La piccola cinese morta nel casolare del lavoro nero
di Pierangelo SapegnoAscolta
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Anni Ye, così piccola e così innocente, è una bambina di 11 anni che è morta per «esalazione da solvente», in un laboratorio diroccato dove tre cinesi lavoravano forse assieme a lei le tomaie per l’industria delle scarpe, fra le macchine da cucire arrugginite e dei materassi accatastati vicino a una pressa appena rischiarata da una luce misera e stenta che pende ancora adesso dal soffitto.
Posti come questo, sperso nella campagna, a due passi dalla strada provinciale 485 che scende verso Civitanova, ce ne sono un mucchio, tutt’attorno alle colline coltivate a granoturco, veri e propri ricettacoli di lavoro nero e sfruttamento selvaggio di cinesi, pachistani e indiani. È come se l’Italia mettesse insieme le due facce della nostra realtà: la dolcezza di quei dossi, uno dietro l’altro, pettinati così mirabilmente dall’uomo, e l’avvilimento di una miseria cupa, dickensiana, che ci convive accanto. Anni era la speranza di sua mamma, «perché era la più brava a scuola. Le piaceva studiare e sognava di andare all’università». Sua mamma ha 33 anni, si chiama Jiang Lifen, ma qui da noi preferisce farsi chiamare Giulia. È una donna disperata e dice che non sapeva che sua figlia fosse in quel posto a rischiare di morire: «Mi sono separata da mio marito e fra di noi non ci rivolgiamo più …
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La piccola cinese morta nel casolare del lavoro nero
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