Milano, da almeno 20 anni (cioè, dalla rottura politica del 1992), mostra un elemento costante: al dinamismo dei soggetti che “fanno Milano” (imprese, cittadini, corpi intermedi) corrisponde un’incapacità di lettura da parte dei soggetti (dalle istituzioni ai media) che “rappresentano Milano”. Purtroppo, da questo stallo non ci siamo mai mossi. Non si tratta di incapacità della classe dirigente politica o mediatica (per quanto, un qualche freno al neofitismo politico e alla superficialità mediatica varrebbe la pena azionarlo… ), ma di meccanismi che si autodefiniscono regolandosi vicendevolmente.
Da almeno vent’anni il ceto politico milanese, ormai smarrita la via del “reticolo sociale” assicurato dai vecchi partiti, si è gettato – senza alcuna precauzione – sulle pericolose superfici della “percezione” e della “visibilità”, lasciando ai media il compito di analizzare e interpretare le domande sociali. I media, però, oltre a non possedere particolari “sensori diffusi” per captare i movimenti profondi della città, sono per natura orientati a rappresentare più la “notiziabilità patologica dell’eccezione” che la “fisiologia sociale della regola” (che è quella con cui deve dialogare una buona politica).
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