Dietro il caso di pedofilia in famiglia c’è la normalizzazione della pornografia, di Alberto Pellai, in avvenire.it

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Dietro il caso di pedofilia in famiglia c’è la normalizzazione della pornografia

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Un noto giornalista, un’insegnante, un legame sessualmente perverso e criminale che ha reso vittime di abusi sessuali finalizzati alla pedopornografia i loro stessi figli e nipoti. In questa vicenda orribile, una riflessione più ampia dei singoli accadimenti è necessari. Riguarda la trasformazione riguardante la morale sessuale e la percezione del limite che ad essa si correla. Sono due elementi che si sono modificati in modo enorme negli ultimi anni, alla luce di come la sessualità è diventata soggetto e oggetto delle nostre vite nell’online.
La quantità di pornografia che circola oggi online è enorme. La pornografia e la sua diffusione si appoggiano sul codice delle tre AAA: accessibility, anonimity, affordability, ovvero accessibilità, anonimato e gratuità. Queste tre dimensioni l’hanno resa disponibile nella vita di chiunque, abbattendo i limiti di età e favorendone un consumo che da trasgressivo è diventato normalizzato.
(….) La sessualità degli esseri umani è stata profondamente modificata da quando la pornografia è passata da materiale di trasgressione ad esperienza normalizzata nella quotidianità di chi ne usufruisce. Dopo aver visto più volte dentro lo schermo un “fare sesso” che nella vita reale sarebbe penalmente perseguibile, lo spettatore può cominciare a pensare che quel “fare sesso” può entrare anche nella sua vita, non deve essere poi così sbagliato e quindi può anche essere sperimentato. In fin dei conti, i siti pornografici e il dark web contengo migliaia di immagini di altre persone che già lo stanno facendo e vivendo: perché io no?
Leggere le chat delle persone che oggi compaiono sulle prime pagine di tutti i giornali è sconvolgente. Perché si tratta di persone con cultura, di genitori, di professionisti che per lavoro hanno di certo più volte affrontato il tema dei diritti dell’infanzia (uno è giornalista e l’altra insegnante), che sanno che la pedopornografia è un reato. Ma le parole che si scambiano, quando ne diventano produttori e attori (coinvolgendo i loro affetti più cari) sono le parole di due innamorati che vivono questa faccenda dai risvolti penali gravissimi, come fosse un gioco erotico divertente.
Come siamo arrivati a questo punto? A questa perdita totale di percezione del limite, della dignità e della protezione che ogni adulti deve assicurare ad un minore?
Ne parlo in un editoriale pubblicato oggi su Avvenire, accessibile al link collegato a questo post. Da leggere e condividere. Ma soprattutto da commentare e su cui riflettere tutti insieme.

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