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Si prenda un giovane, e anche i loro genitori, e si proponga loro la lettura di una poesia (meglio se molto commovente), o un brano letterario intenso, o un brano musicale, non necessariamente classico, anche una bella canzone; e si veda cosa succede. Se spunterà un sorrisino di sufficienza, o di noia, o ancor peggio la smorfia sarcastica di chi la sa lunga e non ha da perdere tempo dietro alle romanticherie, la diagnosi è fatta. La timidezza e il pudore dei sentimenti sono una caratteristica adolescenziale, ma quando sono esaltati da un clima generale di disprezzo dei sentimenti – roba da perditempo o da rimbecilliti – tracimano rapidamente nel cinismo. Ed è proprio questo il male che dilaga per responsabilità degli adulti: il cinismo, che si manifesta nel proporre come modello il furbo, colui che la sa lunga e va all’essenziale e al “pratico”, e non ha tempo da perdere dietro ai “sentimenti”. Purtroppo, facendo il nostro test, è da scommettere che si constaterà che pochi reagiranno con partecipazione e commozione, i più con un risolino annoiato e sardonico. Del resto, come potrebbe essere diversamente? Quale educazione sentimentale può trasmettere un adulto che a un funerale commenta che la soluzione migliore sarebbe buttare tutti i morti nella discarica? Cosa può discendere da orientamenti educativi che hanno ridotto le antologie dispensate nelle scuole non a raccolta di testi letterari, bensì di “testi informativi” che, quando contengono qualche concetto, si tratta per lo più o di incitare all’emancipazione da ogni forma di autorità o di propinare lezioni di politicamente corretto improntate al più arido ideologismo? I sentimenti no, da quelli meglio tenersi alla larga, quasi fossero un segnale di immaturità. Tuttavia, la scuola non è la principale responsabile di un male che pervade tutta la società. È il veleno quotidiano che incita al successo e al consumismo, e tratta le persone come mero “capitale umano” da “ottimizzare”. Come se una società potesse progredire sulle spalle di persone senza ideali, senza aspirazioni, senza emozioni, senza cultura. E come se la formazione di persone autonome e capaci di rigenerare la società si potesse fare imbeccandole con manuali d’istruzioni per l’uso, come se fossero macchine. Il carattere si forgia creando interesse, suscitando la passione ad apprendere, scoprire e fare, trasmettendo l’idea che la cosa più importante di tutte è costruire con tenacia, giorno dopo giorno, un senso per la propria esistenza. Chi scrive ha una formazione scientifica ed è convinto che anche il modo con cui si apprendono le scienze e le tecniche può e deve essere orientato in senso umanistico, eppure è arrivato a pensare che sia tale il livello di disumanizzazione cui stiamo giungendo che la prima azione di emergenza deve essere ricominciare a leggere poesie.
