Per la serie “italiani”
Sostiene Cadavrexquis:
Sono le otto e mezzo di sera: io e J. usciamo per cenare in un ristorante nei pressi di casa mia. Quando entriamo mi prende un colpo: in una delle due sale c’è un maxischermo sul quale verrà trasmessa la partita Italia-Francia. In quella sala i tavoli sono schierati in modo che tutti possano assistere allo spettacolo. Chiedo alla cameriera di darci un tavolo da cui lo schermo proprio non si veda. Ci accontenta: io avrò lo schermo alle spalle, J. lo vede solo di sghimbescio.
Non vedo, ma purtroppo sento. Non tanto il rumore della partita o della telecronaca, ma le urla belluine degli avventori per ogni gol segnato e per ogni passaggio ben riuscito. Quando il rumore è troppo forte, faccio una smorfia e strizzo gli occhi, come per sopportare con stoica rassegnazione un destino cinico e baro che mi ha costretto a essere contemporaneo di connazionali simili.
Eccoli lì – penso -, tutti a esultare per qualcosa di cui non hanno nessun merito, tutti a ritrovare all’improvviso, come per miracolo, il senso di appartenenza a una collettività che in tutte le altre circostanze è sbrindellata come un cencio frusto o spappolata come un soufflé sgonfio.
Immagino lo sguardo vacuo e nemmeno troppo vagamente idiota dei calciatori, questi ragazzotti strapagati perché sanno tirare due calci a un pallone, mentre intonano – se così si può dire – l’inno nazionale italiano, una marcetta da osteria, dando fiato ai polmoni, perché la lezione l’hanno imparata anche loro come l’hanno imparata gli italiani: lo stato può essere allo sfacelo, ma in quest’unica circostanza si può far finta di essere un’unica grande famiglia, tutti stretti a coorte, tutti pronti alla morte.
Credo di essere l’unico che nemmeno fiata quando gli altri sbraitano. Non tutto il male viene per nuocere, però. Quando ci alziamo per andare a pagare, l’insopportabile cameriere che, solitamente ciarliero, fa battute e concede confidenze non richieste, questa volta è eccezionalmente muto e si vede che striscia con impazienza la carta di credito, voltandosi in continuazione verso lo schermo per non perdere neanche un passaggio della partita ormai agli sgoccioli. Purtroppo l’Italia ha vinto: come la volta precedente, anche in quest’occasioneho sperato che perdesse e venisse sbattuta fuori dagli Europei, affinché ai miei connazionali non fosse concessa la consolazione surrettizia di un senso bovino di comunità posticcia.
Se volete “l’Italia” – vorrei dire a tutti quelli che in questi giorni hanno appeso il tricolore fuori dalla finestra -,costruitela nella vita di tutti i giorni e non in questa maniera proiettiva e allucinatoria.
Fuori ha smesso di piovere e le strade sono lucide e deserte. C’è un silenzio quasi sinistro che, dopo un attimo di smarrimento, mi sembra estremamente piacevole. In tutta via Pola passerà forse una macchina. Mi volto e dico a J. che dovrebbe girare una pattuglia di una versione nostrana della “polizia etica”: agenti che fermano i sospetti come noi che, irriducibili, non sono chiusi in casa a guardare la partita. Sembra di essere in Corea del Nord, aggiungo, riferendomi alle strade improvvisamente vuote. Persino le trans non battono, stasera: e dire che siamo in una zona ad alta concentrazione prostitutiva. Forse anche loro sapevano che avrebbero trovato ben pochi clienti. Solo in largo Debenedetti si ferma una macchina e una coppia – regolarmente eterosessuale – scarica un travestito. Quando sgomma per ripartire mi cade l’occhio sulla targa. E’ ticinese. Certo, ci volevano due stranieri per rinunciare alla partita.
