Antisemitismo

Difendere tutti i perseguitati a cominciare dai cristiani d’Oriente di Bernard-Henri Lévy

Ho recentemente dichiarato, a margine di una conversazione con un giornalista dell’agenzia stampa spagnola Efe, che oggi i cristiani formano, su scala planetaria, la comunità più costantemente, violentemente e impunemente perseguitata. Questa frase ha sorpreso. Ha provocato anche una certa agitazione qui e là. Eppure… Guardate i pachistani che, come Asia Bibi, sono condannati all’impiccagione in virtù di una legge anti-blasfemia che nessuno pensa seriamente di abolire. Guardate gli ultimi cattolici dell’Iran a cui, malgrado i dinieghi del regime e l’accoglienza riservata in questi giorni, a Teheran e a Qom, al cardinale Jean-Louis Tauran, è in pratica proibito di professare il proprio culto. Guardate Gaza, ma anche, ahimé, la Palestina di Mahmoud Abbas dove, ancora la settimana scorsa, un giovane internauta, Waleed al-Husseini, figlio di un parrucchiere di Kalkilya, è stato arrestato per il solo crimine di essersi permesso, sul suo blog, di criticare l’Islam e di evocare in maniera non sfavorevole il cristianesimo. Il Sudan, dove John Garang mi spiegava, cinque anni prima di morire, a Juba, l’interminabile guerra di sterminio condotta dai fondamentalisti islamici del Nord contro i sudisti cristiani e dove, circa un mese fa, l’arcivescovo di Khartum, cardinale Gabriel Zubeir Wako, stava per essere assassinato durante una messa all’aperto da lui officiata, sempre a Khartum. I cristiani evangelici dell’Eritrea, fra i più poveri del mondo, ma che la giunta accusa di preparare un colpo di Stato e di cui s’impegna a «ripulire» il Paese entro Natale. I preti cattolici che, come l’8 novembre scorso l’abate Christian Bakulene, curato della parrocchia cattolica di Kanjabaionga, nella Repubblica democratica del Congo, sono uccisi sulla porta delle loro chiese da uomini in divisa militare che l’incubo stesso della cospirazione ha reso folli. La fobia anti-cristiana orchestrata a New Delhi dai fondamentalisti indù del Vhp (Visha Hindu Parishad) e, in tutti i regimi totalitari ancora in piedi — a Cuba dunque, in Corea del Nord, in Cina — i fedeli perseguitati, chiusi in prigione o mandati in campi di concentramento. La sorte dei cristiani d’Algeria che il bel film di Xavier Beauvois, Uomini di Dio, ha saputo, fra gli altri meriti, richiamare alla nostra attenzione. Quella dei copti in un Egitto dove, checché se ne dica, l’Islam resta religione di Stato. Senza parlare dell’attentato perpetrato il 31 ottobre, a Baghdad, da un commando di Al Qaeda che, in piena messa, ha preso d’assalto la cattedrale Nostra Signora del perpetuo soccorso, uccidendo 44 fedeli, per lo più donne e bambini.

So bene che, nella maggior parte dei Paesi da me evocati, la sorte degli ebrei, per esempio, è stata stabilita da molto tempo e che, se ne vengono uccisi di meno, è perché non ne restano più. Non bisogna evidentemente contare su di me per abbassare la guardia di fronte a tutte le manifestazioni di un antisemitismo che, comunque, continua a rialzare la testa, a trasformarsi allegramente e ad assumere la forma, in particolare, di un antisemitismo senza ebrei, ma che in Israele scorge il volto stesso del diavolo. E nemmeno sarò io a trovare circostanze attenuanti (crisi, disoccupazione, classica ricerca di capri espiatori) alla recrudescenza di febbri razziste che, nelle democrazie europee, persino negli Stati Uniti, prendono di mira qui le minoranze di origine araba, là i turchi, là ancora i Rom. Ma dico semplicemente che l’antisemitismo ha finito col diventare, nelle nostre regioni, grazie al cielo, un crimine designato come tale, debitamente registrato, punito. Dico che il pregiudizio anti-arabi, o anti-Rom, per fortuna è condannato da organizzazioni tipo Sos razzismo che sono fiero di aver contribuito a fondare, venticinque anni fa, con Coluche, Simone Signoret e altri. E affermo però che di fronte a queste persecuzioni di massa dei cristiani, di fronte allo scandalo, per esempio in Algeria, delle donne cabile e cristiane fatte sposare con la forza o imprigionate, di fronte all’eliminazione lenta ma sicura delle ultime vestigia — Benedetto XVI ha detto, prendendo in prestito le parole della Bibbia ebraica: «gli ultimi resti» — delle chiese cristiane d’Oriente che tanto hanno fatto per la ricchezza spirituale dell’umanità, improvvisamente non c’è più nessuno ad alzare la voce.

Allora, delle due l’una. O si aderisce alla dottrina criminale e folle che mette in competizione le vittime (a ciascuno i propri morti, a ciascuno la propria memoria e, fra gli uni e gli altri, la guerra dei morti e delle memorie) e ci si preoccupa soltanto delle «proprie» vittime. Oppure la si rifiuta (sappiamo che in ogni cuore c’è sufficiente spazio per compassioni, lutti, solidarietà diverse e non meno fraterne) e con la stessa energia, stavo per dire la stessa fede, si denuncia l’odio planetario, l’ondata omicida di cui i cristiani sono vittime e di cui la loro vecchia condizione di rappresentanti della religione dominante o, in ogni caso, più potente, impedisce di prendere coscienza.

Esiste un permesso di uccidere quando si tratta dei fedeli del «papa tedesco»? Un permesso di opprimere, umiliare, martirizzare, in nome di un’altra guerra delle civiltà non meno odiosa della prima? Ebbene no. Oggi bisogna difendere i cristiani.

Fonte
Corriere della Sera, 17 novembre 2010

da: Difendere tutti i perseguitati a cominciare dai cristiani d’Oriente | Oasis.

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