Antisemitismo

Fanny e Alexander, una fiaba invernale in tre movimenti, di cadavrexquis

Un film squisitamente “invernale”, non soltanto perché si apre sui preparativi per il Natale del 1907 nella casa della famiglia Ekdahl. La narrazione è incentrata, più che sulla bambina Fanny, sul bambino Alexander, che è il punto costante di osservazione del mondo in questo film bergmaniano. Entrambi figli di Oscar ed Emilie, appartenenti una famiglia alto-borghese di attori teatrali, gli Ekdhal, che vivono in questa casa sfarzosa, piena di servitù, in cui si svolge la prima parte del film. In effetti è un film “tripartito”, in cui a ogni parte corrisponde di volta in volta un ben preciso spazio chiuso – un’abitazione – con delle caratteristiche che ne compendiano il carattere. Così nella casa degli Ekdhal spira un’aria di festa e di joie de vivre, all’insegna di una spensierata libertà, ottimo stimolo per la fantasia sbrigliata di Alexander, che s’inventa storie appassionanti con l’uso della lanterna magica durante le fredde sere invernali. La stessa libertà che permette allo zio Carl Gustav d’intrattenere una relazione extra-coniugale con una cameriera, con il consenso della moglie: i suoi appetiti sessuali sono forti, ma vissuti con naturalezza e senza sensi di colpa. Tutto questo si riflette nei colori caldi dell’ambiente e nella ricchezza degli arredi. Questa sensazione di essere all’interno di un bozzolo accogliente e protetto è sottolineata dalla neve che cade all’esterno e che rende tutto quanto un po’ ovattato.

La felicità, però, è un bene fragile e passeggero, sembra suggerire il regista, e basta un singolo evento perché l’equilibrio si spezzi e la situazione si rovesci nel suo opposto. Qui l’evento è la morte di Oscar, colpito da un ictus durante le prove dell’Amleto. Emilie s’innamora del vescovo luterano Edvard Vergerus, lo sposa e con i due figli si trasferisce nella casa di lui. Questo è il secondo “ambiente” del film – il secondo pannello del trittico -, che rappresenta un contrasto radicale con quello precedente. Tanto era ricca e calda la casa d’origine, tanto è spoglia, austera e severa la dimora del vescovo, così come sono brutte, tristi, prosciugate e vecchie le governanti che vi lavorano. Inquietanti pure le parenti dell’uomo: la sorella nevrotica, completamente succube di Edvard, e la zia minorata mentale e immobilizzata a letto. Alexander sviluppa subito un odio insanabile per il patrigno e tenta una ribellione, destinata al fallimento, fatta di menzogne e ostinazione, ingaggiando un costante braccio di ferro con lui. Come se non bastasse, Edvard ha preteso dalla nuova moglie la rinuncia a ogni precedente legame e l’abbandono di tutto ciò che possedeva in passato. A poco a poco, anche Emilie finisce per odiare quello che è diventato il suo despota, che governa la casa e la famiglia con il proverbiale pugno di ferro nel guanto di velluto. La freddezza della casa è qui sottolineata dal torrente che scorre rapido e a strapiombo direttamente sotto le mura dell’edificio e nel quale ha trovato la morte la precedente moglie di Edvard.

A salvarli, portandoseli via nascosti in una cassapanca che compra al vescovo, provvede Izak Jacobi, l’amico ebreo della nonna di Fanny e Alexander (quando il vescovo intuisce lo stratagemma, abbandona il suo atteggiamento compassato e dà sfogo al più livido antisemitismo verbale, sedimentato in secoli di cristianesimo, ricoprendo Izak d’insulti). E con questo “rapimento” ha inizio la terza fase del film, a cui corrisponde un terzo ambiente: la casa in cui Isaac abita con i figli Aron e Ismael. Qui la cifra dominante è quella di un mistero che sconfina nel misticismo. Alexander vi si aggira incantato di notte, smarrendosi tra le anticaglie, i pupazzi e gli oggetti che Aron usa per i suoi spettacoli di marionette. Inquietante è l’incontro con Ismael, che vive sotto chiave perché giudicato pericoloso e che costituisce un essere ambiguo, una sorta di ermafrodito, un individuo dal sesso imprecisato che attira a sé il piccolo Alexander. A intervallare questa parte, che è forse la più fantastica delle tre, brevi immagini raccontano la morte per combustione di Edvard: una notte la zia ritardata si tira addosso una lampada a olio e prende fuoco, nel tentativo di scappare cade addosso a Edvard, intontito dal bromuro che Emilie gli aveva sciolto nel brodo per poter fuggire indisturbata, incendiando anche lui.

Il film chiude il cerchio ritornando all’ambiente iniziale, la casa calda e accogliente della famiglia Ekdahl. In un certo senso Fanny e Alexander ha quasi la struttura della fiaba: i protagonisti, dopo aver dovuto affrontare e superare una serie di prove, dopo aver conosciuto il dolore ed essersi immersi nel mistero, ritrovano l’equilibrio e la felicità. Ben riassume questo atteggiamento il discorso tenuto dallo zio Carl Gustav durante i festeggiamenti a tavola: è un discorso tutto improntato a un terreno buonsenso, un discorso dai toni anche lievemente buffoneschi e forse anche un po’ banale in cui si elogia la bellezza del vivere e radicarsi nel “piccolo mondo” – il mondo concreto delle cose e degli affetti quotidiani -, a garanzia dell’unica possibile felicità che tocca all’uomo nel mezzo del mistero e del dolore della vita. Un tono insolitamente ottimista per un regista come Bergman. Il film si chiude sull’immagine della nonna che, malgrado l’età avanzata e l’iniziale ritrosia, legge il nuovo dramma di August Strindberg preparandosi così, probabilmente, a calcare di nuovo le scene dopo tanti anni di assenza.

da  cadavrexquis: “Fanny e Alexander”, una fiaba invernale in tre movimenti.

Categorie:Antisemitismo, FAMIGLIE

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