Stare divisi, fondare partiti e partini.
E invocare ogni cinque minuti l’unità. Tutti imprecavano contro le divisioni, tutti dicevano che andavano superati i municipalismi, perché un’altra questione era la polemica tra napoletani e siciliani, tra milanesi e veneti, tra genovesi e torinesi, un municipio contro l’altro e magari in nome dell’unità italiana.
Qual era la più forte?
La Carboneria. Ma a un certo punto arrivò Mazzini, e la più forte risultò la «Giovine Italia» . Mazzini era un formidabile propagandista e reclutatore.
Diciamo qualcosa su Mazzini.
Un ragazzo di Genova, cupo e appassionato, letteratissimo e sempre vestito di nero. Pubblicava recensioni su un giornale chiamato «L’Indicatore». Il padre era medico. Una persona molto seria, piuttosto rigida. Il figlio scoprì che in un certo cassetto della scrivania conservava vecchi giornali rivoluzionari. Il padre, così severo, era stato da giovane una testa calda. Il figlio lesse i giornali, restò colpito. Divorava romanzi, e aveva immaginazione. Vide al porto di Genova i rivoluzionari del ’20 che mendicavano per imbarcarsi e scappare, e si commosse. Diventò patriota. Diventò carbonaro. Lo presero e lo mandarono in esilio. Aveva 23 anni. Non aveva neanche passato il confine che si intruppò con una banda che voleva fare la rivoluzione invadendo la Savoia. Disastro, e nuova fuga. Un po’ a Lione, un po’ a Marsiglia, infine a Londra, dove resterà in pratica tutta la vita.
Come mai fondò la «Giovine Italia»?
La Carboneria gli pareva un cadavere. Ci voleva qualcosa di giovane, di entusiasta, di infiammato. Alla «Giovine Italia» non ci si poteva iscrivere se si avevano più di quarant’anni. Da Londra, riempiva l’Europa di opuscoli sovversivi e tempestava gli amici di lettere compromettenti. La polizia gli stava alle calcagna, Metternich voleva notizie, il re di Torino Carlo Alberto, che in quel momento mandava alla forca chiunque, l’aveva condannato a morte.
Uno nei guai.
Grossi guai. Viveva con quello che gli mandava la famiglia. Organizzò un colpo nel ’33, e niente: fu scoperto prima che cominciasse. Nel ’34 altro tentativo di invadere la Savoia e nuovo disastro. Quest’ultima era stata una mossa talmente cervellotica che tra gli stessi patrioti si diffuse la sensazione che Mazzini fosse un pazzo o un imbecille, e la «Giovine Italia» entrò in crisi. Lui aveva fondato nel frattempo un’organizzazione terroristica internazionale, la «Giovine Europa» . Nonostante non gli andassero più troppo dietro, ci furono altri moti. Siracusa, Catania, Messina e paesotti vari di quelle zone, Cosenza, Penne, Salerno, Avellino, Napoli, L’Aquila. Tutti falliti. Un nuovo colpo a Imola finì con 116 arresti e sette giustiziati. Infine, la storia dei due fratelli Bandiera, nel ’44. Erano figli di un ammiraglio austriaco che aveva dato la caccia ai rivoluzionari in fuga da Ancona. Divenuti a loro volta ufficiali della marina imperiale, avevano tradito e s’erano fatti patrioti. Sbarcarono vicino a Crotone con la solita idea di far scoccare la scintilla che avrebbe dovuto dare inizio alla rivoluzione universale e invece furono presi e fucilati nel Vallone di Rovito. Il fallimento di un altro moto in Romagna, nel 1845, mise definitivamente in crisi il sistema delle cospirazioni e delle società segrete. È a questo punto che entrarono in scena due nuovi personaggi: Massimo d’Azeglio e Pio IX.
da: ALTRI MONDI.
