti, che vincola la Politica ad individuare ed elaborare strategie adeguate per ridurre tale ipercomplessità. È in gioco l’inclusione degli attori sociali e, in particolar modo, di coloro che vivono ai margini del nuovo ecosistema: un’inclusione che non sarebbe tale qualora si rivelasse – come sta accadendo – un’inclusione per pochi e non servisse anche a contrastare quella percezione diffusa di isolamento, di indebolimento del legame sociale e, nello specifico, dei meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione. Sembrano profilarsi nuove opportunità di democratizzazione della conoscenza e dei processi culturali in grado di scardinare, definitivamente, il vecchio modello industriale costituito da assetti consolidati, gerarchie, logiche di controllo e di chiusura al cambiamento. Anche se – ne dobbiamo essere consapevoli – per queste nuove opportunità c’è anche un prezzo da pagare, soprattutto in termini di privacy e diritti.

La conoscenza, risorsa immateriale strategica per il mutamento in corso, è appunto “risorsa” costantemente riproducibile, trasferibile e riutilizzabile e ciò determina profondi cambiamenti nei modelli produttivi e distributivi, che vanno di pari passo con un aumento esponenziale della complessità sistemica e organizzativa (con nuovi bisogni comunicativi). Una risorsa che comincia anche ad essere sempre più vista e percepita come bene comune in grado (potenzialmente) di ristabilire rapporti sociali e di potere meno squilibrati e asimmetrici. Nonostante le numerose criticità, non possiamo non rilevare come le reti del nuovo ecosistema agevolino e abilitino, in ogni caso, la collaborazione e la cooperazione ma – come ripeto spesso – è (e sarà) sempre il fattore umano, sociale e relazionale (dovremmo allargare il discorso a scuola e università) a fare la differenza, dentro e fuori le organizzazioni, dentro e fuori i sistemi sociali.

La tecnica e la tecnologia, prodotti complessi dei contesti storico-culturali e delle culture (e non, come molti continuano a sostenere, “oggetti” non appartenenti, quasi esterni, alla/e cultura/e stessa/e) continuano ad imprimere costantemente accelerazioni repentine a organizzazioni e sistemi sociali, con profonde implicazioni per le identità, le Soggettività e gli ecosistemi relazionali e comunicativi; implicazioni e dinamiche sistemiche che ci costringono – come ribadito più volte in passato (1998 e sgg.) – a ripensare, non soltanto modelli, strategie, politiche, ma anche, e soprattutto, categorie e relative definizioni, non ultime quella di “reale, “virtuale”, “Persona”, “relazione”, “vita”, “identità”, “umano”, “naturale”, “artificiale”, “etica” etc. Conseguentemente, diventa «Di fondamentale importanza, in tal senso, ridefinire lo spazio del sapere (dei saperi) e ripensare lo “spazio relazionale” (1996 e sgg.), all’interno del quale si costruiscono le identità – che non sono mai date una volta per tutte…in costante divenire – e le soggettività: “costruzione” che avviene attraverso il dialogo, la conversazione, la reciprocità, l’empatia, la comunicazione = processo sociale (complesso) di condivisone della conoscenza (potere). Siamo sempre un “NOI” e non un “IO” (identità < > riconoscimento), anche se non ne siamo consapevoli. Esistiamo, sempre e comunque, all’interno di un sistema di reti di conversazione e comunicazione. Perché conoscere/sapere è vivere e viceversa e tali dinamiche nascono e si evolvono, sempre e soltanto, attraverso gli ALTRI, in chiave sistemica, oltre che relazionale. Livello “micro” (quello delle relazioni e dell’interazione sociale) e livello “macro” (quello delle organizzazioni, dei sistemi, degli Stati-nazione etc.), non soltanto non sono separati, ma si influenzano reciprocamente e sono in costante connessione e relazione…un duplice livello di analisi che, come ripetuto tante volte negli anni, richiede approccio alla complessità e una prospettiva sistemica (superamento del principio di causalità, di qualsiasi forma di determinismo mono-causale e riduzionismo; tante le concause e molteplici le variabili da considerarsi; sistemi e organizzazioni evolvono e si differenziano non in maniera lineare etc.). La sfida della e alla complessità ci chiede di ripensare educazione e istruzione, in maniera profonda, radicale. Significa ripensare gli stessi concetti di “libertà”, di “comunità” e, conseguentemente, di “democrazia” e, per arrivare alla stretta attualità, ripensare la nostra idea di Paese, di Europa, di Umanità (parlavo dell’urgenza di un “nuovo umanesimo”, esattamente, vent’anni fa…). Può sembrare la più classica delle lotte contro i mulini a vento…non è così e va portata avanti!”.

Un cambiamento di paradigmi di tale portata da richiedere, non soltanto approccio alla complessità e multidisciplinarità, ma anche una nuova sensibilità etica ed una (profonda) consapevolezza che trova un significativo riferimento anche nel “principio di precauzione”. Un cambiamento di paradigmi che investe qualsiasi sfera della prassi sociale e organizzativa: dall’economia al potere, dall’educazione alla Politica, dalla fruizione estetica alle forme di mediazione simbolica e culturale etc. Siamo di fronte a rischi e opportunità straordinarie o, per meglio dire, a rischi che possono tramutarsi in opportunità tra le quali anche quelle legate alla realizzazione di ambienti sempre più in grado di modificare percezioni e rappresentazioni del reale, oltre che dell’ALTRO DA NOI.

DISTANZA E ASIMMETRIE…FIDUCIA E INSICUREZZA – INTERDIPENDENZA VS. FRAMMENTAZIONE (2003)

Scrivevamo qualche tempo fa: “La comunicazione, come noto, fin dalle origini delle società pre-complesse, ha alimentato incessantemente il sistema delle relazioni sociali, rappresentando il tessuto connettivo dei sistemi sociali (Dominici). Ma, tale presupposto non ci impedisce di osservare come la Rete e i media sociali stiano determinando un salto di qualità senza precedenti rispetto alle epoche passate, proprio con riferimento all’azione sociale ed alla prassi comunicativa. Allo stesso modo, si stanno susseguendo molto più rapidamente le modifiche dei meccanismi sociali correlati alla fiducia ed alla cooperazione (Coleman, 1990), a loro volta incrementate dalle reti di protezione e promozione sociale – concetto di capitale sociale (Putnam, 2000); si intensificano i legami di interdipendenza e di interconnessione che innervano il sistema-mondo, con tutte le implicazioni del caso. Ma la questione fondamentale risiede nel fatto che la società della conoscenza presenta tutte le sembianze di una società globale del rischio che ha esteso, al di là di ogni confine o limite, le dinamiche conflittuali, i rischi, le emergenze (reali e potenziali) e le anomalie sistemiche, che aumentano proprio con il progressivo differenziarsi dei sistemi complessi. Tale dimensione intercetta quella, altrettanto cruciale, della fiducia che continua a rivelarsi meccanismo sociale fondamentale in grado di ridurre la complessità (Luhmann, 1968) e di rendere sostenibile l’accettazione del rischio”. Fiducia che mantiene, da sempre, uno stretto legame con il problema del sapere e della conoscenza. I moderni sistemi sociali, spesso orfani di un modello culturale forte, sono caratterizzati ormai da instabilità e da un alto coefficiente di imprevedibilità delle azioni e dei processi; fatto, questo, che rende ancora più strategica, oltre che urgente, la scelta dell’opzione (a mio avviso, la strada obbligata) “condivisione della conoscenza”. Anche se, inutile nascondercelo, dietro le retoriche e le narrazioni (o lo storytelling) della sharing economy (o economia della condivisione) e della rivoluzione digitale si nascondono interessi, logiche di profitto (altro che #BeneComune #BeniComuni) e modelli di business che “vedono” nei nostri diritti e nella nostra privacy (on line e off line) degli ostacoli concreti al loro sviluppo. In tal senso – a mio avviso, e lo sostengo non da oggi – assolutamente fuorviante legare certi aggettivi (o concetti) a parole come tecnica, tecnologia, tecnologie: in particolar modo, con riferimento alle questioni riguardanti l’educazione, la cittadinanza, l’inclusione, la democrazia etc., la differenza è e sarà sempre legata al fattore umano (conoscenze, competenze, spazio relazionale, contesto educativo e formativo etc.) ed alla natura dei rapporti di potere (gestione, elaborazione e distribuzione delle informazioni e della conoscenza) basati, a loro volta, su regole d’ingaggio che, da sempre, si “costruiscono” all’interno delle istituzioni educative e formative (si veda, in particolare, il concetto che ho proposto di Società Asimmetrica).

Una chiave di lettura e un approccio che abbiamo proposto alla metà degli anni Novanta e che, per fortuna, trovano oggi non poche “voci” fuori dal coro seppur largamente minoritarie: su tutte ricordo l’analisi di Evgeny Morozov, peraltro molto vicina alla critica che la Scuola di Francoforte rivolgeva alla società di massa e ai modelli culturali che la contraddistinguevano.

Come abbiamo avuto modo di argomentare già in passato, la crescita esponenziale del potere finanziario ha avuto conseguenze estremamente negative per l’economia-mondo e, soprattutto, per la vita delle persone; il processo di formazione di uno spazio virtuale, ove far scorrere ad altissima velocità i flussi economici ed informativi, non ha fatto altro che privare la Politica e i sistemi di potere del controllo sul proprio corpo, separandoli ulteriormente dalla società civile e dai singoli attori sociali. E credere che la tecnologia (in particolare, le reti) possa risolvere qualsiasi problema, compreso il riavvicinamento tra Politica e cittadini, potrebbe rivelarsi l’ennesimo errore fatale. Dal momento che la prassi politica e sociale, pur trovando nuove arene virtuali di costruzione e organizzazione del consenso e/o delle opinioni, richiede il passaggio cruciale dall’elaborazione teorica all’azione pratica, concreta, che deve incidere sul decisore politico. E per far questo occorrono attori sociali informati e criticamente formati in carne e ossa, destinatari attivi e consapevoli dentro le loro reti di cooperazione sociale. Non semplici “cittadini connessi” (Dominici 1998, 2003,2005) messi in condizione di non poter tradurre operativamente istanze e progetti di una cittadinanza attiva, partecipata e non eterodiretta. Mi riferisco, in tal senso, anche al concetto che proposi anni fa di sfera pubblica (ormai) “ancella del sistema di potere”.

La trasformazione del modo di produzione economica e del mercato del lavoro, la radicalizzazione della divisione sociale del lavoro, la nascita di nuove disparità anche in termini di opportunità di partenza, di nuove forme di sfruttamento e, quindi, di nuove conflittualità; l’indebolimento delle funzioni delle tradizionali forme di partecipazione politica, (almeno per ora) illusoriamente sostituite dalle utopie della democrazia on line, hanno fatto il resto rendendo profondamente incerta l’esistenza degli individui ai quali si chiede flessibilità (precarietà) in ogni aspetto della loro vita senza offrire in cambio alcuna garanzia (Sennett, 1998; Gallino, 2001). La società degli individui, emancipatasi dai vincoli della tradizione e, in un certo senso, in balìa della crescita del potenziale della razionalità rivolta allo scopo, deve fronteggiare la crescita esponenziale delle forze produttive che rende il processo di modernizzazione riflessivo, cioè tema e problema di sé stesso.

La Rete delle reti (e le culture digitali) sta già intaccando assetti e gerarchie della società industriale e si presenta come un’estensione del sistema relazionale, uno spazio pubblico illimitato (Dominici) aperto alle intelligenze collettive (P.Lévy), alla cooperazione e all’intelligenza collaborativa (M.Minghetti), ma che potrebbe anche minare ulteriormente i meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione. Questioni e problematiche complesse che, come ribadito più e più volte anche in passato, ci obbligano a ripensare i concetti stessi di cittadinanza (non soltanto digitale) e di democrazia, ridefinendo allo stesso tempo i confini e le condizioni di un nuovo “contratto sociale” (Dominici 2003,2008 e 2015).

Tuttavia, senza politiche di lungo periodo centrate su scuola, educazione, istruzione, ricerca, la cd. società della conoscenza continuerà ad essere chiusa ed esclusiva, all’interno di un sistema-mondo sempre più segnato da nuove e profonde disuguaglianze – oltre che asimmetrie informative e conoscitive – la cui complessità, peraltro, richiede da tempo la definizione di nuovi indicatori (A.Sen).

Da questo punto di vista, non dobbiamo mai smettere di interrogarci se dietro la società e l’economia interconnessa, che sembrano comunque in grado di garantire maggiori opportunità di un’eguaglianza delle condizioni di partenza per tutti gli attori sociali, non si nasconda in realtà anche il rischio di un ulteriore indebolimento del tessuto connettivo dei sistemi sociali e di una passività generalizzata da parte di individui (persone/attori sociali) convinti che la rivoluzione digitale sia, comunque e sempre, un’opportunità in sé; convinti che il virtuale (in ogni caso, stato altro dell’essere) sostituisca il reale, al di là di una sua effettiva traduzione operativa capace di produrre cambiamento e decisioni politiche. Il pericolo è anche, e soprattutto, quello di un’omologazione culturale, vero e proprio terreno fertile per una civiltà del controllo sociale totale e della sorveglianza in grado di ridurre i margini di libertà del cittadino/consumatore. Pertanto, pur essendo indubbio che la Società Interconnessa (2014) rappresenti concretamente una straordinaria possibilità di emancipazione e liberazione delle forze e delle energie del tessuto sociale e globale, gli Stati-nazione devono essere attenti affinché la Grande Rete, oltre ad accrescere concretamente le possibilità comunicative e conoscitive, contribuisca anche a creare un tipo di umanità culturalmente più evoluta ed aperta, in grado di contrastare quella che alcuni vedono come la fine del sociale e la crisi dei meccanismi sociali di fiducia e reciprocità (Touraine, 2004).

LA SOCIETÀ IPERCOMPLESSA: CIVILTÀ IPERTECNOLOGICA/IPERCONNESSA E NUOVO UMANESIMO (1996)

La globalizzazione, già a partire dagli anni Novanta, trova nel capitalismo finanziario, prima ancora che culturale e della conoscenza, il suo “motore” trainante e trova Stati-Nazione deboli ed una Politica particolarmente marginale, che tenta di governare processi così complessi e transnazionali servendosi di regole inadeguate perché definite quando gli Stati-Nazione erano forti e autorevoli anche nella negoziazione con i poteri economici. Attualmente, la Politica riconosce come interlocutori (?) i poteri economici ed le grandi corporations, attribuendo loro il ruolo e la possibilità di negoziare regole e norme che governano (dovrebbero governare) il mercato, già a livello della loro definizione e scrittura.

La globalizzazione, questa globalizzazione contro cui si sono levate non poche voci critiche, con le sue grandi opportunità ma anche con le drammatiche disuguaglianze/asimmetrie – economiche e culturali – che ha finora comportato (la definizione che ho proposto è quella di “società asimmetrica”**), ripropone la necessità, per certi versi rivoluzionaria, di ripensare il paradigma anche, e soprattutto, nella prospettiva di un nuovo modello di sviluppo, oltre che nella ricerca di un “nuovo umanesimo”. Si tratterebbe, evidentemente, del ritorno estremamente importante di un’idea – di un “progetto” – globale e complessiva riguardante la teoria e la prassi che la modernità radicale ha messo in crisi. Una crisi che trae ulteriore forza proprio dall’ambivalenza e dall’imprevedibilità che caratterizzano da sempre i processi sociali e culturali, i sistemi e la vita sociale. Tuttavia, come abbiamo ribadito in più occasioni, occorre un Nuovo Umanesimo che sappia andare oltre le “vecchie” visioni antropocentriche che la civiltà ipertecnologica del rischio ha reso deboli e, per certi versi, inadeguate.

Siamo di fronte ad una crisi, evidentemente non soltanto economica, le cui caratteristiche sono state lucidamente messe in evidenza dalle parole di uno dei più importanti filosofi del XX secolo: Emmanuel Lévinas. Il pensatore ebreo, di origini lituane e di lingua francese, nel suo Umanesimo dell’altro uomo, con le sue parole squarcia il velo posto sul Novecento – forse il secolo, allo stesso tempo, più rivoluzionario e contraddittorio della storia – configuratosi fin dall’inizio come il secolo dell’homo faber, delle sue utopie e delle sue certezze illimitate (spesso causa di conflitti e tragedie), della ragione, della scienza e della tecnica. Un’epoca storica che continua a segnare la contemporaneità, anche nei suoi tratti più ambigui, e che, in un certo senso, ha rimosso – non riconoscendole alcuna legittimità – la prospettiva dell’umanesimo: «La crisi dell’umanesimo nella nostra epoca nasce, forse, dall’esperienza dell’inefficienza umana che la stessa abbondanza dei mezzi per agire e la vastità delle nostre ambizioni non fanno che mettere in risalto. Nel mondo in cui le cose sono tutte in ordine, in cui gli occhi, la mano e il piede sanno come trovarle, in cui la scienza prolunga la topografia della percezione e della prassi, anche se ne trasfigura il senso, nei luoghi in cui trovano posto città e campagne che gli umani abitano pur disponendosi, per diversi gruppi, in mezzo agli enti, in tutta questa realtà “alla diritta” il controsenso delle grandi imprese mancate – in cui politica e tecnica riescono giusto alla negazione dei progetti che le ispirano – rivela l’inconsistenza dell’uomo, zimbello delle sue opere. I morti insepolti nelle guerre e nei campi di sterminio avvalorano l’idea di una morte senza avvenire, rendono tragicomica la cura di sé e illusoria la pretesa dell’animal rationale in un posto privilegiato nel cosmo, la sua capacità di dominare e di integrare nell’autocoscienza la totalità dell’essere. Ma l’autocoscienza stessa si disintegra […] E quindi, il mondo fondato sul cogito appare umano, troppo umano – al punto da far cercare la verità nell’essere, in una oggettività, in un certo senso, superlativa, pura di ogni ombra di “ideologia”, senza più tracce umane».

L’analisi, per certi versi spietata, di Lévinas – ancora oggi – deve far riflettere e ci costringe, inevitabilmente, a fare i conti con quell’urgenza di “ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico”(cit.), su cui siamo tornati più volte anche di recente: un’urgenza che comporta il riconoscere nella responsabilità l’elemento connotativo essenziale delle Soggettività.

La cosiddetta società dell’informazione e della conoscenza, originatasi proprio dall’evoluzione dei meccanismi della società industriale e della prima modernità, si configura essenzialmente come una società del rischio globale, poco inclusiva e segnata da asimmetrie ogni giorno più nette; una società del rischio (Beck) globale all’interno della quale i sentimenti (percezioni) di incertezza, vulnerabilità e spaesamento non possono che progressivamente rafforzarsi, pur aumentando in maniera esponenziale le opportunità di connessione e accesso (digital divide e cultural divide permettendo): un sistema-mondo che, tanto per cambiare, mantiene al suo interno tutti gli elementi ambivalenti, contraddittori e conflittuali che ne possono determinare, allo stesso tempo, l’evoluzione verso forme migliori o la definitiva implosione/esplosione. Dialettiche che non si chiudono e non trovano una sintesi. Un sistema-mondo in cui il possesso, la gestione e la diffusione delle informazioni e delle conoscenze risultano – e risulteranno – sempre più decisivi nella soluzione di problematiche complesse (globali e locali), ormai, transnazionali.

La Grande Rete (Internet) può risultare davvero di fondamentale importanza per tentare di diffondere conoscenze e competenze di tutti i tipi (da quelle medico-sanitarie, passando per quelle più propriamente tecniche e tecnologiche, per arrivare a quelle culturali ed etiche), a patto che ci sia dietro un progetto “forte” internazionale che coinvolga i vecchi stati-nazione, in modo da determinare anche una globalizzazione dell’etica e delle libertà. Tuttavia, allo stato attuale delle cose, non possiamo non prendere atto anche del progressivo ridimensionamento della sfera dei diritti e delle libertà, mai conquistate una volta per tutte (libertà e democrazia, dialettica aperta); un progressivo ridimensionamento, sul quale occorre prestare molta attenzione – non soltanto a livello giuridico – legato proprio alle stesse opportunità (per ora, esclusive) della cittadinanza digitale e dell’e-democracy (dati – accesso – identità – profilazione).

Il processo di globalizzazione, altrimenti, è destinato ad evolversi definitivamente verso un’economia globale dell’immateriale ed un’innovazione esclusiva per pochi che anziché ridurre le profonde disuguaglianze, migliorando le condizioni materiali di vita e, soprattutto, accrescendo le libertà e i diritti degli individui, accentuerà tutti questi divari/scarti (è il caso di dire “strutturali” e “sovrastrutturali”) in maniera irrecuperabile, perché sempre più legati in primis ad una risorsa unica nel suo genere: la conoscenza (=potere).

Le difficoltà di una governance del nuovo ecosistema (e non solo di internet) sono molteplici e legate, non soltanto alla debolezza della Politica, ma anche al fatto che le reti, che innervano la società ipercomplessa e interconnessa, sono strutture aperte in grado di espandersi all’infinito, integrando una molteplicità di nodi potenzialmente senza limiti: il problema è quello delle logiche e degli utilizzi che élite, gruppi di potere, lobby, moltitudini etc. fanno delle reti sociali e dei media digitali. Le logiche dominanti sono, tuttora, quelle del controllo, della sorveglianza, della chiusura sistemica anche perché le fasi di evoluzione dei sistemi sociali, segnate da accelerazioni improvvise e straordinarie innovazioni tecnologiche, determinano sempre una crisi che è, in primo luogo, una crisi di controllo (e gestione) dei processi.

Vorrei tuttavia chiarire un equivoco, piuttosto diffuso nei discorsi e nelle narrazioni sull’innovazione: la tecnologia (e i suoi “prodotti”) non è qualcosa di “esterno” alla cultura e ai processi socioculturali, al contrario essa è dentro la cultura, ne è parte costitutiva e fondamentale, oltre a costituirne un “prodotto” complesso: dico questo perché, sempre più spesso, mi capita di leggere argomentazioni del tipo “la cultura è costretta a rincorrere la tecnologia”. Ritengo si tratti dell’ennesima dicotomia fuorviante, che va superata al fine di un’analisi critica e globale delle dinamiche in atto.

È indiscutibile come la società interconnessa abbia definito un nuovo assetto delle stesse comunicazioni di massa, contribuendo, in ogni caso, ad una riconfigurazione dei rapporti di potere. L’età dell’informazionalismo – e qui riaffermiamo la nostra prospettiva – ha segnato l’inizio di un complesso processo di civilizzazione fondato su Internet e i social-media che presenta specifiche regole di inclusione e cittadinanza, che vanno ad aggiungersi ad un sistema di regole e normative concepite, definite e applicate in un contesto di Stato-Nazione forte. Siamo di fronte ad una sintesi culturale complessa tra dimensione tecnologica e prassi sociale, tra l’umano e il tecnologico che, almeno per ora, decolla soltanto negli slogan e nelle campagne di marketing.

Torna la questione della relazione strettissima esistente tra comunicazione, come accesso e condivisione, inclusione e cittadinanza. Adottando questo punto di vista, la cittadinanza digitale non è qualcosa di diverso rispetto all’idea originaria di cittadinanza consolidatasi intorno a quel patrimonio di diritti fondamentali della Persona. Ne emerge un’idea complessa e dinamica di cittadinanza che non è mai “data” una volta per tutte e non può essere definita/imposta/calata dall’alto – così come accade per modelli e pratiche di partecipazione – perché, come vado dicendo da molti anni, va costruita socialmente e culturalmente nei processi educativi e, più in generale, nei luoghi dell’educazione e della formazione.

EPILOGO

La condivisione delle risorse conoscitive e delle competenze, unita ad adeguate (e complesse) politiche di scolarizzazione e formazione a più livelli (ci sono sempre le “eccezioni”, ma la situazione non è rosea anche per ciò che riguarda la qualità dei nostri laureati), rappresenta a nostro avviso “la” strada che non è più possibile non percorrere: la tecnica e le tecnologie (con il linguaggio, la cultura, la specializzazione dei saperi etc.) ci hanno messo in condizione di trasformare la realtà, e non soltanto di adattarci ad essa. Ma da sole non sono sufficienti. Servono cultura, conoscenza (e comunicazione, tra i saperi e tra le competenze), ricerca e formazione (continua!), non soltanto per (provare a) governare i processi e le dinamiche della società della conoscenza e dell’economia della condivisone (sharing economy); per curare le malattie, irrigare i campi, costruire le infrastrutture, ma anche per poter parlare di diritti e di libertà con i soggetti più deboli, permettendo loro di esserne consapevoli, di pensare con la propria testa, di essere cioè cittadini e non “sudditi”. In altre parole: servono cultura, conoscenza (e comunicazione, tra i saperi e tra le competenze), ricerca e formazione (continua!) sia per definire e realizzare le condizioni abilitanti della “vera” innovazione, quella sociale e culturale, che per mettere in condizione le Persone di essere Cittadini e non semplici consumatori (anche di cultura). Educazione, cultura e “sapere condiviso” (2003) che sono decisivi anche per contrastare i germi di una società globale fortemente individualista e, soprattutto, indifferente verso l’Altro, verso l’ambiente, verso le Comunità: a questo livello, si pone anche la questione cruciale della sostenibilità. Educazione, istruzione, ricerca e formazione (l’ho dato per scontato ma meglio dichiararlo…servono investimenti importanti!) sono necessarie per esistere dentro il nuovo ecosistema (Dominici, 1998).

CITTADINANZA E PARTECIPAZIONE

Chiudo recuperando le parole di un precedente contributo.

Diciamocelo chiaramente: per ora, siamo fermi all’illusione di una relazione meno asimmetrica con il potere, la politica e le istituzioni; per ora, siamo fermi ad un’immagine ideale, e idealizzata, del Cittadino e del Consumatore per i quali pensiamo e realizziamo strutture, servizi, modelli e pratiche partecipative che, al di là delle narrazioni, risultano sempre “calati dall’alto”; per ora, siamo fermi alla convinzione che il (continuo) ricorso alle leggi e alla tecnologia siano le uniche soluzioni ai problemi organizzativi, sociali e culturali di un Paese (stesso discorso si potrebbe fare per altri Stati-nazione) che – come più volte ripetuto – vive una crisi soprattutto culturale e di civiltà. Un Paese sempre più alla ricerca anche, e soprattutto, di un’identità, oltre che di un rilancio economico, magari con un ruolo da protagonista (?), nell’economia digitale e dell’immateriale. Un Paese che, al contrario, sembra trovarsi in una condizione di costante navigazione a vista, all’interno della quale ci stiamo forse accorgendo anche di tante false e fuorvianti narrazioni – e relativo storytelling – sul digitale, sull’inclusione, sulle riforme a costo zero (vecchissimo tema) e su un’innovazione inclusiva (Dominici 2000 e sgg.), raccontata come un’opportunità per tutti e a portata di mano: per ora, invece, siamo di fronte ad un’innovazione fondata sul principio di esclusività. Con le seguenti aggravanti: 1) la poca consapevolezza che non può /non potrà esserci alcuna “cittadinanza digitale” senza garantire le condizioni e i prerequisiti della cittadinanza (rinvio ad altri contributi, anche datati, sui temi dell’educazione, dell’istruzione, della costruzione sociale della Persona e del Cittadino); 2) allo stesso modo, la poca consapevolezza che non ci può/non ci potrà essere alcuna (vera!) partecipazione senza Cittadini consapevoli e criticamente formati; 3) il grave ritardo nella cultura della comunicazione (comunicazione è organizzazione) di questo Paese che continua a fare confusione, a livello organizzativo e sistemico, tra comunicazione e mezzi di comunicazione, tra comunicazione e connessione, tra comunicazione e marketing, tra comunicazione e informazione, tra informazione e conoscenza, tra tecnologia e metodologia, tra informatica e digitale etc. Con tutte le conseguenze del caso. Non ultime, quelle di Persone, Cittadini, consumatori, elettori che, contrariamente allo storytelling egemone, sono ben “lontani dal centro” dei servizi, dei processi, delle strategie, delle politiche (?) adottate.

N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui.

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle scorrettezze ricevute. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da tanti anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede. Buona lettura!

Sorgente: Servizi sociali ed educativi: informazioni

pubblicato anche qui:

http://www.techeconomy.it/2016/06/08/lerrore-voler-gestire-la-sharingeconomy-senza-aver-immaginato-compreso-la-sharingsociety/

La nuova legge elettorale | Gruppo Pd – Camera dei deputati | 12 ottobre 2017


Le soglie di sbarramento nazionali sono del 10% per le coalizioni e del 3% per le liste.

I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale e i partiti coalizzati presentano candidati unitari nei collegi uninominali.

L’elettore esprime un unico voto che vale per una lista proporzionale bloccata corta ( da due al massimo 4 nomi di candidati sulla scheda e, quindi, conoscibili) in una circoscrizione plurinominale e per il candidato nel collegio uninominale.

 

CAMERA

Come si eleggono i 630 deputati

232 con sistema maggioritario dove vince chi ottiene più voti nei collegi uninominali (231 collegi uninominali – che comprendono 6 del Trentino Alto Adige/Sud Tirolo, 2 del Molise – cui si aggiunge 1 collegio uninominale in Valle D’Aosta).

386 con sistema proporzionale tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento .

12 eletti nella circoscrizione estera.

 

SENATO

Come si eleggono i 315 senatori

116 con sistema maggioritario dove vince chi ottiene più voti nei collegi uninominali (che comprendono 6 collegi uninominali  del Trentino Alto Adige/Sud Tirolo, 1 collegio uninominale in Valle D’Aosta).

vai alla intera scheda:

Sorgente: La nuova legge elettorale | Gruppo Pd – Camera dei deputati | News, informazioni e tanto altro sulle nostre attività

Claudio Negro, Disoccupazione Giovanile: dimensioni reali, cause e cure – in Mercato del lavoro news n.20, 2017


Mercato del lavoro news n.20
Disoccupazione Giovanile: dimensioni reali, cause e cure

Per mettere a fuoco la questione dell’occupazione giovanile è opportuno fare il punto sui dati reali dai quali partire, nonché sulle tendenze della domanda di lavoro.
Innanzitutto è opportuno scomporre la fascia che nella consuetudine statistica identifica i “giovani” in coloro che stanno tra i 15 e 34 anni in due fasce più precise: 15-24 e 25-34. Ciò fatto i dati più recenti (ISTAT primo semestre 2017) ci dicono che l’occupazione nella fascia 15-34 è del 40,7%, la disoccupazione del 20,8% e il tasso di inattività ( i cosiddetti NEET, coloro che non sono inseriti in un percorso istruzione-formazione) è del 48,7%. Scomposti nelle due sottoclassi il tasso di occupazione risulta essere il 16,8% per la fascia 15-24 e il 61,6% per quella successiva. Il tasso di inattività rispettivamente del 74,5% e 25%. Un tasso di inattività così assurdo, e un altrettanto assurdo tasso di occupazione, devono ovviamente mettere in discussione la statistica. Come fanno notare Del Boca e Mundo il tasso di disoccupazione è calcolato dividendo i disoccupati di una determinata classe di età per la corrispondente forza di lavoro. Per tutte le classi di età over 24 la forza di lavoro rappresenta una percentuale molto alta della corrispondente popolazione, tra il 70-80%, mentre fa eccezione la classe di età 15-24 anni nella quale la forza di lavoro nel 2016, rappresenta solo il 26,6% della popolazione di pari età, poiché la maggior parte dei ragazzi studia ed è ancora a scuola o all’università. Un denominatore così basso, rispetto a quello delle altre fasce di età, produce valori gonfiati anche con un numero basso di disoccupati reali. Del Boca e Mundo propongono di utilizzare un dato più oggettivo: l’incidenza della disoccupazione (cioè di coloro che cercano lavoro senza trovarlo) rispetto alla popolazione di ogni fascia di età. Ed ecco che il panorama cambia: il 10% di disoccupati per la fascia 15-24, contro il 7,8% della media UE. Peggio il dato della fascia 25-34, che presenta un 12,9% di disoccupati contro il 7,5% dellEuropa.
Questa statistica ci dice che il numero dei giovani che cercano lavoro ma non lo trovano in Italia è superiore alla media dell’UE ma non in modo drammatico. Tuttavia, e questo spiega l’aumentare del numero dei disoccupati rispetto alla popolazione nella fascia 15-35, il numero dei giovani NEET nella fascia 15-29 anni tocca il 24,3%. In sostanza molti giovani non cercano lavoro, e questo “migliora” le statistiche sulla disoccupazione, che fanno riferimento a chi il lavoro lo cerca ma non lo trova. Il dato sui NEET in questa fascia di età è calato dal 26% del 2013 al 24,3% del 2016: è probabile che in buona parte ciò dipenda da Garanzia Giovani, che ha coinvolto a vario titolo 344.000 giovani, confermando di essere uno strumento utile ma insufficiente. Da notare che se in questa fascia di età sommiamo i disoccupati ai NEET arriviamo al 27%, superati (dato OCSE) solo dalla Turchia.

I motivi della disoccupazione dei giovani sono in larga parte strutturali e possono essere ricondotti alla qualità dei percorsi formativi, la cui modestia è ben nota: L’Italia è il Paese Ocse con la maggior percentuale di giovani in età lavorativa (16-29 anni) e adulti (30-54) con scarse competenze di lettura, rispettivamente il 19,7% e il 26,36%. L’Italia ha inoltre la percentuale più elevata di persone con scarse abilità in matematica tra gli adulti, il 29,76%, e, l’aspetto più allarmante, la seconda tra i giovani in età lavorativa, il 25,91%. In generale, riferisce la tabella Ocse per la misurazione dell’ “occupabilità” dei giovani, il nostro Paese è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.
A questo dato consolidato si aggiungono le tendenze della domanda di lavoro nella fase post crisi e col dilagare della rivoluzione digitale (Industry 4.0): la domanda di lavoro si polarizza con forte aumento della domanda di professionalità scientifiche e tecniche, calo della domanda di professioni intermedie (impiegati, operai specializzati, conduttori di impianti) e incremento della domanda di professioni non qualificate. Il sistema di istruzione-formazione non è in grado di rispondere a questa domanda di lavoro. Troppe lauree sono fini a sé stesse, il servizio di orientamento per gli studenti inefficiente, la comunicazione tra università,e istituti superiori e sistema delle imprese è largamente insufficiente, anche se bisogna riconoscere che recentemente con i programmi di alternanza scuola- lavoro e la costituzione degli Istituti Tecnici Superiori si sono fatti passi in avanti non trascurabili.
La bassa quantità di laureati (25,3% delle persone tra 30 e 35 anni, contro il 38,7% della media europea) contribuisce a penalizzare l’occupazione dei giovani: basti considerare che tra chi ha conseguito una laurea triennale nel 2011 il 72,8% nel 2015 era occupato, così l’80,3% di chi aveva una laurea quadriennale e l’84,5% di chi aveva una laurea specialistica (si tratta ovviamente di un dato medio: si va da un 54% dei laureati in psicologia al 93,7% degli ingegneri); molto più basso il dato dei diplomati: il 62,6% di chi nel 2011 aveva concluso un percorso di formazione professionale, il 56,7% dei diplomati agli Istituti Tecnici e e il 26,8% dei diplomati a un Liceo (in questo caso bisogna però dire che il 53,4% di costoro nel 2015 erano ancora impegnati in un percorso universitario): pochi laureati, pochi giovani occupati!
Ma il discorso sulla formazione merita un approfondimento particolare, che non faremo ora. Un ultimo dato per rappresentare il mismatch tra formazione e mercato del lavoro: Confartigianato Lombardia mette periodicamente in rete le ricerche di personale di piccole aziende lombarde; si tratta di profili quasi mai eccelsi: panificatori, calzolai, baristi, camerieri, idraulici, elettricisti, antennisti, legatori di libri, ecc. L’assunzione è offerta con contratto a tempo indeterminato da subito. Ciononostante le candidature sono di gran lunga inferiori rispetto alle richieste, in una regione dove la disoccupazione giovanile tra i 15 e i 29 anni è del 18,7%.

Gli interventi sul sistema formativo richiedono ovviamente tempi ragionevoli (anche se per esempio un servizio serio di orientamento per gli studenti rispetto al mercato del lavoro potrebbe essere attivato immediatamente). Giustamente il Governo si pone il problema di come favorire l’occupazione dei giovani qui e ora, e la risposta più ovvia è quella degli incentivi coniugati alla flessibilità, strumenti entrambi messi in gioco dal Jobs Act con buoni risultati. Se si interverrà con un taglio importante del costo del lavoro, da rendere almeno in parte permanente, mirato all’assunzione a tempo indeterminato dei giovani, il risultato sarà indubbiamente positivo, visto che la domanda di lavoro è in crescita. Indirizzarla verso una specifica classe di età non è scorretto: rimette in corsa un’offerta di lavoro spesso considerata “povera” dalle aziende perché priva di formazione specifica ed esperienza.
Un’obiezione è che una misura di questo tipo sia superflua, quando le imprese possono avvalersi dell’apprendistato professionalizzante, che concede sconti contributivi di tutto rispetto ( e che infatti ha ripreso fortemente quota quando è terminato l’incentivo del Jobs Act sulle assunzioni a tempo indeterminato). Crediamo però che sia opportuno fare una riflessione sull’apprendistato. In Germania, Svizzera ed altri Paesi è un istituto dall’efficacia formidabile, in quanto consente al giovane di studiare e fare un’esperienza lavorativa allo stesso tempo. Tra il corso di studio e l’esperienza lavorativa c’è coerenza e il dialogo impresa-scuola è strettissimo. La cosa che in Italia ci assomiglia di più è il cosiddetto apprendistato di primo livello, in cui il giovane frequenta in alternanza studio-lavoro un percorso che lo porta al diploma ma contestualmente gli apre la porta dell’assunzione. L’apprendistato cosiddetto professionalizzante è tutt’altra cosa: si tratta di una riedizione sostanzialmente anacronistica del vecchio apprendistato delle botteghe artigiane. Il giovane viene assunto e si suppone che l’impresa lo formi, con modalità estremamente elastiche: dalla formazione formale (…stai lavorando ma ti dico che in questo momento sei in formazione…) a quella trasversale, che riguarda prevalentemente questioni quali i diritti dei lavoratori o la sicurezza, che può venire erogata dalle Provincie. Il forte ricorso da parte delle imprese a questo tipo di contratto è da ricondurre ai vantaggi della decontribuzione, mentre la parte formativa è a mala pena sopportata nelle sue procedure formali, che comportano pratiche burocratiche invise alle piccole imprese. Si potrebbe ipotizzare di eliminare l’apprendistato professionalizzante sostituendolo con gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminati di giovani, e spostare risorse sull’apprendistato di primo livello e di terzo livello (conseguimento della laurea o del diploma in alternanza studio lavoro, oggi scarsamente praticato ma fondamentale per la continuità tra percorsi universitari e di lavoro).

Come dice E. Moretti (La nuova geografia del lavoro): “…per la prima volta nella storia, il fattore economico più prezioso non è il capitale fisico, o qualche materia prima, ma il capitale umano e la sua capacità creativa”. Se non si investirà adeguatamente in questo, il gap di produttività che oggi ci separa dall’Europa non verrà mai superato e il treno della rivoluzione digitale verrà perduto.
(a cura di Claudio Negro)

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Claudio Negro, Il fantasma del precariato: il lato oscuro della ripresa? – Mercato del Lavoro News – n.21


Mercato del Lavoro News – n.21

Il fantasma del precariato: il lato oscuro della ripresa?

La ricerca della Fondazione Di Vittorio del 7 ottobre, peraltro bella e ben documentata, paga però dazio all’esigenza politica della CGIL di dimostrare che comunque le cose continuano ad andare male (sarà perché nessuno si è filato il Piano Straordinario per l’Occupazione..?).
Innanzitutto è curioso che confronti i dati 2017 con quelli 2004, cioè un anno ancora lontano dai picchi di occupazione pre crisi e anche dai flessi massimi osservati durante la crisi. Perchè allora il confronto con il 2004? Perchè è stato l’ultimo anno in cui i contratti a termine sono diminuiti (così il paragone rifulge meglio…); e diminuirono perché a partire da quell’anno vennero a terminare modalità di assunzione quali il contratto di formazione-lavoro. Nel 2004 i contratti a tempo definito furono 1,909,000, pari a 8,5% del totale degli occupati. Già dall’anno successivo questi contratti cominciarono ad aumentare: al 9% nel 2005, al 9,8% (con un numero assoluto di 2.269.000) nel 2007, al 9,9% (2.323.000) nel 2008. Da notare che in questi anni i contratti di collaborazione (quindi a termine) erano rispettivamente 497.000, 490.000 e 465.000, con percentuali che vanno dal 2,2% al 2%. Dopo una leggera flessione in numero assoluto nel 2009 il dato ricomincia a crescere: per il 2011 disponiamo solo dei dati aggregati che mescolano contratti subordinati a termine e collaborazioni, per un totale di 2.719.000 pari all’11,8% che possiamo confrontare con l’analogo aggregato del 2008: 2.788.000 e 11,7% (è chiaro che anche se il numero assoluto di contratti scende aumenta l’incidenza percentuale perchè diminuisce l’occupazione globale); dunque l’incidenza dei contratti a termine torna al livelli 2008 e li supera. Per il 2012 e 2013 torniamo alla rilevazione dei soli contratti subordinati a termine: sono rispettivamente 2.083.000 pari al 9,49% e 2.229.000 pari al 9,94%, quindi in entrambi i casi superiori (in incidenza percentuale) al dato 2008.
Nel 2014 i dipendenti a termine sono 2.277.000 pari al 10,2%, se li sommiamo alle collaborazioni arriviamo a 11,9%.. Nel primo semestre 2017 dipendenti + collaborazioni assommano a 2.800.000 unità, pari al 12,15.
Dunque osserviamo una costante e sostanzialmente uniforme crescita dal 2005 a oggi: dall’11,2% del 2005 al 12.1 di oggi. Una crescita senz’altro, ma non travolgente e comunque radicata negli ultimi 12 anni di storia del mercato del lavoro, senza nessuna variazione evidente in relazione alla crisi o alla ripresa post crisi. Del resto è del tutto omogenea alle dinamiche in atto nell’UE, dove l’incidenza dei lavoratori temporanei sul totale dei dipendenti si attesta al 14,2 per cento,
nella Uem al 15,6 per cento e in Italia al 14,0 per cento (ricordiamo che questi ultimi dati sono calcolati soltanto sui lavoratori subordinati, e non tengono conto delle collaborazioni).
Quel che cambia è la composizione interna all’aggregato dei tempi determinati: diminuisce il numero delle collaborazioni aumenta quello dei dipendenti; è troppo sperare che anni di lotta contro i finti parasubordinati abbiano prodotto un qualche effetto di trasformazione di collaborazione in contratti di lavoro dipendente?
Anche il titolaccio ad effetto “contratti a termine: un milione in più dal 2004” si basa su un confronto del tutto sbagliato sul piano metodologico: se confrontiamo i 2.800.000 rapporti a termine (dipendenti e collaboratori) del 2017 e li sommiamo con i soli dipendenti a termine del 2004 (1.909.000) otteniamo sì una differenza di 900.000, ma se invece facciamo un confronto omogeneo, considerando dipendenti e collaboratori per entrambi gli anni, vediamo che l’aumento si riduce a 152.000 unità (2.800.000 – 2.648.000). Vero è che se confrontiamo solo i dipendenti (operazione fattibile solo per gli anni 2004-2016) la differenza è di 516.000 contratti a termine in più, ma come detto sopra sulla base di dati disaggregati dipendenti-collaboratori, riteniamo che una quota significativa di questo aumento derivi da trasformazioni di contratti di collaborazione.
Sembra in sostanza eccessivo l’allarme lanciato dalla CGIL nei confronti di un fenomeno che nulla ha a che vedere con il Jobs Act e le politiche occupazionali del Governo; anzi, a dire il vero si è dimostrato sostanzialmente impermeabile anche ai provvedimenti ad hoc: il Decreto Poletti non ha determinato nessuna differenza significativa nel ritmo di crescita dei contratti a termine. Caso mai c’è da ragionare per quale motivo in tutta Europa, sia pure in presenza di legislazioni che vincolano in modo diverso il licenziamento di un dipendente a tempo indeterminato, vi sia un ricorso diffuso e omogeneo al contratto a termine. Un ragionamento che si può fare efficacemente soltanto se si evita di partire dalla dicotomia posto fisso – precariato.

Un po’ allarmistico sembra anche l’atteggiamento verso il part time: è vero che è in aumento a partire dal 2004, ma si tratta di un aumento che, a parte un picco nel 2008, è graduale e abbastanza uniforme anno per anno. Anche qui verrebbe da credere che non si tratti di un portato della crisi, ma di una dinamica storicamente determinata, in linea con quanto accade in Europa: infatti la percentuale di part time in Italia soltanto ora raggiunge quella europea: 18,8% contro 18,9%. E occorre anche notare come resti inferiore a quella di molte delle economie più sviluppate: Germania, Olanda, Regno Unito, Svizzera, Norvegia. Anche il fatto che coinvolga prevalentemente le donne non è anomalo: in Italia il part time femminile è il triplo di quello maschile, un rapporto quindi di 3 a 1. In Germania il rapporto è 4 a 1, in Svizzera 6 a 1,5, in Olanda addirittura 7 a 2, in Francia Danimarca e Svezia circa 3 a 1 come da noi.
Ciò che veramente è diverso in Italia rispetto al resto d’Europa è l’incidenza del part time involontario, e lo è storicamente: era al 40,6% nel 2008 ed è aumentato rapidamente fino a superare il 70%. Per la verità nel 2016 e 2017 è sceso a precipizio, tanto che adesso sta a 60,6%. E’ molto, naturalmente, a fronte di medie europee che viaggiano tra il 20% e 25%. Tuttavia merita una riflessione specifica, che in parte può spiegare il fenomeno, almeno per quanto concerne il picco durante il periodo di crisi: il part-time involontario è stato spesso l’alternativa alla CIG, che all’impresa sarebbe costata di più, o ai contratti di solidarietà, complessi da gestire e incerti nella concessione da parte del Governo. E’ opportuno constatare che anche grazie a quest’operazione l’occupazione femminile negli anni della crisi non è diminuita significativamente, ed ha cominciato rapidamente a crescere ai primi segnali di ripresa, fino a toccare il massimo storico del tasso di occupazione nel primo trimestre 2017. Questa ipotesi viene confermata dall’osservazione, di cui abbiamo detto, che già nel 2016 le assunzioni in part-time involontario calano verso lo zero, non esercitando più la funzione di difesa dell’occupazione.

Il problema vero, e qui la Fondazione Di Vittorio ha ragione, sta nel fatto che, pur crescendo, le ore lavorate non raggiungono ancora il monte ore pre crisi. In gran parte ciò è dovuto al fatto che, pur essendo le posizioni lavorative ormai non molto inferiori a quelle del 2008, nella loro composizione sono aumentati i part time, e comunque la ripresa italiana è in ritardo a quella europea. Ma sarebbe sbagliato illudersi che il ritorno alle condizioni pre crisi debba incardinarsi sul ritorno a quelle percentuali di contratti a termine e part time: quest’impostazione afferma implicitamente che occorra tornare al monte ore lavorato ante crisi. Il problema è invece che già adesso, a ripresa iniziata, le ore effettivamente lavorate settimanali in Italia sono superiori a quelle delle economie più avanzate: siamo a 33 ore settimanali (dato 2016 – OCSE), che tengono conto di ferie, assenze, straordinari, ecc., come la Spagna, mentre in Francia se ne lavorano 28, in Olanda 27, in Germania 26. Il problema vero non è tanto aumentare le ore lavorate, ma aumentare la produttività del lavoro. Ma questa è una questione complessa, e non si presta a slogan facili o a promuovere lotte…
(a cura di Claudio Negro)

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Senso e possibilità di pianificazione del territorio nel nostro tempo – Il metodo e il tempo per le scelte. Dibattito, a partire dal volume di Salvatore Settis: Architettura e democrazia  – Paesaggio, città, diritti civili, a cura della Università Cattolica del Sacro Cuore – Dipartimento di Sociologia – Urban Life and Territorial Research Agency (ULTRA). 27 ottobre  2017 ore 14.30 – 17.30 nell’Università Cattolica, Sede di Via Nirone 13, Aula 111


Università Cattolica del Sacro Cuore

Dipartimento di Sociologia – Urban Life and Territorial Research Agency (ULTRA)

Il 27 ottobre  2017 ore 14.30 – 17.30 nell’Università Cattolica, Sede di Via Nirone 13, Aula 111

si terrà un seminar sul tema

Senso e possibilità di pianificazione del territorio nel nostro tempo – Il metodo e il tempo per le scelte

Dibattito, a partire dal volume di Salvatore Settis, Architettura e democrazia  – Paesaggio, città, diritti civili 

Introduce  Enrico Maria Tacchi, Direttore di ULTRA Università Cattolica del Sacro Cuore 

Relatori

Roberto Ripamonti, Architetto Urbanista, componente del direttivo INU Piemonte e Valle d’Aosta e di commissioni locali del paesaggio dei laghi Maggiore e d’Orta

Sergio Scotti Camuzzi, Avvocato, già Docente di Diritto dell’economia nell’Università Cattolica di Milano

Pierluigi Roccatagliata, Architetto Urbanista, Già Direttore del Piano Intercomunale Milanese (PIM)

Andrea Villani, ULTRA, Università Cattolica del Sacro Cuore 

 

Dibattito

 

Università Cattolica del Sacro Cuore

Dipartimento di Sociologia

Urban Life and Territorial Research Agency (ULTRA)

 

  1. Nell’attuale situazione di sconvolgente trasformazione della città e della società alla scala italiana e mondiale, mentre vengono avanzate molteplici e anche contraddittorie letture della crisi, e ancor più variegate linee di proposte culturali e politiche sulle linee da seguire e sulle prospettive progettuali, il Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica si propone di affrontare – attraverso l’Urban Life and Territorial Research Agency (ULTRA) – i nodi più gravi presenti sulla scena, nella prospettiva e nella visione della città e del territorio da considerare come bene comune.
  2. L’obiettivo esplicito è di continuare il lavoro sul tema che nell’arco di mezzo secolo è stato svolto dall’Università Cattolica nelle sue diverse facoltà e istituti, attraverso ricerche, pubblicazioni, convegni. Ora come nel passato l’iniziativa è finalizzata non solo alla ricerca scientifica quale valore in sé, ma anche ad esprimere analisi e proposte rivolte alle comunità locali, che giocano una parte rilevante nel governo della città e del territorio e che hanno indubbiamente una non piccola responsabilità per la conclamata situazione di crisi. E insieme portando un’attenzione profonda anche al modo di essere dei livelli superiori di governo.
  3. Il metodo di lavoro consisterà nell’osservare, leggere, esaminare la realtà urbana e del territorio:
  • individuando quelli che nel dibattito pubblico sono sentiti come i fondamentali problemi;

–  prendendo in considerazione le risposte e le soluzioni nell’elaborazione teorica e nella prassi più rilevante e di maggiore successo alla scala nazionale e internazionale;

  • sviluppando nel modo più originale possibile una riflessione critica su tali teorie e prassi, e costruendo proposte operative;

  • stabilendo un rapporto di dialogo, collaborazione o confronto con soggetti e istituzioni interessate a questi temi, sia nella riflessione teorica che concretamente operanti nell’ambito della città.

  1. Il modo operativo di procedere consiste in Seminari scientifici, in cui i relatori presenteranno l’esito delle loro riflessioni sulla loro attività, su importanti opere teoriche o pratiche, o sugli esiti di ricerche su città, territorio, ambiente.

FRANCESCO CARINGELLA, 10 lezioni sulla giustizia per cittadini perplessi, Mondadori, 2017


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Esposto e segnalazione alla Corte dei Conti della Regione Lombardia sul Referendum del 22 ottobre 2017: per procedere con l’opportuna tempestività agli accertamenti e ai controlli delle spese per ottenere il ristoro dei danni alla finanza pubblica, testo e video su TG3, ore 19 e 30 del 12 ottobre 2017


un estratto dell’esposto/segnalazione:

procedere con l’opportuna tempestività agli accertamenti e ai controlli delle spese per ottenere il ristoro dei danni alla finanza pubblica

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Eurostat, In Italia si va prima in pensione, Italia Oggi 21 settembre 2017


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