Le Brigate Rosse interiori

I fatti: Venticinque anni di carcere alle spalle e una condanna all’ergastolo per concorso in sei omicidi e due tentati omicidi. E’ un irriducibile Cristoforo Piancone, l’ex Br arrestato ieri sera dalla Polizia a Siena dopo aver messo a segno una rapina da 170mila euro alla Banca Monte dei Paschi di Siena. Solo l’inceppamento della pistola ha impedito un altro assassinio.
Era in semilibertà dal 2004.

Cultura della sinistra massimalista: il giustificazionismo, il giudizio tendenzialmente assolutorio sul terrorismo e soprattutto sulle sue “ragioni” (“era la situazione storica ad imporre quelle azioni”: “occorre chiudere con quella fase”), gli assordanti silenzi sono dovuti alla sostanziale simpatia che nei recessi della cultura della sinistra massimalista (con qualche ambiguità in quella riformista) c’è per le avanguardie che preparano la spallata rivoluzionaria. Orfani del proletariato che è passato alla partita iva, costoro sono sempre alla ricerca della realizzazione del binomio leninista: una avanguardia che guida la massa.
Questa cultura non ha, nè può elaborare, nelle sue coordinate il tema della sicurezza della gente normale.

Le parole necessarie:
I terroristi in carcere sono ormai assai pochi, la gran parte è uscita, basti pensare ai delitti più importanti e fare l’appel­lo.È diffusa la sensazione che abbiano goduto dei benefici di legge e siano usciti senza dare fino in fondo un contributo alla verità. Lo Stato avrebbe dovuto scambiare la libertà anticipata con un netto impegno alla chiarezza e alla defi­nizione delle responsabilità”. …

“C’è una donna che più di altre ha ragionato sull’incapa­cità italiana di elaborare un lutto collettivo. Carole Beebe, americana, conobbe a Boston Ezio Tarantelli, al centro degli studenti del Massachusetts Institute of Technology, dove lui studiava con Franco Modigliani e dove lei lo raggiungeva per ballare i balli popolari. Si sposarono, poi lo seguì in Ita­lia. Tarantelli venne ucciso a Roma all’università, dove in­segnava Economia, il 27 marzo 1985. Spararono in due, ma uno solo è stato individuato e condannato. «L’altro potrei anche trovarmelo seduto accanto al cinema una sera.»

Terapeuta e docente alla Sapienza di Letteratura inglese e Psicoanalisi, Carole Tarantelli è stata anche parlamentare per tre legislature, prima con la sinistra indipendente, poi con i Ds.

«Questo Paese non solo non è stato capace di ela­borare un lutto ma neanche un pensiero.

Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina sen­za farsi carico delle vittime è nettissima:

«In Italia si è fatta strada un’illusione, che corrisponde alla fantasia dei terro­risti, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo.

Ma non può essere così.

Pagata la pe­na si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà.

E non è questione di volon­tà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso.

Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni.

Gli effetti negativi continuano nella vita tutti i giorni, non ce lo si può dimenticare».

in Mario Calabresi, Spingendo la notte più in làStoria della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, pag 96-100

postato da: AMALTEO alle ore ottobre 05, 2007 10:53 | link | commenti (2)
categorie: polis terrorismo

Don Michele Santoro Torquemada

Gogna: collare di ferro, legato con una catena a un muro o a un palo, che si metteva al collo di chi era condannato alla berlina.
Berlina: antica pena consistente nell’esporre il condannato al pubblico dileggio, legandolo su un palco eretto in una piazza e proclamando con cartelli o con grida la colpa commessa.
Lobby: gruppo di persone potenti in grado di influenzare le scelte degli uomini politici

Oggi una lobby di giornalisti ha sostituito la gogna medievale con la gogna televisiva. E’ del tutto evidente che è dal 1991 che a dettare l’agenda politica sono i giornalisti televisivi. Loro sì “casta”.
Casta: classe di persone che, per razza, religione o professione, forma un gruppo sociale distinto dagli altri e si attribuisce particolari diritti o privilegi

Ecco come Oscar Giannino racconta la serata dell’inquisitore Don Santoro Torquemada sul “suo” palcoscenico pagato anche dal mio canone:
Santoro si fa PM.  E riprocessa il cattivo Mastella di OSCAR GIANNINO

In Libero, 5 ottobre 2007
Santoro è come il Gatto Mammone, fantasma potente dalla ferina zampata diabolica. Ma spauracchio, a ben vedere. Ieri ha confezionato il suo Anno zero a tesi: il pm di Catanzaro Luigi De Magistris è un eroe del riscatto del Sud come Paolo Borsellino, immediatamente evocato. Chi lo critica, per aver acquisito i tabulati telefonici di Prodi, Berlusconi e di tutta l’Italia che conta, è nemico delle forze del bene. Libero viene citato subito, naturalmente.Ma anche la Stampa, ieri, aveva una efficacissima pagina intera dedicata allo scandalo delle duemila acquisizioni di tabulati disposte da De Magistris. Ed ecco che subito Santoro bleffa a tesi. Perché a Sandro Ruotolo, nel primo breve collegamento da Catanzaro, fa dire che le duemila intercettazioni non ci sono, mai state disposte. E infatti non di intercettazioni abbiamo parlato noi e la Stampa, bensì di acquisizioni di tabulati a migliaia, e queste ci sono, eccome se ci sono. Ma Santoro smentisce, e il telespettatore a ” tesi” è servito. Con tanto di immagini da assemblee di ragazzi calabresi e di “società civile” lucana, e diluvi di applausi a De Magistris santo liberatore e contro il famigerato Mastella, il ministro che va in aereo blu ai gran premi di Formula Uno. Il vecchio rito rosso dell’autocritica tocca una vetta d’altri tempi quando addirittura Santoro “obbliga” letteralmente il collega di sempre Sandro Ruotolo ad accusare il fratello – Guido, l’autore del pezzacchione della Stampa di essersi sorbito evidentemente «una bella polpetta avvelenata». Sandro accusa il colpo e balbetta, quando in diretta Santoro gli chiede imperativamente la prima volta di smentire il fratello. Ma alla seconda Santoro passa e tracima, e Sandro pugnala Guido, reo di fare il proprio mestiere senza attaccare il ciuccio dove vuole l’ideologia. Viene ricostruita in studio sommariamente dal sottosegretario alla Giustizia Luigi Scotti, che non può fare a meno di ricordare gravi risultanze di gravissime negligenze emerse a seguito delle ispezioni, con mancate richieste del pm al gip competente di convalida di provvedimenti di fermo in custodia cautelare e via procedendo. Quando la cosa inizia a prendere una brutta piega e lo stesso avvocato difensore di De Magistris stenta a ribattere, ecco il Gatto Mammone dà una zampata. «Ma che cosa stiamo a perderci in quisquilie, dobbiamo solo capire se De Magistris ha rotto le scatole a qualche politico intoccabile, e perciò il ministro Mastella lo vuole trasferire». Non è che abbia rilievo alcuno se il pm rispettasse la pro- cedura nelle sue indagini, ma solo se è un ammazzasette. «E dillo, Sandro Ruotolo, il nome di qualche politico, dillo». E il renitente Ruotolo fa il suo dovere. De Magistris non informava il procuratore capo Mariano Lombardi delle sue indagini perché un suo congiunto era in società con un parlamentare di Forza Italia indagato. Applausi scroscianti dei giovani calabresi, il giudizio del popolo giacobino è così emesso. Forza Italia, è questa la prima sigla politica pronunciata. La sola, per un bel po’ di tempo in trasmissione. Poi sarà citata Comunione e Liberazione. Poi , per via del sindaco di Matera, Buccico, Un caso? Una necessità, nella tecnica studiata e raffinata di Gatto Mammone Santoro. Nessun diessino e margheritico dei tantissimi inquisiti nelle vicende calabresi – che hanno visto candidati far uccidere eletti, a sinistra, in Calabra – viene citato neanche per sbaglio, nell’intera trasmissione. Prodi, indagato da De Magistris, non viene citato neanche per sbaglio. Ed ecco che i tabulati telefonici richiesti di Giuliano Amato e del capo e del vicecapo della Polizia, del direttore del Sisde e della Dia, del presidente dell’Anm e del procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, di deputati e senatori come di tanti altri magistrati, tutto ciò ad Anno zero non è apparso mai. Immediatamente si passa a una descrizione delle intricate vicende calabresi dell’Udeur, tanto per far apprezzare meglio il retroterra di presunto malaffare in nome del quale sarebbe in azione il ministro Mastella. Di tutto ciò non dice una sola parola il Gip di Milano Clementina Forleo, schierata a inizio trasmissione in campo in virtù della sua natura di castigamatti anche della sinistra, ma che ad Anno zero dice che «il giudice è solo perché tocca i poteri forti».Come se il primo vero potere forte d’Italia non fosse la magistratura, da un bel po’ di anni a questa parte. «Ritengo un dovere essere qui», dice la Forleo con un sorriso nervoso che per chi la conosce è tratto dominante della sua ritrosia pubblica. Oltre questo dirà solo elogi dei ragazzi calabresi: non c’era ragione di scomodarla. E poi il vero pezzo forte. L’intervista resa da De Magistris a Ruotolo: Sandro naturalmente, non Guido il reprobo. Il trasferendo pm si atteggia naturalmente a scrupoloso braccio della Costituzione e del principio di eguaglianza. Lamenta di dover trascorrere da anni più di metà del suo tempo a doversi difendere, invece che a perseguire i delinquenti. E’ lui di tasca sua che paga la benzina per l’auto che gli è assegnata. Ruotolo non gli eleva una sola contestazione delle tante emerse nelle ispezioni. Gli chiede delle inchieste che ha svolto, come Poseidone, sol perché De Magistris dipinga una realtà oscura in cui società miste tra privati, politici, magistrati e forze dell’ordine si appropriano di mille appalti e opere legati al denaro pubblico. Il Gatto Mammone interrompe a effetto l’intervista sulla cifra di 9 miliardi di euro, stimata dal pm ammazzasette come l’ammontare degli illeciti su cui vuole indagare. Capite bene che le ragioni degli ispettori e del ministro Mastella – il rispetto delle norme e delle procedure – spariscono per definizione, di fronte a 9 miliardi. E finisce con il fratello di Paolo Borsellino che accusa Mastella di voler isolare De Magistris come per farlo uccidere: anzi, con le stesse responsabilità di chi ne delibera la strage. «Non scherziamo», dice il Gatto Mammone ridendo beato. Ma intanto, la conclusione è: Mastella come chi ha fatto uccidere Falcone e Borsellino. Marco Travaglio, alla fine, con la sua ciliegina. Dà dei piduisti gelliani a tutti i nemici del pm con 5 minuti di insulti a Berlusconi, e buona notte fino alla prossima ghigliottina mediatica.

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