su una popolazione che l’ufficio statistico europeo valuta in 60,8 milioni di residenti, lavorano solo 22,3 milioni di persone

elaborando i dati armonizzati di Eurostat sul lavoro in Europa e quelli del Fondo monetario internazionale sulla crescita. La Germania ha attraversato la peggiore crisi finanziaria dagli anni 30 continuando a creare posti su una traiettoria di crescita: più 6,3% cumulato dal 2007 per il prodotto interno lordo, benché nel solo anno dopo il crac di Lehman, il 2009, l’economia tedesca sia caduta del 5%. Nello stesso periodo la Spagna ha visto la disoccupazione salire dal 9% fino al 25% circa, lo stesso livello che raggiunse la quota di senza lavoro negli Stati Uniti al culmine della Grande depressione. 
Ma il dato più sorprendente riguarda l’Italia: nel Paese la disoccupazione ufficiale resta relativamente contenuta al 10,8%, meno della metà che in Spagna. Eppure ha un posto regolare appena un italiano ogni tre, meno che in quasi tutti gli altri Paese europei. Spagna inclusa.
Secondo Eurostat gli occupati in Italia sono (al primo trimestre di quest’anno) 450 mila in meno che nel 2007, quando esplose quella che allora si chiamava la crisi dei subprime . Oggi su una popolazione che l’ufficio statistico europeo valuta in 60,8 milioni di residenti, lavorano solo 22,3 milioni di persone. È una quota del 36,8%, superiore – di poco – solo a quella della Grecia, un altro Paese con valori di disoccupazione e di caduta del Pil (meno -15% dal 2007) in tutto simili a quelli della Grande depressione americana. L’economia italiana somiglia a una piramide rovesciata, la cui base formata da chi produce si restringe sempre di più. Se si eliminasse l’apporto degli stranieri, fra i quali svolge un’attività una quota più elevata di persone (circa il 44%), emergerebbe che i cittadini italiani effettivamente al lavoro sono poco più di uno su tre. Di rado gli economisti guardano a queste cifre, che fotografano i produttori di reddito in proporzione al totale dei consumatori di ogni età. Ritengono più rilevante la disoccupazione in senso tradizionale (data da chi cerca un posto) o il tasso di occupazione rispetto alla potenziale manodopera fra i 15 e i 65 anni.
Ma il dato dei lavoratori sul totale dei residenti rivela più chiaramente l’anomalia italiana, che viene da lontano e ha molte cause. In una fase di recessione prolungata, diventa solo più acuta e difficile da sostenere. Una delle ragioni di fondo della «base stretta» della piramide è l’età media decisamente elevata della popolazione. La quota di pensionati è alta non solo perché nei decenni scorsi molti si sono ritirati in anticipo. Semplicemente, nel Paese vivono molti più anziani che in Spagna o in Grecia. L’italiano «di mezzo», quello più giovane di metà della popolazione e più vecchio dell’altra metà, oggi ha 43,8 anni. È uno dei livelli più alti al mondo con il Giappone (45,4 anni) e la Germania (45,3).

Sono passati, rispettivamente, cinque e dieci anni.

da radio 3 Prima Pagina.

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