Marco Deriu, AMORE E RICONOSCIMENTO: LA VIOLENZA MASCHILE E IL SENSO DELLE NOSTRE RELAZIONI, 2006


Sempre più spesso, guardando la televisione e leggendo il giornale, riceviamo notizie di violenze terribili sulle donne che ci turbano e ci sconvolgono, ma ai quali non riusciamo ad attribuire un reale significato e che generano dunque reazioni e commenti inadeguati. Occorre sottrarre questi eventi – che entrano spesso nel mondo della comunicazione mass-mediatica con un misto di voyerismo, morbosità e volgarità – alla dimensione della cronaca nera e dell’informazione spettacolo per trovare le risorse sociali e culturali per rielaborare il dolore e per trarne qualche insegnamento per tutta la collettività.

Al di là della cronaca ci sono due dati che val la pena ricordare. Innanzitutto c’è l’indagine del Consiglio d’Europa resa pubblica nell’ottobre 2005 che ha rivelato che la violenza subita da partner, marito, fidanzato o padre è la prima causa di morte e invalidità permanente per le donne fra i 16 e i 44 anni (prima di tumori o di guerra) non solo nel mondo ma anche in Europa.
In secondo luogo si può sottolineare che secondo quanto emerge nel rapporto “Lo Stato della Sicurezza in Italia” del 2005, mentre i dati relativi agli omicidi in Italia tra il luglio 2001 e il giugno 2005 registrano in termini generali una diminuzione rispetto al quadriennio precedente, al contrario gli omicidi commessi nell’ambito famigliare – pari a circa il 32% dei delitti dell’ultimo quadriennio – sono letteralmente raddoppiati (nel 2004 tuttavia c’è stata una leggera flessione rispetto al 2003). Stiamo parlando dunque di un fenomeno attuale e non di un semplice residuo del passato.
A questo fatto si può aggiungere una specifica ulteriore che mette in luce un aspetto di chiara novità. In molti casi dietro questi omicidi contro donne c’è di mezzo anche l’esperienza della separazione, del rifiuto, della scelta della ex compagna di costruirsi un’altra vita.
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Nelle cronache quotidiane infatti nessuno si è azzardato finora a sottolineare che siamo di fronte ad una nuova e irrimandabile “questione maschile” che rimane in verità ancora da comprendere. Una questione che non può essere affidata semplicemente ad aule giudiziarie o a divisioni psichiatriche, ma che interroga la società nel suo complesso e gli uomini in particolare. Dunque si può avanzare qualche ipotesi in proposito.
Violenze post-patriarcali?
Nell’analisi di questa violenza dobbiamo anche evitare di rifugiarci in semplificazioni automatiche, come se si trattasse di forme già conosciute, di residui di mentalità passate, di antichi retaggi. È vero che nella cultura patriarcale le violenze verso le donne ci sono sempre state. Ma questa violenza non sembra essere il risultato di uomini che ritengono le donne inferiori, qualcosa da sottomettere, come poteva essere in passato. Stiamo parlando di violenze commesse da persone di ogni strato sociale, acculturate e con titoli di studio.
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Io credo invece che stiamo assistendo ad una trasformazione delle forme e dei significati di questa violenza che ci parla anche del cambiamento nella vita delle donne, degli uomini e delle relazioni tra uomini e donne.
Oggi siamo in una situazione caratterizzata da quelle che il sociologo inglese Anthony Giddens chiama “relazioni pure”. Per relazioni pure si intendono relazioni non dettate da obblighi sociali o economici (o almeno non come in passato). Grazie ai cambiamenti culturali e ad una maggiore autonomia economica e sociale, le relazioni oggi si fondano sempre più sulla comunicazione e sull’intesa emozionale. Tale intesa in passato non era la base su cui si sostanziavano i legami di coppia o familiari che rispondevano invece ad altre priorità, oggi al contrario ne è pressoché l’unico presupposto e fondamento. Questo spiega almeno in parte la trasformazione, l’incertezza e la volubilità delle relazioni tra uomini e donne, nonché la pluralità delle forme di legame affettivo e famigliare.
In passato le relazioni tra uomini e donne erano costruite su ruoli, obblighi sociali, progetti famigliari, calcoli economici, relazioni di potere e talvolta di coercizione. Non che tutto questo si possa dire completamente scomparso, ma certamente oggi i legami tra donne e uomini, compresi quelli famigliari, si fondano in misura molto più rilevante su dimensioni emotive, sulla capacità di comunicazione e comprensione reciproca, su rapporti di intimità, sulla fiducia e sul rispetto, sulla disponibilità al dialogo e sull’adattamento reciproco. In altre parole il rapporto di coppia non è dato una volta per tutte ma è frutto di un dialogo, di una contrattazione, di un’intesa e di una fiducia che va costantemente riaffermata. Alla costruzione di questa condizione ha dato un contributo fondamentale il movimento delle donne e l’avvento del senso di libertà, di autonomia e di differenza che le donne hanno saputo imporre a tutta la società.
La novità che abbiamo di fronte agli occhi e che dobbiamo riconoscere è che, a fianco della violenza che colpisce donne in situazione di marginalità sociale, oggi registriamo una violenza che sembra nascere dall’incapacità soprattutto da parte degli uomini di accettare e accogliere un’autonomia e una libertà già entrate nella vita di molte donne.
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Riportando questo ragionamento alla sfera delle relazioni credo che oggi come oggi gli uomini commettano violenza soprattutto perché non accettano la differenza, ovvero non accettano l’alterità della propria compagna. Non accettano che la donna che hanno di fronte non sia semplicemente una continuazione, un riflesso del proprio desiderio o dei propri bisogni. Non accettano che essa possa scegliere in base al suo desiderio e che questo desiderio non coincida con il proprio. In questo scacco – e nel conseguente senso di “impotenza” verso l’autonomia e la libertà femminile – emerge tutta la dipendenza, la fragilità e l’insicurezza rimossa degli uomini. Poiché tutti questi aspetti sono ancora intollerabili per molti uomini, li si nega ancora una volta tramite la violenza. Si potrebbe dire che molti uomini preferiscono cancellare l’alterità piuttosto che riconoscerla e accettare così la propria parzialità, la propria vulnerabilità, la propria impotenza. In questo senso la violenza maschile sulle donne è un tentativo di cancellare la differenza e non l’uguaglianza.

vai all’intero articolo qui:
http://www.medmedia.org/eventi/civitasmed/CivitasMed2006/MarcoDeriu.htm


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