Il Dalai-Lama in Italia: Presenza/Assenza

In questi giorni la politica sta dando il peggio di sè. E non sto parlando di decreti legge da trasformare in leggi.
Sto parlando del Dalai-Lama, che nessun organo di Governo ha il coraggio di ricevere con il rilievo che la sua figura morale ed istituzionale meriterebbe. Per non turbare i rapporti economici con l’Impero comunista cinese, l’erede di quello sovietico (e pensare che negli anni del Post-Sessantotto parte di una intera generazione sbandierava il Libretto rosso del dittatore Mao!)
Quello che segue è lo scritto più informato, partecipe e preciso che abbia letto sulla desolante vicenda della presenza/assenza del Dalai-Lama sulla scena pubblica italiana.
Ringrazio Luca De Biase che mi ha autorizzato a riportarla anche qui.

L’autorità morale e l’istituzione
Riflessioni sconnesse sulla vicenda del Dalai-Lama

La tristezza pervade chi legga le cronache sul Dalai-Lama. Una persona che porta con se un’antica saggezza. Un uomo pacifico e costantemente proteso a testimoniare la speranza della pace. Un simbolo per tutti coloro che cercano le autorità morali alle quali affidare il compito di indicare i criteri di fondo con i quali prendere decisioni, valutare l’onestà intellettuale e pratica della propria azione, coltivare un minimo di saggezza. Non ce n’è certamente una, al mondo. Ma non ce ne sono molte.
Ma la tristezza sta nel fatto che le menti dominante dagli interessi definiti dalle logiche del potere non cessano di interpretare le azioni del Dalai-Lama – e la sua stessa esistenza – come un insieme di mosse politiche, in concorrenza con i loro interessi. Il potere è un meccanismo intellettualmente totalizzante e non lascia spazio a logiche diverse. Un po’ come, su un altro piano, il pensiero unico economicista (che non a caso, a sua volta, si oppone implicitamente alle autorità morali ed esplicitamente alla politica).
La Cina non accetta che i capi politici del mondo incontrino il Dalai-Lama e critica chi lo fa. Evidentemente pensando che per i politici non sia possibile incontrare il Dalai-Lama senza pensare a quello che dal punto di vista politico il Dalai-Lama potrebbe rappresentare. La Cina ha spogliato il Dalai-Lama di un territorio sul quale esercitare il potere e gli ha lasciato soltanto l’autorità morale (che non poteva certo togliergli) ma pensa che implicitamente la sua stessa esistenza simboleggi la rivendicazione di un’indipendenza del Tibet. La Cina ha liberato il Dalai-Lama dalla doppia veste di capo politico e di autorità morale, lasciandogli nella pratica soltanto la seconda. Gli ha dato l’occasione storica di vivere una biografia nella quale può testimoniare il disinteresse e la saggezza. Ma il pensiero politico continua a inquinare quella biografia con il sospetto che dietro la facciata il Dalai-Lama sia ancora interessato alla politica. Ottenendo il risultato di costringere il Dalai-Lama a prese di posizioone che hanno una valenza politica.
E per questo la diatriba sulle modalità della sua successione appare tanto complessa. Il Dalai-Lama vorrebbe che il suo successore fosse eletto in un modo non troppo diverso da come viene eletto il papa e tenendo conto della diaspora tibetana. Una rottura con la tradizione. La Cina vorrebbe invece mantenere la tradizione per la quale il futuro capo tibetano sia individuato da bambino come un predestinato. Si legge in questa differenza un retropensiero: il bambino individuato in un territorio controllato dai cinesi potrebbe non essere educato in modo indipendente dal potere cinese; e al contrario la rottura con la tradizione e l’elezione in stile papale del successore del Dalai-Lama potrebbe essere un atto politico contro il controllo cinese del futuro della cultura tibetana. Non si può certo assumere che uno di questi due punti di vista sia insensato.
Il fatto è che gli interessi politici e le logiche istituzionali non sono coerenti con la coltivazione della saggezza e dell’autorevolezza morale. Ovviamente non è impossibile che il capo di un’istituzione sia moralmente sano. Ma questo dipende dalla sua saggezza non dal modo in cui è scelto alla carica istituzionale. E l’autorità morale non dipende dalla carica ma dalla biografia.
Da questo discorso si evince paradossalmente che l’individuo ha la possibilità di influire sulla storia molto più di quanto non si immagini. La sua saggezza (o la sua immoralità) non dipende dalla sua funzione. E dunque la storia non è fatta soltanto dalle istituzioni e dalle logiche collettive: è fatta anche dagli individui nella loro libera interpretazione del proprio ruolo. L’ultimo capitolo di “Guerra e Pace” resta un caposaldo dei problemi di interpretazione storica, ma la soluzione resta aperta e va interpretata di volta in volta.
Con una precisazione. L’individuo è la fonte delle sorprese. L’istituzione è prevedibile. La prospettiva storica si può dunque interpretare come una successione di fatti che sono definiti dalle logiche istituzionali e collettive a meno che non siano innovate dalla visione e dall’azione degli individui. Che quando per qualche motivo si incontrano – sufficientemente numerosi – sulle stesse visioni e sulle stesse azioni riescono a modificare il corso prevedibile della storia. Dunque c’è speranza. Anche se la speranza è affidata a noi.

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