Angelo Panebianco: “In Tunisia, ove a gennaio è iniziata la rivolta araba, si terranno fra qualche mese le elezioni. I laici sono spaventati. Temono la (probabile) vittoria degli islamici”

In Tunisia, ove a gennaio è iniziata la rivolta araba, si terranno fra qualche mese le  elezioni. I laici sono spaventati. Temono la (probabile) vittoria degli islamici.

Ciò mi ha ricordato un episodio del 1992. Un giorno ebbi il compito di moderare, nella mia Fa­coltà, un dibattito fra storici e politologi che aveva per oggetto il colpo di Stato avvenuto in Algeria all’inizio di quell’anno. I militari avevano preso il potere, interrompendo un processo di democratizzazione da poco av­viato, per impedire che gli integralisti isla­mici (già vincitori del primo turno delle elezioni) conquistassero il governo del Paese. Un partito totalitario come il Fis, il Fronte islamico algerino, stava per vincere demo­craticamente le elezioni. Per impedirlo era stata instaurata una dittatura militare.

Co­me giudicare una simile situazione? Natu­ralmente, i partecipanti alla tavola rotonda, e io stesso, non sapevamo cosa sarebbe avve­nuto in seguito, non sapevamo che quegli eventi avrebbero innescato una feroce guer­ra civile durata per molti anni. Il dibattito verteva principal­mente sulle cause, lontane e vicine, di quei fatti. Molti partecipanti non si limitarono però ad analizzare gli even­ti: espressero an­che giudizi, per lo più negativi, sul colpo di Stato.

A un certo punto, una studentessa presente chiese la parola: disse di es­sere tunisina e disse anche, gettando nello sconforto alcuni miei colleghi, di essere contentissima per l’avvenuto colpo di Stato in Algeria. L’Algeria è un vicino ingombran­te della Tunisia: se avessero vinto gli isla­mici – ci ricordò la studentessa – gli effetti si sarebbero sentiti anche nel suo Paese. Lei non voleva a nessun costo gli islamici al potere, non voleva subire il trattamento che gli islamici di stretta osservanza riservano, nelle lo­ro società, alle donne. A me par­ve, in quel mo­mento, che con l’intervento della giovane tunisina un po’ di vita reale fosse entrata in quelle austere stanze: f^a una par­te, gli astratti prin­cipi del “democra­ticamente corretto”; dall’altra, le concretis­sime esigenze della vita quotidiana. Non ho mai saputo cosa ne sia stato di quel­la studentessa. Di una cosa però sono certo: se è tornata in Tunisia, oggi starà appog­giando qualche movimento laico, sperando che gli islamici non riescano a imporre a lei e a tanti altri come lei un giogo che non si meritano


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