Vittorio Arrigoni, l’attivista pacifista rapito giovedì a Gaza City da un commando di estremisti salafiti (vicini ad Al Qaeda e nemici perfino di Hamas) è stato trovato morto nella nottata tra giovedì e venerdì in una casa abbandonata di Gaza City. Arrigoni, che viveva nella Striscia dal 2008, sarebbe stato soffocato.

Questo fatto della lotta politica mi ha ricordato il lento assassinio del giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl rapito, imprigionato e brutalmente assassinato in Pakistan nel gennaio 2002 per tre concomitanti motivi:
- era americano,
- era ebreo
- e stava raccogliendo informazioni sulla collusione fra Al Quaeda e il Pakistan per l’uso delle armi atomiche e biologiche. Come dessert, dopo l’antipasto delle torri gemelle.
Appunto qui un estratto dello straordinario libro di filosofia/giornalismo:
Bernard – Henry Lévy, Chi ha ucciso Daniel Pearl?, Rizzoli 2003.
Tanto per ricordare con chi abbiamo a che fare a partire dal ciclo geopolitico 11 settembre 2001 – ?.
«Ripeti con me» gli dice allora Bukhari estraendo un foglio dalla tasca. Fa cenno di alzarsi a uno degli yemeniti, che ha in mano una videocamera che Danny, infastidito dal sudore che gli cola tra le ciglia e si mescola alle lacrime accecandolo, scambia inizialmente per l’arma che dovrà ucciderlo.
«”Mi chiamo Daniel Pearl, sono un ebreo americano e vivo a Encino, in California.“»
Daniel ripete. È indolenzito e senza fiato, ma ripete.
«Devi dire: “Per parte di padre provengo da una famiglia di sionisti, mio padre è ebreo, mia madre è ebrea, io sono ebreo”.»
…
Dunque questa frase, dettata da un Bukhari improvvisamente comprensivo, quasi umano, con la mano sul mento come se tutta la scena fosse per lui motivo di riflessione.
«Noi americani non possiamo continuare a pagare per la politica del nostro governo.»
Poi quest’altra sequela, una a una, con pazienza, come si fa con un bambino: «L’appoggio incondizionato a Israele… Ventiquattro veti per giustificare i massacri di bambini innocenti… L’appoggio ai regimi dittatoriali del mondo arabo e musulmano… La presenza americana in Afghanistan…».
Eccoci. È finita. Lo yemenita spegne la videocamera.
Gli permetteranno di sedersi, adesso? Gli daranno un po’ d’acqua? Sta tanto male.
È a quel punto che si verifica un evento straordinario.
Bukhari va a regolare la fiamma dei lumi a petrolio che di colpo proiettano una luce molto più viva.
Da un ordine perentorio a Fazal che, da quando erano entrati nella stanza, si era collocato nell’angolo insieme agli yemeniti, rannicchiato su se stesso come se avesse freddo. Subito l’uomo si alza e va a piazzarsi direttamente alle sue spalle, con gli occhi fissi e spalancati.
A un suo segnale, anche gli altri pachistani si alzano in silenzio, ed escono. Danny intravede appena, dietro la porta subito richiusa, un bagliore d’alba, un grande cielo in movimento, un volo d’uccelli che si disperdono. Percepisce appena, sul proprio corpo tumefatto dai colpi, la benefica freschezza della prima brezza che annuncia il sorgere del sole.
Oltre a Fazal Karim, nella stanza restano soltanto il cameraman yemenita, che si affanna intorno alla videocamera, e gli altri due yemeniti, che estraggono il pugnale dal fodero e si alzano in piedi: uno va a collocarsi alle sue spalle, accanto a Fazal Karim, l’altro alla sua sinistra, vicinissimo, quasi incollato a lui, con l’arma nella mano destra.
Di colpo Danny la scorge.
Fino a quel momento non aveva potuto vederla perché era in ombra, e comunque senza occhiali non ha mai visto a più di due metri di distanza.
Vede gli occhi dell’uomo brillanti, febbrili, troppo affossati nelle orbite, stranamente supplichevoli: per un attimo si chiede se non sia stato drogato anche lui.
Vede il mento fiacco, le labbra agitate da un lieve tremolio, le orecchie troppo grandi, il naso ossuto, i capelli radi e neri, color catrame.
Vede la mano, grande, vellutata, con le nocche nodose, le unghie nere e una lunga cicatrice, granulosa, che corre dal pollice al polso e sembra tagliare la mano in due.
Infine vede il coltello. Non aveva mai guardato un coltello così da vicino, pensa tra sé. Il manico di corno di ‘ vacca. Il cuoio. Una scheggiatura in prossimità del manico. Un po’ di ruggine. E poi un’altra cosa: lo yemenita tira su con il naso. Strizza l’occhio e contemporaneamente, come se tenesse il tempo, non smette di tirare su con il naso. Che abbia il raffreddore? No, è un tic. Pensa: «Che strano, è la prima volta che vedo un musulmano con un tic». Pensa anche tra sé: «Gli antichi carnefici… era una buona idea mascherare gli antichi carnefici, incappucciarli...». Fa caldo. Gli duole la testa. Ha una gran voglia di dormire.
La spia verde della videocamera si accende.
Fazal gli si pone di fronte, gli lega i polsi, e poi, tornato alle sue spalle, gli afferra saldamente i capelli.
La nuca, pensa Danny scuotendo il capo per tentare di divincolarsi. Il centro della voluttà, il peso del mondo, l’occhio nascosto del Talmud, l’ascia del boia.
Gli occhi di quest’uomo, pensa ancora mentre guarda lo yemenita con il coltello. Per una frazione di secondo i loro sguardi si incrociano, e capisce, in quell’istante, che quell’uomo sta per sgozzarlo.
…
Quando lo yemenita gli afferra il colletto della camicia e lo strappa, pensa per un istante ad altre mani. Alle carezze. Ai giochi della sua infanzia. Nadour, l’amico egiziano di Stanford, con cui giocava a fare a botte tra una lezione e l’altra: cosa ne è stato di lui? Pensa a Mariane, l’ultima sera, così desiderabile, così bella: cosa vogliono in fondo le donne? La passione? L’eternità? Era così orgogliosa, Mariane, del suo scoop con Gilani! Ne sentiva tanto la mancanza! Era stato davvero imprudente? Avrebbe dovuto diffidare di più di questo Ornar? Ma come avrebbe potuto
…
Un istante di vertigine.
Il sudore che si raffredda.
Il pomo d’Adamo che lotta nel collo fragile.
Viene colto da un terribile singhiozzo, e vomita.
«Rimettetelo in piedi!» intima lo yemenita assassino. L’altro, alle sue spalle, lo prende sotto le ascelle, come un pacco, e lo raddrizza.
«Tenetelo meglio!» insiste, mentre si discosta leggermente, con l’aria dell’artista che indietreggia per osservare meglio il suo quadro. Tocca, allora, a Karim sollevargli la testa …
Perché è arrivato il momento. Il coltello è entrato nella carne.
Piano, molto piano, ha iniziato sotto l’orecchio, molto arretrato verso la nuca. Alcuni mi hanno detto che era quasi un rituale. Altri che è il metodo tradizionale per tranciare immediatamente le corde vocali e impedire alla vittima di gridare. Ma Pearl ha reagito. Ha cercato furiosamente l’aria attraverso la laringe squartata. E il movimento che ha fatto è stato così violento, la forza che gli è tornata così grande, che sfugge alla presa di Karim, urla come una bestia e crolla rantolante tra il sangue che gli cola a fiotti. Si mette a urlare anche lo yemenita con la videocamera. A metà dell’opera, il carnefice, con le mani e le braccia coperte di sangue, lo guarda e si ferma. La videocamera non ha funzionato. Per le riprese, bisogna fermare tutto e ricominciare.
Trascorrono venti secondi, forse trenta, il tempo che basta perché lo yemenita riavvii l’apparecchiatura e rifaccia l’inquadratura. Pearl adesso è disteso bocconi. La testa, mezza recisa, è spostata dal tronco, all’indietro, lontana dalle spalle. Le dita delle mani sono infilate come artigli nel terreno. Non si muove più. Geme. Singhiozza. Respira ancora, ma a scossoni, emettendo un rantolo rotto da gorgoglii e gemiti come quelli di un cucciolo.
Karim infila, allora, le dita nella ferita per schiuderne le labbra e preparare il terreno al ritorno del coltello. Il secondo yemenita inclina una delle lampade per vedere meglio, estrae il proprio coltello e taglia febbrile la camicia, poi la strappa, quasi inebriato dalla vista, dall’odore, dal gusto del sangue caldo che sfugge dalla carotide come da una tubatura forata e gli schizza sul viso. A quel punto l’assassino porta a termine il suo duro compito: il coltello accanto alla prima ferita; le vertebre cervicali scricchiolano; un nuovo spruzzo di sangue gli arriva negli occhi e lo acceca; la testa, rotolando avanti e indietro quasi godesse ancora di vita propria, finisce per staccarsi, e Karim la impugna come un trofeo davanti alla videocamera.
Il viso di Danny sgualcito come un cencio. Nell’istante in cui la testa si stacca, le labbra sembrano animate da un’ultima contrazione. E un liquido nero cola, come previsto, dalla bocca. Ho visto spesso persone assassinate, ma per quel che ne so, nessuna di loro riuscirà a eclissare questo viso che non ho visto e che sto solo immaginando.
Da: Bernard – Henry Lévy, Chi ha ucciso Daniel Pearl?, Rizzoli 2003, pagg. 48-56
