In Italia è diffuso il senso di insicurezza e la paura della criminalità alimenta tra gli italiani il senso di insicurezza e impedisce loro di considerare gli immigrati una risorsa. Quattro le ragioni: la perifericità sociale, tipica dei ceti più bassi; il capitale sociale, che porta a essere meno paurosi quanto più si è proficuamente inseriti in reti di relazioni amicali; l’eccessiva esposizione ai media, in particolare alla televisione, che genera angoscia; il fattore politico, che influisce esercita un notevole influsso.
E, dunque, all’incirca 6 italiani su 10 sono convinti che la presenza degli immigrati in Italia abbia determinato direttamente un aumento del tasso di criminalità. A sottolinearlo la ricerca presentata oggi dalla équipe del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes e dell’Agenzia Redattore Sociale coordinata da Franco Pittau e Stefano Trasatti, basata su diverse ricerche sull’argomento, come le ricerche di Transcrime (il Centro inter-universitario di
ricerca sulla criminalità transnazionale delle Università di Trento e della Cattolica di Milano), dell’Ismu con Eurisko, della Makno per il Ministero dell’Interno e della Demos con la Coop.
La gente si mostra preoccupata perché considera gli immigrati una minaccia per l’incolumità personale e i propri beni. La gente è portata a pensare che la maniera di vivere degli immigrati sia difficilmente conciliabile con la nostra e nei loro confronti, anche quando il colpevole non viene colto in flagrante, è forte la tentazione di una reazione immediata, quando non addirittura il ricorso alla vendetta, del tutto contraria all’equilibrio riparatore della giustizia, anche se talvolta, più che di criminalità vera e propria, si tratta delle difficoltà tipiche della convivenza interetnica.
Utilizzando la metodologia della “circolarità delle fonti statistiche” la ricerca ha cercato di andare oltre i fatti di cronaca diffusi dai media a sostegno di chi si preoccupa dell’impatto degli immigrati sulla criminalità per evitare che prevalga la
politica dei luoghi comuni, quella delle emozioni e non della realtà” .
E’ chiaro che “un grande fenomeno sociale come le migrazioni di massa non è immune dalla devianza, così come avveniva tra gli emigrati italiani, molto spesso nel passato inquadrati all’estero con diffidenza (Gian Antonio Stella, L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, Milano 2003). Eppure, nonostante le dichiarazioni che negli anni della grande emigrazione imputavano agli italiani un alto tasso di criminalità, gli italiani all’estero non sono stati un popolo di
criminali, non si sono comportati tutti da violenti e vendicativi e hanno realizzato un’integrazione che suscita ammirazione e rispetto. E la conoscenza di ciò che è effettivamente avvenuto nella nostra storia di emigranti può
aiutare, oggi, a moderare i toni e a superare la diffidenza pregiudiziale.
Quanto al panorama europeo un quadro comparativo, specialmente se impostata sul tasso di criminalità procapite, rischia di essere fuorviante perché le norme penali differiscono da paese a paese, come diverse sono le modalità di registrazione dei reati. Sostazialmente tra il 2001 e il 2006 le denunce presentate complessivamente negli attuali 27 Stati membri sono, però, rimaste stabili (29,6 milioni), seppure con un andamento differenziato a seconda dei contesti nazionali. In ogni caso gli autori della ricerca hanno evidenziato che ” In Italia, senza trascurare le accortezze necessarie in questo tipo di confronti, si riscontra un’incidenza penale inferiore alla media europea (4,6%). Restringendo il confronto agli omicidi, si constata che il numero dei casi è diminuito in tutti gli Stati membri (anzi a Malta nel 2006 non si è verificato alcun caso), ad eccezione del Portogallo, della Svezia e, in Gran
Bretagna, della Scozia. In Italia i 663 omicidi del 2006 (765 nel 2000) sono pari a 1,19 ogni 100.000 abitanti: il tasso è più basso solo in altri 10 paesi e, tra le capitali, Roma (1,28 omicidi ogni 100.000 abitanti) è tra le cinque più sicure.
In Italia, il cambiamento dello scenario della criminalità iniziò negli anni ’50 e continuò negli anni ’60 del secolo scorso, quando il paese andava trasformandosi, da paese agricolo, in uno di quelli più industrializzati del mondo e conosceva anche imponenti flussi di migrazioni interne in provenienza dal Mezzogiorno. Quindi, fu forte l’aumento della criminalità (in particolare, furti, spaccio e traffico di stupefacenti, rapine ed omicidi) a partire dagli anni ’70 (e, anzi, nel caso degli
omicidi dal decennio precedente), continuato negli anni ’80 e consolidatosi al’inizio degli anni ’90, periodo di inizio dell’immigrazione di massa (710.056 denunce penali nel 1950, 820.222 nel 1960, 1.015.330 nel 19701.1919.651 nel 19280, circa 2.300.000 nel 1990).
Quanto alla situazione attuale, il Ministero dell’Interno, nel suo Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione,
Contrasto (Roma 2007, pp. 15, 19, 20, in (www.interno.it) ha posto in evidenza che gli omicidi (al livello più basso degli ultimi 30 anni) e i furti (salvo alcune fattispecie) sono in diminuzione rispetto al culmine raggiunto nel 1991, mentre le rapine hanno ripreso ad aumentare dal 1998 così come sono aumentate le denunce per violenze sessuali.
Per capire questa evoluzione bisogna tenere conto che gli anni ’70 e ’80 furono quelli caratterizzati dall’aumento delle classi giovanili. A commettere maggiormente i furti e le rapine sono appunto i giovani, che dai 9 milioni del 1987 sono passati ai 6 milioni del 2006, mentre nel triennio 2003-2006 sono aumentati i giovani stranieri tra i 15 e i 24 anni, passando da 193 mila a 327 mila (incidenza sulla fascia di età 15-24 anni passata dal 3% al 6%).
Nel periodo 2001-2006 sono aumentati in misura consistente i crimini violenti (+30,2%) e i furti di motoveicoli (+18,7%), mentre sono diminuiti in misura altrettanto consistente i furti domestici con scasso (-21,7%) e in misura più contenuta il traffico di droga (-10,6%). Questo quadro presenta ombre ma anche luci: l’impressione che in Italia la situazione sia disastrosa non trova conferma nelle statistiche e non sussiste una emergenza criminalità.
Il Ministero dell’Interno ha aggiornato i dati sulla criminalità dell’ultimo biennio: · nel 2007: 2.933.146 reati denunciati, 691.491 persone denunciate e 143.092 arrestate · nel 2008: 2.694.811 reati denunciati, 726.454 persone denunciate e 157.122 arrestate. È intervenuta un’ulteriore diminuzione di furti, rapine, truffe, frodi informatiche e omicidi
volontari, mentre il livello complessivo dei reati nel 2008 è pari a quella del 2006, e questa a sua volta è simile a quello del 1990 quando le denunce erano 2,5 milioni. L’Italia, con 2.000 denunce di stupri si colloca, per numero di casi, all’11° posto in Europa.
Le statistiche giudiziarie curate dall’Istat (il 2005 è l’ultimo anno per il quale l’Istat ha reso noti i dati) registrano le denunce che hanno dato seguito ad un procedimento penale e sono disaggregate per genere, paese di provenienza, provincia di insediamento e titolo di reato. Degli stranieri l’Istat, a differenza del Ministero dell’Interno, non registra la variabile relativa alla titolarità o meno del permesso di soggiorno, pur essendo questa di fondamentale importanza per
determinare il tasso di criminalità degli immigrati insediati regolarmente in Italia. L’analisi differenziale tra italiani e stranieri può essere condotta solo sulle denunce presentate contro autori noti, che costituiscono poco meno di un quarto del totale.
Le denunce addebitate agli stranieri vengono qui esaminate nel loro andamento di lungo periodo e, cioè, per tutto il quinquennio 2001-2005. Esse sono state 89.390 nel 2001, 102.545 nel 2002, 116.392 nel 2003, 116.920 nel 2004 e 130.458 nel 2005. Le denunce complessive (italiani e stranieri inclusi) contro autori noti da 513.112 nel 2001
(incidenza degli stranieri del 17,4%) sono diventate 550.590 nel 2005 (incidenza degli stranieri del 23,8%). Quelle riguardanti i soli italiani erano 423.722 nel 2001 e sono rimaste sostanzialmente stabili nel 2005 (420.130), così come stabile è stata la situazione demografica, salvo l’invecchiamento e il ridimensionamento delle classi più giovani. Le denunce riguardanti gli stranieri sono aumentate del 45,9%, a fronte però di un aumento del 100% della popolazione
regolarmente residente (da 1.334.889 a 2.670.514 persone).
Per giunta, le denunce si riferiscono anche agli stranieri presenti regolarmente e non ancora registrati in anagrafe (diverse centinaia di migliaia) e a quelli presenti in maniera irregolare (un numero consistente ma difficile da stimare,
anche se attualmente si parla di circa 1 milione di persone in tale situazione): ciò consente di affermare che non sussiste un collegamento diretto e automatico tra aumento della popolazione e aumento della criminalità.
Nel periodo 2001-2005, sono diverse le Regioni che registrano un aumento delle denunce superiore alla media: Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Trentino Alto Adige (relativamente alla Provincia Autonoma di Trento), Friuli Venezia Giulia, Marche e Abruzzo, oltre all’Emilia- Romagna e Umbria che hanno conosciuto il raddoppio delle denunce. Queste variazioni vanno lette anche in connessione con l’aumento della popolazione straniera residente ivi insediata. La regione
più virtuosa è stata il Molise, dove le denunce nel quinquennio sono aumentate di appena il 5,7%.
L’incidenza degli stranieri sulle denunce penali presenta, nel 2005, valori a decrescere: più alti nel Nord Est (36,8%), un po’ di meno nel Nord Ovest (31,8%) e nel Centro (31,2%), e notevolmente più contenuti nel Sud (10,0%) e nelle Isole (8,3%). A livello regionale l’incidenza più elevata si registra nel Veneto (38%) e nell’Emilia-Romagna (37%). Su queste notevoli differenze influiscono, insieme alla maggiore concentrazione di immigrati, svariati fattori, quali le politiche di
accoglienza e la loro efficacia (analizzate annualmente nel Rapporto Cnel sugli indici di integrazione), la maggiore o minore anzianità migratoria, le specifiche caratteristiche delle diverse collettività, i rapporti della criminalità straniera con quella locale e altri fattori ancora.
Da ultimo, si può osservare che anche per gli stranieri il carcere non è equiparabile a un albergo, come talvolta si sente dire. Secondo “Ristretti Orizzonti” nel 2008 i decessi in carcere sono stati 121 e di essi 42 per suicidio (di cui 7 stranieri). Dal 2000 a marzo 2009 all’interno delle strutture penitenziarie sono morte 1.365 persone, delle quali 501 per suicidi.
Le conclusioni della ricerca portano a continuare a ritenere serio il problema della criminalità e, nel contempo, a ridimensionare i giudizi correnti sull’apporto degli stranieri.
E’ evidente che se la criminalità dovesse crescere di pari passo con l’immigrazione, questa sarebbe a ragione una fonte di allarme sociale; in realtà, molto spesso gli stranieri sono diventati spesso un capro espiatorio per lenire l’insicurezza degli italiani in una fase di forti cambiamenti culturali e di crisi economica.
La questione merita, pertanto, di essere inquadrata in maniera più corretta, tenendo presente che il livello di criminalità degli stranieri non è una realtà a sé stante rispetto alle caratteristiche della normativa vigente e che le statistiche disponibili, accortamente correlate, portano a superare l’idea di un più elevato tasso di criminalità rispetto agli italiani, smontando così il pregiudizio che li accredita come delinquenti.
Il problema che si pone, dunque, consiste nell’individuare le strategie più adatte a favorire una fruttuosa convivenza interetnica. Una società a rischio zero criminalità costituisce un obiettivo praticamente irraggiungibile e, senz’altro, molto costoso in termini finanziari e di libertà personali.
La teoria della tolleranza zero, mutuata dagli Stati Uniti, è basata sulla convinzione che le grandi trasgressioni nascano da quelle piccole qualora non vengano punite adeguatamente. In questo modo si è portati a ritenere che la devianza tendenzialmente si potrà azzerare, se si concentrerà l’attenzione sulla microcriminalità, in particolare su quella degli immigrati, mentre bisogna rendersi conto che questo è solo uno degli aspetti della questione.
Senza trascurare il contrasto delle azioni criminose, sembra necessario un impegno rinnovato per promuovere la cultura della legalità, che non si esaurisce nella normativa penale, nei tribunali, nelle carceri o negli interventi delle forze dell’ordine e neppure nelle carceri, che sono oltretutto molto costose (57.000 euro la permanenza di un anno secondo le stime correnti).
È anche necessaria (anzi, lo è principalmente), l’attuazione di politiche sociali più inclusive, sollecitando l’apporto delle stesse collettività immigrate, senza le quali il preteso rigore penale, seppure dispendioso, è votato all’insuccesso. La criminalità deve essere duramente contrastata perché offusca le valenze positive dell’immigrazione, sulle quali a più riprese è ritornato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e la parola d’ordine deve essere “integrazione”.
La Germania, che ha ottenuto risultati migliori di altri Paesi, solo a partire dal 2005 si è definito formalmente un paese di immigrazione, e da allora si è incamminato decisamente sulla sia dell’integrazione, con programmi e mezzi adeguati. Si tratta di un esempio virtuoso da seguire.
