Renzo Romano, Il nuovo Sant’Anna accoglierà presto i degenti. Storia dell’ospedale dei comaschi fra ieri e domani, CORRIERE DI COMO, 13 dicembre 2009


Cara signora Angela,
nel suo breve scritto si coglie l’affetto e anche la riconoscenza che tutti i comaschi provano per il loro ospedale. Qualche nota per raccontarne brevemente la storia.
L’ “Ospedale Grande” di Como, dedicato a Sant’Anna risale al 1468, quando, su iniziativa del beato Michele da Carcano, il vescovo Branda Castiglioni decise di riunire in un’unica struttura i numerosi centri di assistenza ospedaliera e le opere pie esistenti in città. C’erano allora a Como l’ospedale di Santa Maddalena alla Colombetta, dei poveri di San Leonardo, di San Lazzaro dei lebbrosi, di San Gottardo, di San Martino di Zezio, di San Giorgio di Borgovico, di San Biagio, di San Pantaleone, di Sant’Antonio, di San Silvestro, dei poveri di San Tommaso, di Santa Maria della Cosia.
Papa Paolo II decise che i beni di tutti questi istituti si fondessero per la costruzione del nuovo ospedale. Nel 1482 venne posta la prima pietra dell’edificio che fu ubicato in via Cadorna nello stabile dove oggi ha sede il Conservatorio G. Verdi. Papa Sisto IV, con una bolla del 1483, diede inizio alle attività. Inizialmente esso fu destinato alla cura degli infermi, dei pellegrini, dei poveri e dei fanciulli “esposti”. Erano questi i bambini “abbandonati” nella cosiddetta “ruota”, un congegno rappresentato da un tamburo di legno rotante su un’asse verticale, dove il bambino poteva essere lasciato nell’anonimato. In genere, il tintinnio di un campanello esterno avvisava dell’arrivo del piccolo e una guardiana di turno, detta anche la “rotara”, che prestava i primi soccorsi.
Nel 1855 il vescovo Romanò introdusse nell’ospedale le “suore della carità di Maria Bambina” che avrebbero prestato opera di assistenza fino al 2008. La struttura si rivelò tuttavia insufficiente e quindi nel 1932 il Sant’Anna venne trasferito nella sede di via Napoleona su un terreno donato dalla benefattrice Teresa Rimoldi.
Il trasferimento venne effettuato dopo ben 23 anni dalla delibera mentre i lavori durarono 7 anni. Il complesso era inizialmente costituito da 12 padiglioni; nel 1960 si aggiunsero la centrale termica e la scuola infermieri. Infine tra il 1965 e il 1970 fu costruito il grande monoblocco centrale di sette piani sul luogo dove sorgevano la chiesa e la fontana antistante.
Ed eccoci finalmente al nuovo ospedale ubicato nell’immediata periferia della città, in località Tre Camini, fra i comuni di San Fermo della Battaglia e Montano Lucino. Com’è il nuovo complesso ospedaliero? Avremo modo e tempo di parlarne. Mi commuovono invece, signora Angela, le sue riflessioni sull’ospedale dove, lei dice “Bene o male a tutti toccherà di passare quando la salute vacilla. Forse sarà l’occasione per riflettere su tante cose”. Sono sagge e vere le sue parole. Quando “la saluta vacilla” la luce si fa fioca, l’entusiasmo lascia il posto alla rassegnazione, la voglia di fare è vanificata dallo sconforto, il futuro appare incerto. Il ricovero in ospedale per un intervento o per una malattia è vissuto con angoscia e preoccupazione. La vita di tutta la famiglia è traumatizzata, scombussolata. Quando si varca la soglia della clinica si entra in un mondo inimmaginabile. Il tempo è misurato dall’arrivo discreto e rassicurante dell’infermiera che ti prende la febbre, registra la pressione, ti fa l’ennesimo prelievo di sangue. Il casalingo sferrazzare del carretto la mattina per la colazione, a mezzogiorno per il pasto, la sera per la cena, accompagna il lento scorrere del giorno. I parenti, gli amici, fingi indifferenza e invece non vedi l’ora che arrivino. Ascolti paziente i brontolii del vicino di letto, non nascondi timori e speranze. Aspetti con trepidazione l’arrivo del medico per la visita quotidiana. Ascolti il suo parlottare con gli infermieri sperando di cogliere segnali positivi su di te, non osi chiedere quando potrai tornare a casa.
Un soggiorno in ospedale è lezione severa di vita che lascia il segno nell’anima. La tua sofferenza, i tuoi guai, si stemperano negli occhi dei meno fortunati. È esperienza preziosa che tocca l’anima, medicina miracolosa per dare il giusto peso alle vicissitudini del nostro vivere.
Ecco, signora Angela, i pensieri disordinati che hanno invaso la mia mente leggendo la sua breve e intensissima lettera. L’affetto per il Sant’Anna è cementato da sensazioni suggerite dal nostro vissuto. I sentimenti di certi momenti in queste note: “Mi svegliano, è il gran giorno, alle otto mi portano in sala operatoria. Il buio totale fino a sera quando mi sveglio o mi svegliano squartato, ricucito, avvolto da fili colorati. Mi sento osservato, scrutato, protetto. Gli infermieri gentilissimi sono ombre leggere che scivolano via silenziose, arriva il mio “massacratore”, il suo sorriso vale un terno al lotto…”. Questi i cari ricordi del vecchio Sant’Anna.
Il nuovo ospedale, assicurano, sarà in grado di rispondere alle più avanzate esigenze e potrà disporre di tecnologie sofisticatissime che permetteranno di assistere i pazienti nel migliore dei modi. Non ho tuttavia, signora Angela, alcun desiderio di visitarlo anzitempo, anzi spero proprio di passare da quelle parti più tardi possibile…
Il sentimento di gratitudine per il nostro “vecchio” Sant’Anna, è dentro di noi, inciso dai ricordi di sofferenza ma anche dai momenti più esaltanti della nostra vita: il dolore di una malattia, l’immensa gioia della nascita dei nostri figli, l’arrivo di incredibili nipoti. La storia del Sant’Anna continua.
Signora Angela, spero che si ritrovi in queste farneticazioni di sentimenti confusi, sentiti, sofferti, goduti.

CORRIERE DI COMO

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