Il welfare del mondo extra-large di David E. Bloom – Il Sole 24 ORE

Il mondo è nel mezzo del più imponente e radicale cambiamento demografico nella storia del genere umano. Benché l’umanità abbia impiegato quasi un milione di anni per arrivare intorno all’anno 1800 al miliardo di esseri umani, a partire dal 1960 siamo cresciuti dei successivi miliardi ogni decennio o due, oggi sul nostro pianeta siamo arrivati a 7. Le proiezioni indicano che nel 2050 la popolazione raggiungerà i 9,3 miliardi di persone.
Da qui al 2050 quasi certamente si aggiungeranno alla popolazione esistente quasi altrettante persone di quante abitavano la Terra intera nel 1950. Una delle sfide più grandi con le quali dovrà confrontarsi il genere umano sarà garantire cibo, vestiario, un tetto e assistenza in genere alla popolazione globale terrestre che si aggiungerà a quella esistente.

Se prendiamo come parametro medio di riferimento il progresso materiale raggiunto nei secoli, potrebbe sembrare che la necessità fungerà in ogni caso da madre dell’ingegno e che riusciremo a far fronte alle sfide che ci si presenteranno, proprio come siamo riusciti a far fronte a quelle precedenti grazie all’innovazione tecnologica e delle istituzioni.
I riferimenti medi a lungo termine, però, possono mascherare una significativa instabilità nel tempo e variazioni tra i vari Paesi. Di sicuro sappiamo che l’aumento della popolazione comporta un rischio in futuro, in quanto buona parte di esso si verificherà nei Paesi del pianeta più fragili a livello economico, politico, sociale e ambientale.

Qualora non si riuscisse ad assorbire nella forza lavoro produttiva grandi masse di individui, si correrebbe il rischio di sofferenze di massa e di miriadi di catastrofi. Il protrarsi di sperequazioni estreme tra i redditi dei vari Paesi potrebbe scoraggiare la cooperazione internazionale, paralizzare o perfino ribaltare il processo di globalizzazione, malgrado le potenzialità che essa ha di migliorare lo standard di vita di tutti. Una rapida crescita demografica, infine, tende ad accelerare l’esaurimento delle risorse ambientali sia a livello locale sia globale, e potrebbe compromettere in modo permanente le prospettive di un loro recupero.
Alcuni Paesi in via di sviluppo hanno saputo affrontare bene queste sfide demografiche. Per esempio, negli anni Settanta e Ottanta le “tigri” dell’Asia orientale tagliarono incisivamente e quasi istantaneamente il loro tasso di natalità, e seppero utilizzare il risultante margine demografico per conseguire uno sbalorditivo vantaggio grazie ad assennate politiche della sanità e della pubblica istruzione, a una gestione macroeconomica equilibrata, a un impegno economico prudente e saggio a livello locale e globale.

All’altro capo dello spettro, i Paesi dell’Africa sub-sahariana hanno ottenuto risultati di gran lunga peggiori dal punto di vista dello sviluppo, in buona parte a causa della loro incapacità a scongiurare lo schiacciante fardello rappresentato da una rapida crescita demografica e dalla disoccupazione giovanile.
Ancorché i Paesi in via di sviluppo siano quelli dove per primi si presenteranno i più gravi e seri problemi legati allo sviluppo demografico, i ricchi Paesi industriali hanno difficoltà altrettanto preoccupanti. Da un’ottica meramente demografica, la capacità produttiva delle economie avanzate ha raggiunto la soglia di poco più di due persone in età lavorativa per ogni persona che non lavora. Le proiezioni di questo indice, però, per il 2050 prospettano una caduta a 1,36.

Oltretutto, i Paesi ricchi possono prevedere un sostanziale incremento di massa nella percentuale della propria popolazione anziana, dovuto alla maggiore longevità, al basso tasso di fertilità che si protrae, all’avanzare negli anni e nella piramide della popolazione della generazione dei baby boomer. Per quanto le performance economiche della popolazione in via di invecchiamento siano a dir poco un’incognita, non è difficile cogliere le preoccupazioni e i timori correlati all’integrità fiscale delle pensioni e ai sistemi dell’assistenza sanitaria, come pure ai rallentamenti della crescita derivanti dalla contrazione della forza lavoro.

Per affrontare e risolvere la sostenibilità fiscale e la contrazione della forza lavoro sono già allo studio molte ipotesi e metodi, tra i quali innalzare l’età pensionabile e i contributi obbligatori pensionistici congiuntamente a un abbassamento dei benefit. Un’altra risposta potrebbe essere quella di liberalizzare la migrazione internazionale, quantunque è inverosimile che ciò possa offrire un sollievo apprezzabile, se si tiene conto dell’opposizione sociale e politica all’aumento dell’immigrazione nella maggior parte dei Paesi sviluppati.

È possibile nondimeno contare su un aumento del tasso della partecipazione femminile alla forza lavoro (alimentato dal protrarsi del basso tasso di fertilità); su un miglior livello nella formazione della manodopera dovuto al miglioramento del livello di istruzione; e su più alti tassi di risparmio prevedibili in vista di una maggiore longevità e di un periodo pensionistico più lungo.
Sarebbe irresponsabile disinteressarsene ed esporre il genere umano, senza motivo, a quei grandi pericoli che possiamo ragionevolmente prevedere sin da adesso.

(Traduzione di Anna Bissanti)

© PROJECT SYNDICATE, 2011

da Il welfare del mondo extra-large – Il Sole 24 ORE.


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