Che la leader di un partito d’ispirazione nazional-conservatrice come Giorgia Meloni esponga a chiare lettere il proprio dissenso dal Manifesto di Ventotene, un documento politico di forte impianto federalista e socialista diretto in primo luogo contro gli Stati nazionali, non deve certo stupire. È nell’ordine naturale delle cose.
Tuttavia l’attacco rivolto dalla presidente del Consiglio al testo stilato nel giugno 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi risente di una lettura smozzicata, con citazioni isolate dal contesto, e soprattutto prescinde dalla concreta opera politica svolta poi dal Movimento federalista europeo (Mfe), di cui il Manifesto rappresenta soltanto una prima espressione, poi ridiscussa e corretta dai suoi stessi estensori, in primo luogo Spinelli.
Per esempio Meloni si è soffermata sui brani del documento riguardanti il «partito rivoluzionario» e la sua auspicata «dittatura». Ma Spinelli, già nella riunione di fondazione del Mfe (agosto 1943) aveva corretto quell’errore di prospettiva, indicando la necessità di creare un movimento trasversale tra le diverse forze antifasciste, capace di riunire tutti coloro che condividevano l’obiettivo di «un’Europa libera e unita».
Nello stesso senso si indirizza la prefazione al Manifesto scritta da Eugenio Colorni, compagno di Spinelli e Rossi al confino, e datata 22 gennaio 1944. In realtà, per capire l’importanza di quel testo, e anche i suoi indubbi limiti di astrattezza rispetto agli sviluppi storici successivi, bisogna situarlo nel contesto in cui venne redatto.
Gli autori lo scrissero mentre si trovavano appunto sulla piccola isola tirrenica di Ventotene, confinati dopo aver trascorso lunghi anni in carcere per aver cospirato contro il regime fascista. Spinelli era un ex comunista, espulso dal partito per aver criticato i processi farsa del Terrore staliniano. Rossi era un militante del movimento Giustizia e Libertà, fondato dal teorico del socialismo liberale Carlo Rosselli.
Nel 1941 in Italia vige la dittatura fascista e quasi tutta l’Europa si trova sotto il dominio della Germania hitleriana: i due confinati pensano che ne possa uscire solo attraverso un rivolgimento che avrà carattere rivoluzionario. La loro tesi è che la restaurazione dei vecchi Stati nazionali propensi a perseguire i loro interessi egoistici, anche se realizzata in forma democratica, ricreerebbe fatalmente il contesto conflittuale che ha prodotto guerre e regimi totalitari: «Risorgerebbero le gelosie nazionali – scrivono Spinelli e Rossi –, e ciascuno Stato nuovo riporrebbe le proprie esigenze solo nella forza delle armi».
Di qui la proposta di costruire una federazione europea munita di proprie forze militari, senza più barriere economiche protezioniste, con una rappresentanza diretta dei cittadini negli organi centrali, dotata dei mezzi sufficienti per instaurare un «ordine comune», pur lasciando ai diversi popoli larghi spazi di autonomia.
L’indirizzo politico del Manifesto è socialista, come si è compiaciuta di osservare Meloni, ma non biecamente statalista, come la presidente del Consiglio ha cercato di far credere. Sul tema della proprietà privata ha un’impostazione non molto diversa da quella della nostra Costituzione repubblicana: sostiene che la si debba abolire (non è stata forse nazionalizzata l’energia elettrica in Italia nei primi anni Sessanta?) correggere, limitare o estendere a seconda delle convenienze economiche.
Va ricordato tra l’altro che il Manifesto si rivolge anche agli «imprenditori che, sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche e dalle autarchie nazionali». Inoltre Spinelli e Rossi bocciano apertamente la prospettiva comunista, destinata a generare, osservano, «un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia».
Insomma è evidente che richiamarsi al Manifesto di Ventotene non significa affatto giurare fedeltà su ogni sillaba del documento, quasi si trattasse di un testo sacro, anche perché lo stesso Spinelli, nelle sue memorie Come ho tentato di diventare saggio, ne rilevava ingenuità e forzature. Si tratta piuttosto di riconoscerne la forza visionaria e di coglierne l’indirizzo di fondo.
Fu quello appunto che Spinelli fece e che il Mfe ha proseguito a fare, cogliendo tutte le opportunità possibili per far avanzare un processo d’integrazione in un contesto in cui comunque gli Stati nazionali hanno dimostrato notevole vitalità.
È per esempio assai capzioso cercare di presentare Spinelli come un criptocomunista, quando invece nel 1947 approvò il piano Marshall, ritenendo giustamente che avrebbe favorito l’avvicinamento tra i Paesi che ne fruivano, e nel 1978, parlamentare della Sinistra indipendente, votò a favore del Sistema monetario europeo, mentre il Pci di Enrico Berlinguer si pronunciò contro e il Psi di Bettino Craxi si astenne.
Certamente si fa troppa retorica sul Manifesto di Ventotene, che fu solo il primo coraggioso passo di un lungo percorso. Ed è del tutto legittimo criticarne i contenuti in nome di una visione nazionalista, conservatrice o liberista. Ma farne un fantoccio polemico a 84 anni di distanza lascia il tempo trova. Appartiene alla storia e in chiave storica va considerato.
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